Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele

Re: Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele

Messaggioda Berto » sab ott 12, 2019 9:17 pm

Campus Einaudi di Torino.
Emanuel Segre Amar
12 ottobre 2019

https://www.facebook.com/emanuel.segrea ... 8270745265

Miko Peled ieri pomeriggio con la sua kefiah appoggiata bene in vista sulla cattedra universitaria, accanto al traduttore. Chi interessato può leggere la trascrizione completa della sua “lectio magistralis” organizzata da Progetto Palestina. Quando leggerete il suo desiderio, per il quale invita i giovani a lottare, di uno stato unico democratico dal Giordano al mare e dal Libano ad Eilath, nel quale ovviamente palestinesi ed ebrei vivranno felicemente accanto gli uni agli altri, pensate all’Art. 6 dello statuto di Hamas: Hamas “innalzerà la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della Palestina.”


La seconda immagine dimostra che la mia presenza è stata ampiamente apprezzata.

Il nome che uso è Palestina
Palestina paragono a un corpo che sanguina fino alla morte
Sono molto ottimista per il futuro della Palestina
Ovunque vado trovo aule strapiene
Centinaia di migliaia ci seguono sui social media
È la questione morale dei giorni nostri
Come contro l’apartheid in Sud Africa, ogni generazione ha la sua lotta
Avremo l’orgoglio di avere avuto un ruolo in questa lotta per la libertà e la giustizia
Molti chiamavano Mandela terrorista e oggi quelli oggi si vergognano. Succederà lo stesso quando la Palestina sarà libera
Tutti quelli che oggi ostacolano la giustizia un giorno o l’altro saranno ricordate e mentiranno o si nasconderanno, ma noi ricorderemo
Sono nato a Gerusalemme e le cose le ho viste crescendo in famiglia sionista
Ho pubblicato il libro il figlio del generale (nel 67)
Sono ancora considerati gli dei nell’Olimpo, i giganti del sionismo
Gente coinvolta nella creazione e nella crescita. Alcuni familiari sono stati giudici e ambasciatori
Tutti mi parlavano sempre in tutte le occasioni di sionismo e delle lotte
Parlo dei crimini di Israele e del dovere di rifiutare lo Stato di Israele qui e ovunque
Come è possibile che mi sia ribellato?
Questo cambiamento non succede spesso e di solito è dovuto ad evento traumatico che mina tutte le nostre certezze
In settembre 97 mia sorella è stata uccisa in attacco palestinese (in realtà la vittima fu la figlia della sorella che, anche lei, ha poi seguito le orme del fratellino; mi sono sfuggite le parole di Peled, ma non quelle del traduttore che vedete nella immagine, che forse ignora, tra le altre cose, anche le vicende della famiglia Peled)
Questo evento è il trauma di cui parlavo
3 giovani della vostra età si sono uccisi in mezzo alla strada ed hanno ucciso altri giovani; come si può spiegare?
Siamo obbligati a cercare di capire
Sono cresciuto a Gerusalemme e conoscevo la realtà e ho deciso di fare un viaggio di un israeliano in Palestina
Cosa sono un israeliano ed un palestinese? Israeliano ed ebreo è cosa diversa
Tu puoi essere ebreo e italiano o americano
Il viaggio è breve perché lo Stato è piccolo. Belle strade e tanto verde poi nelle terre occupate il viaggio è geograficamente piccolissimo e si finisce dove c’è oppressione - viaggio breve
Anche se geograficamente è un viaggio breve, politicamente e spiritualmente è lunghissimo
Gerusalemme è segregato e non c’è connessione tra le due parti. Non si va nella parte palestinese. Segregazione forte e se si cresce a due isolati da loro si può non entrare mai in contatto con loro
Sappiamo che gli arabi (non li chiamiamo palestinesi) sono non educati e per chi viene da condizioni molto privilegiate andare lì equivale a condanna a morte
Da una parte tutto molto europeo, pulito, dall’altra parte poco sviluppato, ci sono sempre problemi. Loro sono indietro, si pensa che manchino di conoscenze e della volontà
I palestinesi sono tra i più educati al mondo e allora perché sono poveri? Perché non hanno le possibilità perché gli israeliani controllano tutto e a loro mancano le opportunità
Tutta l’acqua del paese è controllata dallo stato israeliano tramite società che controlla la distribuzione
Area tra Giordano e mare e tra Libano, Siria ed Eilat e la maggior parte della popolazione sono palestinesi e solo 3% dell’acqua è concessa ai palestinesi
Da una parte della strada la gente naviga nell’acqua e dall’altra parte hanno l’acqua una volta alla settimana per 10/12 ore e devono sempre preoccuparsi e le priorità sono del tutto diverse
E le cose vanno peggiorando. Gaza è un enorme campo di concentramento, non hanno accesso ad assistenza medica e la mancanza d’acqua è tra le situazioni più terribili al mondo
Sono 2.2 milioni di persone
Poi c’è il deserto ma in realtà è molto adatto all’agricoltura e molto fertile con 200000 beduini
La metà vive in cittadine non riconosciute e vivono da prima della nascita dello Stato e per tale ragione le persone rifiutano di essere deportate. Non ricevono accesso ad acqua ed elettricità e alla educazione
La ragione è di fatto una punizione. Senza accesso anche a strade, ma sono cittadini israeliani
Popolazione che è israeliana, metà delle persone che abitano lì. Sono state trasferite in cittadine terribilmente degradate e Israele impedisce loro di lavorare la terra mentre attorno le terre degli israeliani dall’altro lato della strada sono tutte verdi. Ma entrambi i gruppi sono cittadini israeliani
Poi c’è la west Bank che è un’area rimasta fuori da Israele nel 48 che dopo 20 anni Israele si è presa e la chiamano Giudea e Samaria
Ci sono città strade scuole e parlano di popolazione problematica, che sono i palestinesi che vivono sotto leggi militari e lasciati fuori dalla democrazia e dalle elezioni con tre milioni di persone
Questi 5 milioni sono governati da Israele e non hanno parola su chi e come li governa e adesso non hanno avuto voce in capitolo nelle ripetute votazioni
Alcuni hanno quasi una cittadinanza israeliana e poi ci sono quelli di Gaza e quelli di Gerusalemme insomma tanti regimi diversi
E Israele dice che loro sono l’unica democrazia in medio oriente. Gli israeliani hanno gli stessi diritti ovunque. E poi ci sono tutti gli espulsi
La definizione di apartheid è se usi diverse leggi per popolazioni diverse. Gli israeliani sono infastiditi se diciamo che è un regime di apartheid
Ottimo libro è Palestina 4000 anni di storia, uscito in inglese e ve lo consiglio
È forse la prima volta che la storia è scritta sulla base della storia e delle scoperte e non sulla Bibbia. Popolazioni del posto che vissero nelle terre palestinesi sulla base di documenti storici che risalgono ai tempi dei greci e dei romani e il territorio è detto Palestina risalendo indietro 4000 anni
E dal giorno che è nato Israele tutti parlano solo di Israele e i nomi palestinesi sono distrutti giorno dopo giorno in tutto il mondo, come se ci fosse sempre stato solo Israele. Storia monumenti identità culturale dei palestinesi viene erosa
Come è successo? Quale processo? Se si parla di apartheid i sionisti si stupiscono, ma il processo degli ultimi 70 anni è tutta una serie di crimini di genocidio, pulizia etnica e apartheid
Check delle definizioni di genocidio, apartheid e pulizia etnica
La definizione descrive ciò che Israele ha fatto decennio dopo decennio. Fate voi stessi i confronti
I sionisti non si sentono offesi dalle loro azioni, ma per aiutare la lotta per la libertà e per trovare la soluzione dobbiamo capire il processo che ha portato alla situazione di oggi. E tutto continua ancora
Se vuoi uccidere una persona basta togliergli l’acqua. E conosciamo i bombardamenti su Gaza e le uccisioni nella west Bank. Ma sono uccisi anche con la negazione dell’acqua
Noi siamo impossibilitati perché siamo tutti partecipanti perché viviamo in democrazia. Se vogliamo cambiare dobbiamo agire fino a che vedremo Palestina liberata e garantito il ritorno ai profughi e rilasciati i prigionieri politici. Siamo tutti responsabili perché parte di regimi democratici. Siamo tutti complici obbligati ad agire
C’è un modo per aiutare senza essere additati come antisemiti? No perché la macchina sionista è molto forte. Per questa ragione la nostra è anche una sfida. Combattiamo contro il razzismo contro una realtà che lotta per la propria esistenza
Il sionismo non rappresenta tutti gli ebrei. Non c’è una sola comunità ebraica, ma centinaia. Quale comunità ebraica è stata offesa? Molti ebrei parlano come me. Non ha a che vedere con antisemitismo. Molte comunità ebraiche sostengono la lotta contro il sionismo. Il sionismo è messo in pratica da ebrei, ma non rappresenta tutti gli ebrei. Quale comunità ebraica è offesa dal fatto che Peled parla?
C’è un documento pubblicato da un grande rabbino nel 1900 dove parlano del pericolo che sionismo e idea di stato ebraico comporta e invita il popolo ebraico a non partecipare. È un documento di prima dell’Olocausto.
La solidarietà coi palestinesi non è più sufficiente. Dare solidarietà non aiuta, ma bisogna partecipare alla resistenza!!! È come essere con persona che sanguina fino alla morte e starle vicini non salva la vita!!! i palestinesi ci hanno fatto un dono.
Palestina ci dà la Road map ed è il BDS. È stato demonizzato è reso come un mostro ma è un non senso. Non comporta violenza. Le sue sono le domande più logiche e sensitive. Ritratto però come mostro antisemita.
Le domande del BDS sono le più ragionevoli richieste che si possano fare. Non servono a creare problemi ma per rimediare la situazione. Si richiede di porre fine al regime militare e di far tornare i profughi e il rispetto dei diritti fondamentali. Principi in contrasto con ebraismo e antisemiti? Nonsense
Ci sono i palestinesi fuori dalla Palestina nel degrado dei campi profughi, quelli che sono senza cittadinanza e quelli israeliani in condizioni diverse a seconda che siano qui o lì. Quando tutto ciò finirà e ci sarà uguaglianza per tutti allora tutti potranno vivere in pace in Palestina. Questa è la chiave per la pace e la giustizia.
È cruciale che tutti capiscano come possono partecipare. C’è un gruppo che qui ha organizzato questo evento. Siamo qui obbligati non solo a lottare (strugge), ma anche trovare la speranza. Noi dobbiamo trovare la speranza ed io sono sicuro che possiamo fare il cambiamento che tutti possano vivere in pace. Non abbiamo diritto di pensare che non c’è speranza. Dobbiamo combattere per la speranza per far cambiare le cose ma le cose non cambieranno se non parteciperemo a questa lotta.
Se non definiamo Palestina e libertà, Palestina da fiume a mare e da nord a sud, e libertà e non più check point, questa è libertà. Tutta l’area libera dal regime di apartheid e vi invito tutti a chiamare tutta la terra Palestina. Se la chiamiamo col nome storico dobbiamo lottare per la libertà e non si va contro nessuno. Così tutti saranno liberi. Profughi che tornano nelle loro terre e che non ci sono prigionieri politici. Free Palestine significa che tutti saranno liberi. Palestina libera è scritta ovunque. Non chiamiamolo Israele che è un regime che ha fatto cose orribili.


Domande e risposte

Già chiarito: Israele è un popolo nuovo, non siamo indigeni del posto. Non intendo deportare ma vivere tutti insieme ma senza privilegi. Non uccidere nessuno. Finire con i privilegi.
A Milano quello che conta è che ho fatto la mia conferenza. Ciò che è successo non conta. In questo caso gli studenti sono stati molto forti. Hanno reso libera Milano e possono rendere libera la Palestina. Questo non mi capita spesso, ma capita. Negli USA c’è un’ottima organizzazione che si chiama Palestine legal. Hanno avvocati che lavorano molto bene. Bisogna liberare Milano e Torino perché i gruppi sionisti cercano ovunque di bloccarmi
Io vado sempre in Palestina senza problemi. È un privilegio che ho essendo da quel lato che è quello privilegiato.

Domanda su Erdogan ed azione militare turca
Non vuole rispondere rapidamente e ci vorrebbe tempo

Alla mia obiezione sulle falsità dette circa i beduini risponde senza rispondere
La propaganda sionista non è nuova. Tutti gli stati coloniali hanno dato la loro spiegazione alla loro violenza. La segregazione razziale di Israele e quella dei bianchi nei confronti dei neri e degli australiani. Tutti hanno le loro spiegazioni. I neri in Sud Africa i neri erano felici e così in America erano felici. E lo stesso con gli aborigeni. Questo spiega perché i beduini sono felici e spiega perché i beduini sono felici. Ci raccontiamo che senza di noi sarebbero spersi.
Non si può essere di sinistra e nello stesso tempo sionisti. Ci sono molti sionisti liberali in Israele che si fingono di sinistra ma in realtà non lo sono perché il sionismo rifiuta il compromesso che pensa che quella terra appartenga agli ebrei e gli arabi sarebbero invasori. Anche se si è d’accordo al 95% il problema è nel restante 5%
Rimpiango di non avere rifiutato il mio servizio militare dal 1980 al 1983, ma hai amici, parenti ecc e volevo partire ed essere volontario e comandare e ricordo la prima volta che ero di controllo nella west Bank. Ero volontario in corpo speciale. Ci diedero manette e manganello e dissero che si doveva camminare nelle strade e se qualcuno ci guardava dovevamo rompere tutte le ossa del suo corpo. Ma ovviamente tutti ci guardavano. È uno dei momenti nei quali realizzai che non aver rifiutato il servizio militare era stato un grande errore. Nel 1982 poi ci fu l’invasione del Libano. Per mia fortuna subii un intervento chirurgico e uscii dal corpo. Ogni israeliano dovrebbe rifiutare perché non c’è modo di fare un buon servizio.
Il Sud Africa ci offre un’ottima road map. In Palestina la situazione è molto meno complicata. In Palestina ci sono due popoli entrambi educati, solo che uno è impossibilitato a lavorare, il che è complicato ma non come in Sud Africa. I tuoi bambini vanno a scuola coi bambini palestinesi. Il popolo si rende conto che si può stare insieme, ed è la realtà nuova. Ci vuole del tempo, popolazione deve tornare, ci vogliono compensazioni, ma la situazione è ben diversa dal Sud Africa. La memoria storica è molto importante ma c’è soluzione per tutto, e vedere che il sindaco è palestinese ma che nulla cambia farà capire alla gente che va bene così.

Domanda: ha mai pensato a lasciare la cittadinanza israeliana? Potrebbe essere un gesto molto forte
Non vedo nessuna ragione di rinunciarvi. Ma voglio vedere il giorno in cui i palestinesi avranno gli stessi diritti miei




Dova Cahan
Vi immaginate che questo disgraziato è il nipote del famoso Katsenelson, uno dei membri che ha firmato la Dichiarazione dell'Indipendenza d'Israele ?

Debby Fait
Questo essere è lo zio di Smadar, figlia di Nurit Peled, ammazzata a 13 anni dai palestinesi. Nurit Peled, madre della bambina ammazzata, e' anche peggio del fratello. Sono due ignobili indecenti bastardi.

Dova Cahan
Alessandro Matta .questo è un pacifinto non un pacifista, odiatore delle sue origini e della sua patria dove è nato. I suoi protetti palestinesi lo avrebbero già impiccato in piazza da un pezzo. Un maledetto antisemita ed antisionista.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele

Messaggioda Berto » dom ott 13, 2019 1:58 pm

Israele e la gestione dell'acqua: parte seconda

http://www.linformale.eu/israele-e-la-g ... emh8U414wg

Nell’articolo precedente sul tema dell’acqua e del modo in cui Israele gestisce le risorse idriche, è stato sottolineato in che modo Israele con innovazione, ricerca e riciclaggio dell’acqua sia riuscito a superare la crisi idrica che nell’ultimo decennio ha investito tutto il Medio Oriente. Questa crisi è stata una causa indiretta delle rivolte e dei problemi politici che hanno interessato diversi paesi della regione: ad iniziare dalla Siria, ma che ha colpito anche l’Iraq e l’Iran per citare i paesi più grandi e popolati. Israele ancora una volta grazie alla sua innovazione anche in campo idrico è rimasta fuori dalle turbolenze politiche regionali e risulta sempre più come uno dei Paesi più stabili e sicuri dell’intera area mediorientale. Con questo secondo articolo, dopo gli aspetti tecnici e innovativi affrontati nel precedente verranno affrontati quelli storico-politici.

Già in passato – a partire dalla metà degli anni Sessanta – gli Arabi tentarono di sottrarre le risorse idriche allo Stato ebraico e non viceversa. I casi più importanti si verificarono con Libano e Siria. Nel 1964, il fiume Hashbani, un affluente del Giordano in territorio libanese fu fatto oggetto di un progetto della Lega araba per deviarne il corso per congiungerlo con il fiume Banias in territorio siriano così da ridurre drammaticamente le risorse idriche di Israele. Questo progetto fu bloccato da Israele che minacciò un intervento armato se fosse stato compiuto. Altro progetto portato avanti dagli arabi – sotto la supervisione egiziana – fu quello di deviare le acque del fiume Yarmuk nel suo tratto siriano per mettere in crisi l’approvvigionamento idrico israeliano. Ci furono scontri armati anche pesanti tra Israele e Siria tra il 1964 e il 1965 a causa di questo tentativo di deviazione del fiume. Alla fine la Siria desistette dal portare avanti il progetto di fronte alla forte reazione israeliana. Questa però è una delle radici che portarono alla guerra dei Sei Giorni sotto la regia egiziana (sia il progetto in Libano che quello siriano era supervisionato dagli egiziani). Va evidenziato come le attività di sbarramento o di deviazione delle acque tra Stati confinanti, se non concordata tra le parti, sono una violazione del diritto internazionale. Oggi il controllo delle alture del Golan riveste una grande importanza, oltre che dal punto di vista militare, anche per la gestione delle fonti idriche. Infatti l’area del Golan è il punto di confluenza di quasi un terzo delle risorse idriche israeliane. Pensare di rinunciare alle alture senza un trattato di pace e di cogestione delle fonti idriche, con la Siria, sarebbe un pericolo mortale per Israele.

Anche più di recente si è riproposto il problema dell’acqua tra Libano e Israele. Risale a una quindicina di anni fa, la decisione libanese di deviare le acque del fiume Wazzani, arrivando a sottrarre da 3,5 mmc fino a 11 mmc d’acqua all’anno al lago di Tiberiade. Questo progetto ha minacciato seriamente la stabilità al confine israelo-libanese. Si trattò di un’azione che poteva creare un precedente per futuri tentativi di bloccare le risorse idriche israeliane, soprattutto dopo che Israele – ottemperando alla risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU -aveva ritirato le proprie forze dal Libano meridionale. La diplomazia europea si mosse per disinnescare il potenziale conflitto con il proprio rappresentante a Beirut Patrick Renauld. Per ora il progetto è stato ridimensionato rispetto a quello iniziale. Ma se Israele non avesse dedicato risorse e tecnologia a favore della desalinizzazione delle acque questo sarebbe stato un vero e proprio casus belli, come succede in altre parti del mondo.

L’importanza dell’acqua e la sua gestione sono componenti fondamentali sia del trattato di pace siglato con la Giordania nell’ottobre del 1994 sia degli accordi di Oslo (nello specifico Oslo II del settembre 1995) siglati con l’Autorità Nazionale Palestinese.

Trattato di Pace con la Giordania

Per poter consultare il testo completo del trattato di pace tra Israele e la Giordania consigliamo il seguente link:

https://mfa.gov.il/MFA/ForeignPolicy/Pe ... reaty.aspx

Con il trattato di pace, Israele e Giordania decisero, tra le altre cose, anche la riallocazione delle acque dei fiumi Yarmuk e Giordano.

Proprio per voler indicare l’importanza che le parti attribuivano al problema delle fonti idriche, già nel preambolo del trattato di pace vi è un riferimento alle disposizioni delle questioni idriche che vengono subito dopo quelle riguardanti i confini internazionali e la sicurezza tra i due Paesi. Le disposizioni vere e proprie si trovano negli allegati “sull’acqua e sull’ambiente” (allegati II e IV). I principali temi riguardanti l’acqua e le fondi idriche si trovano nell’articolo VI del trattato, denominato “acqua”, e dettagliato successivamente nell’allegato II.

Così ad esempio, nel comma II dell’art. VI entrambe le parti riconoscono che “l’acqua potrebbe essere motivo di cooperazione” e, contestualmente, si impegnano a “non recare danno in alcun modo alle risorse idriche dell’altra parte attraverso i propri progetti di sviluppo idrico”. Questa cooperazione, ovviamente, riguarda tutti gli aspetti dello sfruttamento e dello sviluppo idrico, con esplicito riferimento al trasferimento di acque transfrontaliere, implica altresì l’impegno alla prevenzione dell’inquinamento, alla minimizzazione degli sprechi, come anche allo svolgimento di ricerche comuni e allo scambio di informazioni.

Mentre la maggior parte delle disposizioni del trattato sono di carattere generale, è l’Allegato II a contenere le vere e proprie indicazioni per la suddivisione delle risorse idriche sopra citate. Dall’art. I al IV dell’allegato II troviamo infatti le indicazioni per la distribuzione delle acque dello Yarmuk e del Giordano, le possibilità di immagazzinamento e deviazione, la protezione della qualità delle acque di superficie nella valle dell’Aravà. In ultimo, l’art. VII prevede l’istituzione di un Comitato comune per l’acqua al fine di provvedere alle disposizioni dell’Allegato.

Va sottolineato che questo trattato bilaterale ha così fruttato alla Giordania un accrescimento idrico di circa il 7% fin dall’immediato, in più la Giordania a margine del trattato ha ottenuto degli scambi d’acqua interstagionali, cioè “l’immagazzinamento” nel lago di Tiberiade di una parte delle acque dello Yarmuk spettanti alla Giordania, durante la stagione invernale avendone grande beneficio per il periodo estivo. Il 10 novembre 1997, inoltre, è stato raggiunto un ulteriore accordo tra i due Paesi, il Jordan Plan Development, che prevede tra l’altro anche la costruzione di comuni impianti di desalinizzazione.

Un altro significativo esempio di cooperazione israelo-giordana ci viene offerto dal progetto per la creazione di un canale Mar Rosso-Mar Morto. La realizzazione di questo progetto permetterà di immettere nel Mar Morto 1,8 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno dal Golfo di Aqaba/Eilat. La costruzione del canale, che correrà da sud verso nord per 180 km attraverso condotte e tunnel prevalentemente in territorio giordano, ma a ridosso del confine fra i due Paesi, avrà un costo iniziale di un miliardo di dollari, coperto dalla Banca Mondiale. Altri 3-4 miliardi saranno necessari per costruire impianti di desalinizzazione in grado di produrre 850 mmc d’acqua dolce all’anno. Due terzi di quest’acqua serviranno la Giordania , il rimanente verrà suddiviso tra Israele e territori palestinesi.

Accordi di Oslo II, settembre 1995

Per consultare il testo completo degli accordi, si consiglia il seguente link:

https://www.jewishvirtuallibrary.org/in ... ip-oslo-ii

Come per il trattato di pace con la Giordania, Israele ha disciplinato nel testo degli accordi tutte le disposizioni in materia di sfruttamento e distribuzione dell’acqua con l’Autorità Nazionale Palestinese. Specificatamente, nell’appendice I, all’art. 40, le parti hanno concordato in modo estremamente dettagliato l’utilizzo delle risorse, i compiti delle parti nella gestione del sistema idrico e lo stabilirsi di una commissione congiunta per la verifica del fabbisogno della popolazione. Tra i compiti di parte israeliana, c’è quello di fornire la maggior parte dell’acqua per la popolazione palestinese. Inizialmente, fu stabilito che le autorità israeliane dovessero fornire una quantità pari a 28.6 mcm/anno di acqua fresca per la popolazione palestinese. Nel corso degli anni successivi la commissione congiunta ha aumentato enormemente questa quantità d’acqua per migliorare la situazione idrica dei palestinesi. Così già nei primi anni 2000, la quantità erogata da Israele è passata da 28.6 mcm/anno (concordata negli accordi di Oslo) a 47 mcm/anno fino a raggiungere i 52 mcm/anno. Quindi il doppio di quella prevista dagli accordi (fonte: rapporto annuale del capo dipartimento delle infrastrutture civili colonnello Amnon Cohen). Va anche sottolineato che è la società statale israeliana Mekorot che trasporta oltre l’80% dell’acqua nei territori palestinesi. Allora come si spiega l’accusa, rivolta ad Israele, di “rubare” l’acqua e l’emergenza cronica nei territori amministrati dai palestinesi se l’acqua erogata, da Israele, è doppia di quella stabilita dagli accordi? Basta entrare nel dettaglio della situazione dei territori palestinesi e di come sono amministrati.

Le competenze palestinesi, sancite dagli accordi di Oslo e nello specifico come stabiliti dal comma 8 che si riporta in originale:

Palestinian Responsibility:
An additional well in the Nablus area – 2.1 mcm/year.
Additional supply to the Hebron, Bethlehem and Ramallah areas from the Eastern Aquifer or other agreed sources in the West Bank – 17 mcm/year.
A new pipeline to convey the 5 mcm/year from the existing Israeli water system to the Gaza Strip. In the future, this quantity will come from desalination in Israel.
The connecting pipeline from the Salfit take-off point to Salfit
The connection of the additional well in the Jenin area to the consumers.
The remainder of the estimated quantity of the Palestinian needs mentioned in paragraph 6 above, over the quantities mentioned in this paragraph (41.4 – 51.4 mcm/year), shall be developed by the Palestinians from the Eastern Aquifer and other agreed sources in the West Bank. The Palestinians will have the right to utilize this amount for their needs (domestic and agricultural).

Come si evince dal testo, tra le competenze palestinesi si trovano: l’apertura di nuovi pozzi, la costruzione di reti di acquedotti tra le aree popolate, la connessione di acquedotti con la rete israeliana, la salvaguardia e la valorizzazione delle falde acquifere presenti nel territorio amministrato. Oltre a ciò gli accordi prevedono la manutenzione della rete idrica e l’abbattimento dell’inquinamento delle falde acquifere a causa della scarsità della rete fognaria nelle città palestinesi. Cosa è stato fatto in questi 25 anni? Praticamente nulla. Oltre a tutto questo, nel 2007 l’Autorità palestinese ha avuto in uso – da parte del governo israeliano – un terreno, sulla costa mediterranea di Israele vicino alla città di Hadera, per costruirvi un impianto di desalinizzazione dell’acqua, il quale, se in funzione, potrebbe fornire 100 milioni di metri cubi di acqua potabile all’anno. Cosa ne ha fatto? Nulla.

In base ai dati raccolti si può affermare che l’emergenza idrica tra i palestinesi non è data dall’acqua “rubata” da Israele – che fornisce il doppio dell’acqua pattuita negli accordi di Oslo – ma dalla totale assenza di investimenti palestinesi per la costruzione di impianti di desalinizzazione, di infrastrutture, di manutenzione dalla rete idrica (recenti indagini di tecnici hanno stabilito che le perdite d’acqua nella rete idrica palestinese è pari al 70%) e di costruzione di depuratori fognari. Oltre a ciò, ci sono da aggiungere i numerosissimi casi di allacci abusivi alla rete idrica e la endemica morosità nel pagamento delle bollette dell’acqua. Perché allora si da la colpa ad Israele? Semplice, perché così la dirigenza palestinese ha un duplice risultato: da un lato scarica le proprie responsabilità e inefficienze agli occhi della propria popolazione verso Israele e dall’altro ottiene nuovi aiuti internazionali che vengono fatti sparire dai “cleptocrati” dell’ANP.

Vale la pena, a questo proposito, fare un solo esempio di come l’informazione viene creata e diffusa in tutto il mondo su questo argomento. Circa una decina di anni fa la World Bank pubblicò un rapporto, molto superficiale, che non analizzava le cause del disastro idrico nei “territori”, ma affermava che gli ebrei potevano disporre di molta più acqua degli arabi, citando unicamente “fonti” palestinesi. La BBC lo riprese, ed essendo, appunto, “prestigiosa”, la notizia finì sui nostri media come se fosse una verità incontrovertibile. C’è anche da sottolineare che insieme alla Cisgiordania, il rapporto della World Bank inseriva anche la striscia di Gaza, dove, non essendoci nessun israeliano da numerosi anni, permette di comprendere con quale accuratezza la banca mondiale stili i suoi rapporti. Ecco come si è creato il mito dell’acqua “rubata”.

Di questo mito si è poi fatto portavoce anche Martin Shultz in qualità di presidente del Parlamento europeo. Per Shultz, il quale si recò in Israele nel 2014 a chiederne ragione, Israele applicava nei confronti dei palestinesu una vera e propria “apartheid dell’acqua”. Le autorità israeliane gli fecero notare notare come stavano e stanno effettivamente le cose: le erogazioni medie di acqua disponibile sono alla pari, cioè 160 metri cubi pro capite per consumo annuo per ogni israeliano e altrettanti metri cubi per ogni palestinese. La differenza sta nel suo utilizzo: le tecniche di trattamento e di riciclaggio delle acque reflue fruttano una maggiorazione di circa 800 milioni di metri cubi in Israele (otre alle altre tecniche descritte nell’articolo del 8 ottobre ad iniziare agli impianti di desalinizzazione). I palestinesi, invece, disperdono circa il 95% dei 56 milioni di metri cubi d’acqua destinati al consumo soprattutto in agricoltura, cioè i palestinesi sovrairrigano i loro campi perché adottano metodi di coltivazione ancora molto arretrati. Inoltre, essi non hanno mai considerato la possibilità di mettere mano alla ricostruzione della fatiscente rete idrica, la quale causa notevoli perdite d’acqua disponibile, nonostante i molti fondi internazionali pervenuti all’Autorità Nazionale Palestinese per interventi infrastrutturali sul territorio, come evidenziato in precedenza. Infine venne spiegato a Schultz che in Cisgiordania è operativo un solo impianto di depurazione. Questo è la causa del perché ogni anno 17 milioni di metri cubi di liquami palestinesi finiscono in territorio israeliano. Tocca poi da Israele farsi carico di trattare anche la quota palestinese dei liquami, per evitare il rischio di inquinamento delle falde. Ma il mito resta inscalfibile: Israele “ruba” l’acqua dei palestinesi.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele

Messaggioda Berto » lun ott 21, 2019 9:02 pm

Rai3 e Erasmus uniti nella propaganda contro Israele
Commento di Deborah Fait
Informazione Corretta
21 ottobre 2019

http://www.informazionecorretta.com/mai ... w.facebook

https://www.raiplay.it/video/2019/10/Do ... cdbb1.html

a cura di Chiara Avesani e Matteo Delbò.

Indegno, indecente, da denuncia! Questo è stato ieri sera alle ore 23,15 il servizio di Rai 3 intitolato "I diari di Gaza". Il peggior documentario degli ultimi anni, anzi non si può nemmeno onorare quella schifezza con l'appellativo di -documentario-. È stato semplicemente un'accozzaglia propagandistica degna di Hamas, un programma pieno di odio e di menzogne, di cose inventate, di vittimismo spicciolo e buonismo talmente ipocrita da far venire la pelle d'oca per lo sdegno.
Cosa può avere in mente un ragazzo italiano per decidere di andare a fare l'Erasmus nell'unica università di Gaza per imparare dagli esimi professoroni che vi operano a trattare i buchi delle pallottole… naturalmente pallottole dei perfidi israeliani?
Non voglio pensare che l'Università italiana sia così malridotta da costringere i giovani ad andare a studiare non nel terzo ma nel quarto, forse anche quinto mondo, in un'università che è quasi sempre chiusa per permettere ai suoi studenti di andare a occuparsi di terrorismo, l'unico lavoro redditizio da quelle parti.

Ogni ferito ha un prezzo, un morto poi non ne parliamo e se il morto ha fatto anche dei morti israeliani, oltre che diventare eroe e martire, ha sistemato la famiglia per sempre.

ERASMUS alleato con Gaza, c'è poco da festeggiare!
La storia racconta di Riccardo, 24 anni, iscritto all’ultimo anno di medicina dell’università di Siena e probabilmente contagiato dalla propaganda arabo palestinese, che decide di andare a studiare a Gaza con il progetto Erasmus.
È talmente compreso nella parte del prode Anselmo, crociato partito per redimere la Palestina, da tenere in camera sua un enorme poster che ricorda quell'altro prode, Vittorio Arrigoni, tanto innamorato dei palestinisti da accettare di farsi garrotare fino alla morte pur di farli contenti. Lo hanno trovato con il filo di ferro intorno al collo e il volto tumefatto dai pugni e dalle torture. Ma si sa quei poveretti di Gaza vivono in una prigione a cielo aperto, come ripete tristemente il nostro Riccardo, perciò in qualche modo devono sfogarsi e divertirsi.
Il giovane parla con affetto e ammirazione delle migliaia di ragazzi che ogni venerdì vanno a riempirsi i polmoni di fumo nero di pneumatici e a tirar bombe a mano, pietre e tutto il loro odio contro gli israeliani al di là della rete di confine. "Ecco, dice Riccardo, sono partiti dei missili e adesso di sicuro Israele risponderà con le bombe".
Già… già, Riccardo, Israele è così cattivo che arriva a difendersi, pensa un po'. Quello che si vede nella scena seguente è patetica, il nostro prode che, quasi piangendo e tappandosi le orecchie con le dita per non sentire le bombe, cammina su e giù per le scale terrorizzato. "Io posso andare via di qua, dice ansimando, ma i miei amici no perché hanno il passaporto sbagliato, sono come in una prigione a cielo aperto".
E rieccoci, queste parole mi mancavano, non so se Riccardo è ancora là, probabilmente si, ma vorrei dirgli che i suoi amici non hanno il passaporto sbagliato ma l'anima sbagliata, il cervello sbagliato. Un'intera popolazione non può vivere nell'odio e crogiolarsene per decenni, senza fare altro al mondo che pensare come ammazzare l'odiato ebreo. Insomma un insieme dei peggiori stereotipi della propaganda antisemita organizzata da Telekabul, mai cambiata negli anni. La Rai non demorde, è televisione pubblica, con tanto di canone, e usa i soldi degli utenti per fare sporca propaganda filo terrorista e antisemita diffondendo a piene mani odio contro Israele.
Questa volta i dirigenti Rai si sono avvalsi della complicità del Progetto Erasmus il cui scopo dovrebbe essere "formare, educare e istruire la gioventù". Mandare dei ragazzi in mezzo alla barbarie palestinese di Gaza fa parte di questo programma? Insegnar loro a odiare un paese che si difende, come Israele, da un terrorismo feroce significa educare e istruire? Fare in modo che, attraverso le bugie più indegne e il buonismo più stomachevole, considerino eroi e martiri degli assassini il cui unico sogno nella vita è ammazzare gli ebrei?

Mi auguro che i nostri lettori guardino questo orrendo servizio della TV pubblica che sono anche costretti a pagare, e scrivano ai dirigenti Rai il proprio sdegno. E' l'unica arma che abbiamo, la tastiera del computer, usiamola!
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele

Messaggioda Berto » dom feb 23, 2020 4:21 am

I palestinesi: storia di un popolo completamente inventato
L'Informale
Niram Ferretti
31 Dicembre 2015

http://www.linformale.eu/i-palestinesi- ... RklKgZRdMk

Come Atena nacque dalla testa di Zeus, la fantastoria nacque dall’ideologia. Il nome “Palestina” deriva dai filistei, una popolazione originaria del Mediterraneo Orientale (forse dalla Grecia o da Creta) la quale invase la regione nell’undicesimo e dodicesimo secolo A.C. Parlavano una lingua simile al greco miceno. La zona nella quale si insediarono prese il nome di “Philistia”. Mille anni dopo, i Romani chiamarono la zona “Palestina”. Seicento anni dopo gli Arabi la ribattezzarono “Falastin”.

Per tutta la storia successiva non ci fu mai una nazione chiamata “Palestina” né ci fu mai un popolo chiamato “palestinese”. La regione passò dagli Omayyadi agli Abassidi, dagli Ayyumidi ai Fatimidi, dagli Ottomani agli Inglesi. Durante questo millennio il termine “Falastin” continuò a riferirsi a una regione dai contorni indeterminati e MAI a un popolo originario.

Nel 1695, l’orientalista danese Hadrian Reland scoprì che nessuno degli insediamenti conosciuti aveva un nome arabo. La maggioranza dei nomi degli insediamenti erano infatti ebraici, greci o latini. Il territorio era praticamente disabitato e le poche città, (Gerusalemme, Safad, Jaffa, Tieberiade e Gaza) erano abitate in maggioranza da ebrei e cristiani. Esisteva una minoranza musulmana, prevalentemente di origine beduina, che abitava nell’interno.

Reland pubblicò a Utrecht nel 1714 un libro dal titolo “Palaestina ex monumentis veteribus illustrata”, nel quale non c’è alcuna prova dell’esistenza di un popolo palestinese, né di un’eredità palestinese né di una nazione palestinese. In altre parole, nessuna traccia di una storia palestinese.

Stiamo parlando di un testo uscito nel 1714, non duemila anni fa. Un testo moderno dal quale si evince che all’epoca non esisteva alcun “popolo palestinese”.

Quando nasce dunque questa realtà di cui si parla da decenni?

Dobbiamo avvicinarci ai nostri tempi, più precisamente al periodo in cui gli inglesi crearono, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e dell’impero ottomano (durante il quale nessuno aveva ancora sentito parlare di questa fantomatica entità), la Palestina mandataria.

Gli arabi protestarono in modo acceso nei confronti della nuova realtà chiamata “Palestina”. Infatti, per loro, la Palestina era inestricabilmente collegata alla Siria. Gli arabi chiamavano la regione “Balad esh sham (la provincia di Damasco) o “Surya-al-Janubiya” (Siria del sud). Per i nazionalisti arabi la Palestina non era altro che la Siria del sud. Punto. I siriani, ovviamente, non potevano che annuire.

Il Congresso Generale Siriano del 1919 sottolineò con forza l’identità esclusivamente siriana degli arabi della “Siria del sud”, quella che gli inglesi chiamavano “Palestina”.

Nel suo libro, “Il Risveglio Arabo” del 1938, George Antonious, il padre della storiografia moderna araba, documenta il tumulto sorto tra gli arabi della “Grande Siria” e dell’Iraq quando inondarono le strade delle città siriane, Gerusalemme inclusa, per protestare contro la divisione geografica che gli inglesi, per ragioni geopolitiche, avevano imposto alla Siria. Antonious, come Reland prima di lui, non fa alcuna menzione di un “popolo palestinese”. Motivo? Di nuovo, non esisteva.

Facciamo un passo indietro. Nel 1920, la Francia conquista la Siria. E’ in questo periodo, durante il controllo francese della Siria, che inizia a prendere forma l’idea di una “Palestina” come stato arabo-musulmano indipendente, e fu il famigerato Mufti di Gerusalemme, Amin-al-Husseini, la personalità di maggior spicco tra i leaders arabi dell’epoca, a creare un movimento nazionalista in opposizione all’immigrazione ebraica determinata dal movimento sionista. In altre parole, fu il sionismo a fare da levatrice al palestinismo nazionalista. Anche allora, tuttavia, nessuno parlava di un “popolo palestinese”. Siamo nel 1920.

Ancora nel 1946, Philip Hitti, uno dei più eloquenti portavoce della causa araba dichiarava al Comitato di Inchiesta Anglo-Americano che un’entità nazionale chiamata Palestina…non esisteva.

Nel 1947, quando le Nazioni Unite stavano valutando la spartizione della Palestina mandataria in due stati separati, uno ebraico, l’altro arabo, numerosi politici e intellettuali arabi protestarono in modo acceso poiché sostenevano che la regione in questione fosse parte integrante della Siria del sud. Non c’era una popolazione “palestinese” in senso proprio, ed era dunque un’ingiustizia smembrare la Siria per creare un’altra entità che di fatto le apparteneva di diritto.

Nel 1957, Akhmed Shukairi, l’ambasciatore saudita alle Nazioni Unite dichiarò che, “È conoscenza comune che la Palestina non è altro che la Siria del sud“. Concetto ribadito da Hafez-al-Assad nel 1974, “La Palestina non solo è parte della nostra nazione araba ma è una parte fondamentale del sud della Siria”.

Dal 1948 al 1967, i diciannove anni intercorsi tra la Guerra di Indipendenza e la Guerra dei Sei Giorni, tutto quello che restava del territorio riservato agli arabi della Palestina mandataria britannica, era la West Bank (nome dato dai giordani alla Giudea e alla Samaria), che si trovava in quegli anni sotto il dominio illegale giordano, e Gaza, sotto il dominio illegale egiziano.

Durante questo periodo nessuno dei leader arabi prese neanche lontanamente in esame il diritto all’autodeterminazione degli arabi “palestinesi” che si trovavano sotto il loro dominio. Perché? Ancora, perché un “popolo palestinese” per i giordani e gli egiziani…semplicemente non esisteva.

Persino Yasser Arafat fino al 1967 usò il termine “Palestinesi”, unicamente come riferimento per gli arabi che vivevano sotto la sovranità israeliana o avevano deciso di non essere sottoposti ad essa. Nel 1964, per Arafat la “Palestina”, non comprendeva né la Giudea e la Samaria né Gaza, le quali, infatti, dopo il 1948 appartenevano reciprocamente alla Giordania e all’Egitto.

Lo troviamo scritto nella Carta fondante dell’OLP all’articolo 24, “L’OLP non esercita alcun diritto di sovranità sulla West Bank nel regno hashemita di Giordania, nella Striscia di Gaza e nell’area di Himmah”.

L’articolo 24 venne cambiato nel 1968 dopo la Guerra dei Sei Giorni, dietro ispirazione sovietica. Ora la sovranità “palestinese” si estendeva anche alla West Bank e a Gaza. Libero da possibili attriti con la Giordania e l’Egitto, Arafat, protetto dai russi, poteva allargare il campo della propria azione. La “Palestina”, adesso, inglobava anche Giudea, Samaria e Gaza.

La Guerra dei Sei Giorni è stata lo spartiacque per la creazione del “popolo palestinese”. Dopo la Guerra dei Sei Giorni tutto cambia. Da Davide, Israele diventa Golia e i “palestinesi” entrano ad occupare il proscenio della storia come popolo autoctono espropriato della propria terra dai “sionisti imperialisti”.

Questa è la narrazione ormai consolidata e che, come un parassita, si è incistata nella mente di una moltitudine. Potere della menzogna. Potere della propaganda.

“Nella grande menzogna c’è una certa forza di credibilità poiché le grandi masse di una nazione sono molto più facilimente corruttibili nello stato più profondo della loro materia emozionale di quanto lo siano consciamente o volontariamente, e quindi, nella primitiva semplicità delle loro menti diventeranno più facilmente vittime di una grande menzogna piuttosto che di una piccola, poiché essi stessi spesso dicono piccole bugie per piccole cose, ma si vergognerebbero di utilizzare menzogne su larga scala. Non gli verrebbe mai in mente di fabbricare falistà colossali e non crederebbero che altri avrebbero l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame”. (Adolf Hiltler, “Mein Kampf”)

Per creare questa nuova realtà del “popolo palestinese”, priva di qualsiasi aggancio con il passato era necessario che il passato venisse interamente fabbricato, o meglio, come in “Tlon, Uqbar, Orbis Tertius” di Borges, bisognava fare in modo che il reale venisse risucchiato dalla finzione.

Dunque ecco apparire i “palestinesi”, i quali fin da un tempo immemorabile hanno sempre vissuto nella regione e addirittura si possono fare risalire ai gebusei o, a piacimento, ai cananei. Questo popolo mitico sarebbe stato poi cacciato dagli invasori sionisti.

Il 31 marzo del 1977, come fosse un colpo di scena in un romanzo giallo, Zahir Mushe’in, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP dirà, durante un’intervista
“Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo stato di Israele in nome dell’unità araba. In realtà oggi non c’è alcuna differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni tattiche e politiche parliamo dell’esistenza di un popolo palestinese, poiché gli interessi nazionali arabi richiedono la messa in campo dell’esistenza di un popolo palestinese per opporci al sionismo”.

Il “popolo palestinese” è una pura invenzione, la quale, con grande abilità propagandistica, è stata trasformata in un fatto che ormai appartiene a tutti gli effetti alla realtà.




Per la Corte Penale Internazionale la Palestina non è uno Stato
Sarah G. Frankl
22 Febbraio, 2020

https://www.rightsreporter.org/per-la-c ... F6s0m1Wu7E

Lo scorso 20 dicembre 2019 il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, annunciava raggiante di avere gli elementi per aprire una indagine contro Israele per presunti crimini di guerra commessi in Giudea e Samaria e nella Striscia di Gaza.

L’indagine era stata sollecitata dalla Autorità Nazionale Palestinese credendo che bastasse l’adesione della Palestina allo Statuto di Roma quando in realtà la prima e inderogabile qualità necessaria per rivolgersi alla Corte Penale Internazionale non è l’adesione allo Statuto di Roma quanto piuttosto l’essere riconosciuto come uno Stato.

Sin da subito sia Israele che gli Stati Uniti avevano sollevato dubbi sulla effettiva possibilità da parte palestinese di avanzare richieste alla Corte Penale Internazionale in quanto non essendo la Palestina uno Stato riconosciuto veniva meno proprio quella qualità necessaria per rivolgersi alla CPI.

Ma il Procuratore Capo dell’Aia non volle sentire ragioni e affermando che «non vi erano ragioni sostanziali per ritenere che un’indagine non servirebbe gli interessi della giustizia» andò avanti con la prassi per dare il via ad una indagine nonostante Israele non abbia mai aderito allo Statuto di Roma e quindi non rientrasse nel raggio d’azione della Corte e, soprattutto, nonostante i palestinesi non avessero gli attributi necessari a chiedere una indagine.

Questa settimana è stata la stessa Corte Penale Internazionale a porre un macigno difficilmente removibile sulla richiesta palestinese.

Procedendo con l’iter avviato dal Procuratore Capo, molti Stati aderenti allo Statuto di Roma, tra i quali anche alcuni che hanno formalmente riconosciuto la Palestina, e moltissimi esperti di Diritto Internazionale hanno espresso parere negativo al proseguimento dell’indagine in quanto non essendo la Palestina uno Stato riconosciuto non può trasferire la giurisdizione criminale riguardante il suo territorio all’Aia.

Tra questi i più incisivi sono stati la Germania, l’Australia, l’Austria, il Brasile, la Repubblica Ceca, l’Ungheria e l’Uganda i quali hanno chiesto il cosiddetto “amicus curiae” ovvero “amico della Corte” che fornisce loro la possibilità di esprimere una opinione sugli atti della Corte.

Questo gruppo di Paesi, sostenuti poi anche da altri, hanno quindi espresso la loro posizione negativa rispetto al fatto che la Palestina potesse rivolgersi alla CPI in quanto non essendo uno Stato riconosciuto e quindi in base a quanto stabilito dallo Statuto di Roma non gli è permesso presentare alcunché alla Corte.

Il fatto curioso e a modo suo eclatante, è che nemmeno quegli Stati che hanno riconosciuto unilateralmente la Palestina hanno fatto opposizione alla giusta indicazione portata all’attenzione della Corte da questi sette Paesi.

Morale della favola, la Palestina non è uno Stato e non basta aderire a trattati internazionali per avere voce in capitolo.

Ora spetta a una cosiddetta camera pre-processuale decidere in merito. I tre giudici di questa camera – l’ungherese Péter Kovács d’Ungheria, il francese Marc Perrin de Brichambaut e Reine Adélaïde Sophie Alapini-Gansou del Benin – hanno invitato «la Palestina, Israele e le presunte vittime nella situazione in Palestina, a presentare osservazioni scritte» sulla questione entro il 16 marzo.

Ma appare evidente che l’Aia non ha giurisdizione sulle questioni riguardanti la cosiddetta “Palestina” e che quindi il tutto si concluderà con un nulla di fatto.

Di «grande vittoria per Israele» parla l’avvocato Daniel Reisner. «È significativo che anche stati come il Brasile e l’Ungheria, che hanno riconosciuto la Palestina nominalmente, sollevino seri dubbi sulla giurisdizione della corte» ha detto Reisner.

Proteste dalla Lega Araba e dalla Organizzazione per la Cooperazione Islamica

Immediate le proteste dalla Lega Araba e dalla Organizzazione per la Cooperazione Islamica che sembrerebbero voler chiedere lo status di “amicus curiae” in modo da contrastare quanto evidenziato questa settimana. Ammesso che lo possano fare, hanno tempo fino a venerdì prossimo per presentare le loro osservazioni.

In ogni caso Israele non presenterà nessun documento alla camera pre-processuale per non legittimare un procedimento chiaramente fuori dal contesto del Diritto Internazionale.


Onu, cosa ha detto un leader della sinistra israeliana a Ramallah
Anniversario delibera spartizione Onu, le parole di un leader della sinistra israeliana a Ramallah
Ugo Volli
4 Dicembre 2019

https://www.progettodreyfus.com/onu-isr ... CskS7rqgOk


Giovedì scorso, nel palazzo della Mukata a Ramallah, si è svolto un evento rievocativo della votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu che ne 1947 stabilì la partizione del mandato britannico (già suddiviso nel ‘21 dalla Gran Bretagna la dare agli arabi “il loro stato”).

Come è noto Israele accettò la divisione, anche se era era tracciata in maniera da rendere difficilissima la sopravvivenza della parte ebraica, gli arabi la rifiutarono, il giorno stesso con la complicità britannica iniziarono attacchi terroristici agli insediamenti ebraici e ad aprile del ‘48, quando Israele proclamò finalmente il suo stato alla vigilia della partenza degli inglesi, le armate di tutti gli stati arabi circostanti tentarono di invadere e distruggere il neonato stato di Israele; ma con grandi sacrifici furono sconfitte dall’esercito israeliano nel ‘49 dovettero ritirarsi dietro una linea armistiziale ben più arretrata, la cosiddetta linea verde.

Da questa storia l’evento della Mukata, amministrato dal noto filoterrorista Jibril Rajoub, non ha tratto motivi di riflessione sulla necessità di un accordo, ma al contrario ha voluto rilanciare la narrativa palestinista sull’”occupazione israeliana”. L’aspetto più curioso di questa riunione è la presenza di circa 300 ebrei israeliani. Erano i soliti ultraortodossi antisionisti di Naturei Karta, che hanno usato l’occasione per dichiarare che l’”entità sionista” non rappresenterebbe il popolo ebraico, sarebbe odiata da “Allah” (questo è il nome con cui il loro leader Meir Hirsh ha scelto per l’occasione di chiamare la Divinità) e costituirebbe la violazione di tutte le leggi internazionali: un piccolo gruppo di estremisti che frequenta con piacere tutti gli antisemiti da Corbyn a Achamadinedjad, e la cui presenza non poteva meravigliare.

Dall’altro lato, però, c’era una folte rappresentanza di militanti di sinistra: alcuni cani sciolti, ma soprattutto Mosi Ratz l’ex leader e ancora influente dirigente del partito israeliano di sinistra Meretz, l’unico che abbia ufficialmente abiurato il sionismo, alla guida di una delegazione di alto livello.

Raz ha parlato avendo alle spalle una foto di Yasser Arafat e ha detto: “Siamo venuti qui per esprimere la nostra solidarietà con il popolo palestinese nei territori occupati, in esilio nella speranza che i ministri palestinesi entrino presto nel prossimo governo. Sostengo uno stato palestinese entro i confini del 67 con uno scambio di territori concordato a fianco dello Stato di Israele, la cui capitale dev’essere Gerusalemme est. Questo marzo andremo alle elezioni in cui Netanyahu sarà sconfitto e Gantz sarà eletto.”

È una dichiarazione molto significativa, non solo per il luogo e l’occasione, ma anche per il contenuto. Meretz, pur avendo pochi seggi, è un pezzo centrale della coalizione di Gantz che certamente non può farne a meno. Si è molto parlato del pericolo di un accordo fra il partito bianco-azzurro e gli arabi filoterroristi, ma non abbastanza dell’influenza delle estrema sinistra ebraica.

La dichiarazione di Raz spiega molto sulle ragioni reali del braccio di ferro che è in corso nella politica israeliana da un anno. Non è detto che Ganz sia d’accordo, ma è chiaro che il progetto di alcune forze che lo appoggiano e di cui egli avrà certamente bisogno consiste nel cancellare o minimizzare la natura ebraica dello stato di Israele, rovesciando le scelte di settant’anni fa.



Informazione corretta: Palestina, ecco l'origine del nome di uno Stato arabo che non è mai esistito
Vivi Israele
Fabrizio Tenerelli
21 febbraio 2018

http://viviisraele.it/2018/02/21/inform ... -esistito/


Cari lettori, io cerco di parlare poco della questione arabo-israeliana, perchè la mia mission è soprattutto approfondire i temi legati a Israele e all’ebraismo. Tuttavia, talvolta è doveroso far chiarezza su alcuni aspetti che riguardano la cosiddetta “corretta informazione”. La disinformazione dilagante in materia (il suo esatto opposto), purtroppo contribuisce a dare una cattiva immagine di uno Stato che da vittima, passa come carnefice.

Ciò senza nulla togliere all’aspirazione ultima che è quella della pace in Medio Oriente e della convivenza di due popoli. Utopia? Una pace che, a mio modestissimo avviso, potrà giungere soltanto, quando il mondo arabo riconoscerà il diritto ad Israele di esistere.

Detto ciò, dopo un mio primo approfondimento in tema di informazione corretta (LEGGI QUI) vi propongo questa sorta di “upgrade”, che riguarda i concetti di “Palestina” e “palestinese”. Molto spesso chi non studia abbastanza, attacca con estrema arroganza il popolo ebraico, sulla base di falsi presupposti e di clamorosi equivoci.

In attesa di preparare un digest, tratto da “Arabi ed Ebrei”, del buon Bernard Lewis, ho pensato di scrivere queste poche righe, invitandovi a divulgarle, condividerle e via dicendo, affinchè si faccia chiarezza su una questione importante.

La prima cosa che va detta è che non c’è mai stata una nazione araba di nome “Palestina”. Questo, in realtà, è il nome che gli antichi romani diedero a Eretz Yisrael, con l’espresso proposito di umiliare gli ebrei, dopo la conquista. Gli inglesi chiamarono così la terra sulla quale avevano avuto il mandato, dopo lo scioglimento dell’Impero Ottomano.

Gli arabi, in disputa con gli ebrei, decisero allora di raccontare che quello era l’antico nome della loro terra, “malgrado non fossero capaci a pronunciarlo in modo corretto, ma trasformandolo in Falastin”, come disse nel 1995, Golda Meir, in una intervista a Sarah Honig del Jerusalem Post. Ma soprattutto va detto che non esiste una lingua palestinese, non una cultura e neppure una terra governata da palestinesi.

Quest’ultimi non sono altro che arabi non distinguibili dai giordani o dai siriani, dai libanesi o dagli iracheni. A ciò aggiungiamo che il mondo arabo controllo il 99,9 per cento del Medio Oriente. Israele, pensate, che rappresenta soltanto un decimo dell’uno per cento del totale. Ma ciò è troppo per gli arabi, che vogliono anche quella minuscola parte. Non importa, dunque, quanti territori un domani potrebbero concedere gli israeliani: in ogni modo non saranno mai abbastanza. Ma allora, da dove deriva questo termine? Palestina ha da sempre designato un’area geografica, che deriva da “Peleshet”, un nome che appare di frequente nella Torah, successivamente chiamata “Philistine”.

Il nome inizia ad essere usato nel tredicesimo secolo a.e.v. da una serie di migranti del mare, provenienti dal mar Egeo e dalle isole greche, i quali si insediarono nella costa sud della terra di Canaan. Laggiù istituirono cinque città-stato indipendenti, inclusa Gaza, in una stretta striscia di terra chiamata “Philistia”, i greci e i romani la chiamarono “Palastina”.

I palestinesi, dunque, non erano arabi e neppure semiti; non avevano alcun legame etnico o linguistico e neppure storico con l’Arabia e il termine Falastin non è altro che la pronuncia araba del termine “Palastina”. Dunque, chi si può considerare palestinese? Durante il mandato britannico era la popolazione ebraica ad essere considerata palestinese, inclusi coloro che hanno servito l’esercito britannico nella Seconda Guerra Mondiale. L’indirizzo britannico fu quello di limitare l’immigrazione di ebrei. Nel 1939, il Churchill White Paper (3 giugno 1922) mette fine all’ammissione di ebrei in Palestina. Uno “stop” che avviene nel periodo in cui c’era più disperatamente bisogno di emigrare in Palestina, quello dopo l’avvento del nazismo in Europa.

Nello stesso tempo in cui sbattevano la porta in faccia agli ebrei, gli inglesi permettevano (o facevano finta di niente) il massiccio ingresso clandestino nella Palestina occidentale di arabi provenienti da Siria, Egitto, Nordafrica e via dicendo. In questo modo, sembra che dal 1900 al 1947, gli arabi sulla sponda ovest del fiume Giordano si siano quasi triplicati. Il legame degli ebrei con la Palestina risale ai tempi biblici. Quello tra gli ebrei ed Hebron, ad esempio, corre indietro ai tempi di Abramo, ma nel 1929, gruppi di arabi in rivolta cacciano la comunità, uccidendo numerosi ebrei.

A supporto della tesi che non esiste uno stato arabo chiamato Palestina, c’è una letteratura fiume. Noi ricordiamo alcune dichiarazioni, tra le più significative, come quella del professore di storia araba, Philip Hitti (uno dei più illustri), secondo cui: “There is no such thing as Palestine in history, absolutely not”, dichiarò al Anglo-American Committee of Inquiry (1946). E poi. “It is common knowledge that Palestine in nothing but southern Syria”, affermò nel 1956: Ahmed Shukairy (United Nations Security Council).




L'inesistente storia della Palestina arabo maomettano palestinese
https://www.facebook.com/HalleluHeb/vid ... 0838079851


La Mappa della Palestina: Un Falso Creato dell'AIC
Victor Scanderbeg RomanoAnalista Storico-Politico
http://www.progettodreyfus.com/la-mappa ... a-un-falso

La Mappa della Palestina è un clamoroso falso creato ad hoc negli anni’60 da un ufficio di propaganda arabo. Spesso definita come “mappa dell’occupazione israeliana in palestina” e in tanti altri modi, questa mappa ha una storia molto lunga e completamente diversa da quella che viene raccontata su molti libri, dossier, siti e social media. Dedicando due minuti alla lettura di questo articolo, avrete a disposizione tutti gli elementi per mettere a tacere il prossimo amico o lontano conoscente che condividerà questo assurdo falso storico.


Palestina: le ragioni di Israele
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2271


Gli ebrei d'Israele non hanno rubato e occupato alcuna terra altrui e non opprimono nessuno
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 205&t=2825
Gli ebrei d'Israele non hanno rubato e non hanno occupato nessuna terra altrui, nessuna terra palestinese poiché tutta Israele è la loro terra da 3mila anni e la Palestina è Israele e i veri palestinesi sono gli ebrei più che quel miscuglio di etnie legate dalla matrice nazi maomettana abusivamente definito "palestinesi" e tenute insieme dall'odio per gli ebrei e dai finanziamenti internazionali antisemiti.


Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele e gli ebrei
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 196&t=2824

Storia di Israele di Luciano Tas: 21 domande e risposte
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2765

Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele lungo i millenni
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2774

Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 141&t=2558
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele

Messaggioda Berto » gio mag 28, 2020 7:26 pm

Nel 1848 tutti in paesi nazi maomettani siriani, arabi, egiziani, giordani, irakeni aggredirono Israele dopo che gli ebrei dichiararono la nascita dello stato ebraico di Israele e questo fu riconosciuto dall'ONU
https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_ar ... a_del_1948
Questa guerra di aggressione nazista e razzista contro gli ebrei e il loro paese comportò l'abbandono di molti villaggi mussulmani di Israele in quanto i suoi abitanti fecero parte delle forze di aggressione di Israele


Assommano a circa 400 le città e villaggi arabi spopolati durante la guerra arabo-israeliana del 1948, che hanno provocato l'esodo delle loro popolazioni.
https://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A ... a_del_1948
Alcune località furono interamente distrutte e rese inabitabili; altre restarono abitate da poche centinaia di residenti e furono ripopolate da immigranti ebrei e successivamente chiamate in modo diverso, secondo le tradizioni storico-culturali ebraiche.

Queste aree, che entrarono a far parte dello Stato d'Israele, mantennero un'esigua presenza araba in circa 100 villaggi e due città. Gli arabi palestinesi rimasero in piccolo numero in alcune città più importanti e popolose (Haifa, Giaffa e Acri); e Gerusalemme fu divisa tra Transgiordania (presto diventata Giordania) e Israele stessa. Quasi 30 000 palestinesi rimasero nella Città Santa, in quella che divenne nota come "parte araba" di Gerusalemme (o, semplicemente, Gerusalemme Est). All'incirca 30 000 rifugiati non-ebrei si sistemarono del pari a Gerusalemme Est, mentre 5 000 rifugiati ebrei si spostarono dalla parte orientale della Città Santa in quella occidentale ebraica. Un numero enorme di residenti arabi, e altre componenti non-ebraiche - come greci e armeni, che vivevano nelle città entrate a far parte dello Stato d'Israele (Acri, Haifa, Safad, Tiberiade, al-Majdal Asqalan, Beersheba, Giaffa e Beisan) - fuggirono o furono espulsi. Molti dei palestinesi dei villaggi vicini che erano rimasti, furono sistemati all'interno d'Israele e classificati come "Presenti assenti".



La falsa narrativa della "Nakba"
Raphael G. Bouchnik-Chen
Postato il 21 Aprile 2019

http://www.linformale.eu/la-falsa-narra ... lla-nakba/

Sommario: Il termine “Nakba”, originariamente coniato per descrivere l’estensione della sconfitta palestinese e araba autoinflitta nella guerra del 1948, è diventato negli ultimi decenni un sinonimo del vittimismo palestinese, con gli aggressori falliti trasformati in vittime sfortunate e viceversa . Israele dovrebbe fare tutto il possibile per sradicare questa falsa immagine esponendo la sua base storica palesemente falsa.

Ai giorni nostri, il fallito tentativo palestinese di distruggere lo Stato di Israele alla sua nascita e la conseguente fuga di circa 600.000 arabi palestinesi, è diventato noto a livello internazionale come la “Nakba”, la catastrofe, accompagnato da false implicazioni di vittimismo.

Ironicamente, questo era l’opposto del significato originale del termine, quando fu applicato per la prima volta al conflitto arabo-israeliano dallo storico siriano Constantin Zureiq. Nel suo opuscolo del 1948, Il significato del disastro (Ma’na al-Nakba), Zureiq attribuì la fuga palestinese / araba all’assalto panarabo contro il nascituro Stato ebraico piuttosto che a un premeditato disegno sionista per diseredare gli arabi palestinesi:

“Quando è scoppiata la battaglia, la nostra pubblica diplomazia ha cominciato a parlare delle nostre vittorie immaginarie, allo scopo di addormentare il pubblico arabo e parlare della capacità di vincere e vincere facilmente – fino a quando si è verificata la Nakba… Dobbiamo ammettere i nostri errori … e riconoscere l’estensione della nostra responsabilità per il disastro che grava su di noi”.

Zureiq ha sottoscritto questa visione critica per decenni. In un libro successivo, Il significato della catastrofe (Ma’na al-Nakbah Mujaddadan), pubblicato dopo la guerra del giugno 1967, definì quest’ultima sconfitta come una “Nakba” piuttosto che come una “Naksa” (o battuta d’arresto), come venne ad essere definita nel discorso arabo, in quanto – proprio come nel 1948 – fu un disastro autoinflitto provocato dall’incapacità del mondo arabo di confrontarsi con il sionismo.

A quel tempo, il termine “Nakba” era chiaramente assente dal discorso arabo e / o palestinese. La sua prima menzione – nell’influente libro di George Antonius The Arab Awakening – non aveva nulla a che fare con il (ancora inesistente) conflitto arabo-israeliano, ma con la creazione successiva alla Seconda guerra mondiale del moderno Medio Oriente (“L’anno 1920 ha una cattiva nomea negli annali arabi: è indicato come l’Anno della Catastrofe o, in arabo, Aam al-Nakba “).

Allo stesso modo, nel suo libro del 1956 Fatti sulla questione della Palestina (Haqa’iq e Qadiyat Falastin), Hajj Amin Husseini, il capo degli arabi palestinesi dai primi anni 1920 al 1948, usò il termine “al-Karitha” per descrivere il crollo e la dispersione araba-palestinese. Secondo l’accademico palestinese Anaheed Al-Hardan dell’Università americana di Beirut, ciò riflette il desiderio di Husseini di evitare il termine “Nakba”, che all’epoca era ampiamente associato a un disastro arabo palestinese autoinflitto – sia attraverso vendite di terreni ai sionisti, incapacità di combattere, o dando istruzioni alle persone di andarsene.

Né il termine riemerse per decenni dopo la guerra del 1948 – nemmeno nel sacro documento di fondazione dell’OLP, The Palestinian Covenant (1964, revisionato nel 1968). Fu solo alla fine degli anni ’80 che cominciò a essere ampiamente percepita come una ingiustizia inflitta da Israele. Ironia della sorte, fu un gruppo di nuovi storici” israeliani politicamente impegnati, che fornirono al movimento nazionale palestinese forse il suo miglior strumento di propaganda capovolgendo la saga della nascita di Israele, con gli aggressori trasformati in vittime sfortunate e viceversa, sulla base di una massiccia deformazione delle prove archivistiche.

Mentre generazioni precedenti di accademici e intellettuali palestinesi si erano astenuti dall’esplorare le origini della sconfitta del 1948, il presidente dell’OLP Yasser Arafat, che era stato trasferito a Gaza e in Cisgiordania come parte degli Accordi di Oslo del 1993 e aveva permesso di stabilire la sua Autorità Palestinese (AP) in alcune parti di quei territori, colse l’immenso potenziale di reincarnare la Nakba come simbolo del vittimismo palestinese piuttosto che come un disastro autoinflitto. Nel 1998, proclamò il 15 maggio una giornata nazionale di commemorazione della Nakba. Negli anni successivi, la “Nakba Day” diventò una componente integrale della narrativa nazionale palestinese e l’evento più importante che commemora la “catastrofe” del 1948.

La sensibilità israeliana nei confronti del termine “Nakba” crebbe quando si venne a sapere che il 15 maggio 2007, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon aveva telefonato al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas per esprimere simpatia nei confronti dell popolo palestinese in onore della “Nakba Day”. Il vice capo della missione delle Nazioni Unite di Israele lamentò che la parola “Nakba” era uno strumento di propaganda araba usato per minare la legittimità dell’istituzione dello Stato di Israele e non avrebbe dovuto fare parte del lessico delle Nazioni Unite.

Mentre i diplomatici israeliani erano impegnati a dissuadere le loro controparti dal cadere nella trappola della falsa narrativa dell’AP, nel luglio 2007 la Knesset discusse una decisione del ministro dell’educazione Yuly Tamir volta a includere la Nakba come argomento nel programma annuale per la minoranza araba in Israele.

Fortunatamente, il 30 marzo 2011, la legge sui principi di bilancio (nota come emendamento n. 40) – “Riduzione delle elargizioni finanziarie o supporti dovuti all’attività contro i principi dello Stato” – è stata pubblicata nel registro ufficiale israeliano. L’emendamento n. 40 ha aggiunto una sezione alla legge sui principi di bilancio del 1985 che autorizza il ministro delle finanze a ridurre le elargizioni finanziarie o il sostegno a qualsiasi organizzazione o entità che riceve finanziamenti statali se svolge una delle cinque attività seguenti:

Rigettare l’esistenza dello Stato di Israele come Stato ebraico e democratico.
Incitare al razzismo, alla violenza, o al terrorismo.
Sostenere la lotta armata o un’azione terrorista da parte di uno Stato nemico o di una organizzazione terroristica contro lo Stato di Israele.
Commemorare il Giorno dell’Indipendenza o il giorno della nascita dello Stato come un giorno di lutto.
Vandalizzare o dissacrare fisicamente la bandiera dello Stato o il suo simbolo.

L’emendamento n. 40, soprannominato in modo non ufficiale “la legge Nakba”, è ormai radicato nel discorso quotidiano giuridico e parlamentare israeliano, nonostante abbia dovuto fronteggiare forti critiche da parte dei partiti arabi che sostenevano che non superava la prova della libertà di espressione. A loro avviso, la legge minerebbe la libertà di espressione artistica in eventi come produzioni teatrali o letture di poesie che trattano esplicitamente della Nakba, dei profughi palestinesi o del desiderio di tornare in patria.

La legittimazione dell’uso ormai comune del termine “Nakba” nel discorso ufficiale israeliano, sia orientato positivamente che negativamente, fornisce un servizio alla causa palestinese. Se considerato come un segmento integrale della storia israeliana, il termine contraddice la posizione corretta di Israele che respinge la responsabilità per la creazione del problema dei rifugiati. Nel processo, legittima la falsa narrativa vittimistica palestinese che definisce la Nakba come il “più grande peccato del Ventesimo secolo”.

La “Nakba” non è un fatto. È un termine manipolatorio e accattivante progettato allo scopo di servire la campagna di propaganda palestinese contro Israele. Israele dovrebbe astenersi dal legittimare il termine, in quanto impone un falso senso di colpa o di colpevolezza per la creazione del problema dei rifugiati addossandolo allo Stato. Né si dovrebbe usare la parola per riferirsi alla deportazione di massa degli ebrei dagli stati arabi, poiché ciò crea un’impressione di ingiustizia equivalente. La fuga degli arabi palestinesi è stata il risultato diretto di una fallita “guerra di sterminio e di un massacro epocale” (nelle parole del segretario generale della Lega araba). L’espulsione delle proprie popolazioni ebraiche da parte degli Stati arabi fu un atto inequivocabile di pulizia etnica.

Israele farebbe bene a dare nuovamente ascolto al discorso epocale di Abba Eban, allora ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, tenuto il 17 novembre 1958. Affrontò la questione dei rifugiati senza usare il termine Nakba:

“Il problema dei rifugiati arabi è stato causato da una guerra di aggressione, lanciata dagli Stati arabi contro Israele nel 1947 e nel 1948. Che non ci siano errori. Se non ci fosse stata una guerra contro Israele, con il conseguente raccolto di sangue, miseria, panico e fuga, oggi non ci sarebbe alcun problema dei rifugiati arabi. Una volta che venga stabilita la responsabilità di quella guerra, si è determinata la responsabilità in merito al problema dei rifugiati. Nulla nella storia della nostra generazione è più chiaro o meno controverso dell’iniziativa dei governi arabi a favore del conflitto da cui è scaturita la tragedia dei rifugiati. Le origini storiche di quel conflitto sono chiaramente definite dalle confessioni dei governi arabi stessi: ‘Questa sarà una guerra di sterminio’, dichiarò il segretario generale della Lega araba parlando a nome di sei Stati arabi. ‘Sarà un massacro memorabile a cui riferirsi come a quello dei mongoli o alle crociate'”.
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Re: Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele

Messaggioda Berto » gio mag 28, 2020 7:26 pm

Paragoni improponibili: la mistificazione e le omissioni di Repubblica
Niram Ferretti
20 Ottobre 2019

https://www.progettodreyfus.com/repubbl ... ila-curdi/


Come scrivere la storia inserendo la mistificazione e la distorsione nel tessuto degli eventi, creando paralleli improponibili. E’ ciò che fa il giornalista di Repubblica, Gianluca Di Feo rievocando in un articolo del 19 Ottobre scorso dal titolo “I curdi e la lezione di Sabra e Chatila”, il massacro omonimo per mano dei falangisti libanesi occorso durante la prima guerra del Libano del 1982, e accostandolo in modo totalmente improprio e tendenzioso all’offensiva turca nei confronti dei curdi avvenuta in questi giorni in Siria.

Il copione è identico, in maniera agghiacciante. Una nazione potente che invade all’improvviso un altro Paese piegato dalla guerra civile, ma solo per colpire una comunità precisa. Aerei che bombardano le città e carri armati che avanzano inarrestabili. Poi la tregua. I combattenti sconfitti consegnano le armi pesanti e vanno via. Con la garanzia americana che la popolazione sarà protetta.

L’avevano chiamata operazione “Pace in Galilea”, così come quella di oggi è stata battezzata “Fonte di pace”. Il 6 giugno 1982, mentre si giocavano i Mondiali di Spagna, l’esercito israeliano irrompe in Libano. Obiettivo dichiarato: creare una fascia di sicurezza sul confine, per impedire gli attacchi terroristici. Lo stesso che oggi viene ripetuto da Ankara: “Cacciare i terroristi lontano dalla frontiera”. Allora erano palestinesi, ora curdi.

Ed ecco, già qui, il primo raffronto fraudolento tra i curdi operativi in Siria e membri del YPG (Unione di Protezione del Popolo), il braccio siriano dell’PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e i “miliziani” dell’OLP guidati da Arafat.

Di Feo si guarda bene dallo specificare la differenza sostanziale tra operativi palestinesi dell’OLP e membri del YPG, e di cosa stessero facendo i primi nel paese in cui si trovavano, il Libano, perché, se lo facesse, dovrebbe raccontare la parabola di Arafat e dei suoi seguaci prima dell’operazione Pace in Galilea.

Dovrebbe ricordare una lunga storia di terrore e sedizione, di come quando l’OLP, “i palestinesi” si trovavano in Siria nel 1966, vennero cacciati per sovversione e terrorismo. Dovrebbe ricordare quando, cacciati dalla Siria e trasferitosi in Giordania tra il 1968 e il 1970 la usarono come principale piattaforma terroristica per attaccare Israele e di come, anche qui, nel 1970, si sentirono abbastanza forti per cercare di rovesciare il regime hashemita. La guerra civile che ne seguì li costrinse a fuggire. E qui giungiamo al Libano, dove, riprodussero lo stesso schema.

Nel 1975 si sentirono abbastanza forti per cercare di rovesciare il governo centrale di Beirut. A questo punto, Beirut per contrastare i “palestinesi”, ovvero i terroristi dell’OLP (definiti tali già dai siriani e dai giordani), dovettero ricorrere in aiuto alla Siria che occupò militarmente il Libano per fronteggiare l’emergenza.

Di Feo dovrebbe ricordare anche come l’OLP avesse creato in Libano uno Stato nello stato e fosse uno degli attori principali della guerra civile all’interno del paese e dovrebbe, di seguito, visto che si parla di massacri, rendere giusta memoria alle azioni gloriose dei “palestinesi”, come quelle avvenute a Damour il 20 gennaio del 1976 quando l’OLP macellò 584 civili e poi si diede al saccheggio del cimitero cristiano, esumando le bare e sparpagliando i cadaveri e gli scheletri in giro, per poi collocare un ritratto di Arafat armato sull’altare della chiesa.

Dovrebbe ricordare quello che accadde il 12 agosto del 1976 a Tel al-Zaatar quando la città venne sottoposta a un’orgia di stupri, mutilazioni e omicidi e dove vennero massacrati tra i 2000 e i 3000 civili. Di questo orrore abbiamo la diretta testimonianza di John Bulloch, corrispondente sul posto del The Daily Telegraph e certamente non di un amico di Israele, un altro celebre corrispondente inglese, Robert Frisk.

Dovrebbe ricordare di come Arafat, durante l’assedio alla parte occidentale di Beirut nel 1982, dove aveva creato una infrastruttura terroristica per attaccare la popolazione israeliana tramite il lancio di missili, avesse applicato la tecnica che anni dopo Hamas avrebbe fatto propria, collocando le postazioni militari vicino a ospedali, moschee, centri abitati.

Dovrebbe infine ricordare di come Israele venne costretto a invadere il Libano perché l’organizzazione terroristica di Arafat costituiva una minaccia concreta per la sicurezza dello Stato ebraico. Ma tutto ciò è, ovviamente, omesso. Ciò che il giornalista ricorda di Arafat e dei “palestinesi” è questa commovente fotografia:

I guerriglieri dell’Olp lasceranno il Libano, sotto la protezione di una forza internazionale a guida americana. Partono in più di 14 mila. I filmati ingialliti mostrano Yasser Arafat che si imbarca, alzando un ramoscello di ulivo come fosse un segno di vittoria.

Il ramoscello di ulivo alzato da un signore della guerra conclamato, e i guerriglieri dell’OLP, responsabili di stupri, mutilazioni, massacri, che se ne vanno come se fossero degli inermi, degli innocenti, costretti ad abbandonare il paese da una forza proterva e soverchiante.

I curdi, in Siria, non hanno neanche lontanamente fatto ciò che fecero i palestinesi in Libano dal 1975 al 1982, destabilizzato il paese per sette lunghi anni, massacrando una parte della sua popolazione, cercato di rovesciare il suo legittimo governo, e creando una struttura militare atta a colpire Israele a soli pochi chilometri di distanza.

I curdi si sono alleati con gli americani per sconfiggere l’ISIS, e la Turchia non è intervenuta in Siria come Israele intervenne in Libano, per rimettere ordine nel paese ed eliminarvi chi, dal 1964 aveva fatto della eliminazione dell’”entità sionista” la propria ragione d’essere. La Turchia è intervenuta pretestuosamente (i curdi in Siria non rappresentano alcuna minaccia immediata o diretta alla sicurezza turca) per impedire il consolidamento di una realtà curda in una regione non limitrofa, così come ha già fatto al proprio interno e in Iraq.

Ma Di Feo non è soddisfatto dal parallelo, deve, evocare Sabra e Chatila. I falangisti libanesi che massacrarono i rifugiati palestinesi nel campo mentre gli israeliani non impedirono il massacro, starebbero ai turchi a cui gli americani hanno dato il via libera per l’invasione nel nordest della Siria.

Paragone farraginoso e oscenamente sbilanciato. Gli israeliani non diedero nessun via libera ai falangisti libanesi di massacrare i palestinesi nel campo di Sabra e Chatila.

Fu una grave negligenza e una sottovalutazione del comando militare israeliano, così come stabilito dalla Commissione Khan, non considerare la sete di vendetta dei falangisti libanesi. L’Amministrazione Trump ha dato il via libera all’operazione militare turca, lasciando intenzionalmente i curdi esposti all’offensiva delle truppe. Differenza sostanziale.

La realtà dei fatti, la sua ragione d’essere, la profonda diversità dei contesti, delle situazioni, degli attori in scena, viene rimossa al fine di potere creare un parallelo improponibile, di trovare il modo di fare dei terroristi dell’OLP gli omologhi dei combattenti curdi al fianco degli Stati Uniti e delle vittime innocenti della furia falangista gli omologhi delle eventuali vittime della violenza turca, (“In Siria domani potrebbe succedere la stessa cosa, scrive il giornalista). Eventuali, sì, perché non c’è stato fortunatamente alcun massacro dei curdi da parte turca.

Su una pura eventualità si tira in ballo retrospettivamente Israele, convocandolo sul banco degli imputati in correo con gli Stati Uniti, per un massacro di cui non è stato direttamente responsabile, in rapporto a un massacro non avvenuto. Analogamente, si associano i terroristi dell’OLP che sventrarono un paese e furono cacciati precedentemente da altri due, ai combattenti turchi che hanno valorosamente combattuto contro l’ISIS.

È questo il risultato della mistificazione, degli accostamenti improponibili, che travisando la realtà dei fatti li piegano del tutto alla strumentalizzazione più grossolana.
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