Israele non ha rubato e occupato alcuna terra altrui

Re: Israele non ha rubato e occupato alcuna terra altrui

Messaggioda Berto » mer mag 13, 2020 6:34 pm

.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 31928
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Israele non ha rubato e occupato alcuna terra altrui

Messaggioda Berto » mer mag 13, 2020 6:35 pm

Le due sfide per il nuovo governo israeliano
Progetto Dreyfus
Ugo Volli
13 Maggio 2020

https://www.progettodreyfus.com/le-due- ... sraeliano/

Superati gli ostacoli per la costituzione di un nuovo governo, che non piace molto a nessuno e dovrà imparare a lavorare in condominio, il che non sarà facile, le questioni importanti restano aperte. Non tanto la crisi del coronavirus, che Netanyahu ha affrontato con energia e sicurezza, ottenendo un ottimo risultato; e neppure quella della ripresa economica, che certamente è alla portata del paese. I temi veri e i più controversi riguardano la politica di sicurezza e in particolare due problemi.

Il più pericoloso riguarda l’Iran: che fare se, come sembra, la politica di armamento nucleare del regime degli ayatollah prosegue e accelera, come sembra stia facendo? Israele riesce a contenere l’imperialismo iraniano perché può sfruttare la sua superiorità tecnologica, soprattutto nel campo aereo. La campagna di costruzione di avamposti militari in Siria e in Libano e il loro armamento missilistico è stata finora sconfitta per il fatto che l’aviazione israeliana riesce a operare senza problemi su questi paesi, non si sa se con il consenso dei russi, o superando le loro difese antiaeree – probabilmente una via di mezzo. I danni all’Iran sono stati ingentissimi, con molte centinaia di morti e la distruzione di armi e infrastrutture preziosissime. Questo fa pensare che Israele potrebbe colpire anche i suoi centri nucleari. Ma solo fino a che l’Iran non disponesse dell’arma atomica e dei vettori per farla arrivare in Israele. Quando l’armamento fosse realizzato, anche solo con poche bombe, il vantaggio strategico di Israele si dissolverebbe, perché l’Iran avrebbe una possibilità di deterrenza. E in termini di forze convenzionali un paese di 9 milioni di abitanti non potrà facilmente resistere a uno di 80 (più 17 della Siria, 38 dell’Iraq, 7 del Libano). Dunque Israele dovrà attaccare prima, soprattutto se negli Usa dovessero prevalere i democratici sostenitori dell’appeasment con gli ayatollah. Netanyahu l’ha fatto capire qualche volta. Ma Gantz, nuovo socio di governo, è uno dei comandanti militari (c’era anche il suo vice Askenazi) che una dozzina di anni fa minacciarono l’insubordinazione per impedire il bombardamento delle istallazioni nucleari dell’Iran. Su questo tema il contratto di governo non dice niente e non vi sono state prese di posizioni pubbliche, ma è prevedibile uno scontro che rischia di paralizzare il governo.

L’altro tema è ancora più pressante. Trump ha fatto sapere a Israele che è disposto ad avallare l’annessione allo Stato ebraico di alcuni spazi strategici in Giudea e Samaria, che oggi hanno lo statuto giuridico di territori contesi, ma sono rivendicati dall’Autorità Palestinese con il consenso di buona parte dell’Unione Europea e dei democratici americani. Si tratta dei cosiddetti “blocchi” dove abita circa mezzo milione di israeliani, che presidiano strategicamente Gerusalemme e la pianura costiera, cioè il cuore di Israele e della Valle del Giordano, essenziale per il controllo di infiltrazioni terroriste o militari da oriente. Israele in cambio di questo vantaggio molto concreto, che aumenterebbe notevolmente la sicurezza del paese e di molti suoi abitanti, dovrebbe acconsentire in linea di principio al Piano Trump, e cioè a uno stato palestinese demilitarizzato e ad alcuni aggiustamenti territoriali di compensazione – termini però puramente teorici, essendo chiaro che la controparte dell’autorità palestinese non è disposta neppure a discuterne. È un’occasione storica per risolvere con approvazione americana il problema gravissimo dello status dei suoi insediamenti in Giudea e Samaria, avendo un presidente amico alla Casa Bianca e rapporti molto buoni con il mondo sunnita (e non per una generica buona volontà, che potrebbe non reggere alla propaganda palestinista ma per la comune avversione per l’imperialismo iraniano, che per l’Arabia, i Paesi del Golfo e l’Egitto è un pericolo mortale). In cambio il palestinismo, sia nella versione di Ramallah che di quello di Gaza sembra in crisi profonda, incapace di mobilitare non solo la “piazza araba”, ma anche la sua stessa popolazione.

Insomma è una questione da risolvere nei prossimi due o tre mesi. Anche qui c’è un conflitto, perché Gantz e Askenazi hanno fatto rimarcare la loro contrarietà. Ma nel contratto di governo si sono impegnati a non opporre un veto e a lasciar libero Netanyahu su questo punto e alla Knesset c’è una netta maggioranza favorevole all’annessione. Riuscirà Netanyahu ad assicurare al paese questa vittoria? Forse il prezzo esorbitante che ha pagato a Gantz e all’apparato politico-burocratico che cerca di distruggerlo è stato accettato da Netanyahu non solo per rinviare un po’ la persecuzione giudiziaria cui è sottoposto, ma per raggiungere questo risultato storico, che le quarte elezioni non avrebbero consentito (perché gli sarebbe stato impedito da Mandelbit, il procuratore generale che gli fa guerra anche usando una pretesa incapacità del governo in proroga di prendere decisioni politiche impegnative, che non sta scritto in nessuna legge, ma fa parte dei quell’uso creativo della legalità cui purtroppo ci ha abituato negli ultimi anni).

Insomma la partita vera oggi è questa: vedremo molto rapidamente se la macchina molto estesa del nuovo governo bicipite, con tutti i suoi veti e contrappesi, sarà in grado di realizzare un risultato che cambierebbe in maniera molto importante i fatti sul terreno del secolare conflitto arabo-israeliano.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 31928
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Israele non ha rubato e occupato alcuna terra altrui

Messaggioda Berto » gio mag 14, 2020 8:26 am

Il costo della pace con la Giordania
David Elber
13 maggio 2020

http://www.linformale.eu/il-costo-della ... giordania/

Il trattato di pace con la Giordania è senza dubbio un grande risultato diplomatico per Israele. Quando fu firmato, nel 1994, la Giordania era il secondo paese arabo – dopo l’Egitto – a sancire formalmente la pace con lo Stato ebraico. Questo importante risultato, assieme al contestuale avvio degli Accordi di Oslo con i palestinesi, sembrava dare l’avvio ad un processo di distensione e di cooperazione con il mondo arabo fino a quel momento impensabile. Oggi, dopo 26 anni dalla firma del trattato di pace si può stilare un primo bilancio delle ricadute, per Israele, di questo rilevante atto politico.

Prima di entrate nel dettaglio delle relazioni tra Israele e Giordania dal loro trattato di pace ad oggi, è utile fare un esempio, tra i tanti che si possono fare, delle relazioni diplomatiche intercorse tra altri due ex nemici confinanti: Francia e Germania. Questi due paesi dopo ben due guerre mondiali combattute da acerrimi nemici (Prima guerra mondiale 1914-18 e Seconda guerra mondiale 1939-45) hanno firmato un trattato di pace che dopo 26 aveva già dato notevoli frutti: furono tra i paesi fondatori della CEE (oggi UE), avevano solide relazioni politiche, tanto che si può tranquillamente parlare di asse franco-tedesca per tutte le più importanti decisioni prese in seno alla CEE prima e alla UE poi. Inoltre, gli scambi culturali, economici e turistici sono cresciuti fino ad arrivare a livelli impensabili prima della firma del trattato di pace del 1945. Quindi si può affermare che i due paesi, pur mantenendo una certa rivalità economica e politica nel tempo, hanno riconosciuto all’altro piena legittimità e rispetto.

Per prima cosa va evidenziato che, dopo quasi trent’anni dalla pace stipulata con i giordani, nessun altro paese arabo ha voluto intavolare un reale processo di pace con Israele. Le stesse trattative di pace con i palestinesi si sono, di fatto, insabbiate dopo qualche anno dalla firma degli accordi stessi: prima con il rifiuto di Arafat alla proposta di Ehud Barak nel 2000, e poi con il rifiuto della ancora più generosa proposta di Ehud Olmert ad Abu Mazen nel 2008.

In concreto Israele, dal punto di vista politico, diplomatico ed economico, non ha ottenuto dei significativi e reali miglioramenti con il mondo arabo-palestinese. Come sono andate, invece, le cose con la Giordania?

Israele e Giordania hanno combattuto da nemici due aspre guerre: la prima nel 1948 e la seconda nel 1967. A circa 20 anni di distanza – come nel caso di Francia e Germania – l’una dall’altra. Qui si concludono subito le analogie. Infatti, la Giordania, nonostante fosse in ambo i casi l’aggressore, dal 1967 fino al 1994 non ha mai manifestato una reale intenzione di voler trattare con Israele. Quali sono stati i reali vantaggi dell’una e dell’altra parte? Ne tracceremo i soli punti principali.

Con il trattato di pace del 1994, la Giordania ha ottenuto da Israele un grande vantaggio di approvvigionamento idrico: un accrescimento di circa il 7% fin dall’immediato, in più la Giordania a margine del trattato, ha ottenuto degli scambi d’acqua interstagionali, cioè “l’immagazzinamento” nel lago di Tiberiade di una parte delle acque dello Yarmuk spettanti alla Giordania, durante la stagione invernale avendone grande beneficio per il periodo estivo. Il 10 novembre 1997, inoltre, è stato raggiunto un ulteriore accordo tra i due Paesi, il Jordan Plan Development, che prevede tra l’altro anche la costruzione di comuni impianti di desalinizzazione frutto della tecnologia israeliana. Altri progetti sono in via di realizzazione sul mar Rosso.

Con la scoperta, da parte di Israele, di importanti giacimenti di gas offshore è stato siglato un importante contratto di fornitura di gas verso il regno hashemita a prezzi agevolati che consentono un notevole risparmio rispetto ai prezzi che la Giordania pagava ad altri fornitori.

Dal punto di vista politico e militare, la Giordania ha ottenuto due grandi risultati. Il primo e sicuramente il più importante, è il riconoscimento ufficiale da parte di Israele dello “statuto speciale” di custode dei luoghi sacri dell’Islam sul Monte del Tempio con le sue enormi implicazioni politiche e legali. Dal punto di vista politico questo statuto accresce molto il prestigio della casa regnante hashemita in tutto il mondo musulmano. Cosa ancora più importante, dal punto di vista giuridico, la Giordania ha da questo momento voce in capitolo su qualsiasi cosa relativa al Monte del Tempio (Kotel escluso), ciò significa che Israele, prima di prendere qualsiasi decisione interente a questa piccola porzione di territorio della sua capitale, deve avere l’approvazione giordana, ciò in virtù degli obblighi legali sanciti da un trattato internazionale qual è il trattato di pace. Un unico esempio può essere chiarificatore. Nel luglio del 2017, dopo che fu compiuto l’assassinio a sangue freddo da parte di tre terroristi arabi israeliani, di due agenti drusi israeliani della polizia di confine, Haiel Sitawe e Kamil Shnaan, le autorità di polizia di Gerusalemme decisero di installare per ragioni di sicurezza delle telecamere e dei metal detector all’ingresso del Monte del Tempio, per far fronte a evidenti problemi di sicurezza – che si protraevano già da anni e che vanno avanti anche ancora oggi – relativi alle forze dell’ordine e ai comuni cittadini ebrei che si recano al Monte del Tempio in visita. Dopo pochi giorni è intervenuto il governo giordano e il re Abdallah II in persona per chiedere che fossero tolte le telecamere e i metal detector (le armi utilizzate dai terroristi erano state nascoste, preventivamente, in una delle due moschee). Il governo d’Israele acconsentì alla richiesta nonostante vi fossero palesi ragioni di sicurezza pubblica per non infrangere l’accordo sottoscritto e il “buon rapporto” con i giordani. In pratica così facendo si è creato un precedente di extraterritorialità che avrà, sicuramente, gravi ripercussioni in futuro per la città di Gerusalemme.

Sotto l’aspetto militare è aumentato l’ombrello di protezione israeliano sul territorio giordano. Più stretta si è fatta la cooperazione di sicurezza – a vantaggio di entrambe le parti – che in più di un’occasione ha salvaguardato i confini giordani contro nemici esterni (i siriani prima e Saddam Hussein dopo). A dire il vero questo “accordo non scritto” già esisteva dagli anni Settanta e ha permesso una grande stabilità alla Giordania.

Dal punto di vista economico l’accordo di pace ha portato numerosi vantaggi ai giordani. Israele ha riconosciuto delle “Zone Industriali Qualificate” in cui sono investiti fondi israeliani, sono impiegati lavoratori giordani e gli americani sono gli acquirenti delle merci prodotte, offrendo così lavoro a migliaia di famiglie giordane. Queste zone franche sono a cavallo del fiume Giordano, in zone che non avrebbero nessuna possibilità di sviluppo economico. Infine, alcune migliaia di lavoratori giordani si recano in Israele – soprattutto nella città di Eilat – quotidianamente per lavorare nelle strutture israeliane.

Prima di passare in rassegna i “vantaggi” di Israele derivanti dall’accordo di pace, è opportuno fare alcuni esempi sul comportamento dei giordani nei confronti di Israele, da quando vivono in pace, per comprenderne il clima. E’ da sottolineare che molto è cambiato da quando re Abdallah II è salito al potere dopo la morte del padre, re Hussein, nel 1999.

Nel 2016 il quotidiano giordano Al-Ghad, si è dovuto scusare con i propri lettori per aver pubblicato degli annunci pubblicitari nei quali si reclamizzava la possibilità di assunzione di personale giordano a Eliat.
Nel 2018 il re Abdallah II ha dichiarato che non avrebbe rinnovato il contratto di gestione, come previsto dagli Accordi di pace del 1994 e della durata di 25 anni, agli agricoltori israeliani di due piccole isole del fiume Giordano, una la cosiddetta Isola della pace, nella zona settentrionale di Naharayim, l’altra situata nell’Aravà meridionale, vicino a Tzofar, un villaggio agricolo cooperativo (moshav). Isole coltivate fin dal 1994 da agricoltori israeliani in pieno spirito di collaborazione e di pace con la Giordania. La Giordania ha agito in piena conformità con il suo diritto di decidere di non rinnovare il contratto di affitto secondo le clausole del Trattato di pace del 1994 con Israele. Anche se non è certo un atto di amicizia.
Nel 2017, re Abdallah II ha concesso la grazia e ha liberato Ahmad Daqamseh, il soldato giordano che nel 1997 sparò e uccise a sangue freddo sette ragazzine israeliane di Beit Shemesh, ferendone altre sei (proprio nell’Isola della pace). Questo, nonostante la condanna all’ergastolo per l’efferato massacro. Fin dalla sua uscita dal carcere, l’assassino è diventato una celebrità: è costantemente rappresentato come un eroe sui media giordani, dove invita apertamente il pubblico a impegnarsi nel jihad contro Israele.
Nel 2018 a dicembre, il ministro delle telecomunicazioni e portavoce del governo giordano, Jumana Ghunaimat, si è fatta fotografare e riprendere dalla telecamere mentre, entrando nel palazzo dei sindacati di Amman, pestava la grande bandiera israeliana posta all’ingresso come zerbino.
Dal 2016 il cugino del re di Giordania, Zaid ben Raad, è stato promotore in molte sedi ONU di attacchi verso Israele per delegittimarlo a livello internazionale. Tra gli attacchi compiuti ricordiamo: la promozione in sede UNESCO della cancellazione di ogni riferimento ebraico dalla città di Gerusalemme (risoluzione passata a grande maggioranza). Mentre come Alto Commissario della Commissione dei diritti umani dell’ONU ha ideato, portato avanti e concluso una vera e propria black list di aziende che operano in Giudea e Samaria (unico caso al mondo). La lista è stata poi pubblicata nel 2020 dal suo successore Michelle Bachelet.

In merito ai vantaggi di Israele conseguenti al Trattato di pace, per i politici, gli analisti, gli esperti e soprattutto i responsabili della sicurezza, si tratterebbe di avere ottenuto una maggiore sicurezza sul confine più lungo dello Stato ebraico. E’ indubbio che di infiltrazioni terroristiche dal confine giordano non ne sono avvenute (anche se come si è scritto in precedenza il più grave attentato nell’area è stato compiuto da un soldato giordano), ma, a ben vedere, di grandi azioni terroristiche originate dal territorio giordano non erano più avvenute neanche nei vent’anni precedenti al Trattato ti pace, per la precisione da quando re Hussein si era sbarazzato con la forza di Arafat e dei suoi seguaci, uccidendone in gran numero e espellendone in Libano i superstiti.

Forse oggi è arrivato il momento di ridiscutere i termini dell’intesa: sicurezza per entrambi in cambio di cessazione di odio, disprezzo, ostilità e delegittimazione da parte giordana. Perché stando così le cose si ha la netta impressione che la pace ora si basi, non sulla sicurezza di entrambi, sulla mutua collaborazione culturale, sul rispetto reciproco, cioè sulla “vera pace”, ma piuttosto sul ricatto: ti garantisco la sicurezza sul confine al costo di disprezzo, odio e delegittimazione.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 31928
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Israele non ha rubato e occupato alcuna terra altrui

Messaggioda Berto » mer mag 20, 2020 11:35 am

Giudea e Samaria: Perchè non si deve parlare di annessione
Da Roberta Vital, riceviamo e volentieri pubblichiamo:
20 maggio 2020

http://www.linformale.eu/giudea-e-samar ... nnessione/

Dal sollievo per la notizia della liberazione della connazionale Silvia Romano si è passati, complice una gestione della comunicazione stile Reality Show, a una spaccatura nella società invasa da accese polemiche.

È partita Silvia è tornata Aisha e questo ha creato un sentimento complesso che sarebbe stato meglio, in alcuni casi, non tradurre istintivamente in parole. Si è sollevata un’ondata di rifiuto nei confronto dell’abito indossato dalla ragazza, prendendo la forma di chi, non sapendo come gestire quella sensazione di rifiuto, lo ha tradotto in insulti di ogni genere.

Da un lato si è sollevato il femminismo, quello che si è battuto per decenni per la liberazione della donna, e il cui manifesto è stato di riappropriarsi del proprio corpo, scoprirsi e proclamarsi padrona delle proprie scelte e dunque uscire dall’ordine costituito da anni di imposizioni maschiliste. Dall’altro i difensori di una ” libera scelta” che a detta loro, spaventava per la presunta forza della sua indipendenza.

Abbiamo letto frasi come “Conato di tristezza e di dolore, vedendo questa giovane sorridente messa in un sacco, come a volerla eliminare, cancellandone l’identità”.

O altre ancora, che indicavano le critiche come puro sessismo perché in realtà altri connazionali, in questo caso, uomini, si convertirono senza tutto questo clamore mediatico e senza il bombardamento aggressivo delle accuse.

Ma se la conversione è una scelta intima su cui nessuno ha il diritto di sindacare, la sua esposizione circondata da alte cariche dello Stato in questo contesto, sdogana anche concetti come la libertà di scegliere e il rispetto dei diritti umani, in questo caso nelle mano di fondamentalisti, e questo merita invece una doverosa riflessione.

Uomo o donna che sia, è irrilevante. È il messaggio trasmesso in mondovisione, ossia quello attinente alla libertà individuale e al rispetto per i diritti umani in un mondo, quello integralista islamico, in cui ogni libertà è repressa, in cui, quella tunica verde è simbolo di oppressione per le donne somale e con quella è stata imposta la negazione della loro libertà.

Libertà di espressione, di culto, libertà sessuale, la libertà di essere ciò che si è, che nel mondo a cui appartengono i sequestratori di Silvia Romano, è punita severamente. Ed è proprio da questo ambito che si cerca la liberazione di un ostaggio. Una conversione avvenuta in un contesto coercitivo, indotta certo da chi non rappresenta l’Islam dialogante.

C’è dunque una netta differenza tra quello che dovrebbe essere un rispettoso silenzio davanti una scelta intima, e l’indignazione nei confronti di chi ha evidenziato come la scelta di Silvia Romano non sia maturata in condizioni idonee, cioè in un contesto realmente opzionale. Un contesto di totale assenza di libertà, di imposizione, di ricatto, di oppressione e prigionia che si oppone per contrasto alla democrazia e al concetto di libertà individuale in essa contenuto. Poiché soltanto la democrazia offre una vera libertà di scelta tra diverse opzioni esistenziali, tutte conciliabili con il rispetto dei diritti umani che permette a ognuno di abbracciare la religione che crede o di non abbracciarla affatto, di essere ateo, omosessuale, ebreo, musulmano, cristiano, di essere se stesso. Una scelta si può qualificare come tale, solo se si hanno delle alternative liberamente perseguibili, senza costrizione alcuna. Dunque, spostiamo lo sguardo dall’abito, dalla donna o dall’uomo che sia e rivolgiamolo al nostro concetto di libertà. È su questo, soprattutto che dobbiamo fare convergere la nostra attenzione perché è con questi valori, non altri, opposti, con quelli della nostra democrazia e con gli ideali di libertà difesi dal nostro paese, che Silvia Romano è stata liberata.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 31928
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Israele non ha rubato e occupato alcuna terra altrui

Messaggioda Berto » sab mag 23, 2020 2:18 pm

Un demenziale ebreo non israeliano antisraeliano e filo palestinese

Se non ora, quando?
J-LINK agli ebrei di Israele e del mondo contro l’annessione
Giorgio Gomel

https://www.hakeillah.com/2_20_16.htm

In “Una rete mondiale della sinistra ebraica” (HK, dicembre 2019) riferivo di un tentativo di dare vita ad una rete mondiale dell’ebraismo progressista, un’esigenza esistenziale indifferibile in un frangente difficile per l’ebraismo mondiale, in Israele e nella Diaspora. Questo lavoro di tessitura ha prodotto un risultato importante: si è formato J-Link (vedi il documento fondativo) che raggruppa uno spettro ampio di organizzazioni ebraiche progressiste: fra le principali, Jstreet, Ameinu e New Israel Fund negli Stati Uniti; Jcall in Europa; Jspace in Canada; Jewish Democratic Initiative in Sud Africa; J -Amlat in America del Sud; in Israele Peace now e Policy working group; Ameinu e altri in Australia. Il comitato direttivo di sette membri riflette questo assetto multinazionale; chi scrive rappresenta Jcall Europa.

Il primo atto pubblico è stato, nel corso delle trattative per la formazione del governo di unità nazionale in Israele, una lettera aperta inviata a Binyamin Gantz e agli altri parlamentari dei partiti Kahol Lavan (Blu e bianco) e laburista contro il proposito – divenuto poi una delle clausole del patto di governo - , sotto la spinta della destra nazionalista e religiosa, di proporre una legge al Parlamento per annettere una parte rilevante della Cisgiordania. Ciò avverrà senza una trattativa con i palestinesi, in contrasto con le risoluzioni dell’ONU e il diritto internazionale. Con una maggioranza semplice del Parlamento, che è nei numeri dell’attuale Knesset uscita dalle elezioni di marzo, una decisione siffatta porrà fine alla possibilità di una soluzione “a due stati” del conflitto. Secondo il piano Trump, a cui tale clausola si rifà esplicitamente, Israele potrà annettere la valle del Giordano, abitata da circa 80.000 palestinesi e 10.000 israeliani, e la totalità degli insediamenti dove vivono oltre 400.000 israeliani – in toto circa il 30% della Cisgiordania – cedendo al più in cambio il 14% di territorio lungo il deserto del Negev non distante dalla striscia di Gaza. Questo “scambio” di territori è vistosamente lontano da quanto discusso in precedenti trattative fra le parti (a Taba nel 2001 e Annapolis nel 2008, dove offerte pragmatiche di Israele furono respinte da Arafat e Abbas).

Un atto unilaterale di annessione da parte di Israele porrebbe fine all’ipotesi di una composizione del conflitto basata sul principio di “due stati per due popoli” e sancirebbe per i palestinesi l’impossibilità di giungere ad uno stato indipendente con mezzi non-violenti. L’illusione che la destra in Israele coltiva che essi accettino una soggezione permanente all’occupante è esiziale.

In un documento di recente reso pubblico, i “Comandanti per la sicurezza di Israele” – un’associazione che raggruppa più di 200 ex alti ufficiali dell’esercito, del Mossad e Shabak, nonché della polizia – ammoniva che tale decisione – una conferma de iure di una condizione di fatto sedimentatasi con il protrarsi da oltre cinquant’anni di un’occupazione militare - “condurrà alla perdita di legittimità dell’Autorità palestinese, alla denuncia della cooperazione in materia di scurezza fra essa e Israele come atto di collaborazionismo con l’occupante, infine alla disintegrazione della stessa ANP e all’esplodere di violenza intestina nei territori.”

Ma le implicazioni di un atto di annessione saranno dirompenti anche sul piano regionale e internazionale. Soprattutto la Giordania, fortemente popolata di palestinesi, in particolare rifugiati, potrebbe essere percorsa da un’onda di instabilità interna e costretta a rivedere il trattato di pace con Israele.

La comunità internazionale, i paesi della UE in primis, difenderanno la soluzione “a due stati” in coerenza con i parametri noti; la UE stessa, la Francia, la Germania, il Belgio, l’Irlanda hanno già manifestato una netta opposizione ad un’annessione. Quanto agli atti concreti, al di là della diplomazia “dichiarativa”, la UE dispone di mezzi di pressione sul piano giuridico ed economico-finanziario non irrilevanti nei suoi rapporti con Israele. In primis, l’impegno ad applicare con maggiore rigore la direttiva convalidata dalla recente sentenza della Corte di giustizia europea circa l’esigenza di etichettare in modo corretto le produzioni degli insediamenti (non “made in Israel”) in conformità con il principio di una distinzione netta fra gli insediamenti, illegali, e lo stato di Israele. In secondo luogo, la conferma delle regole introdotte nel 2013 che escludono l’erogazione di prestiti o doni finanziari a entità israeliane operanti negli insediamenti. Nell’ambito della ricerca scientifica, sotto l’egida di Horizon Europe, la decisione di escludere dalla fruizione di contributi agenzie o istituzioni pubbliche insediate nei territori. Potrebbe essere persino sospeso l’accordo di associazione fra la UE e Israele in vigore dal 1995 che consente fra l’altro a Israele di godere di trattamenti preferenziali sul piano commerciale nei paesi europei. In ultimo, la UE potrebbe reagire con maggiore vigore alle confische, demolizioni di case, ordini di espulsione di palestinesi da Gerusalemme est o altre aree della Cisgiordania.

Infine Israele stesso, il cui futuro ci sgomenta di più. Dei costi distruttivi dell’occupazione sulla società, risultato di una pervicace rimozione della realtà (la “Linea verde” rimossa dalle mappe, dai libri di scuola, dalla coscienza stessa del paese), siamo consapevoli da tempo. Con l’annessione l’attuale sistema legale, doppio e separato, che opera nei territori distinguendo i coloni israeliani soggetti alla legge israeliana e gli abitanti palestinesi soggetti ad un regime militare, troverà una sanzione sul piano normativo: Israele sarà uno stato che discrimina ufficialmente i palestinesi, sulla base di un principio di appartenenza etnica, privandoli di diritti civili e politici, violando gli stessi dettami di eguaglianza sanciti dalla Dichiarazione di indipendenza del 1948 che sono a fondamento della genesi e storia dello stato.

E per gli ebrei della diaspora? Un regime del genere – uno stato “unico” di fatto con diritti diseguali - non potrà non pregiudicare i rapporti fra Israele e gli ebrei del mondo forzandoli ad una scelta dolorosa fra il sostegno acritico al paese e la difesa di valori di eguaglianza e rispetto dei diritti umani propri dell’etica ebraica.



Un ebreo non israeliano che ama Israele
La nostra bandiera
Emanuel Segre Amar
il 22 Maggio 2020
http://www.linformale.eu/la-nostra-bandiera/

Il titolo scelto rimanda non a caso al giornale che la Comunità Israelitica di Torino (così si chiamava allora) fondò nel 1934 subito dopo gli arresti di una decina di ebrei, in massima parte torinesi, poi condannati dal Tribunale Speciale. Leggo in rete, a proposito de “La nostra bandiera: si intendeva ‘fascistizzare’ tutta la comunità ebraica italiana ed estirparne gli indifferenti, i sionisti e gli antifascisti.”

Non molto diverso è, credo, il progetto di altri ebrei torinesi (anche se certo non si tratta oggi di fascistizzare, ma di convertire al verbo progressista), nipoti e pronipoti di quelli che gestivano la Kehillah (Comunità) di allora, e che non solo da oggi occupano posti di rilievo nella Comunità Ebraica torinese.

HaKeillah nacque nel 1975 e la testata sembra da sempre volersi presentare come l’autentica voce della Comunità torinese, così come appare dal nome che, tradotto, significa appunto La Comunità. Giorgio Gomel, che è una delle colonne di questa testata si presenta come la voce dell’ebraismo europeo. Il suo articolo, leggibile nel link in fondo, merita di essere esaminato con attenzione, quasi frase dopo frase.

Nel mese di dicembre del 2019 Gomel “riferiva di un tentativo di dare vita ad una rete mondiale dell’ebraismo progressista, un’esigenza esistenziale indifferibile per l’ebraismo mondiale”. Anche grazie a lui, Jstreet, Jcall, Jspace, Jewish Democratic Initiative e tante altre associazioni dei cinque continenti hanno creato J-Link, e Gomel ha l’onore di rappresentare in questa nuova associazione Jcall Europa.

Ma forse dobbiamo andare più in profondità, e così si comprenderà la ragione dello “sgarbo” di Gantz. Sì, perché qui si parla di non voler “annettere una parte rilevante della Cisgiordania”. Parlare di “annessione” è giuridicamente errato, come ha esaurientemente illustrato David Elber su questo giornale, e altrettanto hanno fatto autorevolmente Michael Calvo e Caroline Glick e Dore Gold, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs e già direttore generale del ministero degli Esteri di Israele.

Subito dopo, Gomel si rammarica per la mancanza di una “trattativa con i palestinesi”, come se fosse per colpa della destra di Netanyahu. Il programma della destra israeliana sarebbe “in contrasto … col diritto internazionale”. Del tutto falso, poiché ciò che il governo si appresta a fare, l’estensione della sovranità israeliana sul 30% dei terriotori cisgiordani è perfettamente in linea con quel diritto internazionale di cui si misero le basi a Sanremo nel 1920 e che venne poi sancito dalla Società delle Nazioni, e poi ancora definitivamente fatto proprio dalle Nazioni Unite.

Con quella che Gomel chiama “annessione” e attenzione alle parole, si “porrà fine alla possibilità di una soluzione a due stati del conflitto”, ma da quanti anni gli arabi palestinesi hanno rifiutato l’esistenza di due Stati?

Grave è anche voler “annettere la valle del Giordano”: eppure anche quel primo ministro Isaac Rabin, tanto amato dalla sinistra ebraica, anche se solo dopo la sua tragica fine, aveva chiaramente questo nel suo programma.

Gomel si rammarica che le “offerte” fatte in “precedenti trattative fra le parti (a Taba nel 2001 e Annapolis nel 2008) furono respinte da Arafat e Abbas”. Sarebbe interessante che ci venisse spiegato che cosa Abbas abbia mai accettato fin da quando era il braccio destro di Arafat, e che cosa Arafat, dopo aver accettato, abbia usato per promuovere la pace.

“L’annessione unilaterale…sancirebbe per i palestinesi l’impossibilità di giungere ad uno stato indipendente con mezzi non violenti”. Curioso. Precedentemente i mezzi usati furono notoriamente pacifici, vedi alla voce Prima e Seconda Intifada. Ad Accordi di Oslo ancora caldi, Arafat invocava in una moschea di Johannesburg il jihad, e no, non lo intendeva nel senso di tenzone spirituale. Forse ora la violenza sarà maggiore? Proprio adesso che gli Stati sunniti, da anni stanchi della “causa palestinese” si sono fatti così prossimi a Israele in funzione anti-iraniana? C’è qualcuno, oltre a Gomel, che ci crede veramente?

Ci sarebbe anche un ulteriore rischio, tuttavia. Grave. La “perdita di legittimità dell’Autorità palestinese”. Un vero vulnus. Parliamo dell’organizzazione cleptocratica che governa l’Area A e B della Cisgiordania e il cui leader è un autocrate che non ha più indetto elezioni dopo che il suo mandato è scaduto il 15 gennaio 2009. Ma ci sono altri attori che si adonteranno. La “UE in primis, con Francia, Germania, Belgio, Irlanda”: proprio quegli stati che all’UNESCO hanno votato le mozioni che rinominano in arabo il Muro Occidentale e il Monte del Tempio, annullando nominalmente ogni legame ebraico con essi. La UE che, incalza il Nostro, “Potrebbe reagire con maggiore vigore…alle demolizioni delle case”. Case costruite abusivamente secondo quanto stabilito della Suprema Corte di Giustizia israeliana, che non ha mai fatto mancare di fare sentire la sua voce quando si è trattato di fare abbattere insediamenti ebraici ritenuti illegali. Nulla ci viene detto degli immobili fatti costruire illegalmente dalla UE in spregio assoluto di quegli Accordi di Oslo, di cui essa sarebbe garante. Ma è normale, qui si parla dei programmi abietti di Netanyahu, ci sarà una futura occasione, per parlare delle UE relativamente a Israele. Attenderemo fiduciosi.

Dall’articolo estraiamo anche altre gemme, “Israele…rimuoverebbe dalle mappe e dai libri di scuola la Linea verde”. Gomel si meraviglia. Curioso, perché la “linea verde” è una linea armistiziale, non sancisce alcun confine, se non quello in cui gli Stati arabi vorrebbero rinchiudere Israele. Confini indifendibili. La linea verde venne rimossa dai libri in quanto Israele si accordò con la Giordania nel 1994. Una delle conseguenze del trattato di pace tra i due paesi fu appunto la sua rimozione e il ripristino dei confini mandatari. Un fatto sfuggito all’attenzione di Gomel, come un altro fatto, che nelle mappe dell’Autorità Palestinese Israele è stato completamente cancellato.

In conclusione di articolo l’autore arriva a temere che Israele arrivi a “privare i palestinesi dei diritti civili e politici”, esattamente come accaduto da parte degli arabi, i quali, per decenni hanno allestito campi profughi in prossimità dei confini di Israele dove il popolo arabo-palestinese è stato privato di qualsiasi forma di rappresentanza istituzionale. Gomel dovrebbe rasserenarsi consultando il Piano di Pace proposto dall’amministrazione Trump dal quale scoprirebbe che l’Area C si allargherà soltanto negli insediamenti, e i palestinesi nella stessa non vedranno modificato il loro status attuale in attesa che Abbas si decida, finalmente, a sedersi al tavolo delle trattative.

Ma cosa succederà per “gli ebrei della diaspora” si chiede preoccupato Gomel, alto rappresentante di Jcall dentro J-Link? È bene che tutti rimangano allineati, come preconizzava già La nostra bandiera.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 31928
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Precedente

Torna a Diriti e doveri omani naturałi e ogniversałi

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 0 ospiti