Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:40 pm

La bufala antifrancese sull'oro del Burkina Faso depredato dalle multinazionali e dalla Francia accusta di sfruttamento coloniale


LA FRANCIA “UMANITARIA” CHE SFRUTTA IL BURKINA FASO

http://www.stopeuro.news/la-francia-uma ... rkina-faso

Il Burkina Faso è uno stato dell’Africa Occidentale sub sahariana, è una ex(?) colonia francese. I burkinabè vivono essenzialmente di agricoltura (83% del PIL) ed è una terra ricchissima di oro.

I giacimenti di oro vengono minati da grandi multinazionali (perlopiù francesi) che drenano l’oro verso la Svizzera.
Le multinazionali sfruttano il lavoro locale (a bassissimo costo) e la Francia guadagna in ogni esportazione grazie alla moneta coloniale Franco CFA, una moneta controllata direttamente dalla Banque de France e garantita dal Tesoro Francese che incassa circa il 70% dei depositi nelle esportazioni.

Una forma di vero e proprio signoraggio usuraio nei confronti di un paese. Non solo: le miniere d’oro provocano la desertificazione dei terreni a discapito dell’agricoltura, unica fonte di sussistenza interna, a causa del massiccio utilizzo d’acqua. Per non parlare dei rifiuti tossici e dell’inquinamento ambientale che viene provocato dalla chimica delle tecniche estrattive.

I minatori del Burkina Faso sono spesso bambini sotto i 10 anni, abbastanza piccoli da potersi infilare nei cunicoli minerari per ‘grattare’ il metallo prezioso. I bambini fanno uso di anfetamine per non sentire dolore e anestetizzare la fame. Questo è solo uno dei tantissimi esempi di sfruttamento neocoloniale francese di una terra africana, che avviene nell’anno domini 2018, con Macron che si permette di dare lezioni umanitarie sui migranti, ovvero su quei giovani che fuggono dai lager che i francesi hanno instaurato nei loro paesi d’origine, nella speranza di raggiungere la madrepatria che però li respinge a Ventimiglia.

Il paradosso del colonialismo usuraio francese è che una terra ricca come il Burkina Faso venga impoverita a causa dei suoi giacimenti auriferi.


I bambini minatori nell'inferno delle cave d'oro del Burkina Faso
di Lisa Zancaner
2018/11/06

http://espresso.repubblica.it/internazi ... o-1.328405

Dabal sorride mentre esce da una buca profonda 20 metri, è soddisfatto anche se oggi non ha trovato nemmeno un grammo d’oro. Dabal ha 15 anni. Puntuale alle 8 del mattino arriva alla miniera, una delle tante sparse nella savana del Burkina Faso nell’Africa subsahariana, un Paese che continua a sprofondare nella miseria tra colpi di Stato militari, corruzione e instabilità politica, terreno fertile per i terroristi di Boko Haram che negli ultimi anni hanno allargato i loro confini geografici attraversando la Nigeria e il Niger fino al Nord del Burkina al confine con il Mali. Poco distanti dalle organizzate miniere professionali, business riservato ai paesi dell’Occidente, queste miniere artigianali spuntano tra un villaggio e l’altro, non ci sono macchinari per estrarre il prezioso metallo, solo braccia che scavano, secchi e corde per farsi calare nelle buche che sembrano fosse da cimitero e a volte lo diventano, quando la stagione delle piogge li coglie all’improvviso e alcuni non ritornano in superficie.

«Siamo io, i miei genitori e 5 fratelli». racconta il giovane Dabal Moussa, «mia madre e mio padre lavorano i campi», ma in Burkina la terra da coltivare quasi non c’è. Qualche ettaro seminato a miglio e raccolti sempre più scarsi, mentre qui chi trova l’oro se lo tiene e lo può vendere. I compratori non mancano, controllano 
il lavoro, stabiliscono i prezzi e pagano in contanti. Uno di loro si avvicina incuriosito dalla presenza dei bianchi nella miniera di Nebià e ci mostra un sassolino d’oro che non supera i due millimetri di diametro. «Si scavano buche che arrivano anche a 30 metri di profondità e l’oro c’è» assicura. Chi lo trova si rivolge a lui per venderlo in giornata e incassare il contante, quando gli affari vanno bene. Accanto alle “fosse” già scavate Jacques, poco meno di vent’anni, si aggira sul terreno con un metal detector artigianale quanto la miniera. A pochi metri dalla porzione di terra ispezionata da Jacques da una buca emerge uno degli “specialisti”. Il tempo di vedere la luce del giorno per calarsi subito nel buio della terra rossa da cui si scorge ormai solo il suo pollice alzato, segno che un secchio è pronto per essere vuotato in superficie e ricalato con una corda sfilacciata al limite della tenuta. Come Dabal, tanti piccoli cercatori d’oro, i bambini del buio del Burkina Faso lavorano senza sosta, senza cibo né acqua.

Combattono corruzione, dittature, neocolonialismo. Dal Senegal al Congo gli studenti riscoprono civismo e partecipazione. Un ’68 nero

Verso sera, quando le miniere si svuotano, Dabal trascina i piedi sporchi alla scuola coranica, magari con l’equivalente di sei euro in tasca, una piccola fortuna, una pagliuzza d’oro per sfamare una famiglia numerosa, una delle tante nel Paese degli uomini integri, ex Alto Volta che il 4 agosto 1984 cambiò nome grazie all’allora presidente rivoluzionario Thomas Sankara, assassinato tre anni dopo durante un colpo di Stato organizzato dall’ex compagno d’armi Blaise Compaoré. Chiamato il “Che Guevara nero”, Sankara fu messo a tacere dopo il suo ultimo discorso ufficiale che risvegliava la coscienza del popolo africano, sostenendo le ragioni degli ultimi. “Parlo anche in nome dei bambini. Di quel figlio di poveri che ha fame e guarda furtivo l’abbondanza accumulata in una bottega dei ricchi. Il negozio è protetto da una finestra di spesso vetro; la finestra è protetta da inferriate; queste sono custodite da una guardia con elmetto, guanti e manganello, messa là dal padre di un altro bambino che può, lui, venire a servirsi, o piuttosto, essere servito, giusto perché ha credenziali garantite dalle regole del sistema capitalistico”, diceva Sankara. Che non ebbe il tempo di migliorare la condizione dei bambini burkinabè che oggi scavano a mani nude nelle miniere della brousse, in un Paese devastato dalla corruzione e dalla fame dove il tasso di alfabetizzazione arriva al 36 per cento appena.

Poco distante da Dabal, Alice maneggia abilmente una terrina di plastica facendola roteare alla ricerca di un milligrammo d’oro, una briciola quasi invisibile. Alza lo sguardo, due occhi neri e profondi come le buche della miniera fissano i nasara - così vengono chiamati i bianchi - poi ricomincia a far roteare la terrina corrosa dal mercurio e dal cianuro, i veleni usati dai bambini per lavare l’oro, anche se i giovani minatori negano l’utilizzo di queste sostanze. Ignari, forse, di inalare un metallo pesante potenzialmente letale. Ma tutto questo Alice non lo sa: in fondo ha soltanto sette anni, non parla francese, non sa nemmeno come sia fatto un banco di scuola, non ci è mai andata. Lavora alla miniera dalla mattina alla sera, magra e sporca sembra un’orfana assoldata come manovalanza da chi controlla quel lembo di savana poco distante dal villaggio di Dassà. Ma a Nebià ci arriva con la madre che zappa la terra, dove sarà scavata una nuova buca, e due sorelle più piccole.

Alice è già stanca a metà giornata, ricoperta di polvere e affamata.

In certi momenti lancia uno sguardo alla bottiglia vuota, vorrebbe bere un sorso d’acqua, ma con i suoi sette anni sa che quell’acqua non è destinata a lei, sa che il desiderio di placare la sua sete e alleviare la gola arsa non può valere quanto i 15 mila franchi Cefa di un grammo d’oro, poco più di 20 euro, una piccola fortuna che può emergere dalla sua terrina.

Attraversando la miniera di Nebià se ne incontrano a decine di bambini e ragazzi in cerca del prezioso oro, analfabeti senza futuro né prospettive, convinti che basti tenere tra le mani qualche grammo del brillante minerale per assicurarsi una vita dignitosa, lontana dalla fame e dalla miseria, condizioni in cui la maggior parte dei bambini del buio continueranno invece a vivere ma ancora non lo sanno, i loro occhi innocenti brillano di una speranza che si riflette nella polvere dorata.

Lasciando le miniere di Nebià, ai più grandi si augura buona fortuna e ai più piccoli si allunga quasi con vergogna una manciata di caramelle in attesa che ancora qualcosa avvenga nel Paese degli uomini integri dove già qualcuno, sommessamente, sogna la rivoluzione.



Quelle miniere dove si muore per un po' d'oro
Natascia Aquilano Alida Vanni

http://www.occhidellaguerra.it/miniere-burkina-faso

(Sougou, Burkina Faso) Il sole è già alto e martella i sensi. Davanti a noi sentieri di terra rossa battuta, alternata a rocce di granito inaspettate, come fossero cadute dal cielo. Nella pace di questa calda pianura, si scorge improvvisamente un piccolo pendio ricoperto di ciottoli e polvere grigia, crivellato da decine di “buchi” e cosparso di capanne fatiscenti fatte di teli azzurri e pezzi di legno. Di tanto in tanto si percepisce un’esplosione sotterranea accompagnata da voci soffocate, martellamenti continui e rumori assordanti di motori. Siamo nella miniera d’oro artigianale di Sougou, nella provincia di Zoundwéogo, in Burkina Faso.

L’Africa è il continente dove si concentra la maggior parte delle società minerarie per lo sfruttamento delle risorse auree. Uno dei principali forzieri del Continente nero è indubbiamente il Burkina Faso. Qui, infatti, l’oro rappresenta la prima merce di esportazione e contribuisce al 20% del Pil del Paese. Il Burkina Faso, letteralmente Terra degli uomini Integri, è uno dei Paesi più poveri al mondo, dove si muore ancora di fame, di sete e di malaria. Dove l’Aids ha contagiato più del 20% della popolazione, l’infibulazione è praticata tacitamente e la corruzione governativa è all’ordine del giorno.

Come riportato dalla Federazione Mondiale dei Diritti dell’Uomo, l’estrazione dell’oro rappresenta per il Burkina Faso una delle principali attività economiche, a discapito dell’agricoltura di cui ancora vive la maggior parte della popolazione locale. Proprio ques’ultima ha risentito maggiormente della “corsa all’oro” le cui disastrose conseguenze si riscontrano a livello ambientale e umano.

In potenza, il settore minerario rappresenterebbe un’enorme risorsa per la crescita del Paese. Ma la realtà è un’altra. Le multinazionali che gestiscono le miniere, infatti, agiscono in totale libertà e decidono i programmi da attuare, senza preoccuparsi delle comunità locali, spesso costrette a spostarsi per far posto a nuove miniere. L’esenzione di queste multinazionali dal pagamento delle imposte, e il fatto che la maggior parte dell’oro estratto sia destinato all’esportazione, frenano la crescita economica del Burkina Faso.

Il governo, che dovrebbe arginare lo strapotere delle multinazionali, non è in grado di far rispettare la legge né di fermare il dilagante fenomeno delle miniere artigianali illegali (circa un migliaio che danno lavoro a quasi un milione di persone), gestite dai clan locali.

Nella miniera di Sougou, centinaia di corpi nascosti dalla polvere si affannano attorno ai buchi disseminati nel terreno. Sono tunnel verticali strettissimi, con una profondità media di 80 metri. Le rocce vengono frantumate con picconi e dinamite. E con notevoli rischi per le persone che vi lavorano. La possibilità che il terreno ceda e che i lavoratori rimangano intrappolati è infatti altissima, soprattutto nel periodo delle piogge, durante il quale le norme di sicurezza, deliberatamente ignorate, imporrebbero la sospensione delle attività.

Il turno di lavoro di un minatore va dalle otto alle dieci ore consecutive. Ore di buio totale, parzialmente illuminato da torce elettriche, di aria irrespirabile e di caldo insostenibile. I minatori rimasti in superficie cercano di aiutare i loro compagni a sconfiggere le alte temperature – che a determinate profondità possono raggiungere anche i 50 gradi – sventolando sacchi di juta e indirizzando l’aria in coni di plastica rudimentali calati nei buchi. I più fortunati possono permettersi un ventilatore alimentato ad energia solare.

La febbre dell’oro non risparmia neppure donne e bambini. L’Unicef ha reso noto che in Burkina Faso lavorano nel settore minerario tra i 500 e i 700mila adolescenti o pre-adolescenti. Questi, insieme alle donne, vengono solitamente usati per trasportare e spaccare le pietre portate in superficie. Alcune volte, però, vengono fatti calare nei buchi. Scendere o meno nei cunicoli non è una questione di età, ma di coraggio e corporatura.

Una volta che le pietre sono state totalmente frantumate, vengono macinate e ridotte in sabbia aurifera con appositi macchinari. Rumori assordanti di generatori e motori la fanno da padrone, assieme alla polvere che ricopre corpi striscianti sfatti dalla stanchezza.

Alla roccia polverizzata vengono infine aggiunte acqua e alcune sostanze nocive, come il mercurio, così da formare un amalgama con l’oro, chiamata semplicemente “pasta”. Parte del mercurio usato viene recuperato per distillazione, riscaldando l’amalgama. I fumi altamente tossici prodotti durante questa operazione vengono regolarmente respirati e contaminano inevitabilmente anche acqua e terreni. A tutto questo si aggiungono i danni a lungo termine sulla salute delle persone, causati principalmente dall’avvelenamento da cianuro che attacca il sistema nervoso centrale, causando disabilità permanente. Senza contare i rischi causati da crolli o incidenti.

Trovare l’oro, però, non è semplice. A volte si scava per mesi. Durante questo periodo l’investitore garantisce ai minatori solamente del cibo. Nulla di più. I lavoratori verranno pagati solo quando porteranno in superficie rocce aurifere.

All’investitore spetta il 20% della produzione mineraria e, nel caso di terreni privati, ai proprietari dei terreni è dovuta una quota variabile tra l’1% e il 10%. Il profitto restante viene diviso tra il capo villaggio e i minatori. Questi ultimi, fino alla fine del processo, non sanno se le loro pietre contengono oro, né in che quantità. Potrebbero quindi scavare per mesi senza percepire alcun reddito, con la sola garanzia di un vitto.

Un grammo d’oro viene venduto ai privati della capitale Ouagadougou a 10mila franchi (circa 15 euro). In alcuni casi il guadagno è davvero sostanzioso e sono proprio le storie dei minatori che hanno ottenuto un buon profitto ad alimentare le speranze dei disperati.

Tapsoba, 26 anni, lavora nella miniera da due mesi e racconta a Gli Occhi della Guerra: “Sono stato fortunato perché a solo 25 metri ho trovato l’oro, per un valore di 300mila franchi. Il padrone ha preso la sua parte e il resto è stato diviso per due”.

Tapsoba ha un sogno: aprire una falegnameria tutta sua. Ed è per questo sogno che continua a scavare. Ad oggi è sceso a 50 metri di profondità ma non si arrende. “Sono certo che troverò altro oro”, aggiunge. “La vita da minatore per me finirà presto”.

Ma non tutti sono fortunati. “Ho lavorato diversi anni in Costa d’Avorio”, racconta Kabakoti, minatore di 37 anni, “ma con la guerra civile nel 2006 sono dovuto scappare. Arrivato in Burkina Faso, a Tiebelè ho sentito parlare di questa miniera e ho voluto provare. Sono due mesi che scavo, ho raggiunto i 98 metri di profondità, ma dell’oro ancora nessuna traccia”. Sospira e aggiunge: “Prego Allah ogni giorno, prima di entrare nel buco, affinché i miei sforzi siano ricompensati”.

C’è poi chi, come Ibraim, chiama la propria famiglia prima di calarsi. Ha 30 anni ed è padre di due figli. “Se sono qui è solo per la mia famiglia, per dare loro una piccola casa”, ci racconta con gli occhi bassi. “Ho guadagnato un po’, ma non è ancora abbastanza. Quel che è certo è che in miniera ho la possibilità di guadagnare di più che nei campi”. La sua voce debole si arresta. Poi alza lo sguardo e, con gli occhi lucidi, continua a raccontare: “Credo di essere un buon padre, penso solo ai miei figli: quando sono giù in quel buio pesto mi sembra quasi di vederli. Li chiamo sempre prima di scendere, ho paura che potrebbe essere l’ultima volta. Raccomando loro di obbedire alla madre e di aiutarla nei lavori. Faccio lo stesso ogni volta che risalgo vivo”.

Il lavoro nella miniera di Sougou in Burkina Faso è l’emblema della della schiavitù moderna. Racconta di un luogo di desolazione, di diritti umani violati e di sfruttamento. E dove il domani è appeso alla speranza di tornare alla luce con la fortuna tra le mani.


Nelle viscere del Burkina Faso, il forziere dell’oro africano
2018/11/26

http://www.vita.it/it/story/2018/11/26/ ... ricano/257
A 150 metri di profondità con 50 gradi di temperatura uomini, donne e bambini scavano per dieci ore al giorno per trovare il metallo prezioso tra il rischio di crolli, fumi altamente tossici e a stretto contatto con mercurio e cianuro. È la miniera d’oro artigianale di Sougou, nella provincia di Zoundwéogo

Il sole è già alto e martella i sensi. Davanti a me sentieri di terra rossa battuta, alternata a rocce di granito inaspettate, come fossero cadute dal cielo. Nella pace di questa calda pianura, si scorge improvvisamente un piccolo pendio ricoperto di ciottoli e polvere grigia, crivellato da decine di “buchi” e cosparso di capanne fatiscenti fatte di teli azzurri e pezzi di legno. Di tanto in tanto si percepisce un’esplosione sotterranea accompagnata da voci soffocate, martellamenti continui e rumori assordanti di motori. Sono nella miniera d’oro artigianale di Sougou, nella provincia di Zoundwéogo, in Burkina Faso.

Nel corso della storia, nessun minerale è stato più apprezzato dell’oro. Circa 5mila anni fa, l’uomo ha cominciato ad usarlo nei più svariati ambiti (commerciale, medico, finanziario, ecc) e da allora molte sono le civiltà nate, cresciute e scomparse per quella che viene definita la “corsa all’oro”. L'Africa è il continente dove si concentra la maggior parte delle società minerarie per lo sfruttamento delle risorse auree. Uno dei principali forzieri dell’oro africano è indubbiamente il Burkina Faso, dove questo rappresenta il primo prodotto di esportazione. Fornisce il 20% del suo PIL. L’economia del Paese infatti, dipende in larga misura dal prezzo di questo minerale sul mercato internazionale.

Il Burkina Faso, letteralmente Terra degli uomini Integri , come ha voluto ribattezzarlo il suo ex presidente Thomas Sankara, è uno dei paesi più poveri al mondo, dove si muore ancora di fame, di sete e di malaria. Dove l'AIDS ha contagiato più del 20% della popolazione, l'infibulazione è praticata tacitamente e la corruzione governativa è fiorente.

Un Paese in cui il sogno panafricano di Sankara è stato strozzato dalle multinazionali e dalla corruzione governativa. Dove si dispone non solo delle ricchezze del continente, ma anche e soprattutto della vita degli africani, violando ogni giorno la dignità, il rispetto e la bellezza di uomini, donne e bambini. Come riportato dalla Federazione Mondiale dei Diritti dell’Uomo, l’estrazione dell’oro, rappresenta per il Burkina Faso, una delle principali attività economiche, a discapito dell’agricoltura, di cui ancora vive la maggior parte della popolazione locale. Proprio quest'ultima ha risentito maggiormente della “corsa all’oro” le cui disastrose conseguenze si riscontrano a livello ambientale e umano. In Burkina Faso il settore minerario potrebbe essere un’enorme risorsa per sollevare l’economia del Paese. Tant’é che molti vedono il lavoro in miniera come la migliore alternativa ai campi. In realtà però il mercato dell'oro è decisamente mal gestito. Da un lato ci sono le multinazionali che ottenuta la gestione delle miniere, si sentono libere di agire e decidere i programmi da attuare, noncuranti delle comunità locali, spesso costrette a dislocare per far posto a nuove miniere. Inoltre l’esenzione di queste multinazionali dal pagamento delle imposte, e il fatto che la maggior parte dell’oro estratto sia destinato all’esportazione, frenano la crescita economica del Paese. Dall’altro lato è lo stesso governo ad aggravare il tutto. Questo infatti, venendo meno all’istituzionalizzazione di procedure legali, per evitare la distruzione ambientale, incentivare la crescita economica e soprattutto tutelare i diritti umani dei lavoratori, alimenta il fenomeno delle miniere artigianali illegali (circa un migliaio che danno lavoro a quasi un milione di persone), gestite dai clan locali.

Nella miniera di Sougou, centinaia di corpi nascosti dalla polvere si affannano attorno ai buchi disseminati nel terreno. Sono dei tunnel verticali strettissimi con una profondità media di 80 metri. Se non sei fortunato però, da trovare la vena aurea, possono tranquillamente superare i 150 metri. Raggiunta la falda aurifera, si continua a scavare orizzontalmente. Le rocce vengono frantumate con picconi e dinamite. E con notevoli rischi per le persone che vi lavorano. La possibilità che il terreno ceda e che i lavoratori rimangano intrappolati è infatti altissima, anche perché spesso si scava nell’acqua freatica, soprattutto nel periodo delle piogge. Durante questa stagione, che va da luglio a settembre, per misure di sicurezza, l’attività mineraria andrebbe sospesa. Purtroppo però, questa interdizione viene ignorata. Il turno di lavoro di un minatore, va dalle otto alle dieci ore consecutive. Ore di totale buio, parzialmente illuminato da torce elettriche, tenute salde attorno alla fronte, da fasce elastiche. Lunghe interminabili ore, in cui si gioca d’azzardo con la morte, in cui l’aria è irrespirabile e il caldo insostenibile. I minatori che restano in superficie, cercano di fronteggiare l’alta temperatura, che a determinate profondità può raggiungere anche i 50 gradi, sventolando aria con sacchi di juta in coni rudimentali di plastica calati nei “buchi”. I più fortunati possono permettersi un ventilatore alimentato ad energia solare.

La febbre dell’oro non risparmia neppure le donne e i bambini. L’Unicef ha reso noto che in Burkina Faso, lavorano nel settore minerario, tra il mezzo milione e i 700.000 adolescenti o pre-adolescenti. Questi, assieme alle donne, generalmente sono impiegati per trasportare e spaccare le pietre portate in superficie. Ciò non esclude che anche loro possano calarsi nel “buco”. Scendere o meno nei cunicoli non è una questione di età, bensì di coraggio e corporatura. Una volta che le pietre sono state totalmente frantumate, vengono macinate e ridotte in sabbia aurifera con appositi macchinari. Rumori assordanti di generatori e motori la fanno da padrone, assieme alla polvere che ricopre corpi striscianti sfatti dalla stanchezza.

Alla roccia polverizzata viene infine aggiunta acqua e sostanze nocive, come il mercurio, così da formare un amalgama con l’oro, chiamata semplicemente “pasta”. Parte del mercurio usato viene recuperato per distillazione, riscaldando l’amalgama. I fumi altamente tossici prodotti durante questa operazione vengono regolarmente respirati e contaminano inevitabilmente anche acqua e terreni. Il lavoro nelle miniere d’oro uccide, dentro e fuori dai “buchi”. Morti imminenti o a lungo termine. Ogni giorno si rischia di rimanere vittima di crolli o incidenti con strumenti di lavoro rudimentali. Senza contare i danni a lungo termine sulla salute a causa dei carichi trasportati, dei fumi e della polvere respirati, dell’avvelenamento da cianuro che attacca il sistema nervoso centrale, causando disabilità permanente.

Nonostante ciò, con i prezzi dell’oro altissimi e la sua altrettanta richiesta, molti continuano ad essere abbagliati da questo minerale. Seppure per le loro vite non è poi così brillante. Ma quanto costa realmente l’oro? Per i minatori a volte solo un pasto. Trovare il minerale non è semplice, a volte si scava per mesi. Durante questo periodo l’investitore garantisce ai minatori solamente del cibo. Verranno pagati solo quando porteranno in superficie rocce aurifere. All’investitore spetta il 20% della produzione mineraria e, nel caso di terreni privati, ai proprietari dei terreni è dovuta una quota variabile tra l’1% e il 10%. Il profitto restante viene diviso tra il capo villaggio e i minatori. Questi ultimi, fino alla fine del processo, non sanno se le loro pietre contengono oro, né in che quantità. Potrebbero quindi scavare per mesi senza percepire alcun reddito, con la sola garanzia di un vitto. Un grammo d’oro viene venduto a privati della capitale Ouagadougou, a 10,000 franco CFA (circa 15,00 euro). In alcuni casi il guadagno è davvero sostanzioso e sono proprio le storie dei minatori che hanno ottenuto un buon profitto ad alimentare le speranze dei disperati.

Come quella di Tapsoba, un ragazzo di 26 anni, che lavora nella miniera da due mesi. «Sono stato fortunato», racconta, «perché a solo 25 metri ho trovato l’oro, per un valore di 300,000 franco CFA, il padrone ha preso la sua parte e il resto è stato diviso per due». Tapsoba ha un sogno: aprire una falegnameria tutta sua. Solo per questo continua a scavare. Attualmente ha raggiunto i 50 metri di profondità, ma non si arrende. «Sono certo che troverò altro oro» aggiunge, «la vita da minatore per me finirà presto».

Ma questi “fortunati” non sono poi molti. «Ho lavorato diversi anni in Costa d’Avorio» racconta Kabakoti, minatore di 37 anni, «ma con la guerra civile nel 2006 sono dovuto scappare. Arrivato in Burkina Faso, a Tiebelè ho sentito parlare di questa miniera e ci ho voluto provare. Sono due mesi che scavo, ho raggiunto i 38 metri di profondità, ma dell’oro ancora nulla». Sospira e poi aggiunge «Prego Allah ogni giorno, prima di entrare nel “buco”, affinché i miei sforzi siano ricompensati».

C’è poi chi, come Ibrahim, chiama la propria famiglia prima di calarsi. Lui è un minatore di 30 anni, marito e padre di due figli. «Se sono qui è solo per la mia famiglia, per dare loro una piccola casa» racconta con gli occhi bassi. «Ho guadagnato un pò, ma non è ancora abbastanza. Certo è, che in miniera ho la possibilità di guadagnare di più che nei campi». La sua voce debole si arresta, poi alza lo sguardo e con gli occhi lucidi e arrossati continua «credo di essere un buon padre, penso solo ai miei figli, quando sono giù in quel buio pesto mi sembra quasi di vederli. Li chiamo sempre prima di scendere, ho paura che potrebbe essere l’ultima volta. Raccomando loro di obbedire alla madre e di aiutarla nei lavori. Faccio lo stesso ogni volta che risalgo vivo».

Il lavoro nella miniera di Sougou non è altro che la drammatica storia della moderna schiavitù. Un luogo fatto di desolazione, di diritti umani violati, dove “si scava il futuro” senza avere futuro, ma con la speranza di di tornare alla luce con la fortuna tra le mani.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:43 pm

I movimenti panafricanisti dei nazi maomettani;
anche Gheddafi era uno di loro sebbene fosse un nazi-social-comunista, la sua proposta di UNione africana e di moneta unica africana era strumentale al dominio imperiale maomettano dell'intera Africa



I VERTICI DEI 5 STELLE SOSTENGONO LA LOTTA DI UN ANTISEMITA
Progetto Dreyfus
24 gennaio 2019

https://www.facebook.com/ProgettoDreyfu ... 8129288538

Tra il vice premier italiano Di Maio e il sottosegretario agli affari esteri Manlio Di Stefano al quale afferra la mano fissando gli obiettivi dei fotografi, Kemi Seba. Nato a Strasburgo nel 1981, è un polemista, predicatore, opinionista, fondatore del movimento Urgences Panafricanistes la cui mission è l’autodeterminazione delle nazioni africane dal “neocolonialismo”. Due giorni fa ha pubblicato su Facebook questa foto descrivendo il suo incontro con i vertici del Movimento 5 Stelle avvenuto lo scorso settembre per raccontare la sua battaglia contro il Franco Cfa. “I 5 stelle hanno capito a differenza di altri partiti italiani, che gli africani non vengono in Italia per amore della pizza ma perché i nostri paesi sono costantemente destabilizzati. Per questa ragione abbiamo deciso di formare un fronte comune contro il neocolonialismo francese e occidentale in Africa. Che Macron sappia che questa è solo la prima fase dell’attacco alle istituzioni…”.

Ma chi è veramente Kemi Seba?
Il suo vero nome è Stellio Capo Chichi, a diciotto anni s’iscrisse alla Nation of Islam di Louis Farrakhan, un predicatore che si diverte a interpretare l’Islam in chiave antisemita, celebre la sua più recente affermazione “io non sono antisemita, sono antitermita” senza perdere mai l’occasione di descrivere gli ebrei con riferimenti satanici e maligni. Nel 2007 Seba/Chichi creò un gruppetto antisemita, “Gioventù Kemi Seba”. Dopo aver definito i poliziotti sionisti al soldo di un governo sionista, fu arrestato e processato per incitamento all’odio razziale e il suo gruppo fu sciolto nel 2009 per ideologia razzista e antisemita. Nel 2015 Seba incontrò in Iran un amicone di Israele, l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, e tra le sue frequentazioni vanta quella dell’umorista francese Dieudonné M'Bala M'Bala, antisemita, antisionista, che per anni ha fatto spettacoli attaccando gli ebrei e la Shoà ideando la virale quenelle, il saluto nazista capovolto.

Oggi al Quirinale tra i presenti alla celebrazione del Giorno della Memoria che hanno stretto la mano del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il suo bellissimo discorso, c’era anche Luigi Di Maio al quale come capo politico del Movimento 5 Stelle, rivolgiamo una semplice domanda: a che gioco sta giocando?


L'accusa contro la Francia è stata formulata per la prima volta da un certo Mawuna Koutonin
https://www.facebook.com/mawuna.koutonin

e ripresa da un tal nazista maomettano africano Konarè
https://www.facebook.com/Konar%C3%A8-217456388812805
https://www.facebook.com/konare.shata?fref=ufi
https://www.youtube.com/watch?v=zsL2NoR2BY0
https://www.youtube.com/watch?v=zSqi1hD8pRA
http://blog.ilgiornale.it/bertirotti/20 ... -immigrati

Konare: è la Francia a depredare l’Africa, ditele di smettere
7 agosto 2018

http://www.libreidee.org/2018/08/konare ... i-smettere

Ma la Francia non era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisi dei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Francia a suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cefa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.

«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo dopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanza internazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economia africana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.

Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Francia il Franco Cefa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francia non avrà storia nel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.

Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisi e l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente drammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».

Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?

Ma la Francia non era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisi dei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Francia a suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cfa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.

«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo Mohamed Konaredopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanza internazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economia africana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.

Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Francia il Franco Cfa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francia non avrà storia nel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, Macron con Papa Francescola Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.

Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisi e l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente Muhammad Alì a Kinshasadrammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».

Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?


Anna Bono su Lonarè

https://www.facebook.com/anna.bono.961/ ... 7135184845

dunque, tal Konaré sostiene che l'Africa non è libera perché delle società segrete europee fanno scoppiare continuamente delle guerre tribali, perché da 600 anni è dominata dalla Francia ecc...sulla sua pagina FB sintetizza il suo verbo vetero terzomondista con la frase "Il faut maintenir l'Afrique dans la pauvreté pour faire vivre l'Occident dans l'opulence.."
dice di essere leader di un nascente Movimento Panafricanista, tanto nascente che ancora non esiste, dice che farà una manifestazione a Roma contro la Francia perchè se ci prova in un paese africano uccidono lui e tutta la sua famiglia di notte...quindi deve lottare qui... insomma, la solita tiritera sulle colpe dell'Occidente e la poverà Africa depredata, il solito africano che vive in Europa e campa con l'espediente della vittima che si ribella...c'è tanta gente che ci casca...scaltramente dà ragione al ministro Salvini sul blocco degli arrivi di emigranti illegali e quindi si si, che bravo... dice anche che i paesi ex colonie francesi sono del tutto dominati dalla Francia che prosciuga le loro ricchezze, li strozza con tasse e con la valuta Cfa e non li lascia liberi di commerciare con chi vogliono... è talmente vero che alcuni dei paesi Cfa sono tra quelli con i maggiori tassi di sviluppo del continente, che uno, il Camerun, è addirittura nel Commonwealth, che il presidente della Costa d'Avorio in questi giorni è in Cina con molti altri capi di stato africani per trattare accordi economici con Pechino... che il Mali dopo aver lasciato nel 1962 il sistema monetario Cfa tanto esecrato vi è rientrato nel 1984 e la Guinea Bissau ha chiesto e ottenuto di farne parte nel 1997... l'anno scorso la colpa di tutto era la Cina che vuole svuotare il continente per trasferirci la sua popolazione (bella sfida considerando che in Africa nascono quasi 100 mila bambini al giorno), quest'anno invece è la Francia...chi il prossimo?


Ecco come i nazi maomettani hanno trattato e trattano l'Africa, gli africani e i non maomettani africani animisti e cristiani.
Quasi metà dell'Africa è dominata e oppressa dal nazismo maomettano e un'altra parte è continuamente sotto attacco violento e militare delle bande nazi maomettane.
In lavorazione

Schiavi dell'Islam o del nazismo imperialista maomettano
viewtopic.php?f=149&t=1336

Crimini dei nazisti maomettani marocchini e africani in Europa
viewtopic.php?f=188&t=2753

Africa razzista, il continente nero è tra i più razzisti della terra
viewtopic.php?f=196&t=2750

Islam e persecuzione e sterminio dei cristiani (cristianofobia)
viewtopic.php?f=181&t=1356


Libia: tutti sono "sunniti", per definizione
08/05/2015

https://www.voceisontina.eu/Chiesa/Libi ... efinizione

Dalla caduta di Gheddafi gli islamici radicali hanno acquisito maggior sostegno
Il 13° posto nella WWList del 2015, in Libia è il Paese del Nord Africa dove peggiore è la condizione dei cristiani.
In un contesto di persistente anarchia e assenza dello stato di diritto, i cristiani - sia i cittadini che gli stranieri - sono nella morsa dei gruppi religiosi fanatici e delle bande criminali.

Fonti della persecuzione
L’estremismo islamico: si manifesta in modi diversi. Agisce attraverso una cultura che è profondamente islamica, nella quale chi si converte al cristianesimo affronta enormi pressioni da parte dei familiari e della comunità. Dalla caduta di Gheddafi, una varietà di gruppi islamici radicali, tra cui i salafiti jihadisti e altri, hanno inoltre campo libero nel Paese e hanno acquisito un maggiore sostegno.

Contesto
Importare Bibbie in arabo rimane severamente vietato e questo impedisce la crescita della Chiesa indigena: il proselitismo di musulmani e l’attività missionaria sono ufficialmente vietati. A causa dell’oppressione causata dall’intolleranza della società e dei parenti, i cristiani libici difficilmente osano informare gli altri della loro fede. Gli islamisti in Libia sono diventati così radicali che anche i sufi vengono perseguitati.
Il governo sostiene che tutti i cittadini siano sunniti per definizione. Questa imposizione si unisce ad ampi divieti di qualsiasi tipo di associazione politica indipendente, impedendo ai cittadini di identificarsi come membri di un gruppo religioso o politico.
In Libia sono presenti due tipi di cristianesimo: un piccolo gruppo di cittadini libici (che sono tutti convertiti dall’islam) e immigrati stranieri, la maggior parte dei quali provenienti dall’Africa sub-sahariana e alcuni dall’Egitto.
I cittadini libici cristiani mantengono segreta la loro fede. Le chiese per libici sono vietate e la conversione dall’islam comporta pressione sociale.
I lavoratori immigrati cristiani hanno la possibilità di avere le loro chiese, ma i libici non possono entrarci.
Nel corso del 2014, sono aumentati gli episodi di violenza subita sia dai cristiani libici che dagli stranieri. Almeno 12 cristiani sono stati uccisi (tra loro 5 egiziani e 1 filippino). Inoltre, durante uno dei disordini a Tripoli, due chiese sono state gravemente danneggiate.


"C'è un piano dell'islam per conquistare l'Africa e un rischio jihadismo"
Arcivescovo Francisco Chimoio
22 dicembre 2017

http://www.occhidellaguerra.it/islam-jihadismo-africa

Le sfide sono tante. La fede cristiana è ancora molto semplice, il territorio è di «prima evangelizzazione»; la presenza delle chiese animiste e delle sette è insidiosa; il rischio di una islamizzazione dell’intero continente africano è molto forte. Con anche la minaccia del terrorismo e del fondamentalismo islamico. Il 50% della popolazione in Mozambico è animista, il 30% è cristiana, in prevalenza cattolica, e il 20% è musulmana. Ma il numero di quest’ultimi è in forte aumento. E spuntano come funghi nuove moschee. La dimensione religiosa, in Mozambico, rappresenta una grossa sfida pastorale, che si ripercuote nella vita sociale e culturale di un paese in rinascita, di uno stato che sta cercando di mettere radici solide per camminare da solo. Abbiamo incontrato monsignor Francisco Chimoio, arcivescovo di Maputo, nella sede della curia della capitale mozambicana.
Eccellenza, come vivono i cristiani a Maputo?
«La fede cristiana qui a Maputo è semplice, concreta. L’essere cristiano è, come dice San Paolo, essere una nuova creatura, e la novità consiste nella maniera in cui si vive, nel modo in cui ci rapportiamo con gli altri e nel loro lavoro, cercando sempre di essere testimoni di fede in Cristo. E tentare di scoprire nell’altro un fratello. A Maputo ci sono tante sette, ma questo non deve essere motivo di paura. È vero, può accadere che qualche cristiano si stia allontanando, per noi è una sofferenza perché significa che non è stato in grado di capire la grandezza dell’essere cristiano. E allora il mio invito è di fare una buona catechesi e una buona formazione».
A che punto è il dialogo interreligioso?
«Su questo siamo fortunati, non ci sono scontri o difficoltà grosse. Per la festa del 4 ottobre abbiamo pregato di fronte alla cattedrale con i leader delle altre religioni, anche con i musulmani. L’unica paura che può minare questa serenità è l’arrivo dei fondamentalisti».
Si parla di islamizzazione del continente africano. Come è la situazione in Mozambico?
«C’è una strategia dell’Islam per conquistare il continente africano intero. E questo sta avvenendo anche in Mozambico: attraverso i matrimoni (musulmani che sposano cristiane che poi non possono più venire in chiesa); attraverso il sostegno educativo, cioè con borse di studio (per consentire alla gente di andare a studiare nei Paesi musulmani e quando tornano qui in Mozambico, sono diventati islamici); attraverso microcredito, e quindi sostegno economico per dare possibilità alla gente di iniziare un lavoro (ma così acquistano anche una cultura e un pensiero islamico), e con la costruzione di moschee, grazie all’aiuto soprattutto dell’Arabia Saudita. I musulmani si stanno così propagando a macchia d’olio con questa strategia. La nostra risposta è formare al meglio i laici. È questa una grande sfida. La mia paura più grossa è che arrivino i fondamentalisti, e ci sia un attacco, e allora ci saranno davvero molti martiri.
C’è questo rischio?
«Spero di no, ma può succedere. Qui, a Maputo, vive anche uno dei baroni della droga, musulmano. La mia paura è che i fondamentalisti giungano anche qui. È giusto che ci prepariamo per qualsiasi sorpresa».




L'islam è la prima causa di oppressione dei cristiani
Anna Bono
13 gennaio 2017

http://www.lanuovabq.it/it/lislam-e-la- ... -cristiani

Open Doors, Porte aperte, l’organizzazione non governativa che dal 1955 aiuta i cristiani perseguitati ha appena pubblicato il suo annuale rapporto. La principale causa di oppressione dei cristiani è ancora l'islam: in 35 Stati su 50 in cui la persecuzione è più intensa, lo Stato e la maggioranza del popolo sono islamici.

Rogo di una chiesa copta in Egitto

Open Doors, Porte aperte, l’organizzazione non governativa che dal 1955 aiuta i cristiani perseguitati e ne raccoglie le testimonianze di fede, ha appena pubblicato il suo annuale rapporto che, come di consueto, comprende l’elenco degli stati in cui “la fede costa di più”: 50 paesi, 650 milioni di cristiani oggetto di discriminazioni, abusi, attentati, aggressioni, limitazioni alla libertà di culto.

Per il 2016 la persecuzione è stata classificata estrema in 10 stati, grave in 20 – per un totale di circa 215 milioni di cristiani colpiti – e moderata in altri 20. Le vittime dell’intolleranza nel 2016 sono state 1.207, le chiese danneggiate o distrutte 1.239: un netto calo rispetto al 2015, anno in cui i morti erano stati 7.100 e 2.400 le chiese attaccate.

La diminuizione dei casi di violenza estrema si deve in gran parte ai successi registrati nella lotta a Boko Haram, i jihadisti nigeriani, e all’Isis, lo Stato Islamico. Ma conta anche il fatto che centinaia di migliaia di cristiani, specie in Nigeria e in Medio Oriente, hanno abbandonato le regioni controllate dai jihadisti, mettendosi in salvo, motivo per cui però patiscono privazioni e la dolorosa incertezza dello status di profughi. Inoltre, avverte Open Doors, le persecuzioni in realtà si sono estese e intensificate, hanno assunto forme più subdole.

L’islam resta la principale causa di oppressione per i cristiani. Ne è infatti responsabile in 35 stati su 50. Sono islamici otto dei primi dieci paesi, quelli in cui la persecuzione è definita estrema. Sono gli stessi del 2015 con due variazioni: la Libia è passata dal 10° all’11° posto, lo Yemen, 11° nel 2015, si trova adesso in nona posizione. Ci sono Stati a maggioranza musulmana, come la Somalia, la Tunisia, l’Egitto e l’Indonesia, in cui a minacciare i cristiani sono gruppi di estremisti islamici. In altri, ad esempio il Sudan e l’Arabia Saudita, la repressione è opera dei governi, con leggi che limitano in parte o del tutto la possibilità per cristiani di praticare la fede. In altri ancora i fedeli sono minacciati sia dalle leggi dello Stato che dai jihadisti e da una parte della popolazione influenzata da gruppi integralisti molto potenti: in Pakistan i cristiani subiscono attentati, abusi, discriminazioni e vivono sotto la minaccia della “legge nera”, la legge contro la blasfemia.

Nel 2016 l’intolleranza è aumentata soprattutto in Asia dove i cristiani costituiscono ovunque la minoranza della popolazione: è cresciuta, oltre che in alcuni paesi islamici, in Laos e Vietnam, entrambi regimi comunisti, e in India e Sri Lanka, ques’ultimo entrato nella classifica 2017 in 45a posizione, dove a perseguitarli sono i movimenti nazionalisti, rispettivamente indù e buddisti. Sono asiatici 31 dei 50 stati dell’elenco, su tutti la Corea del Nord, da 15 anni ininterrottamente al primo posto per la ferocia con cui la dittatura comunista punisce ogni pratica religiosa costringendo i fedeli a pregare di nascosto, da soli per timore di essere scoperti e denunciati. Per i trasgressori è previsto il carcere oppure l’internamento per anni o per sempre nei terribili campi di lavoro forzato e, per le colpe giudicate più gravi, la pena capitale.

Con 16 stati nell’elenco – tre tra primi dieci e sei nella seconda fascia – l’Africa si conferma l’altro continente in cui “la fede costa di più”. In tutti gli Stati africani la minaccia è rappresentata dal fondamentalismo islamico a cui in Eritrea e in Etiopia si aggiungono altri fattori: per l’Eritrea, spiega Open Doors, il carattere autoritario e intollerante del regime al potere – un regime di “paranoia autoritaria” è l’espressione usata nel rapporto – e per l’Etiopia un acceso scontro tra la Chiesa ortodossa e quella protestante. Inoltre ad accrescere tensioni e intolleranza contribuisce sempre, in misura determinante, il tribalismo, elemento endemico, strutturale, di tutto il continente. Un aspetto rilevante inoltre è dato dal fatto che ben in sei Stati – Eritrea, Nigeria, Kenya, Etiopia, Tanzania e Repubblica Centrafricana – i cristiani sono minacciati benchè costituiscano la maggioranza della popolazione o ne siano una componente importante quanto i musulmani. Questo si spiega in parte appunto con il tribalismo, ma è anche effetto della corruzione che rende i governi inefficenti e deboli, come tragicamente dimostra il caso della Nigeria.

Nell’elenco 2017 esce uno stato africano, il Niger, 49° nel 2016, e al 47° posto fa la sua comparsa un altro stato africano, la Mauritania, una repubblica islamica in cui vivono solo poche centinaia di cristiani, per lo più cattolici, sostanzialmente tollerati dal governo pur con vincoli e limitazioni alla devozione. La preoccupazione maggiore per la loro sorte deriva dal ruolo da alcuni anni più attivo di diversi gruppi jihadisti legati ad Aqmi, Al Qaida nel Maghreb islamico. Ma – spiega Open Doors – purtroppo “la persecuzione a volte arriva dall’interno”. La Chiesa mauritana infatti, benchè minuscola, non è esente da invidie, antagonismi personali e, soprattutto, spiacevoli casi di corruzione che demoralizzano e allontanano i fedeli.



Jihad in Sahel: il Mali e l'estremismo islamico di marca qaedista
01 Dicembre 2015

https://www.ispionline.it/it/pubblicazi ... ista-14290

Nonostante la presenza francese in Mali sia stata utile per accompagnare il paese verso un processo di normalizzazione, questa non è stata in grado di garantire soluzioni durature e stabili. Lo conferma l'attacco terroristico che ha recentemente sconvolto la capitale maliana e messo in luce la costante penetrazione degli estremisti islamici nei paesi Africani. Da un lato è un processo che nel lungo periodo mira a destabilizzare l'area per poi rivolgersi all'Europa, dall'altro è un freno per qualsiasi aspirazione di stabilità e sviluppo in un'area che soffre - ancora troppo - la costante minaccia del terrorismo quaedista.

I drammatici eventi che hanno catapultato il Mali al centro delle cronache - l'attacco terroristico a un hotel della capitale e l'uccisione di alcune decine di ostaggi, rivendicata da gruppi integralisti islamici - hanno posto in evidenza la gravità della situazione securitaria nel Paese e di parte del Sahel. Attraversato da una grave crisi politica, sociale, istituzionale e militare, tra il 2012 e il 2013, il Mali si trova oggi ad affrontare i problemi legati ad alcuni nodi irrisolti dei processi di conflict management. Tra questi, la decennale questione delle rivendicazioni autonomistiche delle comunità nomadi di etnia tuareg, cui si è cercato di rispondere mediante una faticosa mediazione tra il governo centrale e i movimenti nazionalisti, ma soprattutto la minaccia di attacchi terroristici da parte di gruppi armati jihadisti, radicati nelle regioni semi-desertiche a nord del paese.

La presenza francese in Mali, ridefinita sotto forme diverse dall'inizio della crisi ad oggi, pur avendo parzialmente garantito le condizioni per una normalizzazione politico-istituzionale del paese, non ha, tuttavia, offerto soluzioni stabili e di lungo periodo al pericolo rappresentato dal fondamentalismo islamico: l'attivismo delle organizzazioni jihadiste, culminato in un'impressionante sequela di attentati in tutto il paese, nel corso dell'ultimo anno, evidenzia la persistenza del potenziale di destabilizzazione del terrorismo islamico nell'intera macroregione sahelo-sahariana.

La penetrazione regionale di un Islam di rito wahhabita o salafita ha rappresentato un fattore centrale di instabilità nel complesso scenario saheliano. In una regione storicamente caratterizzata dalla professione di un Islam malekita e dalla prevalenza di confraternite sufi, il progressivo radicamento di movimenti di rinascita islamica, decisi a veicolare il ritorno all’Islam delle origini mediante una rigida applicazione della sharia, è stato favorito dagli ingenti investimenti delle monarchie del Golfo, Qatar e Arabia Saudita in particolare, destinati alla costruzione di moschee e scuole coraniche o alla formazione di Imam, e alla sempre maggiore influenza della predicazione di missionari pakistani e afghani, membri della Jama’at al Tabligh.

Obiettivo dei gruppi armati wahhabiti e salafiti, determinati a imporre nuovi modelli di società alimentando il ricorso alla violenza e a forme di resistenza contro le élite politiche della regione e gli infedeli, è consistito nell’assumere il controllo della regione per farne l’epicentro della riconquista dell’Islam, trasformandola in safe heaven, campo di addestramento jihadista, base di conquista degli Stati islamici in nord Africa e centro di destabilizzazione dell’Europa. La proliferazione, poi, di traffici illegali nella zona saheliana, ha offerto ai gruppi armati jihadisti la possibilità di sfruttare reti criminali attive nella regione: dall’esazione di quote di denaro nei confronti di trafficanti che attraversavano i territori presidiati, alle attività di scorta armata e di messa in sicurezza di convogli di trasporto di armi, sigarette, droga ed esseri umani. Similmente, il rapimento e il sequestro di ostaggi ha rappresentato una fonte di finanziamento per diverse decine di milioni di dollari, elargiti dai governi occidentali. I profitti derivanti dal controllo delle attività illecite hanno consentito il rifornimento in armi sofisticate e moderne e la corruzione su larga scala di ufficiali governativi e autorità di pubblica sicurezza, che ne hanno tollerato la presenza. Inoltre, in un quadro territoriale a forte marginalizzazione economica e sociale, il reclutamento di combattenti e ausiliari tra giovani privi di prospettive, e l'erogazione di beni e servizi essenziali alle popolazioni locali in assenza di strutture pubbliche, ne ha favorito il radicamento sociale.

La nebulosa di movimenti e gruppi integralisti islamici in Mali è eterogenea, estremamente frazionata, e ruota attorno ad Al-Qāʿida. Il nucleo originario della presenza jihadista nella regione risale alla sale guerre algerina, combattuta negli anni '90 tra le forze di sicurezza nazionali e il Groupe Islamique Armé (GIA), movimento armato salafita. La violenta repressione del governo di Algeri determinò un ripiegamento dei mujāhidīn verso sud, nel nord del Mali, dove stabilirono la propria base operativa in ragione dello scarso livello di controllo esercitato dalle autorità maliane. Con la nascita del Groupe Salafiste pour la Prédication et le Combat (GSPC), fu avviato un processo di allineamento ad Al-Qāʿida: ne furono imitate metodicamente strutture e organizzazione, conciliando rigidità verticale e capacità dei segmenti di agire indipendentemente; se ne condivisero i valori e gli obiettivi di liberazione dell’Umma islamica dall'oppressione delle forze giudaico-cristiane. Nel 2006, l’adesione ad Al-Qāʿida fu formalizzata, e l'organizzazione assunse la denominazione di Al-Qāʿida en Maghreb Islamique (AQMI).

Accanto ad AQMI, diverse altre sono le organizzazioni terroristiche di matrice islamista attive nella regione, spesso sorte da scissioni intervenute al suo interno. E' il caso, ad esempio, del Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), originato dalla scissione della katiba Al-Fourqane in ragione di contrasti probabilmente legati alla redistribuzione dei profitti dell'organizzazione o, ancora, al malcontento dei mujāhidīn neri per le discriminazioni rivolte nei loro confronti dai combattenti algerini, maggioritari tra i ranghi di AQMI. Nonostante l'autonomia di azione, le relazioni con AQMI e Al-Qāʿida sono state accuratamente preservate: secondo Roland Marchal, la creazione del MUJAO avrebbe risposto all'esigenza strategica di centralizzazione dei processi di decision making e di decentramento esecutivo.

Nel corso del 2013, la fusione del MUJAO con la katiba Al-Muwaqqi‘inib-dima, sorta anch'essa a seguito di una scissione da AQMI causata da dissidi tra alcuni dei suoi emiri locali, ha dato origine a una nuova organizzazione armata, Al-Murābiṭūn, guidata da Mokhtar Belmokhtar. Combattente algerino addestrato in Afghanistan, già leader delle cellule saheliane del GSPC e di AQMI, Belmokhtar ha strutturato, nel tempo, una fitta rete di relazioni nei territori del nord Mali, che gli ha garantito radicamento sociale e protezione tribale, consentendogli di sviluppare un autonomo spazio di azione svincolato dall'avallo delle gerarchie di AQMI, causa di contrasti e all'origine della separazione. L'allontanamento da AQMI, tuttavia, non ha precluso le relazioni politiche di Belmokhtar con i quadri dirigenti di Al-Qāʿida, che hanno continuato a considerarlo un riferimento centrale in Sahel.

Ad oggi, Al-Murābiṭūn, o Al-Qāʿida du Jihad en Afrique de l'Ouest, costituisce la principale causa di insicurezza legata al terrorismo islamico nella regione. Belmokhtar, emiro plenipotenziario di Al-Qāʿida in Africa occidentale, la cui uccisione è stata più volte annunciata salvo poi essere smentita dai fatti, è la mente della gran parte degli attacchi terroristici verificatisi in Sahel nel corso degli ultimi anni, a partire dalla spettacolare presa d'ostaggi del sito estrattivo di In Amenas, nel sud dell'Algeria, all'indomani del dispiegamento delle truppe francesi. Nel complesso quadro degli equilibri interni all'universo jihadista, Al-Murābiṭūn riveste un'importanza essenziale per Al-Qāʿida, garantendole il controllo di una regione strategica dell'Africa sub-sahariana, a fronte dell'espansione di gruppi integralisti affiliati allo Stato Islamico.

Una delle chiavi di interpretazione degli attacchi terroristici al Radisson Blu di Bamako sembra potersi rintracciare nella volontà delle organizzazioni qaediste di riaffermare una immutata capacità di azione e un forte potenziale di nocumento degli interessi occidentali nelle regioni poste sotto il proprio controllo. Il quadro è quello di una competizione globale per il riconoscimento del primato tra le organizzazioni integraliste islamiche, che vede Dāʿish acquisire un seguito e un'influenza sempre maggiore. Testimonianza di ciò è data dalle dichiarazioni rese di recente da un alto responsabile di Al-Murābiṭūn, che ne annunciavano l'affiliazione allo Stato Islamico; immediatamente smentite dallo stesso Belmokhtar, esse danno prova di una forte attrattiva esercitata dal califfo Al-Baghdādī sui movimenti jihadisti della regione, oltre che di un'aspra dialettica interna alla stessa organizzazione e dello scontro tra fazioni opposte per la definizione strategica delle alleanze.

Alla competizione globale tra Dāʿish e Al-Qāʿida, fa da contrappunto una competizione interna, regionale, per il rafforzamento delle posizioni dei diversi gruppi jihadisti attivi in Mali, nel perseguimento dei rispettivi interessi: la presenza di molteplici organizzazioni, gli equilibri e i rapporti di forze in continua trasformazione, rendono complessa la lettura degli eventi, spesso difficili da decifrare. L'attacco del 21 novembre scorso, a Bamako, è stato seguito da una immediata rivendicazione da parte di mujāhidīn legati ad Al-Murābiṭūn, con la partecipazione dei jihadisti di AQMI; due giorni dopo, una nuova rivendicazione dell'azione terroristica al Radisson Blu da parte di alcuni esponenti del Front de Libération du Macina, movimento integralista islamico dalle origini indistinte e dalla leadership oscura, in cui si descriveva l'attentato come reazione agli attacchi delle forze francesi dell'Opération Barkhane, ha complicato ulteriormente lo scenario. Una certa corsa a rivendicare atti di terrorismo costituisce una tendenza rintracciabile in situazioni in cui, su di un medesimo territorio, intervengano e operino gruppi concorrenti. In questa circostanza, pur essendo probabile la non autenticità di una delle due rivendicazioni, sembrerebbe emergere tra le linee una dinamica di competizione tra le milizie legate a Belmokhtar ed alcuni gruppi armati costituiti su base locale ed etnica, anch'essi allineati ad Al-Qāʿida: il Front de Libération du Macina (FLM), operativo nelle regioni centrali del Paese, intorno a Mopti, e la katiba Khalid Ibn al-Walid, attiva nell'estremo sud, vicini ad Anṣār al-Dīn, movimento a maggioranza tuareg protagonista dell'occupazione jihadista dell'Azawad, tra il 2012 e il 2013, e guidato da Iyad Ag Ghaly. Soltanto pochi giorni prima, Ag Ghaly si era scagliato contro le autorità maliane, rigettando gli accordi di Algeri siglati dal Coordinamento dei Movimenti dell'Azawad, e attaccato la Francia, considerata nemico da abbattere: in questi termini, la rivendicazione dell'attentato da parte dell'FLM e dell'asse jihadista strutturato attorno ad Anṣār al-Dīn, appare del tutto credibile, e la definizione dell'obiettivo - un hotel nel centro della capitale, frequentato sovente da personale politico e diplomatico occidentale - assolutamente mirata. Infine, la scelta del giorno in cui colpire evidenzia la lucida strategia dietro l'attacco: in quelle stesse ore, a N'Djamena, i capi di Stato membri del G5 Sahel discutevano di cooperazione securitaria, nella cornice di un partenariato con le forze francesi del dispositivo Barkhane, per rispondere alla minaccia regionale rappresentata dal terrorismo qaedista.

Camillo Casola, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"



Islam una micidiale macchina di oppressione
https://www.miglioverde.eu/lislam-una-m ... ppressione
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:43 pm

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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:44 pm

???

Le vere ragioni della guerra in Libia: gli interessi della Francia

Roberto Vivaldelli
26 gennaio 2019

http://www.occhidellaguerra.it/le-vere- ... la-francia

“Rivolgo un appello al ministro Di Maio, che dopo Fratelli d’Italia è stato coraggioso nel denunciare la questione del Franco Cfa e del neocolonialismo francese in Africa: FdI chiede al governo di convocare l’ambasciatore francese per chiedere conto del carteggio pubblicato dal Dipartimento di Stato americano e sulle cause che avrebbero spinto la Francia a bombardare la Libia, generando l’attuale caos immigrazione che subiamo”. A dirlo in un video pubblicato su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

A cosa si riferisce? Alle circa 3.000 email declassificate dell’ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton diffuse nel 2016. Alcune di esse raccontano in maniera precisa le vere motivazioni dell’intervento francese e occidentale contro la Libia di Muammar Gheddafi nei primi mesi del 2011. Motivazioni umanitarie? Il timore di un imminente genocidio? Gli stupri di massa da parte dei miliziani? Nulla di tutto questo. Precisi e cinici interessi geopolitici che hanno spinto la Francia di Nicolas Sarkozy a intervenire militarmente, con il pieno supporto della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e, obtorto collo, anche dell’Italia – che si ritrovò nell’angolo. Attacchi che successivamente furono unificati il 25 marzo 2011 sotto l’Operazione Unified Protector a guida Nato.

Il timore di una valuta panafricana convinse l’Eliseo

La email No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal (stretto collaboratore prima di Bill e poi di Hillary) all’allora Segretaria di Stato Usa Hillary Clinton, dal titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”, svela la verità sull’intervento occidentale in Libia a supporto degli insorti.

“Secondo le informazioni disponibili – scrive Blumenthal – il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento. Durante la fine di marzo 2011 questi stock sono stati spostati nel Sabha (sud-ovest in direzione del confine libico con il Niger e il Ciad); presi dai caveau della Banca centrale libica a Tripoli”. Questo oro, prosegue, “è stato accumulato prima dell’attuale ribellione e doveva essere utilizzato per stabilire una moneta panafricana basato sul dinar libico. Questo piano è stato progettato per fornire ai Paesi africani francofoni un ’alternativa al franco francese (Cfa)”.

Un piano, quello del Colonnello, che allarma l’Eliseo, come conferma Blumenthal nella stessa e-mail, nero su bianco. “Gli ufficiali dei servizi segreti francesi hanno scoperto questo piano poco dopo l’inizio della ribellione in corso e questo era uno dei fattori che hanno influenzato la decisione del presidente Nicolas Sarkozy di impegnare la Francia nell’attacco alla Libia”.

Ecco perché la Francia è intervenuta contro Gheddafi in Libia

Oltre alla questione legata al Franco Cfa e al progetto di Gheddafi di coniare una moneta panafricana basa sul dinar libico, Blumenthal riassume al Segretario di Stato le motivazioni interveniste di Nicolas Sarkozy: “Il desiderio di ottenere una quota maggiore della produzione petrolifera della Libia; aumentare l’influenza francese in Nord Africa; migliorare la sua situazione politica interna in Francia; fornire alle forze armate francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo; affrontare la preoccupazione dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante Africa francofona)”. Il tutto a danno anche dell’Italia.

Altro che la dottrina Responsability To Protect (2P2) invocata dall’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 28 marzo 2011 o le bugie raccontate dal Presidente francese Nicolas Sarkozy sui bombardamenti occidentali che, a suo dire, sarebbero stati “soltanto di natura difensiva” nel caso Gheddafi si fosse servito “di armi chimiche o attacchi aerei contro manifestanti non violenti”. Il Presidente francese mentì al mondo perché l’Eliseo, scoperti i piani del Colonnello sul Franco Cfa, era oramai deciso a intervenire con le bombe in Libia.

Ad ogni costo.

“Credo sia vergognoso che nessuno abbia mai ritenuto di approfondire questo documento pubblico e di risalire alle reali cause che hanno scatenato il caos in Libia e generato il caos immigrazione che arriva da noi” prosegue Giorgia Meloni. “Perché e quello che c’è scritto qui fosse anche lontanamente vero, significherebbe che la Francia non è esattamente un filantropo che stampa queste monete, ma ha un interesse a difendere questa moneta coloniale”.


Alberto Pento
Una moneta non si inventa da oggi al domani, tanto meno la si può imporre agli altri paesi. Non credo che la Francia abbia mai avuto alcun timore del dinaro libico e che Gheddafi potesse adoperarlo come moneta panafricana al posto del CFA.

Un moneta o è volontaria o è imposta con la violenza militare e la conquista del paese, Gheddafi non poteva né sperare né credere che i paesi del CFA potessero volontariamente preferire il dinaro libico al CFA; nemmeno poteva pensare di conquistare militarmente e politicamente questi paesi africani per imporre il suo dinaro.

Questa della moneta è solo una demenziale ipotesi complottista, non è assolutamente sensata e ragionevole.
Nessun continente del Mondo ha una moneta unica, non ce l'hanno l'America del Nord (dollaro USA e dollaro canadese, peso messicano), del Centro e del Sud, non ce l'ha l'Asia, non ce l'ha l'Africa e non ce l'ha nemmeno l'Europa dove vi sono l'euro, la sterlina, il franco svizzero, il rublo russo, le corone svedese e danese, ed altre ancora. Nemmeno l'Oceania. Non ce l'ha nemmeno il Mondo costituito dagli stati nazi-maomettani.

I paesi africani non maomettani non avrebbero mai accettatto di finire sotto il dominio arabo maomettano.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:45 pm

Il PIL dei 14 paesi africani (ex colonie francesi) nel 2012 era di circa 166 000 milioni di dollari (1/16° del PIL francese circa;
il PIL della Francia PIL (nominale) nel 2012 era di 2 613 936 milioni di $ (2012) (5º), 16 volte circa il PIL dei 14 paese africani ex colonie.
https://it.wikipedia.org/wiki/Francia
Ditemi voi se la Francia ha bisogno di sfruttare questi paesi per ricavare cosa poi.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:50 pm

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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:51 pm

???

Franco Cfa: il libro che racconta l'arma segreta della Francia in Africa
Roberto Vivaldelli
30 aprile 2019

http://www.occhidellaguerra.it/franco-c ... -in-africa

“La Francia è l’unico Paese al mondo a essere riuscito nella straordinaria impresa di far circolare la sua moneta, e solo la sua moneta, in paesi politicamente liberi”. Così l’economista camerunese Joseph Tchundjang Pouemi nel 1980 si riferiva al Franco Cfa – che inizialmente significava franco delle Colonie Francesi d’Africa e oggi invece è diventato acronimo di “Comunità Finanziaria Africana”.

Perché a differenza di certa letteratura “francocentrica” il Franco Cfa rimane un formidabile cordone ombelicale che ha continuato a stringere il collo delle ex colonie e che ancora oggi – a più di mezzo secolo dalla fine del colonialismo francese – garantisce alla Francia il controllo di un’enorme area economica in Africa.

Un argomento affrontato con grande competenza e documenti alla mano dalla giornalista francese Fanny Pigeaud e dall’economista africano Ndongo Samba Sylla nel nuovo libro pubblicato da Fazi Editore L’arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco Cfa (Traduzione di Thomas Fazi, Collana Le terre, pp.240, Euro 18,00), in libreria dal 2 maggio.


Il Franco Cfa, uno strumento di dominio della Francia in Africa

Il saggio di Pigeaud e Sylla racconta in maniera articolata ma accessibile la storia del Franco Cfa e del suo funzionamento. Come spiegano gli autori, siamo in presenza di un meccanismo che ha dell’incredibile: la Francia utilizza il suo presunto ruolo di “garante” come pretesto e strumento di ricatto nei confronti delle sue ex colonie, al fine di tenerle nella propria orbita, sia economicamente che politicamente.

Peggio ancora, proseguono Pigeaud e Sylla, gli Stati africani non solo garantiscono con le proprie riserve la convertibilità del Franco Cfa, ma continuano, di fatto, a “garantire” alla Francia importanti benefici economici e la sua posizione di spicco nell’economia globale. Un sistema, quello del Franco Cfa, basato su un “gioco delle tre carte”.


Ecco come funziona il Franco Cfa

In passato, la propaganda coloniale francese presentava la “madrepatria” come una forza che proteggeva gli africani. Oggi Parigi afferma che il Franco Cfa è diventato una “moneta africana”, ma come spiegano gli autori, quest’affermazione è perlopiù falsa e il meccanismo che sottende al Franco Cfa è semplicemente “diabolico”. Infatti, esso consente alla Francia di gestire i suoi rapporti economici, monetari, finanziari e politici con alcune delle sue ex colonie secondo una logica funzionale ai suoi interessi.

Dal 1962 la zona del franco include solo gli Stati dell’Africa subsahariana, oltre alla Francia e ai tre territori che utilizzano il franco pacifico: la Nuova Caledonia, la Polinesia Francese e Wallis e Futuna. Oggi include tre sottoinsiemi in Africa: l’Unione Economica e Monetaria Ovest-Africana (Uemoa, che comprende il Benin, il Burkina Faso, la Costa D’Avorio, la Guinea Bissau, il Mali, il Niger, il Senegal e il Togo), la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (Cemac, che comprende il Camerun, il Congo, il Gabon, la Guinea Equatoriale, la Repubblica Centrafricana e il Ciad) e l’Unione delle Comore. Ciascuno di questi ha una sua banca centrale.


I quattro principi alla base del Franco Cfa

Come spiegano Pigeaud e Sylla, il funzionamento del sistema Cfa continua a basarsi su quattro principi correlati: il cambio fisso, la libertà di movimento dei capitali, la convertibilità illimitata e la centralizzazione delle riserve valutarie. Quattro principi che, secondo gli autori, continuano a fare dei Franchi Cfa e delle Comore delle monete satelliti della moneta francese. In quanto moneta unica, il Franco Cfa implica peraltro diversi vincoli: i Paesi che lo utilizzano, infatti, non hanno la possibilità di scegliere una parità adeguata alla propria situazione economica nazionale.

La chiave di volta del sistema descritto dagli autori è il “conto operativo”, un conto bancario molto particolare, specifico per la zona del franco, creato dall’amministrazione francese durante il periodo coloniale. Quando i conti operativi sono in credito, le banche centrali della zona del franco di fatto finanziato il Tesoro francese poiché mettono a sua disposizione le loro riserve in valuta estera. Per contro, quando i conti operativi sono in debito, le banche centrali devono pagare degli interessi al Tesoro francese. In questo meccanismo, la piazza di Parigi è essenziale per qualsiasi acquisto e vendita di valute diverse dall’euro contro i Franchi Cfa.


I vantaggi economici e politici della Francia

Grazie al Franco Cfa, Parigi mantiene un solido ancoraggio nelle istituzioni africane della zona del franco e prende tutte le decisioni riguardanti i franchi Cfa e delle Comore, “spesso senza nemmeno informare preventivamente gli Stati interessati”. Questo avvenne in occasione della svalutazione del franco francese del 1958 e dell’agosto 1969. Nel 1994. la Francia decise, contro la volontà degli Stati africani, di svalutare del 50 per cento i Franci Cfa. Lo stesso accadde con la transizione del franco francese all’euro, avvenuta il 1° gennaio del 1999.

Il libro spiega come le autorità francesi tengano moltissimo a mantenere il controllo del dispositivo del Franco Cfa, a difendere la sua integrità e a evitare che i Paesi africani lascino la zona del franco. Nel 1970, il Consiglio Economico e Sociale francese stilò, in un rapporto, l’elenco dei “vantaggi incontestabili per la Francia” derivanti dal mantenimento della zona del franco. Un rapporto che evidenziò come i Paesi africani stessero fornendo a Parigi sempre più riserve, necessarie per regolare il loro deficit commerciale nei confronti dell’economia francese.


L’accesso privilegiato alle materie prime

Grazie al sistema del franco, Parigi rimane uno dei primi creditori degli Stati della zona, il che presenta innumerevoli vantaggi: su ogni prestito che concede, guadagna soldi e strumenti di pressione nei confronti dei suoi debitori. Dopo decenni, la missione del Franco Cfa è rimasta immutata: servire gli interessi economici della Francia, fornendo altresì un accesso privilegiato a un ampio ventaglio di risorse agricole, forestali, minerarie ed energetiche, acquistando queste materie prime dai Paesi della zona del franco nella propria valuta.

Naturalmente, tutto questo accade con la complicità delle élite africane che sono salite al potere – e continuano ad esercitarlo – con il sostegno dell’Eliseo. Ma ora, come il libro di Fanny Pigeaud e di Ndongo Samba Sylla racconta, il Franco Cfa rappresenta un sistema che va messo in seria discussione.





L'arma segreta della Francia in Africa | Fanny Pigeaud, Ndongo Samba Sylla | Fazi Editore
Traduzione di Thomas Fazi

https://fazieditore.it/catalogo-libri/l ... -in-africa

Quando le sue colonie in Africa ottennero l’indipendenza, all’inizio degli anni Sessanta, la Francia eseguì un gioco di prestigio formidabile. Pur riconoscendo ufficialmente la sovranità politica dei nuovi Stati, mantenne il controllo delle loro economie grazie a un’arma tanto potente quanto invisibile: il loro sistema monetario. La Francia, infatti, esercitò una forte pressione sulle ex colonie affinché continuassero a utilizzare la moneta in uso in quei paesi fin dal 1945: il franco CFA, una moneta emessa e controllata da Parigi. Il franco CFA è così diventato il cordone ombelicale che ha continuato a stringere il collo delle ex colonie e che ancora oggi – a più di mezzo secolo dalla fine del colonialismo francese – garantisce alla Francia il controllo di un’enorme area economica in Africa. Oggi sono quindici gli Stati africani – con una popolazione complessiva di 162 milioni di persone – che appartengono alla cosiddetta “zona del franco”.
Da diversi anni il franco CFA è al centro di un acceso dibattito, non solo in Francia. Secondo il governo francese, il franco CFA è un fattore di integrazione economica e di stabilità monetaria e finanziaria. Per contro, secondo gli oppositori della moneta – che include numerosissimi economisti e intellettuali africani (e non solo) –, essa rappresenta a tutti gli effetti una forma di «schiavitù valutaria» che impedisce lo sviluppo delle economie africane. Come scrivono gli autori del libro, «negli ultimi anni si sono moltiplicate le voci – in strada, sui social network, nei circoli intellettuali o artistici – che chiedono la fine del franco CFA». Come è noto, da un po’ di tempo a questa parte il dibattito è sbarcato anche in Italia: le dichiarazioni di alcuni esponenti politici italiani in merito al franco CFA hanno infatti scatenato un’aspra crisi diplomatica tra Roma e Parigi.
In questo libro, la giornalista francese Fanny Pigeaud e l’economista senegalese Ndongo Samba Sylla gettano per la prima volta luce, con un linguaggio semplice e accessibile, sui complessi meccanismi neocoloniali che si celano dietro al franco CFA e su come i dirigenti francesi abbiano combattuto – persino con la violenza – tutti coloro che negli anni si sono opposti al sistema CFA. Un libro destinato senz’altro a far discutere, anche per le evidenti analogie che esistono tra il franco CFA e la moneta unica europea e più in generale per il crescente interesse per le questioni economiche che si registra nel nostro paese. D’altronde, come scrivono gli autori, «non c’è nulla di più “politico” delle questioni monetarie».

«Senza conoscere necessariamente tutti i dettagli tecnici del caso, un numero crescente di cittadini africani si sta rendendo conto del fatto che sarà impossibile determinare liberamente il proprio destino senza sovranità monetaria».
Fanny Pigeaud e Ndongo Samba Sylla
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:59 pm

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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 9:00 pm

???

La Polinesia denuncia la Francia per i test nucleari negli atolli
2018/10/11

https://www.lastampa.it/2018/10/11/este ... 0eqJXoIJAQ


In trent’anni 193 esplosioni. La battaglia dell’ex presidente indipendentista Oscar Temaru: vuole che siano riconosciuti come crimini contro l’umanità

Per la seconda volta in due anni, la Polinesia denuncia la Francia per crimini contro l’umanità, in relazione ai 193 test nucleari realizzati nell’arcipelago in 30 anni, che secondo le autorità polinesiane sono responsabili della morte e delle malattie di decine di migliaia di persone. All’origine del procedimento aperto presso la Corte penale internazionale (Cpi), con sede all’Aja, c’è l’ex presidente indipendentista Oscar Temaru, in lotta contro il «colonialismo nucleare» subito dalla Polinesia francese, in particolare gli atolli di Mururoa e Fangataufa, scelti da Parigi per attuare campagne di test. Il quotidiano francese Le Monde riferisce di 193 test nucleari attuati nei due atolli, di cui 12 «prove di sicurezza» - durante le quali si verifica che le bombe non esplodono se non sono armate - 46 nell’atmosfera e 147 sotterranei, con esplosioni in profondità o trivellando il terreno.

«I test nucleari francesi sono il risultato diretto della colonizzazione. Diversamente da quanto sostiene la Francia, ci sono stati imposti con la minaccia diretta di insediare un potere militare se ci fossimo rifiutati» ha dichiarato Temaru davanti alla Commissione Onu specializzata sulla decolonizzazione. «Lo dobbiamo a tutte quelle persone decedute in conseguenza del colonialismo nucleare. La nostra denuncia riguarda tutti i presidenti francesi in carica a partire del 1966, ancora in vita oggi» ha aggiunto il leader del partito Tavini Huira’atira, che all’inizio del 2018 ha lanciato una petizione popolare sulle responsabilità dello Stato francese per tutti i «danni sanitari, ambientali, culturali, economici e sociali» dei suoi test in Polinesia.

Nel 2013 circa 400 documenti sono stati declassificati, ma le conseguenze ambientali e sanitarie dei test sono state nascoste a lungo dall’esercito francese. In Polinesia decine di migliaia di persone sono state esposte alla radioattività, notoriamente responsabile di tumori e leucemie, ma finora solo una ventina di persone sono state risarcite su un migliaio di casi già denunciati. Due anni fa la Francia è già stata denunciata dalla Chiesa protestante di Polinesia con le stesse accuse, ma finora senza alcun risultato. La stampa francese sottolinea che anche questa seconda denuncia cadrà probabilmente nel vuoto: la Cpi è competente solo per i crimini gravi e ripetuti commessi dopo il 1 luglio 2002. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha invece il potere di rivolgersi al procuratore della Cpi per fatti anteriori.

Nel 1966, anno del primo test, il generale De Gaulle ha assistito all’esplosione di un ordigno sei volte più potente di quello lanciato su Hiroshima. Nel 1998 la Francia ha firmato e ratificato il trattato di divieto totale degli sperimenti nucleari. Da allora l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) sta monitorando i livelli di radioattività a Mururoa e Fangataufa.
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