Ma quale genocidio dei nativi americani?

Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » dom nov 17, 2019 3:57 pm

Ma quale genocidio dei nativi americani?
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » dom nov 17, 2019 4:00 pm

Sarebbe cosa buona e giusta che i pronipoti di costoro che hanno operato questo genocidio si scusassero cin i pronipoti degli indiani
https://www.facebook.com/groups/Fightin ... 8356391415



Il giorno della memoria degli indiani Sioux: il genocidio ignorato dei nativi
2018/02/01

https://www.globalist.it/world/articolo ... SMDJgedzOA

Oggi cade l'anniversario di una dichiarazione di guerra troppo spesso ignorata o non considerata come tale. Il 1 febbraio 1876 il ministro degli Interni degli Stati Uniti d'America dichiarò guerra ai Sioux “ostili”, quelli cioè che non avevano accettato di trasferirsi nelle riserve, dopo che era stato scoperto l'oro nelle Black Hills, il cuore del territorio Lakota. Come si potevano traferire migliaia di uomini, donne e bambini dalla terra dov'erano nati, in una stagione dell'anno in cui il territorio era coperto di neve? Molti indiani pare neanche ricevettero l'ordine, in quanto impegnati nelle loro attività di caccia, lontano dalla propria residenza.

Quella dichiarazione di guerra del 1 febbraio fu l'inizio del massacro degli Indiani d'America, che culminerà con l'eccidio di Wounded Knee, passato alla storia grazie a canzoni, libri e film. Sul finire del dicembre 1890, la tribù di Miniconjou guidata da Piede Grosso, appresa la notizia dell'assassinio di Toro Seduto, partì dall'accampamento sul torrente Cherry, sperando nella protezione di Nuvola Rossa. Il 28 dicembre furono intercettati dal Settimo Reggimento, che aveva l'ordine di condurli in un accampamento sul Wounded Knee: 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, circondati da due squadroni di cavalleria e trucidati.


“Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown è il libro (anche film) che ha commosso generazioni di persone e ispirato cantanti di tutte le generazioni e latitudini, fino a Fabrizio De Andrè che compose la canzone “Fiume Sand Creek”, Prince e Luciano Ligabue. Protagonista delle lotte indiane per 40 anni fu il Capo Nuvola Rossa (1822-1909) che si confrontò aspramente con l'agente governativo perché venisse rispettata l'autorità tradizionale dei capi indiani. Nel 1888 invitò i Gesuiti a creare una scuola per i bambini Lakota nella riserva indiana, una scelta necessaria per mantenere il legame degli Indiani con la loro terra. Pochi anni prima il governo aveva cercato di obbligare i bambini a frequentare una scuola “bianca” per essere “civilizzati” con risultati disastrosi per la cultura indiana.

Nuvola Rossa andò a Washington più volte di ogni altro capo indiano e rimane il leader più rispettato del suo popolo, insieme ad Alce Nero, noto per la sua forte carica spirituale. Quest'ultimo aveva 13 anni nel 1876 ed era già impegnato nella causa, tanto che l'anno dopo andò a Londra per incontrare la Regina Elisabetta. Così racconta il massacro di Wounded Knee: «Brillava il sole in cielo. Ma quando i soldati abbandonarono il campo dopo il loro sporco lavoro, iniziò una forte nevicata. Nella notte arrivò anche il vento. Ci fu una tempesta e il freddo gelido penetrava nelle ossa. Quello che rimase fu un unico immenso cimitero di donne, bambini e neonati che non avevano fatto alcun male se non cercare di scappare via».

I Sioux, che preferiscono chiamarsi Dakota o Lakota, sono la principale tribù degli Stati Uniti, con 25.000 membri. Ora vivono in riserve nei loro antichi territori. Continuare a raccontare la loro storia (pochi giorni fa è stata la Giornata della memoria) è un modo per non dimenticare di cosa è stato capace l'uomo nel corso della storia e fare in modo che episodi simili non si ripetano.




Gino Quarelo
Io non devo scusarmi di nulla e nemmeno debbono scusarsi i pronipoti dei migranti che giunsero nell'America del Nord a partire dal XVII secolo.
Non ci fu alcun genocidio; poi non vi furono affatto 100 milioni di morti nemmeno in tutto il continente americano e in gran parte morirono per le malattie importate dall'Europa, dall'Asia e dall'Africa.
La terra era grande ci fu un confronto di civiltà che durò secoli, poi vi furono conflitti e poca integrazione. I pellirossa persero il confronto e dovettero cedere il passo. Molti morirono di malattia, qualcuno fu ucciso, altri sopravissero e si integrarono con i nuovi arrivati.


Nativi americani
https://it.wikipedia.org/wiki/Nativi_americani
Per genocidio dei Nativi americani o genocidio indiano si intende il calo demografico e lo sterminio sistematico condotto con motivazioni di controllo del territorio, economiche, etniche, politiche o religiose dei Nativi americani (detti anche Indiani d'America, Pellerossa o, nel centro-sud America, Indios e Amerindi), e perpetratosi dall'arrivo degli Europei bianchi alla fine del XV secolo fino al secolo XX, periodo in cui si ritene che una popolazione compresa tra i 50 e i 100 milioni morì a causa dei colonizzatori, molti come conseguenza diretta di guerre di conquista avvenuta con armi dispari, perdita del loro ambiente,cambio dello stile di vita e malattie introdotte volontariamente o accidentalmente, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio, poiché considerati biologicamente inferiori (teorie di supremazia razziale) o culturalmente barbari (teorie di supremazia culturale).
L'impatto sulla composizione etnica della popolazione ebbe diversi caratteri, con differenze significative di comportamento tra i conquistatori di matrice neolatina (spagnoli e portoghesi) o anglosassoni.
Negli attuali Stati Uniti d'America e Canada lo sterminio fu massiccio e devastante per le popolazioni native, con scarsissime unioni tra i popoli venuti a contatto, conseguente scarsa discendenza e assimilazione culturale forzata diffusa.
Nel Centro e Sudamerica questo fenomeno venne contrastato da una parte consistente dei colonizzatori stessi (v. paragrafo successivo), con la conseguenza che gran parte di queste nazioni sono tuttora popolate da percentuali consistenti e a volte maggioritarie di nativi americani o da individui nati dall'unione tra l'elemento indigeno e colonizzatore. Nel Nordamerica, tra l'altro relativamente meno popolato, l'impatto fu più devastante a causa delle minori remore da parte dei colonizzatori e dalla loro minore tendenza ad unirsi alla popolazione indigena; la conseguenza è che le percentuali di indigeni nordamericani sono drasticamente più basse.



Mario Cremascoli
mi fermo al titolo per non regalare view a chi fa politica antiamericana e antioccidentale strumentalizzando tragedie altrui. 100 milioni? neanche da bering a capo horn c erano 100 mil di abitanti nel 1492

https://it.wikipedia.org/wiki/Demografi ... lRw4csphdY


Anno, abitanti dell'Europa in milioni e (% popolazione mondiale)

Anno
1 d.C. 34 (15%)
1000 40 (15%)
1500 78 (18%)
1600 112 (20%)
1700 127 (21%)
1820 224 (21%)
1913 498 (28%)
2000 742 (13%)
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » sab nov 23, 2019 8:17 am

???

Perché la Mappa delle Tribù dei Nativi Americani non si trova sui libri di Storia?
Matteo Rubboli

https://www.vanillamagazine.it/perche-l ... oeay4V3FpE

La storia del continente americano è lunga e articolata, e conobbe un punto di svolta decisivo nel 1492, anno della sua scoperta (o ri-scoperta, dopo i primi contatti con i Vichinghi nel Canada) da parte di Cristoforo Colombo. Durante i secoli successivi, in particolar modo il XVII, il XVIII e il XIX, tutta una serie di popoli europei si contesero il dominio della zona conosciuta oggi come Stati Uniti d’America, sterminando quasi completamente le popolazioni indigene locali sopravvissute alle malattie che importarono gli Europei.

Anche la parte Sud del continente e l’attuale Messico non furono risparmiate, con i “conquistadores” che distrussero per sempre culture ed etnie di quei popoli antichissimi

L’opera di sterminio fu semplice soprattutto all’inizio del processo, quando furono sufficienti le malattie europee, sconosciute ai nativi, per decimare la popolazione e operare il genocidio mediante “armi biologiche”. Questo particolare è spesso sconosciuto a molti che discutono delle successive Guerre Indiane, ma la conquista degli europei fu possibile proprio grazie alla quasi immediata morte della stragrande maggioranza dei nativi americani, sia al nord sia al sud.

Secondo Wikipedia:

Si stima che tra l’80% ed il 95% della popolazione indigena delle Americhe perì in un periodo di tempo che va dal 1492 al 1550 per effetto delle malattie

Vaiolo, morbillo, influenza ma anche semplici raffreddori o varicella furono la causa della morte del 10% dell’allora popolazione mondiale, che allora era globalmente di circa 500 milioni di persone.

Fatta questa dovuta premessa, che è fondamentale per comprendere quanto fu successivamente semplice, da parte dei conquistatori europei, impossessarsi di un continente immenso ormai privo di abitanti, è bene specificare che, in seguito, i popoli restanti furono sostanzialmente sterminati per impossessarsi di risorse e terre.

La domanda del titolo, semplice e provocatoria, vuol far riflettere sulla comprensione storiografica di alcuni processi umani come le conquiste e lo sterminio. Su Vanilla Magazine abbiamo già parlato della “Leggenda Nera”, che fece apparire gli spagnoli assai più terribili di quanto non fossero, mentre non abbiamo ancora analizzato il processo di “dimenticanza” dello sterminio dei nativi americani.

La storiografia mondiale, con una visione prettamente occidentale, ha evitato a lungo parole come “genocidio“, “sterminio” e simili, e ancor oggi, in particolar modo nelle scuole statunitensi, non si studiano le popolazioni native come parte fondante della storia del continente. Soltanto durante la metà del XX secolo si iniziarono a percepire le dimensioni di ciò che era accaduto, principalmente grazie a libri come “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” o simili, capaci di sensibilizzare le persone riguardo una storia (per allora) quasi sconosciuta.

Lo sterminio delle popolazioni native fu sistematico, e sistematicamente fu perpetrato per accaparrarsi il maggior numero di risorse e ricchezze del continente. La considerazione da parte della storia, quella diffusa mediante i libri scolastici ma anche nella cultura popolare occidentale, non vede il Nord-America come una zona che fu invasa da popoli conquistatori, ma viene considerata come una “scoperta”, come se prima dell’uomo bianco il continente non esistesse, o non esistesse nulla che oggi valga la pena di essere ricordato. La ricerca storica può ridare un nome e un volto a quelle popolazioni che, per millenni, furono protagoniste della storia americana.

Nel Nord America nel XIX secolo erano presenti circa 1.000 tribù, mentre oggi sono registrati 566 gruppi etnici distinti nell’ancora attivo Bureau of Indian Affairs. Gli altri sono definitivamente estinti, ma anche quelli rimasti (a parte qualcuno) non sono che sparuti gruppi di minuscole dimensioni. Durante le guerre di conquista, l’epoca del selvaggio West e gli anni seguenti, la popolazione totale dei nativi americani negli Stati Uniti raggiunse il suo minimo storico a 250.000 persone. Per comprendere l’entità demografica, basti pensare che la popolazione di una città come Verona era distribuita in tutti gli USA.

Oggi i nativi hanno riguadagnato terreno e sono circa 2,9 milioni, ma rappresentano soltanto che l’1,5% del totale della popolazione statunitense. Le tribù più popolose sono quelle dei Navajo, Cherokee, Choctaw, Sioux, Chippewa, Apache, Piedi Neri, Irochesi e il Pueblo.

Le regioni in cui viene tradizionalmente divisa l’America del Nord sono 8, affini per linguaggio e usanze:

Costa Nord-Ovest: fu una delle regioni più facili in cui vissero i nativi. Non dovevano coltivare perché le risorse naturali erano ben più che sufficienti a sfamare la popolazione, e rimangono famosi per le case in legno, i totem e e le lunghissime canoe.
Plateau: La zona fra le montagne Cascade e le Montagne Rocciose, in cui vivevano le popolazioni più provate dalla natura. Le loro case erano a volte interrate, e vivevano di caccia e coltivazioni.
California: le tribù californiane erano oltre 100, e sopravvivevano grazie all’abbondanza di risorse naturali.
Il Grande Bacino: la zona compresa fra gli attuali Nevada, Utah e Colorado, furono abitanti di una terra arida e difficile, poco interessante per i coloni che infatti vi giunsero tardissimo.
Sud Ovest: In questa zona si trovavano alcune delle tribù oggi più popolose come i Navajo, gli Apache e i Pueblo. Essi costruivano case in mattoni, cacciavano e coltivavano, rappresentando forse le popolazioni più evolute come tecniche di sopravvivenza organizzate.
La Grande Pianura: il popolo più famoso per la caccia al bisonte e per i loro Tepee, le tende che montavano seguendo le migrazioni delle grandi mandrie.
Nord Est: Nella zona attualmente occupata da città come New York, Boston, Filadelfia, Baltimora e Washington, si trovavano tribù che potevano essere sia nomadi sia stanziali, che trovavano provviste e risorse dai grandi fiumi e sulla costa.
Sud Est: Nella zona dove oggi si trova la città di Miami si trovava la tribù più popolosa, i Cherokee, che come le altre limitrofe era stanziale e si occupava principalmente di agricoltura.



Alberto Pento
Articolo antistorico e demenziale impostato sulla demonizzazione dell'Europa, dell'Occidente, dei bianchi e dei cristiani, delle loro esplorazioni e migrazioni considerate unicamente come invasioni e colonialismi/imperialismi.
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » sab nov 23, 2019 8:22 am

???

Il genocidio degli indios amazzonici: 90 milioni di morti.

https://ogigia.altervista.org/Portale/a ... i-di-morti

L’America, fin dal tempo della conquista da parte dei bianchi, è stata teatro di innumerevoli fatti sanguinosi e disumani di cui la storia dell’umanità non ha raccontato che una piccola parte. Nel Sud-America lo sterminio degli Indios cominciò con gli archibugi dei primi conquistatori spagnoli e portoghesi e con le nuove malattie che portavano con sé.

Le polemiche per decidere se gli Indios fossero uomini o no non furono placate né dalla bolla pontificia di Paolo III, che nel 1537 li dichiarava “veri uomini”, né da dichiarazioni di altri eminenti personaggi. Il vescovo Bartolomeo de las Casas scrisse in quell’epoca "La leggenda nera – Storia proibita degli Spagnoli nel Nuovo Mondo", che rimase all’indice fino al 1906: nel libro sono descritte le violenze alle quali furono sottoposte alcune nazioni indigene “miti, umili ed amanti della pace”. Si era solo all’inizio di un genocidio, carico a volte di sadismo, che in Brasile pare stia per giungere a termine ai giorni nostri. Gli europei che si unirono successivamente a spagnoli e a portoghesi non si dimostrarono migliori. Per ignoranza o nell’intento di tacitare la coscienza degli invasori, gli Indios furono sovente, e sono a volte tutt’oggi, descritti come incapaci, di indole falsa, indocile e cattiva. Per eliminare tali “pericolosi” abitanti del Sud-America si usarono, oltre alle armi, virus, batteri, veleni e perfino la sterilizzazione delle donne. L’elenco delle atrocità e degli abusi è lunghissimo. Molti superstiti di gloriose nazioni indigene, stremati dalla miseria, hanno perso la loro identità. Alcuni di essi, demoralizzati, scoraggiati ed emarginati, si sono abbrutiti dedicandosi all’ozio e all’alcolismo, avvolti sovente dall’anonimato nelle periferie delle città. Si dice che in America Latina siano stati sterminati in questi secoli 90 milioni di Indios. Si calcola che nel solo Brasile, nel 1500, vivessero 4-5 milioni di Indios. Oggi essi sono stimati in 220.000 in mezzo a una popolazione di 120 milioni di brasiliani; e l’odissea indigena continua.

Nel territorio di Roraima.
Il territorio di Roraima è l’ultima regione del Brasile nella quale, fino al 1978, metà della popolazione era indigena. Ancora oggi sopravvivono qui rappresentanti di almeno dieci popoli indigeni: Yanomami, Waimirì-Atroarì, Wai-Wai e Maiongong (Makiritare o Yekuana), che vivono nella foresta, e Makuxi, Taurepang, Arekuna, Ingarikò, Pantamona e Wapixana, che vivono nella savana; per un totale di 30.000 Indios. Dopo il contatto con bianchi invasori, vari altri popoli indigeni si sono estinti negli ultimi cento anni; tra questi, citati da vari studiosi, ci sono: Makù, Pauxiana, Saparà, Parucotò, Iakunà, Auakè, Kaliana, Piaroà, Maracana e Paraviana. Storicamente fu la zona della savana a suscitare per prima l’interesse degli invasori che, provenendo in maggior parte dal Nord-Est del Brasile, alla ricerca dell’Eldorado, o sfuggendo alla giustizia, si installarono nella regione, sposandosi con donne indigene. La capitale del territorio di Roraima, Boa Vista, nacque nel 1830 da una fattoria (allevamento di bestiame bovino e equino) sorta dove anteriormente c’era stata una maloca (villaggio) di Indios Paraviana; l’altra città roraimense, Caracaraì, fu fondata sul luogo di un vecchio recinto per il bestiame che doveva essere imbarcato sui battelli e portato a Manaus per la vendita. Si può affermare che le due uniche città di Roraima siano state fondate dai… bovini. Nella storia di Roraima, fin dai tempi del colonnello Manoel da Gama Lobo de Almada (1787), geografo lusitano, ad oggi, gli indigeni sono sempre stati considerati meno importanti del bestiame; villaggi indigeni sono recintati e perfino divisi a metà dal filo spinato; altri sono stati incendiati deliberatamente dai padroni del bestiame e dai loro subordinati; una testimonianza di soli quindici anni fa riferisce casi di fazendeiros che avevano marcato a fuoco Indios ribelli col ferro usato per segnare i buoi; molti Indios furono allontanati a colpi di fucile o puniti con la frusta. “Uomini” che si vantavano di aver partecipato a spedizioni “punitive”, durante le quali si perpetrarono vere stragi di Waimirì-Atroarì, affermavano che l’indio era come una belva, la sua uccisione era dunque ritenuta un dovere per eliminare un pericolo pubblico. Le malocas degli Indios sono sempre più ridotte in numero e in estensione a causa dell’ampliamento dei recinti per il bestiame, fatti costruire oltre tutto per la maggior parte dagli stessi Indios, sfruttati come schiavi per la mano d’opera. È sintomatico come lo SPI(1) abbia iniziato la sua attività a Roraima con una fattoria di bestiame, che fino al 1970 fu l’unica attività “indigenista” nel territorio, per quanto fosse notoriamente l’unica fattoria nella quale il bestiame non aumentasse. Fino all’inizio del 1979 questa fattoria rimase una delle principali “preoccupazioni” della FUNAI nella regione; ma, anche cosi, fu invasa illegalmente da circa sessanta fazendeiros che ora allevano nell’area all’incirca 50.000 capi di bestiame senza pagare tributi o affitto ad alcuno. Studi recenti, fatti da tecnici locali, hanno stabilito che per allevare un bovino sono necessari, in questa regione, otto ettari di terra. Questo vuol dire che il fazendeiro non si è mai preoccupato, a Roraima, di migliorare il terreno e i pascoli. Fino a oggi è sempre stato più facile allargare i recinti, o semplicemente non farli, perché il bestiame si alimenti dove vuole; le piantagioni degli Indios ne sanno qualcosa. Insomma, in questa regione, non è il fazendeiro che alleva il bestiame, ma il bestiame che alleva il fazendeiro, a prezzo della vita degli Indios. Secondo Nunes Pereira (1967), “molti Indios eccellono nella cura del bestiame, ma sia in questa che in altre attività ricevono salari infimi”. Lo stesso autore notava già in quell’epoca che gli Indios di Roraima erano minacciati di totale estinzione, rilevando nel contempo, con sorpresa, l’esistenza di “dissimulati sentimenti di rivolta”… “Gruppi interi evitavano i rapporti con i ‘civilizzati’, in vista della loro condotta aggressiva e immorale, che comportava anche l’uso di armi e di castighi e l’intromissione nelle feste tradizionali… Col pretesto di insegnar loro le faccende domestiche, ragazze indigene erano condotte in servitù nelle case dei fazendeiros, o dei commercianti, o delle principali autorità locali, dove soffrivano umiliazioni e sevizie: alcune fuggivano, altre erano violentate e buttate sulla strada ove contraevano malattie veneree… Bambini e ragazzi, sotto il nome di figliocci, erano portati a lavorare come servi o caricatori d’acqua, ma erano rari quelli che non fuggivano… Espulsi dal luogo delle loro malocas, a causa dell’incremento degli allevamenti e dello stabilirsi di garimpos (luoghi dove lavorano i garimpeiros o cercatori di diamanti e oro), gli Indios sono stati recintati come bestie selvagge, in pezzetti di immensi latifondi, con demarcazioni arbitrarie o immaginarie, segnate da filo spinato, come i campi di concentramento nazisti.” Non furono pochi gli indigeni che, arrivati dopo anni di duro lavoro a possedere qualche mucca o qualche cavallo, vennero obbligati a disfarsene col pretesto che gli animali invadevano “la piantagione dei fazendeiros” e, quando i proprietari non ubbidivano, gli animali sparivano e morivano “misteriosamente”. Molti indigeni ora non possono più pescare nei laghi, fiumi e ruscelli; e molti, per fare e coprire le proprie case, devono portare il legname e le foglie da grandi distanze perché il bosco più vicino al villaggio è del fazendeiro che proibisce agli Indios di utilizzarlo. Queste terre, che da tempi immemorabili erano la culla di eroi e di divinità mitologiche di numerose nazioni indigene, sono quasi totalmente occupate dalle mandrie i cui proprietari sono sempre stati ampiamente protetti dalla “giustizia” (leggi polizia locale). La testimonianza di un capo indigeno morto da pochi anni, registrata da padre S. Sabatini nel 1965, mostra alcuni degli aspetti drammatici della sua vita e di quella del suo popolo: “Anticamente noi avevamo tutta la terra, avevamo la caccia, avevamo il pesce, avevamo la frutta della foresta; noi avevamo tutto… Ora il bianco ci ha portato via tutta la terra e non troviamo più cibo… Adesso noi non mangiamo, mangiamo poco, mangiamo male e abbiamo proprio fame. Non abbiamo più salute e siamo rovinati dalla tubercolosi. Anticamente noi prendevamo i cervi correndo. Adesso, mi vergogno a dirlo, non riesco neanche a raggiungere un porco. Mio padre che è vecchio corre più di me. E noi andiamo ancora bene, adesso. Ma vi sono molti villaggi che sono veramente miserabili, ove tutti soffrono la fame per davvero, e là il bianco (perché gli Indios non hanno più terre) sempre sopra, sempre sopra, per sfruttarli… Vi sono bianchi che non permettono più la pesca, che si riservano il cervo, che si riservano tutto. Anticamente l’indio ammazzava il cervo prendendolo con la corsa e con il fuoco, incendiando la savana: oggi è proibito incendiare la savana. E l’indio come fa a cercarsi da mangiare? Anche il pesce il bianco se l’è preso tutto. Se c’è una pozza profonda nel fiume, dove ci sono tanti pesci, il bianco dice: questa è mia. E l’indio come può continuare a vivere così? E quasi tutti i bianchi sono così.” Prosegue la narrazione del capo Makuxì in un altro capitolo: “Guarda, quando bianco è arrivato alla nostra terra, Indio pensava che bianco era dalla parte di Dio, Indio pensava che Dio era venuto a visitarlo. Infatti bianco ha tutto e Indio non ha nulla: bianco ha filo spinato, noi non abbiamo; bianco ha libro, noi non abbiamo; bianco ha scure, noi non abbiamo; bianco ha automobile, noi non abbiamo; bianco ha aereo, noi non abbiamo… Ma bianco è venuto e ha rubato le nostre terre: e l’indio non poteva più cacciare. Ha detto che le terre erano sue, ha detto che i pesci dei fiumi e dei laghi erano suoi. Poi, ha portato le malattie. Poi, ha insidiato le nostre donne. E l’indio si è ribellato. Allora il bianco ha ucciso i nostri avi, li ha uccisi, li ha massacrati molto; Indio fuggiva così veloce come la cosa più veloce. E allora Indio ha capito che il Dio dei bianchi era cattivo. Quando il bianco arrivava diceva che era buono, che voleva abitare vicino a noi. Diceva: ‘Io non porto via le tue terre. Mentre io sono qui ci sarà carne per te e per i tuoi figli’. Il bianco prometteva e non dava e portava via le nostre terre. Diceva che le terre erano sue, che il pesce era suo, e che era tutto suo. E Indio aveva fame molta. Sai cos’è la fame? La fame non è uno scherzo, sai? Io te lo dico, la fame non è uno scherzo.” Sarà necessario aggiungere altro a tutto questo per avere un’idea della situazione degli Indios di Roraima? In una monografia di Antonio Ferreira de Souza, offerta a chi scrive dal sindaco di Boa Vista nel 1976, si legge a proposito degli Indios Waimirì-Atroarì: “Si sa che quei selvaggi non vogliono accettare l’avvicinamento della gente civilizzata e offrono ostilità, quasi sempre a tradimento, a tutti quelli che sventuratamente penetrano nell’area dei loro domini. Ma con l’avvento della Rivoluzione del 31 marzo (2) nessun ostacolo potrà intralciare lo sviluppo del Brasile, specialmente nell’Amazzonia, dove strade stanno rompendo la vergine selva equatoriale in tutte le direzioni. La strada BR-174 (Panamericana) è fattore di integrazione nazionale e di collegamento internazionale con il Venezuela, nelle frontiere settentrionali della patria brasiliana, il cui sottosuolo nasconde ricchezze minerarie che si traducono in grandi possibilità economiche che le strade aiuteranno a scoprire.” Si legge ancora nella stessa monografia: “La scoperta e la successiva estrazione dell’oro e del diamante, si devono al lavoro empirico dei garimpeiros e avventurieri di ogni specie.” E ancora: “Il minerale anima e infeticcia, Roraima scintilla e affascina.” In questi ultimi anni un’altra risorsa è stata resa possibile dalle strade, e specialmente dalla BR-174 (Manaus-Venezuela): il legname. Dal settembre del 1975 all’agosto del 1978 sono stati esportati verso il Venezuela 33.000 metri cubi di legname. Dalla relazione governativa di Roraima sulle attività del territorio del 1978 risulta anche che il distretto agro-pastorale di Roraima, con un’area di 600.000 ettari, è stato diviso in 146 lotti che vanno da 2.000 a 23.000 ettari ognuno. Nel distretto sono comprese anche terre che appartengono per legge agli Indios Yanomami, ma l’autorizzazione alla vendita dei lotti è già stata concessa. È di pubblico dominio che l’INCRA (Istituto nazionale di colonizzazione e riforma agraria) sta facendo la stessa cosa in quasi tutti gli stati e territori dell’Amazzonia brasiliana. Nella relazione di un’antropologa della FUNAI (1977) concernente una ricerca fatta a Roraima, si legge: “Ci sono progetti agro-pastorali, industriali e di estrazione di minerali in tutto il territorio che interessano aree notoriamente indigene, in alcune delle quali vivono gruppi che poco o nessun contatto hanno con i membri della società nazionale.” Il nuovo governatore, in una recente conferenza, spiegando il potenziale economico e le necessità di Roraima al ministro degli Interni, non ha neppure menzionato gli indigeni, che costituiscono gran parte della popolazione. Ha difeso l’invasione delle loro terre da parte dei garimpeiros e la delimitazione delle terre indigene della savana solo perché ciò gli è indispensabile per fornire a norma di legge i titoli di proprietà dei terreni ai fazendeiros che si sono stabiliti attorno alle malocas. Gli studi sulle aree indigene di Roraima, fatti dalla FUNAI nel 1977, sono in maggior parte segreti o riservatissimi. È certo che sarebbe molto scomodo per il governo e per i politici locali se gli studi si rendessero pubblici, perché potrebbero causare l’espulsione di fazendeiros, potenti elettori, dalle aree indigene (pochissimi Indios sono elettori). Ci viene spontanea la domanda: chi delimiterà queste terre? e con quali criteri? Chi avrà la possibilità di difendere gli interessi di questi Indios e di denunciare gli abusi di cui sono sempre vittime?

Il popolo yanomami.
Gli Indios Yanomami occupano un’area di foresta tropicale nella regione di frontiera tra il Brasile e il Venezuela. Dispersi in circa 320 villaggi, gli Yanomami totalizzano all’incirca 16.400 indigeni, costituendo il maggior gruppo umano ancora in gran parte isolato dalla società avanzante (neobrasiliana). Nel Brasile gli Yanomami abitano aree comprese nel territorio federale di Roraima e nello stato di Amazonas, con una popolazione stimata in 8.400 Indios, la grande maggioranza dei quali vive ancora secondo i propri schemi culturali tradizionali.

Storia.
È indiscussa l’occupazione dell’area suddetta da parte degli Yanomami sin da tempi remoti. La comprovano la tradizione orale degli Indios e le relazioni dei diversi esploratori e membri di spedizioni scientifiche che, dal 1787, hanno percorso la regione.

Società ed adattamento ecologico.
Ogni villaggio yanomami è formato per lo più da una sola abitazione nella quale coabitano varie famiglie estese, legate da alleanze matrimoniali, con un totale che va dai 30 ai 100 individui. Gli Yanomami praticano un nomadismo intermittente. L’esercizio delle loro attività socio-economiche richiede aree considerevolmente estese per la pratica dell’agricoltura in regime di rotazione periodica, e della caccia, pesca e raccolta, unite alla necessità di costanti migrazioni che permettano il rinnovo della terra e del potenziale della fauna e della flora. Inoltre i gruppi e i complessi di gruppi locali mantengono tra loro frequenti contatti che provocano scambi di beni e di alleanze matrimoniali. Le aree comprese tra diversi villaggi o tra complessi di villaggi, così come quelle nelle quali transitano, sono coperte da dense reti di sentieri, punteggiate da innumerevoli accampamenti e da antiche piantagioni. Ogni parte della foresta è sfruttata, ha un nome, è percorsa con intima familiarità e impregna la memoria del gruppo per mezzo di narrazioni storiche e mitologiche fin dai tempi più remoti. Questi fatti devono rimanere strettamente associati al concetto di “territorio” yanomami, che può essere limitato all’abitazione e alle adiacenze del villaggio perché non siano snaturate la vita e la cultura di questo popolo.

Il contatto con i bianchi e le sue conseguenze.
I contatti degli Yanomami con la società che li attornia furono sporadici fino al 1974, quando la strada BR-210, Perimetrale Nord, tagliò il sud del territorio senza che qualsiasi schema di protezione fosse previsto ed attuato, provocando una vera tragedia nei gruppi raggiunti. I boscaioli che entrarono massicciamente, abbattendo la foresta lungo il tracciato della strada, senza essere sottoposti a nessun controllo sanitario, introdussero le prime forme di influenza e il morbillo. Nel tratto della BR-210 che ha tagliato la regione e nelle sue vicinanze sono scomparsi 20 villaggi lasciando i resti di forse 1.000 morti. Alcuni (pochi) sopravvissuti “vivono” ai margini della strada e lo splendore che li caratterizzava di un vivere autentico e genuino in pochi anni è scomparso, portandoli in piena decadenza fisica e culturale a praticare la mendicità. All’altezza del km 146 della Perimetrale Nord (Missione Catrimani) gruppi di indigeni furono colti da innumerevoli epidemie influenzali, faringiti e morbillo. In questo luogo il numero di assistenze a malati yanomami, in casi di complicazioni per malattie da virus, passò da 4.596, nei 38 mesi anteriori all’arrivo dei primi lavoratori, a 18.488 nei 38 mesi seguenti. Alcuni gruppi, residenti a circa 60 km da questa area, furono ridotti a meno della metà.

Attività minerarie.
Il territorio yanomami, nel 1975, si vide incluso nelle mire dell’allora governatore di Roraima, che dichiarò: “Sono dell’opinione che un’area ricca come questa… non può permettersi il lusso di conservare mezza dozzina di tribù indigene, ostacolando lo sviluppo”. Poco dopo dei garimpeiros scesero con l’aereo e invasero l’area che presenta la maggior concentrazione di Indios Yanomami, nella Serra das Surucucùs. L’allora presidente della FUNAI dichiarava che la scoperta di minerali non avrebbe pregiudicato la sopravvivenza degli Yanomami, i quali avrebbero avuto “tutti i loro diritti assicurati”. Nel 1976 il dottor Kenneth Taylor, coordinatore del piano Yanoama della FUNAI, riferiva che “l’immunizzazione della popolazione indigena, fino ad oggi non ancora effettuata, è urgentissima, infatti i garimpeiros (che hanno invaso una parte dell’area per estrarre cassiterite) stanno portando con loro influenza, malattie veneree ecc.” Il garimpo (giacimento di minerali, in questo caso di stagno) finì per provocare conflitti, inclusi quelli fisici, tra Indios e garimpeiros. Missionari nord- americani che prestavano la loro opera nella zona denunciarono assassini di Indios eseguiti dai garimpeiros. Tali violenze convinsero le autorità federali a decidere la sospensione dei lavori e l’evacuazione dei garimpeiros dalla regione. All’inizio del 1979 un’équipe della DOCEGEO (sussidiaria della Compagnia “Vaio do rio Doce”) con 40 uomini è entrata per fare ispezioni nella stessa area, dopo aver firmato un accordo segreto con la FUNAI. In quest’area vivono 3.800 indigeni Yanomami con poco o nessun contatto con il mondo bianco e che finora non sono stati vaccinati. La stessa sopravvivenza fisica di questi Yanomami è ancora una volta gravemente minacciata.

Colonizzazione.
Nel 1977 fu progettato il “Distretto agropecuario di Roraima” con un’area di 600.000 ettari. La delimitazione di questo progetto lede gravemente il diritto degli Yanomami al possesso della terra da loro occupata, poiché comprende aree notoriamente indigene.

LA FUNAI nell’area.
Esistono, nella regione degli Yanomami, sette sedi locali della Fondazione nazionale dell’indio (FUNAI), dette “posti indigeni”. È interessante notare quale sia il tipo di intervento di questo organismo governativo, destinato a “proteggere“ questa parte della popolazione. Soltanto uno dei sette “posti” è localizzato vicino ai villaggi indigeni; un altro fu abbandonato dopo essere stato incendiato dagli Indios, furiosi per un’ennesima epidemia trasmessa dagli stessi funzionari. Un altro ancora fu costruito in un’area non tradizionalmente indigena e servì nel 1976-78 come prigione clandestina per gli Indios “semiacculturati” della savana di Roraima. I rimanenti “posti” sono stati installati in luoghi dove non risultano esserci Indios: parendo questo un fatto piuttosto contraddittorio, è lecito ipotizzare una loro probabile eliminazione.

Proposte e dichiarazioni per la delimitazione del territorio yanomami.
L’imminente occupazione economica della regione e la conseguente minaccia di sterminio degli Indios Yanomami fecero sorgere varie proposte e richieste per la delimitazione della loro terra, nel tentativo di proteggere i diritti degli Indios al possesso e all’occupazione, prospettando la necesità di un’area continua (unica) e l’urgenza dei provvedimenti da prendersi. Fin dal 1968 persone ed organismi che conoscono questa area hanno fatto almeno undici proposte o richieste in questo senso, la maggioranza delle quali sono scomparse dagli archivi della FUNAI. Nonostante tutte queste proposte il presidente della FUNAI, alla fine del 1977 e nel 1978, firmò quattro decreti nei quali riconosceva il possesso da parte degli indigeni Yanomami di 21 aree separate, scartando la possibilità della formazione di un’unica riserva indigena in Roraima. I riferiti decreti della FUNAI non sono dunque una protezione per le terre indigene e – ciò che è ancora più grave – sembra che preparino la strada ad una futura spoliazione del tradizionale territorio yanomami, lasciandolo diviso in piccole isole, e perciò facilmente vulnerabile. La elimitazione delle 21 aree fu eseguita sulla base del rilievo aereo effettuato dall’ente ufficiale nel 1977: questo rilievo presenta gravi errori tecnici ed è anche in contraddizione con la stessa delimitazione delle aree cui servì come base. Secondo i dati rilevati rimangono per lo meno 800 Yanomami fuori dalle aree riconosciute ufficialmente come loro; se a questi aggiungiamo quelli segnalati dal progetto Radambrasil, la popolazione indigena fuori dalle aree dichiarate proprie si può elevare a 2.900 Yanomami. Le isole create dai decreti della FUNAI non sono dunque altro che una divisione arbitraria del tradizionale territorio yanomami e il risultato di una mera geometria burocratica. Questa delimitazione ignora la necessità fondamentale dell’adattamento ecologico di un gruppo indigeno della foresta amazzonica: infatti gli proibisce, non rispettando apertamente lo Statuto dell’indio, l’accesso all’area dalla quale trae più del 50% delle fonti indispensabili per la sua alimentazione e l’80% delle sue risorse tecnologiche. Le attività socio-economiche degli Yanomami si svolgono in aree molto grandi. Infatti, nonostante alcune aree, secondo lo studio della FUNAI, sembrino “vuote”, sono invece utilizzate dagli Indios come aree indispensabili per la caccia e la pesca, per la raccolta di materiale tecnologico, per il saltuario raccolto dei prodotti delle vecchie piantagioni (nei luoghi anteriormente occupati), per il periodico cambio dei villaggi dopo un lungo sfruttamento ecologico di un’area. Se si mantiene la delimitazione della FUNAI, in pochi anni gli Yanomami, stretti in piccole isole di foresta già sfruttata, avranno il loro autonomo sistema economico distrutto per mancanza di eco-zone appropriate e saranno ridotti a pochi relitti umani affamati, alla completa dipendenza dell’ente che dovrebbe tutelarli.

Considerazioni antropologiche.
Oltre ai gravi inconvenienti ecologici, la delimitazione sanzionata dalla FUNAI provocherebbe una drastica disorganizzazione delle comunità yanomami nell’ambito socio-culturale, minacciando definitivamente la loro coesione; ossia non sarebbero più possibili né le strategie matrimoniali tra i villaggi, né la partecipazione intercomunitaria alle celebrazioni funebri; provocherebbe un disanimo e un collasso psicologico capaci di compromettere irreparabilmente la vita culturale della comunità, contribuendo alla accelerata distruzione della sua struttura etnica. Questo smembramento è contrario al decreto che sancisce l’accordo n. 107 della OIT (Organizzazione internazionale del lavoro ONU), in cui si determina che i paesi firmatari devono “prendere in debita considerazione i valori culturali e religiosi e i metodi di controllo sociale propri di queste popolazioni, così come la natura dei problemi che esse devono affrontare, tanto dal punto di vista collettivo che dal punto di vista individuale quando sono esposte a modifiche di ordine sociale ed economico”.

Considerazioni sanitarie.
Tutti sappiamo che malattie relativamente non gravi, come raffreddore, influenza, morbillo, tosse convulsa e varicella, sono mortali per l’indio americano. Il semplice contatto, anche passeggero, con individui della società occidentale, apparentemente sani, può distruggere interi villaggi. Lo smembramento del territorio yanomami moltiplicherebbe i punti di contatto con la popolazione bianca circostante, facilitando il contagio di malattie infettive alla popolazione indigena, creando la necessità di uno schema di assistenza che, come sappiamo, sebbene sotto la responsabilità del governo, difficilmente verrebbe effettuato. L’esperienza in questo campo è molto illuminante. Le vaccinazioni richieste da membri della FUNAI nel 1976 come urgentissime fino ad oggi non sono state programmate, anzi non c’è neanche un segno che indichi che si stia organizzando un piano in questo senso. D’altra parte, oltre a minacciare la salute degli indigeni, gli stessi coloni e minatori che entrassero nel territorio yanomami potrebbero a loro volta rimanere vittime delle malattie endemiche che già contagiano gravemente gli Indios, tra le quali la oncocercosi, che molte volte porta alla cecità, la malaria, la leishmaniosi e la febbre gialla.

Considerazioni giuridiche.
La Costituzione federale assicura agli Indios il possesso permanente delle terre da loro abitate, riconoscendo loro il “diritto dell’usufrutto esclusivo delle ricchezze naturali e di tutte le cose utili in esse esistenti”. Lo Statuto degli Indios dispone: “È considerata proprietà dell’indio o silvicola [abitante della selva] l’occupazione effettiva della terra che in consonanza agli usi, costumi e tradizioni tribali egli possiede, dove abita ed esercita l’attività indispensabile alla sua sussistenza o che gli è economicamente utile.”

La Commissione per la creazione del parco yanomami (CCPY).
Verso la fine del giugno 1979, a nome della CCPY, fu presentata al presidente della FUNAI ed al ministro degli Interni una nuova proposta, la dodicesima, unitamente ad una richiesta diretta al presidente della Repubblica, sottoscritta da 34 personalità tra le quali i presidenti della SBPC (Società brasiliana per il progresso della scienza), OAB (Ordine degli avvocati del Brasile), ABA (Associazione brasiliana di antropologia), CNBB (Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile), ABI (Associazione brasiliana della stampa), e il direttore dell’INPA (Istituto nazionale di ricerca dell’Amazzonia). A livello internazionale diversi scienziati – che da tempo conoscono la peculiare situazione degli Yanomami per aver svolto fra questo popolo studi di antropologia, ecologia, etimologia, genetica, geografia umana, linguistica – sono allarmati e preoccupati per la situazione degli indigeni. La Commissione per la creazione del parco yanomami ha ricevuto centinaia di mozioni di appoggio dal Messico, dal Perù, dal Paraguay, dall’Inghilterra, dalla Svizzera, dalla Francia, dalla Danimarca, dal Canada, dagli Stati Uniti, e se ne auspicano altre. Sono stati prodotti filmati da gruppi di cineasti americani, francesi, canadesi, inglesi, cileni, venezuelani, italiani, giapponesi e jugoslavi. Tuttavia, affinché il parco possa avere reali possibilità di concretizzarsi, deve essere coscientizzata innanzitutto la nazione brasiliana, ed è a questo che tutti possiamo e dobbiamo contribuire. Gli atteggiamenti di alcune autorità brasiliane sembrano considerare la presenza degli Yanomami e la delimitazione di un’area destinata esclusivamente a loro come un attentato alla sovranità del paese. Al contrario, poiché gli Yanomami arricchirebbero umanamente la già pluralistica e diversificata popolazione dello stato, è auspicabile che la proposta del parco yanomami non si perda, come tante altre, negli archivi della FUNAI. Questa speranza si basa non solo sulle timide parole favorevoli di qualche alta personalità, ma principalmente sulla constatazione che oggi per la prima volta comincia a spirare un clima differente tra la popolazione brasiliana, nel senso di una maggior apertura al problema. Un altro motivo a favore della creazione del parco è l’assenza nell’area di problemi fondiari e, se la politica in Amazzonia sarà portata avanti con intelligenza, non ne sorgeranno. Nel caso specifico del parco, chi potrebbe desiderare terreni non adatti alla coltivazione e che, nel migliore dei casi (25%), sono di infima qualità?

Considerazioni ecologiche.
L’interesse particolare per l’ecologia di questa regione ha già motivato i tecnici del progetto Radambrasil, che dopo accurati studi hanno raccomandato l’urgente preservazione di varie aree comprese nel perimetro del parco proposto a motivo dei loro speciali ecosistemi. Secondo le mappe del Radambrasil il 36% dell’area del parco non può essere sfruttato economicamente perché è area protetta, in base al Codice forestale; il 41% è stato classificato di valore minimo o insignificante per essere adibito a profitto economico; il poco che rimane è di bassa capacità naturale. Da ciò si deduce chiaramente che il parco non reca alcun danno al progresso della regione. Tanto più che, in Roraima, il parco occuperebbe il 18% della peggiore terra del territorio, per accogliere il 14% della sua popolazione. La verità è che gli invasori dell’area pretendono solo il legname ed i minerali. Circa questi ultimi è utile chiarire che, quando fu presentata la proposta del parco, fu chiesto con insistenza al presidente della FUNAI che ritirasse subito i 40 uomini della DOCEGEO che facevano sondaggi là dove è maggiore la densità della popolazione yanomami. Con l’ingresso senza controllo di persone non qualificate, in pochi mesi il parco rischierebbe di diventare inutile perché non ci sarebbero più Indios e su tutti cadrebbe la responsabilità di un altro genocidio. A distanza di un mese dalla richiesta la DOCEGEO è uscita dall’area della Serra das Surucucùs: purtroppo ciò che è stato un fattore positivo che tutti avrebbero voluto poter attribuire alla FUNAI sembra invece essere stata una scelta della compagnia mineraria, la quale ha capito che l’impresa non era economicamente vantaggiosa.

Il problema del “garimpo”.
La minaccia più recente e più pericolosa per il popolo yanomami è costituita dalla penetrazione dei garimpeiros, individui che si avventurano nei luoghi più inaccessibili della foresta alla ricerca di minerali e pietre preziose che estraggono empiricamente. Sono conosciute le nefaste conseguenze cui sono esposti gli Indios con l’arrivo incontrollabile di tali cercatori nel territorio. Come è stato spiegato, nel paragrafo sulle attività minerarie, nel 1976 le autorità federali avevano fatto sospendere le attività del garimpo nella Serra das Surucucùs, di fronte all’allarmante situazione degli indigeni nell’area. Tale provvedimento fu definito da un deputato regionale come una “pastoia assurda” che impediva il progresso della regione. Ma non è pensabile che il progresso della regione si ottenga sacrificando i suoi abitanti. Simili autorità dimenticano che gli Indios sono parte integrante di questa stessa popolazione la cui crescita esse sembrano voler promuovere. D’altra parte ciò che viene richiesto con la proposta del parco indigeno yanomami è il minimo indispensabile per la sopravvivenza degli Indios, nel rispetto della loro terra in base alle leggi brasiliane. La chiusura del garimpo provocò polemiche e dichiarazioni demagogiche ed assurde da parte delle autorità regionali, le quali sobillarono addirittura i bianchi perché contravvenissero al provvedimento. Il governatore di Roraima finanziò nientemeno che l’invasione di un’area degli Yanomami vicina alla Serra das Surucucùs, mandando dei taxi-aerei a lasciare i garimpeiros su una pista costruita tempo prima dagli stessi Yanomami. Oltre agli avventurieri vi furono anche alcuni pseudoscienziati che, alla ricerca di celebrità e dell’Eldorado, eccitarono la fantasia del popolo con notizie sensazionalistiche, quali la scoperta di piramidi nella regione.

1984: considerazioni finali
Negli ultimi anni parecchie autorità brasiliane si sono espresse in termini favorevoli alla creazione del parco yanomami. Tuttavia si è trattato per la maggior parte dei casi di promesse demagogiche, tendenti a scoraggiare la campagna di sensibilizzazione al problema. In realtà l’unica vera misura adottata è stata la “interdizione” di un’area, attraverso il decreto ministeriale GM n.025 del 29.3.1982. Questo provvedimento ha però un’importanza molto relativa, perché “area interdetta” è un’area da studiare, che può, o meno, passare ed essere riconosciuta come riserva indigena; è un provvedimento provvisorio che può essere sospeso in qualsiasi momento; inoltre non è mai stato rispettato: centinaia di invasori che dal 1981 sono penetrati nel Furo de Santa Rosa, nell’area interdetta, fino ad oggi non sono stati fatti evacuare e costituiscono uno dei principali centri di propagazione di malattie che stanno decimando gli Yanomami. Recenti iniziative del governo brasiliano dimostrano che, invece di far rispettare le leggi già esistenti, si tende a modificarle per renderle più complesse e di più difficile applicazione, a scapito degli Indios. Il decreto n. 88118 del 23.2.1983 revoca disposizioni anteriori e apporta modifiche pericolose: toglie alla FUNAI la competenza esclusiva della demarcazione delle terre indigene; introduce un dato nuovo e vago nella definizione delle aree indigene prendendo in considerazione l’interesse pubblico, l’interesse indigeno, i problemi sociali e altri vaghi pretesti. La demarcazione della terra indigena è così tolta dal contesto culturale dei popoli indigeni per entrare nel mito della sicurezza nazionale. Nell’ottobre scorso il presidente della Repubblica Brasiliana, senza consultare il Congresso nazionale, ha emesso un decreto con il quale facilita ancora di più l’invasione di terre indigene per l’estrazione di minerali. Sulla scia di questo decreto assumono maggiore importanza le reiterate richieste di alcuni deputati per autorizzare l’estrazione di minerali anche nel cuore dell’area yanomami, dove vivono almeno 4.000 Indios senza contatto con i bianchi. Questo può essere l’inizio della fine del popolo yanomami, come è stato ampiamente dimostrato da iniziative simili prese in passato. Il ministro dell’interno brasiliano ha più volte dichiarato che non sarebbero mancati finanziamenti per l’assistenza agli Indios e la demarcazione delle loro terre. In effetti ciò non si sta verificando, tanto è vero che gli stanziamenti destinati a questo fine sono stati drasticamente ridotti. Non più tardi del luglio scorso, ad esempio, l’ufficio regionale della FUNAI di Boa Vista, che è responsabile dell’assistenza alla maggior parte degli Yanomami in Brasile, non aveva i soldi necessari per comprare comunissimi antielmintici. Come si può conciliare questo con le misure che il ministero dell’Interno brasiliano dice di aver preso nel gennaio del 1982? Da oltre quindici anni gli esperti stanno sollecitando in ogni modo la “creazione del parco indigeno yanomami”. Fino ad ora ci sono state solo infinite promesse e rinvìi. Ci sentiamo umiliati ed impotenti di fronte a questa situazione che ci può rendere partecipi di un ennesimo genocidio. Noi crediamo che la lotta cominciata debba continuare. Il potere pubblico deve rendersi conto che la nazione è disposta a collaborare e a dare forza quando agirà a favore degli Indios, deve prendere coscienza delle responsabilità che gli competono di fronte a tutta l’umanità, deve sapere che non ci lasceremo stornare e che siamo ancora disposti a lottare, se ce ne sarà bisogno, per il bene degli Yanomami.

Note.

(1) SPI = Servizio di protezione agli Indios, estinto nel 1968, dopo la denuncia di responsabilità in atti di genocidio, e sostituito poi con la FUNAI, ossia Fondazione nazionale dell’indio che, grosso modo, ha esercitato fino ad ora la stessa funzione. Compito della FUNAI è quello di tutelare gli Indios, che per legge sono considerati minorenni.

(2) Il 31 marzo del 1964 i militari brasiliani, con un colpo di stato, presero il potere che mantengono tuttora.

Fonte: http://www.rivistaetnie.com
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » sab nov 23, 2019 8:34 am

???

Cristoforo Colombo era un indegno assassino, torturatore, schiavista. Lui di persona personalmente
11 ottobre 2017

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/1 ... e/3906944/

Aborriamo le persone aggressive che vanno a distruggere le statue degli altri. Compatiamo la povertà morale di chi distrugge statue di pubblica proprietà, tanto più se sono antiche. Le vestigia del passato vanno rispettate perché ci permettono di comprendere nel bene e nel male i nostri avi. Ma comunque Cristoforo Colombo, un italiano, era un assassino, torturatore, schiavista, e bisogna rompere questa italica censura sulla verità dei fatti e insegnare ai ragazzini che di Colombo c’è da vergognarsi che fosse italiano, tale quale a Totò Riina.

Egli portò centinaia di schiavi in Europa (600 nella seconda spedizione) e moltissimi ne fece nelle Americhe, incurante che morissero a migliaia tenuti in condizioni tanto orrende che cento di essi arrivarono a suicidarsi collettivamente. Infliggeva ai disobbedienti amputazioni di braccia, orecchie o nasi. Mai intervenne poi in difesa dei nativi vessati in ogni sadica maniera dalla sua orda che arrivò a dar da mangiare carne umana ai cani.

Fa orrore al senso di giustizia sentire i campioni della disinformazione difendere un tale criminale dicendo: erano i tempi antichi, così facevan tutti; come se allora la sensibilità umana e il rispetto non potessero esistere. Quasi che Gesù, Buddha e Maometto non avessero affermato, secoli prima, l’amore tra tutti gli uomini. Tanto è che le aberrazioni di Cristoforo, cane rognoso, crearono sgomento tra i suoi contemporanei, dotati di grazia di Dio, come Las Casas che scrisse pagine sanguinanti di dolore per l’abominio al quale in terra americana aveva assistito. Fin dalla prima spedizione di Colombo ci fu chi protestò per l’aggressione ai danni degli indios tanto che il re di Spagna arrivò a promulgare il divieto di ridurli in schiavitù. Una legge che durò peraltro poco perché la lobby schiavista riuscì a ottenerne l’abolizione, ma comunque il fatto che questa legge entrò in vigore è la prova che ci fu chi si oppose a questo abominio.

E quindi ci sentiamo in dovere di reagire a questo fiume di italiche, razziste, disinformate parole, che dipingono Colombo come grande esploratore innocente per le successive atrocità che devastarono l’America e i popoli che là vivevano da millenni.

Per affermare visibilmente questo, e dare pace ai morti, in occasione del Columbus Day, il 12 ottobre diffondiamo il video del processo a Colombo tenutosi presso la Libera Università di Alcatraz, con Mario Pirovano nel ruolo dell’avvocato difensore e Jacopo Fo a sostenere l’accusa. Durante detto procedimento sono state prese in considerazione solo testimonianze redatte dai testimoni degli eventi, in primo luogo i diari di Cristoforo Colombo stesso, il quale non fa segreto delle proprie malefatte ma anzi se ne vanta in questi testo, indirizzati ai reali di Spagna allo scopo di dimostrare le potenzialità economiche dello schiavizzare gli indios e ottenere quindi la reale approvazione e il conseguente sostegno.

Alla fine del procedimento penale in contumacia, Colombo Cristoforo è stato condannato alla Damnatio Memoriae, cioè alla dannazione della memoria, antica pena che è stata subitamente messa in atto tramite la copertura di una statua dell’imputato (appositamente realizzata dal grande scultore Berico).
Vorremmo con questo gesto demolire l’idea che si possa accumunare noi, in quanto italiani, a quello spregevole incursore e fare atto di risarcimento nello spirito, verso le innumerevoli vittime causate dall’operare di questo ignobile antenato.
Che Dio abbia pietà della sua anima.
Che Dio abbia pietà di tutti coloro che non provano dolore per la sofferenza altrui: essi sono morti alla vita.

P.S. In spagnolo il verbo explorar (= esplorare) e il verbo explotar (= sfruttare) differiscono per 1 sola lettera, mentre in portoghese il verbo explorar ha entrambi i significati di “esplorare” e “sfruttare” a dimostrare quanto fosse radicata fin nel linguaggio l’intenzione dei colonizzatori.


Gli Indios sono Uomini: la Sublimis Deus di Paolo III (1537)

https://zweilawyer.com/2014/06/10/gli-i ... -iii-1537/

La Sublimis Deus è una bolla papale del 1537 relativa alla questione degli Indios. Di solito, nel novero delle malefatte cristiane si inserisce (tanto per non farsi mancare nulla) la questione degli Indios. Da una certa storiografia politicizzata, disinteressata alla vera ricerca storica, sono usciti libri ed articoli su conversioni forzate, omicidi e altre nefandezze operate dai missionari sui nativi americani. Si tratta, per la maggior parte, di pattume storiografico.

Lungi da me sostenere una visione idilliaca della Chiesa Rinascimentale, ma forse andrebbero diffuse in misura maggiore alcune delle fonti relative al pensiero cristiano di quel periodo.

Nel giugno 1537, Papa Paolo III, ovvero Alessandro Farnese, emanò la Bolla “Veritas Ipsa” (o “Sublimis Deus“). In questa era contenuta un’affermazione dirompente: “Indios veros homines esse“. La disputa sull’umanità degli Indios andava avanti da qualche decennio, divisa fra il potere laico, che era interessato a deumanizzarli per poterli schiavizzare, e il potere ecclesiastico, che li riteneva uomini a tutti gli effetti (non che fosse un amore disinteressato, visto che si trattava di un nuovo bacino di papabili fedeli). Senza indugiare oltre, riporto il testo della Sublimis Deus. Vi consiglio di leggerlo in modo oggettivo, lasciando da parte i pregiudizi menzionati:

A tutti i fedeli cristiani che leggeranno questa lettera salute e benedizione apostolica. Il Dio sublime tanto amò la razza umana che creò l’uomo in maniera tale che non solamente potesse partecipare del bene di cui godono le altre creature, ma fosse anche dotato della capacità di arrivare a raggiungere il bene supremo invisibile ed inaccessibile e di contemplarlo faccia a faccia; e per quanto l’uomo, in accordo con la testimonianza delle Sacre Scritture, sia stato creato per godere della felicità della vita eterna che nessuno può conseguire se non attraverso la fede in Nostro Signore Gesù Cristo, è necessario che possieda le doti naturali e la capacità per ricevere questa fede; e chiunque di tali doti sia provvisto deve essere capace di ricevere la stessa fede.

Né è credibile che esista alcuno con così poco intendimento da desiderare la fede e tuttavia essere privo delle facoltà necessarie per ottenerla. Dunque Gesù Cristo, che è la verità stessa che non ha mai errato né può errare, disse ai predicatori della fede da lui prescelti per quel compito :”Andate ed insegnate a tutte le genti”. A tutti, disse, senza eccezione, posto che tutti sono capaci di essere istruiti nella fede; la qual cosa vedendo il nemico del genere umano, che si oppone sempre alle buone opere per portare gli uomini alla distruzione, provando invidia verso il genere umano, inventò un metodo fino ad allora inaudito per impedire che la parola divina di salvezza fosse predicata alle genti per la loro salvezza e incitò alcuni dei suoi accoliti, che per compiacerlo si trovarono ad affermare che gli indios occidentali e meridionali ed altre genti di cui abbiamo recente conoscenza, con il pretesto che ignorano la fede cattolica, debbono essere sottoposti alla nostra obbedienza come se fossero animali e li ridussero in servitù, obbligandoli con tante sofferenze come quelle che si usano con le bestie.

Noi che, sebbene indegni, esercitiamo sulla terra le veci di Nostro Signore e che con tutte le forse cerchiamo di portare all’ovile del suo gregge quanti ci sono stati affidati e che sono fuori dal riparo affidato alla nostra cura, consideriamo tuttavia che gli stessi indios, in quanto uomini veri quali sono, non solo sono capaci di ricevere la fede cristiana, ma, come ci hanno informato, anelano sommamente la stessa; e, desiderando di rimediare a questi mali con metodi opportuni, facendo ricorso all’autorità apostolica determiniamo e dichiariamo con la presente lettera che detti indios e tutte le genti che in futuro giungeranno alla conoscenza dei cristiani, anche se vivono al di fuori della fede cristiana, possono usare in modo libero e lecito della propria libertà e del dominio delle proprie proprietà; che non devono essere ridotti in servitù e che tutto quello che si è fatto e detto in senso contrario è senza valore; [allo stesso modo dichiariamo] che i detti indios ed altre genti debbono essere invitati ad abbracciare la fede in Cristo a mezzo della predicazione della parola di Dio e con l’esempio di una vita edificante, senza che alcunché possa essere di ostacolo.

Data in Roma, l’anno 1537, anno III del nostro pontificato

Ovviamente ci sono inviti all’evangelizzazione e tutti i necessari richiami a Cristo, ma avessi estratto solo la parte in neretto e l’avessi attribuita a un abolizionista americano del XIX secolo, magari al Presidente Lincoln, molti l’avrebbero reputata innovativa. Ecco, l’ha scritta un Papa. Quasi cinquecento anni fa.

Uno dei principali fautori di un intervento papale sulla condizione degli indigeni americani fu Julian Garcés, vescovo di Tlaxcàla. Nel 1536 spedì una missiva a Paolo III che, raccontando le affermazioni dei coloni spagnoli, diceva:

“… provenienti dalla gola di avarissimi cristiani, la cui cupidigia è tanto grande che, volendo appagare le loro brame, giungono ad dire che delle creature fatte ad immagine del sapiente Iddio sono dei bruti animali.“

Alcuni sacerdoti cristiani appoggiavano purtroppo questa concezione, prendendosi il monito di Garcés. Ma la Sublimis Deus rompe definitivamente, almeno dal punto di vista formale, questa concezione.

Per avere un quadro più chiaro sulle posizione politico-religiose degli europei nei confronti degli Indios, consiglio di proseguire con la lettura di Indios: Uomini o Animali?
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » sab nov 23, 2019 8:35 am

Subito dopo la scoperta e la conquista delle Americhe, la questione degli indios brutalmente colonizzati venne posta dai missionari domenicani e...
LA PRIMA CARTA DEI DIRITTI UMANI NACQUE NEL NUOVO MONDO
di RENZO PATERNOSTER

http://win.storiain.net/arret/num110/artic6.asp

La storia dell'America Latina versione occidentale inizia nella notte fra l'11 e il 12 ottobre 1492, quando dalla coffa della caravella Pinta si levò un grido: «Tierra, tierra!». Il mattino dopo, Cristoforo Colombo, più che mai convinto di trovarsi nell'Asia orientale, pose piede sull'isola di Guanahani (nel gruppo delle Bahama), da lui subito ribattezzata San Salvador. Nessuno fu consapevole che era stato appena scoperto un nuovo mondo.
Nel primo viaggio di Colombo, nessun sacerdote missionario figurava nella spedizione, giacché il viaggio aveva lo scopo di trovare una nuova rotta per il commercio con l'Oriente. Colombo tuttavia incontrò un'etnia indigena sconosciuta, chiamata Taínos, un mondo popolato di uomini e donne ignare di Cristo: «Vanno ignudi, uomini e donne, come le loro madri li hanno partoriti [.]. Mi parve che non abbiano alcuna religione», annotava Colombo nella sua relazione.
La presenza di questa gente, permise a fra Bernardo Boyl, ai francescani laici Juan de la Deule e Juan de Tisin, e al geronimita Roman Pane, di accompagnare Colombo nel 1493 nel suo secondo viaggio. Fra Boyl era dotato di ampi poteri di delegato apostolico, concessi dalla bolla pontificia Piis fidelium del 25 giugno 1493. L'esplorazione del sub-continente iniziò nel 1498, durante il terzo viaggio di Colombo.
Il "dominio iberico" iniziò intorno alla metà del XVI secolo, anche se gli spagnoli occupavano soltanto tre territori delle Grandi Antille (Haiti, Cuba, Puerto Rico), il Messico e il Perù; mentre i portoghesi s'insediarono sul litorale brasiliano presso Santos (colonia di São Vicente). Le nuove colonie iberiche furono legate alla madrepatria da un rapporto di dipendenza assoluta e diretta.
Dopo i primi audaci conquistadores, turbe di spregiudicati hidalgos (dallo spagnolo hijo de algo, ossia figlio di qualcuno, vale a dire nobile) castigliani s'imbarcarono per il Nuovo Mondo. L'emigrazione spagnola fu regolata direttamente dallo Stato, attraverso un apposito istituto, la Casa de Contratación de las Indias. Essa aveva il compito di controllare le richieste per recarsi nel Nuovo Mondo, ma aveva anche il compito di controllare tutti i movimenti commerciali da e verso l'America.
L'incontro con i selvaggi di quella parte del mondo fu all'inizio amichevole. Anzi, inizialmente i popoli indigeni del Nuovo Mondo accolsero come dèi gli uomini giunti dal mare, con quelle grandi barche e quegli strani animali (il cavallo). Aztèchi e Incas credettero che le divinità Quetzalcóatl (dio civilizzatore aztèco) e Viracocha (dio supremo inca), scomparsi a di là del mare, sarebbero tornati per portare la suprema realizzazione civilizzatrice in quelle terre. Tale ritorno, secondo le loro profezie, sarebbe approssimativamente coinciso nell'anno Ceacall del Messico e durante il regno del dodicesimo Inca Atahualpa in Perù; periodo che corrispondeva grosso modo all'arrivo degli europei in America. Per questo i conquistatori furono accolti con riverenza. Moctezuma II accolse Hernán Cortés offrendo il proprio regno come dono.
In Perù i conquistatori furono invece descritti come viracochas, ossia discendenti del loro Dio supremo e creatore di tutte le cose. Tuttavia, i nuovi venuti non furono considerati tali da tutti. Gli yucatechi (i maya dello Yucatán) li definirono immediatamente come dzules (stranieri). Per chi considerò gli europei come dèi la delusione fu però immediata: dopo essersi accorti che quegli uomini venuti dal mare stavano per dominarli, iniziarono a difendersi, ma ben presto raccolsero un'amara sconfitta.

Il dibattito sulla conquista e sugli eccessi dei colonizzatori europei è da sempre aperto: da una parte c'è l'accusa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dall'altra la convinzione che quei popoli non furono vittima di alcun eccesso ma i beneficiari della civiltà e del messaggio del Cristo.
La nobile responsabilità di portare il Vangelo a quei popoli che ancora l'ignoravano, di cui l'europeo si sentì investito, fu invocata come alibi per le spoliazioni e per gli eccessi d'ogni genere contro quei popoli considerati primitivi e senza governo. L'europeo si sentì quasi incaricato dalla storia di diffondere la propria cultura, perché egli si riconobbe portatore di una civiltà superiore, perfetta.
La pratica del requerimiento, ossia un'ingiunzione rivolta agli indigeni affinché accettassero pacificamente la sovranità spagnola e la religione cattolica, servì agli iberici arrivati nel nuovo continente per giustificare l'asservimento degli indios e per praticare, al contempo, conversioni forzate.
Autore del requerimiento fu il giurista regio Palacios Rubias. Esso è un testo, datato 1514, che stabiliva le ragioni giuridiche della conquista. In pratica un documento che i conquistatori dovevano leggere nei villaggi appena conquistati. Una dichiarazione che iniziava con la storia della creazione del mondo e del pontefice che ne assumeva il potere spirituale in nome del Cristo. Ovvia conseguenza, per chi avesse rifiutato tali disposizioni, era la violazione di un "volere" divino. Peccato che la lettura del documento avvenisse in spagnolo, lingua ovviamente sconosciuta agli indios, e che nessuno di quella gente potesse ribattere.

Il dibattito sulla natura degli indios caratterizzò la forma con cui la cultura europea iniziò a discutere del Nuovo Mondo. Tutte le posizioni che via via emergeranno condividevano tuttavia un pregiudizio di partenza: la superiorità degli europei rispetto agli indios.
Nel dibattito sulla natura degli indios e quindi sulla legittimità della conquista europea del Nuovo Mondo, venne rispolverata e applicata agli abitanti di quelle terre la dottrina aristotelica sulla schiavitù. Il filosofo greco ammetteva due tipi di schiavitù: quella riservata ai prigionieri di guerra (i cosiddetti schiavi civili) e la schiavitù naturale. Mentre la prima è ovviamente legata a particolari circostanze storiche, la schiavitù naturale ha il suo fondamento nella stessa costituzione nativa degli individui: nella mancanza della ragione e della incapacità di gestire se stessi. Da questo presupposto deriva che non tutti gli uomini sono capaci di governarsi. Infatti, non tutti gli uomini sono dotati di una ragione sufficientemente sviluppata da distinguere e perseguire ciò che concorre propriamente al loro bene. Da qui ne consegue che non sapersi governare vuol dire anche non saper contribuire all'ordinata convivenza, e dunque mettere a repentaglio l'ordine del coesistere nella polis.
In questo modo gli uomini capaci di ragione matura hanno, non solo il diritto di essere liberi cittadini, ma anche quello di governare la vita di quelli incapaci a governarsi da sé. Quest'ultimi sono destinati, non per scelta arbitraria dei primi, ma per propria disposizione naturale a obbedire ai primi e a servirli.
La teoria aristotelica sulla schiavitù naturale fu applicata alle popolazioni del Nuovo Mondo.

Nel 1510 arrivarono alla Isla Española i primi domenicani, guidati da padre Pedro de Córdoba. Questi rimasero sgomenti dalla condizione in cui le popolazioni locali si trovavano sotto gli spagnoli. Il loro superiore, Pedro de Córdoba, di comune accordo con gli altri, incaricò padre Antonio de Montesinos di predicare ai coloni la loro colpa per l'oppressione che stavano esercitando sugli indios. Nella quarta domenica d'Avvento del 1511, padre Montesinos, durante una celebrazione, ammonì tutti i presenti: «Vox clamantis in deserto [.] siete tutti in peccato mortale, e in esso vivete e morirete, per la crudeltà e tirannia che usate verso queste genti innocenti. [.] Con che diritto e con che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Con quale autorità avete condotto sì detestabili guerre contro queste genti che vivevano mansuete e pacifiche nelle loro terre, in queste terre dove in numero infinito li avete annientati con morti e scempi di cui mai s'era udito prima? Come potete tenerli così oppressi e fiaccati, senza nutrirli né curarli nelle loro malattie, sì che per le eccessive fatiche vi muoiono tra le mani, o per meglio dire li uccidete, onde cavarne oro da accumulare un giorno dopo l'altro?[.] Non sono essi uomini? Non hanno un'anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?[.] Tenete per certo che a cagione del modo in cui vivete non potrete salvarvi più di quanto lo possano fare i mori e i turchi che ignorano o rifiutano la fede di Gesù Cristo».
Padre Antonio terminò la sua predica minacciando che, da quel momento in poi, i domenicani avrebbero rifiutato il sacramento della comunione a tutti quelli che avrebbero continuato a mantenere un atteggiamento violento verso gli indios.
Dalla requisitoria sugli abusi da parte di padre Montesinos scaturirono sia le controversie sulla natura della colonizzazione e sul diritto degli indios, sia i progetti riformistici di alcuni religiosi per arrivare ad una evangelizzazione pacifica, che proteggesse la libertà individuale e le libertà socio-politiche degli indios.
Il governatore di Hispaniola, Diego Colombo, in seguito all'accusa rivolta dal frate di sostenere e predicare dottrine che mancavano di rispetto al re e al suo governo, portò la causa a corte per avere il giudizio reale. In un primo momento, il re Ferdinando e il cardinale francescano Francisco Ximénez de Císneros (arcivescovo di Toledo), dopo aver formato una commissione d'inchiesta, definirono senza fondamento le eloquenti rimostranze dei domenicani; in seguito, convinti da altre prove, si promulgarono le leggi di Burgos (1512). In queste leggi si dava formale riconoscimento ai diritti degli indios come sudditi del re spagnolo. E in qualità di "sudditi liberi del Re", essi potevano tuttavia essere obbligati a rendere determinate prestazioni materiali per ripagare l'istruzione e i servigi spirituali resi loro dalla Corona e dai coloni, ma mai in qualità di schiavi. Gli abusi tuttavia non cessarono.
Ai primi domenicani si aggiunsero altri frati nel denunciare le ingiustizie e gli abusi del requerimento, a cui gli indios dovevano sottostare. In questa direzione si orienteranno le altre ordinanze reali, ma anche le bolle pontificie. Papa Adriano VI emanò, il 9 maggio 1522, la bolla Omnimoda auctoritas pontificia, in cui dava disposizioni su come trattare gli indios, regolando l'attività dei missionari.
La denuncia di padre Montesinos fu ascoltata da un encomendero: Bartolomé de Las Casas.

Bartolomé de Las Casas, figlio di un compagno di viaggio di Cristoforo Colombo, ha i suoi primi contatti con il Nuovo Mondo nel Natale del 1499, quando suo padre Francesco gli dona un paggio indio, portato da Hispaniola (quel giovane indio resterà poco con lui, perché nel 1500 verrà ricondotto nella propria terra per mandato della regina Isabella di Castiglia, contraria a qualunque forma di schiavitù delle popolazioni indigene). Nel 1502 s'imbarca per il Nuovo Mondo con la spedizione di Nicolas de Ovando, per prendere possesso della encomienda paterna nell'isola di Hispaniola. Ordinato sacerdote secolare nel 1510 (egli è il primo a ricevere quest'ordine sacro nelle colonie), accompagna Velasquez, nel 1513, nella conquista di Cuba. Rimanendo fortemente turbato dalla violenta campagna militare, per la conquista del territorio, il 15 agosto 1514 consegna al governatore Velázques la sua rinuncia all'encomieda. Da questo momento si dedica, sino alla sua morte (1566), alla difesa degli indios, predicando l'ingiusto sistema coloniale; perché quando giunsero «tra questi agnelli mansueti» gli spagnoli, arrivarono «come lupi, tigri e leoni crudelissimi e affamati da diversi giorni».
Tesi di partenza del domenicano, passata alla storia, fu che «né la gloria di Dio, né lo zelo per la fede, né il desiderio di soccorrere il prossimo, né quello di servire il re, era stato il movente della conquista, ma solo l'avidità e l'ambizione» di spregiudicati e avidi personaggi.
Famoso per la sua Historia general de las Indias, egli è considerato dalla storia "protettore degli Indios". Sua è anche l'opera Brevíssima relación de la destrucción de las Indias, uno scritto nato come memoriale e presentato nel 1542 a Carlo V (con una dedica al futuro Filippo II), per sollecitare un intervento riformatore della Corona contro gli abusi del sistema.
Bartolomé scrive quest'opera perché, come si legge nel prologo, sente il dovere morale di denunciare quei misfatti per non essere indirettamente complici: «Io ho deciso, per non essere reo, tacendo [.] di mettere a stampa». Il documento è stato strumentalizzato in funzione anti-spagnola e anti-cattolica dalla propaganda dei Paesi protestanti.
Dure furono le parole di disapprovazione di Las Casas sul requerimiento: «Perniciosissima è sempre stata la cecità che hanno avuto coloro cui è affidato il governo delle Indie. Ed è ben vero quello che si dice: l'applicazione delle disposizioni e delle ordinanze relative alla conversione e alla salvazione di quelle genti è stata sempre, per quel che concerne le opere e gli effetti conseguenti, rimandata e posposta, anche se con finte parole si è preteso e simulato il contrario. Tale offuscamento ha raggiunto il colmo quando sono state escogitate, comandate e messe in pratica certe intimazioni da fare agli indiani, con le quali si ingiunge loro di adottare la fede e di rendere obbedienza ai re di Castiglia, pena la guerra a fuoco e a sangue, la morte e la schiavitù. Come se il figlio di Dio, che si è pur sacrificato anche per ognuno di loro, col dire, a proposito della sua legge, euntes docete omnes gentes, avesse ordinato di fare tali ingiunzioni agli infedeli che vivono pacifici e tranquilli nelle loro terre; come se avesse comandato che poi, senza predicazione alcuna né dottrina, se questi non si fossero piegati subito a osservarla e non si fossero dati corpo e anima alla signoria di un re mai visto né conosciuto, a un re dai sudditi e dai messaggeri tanto crudeli, spietati e orribilmente tirannici [...]
E una cosa assurda, stolta, degna d'ogni ludibrio e vituperio: dell'inferno. Questo tristo e sventurato governatore veniva dunque con istruzione di fare le dette intimazioni repugnanti, irrazionali e ingiustissime. E per darvi maggiore legalità egli, o per esso qualche brigante che a ciò delegava, si conduceva in questa maniera. [...] ».

La violenta opposizione dei coloni, colpiti nei loro interessi dalla predicazione, costrinse Bartolomé de Las Casas ad andare direttamente dal re, in Spagna. Nel 1515, aiutato dai domenicani, s'imbarcò per l'Europa assieme a padre Montesinos, arrivando a Siviglia il 6 ottobre. Anche se ricevuti con indifferenza a corte (re Ferdinando era ormai moribondo), i due religiosi ottengono, grazie all'appoggio del cardinale Francisco Ximénez de Císneros, l'istituzione di una commissione d'inchiesta - formata da tre frati geronimiti e da un giurista - con l'autorità di indagare sugli abusi dei coloni. Il 17 settembre del 1517 Bartolomé è nominato "Chierico procuratore delle Indie", e l'11 novembre ritorna in America accompagnato dalla commissione che avrebbe dovuto indagare sull'operato dei coloni. Insoddisfatto dell'inchiesta, decide di far ritorno in patria. In Spagna inizia a tempestare di denuncie la corte del principe Carlo (nipote di Ferdinando e Isabella), diventato nel frattempo re di Spagna. Las Casas comincia a pensare ad un piano di colonizzazione pacifica delle Indie, istituendo dei villaggi-comunità di agricoltori ispano-indi. Questa proposta, avversata da molti, è presentata a Carlo V e al cardinale Cisneros, il 12 dicembre 1519. Il re, in seguito alle pressioni del frate, indice una riunione, convocando lo stesso domenicano e il vescovo di Panamá, Juan de Quevedo, oppositore del progetto di Las Casas. Il domenicano, con un grande discorso riesce a strappare al sovrano il consenso per la realizzazione del suo progetto, da attuarsi sulla costa di Paria nella regione di Cumaná, a nord dell'attuale Venezuela. In cambio Las Casas promette i vantaggi economici che sarebbero derivati dalle pratiche agricole e dalla raccolta di perle.
Il progetto di Las Casas ricalcava pressapoco i concetti scritti da Thomas More nel suo De otimo republicae statu deque nova insula utopia, del 1516. Il modello che il frate domenicano propose era quello di una società agricola, fortemente comunitaria. Infatti, secondo Bartolomé de Las Casas, l'encomienda sarebbe stata sostituita da una gestione collettiva, dove si sarebbero introdotti anche animali da soma, importati dall'Europa, per evitare lo sfruttamento fisico degli amerindi. Per quanto riguardava l'evangelizzazione, egli elaborò un programma quinquennale per una conversione graduale dei popoli della regione. Il frate era convinto che la richiesta fatta agli indios, di aderire ad una fede diversa da quella che sino allora praticavano, non poteva avere un'immediata adesione. Per questo l'arma più efficace fu considerata la pazienza e la perseveranza.
Nel 1520 Bartolomé, con un gruppo di quattordici contadini e una cinquantina di domenicani, s'imbarca per l'America. La sosta a Santo Domingo è fatale per il progetto del domenicano: un gruppo violento di uomini arriva a Cumaná prima del gruppo guidato da Las Casas, e utilizzando la pratica dello sterminio, procura alla popolazione locale odio e rancore verso gli stranieri giunti da lontano. All'arrivo dell'ignaro gruppo guidato dal domenicano, la popolazione locale manifesta la propria diffidenza verso gli stranieri, uccidendo una parte degli uomini della comitiva. Fra Bartolomé riesce a sopravvivere all'eccidio.
Il principale antagonista di Las Casas e di chi difendeva gli indios fu il filosofo Juan Ginès de Sepùlveda. Autore del Democrates secundus de justis belli causis, scritto nel 1547, egli incitava alla guerra giusta contro i selvaggi nativi del Nuovo Mondo, respingendo l'idea di ogni loro forma di intelligenza e rimarcando soprattutto il carattere violento e pagano della loro religione dedita al sacrificio umano. Per Sepùlveda la servitù a cui gli indios dovevano sottostare era del tutto naturale, poiché - scriveva nel Democrates - «con perfetto diritto gli spagnoli comandano su questi barbari del Nuovo mondo e delle isole adiacenti, i' quali, per senno, ingegno, virtù ed umanità sono tanto inferiori agli spagnoli quanto i bambini agli adulti e le donne agli uomini; c'è infatti fra questi tanta differenza quanto quella fra genti selvagge e crudeli e genti clementissime, fra i prodigiosamente intemperanti ed i contenuti e moderati, e, direi quasi, fra scimmie e uomini»
E a chi obiettava le sue tesi ricordando anche la presenza di complesse civiltà amerinde con la presenza di strutture edili finemente elaborate, Sepùlveda affermava che anche tra gli animali ci sono alcuni in grado di costruire delle elaborate strutture: «Il fatto poi che alcuni di loro sembrino avere dell'ingegno, per via di certe opere di costruzione, non è prova di una più umana perizia, dal momento che vediamo certi animaletti, come le api e i ragni, costruire opere che nessuna attività umana saprebbe imitare».
Las Casas cercò di ostacolare la pubblicazione del manoscritto del filosofo, appellandosi anche alla Santa Sede. Nella discussione pubblica richiesta da Sepùlveda, tenutasi a Valladolid nel 1550, i giudici non decretarono alcun verdetto, ma il filosofo non ottenne l'autorizzazione a pubblicare il suo manoscritto.
Bartolomé de Las Casas non fu il solo che cercò di essere coscienza critica nei confronti di una insediamento europeo crudele. Molti altri hanno lavorato in favore dei popoli amerindi, cercando di separare la colonizzazione dall'evangelizzazione. Ricordiamo fra i tanti, anche altri domenicani come Francisco da Vittoria, Domenico de Soto, Melchiorre Cano, Bartolomeo da Medina, i francescani Nicola Herborn, Antonio da Cordova, Giovanni Focher, Toríbio de Benavente (soprannominato dagli aztechi Motolinia, poverello); il mercedario Bartolomé de Olmedo; ed altri ancora.

Il teologo domenicano Francisco de Vitoria consacrò i diritti dei popoli aborigeni, divenendo il precursore della Carta dei diritti dell'uomo che poi vedrà la luce nel 1789 e dello ius gentium adottato dall'Assemblea delle Nazioni Unite nella dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948.
Francisco de Vitoria nacque a Burgos nel 1483 e, poco più che ventenne, entrò nell'ordine dei domenicani. Compiuti gli studi di teologia a Parigi e dopo aver insegnato per tre anni nel collegio di San Gregorio in Valladolid, dove nel 1925 conseguì il Magistero in sacra Teologia (il più alto grado accademico dell'ordine domenicano), nel 1526 ottenne l'importante cattedra di « Prima de Teologìa » a Salamanca nel convento di San Esteban sede della più famosa università spagnola, dove insegnò fino alla morte (1546).
Nel 1539 De Vitoria istituì il primo corso universitario sul Nuovo Mondo. Importanti e famose sono le sue relectio, ossia lezioni straordinarie che il docente doveva tenere una volta l'anno alla presenza di tutto il corpo accademico (il termine relectio deriva dal fatto che il docente tornava a trattare o ridiscutere un punto concreto già sommariamente abbozzato nelle lezioni ordinarie del corso).
Tra queste "lezioni speciali" spiccano due che rivoluzionarono il modo di pensare del tempo: esse furono le due Relectiones de Indis, in cui il domenicano elaborò la teoria del diritto naturale di tutti gli uomini, quindi anche per i popoli del Nuovo Mondo. La prima, dal titolo De Indis recenter inventis, fu tenuta agli inizi del gennaio 1539, la seconda, dal titolo De Indis, sive de jure belli Hispanorum in barbaros, fu tenuta il 19 giugno dello stesso anno.
Per de Vitoria il diritto alla scoperta è destituito di ogni fondamento perché gli indios, prima dell'arrivo degli spagnoli, erano legittimi domini delle loro terre. II fondamento del loro dominio è la natura razionale: «Sola creatura rationalis habet dominium sui actus», perché, come insegna san Tommaso, uno è padrone dei suoi atti quando è capace di scegliere: dunque solo l'uomo (non l'animale) e tutti gli uomini. Quindi, confutando le tesi ispirate alla teoria aristotelica della schiavitù naturale e basandosi sul principio evangelico dell'uguaglianza di tutti gli uomini in quanto immagine di Dio, de Vitoria formulò la piena dignità umana degli indios americani. Per il telogo non ci sono schiavi naturali in senso proprio, ma soltanto schiavi civili (per esempio prigionieri di guerra). Sulla base di questo concetto, il teologo domenicano attribuì ai nativi del sottocontinente americano il diritto alla vita, alla libertà fisica e alla libertà religiosa.
A riprova delle sue tesi, de Vitoria sostiene nelle Relectio de Indis: «Hanno nelle loro cose una certa organizzazione, dal momento che hanno città ben governate, hanno matrimoni ben definiti, magistrati, signori, leggi, arti e commercio: cose tutte che richiedono l'uso della ragione; hanno inoltre una forma di religione». Il fatto che sembrino così immaturi e senza senno «penso venga in massima parte dalla loro cattiva e barbara educazione: anche in mezzo a noi vediamo molte persone della campagna che differiscono di poco dagli animali privi di ragione».
Il teologo domenicano contesta pure quelli che considera i "titoli illegittimi" della conquista, in particolare, l'imperatore non è sovrano del mondo e l'autorità spirituale del papa non si estende ai non credenti e non lo rende un sovrano temporale.
Per de Vitoria l'Imperatore non è signore del mondo intero, perché sul piano del diritto naturale tutti gli uomini sono liberi, salvo per quanto attiene al "dominio paterno" (padre sui figli) e al "dominio maritale" (marito sulla moglie). Perciò «non c'è nessuno che per diritto naturale abbia il dominio del mondo intero». Questa tesi fu discussa dal teologo domenicano già nel De potestate civili, una relectio di qualche anno prima, in cui si argomentava che la sostanza del potere politico è di diritto divino, perché l'uomo è per natura un essere sociale; ma i modi di governo e la determinazione di chi debbano essere i governanti sono di diritto positivo: ogni collettività sceglie i propri capi. Così, occupando le province degli indios, l'imperatore diviene signore per giurisdizione e non per proprietà.

Anche il papa per de Vitoria non ha alcun potere temporale sugli indios ne sugli altri infedeli, poiché egli non ha potere temporale se non in ordine alle realtà spirituali. Anche questa tesi fu già discussa da de Vitoria nel corso del suo insegnamento nel De Potestate Ecclesiae.
Per de Vitoria, tuttavia, gli spagnoli hanno tutto il diritto di muoversi nelle terre degli indios, di abitarvi, di commerciare e di predicare il Vangelo, e quest'ultimi non avrebbero avuto alcuna autorità di proibirglielo, a patto naturalmente che i nuovi arrivati non provocano loro danni. In caso di ostilità da parte degli indios, gli spagnoli possono non solo difendersi, ma anche attaccarli in proporzione «alla loro colpa e ai torti da loro fatti». Un altro motivo legittimo per utilizzare la forza è per de Vitoria il caso in cui gli indios convertiti al cattolicesimo sono vittima dei loro capi che vogliono riportarli all'idolatria con la forza e il timore. In questo caso il papa può dare loro un capo spirituale.
Di rilievo è anche l'anticipazione che de Vitoria dà del "diritto umanitario". Infatti, il teologo afferma che in caso di tirannia o degli stessi governanti indios o delle loro leggi a danno degli innocenti (per esempio, perché sacrificano persone privi di colpa o uccidono persone per mangiarne le carni) è lecito l'intervento esterno anche con l'uso della forza. Scrive De Vitoria: «Da questo punto di vista ha ragione quell'opinione secondo cui possono essere puniti per i peccati contro natura; se si intende, ripeto, quando sono a danno di innocenti».
Il teologo prende in considerazione anche il caso di spontanea decisione degli indios di accettare il governo spagnolo. In tal caso il re di Spagna può sostituirsi al loro capo, poiché qualsiasi popolo ha il diritto di eleggere il suo governante. Per de Vitoria non è necessario il consenso di tutti ma basta il consenso della maggioranza.
Nel corso della sua trattazione, per evitare abusi legati alle sue idee, De Vitoria evidenzia un dato importante: ««Non bisogna mai perdere di vista quello che ho appena detto, perché ciò che è lecito di per sé non diventi cattivo in forza delle circostanze».
Le lezioni di de Vitoria, dunque, rappresentarono un'apprezzabile fatica di porre i giusti fondamenti teologici, filosofici e politici di una colonizzazione secondo i veri princìpi ispirati alla morale cristiana. Ovviamente tali teorie incontrarono forti opposizioni in Europa.

L'intervento di Paolo III. A coronamento della riflessione teologica che in Spagna aveva già formulato i principi fondamentali del diritto degli indios, arrivò l'intervento di papa Paolo III.
Nel 1537 il vescovo di Tlaxcala (Messico), il domenicano Julián Garcés, inviò al pontefice fra Bernardino de Minaya, con documenti riguardanti le missioni nel Nuovo Mondo. Nella lettera inviata a papa Paolo, fra Julián Garcés sostenne la razionalità degli indios e la loro capacità ad accogliere la fede cristiana. In questo documento il vescovo di Tlaxcala elogiò soprattutto i «bambini degli indi», perché imparavano la dottrina cristiana prima di quelli degli spagnoli, in più «non sono chiassosi, né attaccabrighe, non testardi né inquieti, non discoli né superbi, non ingiuriosi né litigiosi, bensì gradevoli ed ubbidienti ai loro maestri». Contro quelli che sostenevano l'opinione dell'incapacità degli indios per la fede cristiana, il frate arrivò a sostenere che in queste convinzioni si era «istigati dal demonio». Ispirandosi all'opera di Bartolomé de Lasa Casas, il domenicano concludeva la sua attestazione affermando che l'oro che bisognava estrarre dalle Indie era la conversione degli indios, rispettandoli e considerandoli «creature razionali fatte a immagine di Dio».
Il colloquio avuto con il frate domenicano, ma soprattutto la lettura dei documenti inviati dal Messico, influirono enormemente sulla riflessione teologica-giuridica che papa Paolo III trasferì in tre documenti pontifici. Tali documenti, pubblicati nei mesi di maggio e giugno del 1537, si occupavano dei diritti degli indios, della condanna dell'abominevole pratica della schiavitù, della pastorale da seguire nei nuovi territori al di là dell'oceano.
Già nel febbraio dello stesso 1537, in una "istruzione" inviata al nunzio pontificio di Lisbona, papa Paolo III aveva accennato al diritto di libertà degli indios. La Corona portoghese aveva vietato il libero transito degli indios verso l'Europa, adducendo il pretesto che essi potevano pericolosamente convertirsi all'ebraismo. Per questo, papa Paolo III osò scrivere nelle istruzioni inviate al suo nunzio, che era ingiusto negargli questo loro diritto, e poi era meglio che detti indios diventassero giudei «per loro cattiva volontà che per la nostra iniquità, non potendo ad ogni modo Sua Maestà violentarli la volontà, che Dio ha fatto libera».
A maggio dello stesso anno, nel breve Pastorale officium, papa Paolo riaffermò che gli indios non avrebbero dovuto essere privati della loro libertà e della loro proprietà. Nella lettera, indirizzata all'arcivescovo Tavera di Toledo, primate della Spagna, Paolo incluse, in appoggio ad alcune direttive umanitarie emanate dall'imperatore Carlo V, le istruzioni sul comportamento da adottare nei confronti degli indios. Il pontefice affermò soprattutto il concetto della piena dignitas hominis degli indios; tra l'altro scriveva: «E' venuto a Nostra conoscenza che il Nostro carissimo figlio in Cristo, Carlo, il sempre augusto Imperatore dei Romani, che è pure re di Castiglia e di Aragona, volendo raffrenare coloro che, bruciati dall'avarizia, sono posseduti da uno spirito inumano, con un pubblico editto ha proibito a tutti i suoi sudditi di trarre in schiavitù gli Indiani dell'Ovest e del Sud, o di privarli dei loro domini. Perciò, per quanto tali indiani vivano fuori dal seno della Chiesa, non devono, né dovranno essere privati della loro libertà, né del possesso dei loro beni, poiché sono creature umane e, come tali, suscettibili di fede e di salvezza. Essi non devono essere portati alla distruzione dalla schiavitù, ma alla vita con l'esempio e la preghiere».
Affermato il diritto degli indios alla piena dignità di uomo, il pontefice si affidò pienamente nell'azione dell'arcivescovo di Toledo: «[.] volendo frenare le azioni vergognose di tali malvagi uomini ed assicurarci che gli indiani non siano impediti con ingiurie e privazioni, rendendo ciò più difficile, d'abbracciare la fede di Cristo, Noi vi affidiamo il compito e ingiungiamo con la presente lettera alla Vostra prudenza, zelo ed esperienza in queste e altre questioni. Noi abbiamo particolare fiducia che, sia personalmente che per mezzo degli altri, Voi aiutate tutti i suddetti indiani con l'appoggio di una protezione effettiva nelle faccende riferite in precedenza, e Vi ingiungiamo di proibire rigorosamente a tutti, singolarmente e collettivamente, di qualsiasi dignità, posizione, rango o preminenza siano, di trarre in schiavitù in alcun modo i suddetti indiani, o di privarli in alcuna guisa dei loro domini, sotto pena, così agendo, di incorrere nella scomunica latae sententiae, da cui potranno essere assolti solo da Noi stessi o dal Pontefice di Roma regnante in quel tempo, eccetto che se fossero in punto di morte ed avessero fatto precedentemente ammenda».

Il più importante dei documenti emanati da papa Paolo, è la bolla Veritas ipsa (chiamata anche Sublimis Deus), del 9 giugno 1537. Tale documento prescriveva l'opportunità non solo di procedere con un'evangelizzazione rispettosa e senza l'uso della forza, ma soprattutto il divieto assoluto di riduzione in schiavitù degli stessi indios. Cosa più importante, il documento fu indirizzato a tutto il mondo cristiano e non a un vescovo particolare di una zona.
La bolla si apre con l'indicazione di tre principi basilari: l'uomo è stato creato per raggiungere la felicità eterna attraverso la conoscenza di Dio. Questo suo destino si può raggiungere solo attraverso la Grazia e la Fede in Cristo. Ogni uomo è predisposto ad accogliere Dio. Il Cristo stesso ha ordinato di annunciare il Vangelo a tutte le Nazioni, senza escludere nessuno. E' questo l'insegnamento centrale del documento pontificio, ossia quello dell'universalità della chiamata per ricevere la fede e la salvazione eterna.
Enunciati questi principi, papa Paolo condannò severamente la schiavitù, arrivando a minacciare l'interdizione dalla felicità eterna a coloro che la praticavano. E' chiaro per il pontefice che ogni forma di coercizione nei confronti degli indios è contraria al dettato evangelico; per questo il concetto che sta alla base del diritto di asservire gli indios, ossia quello della loro incapacità di accogliere la fede, è solo opera del diavolo.
Paolo III, con la sua autorità apostolica metteva fine alle numerose dispute che angustiavano le università europee per decidere se gli abitanti del Nuovo Mondo dovessero essere considerati "animali superiori" o "uomini inferiori", perché essi «essendo uomini come tutti gli altri, [.] non possono essere assolutamente privati della loro libertà e del possesso dei loro beni, anche se sono fuori dalla fede di Gesù Cristo», per questo, «in virtù della Nostra autorità apostolica, dichiariamo [.] che detti indios e altri popoli che possono successivamente essere scoperti, dovranno convertirsi alla religione di Gesù Cristo mediante la predica della Parola e l'esempio di costumi edificanti».
Il verdetto pontificio fu chiaro e annullava tutte le opinioni precedenti fatti in materia, anche quelle emanate dai suoi predecessori (nel 1452 papa Niccolò V, con la bolla Dum diversas, concedeva al re del Portogallo, Alfonso V di ridurre in schiavitù tutti i musulmani dell'Africa), ordinando la conversione e non la dominazione dei popoli del Nuovo Mondo. Sentenziò quindi papa Paolo: indios veros homines esse.
Alla bolla Veritas ipsa seguì il breve Altitudo divini consilii. Il documento ripresentò sostanzialmente la condanna della schiavitù in ogni sua manifestazione.
Purtroppo anche nel concilio convocato a Mantova nel 1536 e apertosi a Trento nove anni più tardi, il 13 dicembre del 1545, non solo si dispensò i vescovi americani dalla partecipazione alla riunione, ma non si dedicò neppure qualche attenzione alla servitù forzata degli indios. Gli stessi vescovi del Nuovo Mondo, informati dell'avvenuta convocazione, espressero il desiderio di essere presenti, ma senza successo. Non fu consentito loro neppure di inviare procuratori. La ragione ufficiale del diniego della Santa Sede fu che non si dovevano lasciare le sedi americane per troppo tempo. I timori di sollevare questioni inopportune che potevano nuocere al processo di ricomposizione che il concilio voleva attuare, come anche le preoccupazioni di aprire nuovi fronti d'attrito su questioni politicamente rischiose per l'Europa, contribuirono al silenzio del concilio sul tema della schiavitù degli indios e degli africani.

Non tutti i conquistatori, i coloni e i missionari andati nel Nuovo Mondo furono santi, né peccatori incalliti. Tutti hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia dell'evangelizzazione dell'America Latina. Tutta la storia del sottocontinente, dalla scoperta ai nostri giorni, passa attraverso la storia di uomini spregevoli e violenti, ma anche attraverso la storia di uomini forti nella fede e santi nelle opere.
Molti, a partire da padre Montesinos, passando per Bartolomé de Las Casas e Francisco de Vitoria, hanno cercato di essere coscienza critica, per separare la colonizzazione dall'evangelizzazione. Insomma, santità e peccato sono state le due facce della stessa moneta con cui si è comprato il nuovo continente


BIBLIOGRAFIA

Democrates secundus de justis belli causis (1547), di J. G. de Sepùlveda, in La scoperta dei selvaggi, a cura di G. Gliozzi, Principato, Milano, 1980.
Brevíssima relación de la destrucción de las Indias, di Bartolomé de Las Casas, in La scoperta dei selvaggi, a cura di G. Gliozzi, Principato, Milano, 1980.
Bartolomeo de Las Casas e i diritti degli indiani, di Mahn-Lot, Jaca Book, Milano, 1985.
America Pontificia. Primi seculi evangelizationis. 1493-1592, di J. Metzler, 2 tomi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1991.
In nome della croce. Dibattito teologico-politico sull'olocausto degli Indios nel periodo della Conquista, di Miles F., La Piccola Edizioni, Celleno, 1991.
Il pensiero politico nella Conquista d'America, di S. Zavala, Ponte alle Grazie, Firenze 1991.
I segni del diavolo e i segni di Dio. La Carta al Emperador Carlos V (2 gennaio 1555) di fray Toribio Motolinia, di P. Crovetto, Bulzoni, Roma, 1992.
La conquista dell'America. Il problema dell'altro, di T. Todorov, Einaudi, Torino, 1992.
La scoperta dell'America e la prima difesa degli Indios. I Domenicani, di P. R. Iannarone, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1992.
Storia della Chiesa in America Latina (1492-1992), di E. Dussel, Queriniana, Brescia, 1992.
La visione dei «vinti», di A. Preti, in America Latina centro e periferia, a cura di D'Avanzo B., Edizioni Dehoniane, Bologna, 1993, pp. 66-71.
Relectio de indis, la questione degli indios, di F. De Vitoria, a cura di A. Lamacchia, Ed. Levante, Bari, 1996.
Brevissima relazione della distruzione delle Indie, di B. de Las Casas, Mondadori, Milano, 1997.
Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, di D. E. Standard, ed. orig. 1993, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 2001.
Schiavitù: il silenzio del Concilio di Trento, di Dell'Aira, Intervento al congresso internazionale di Studi «La schiavitù nel Mediterraneo in età moderna», in Nuove Effemeridi, anno XIV, n. 54, 2001/II, pp. 56-61
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » sab nov 23, 2019 8:56 am

È sempre colpa dell’uomo bianco?
Il dolorismo è la nuova religione di un occidente (e una chiesa) vittima del senso di colpa. E anche i laici balbettano omelie ecclesiali, felici di sottomettersi ai barbari
di Pascal Bruckner | 07 Agosto 2016

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/08/0 ... e_c391.htm

L’odio di sé avanza in tutto l’occidente sotto attacco. Ripubblichiamo alcuni stralci del libro dell’intellettuale francese Pascal Bruckner “Il singhiozzo dell’uomo bianco”, pubblicato nel 1984 (Guanda). Istruzioni per l’uso contro le nuove prosternazioni.

A priori pesa su tutto l’occidente una presunzione di delitto. Noi europei siamo stati allevati nell’odio di noi stessi, nella certezza che vi fosse, in seno al nostro mondo, un male congenito che reclamava vendetta senza speranza di remissione. Questo male può riassumersi in due parole, il colonialismo e l’imperialismo, e in poche cifre: le decine di milioni di indiani eliminati dai conquistadores, i duecento milioni di africani deportati o scomparsi nel traffico degli schiavi, infine i milioni di asiatici, di arabi, di africani uccisi durante le guerre coloniali e poi nelle guerre di liberazione. Schiacciati sotto il peso di questi ricordi infamanti, siamo stati indotti a considerare la nostra civiltà come la peggiore, mentre i nostri padri si sono creduti i migliori. Nascere dopo la Seconda guerra mondiale, significava acquisire la certezza di appartenere alla feccia dell’umanità, a un ambiente esecrabile che, da secoli, in nome di una pretesa avventura spirituale, opprime la quasi totalità del globo. Un continente che non finiva mai di parlare dell’uomo mentre lo massacrava in tutti gli angoli del pianeta, un continente basato sul saccheggio e sulla negazione della vita, meritava soltanto d’essere a sua volta calpestato. Il mondo intero accusa l’occidente, e molti occidentali partecipano a questa campagna: la nostra responsabilità viene affermata con indignazione, con disprezzo. Nessun discorso sul Terzo mondo può concludersi o cominciare senza che riecheggi questo leitmotiv: l’uomo bianco è malvagio.

Che cosa ci rimane, a noi figli e nipoti dei barbari che hanno depredato terra e mare? Fare sempre e dappertutto il nostro atto di contrizione. “Ciascuno di noi è colpevole davanti a tutti, per tutto e dappertutto, e io più degli altri” (Dostoevskij), tale è la nostra più intima convinzione. Il sangue versato ricade su di noi e nulla, ci sembra, può riscattare l’infamia commessa, nessun compenso ristabilire l’equilibrio rotto dall’offesa coloniale. Tutti i nostri titoli di gloria, secoli di sforzi, di calcoli, di perfezionamenti, di imprese, di eroismo, che avevano fatto regnare una certa forma di saggezza umana, sono stati spazzati via, ridotti a zero: sapere che questa fioritura artistica o tecnica era legata a una egual dose d’ignominia, ci ha scoraggiati dall’accettarla o dal riprenderla. Così la svalutazione del messaggio europeo è diventata un codice comune a tutta l’intellighenzia di sinistra dopo la guerra, proprio come l’odio del borghese è stato in Europa, dopo il 1917, un autentico passaporto intellettuale, quando nessun articolo poteva giustificarsi senza un’invocazione rituale al proletariato messianico e un ostentato disgusto per i possidenti. L’indipendenza delle antiche colonie ci lascia tuttavia una possibilità di riscatto: impegnarci a fianco dei popoli in lotta, aiutare sempre e dappertutto il sud a distruggere il vitello d’oro occidentale.

Così la nascita del Terzo mondo come forza politica ha generato una nuova categoria: il militantismo espiatorio. In che modo l’odio di sé sia divenuto il dogma centrale della nostra cultura, è un enigma di cui la storia d’Europa è feconda. E’ strano infatti che nel secolo dell’ateismo militante, pensatori agnostici che hanno aguzzato il loro ingegno nella lotta contro le chiese e le loro dottrine ci abbiano riconciliati d’altra parte con la nozione che è alla base stessa del cristianesimo: il peccato originale. Mentre nei costumi e nel pensiero si verificava un formidabile rivolgimento dei valori – il rifiuto delle immagini di autorità, lo smantellamento degli idoli e dei tabù – , la morte di Dio e del Padre si univa – Sartre ne è l’esempio magistrale – a un rafforzamento della cattiva coscienza, come se una società che aveva eliminato perfino l’idea del peccato preparasse la via regia al senso di una colpevolezza generale. Il quale costituisce il prezzo da pagare per appartenere all’Europa vittoriosa, che per un momento ha trionfato sul resto del mondo. Perché la politica moderna ha cessato senza dubbio d’ispirarsi al cristianesimo, ma le sue passioni sono quelle del cristianesimo. Viviamo in un universo politico impregnato di religiosità, ebbro di martirologia, affascinato dalla sofferenza, e i discorsi più laici sono, quasi sempre, soltanto la ripresa o il balbettamento in tono minore delle omelie ecclesiali. Che una tale brama di “dolorismo”, che un tal gusto per la figura dell’oppresso in genere possano coesistere con un anticlericalismo ancora virulento non è, quindi, che un paradosso secondario

Il terzomondismo accredita una visione manichea, la quale vorrebbe che il peccato degli uni testimoniasse indefinitamente a favore della grazia e della virtù degli altri. La povertà spirituale di certi movimenti di liberazione, gli slogan più sommari dei loro capi sono quindi gonfiati a dismisura come altrettante parole del Vangelo, mentre il rigore intellettuale, la logica, l’educazione, monopolio dei paesi ricchi, sono respinti come diabolici stratagemmi dell’imperialismo. Le più insignificanti insurrezioni, le più trascurabili rivolte contadine, hanno diritto a una risonanza enorme, sproporzionata in rapporto alla loro importanza reale; si santifica l’ignoranza, il settarismo dei capibanda tropicali, si glorifica la marcia degli splendidi asiatici chiamati a distruggere la civiltà europea, insomma le più grandi follie sono portate alle stelle da alcuni spiriti eletti, ben felici di sottomettersi a un’autorità primitiva, di prosternarsi “davanti allo splendore d’una sana barbarie. Secondo questo principio, tutto ciò che innalza, loda, celebra l’occidente è sospettato delle peggiori infamie; in compenso, la modestia, l’umiltà, il gusto dell’autodistruzione, ciò che può spingere gli europei a eclissarsi, a rientrare nei ranghi, è onorato, salutato come altamente progressista. La regola aurea di questo masochismo è semplice: ciò che viene da noi è cattivo, ciò che viene da altri è perfetto. Insomma, si concede sistematicamente un premio di eccellenza agli ex colonizzati. Ama i tuoi nemici: mai la nostra epoca miscredente, negli anni Settanta, ha seguito così fedelmente la parola del Cristo.

La religione della simpatia compassionevole che dimostriamo a gara verso tutto ciò che vive, soffre e sente, dal contadino del Sahel al cucciolo di foca, passando per il prigioniero di Amnesty International e gli animali da pelliccia, scuoiati per scaldare le spalle delle nostre elegantone. L’esaltazione degli istinti di benevolenza, “oralità istintiva che non ha cervello ma sembra esser composta solo da un cuore e da mani soccorrevoli” (Nietzsche), queste lodi cantate giorno e notte dai media, dalla stampa, dagli uomini politici, dalle personalità letterarie o artistiche, affondano direttamente le loro radici nel cristianesimo più imbastardito. Questa religione per afflitti dice che bisogna patire la vita come una malattia. Finché ci saranno uomini che rantolano, bambini che soffrono la fame, finché le prigioni saranno piene, nessuno avrà il diritto di essere felice. Si tratta di un imperativo categorico che c’impone il dovere di amare l’uomo impersonale, e, di preferenza, l’uomo lontano. Proprio come Gesù diceva che i poveri sono i nostri maestri, i terzomondisti fanno della miseria dei paesi meridionali una virtù da prendere a modello. Si amano i tropici per le loro pecche e le loro lacune, la carestia e il male sono al tempo stesso sottilmente combattuti e valorizzati; è un’ambiguità temibile da cui la chiesa cattolica non è mai uscita, ma che contamina allo stesso modo tutte le organizzazioni assistenziali nel Terzo mondo.

Come non sentirsi giudicati sul metro di un martirologio sublime, non sentirsi ignobili e nocivi di fronte a questo grande tribunale della tragedia, che celebra i suoi fasti nell’angusto perimetro dell’apparecchio televisivo o della colonna di giornale? Un Golgotha di sofferenze ci contempla, noi siamo i complici diretti di un sistema economico che saccheggia le risorse dei più sprovveduti. Davanti a questi crimini, ogni spettatore deve dirsi: “Goebbels, sono io!”. Per convincere i cuori reticenti, i media non indietreggeranno davanti a nulla: all’enormità dell’accusa – siete peggio dei nazisti! – si aggiunge l’enormità di quanto viene mostrato. Nessun pudore trattiene la cinepresa; l’orrore non tollera censura, ogni immagine deve avere la sconvenienza di un limite varcato nell’angoscia. Si fa appello all’inaudito, al mai visto, e anzi ve ne fanno vedere anche un po’ di più. Carestie, inondazioni, terremoti vengono riprodotti all’istante per le cineprese: catastrofi fissate su Polaroid. Una catena ininterrotta di immagini va da quelli che mettono in scena la morte degli altri al pubblico del mondo intero, e questa catena dà a tutti il diritto di vedere tutto. Ma favorendo una soltanto delle nostre pulsioni: il voyeurismo. E poiché ci si immagina che, per scuotere gli animi, occorre uno spettacolo sempre più crudo, si aprono all’avidità dello sguardo territori in cui nessuno era penetrato, si punta l’obiettivo su mutilazioni, torture, malattie ancora inedite sullo schermo. La semplice vista di bambini dal ventre gonfio non vi basta? Vi mostreranno questi stessi bambini ridotti a scheletri. Ancora nessuna reazione? Eccoli ridotti a un mucchietto d’ossa e di pelle. Ecco sangue, ferite, ulcere purulente, croste di pus, viscere traboccanti, organi strappati…

Solo la dismisura è in grado di commuovere il pubblico e di interessarlo a questi problemi. E se l’apatia persiste, vuol dire che, così si crede, le immagini non sono abbastanza spettacolari: quindi non vi saranno limiti all’asta degli orrori. Così si produce l’inevitabile perversione dello sguardo: prendiamo gusto al gioco, ne vogliamo sempre di più, la nostra soglia di tolleranza non cessa di aumentare; non chiediamo più di essere commossi, ma sorpresi: ogni volta ci occorre qualcosa di più piccante nell’abiezione. Il valore d’urto di un’informazione è indipendente dalla verità dei suoi termini. L’improbabile, l’enorme saranno considerati sempre meglio del verosimile. Conta solo l’impatto e non l’influenza. Non ci preoccupiamo più di sapere se quelle foto riguardano esseri reali, le vogliamo soltanto più speziate. E vinca la peggiore.

Nella storia biblica della cacciata dal paradiso terrestre, c’erano quattro personaggi: l’uomo tentato, la femmina tentatrice, l’animale tentatore e la cosa tentante. Più due mediazioni: dal serpente alla donna, poi dalla donna ambasciatrice del peccato all’uomo. Storia semplice, rispetto ai molteplici travestimenti che l’occidente utilizza per circuire e sedurre il casto Terzo mondo: il male europeo è multiforme, di volta in volta pornografia, rock, gadget, jeans, droghe, bevande gassate, tecnologia, turismo, denaro: Satana è legione, ha cento maschere, cento travestimenti per sedurre l’oasi primaverile. Da qui la sfumatura d’indefinibile rimpianto con cui accogliamo la normalissima maturazione delle nazioni che entrano nel ciclo delle prove d’iniziazione alla vita politica; da qui anche la nostra collera contro il sacrilego corruttore, il mondo industrializzato, che affretta l’evoluzione smaliziando prematuramente l’umanità innocente.

Così, per spiegare i disastri, la repressione, la corruzione, il nepotismo, la stagnazione che imperversano nell’emisfero sud, si ricorre a questo concetto magico fra tutti: il neo colonialismo. Poiché l’Europa ha lasciato i suoi possedimenti solo per installarvisi meglio, tocca a lei assumersi gli errori e gli sbagli che vi si commettono. Mirabile cortocircuito: di nuovo, il presente non è che un duplicato del passato, e l’antica invettiva può avere libero corso: nelle prigioni iraniane, siriane, algerine si pratica la tortura? E perché i loro agenti “sono gli allievi dei nostri poliziotti” (Claude Bourdet). Lo sciismo s’irrigidisce in un fondamentalismo oscurantista? E’ perché “le ‘soluzioni’ dell’occidente hanno fatto fallimento” e condannano certi paesi all’integralismo (Roger Garaudy). La miseria avanza a grandi passi: naturalmente, a causa delle multinazionali e del loro svergognato saccheggio. Sempre per spiegare l’analfabetismo, le epidemie, le guerre, la decadenza del tenore di vita, il dispotismo dei nuovi padri del popolo, si invocano i colonialisti francesi, gli imperialisti americani, i dominatori inglesi, gli affaristi olandesi, tedeschi o svizzeri, perché in tutto il globo ci sono soltanto due tipi di paesi: i “paesi malati” e i “paesi ingannati” (Roger Garaudy). Insomma, invece di tener conto dei fatti, di cercare le cause determinanti, si prediligono le cause remote che esonerano da ogni responsabilità gli stati tropicali: istigatore universale, il neocolonialismo diventa così il mezzo per accantonare in perpetuo i veri problemi.

Laggiù, in Francia, nello stesso momento in cui innaffiavate le piante o sorseggiavate un caffè, la televisione vi mostrava bambini dilaniati dalle mine, oppositori politici torturati, profughi ammassati sulle giunche che affondavano con tutti i loro beni, vittime di una tempesta o dei pirati che li colavano a picco dopo averli taglieggiati. Potevate credere che fosse una finzione, e bastava premere un bottone per far cessare quelle scene d’incubo. Ma qui, la miseria impregna i muri, l’aria che si respira, l’orizzonte che si abbraccia, forma la sostanza stessa della città. Gli alberghi più lussuosi, le ville meglio custodite sono cittadelle dotate di un privilegio transitorio, circondate dalla sporcizia e dall’infelicità. E, ogni momento, vi aspettate di vedere la porta della vostra camera aprirsi per lasciar passare una teoria di sciancati, di straccioni famelici, di donne miserabili, pronti a occupare lo spazio che la vostra prosperità vi attribuisce indebitamente.





Si liberi l'Europa dai sensi di colpa, dai miti e dai pregiudizi
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =92&t=2669


Ci si liberi dal senso di colpa del colonialismo

Gli europei o i bianchi europei che nei secoli passati hanno colonizzato l'Asia e l'Africa o che le hanno invase con il loro imperialismo politico militare sono stati quasi tutti cacciati, espropriati e sterminati Il Sudafrica è uno degli ultimi esempi, nonostante i bianchi europei colonizzatori del paese abbiano rinunciato al loro dominio politico consentendo ai neri africani di partecipare e concorrere alla sovranità politica nella gestione del paese e dello stato; gli africani del Sudafrica come in quasi tutti gli altri paesi del continente nero, maltrattano i bianchi e molti di loro hanno ritenuto e ritengono che i bianchi debbano essere tutti espropriati, cacciati o sterminati.
Per il principio di reciprocità gli africani non possono che aspettarsi lo stesso trattamento e nessunissimo riguardo.
L'imperialismo coloniale così terminato non può quindi essere assunto come scusa, giustificazione e pretesto per l'invasione degli africani in Europa.
I bianchi europei, i cristiani europei, gli stati europei odierni non hanno più alcuna responsabilità e non vi è ragione che debbano sentirsi in colpa verso l'Africa e gli africani; non ne hanno per l'instabilità e i regimi politici indigeni disumani dell'Africa, per le carestie e le epidemie che falciano le sue popolazioni, per i problemi causati dalla sovrapopolazione in molti paesi del continente.
Nemmeno le multinazionali europee del petrolio, minerarie, del legno e agricole sono responsabili dei regimi politici autoritari, dei conflitti etnici, delle crisi sociali, delle carestie, delle problematiche derivanti dalla sovrapopolazione, del sottosviluppo economico endemico e di tutti i mali che affliggono l'Africa. Possono avere qualche responsabilità indiretta locale tipo l'inquinamento o la disoccupazione allo stesso modo che ce l'hanno ovunque nel mondo e nella stessa Europa, tutte questioni che vanno risolte localmente in Africa nei paesi africani, con i loro stati e con le loro popolazioni.
Le problematiche africane dovute alle carestie naturali, ai regimi politici, al tribalismo, ai conflitti etnici e religiosi, alla sovrapopolazione, alle difficoltà e alle crisi economiche non sono responsabilità e non riguardano direttamente l'Europa e pertanto il peso non va scaricato assolutamente sugli europei.
La solidarietà umana dell'Europa e dei suoi paesi, caso mai può esserci solo se volontaria e se non crea problemi ai cittadini europei.
Quindi anche la migrazione socio-economica e l'asilo politico e umanitario vanno trattati alla luce di queste ed altre considerazioni tra cui la sicurezza socio politica, la compatibilità culturale e religiosa, le possibilità economiche e finanziarie.
Non ha alcun senso universale deprivare il propri cittadini, i propri famigliari, la propria gente per aiutare altri che magari sono solo profittatori, parassiti e criminali travestiti da bisognosi.


Colonizzazione e decolonizzazione
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 194&t=1822
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » sab nov 23, 2019 9:12 am

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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » sab nov 23, 2019 9:13 am

???

L’Amazzonia e il futuro dell’Occidente
Giuseppe Buffon

http://www.osservatoreromano.va/it/news ... loccidente

La riserva amazzonica ci salverà con le sue foreste, la sua acqua, la sua biodiversità. Ci salverà con la fraternità e la spiritualità delle sue genti. Come pure ci salverà con la deferenza dei suoi popoli verso la Madre Terra. È questo il messaggio che fa da filo conduttore al libro di Giuseppe Buffon Perché l’Amazzonia ci salverà. Francesco, la Madre Terra e il futuro dell’Occidente (Milano, Edizioni Terra Santa, 2019, pagine 111, euro 12), da poco in libreria, di cui pubblichiamo l’introduzione. L’autore si richiama al magistero di Papa Francesco che sottolinea come l’Amazzonia rappresenti una prova decisiva per verificare se la nostra società, quasi sempre ridotta al materialismo e al pragmatismo, è in grado di custodire ciò che ha ricevuto gratuitamente, non per saccheggiarlo, ma per renderlo fecondo. Giuseppe Buffon — professore ordinario di storia della Chiesa presso la Pontificia Università Antonianum di Roma e nostro collaboratore — è attualmente decano della facoltà di teologia, direttore scientifico del progetto di ricerca Verso una rete internazionale per l’ecologia integrale e direttore del percorso professionale in ecologia integrale dello stesso Ateneo. Buffon parteciperà come esperto al sinodo «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale», in programma in Vaticano dal 6 al 27 ottobre. Il libro verrà presentato il prossimo 26 settembre a Roma in Senato, a Palazzo Giustiniani: moderati da Massimo de Maio, assieme con l’autore interverranno Patty L’Abbate e Gianluca Perilli.

La riserva idrologica amazzonica rappresenta indubbiamente la salvezza dell’intero pianeta. La sua foresta è il polmone d’ossigeno dell’umanità: combatte l’accumulo di CO2 nell’atmosfera, uno dei principali fattori del surriscaldamento, in quanto causa dell’effetto serra.

L’Amazzonia, però, costituisce un capitolo importante della crisi ecologica non solo sul versante dello stravolgimento climatico, ma anche su quello della biodiversità. Con il suo 30-50 per cento delle specie animali e vegetali del pianeta, rappresenta una delle maggiori riserve di flora e fauna del mondo.

Ci salverà la sua cosmovisione

L’Amazzonia è un territorio non solo privilegiato dalla biodiversità, ma anche ricco di culture ancestrali: 340 comunità indigene con oltre 200 lingue aborigene. Tra di loro non possono comunicare, ma hanno un asse trasversale che è il rispetto per la vita, l’acqua, l’aria e il suolo, perché sono in armonia con tutti questi elementi.

L’acqua scorre lungo le vallate, dentro l’alveo dei fiumi e il bacino dei laghi per congiungere i popoli che vivono in simbiosi con il Rio delle Amazzoni, spina dorsale dell’intero territorio: il fiume che è madre e padre di tutti. I popoli delle acque amazzoniche si sono sempre sentiti accompagnati dalle vie fluviali in un mutuo rapporto di fraternità. Per questo i contadini e le famiglie si affidano alle risorse delle terre inondabili, cullati dal movimento ciclico dei loro fiumi — inondazioni, riflussi e periodi di siccità — in un’alleanza fondata sulla consapevolezza che “la vita dirige il fiume” e “il fiume dirige la vita”. Anche i popoli della foresta, raccoglitori e cacciatori, vivono della terra e del bosco. Riconoscenti per la generosità dell’acqua e della foresta, vigilano sui fiumi e si prodigano per la cura della terra. Si sentono custodi della foresta e delle sue risorse.

Ci salverà la fraternità delle sue genti

Il loro “buon vivere” (come descritto in Instrumentum Laboris 12) si alimenta della comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. La vita dei popoli amazzonici fiorisce nella dimora edificata per loro da Dio stesso: la Terra. La comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte forma la loro peculiare spiritualità, una mistica dell’interconnessione, dell’interdipendenza, della solidarietà. I loro saggi — payés, mestres, wayanga o chamanes — coltivano e insegnano l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo.

Ci salverà la spiritualità di quei popoli

La saggezza maturata dalle popolazioni amazzoniche può essere utile e forse indispensabile per rivedere il rapporto tra l’essere umano e la Madre Terra, il rapporto tra l’essere umano e il proprio fratello, e il rapporto dello stesso essere umano con se stesso. La spiritualità di quella popolazione può condurci verso una nuova antropologia, una nuova politica, una nuova società e cultura, e una nuova teologia. «La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la vita dei popoli amazzonici saranno sempre pochi. (...) Quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo” (Esodo 3, 5)» (Papa Francesco, Discorso ai popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018).

Ma noi, popoli dell’Occidente industrializzato, popoli del pragmatismo finanziario e dell’efficienza tecnocratica (Laudato si’ 189), ci lasceremo ammaestrare dall’Amazzonia, ci lasceremo “amazzonizzare”? Ci lasceremo salvare dalla sua visione della vita?

Noi occidentali, pervasi da una mentalità “estrattivista” che produce una deforestazione finalizzata alla monocoltura agricola e allo sfruttamento degli idrocarburi. Noi che costruiamo cantieri per l’estrazione mineraria, danneggiando il sistema idrologico e contaminando le acque con mercurio e cianuro. Noi che imponiamo l’esportazione di prodotti poco lavorati, creando dipendenza dal sistema economico occidentale che stabilisce i prezzi dei prodotti, riducendo le popolazioni locali in uno stato di ancora maggiore miseria. Noi che sorvoliamo sul dramma della deforestazione, fingendo di ignorare l’estrema fragilità del suolo amazzonico, detto Scudo Guaianese. Povero di nutrienti acidi e con una bassa capacità di scambio cationico, si insterilisce irreversibilmente e diventa un deserto nel momento in cui viene eliminata la foresta che lo alimenta con i residui depositati sulla superficie.

Noi che sottraiamo l’acqua alla foresta per impiegarla negli abnormi progetti di centrali idroelettriche, finalizzate a produrre energia per l’attività estrattiva, condannando così a morte non solo la foresta, ma le popolazioni che vivono lungo il fiume e in simbiosi con essa, immersi nella “comunità terrestre”. Negare loro la terra, l’ambiente della foresta con i suoi fiumi, significa infatti negare loro il diritto all’esistenza, negare loro il diritto alla dignità, perché le compagnie estrattive, e gli Stati che le appoggiano, non riconoscono il diritto di proprietà collettiva, che costituisce la base della relazione con la terra e della relazione tra di loro.

Noi Chiese occidentali, già vittime di una mentalità colonizzatrice che ha generato fenomeni di disprezzo e di demonizzazione delle culture indigene, impedendo la costruzione di reti di solidarietà e di inter-culturalità. Noi cristiani occidentali, ancora conniventi con i nuovi «colonialismi ideologici mascherati da progresso, che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico... e debole».

E allora: chi potrà condurci alla scoperta della foresta amazzonica?

Ci dobbiamo chiedere allora: chi potrà introdurci nella foresta amazzonica, per sedere ai piedi del suo popolo, in atteggiamento di ascolto, come indicato dai canoni del discepolato rabbinico? Lo stesso ascolto raccomandato ai monaci da Benedetto da Norcia, padre dell’Occidente?

Ce lo indica proprio Papa Francesco, venuto dal continente latinoamericano, che ha convocato il Sinodo sull’Amazzonia, ovvero un patto di alleanza che la Chiesa offre a tutta la popolazione del pianeta per un cambio di sistema economico e di stile di vita, per ridisegnare il piano delle nostre relazioni, per non imporre a quel territorio uno sfruttamento fatale per tutti e non solo per le popolazioni indigene.

«Ho preso il suo nome come guida e come ispirazione nel momento della mia elezione a Vescovo di Roma. Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. Amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale» (Laudato si’ 10).

Potrà aiutarci Francesco, cantore della Madre Terra e della fraternità cosmica? Povero e mistico, riuscirà il Santo ad aprire la via dell’incontro con le genti amazzoniche a noi figli dell’epoca più rumorosamente antifrancescana? Chi se non lui, uomo dell’Occidente, ma disposto a scavalcare gli steccati confessionali, culturali, ideologici per incontrare, disarmato, il saggio sultano dell’Oriente islamico, al-Malik al-Kamil, e con lui condividere il pane, ci metterà in cammino?

Chi se non lui, l’unico tra gli occidentali che Lynn White, padre del moderno movimento ecologista, ammira per essersi sottratto dall’ideologia del dominio che manipola la natura. Chi se non il Santo che nel settembre del 1986 ha offerto la propria terra natale per un incontro tra scienziati e leader religiosi, occidentali e orientali, in vista di un’alleanza a favore dell’ambiente, prova generale all’appuntamento voluto nel novembre successivo da Giovanni Paolo II per intercedere la pace. Chi, se non lui, il fratello universale, «amato anche dai non credenti» (Laudato si’ 10), intercessore ad Abu Dhabi dell’incontro tra Oriente islamico e Occidente cristiano, potrebbe introdurci nella fraternità del popolo amazzonico?

Chi se non il Santo che, nella notte del dolore, cieco e torturato dal cancro, scopre l’ospitalità del concerto delle creature, che gli permettono di sciogliere la lode alla somma Bellezza? Chi se non lui, che in quella drammatica notte, tormentato dai topi, eleva il Canto della riconciliazione con sé, mortale e consapevole che «nullo homo ene digno Te mentovare». Cantico, a cui aggiungerà le strofe per la riconciliazione tra poteri civili e religiosi, vescovo e podestà, simbolo di ogni conflitto sociale e culturale? I topi dell’incubo notturno, nell’immaginario medioevale sono emblema del Maligno, chiamato divisore (diavolo, dal greco dia-ballo) oppure accusatore (satana), non solo perché mette in cattiva luce gli uomini davanti Dio, ma anche perché disonora Dio di fronte agli uomini. Solo il coro della Creazione permette a Francesco di superare l’angoscia della separazione da Dio, diventando un pacificatore sociale, colui che «viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso» (Laudato si’ 10).

Chi se non Francesco può offrire all’Occidente quella risorsa spirituale, culturale e antropologica che gli consente di aprirsi alla salvezza amazzonica? Chi se non Francesco, dunque, può fungere da intercessore e patrono per un Occidente che nella pretesa di soggiogare la natura smarrisce i segreti della sua misteriosa bellezza?

Chi se non il Francesco di Gilles Deleuze, il critico dell’Occidente moderno, che intravede nell’episodio delle stimmate la metafora del gioco dell’aquilone. Chi se non il Francesco che ritma i volteggi dell’artificio umano cinto dall’abbraccio della carezza celeste.



Alberto Pento
Per questo articolo, poco condivisibile, pare che contino di più i 900 mila indigenti dei 209 milioni di non indigeni che secondo il suo autore demenzialmente disumano potrebbero anche scomparire dalla faccia della terra.


Brasile
https://it.wikipedia.org/wiki/Brasile

Superficie 8 514 877 Kmq
Popolazione 210.147.125 ab. (2019)

Abitanti non indigeni 209.200.000 circa
Popolazione indigena: In Brasile vivono circa 240 tribù per un totale di circa 900.000 persone circa.


Il Brasile ha una società multietnica. La popolazione brasiliana è, principalmente, discendente degli indios, coloni portoghesi, schiavi africani e di diversi gruppi di immigrati, che sono arrivati nel Brasile soprattutto fra il 1820 e il 1970. Gli immigrati erano principalmente italiani e portoghesi, ma anche tedeschi, spagnoli, giapponesi e siriani-libanesi. Dall'arrivo dei portoghesi in Brasile nel 1500, si è verificato un intenso incrocio di razze tra amerindi, europei e africani nel paese.

Secondo l'Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística, la maggior parte della popolazione brasiliana si considera di colore bianco (47,33%). Il 43,13% si considera pardo (di colore marrone) e il 7,61% di colore nero. Lo 1,09% della popolazione è di origine asiatica e 0,3% sono indios.

Persone di origine europea si trovano in tutto il Brasile, ma sono più numerosi in proporzione negli Stati del sud e del sud-est, come negli Stati di Santa Catarina, Paraná, Rio Grande do Sul al sud e San Paolo, Minas Gerais, Espirito Santo al sud-est. In particolare nel XIX secolo, la maggioranza di immigrati europei si stabiliva infatti in quelle zone, più che nel resto del Brasile.
Persone di origine africana sono presenti in tutto il Brasile, ma sono più numerosi in proporzione negli Stati della costa centrale, come in tutto il Nord-est del Brasile, ma anche nello Stato di Espírito Santo, Rio de Janeiro, e negli Stati di Minas Gerais e San Paolo. Ciò dipende dal fatto che in passato un gran numero di africani, prevalentemente originari dell'Angola, arrivò per lavorare nei campi di canna da zucchero, nelle miniere d'oro e nelle piantagioni di caffè.
Mulatti e meticci: Si trovano in tutto il Brasile. Secondo studi genetici, la maggior parte dei brasiliani hanno un certo grado di antenati con etnia mista.
Persone di origine asiatica: Gli asiatici sono lo 0,5% della popolazione brasiliana. La maggioranza degli asiatici sono di origine giapponese, anche se negli ultimi decenni sono arrivati molti immigrati coreani e cinesi. In Brasile vive la più grande comunità di origine giapponese del mondo, soprattutto nello stato di San Paolo. Si stima che siano 1,5 milioni i brasiliani di origine giapponese, 190 000 i cinesi e 100 000 i coreani. Gli asiatici di origine giapponese sono più comuni negli Stati di San Paolo, Paraná, Mato Grosso do Sul e Pará.
Popolazione indigena: In Brasile vivono circa 240 tribù per un totale di circa 900.000 persone. La maggioranza degli indigeni si trova negli Stati del nord. Nel paese, inoltre, vive anche il maggior numero di tribù incontattate al mondo (ovvero tribù che non hanno alcun contatto pacifico con l'esterno): secondo il FUNAI, il Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni, i gruppi incontattati che vivono nella foresta amazzonica brasiliana sono almeno 77.
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Re: Ma quale genocidio dei nativi americani?

Messaggioda Berto » dom feb 09, 2020 9:45 pm

Popolazione delle americhe nei millenni e nei secoli

Stime popolazione mondiale
https://it.wikipedia.org/wiki/Popolazione_mondiale
in milioni

Nord America (nativi e migranti dall'Europa e dal Mondo)
nell'anno 1750 circa 2 milioni
nel 1800 circa 7 milioni
nel 1850 circa 26 milioni
nel 1900 circa 82
nel 1950 circa 172
nel 2000 circa 307

Popolamento delle Americhe
https://it.wikipedia.org/wiki/Popolamen ... e_Americhe
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