Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » ven dic 27, 2019 6:33 pm

Il 7 maggio del 2010, Giorgio Israel, scriveva sul proprio blog un commento a un appello di JCall, a cui avevano aderito all'epoca anche Alain Finkelkraut e Henri Bernard-Levi.
Rileggere il controappello firmato da Israele e da molti altri, ci permette di vedere con chiarezza da che parte stanno i fatti, la verità e la realtà e da che parte stanno i fattoidi, le menzogne e la fiction.
Da allora a oggi non è cambiato nulla.
27 dicembre 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063


Cari amici,
nei giorni scorsi, un gruppo di intellettuali francesi ebrei ha promosso un appello (JCall - "Appello alla ragione"), che è sostanzialmente un invito a Israele ad arrendersi. L'appello di JCall fa parte della grande ondata di delegittimazione dello Stato d'Israele e della sua politica. Noi abbiamo risposto con la forza della vere ragioni, le ragioni di Israele, e vogliamo che il numero e la qualità dei nostri firmatari dimostrino che esiste un grande movimento d'opinione che difende Israele, in Europa e nel mondo. Questo che segue è il nostro appello "Con Israele, con la ragione", che vi prego di firmare e di diffondere il più possibile tramite i vostri contatti (il testo è in italiano e in inglese e sta per essere tradotto in francese), per raggiugere quanto prima il nostro obiettivo.

L’aggressione a Israele dei firmatari del documento Jcall è ispirata da una visione miope della storia del conflitto arabo-israeliano, da una mancanza di percezione chiara del pericolo che Israele corre oggi di fronte a un grande attacco fisico e morale. È addirittura incredibile che personaggi intelligenti e colti come Alain Finkelkraut e Bernard-Henri Levy, invece di occuparsi dell’Iran che ben presto terrà tutto il mondo nel raggio della minaccia della sua bomba atomica, bamboleggino con l’idea che Benjamin Netanyahu sia il vero ostacolo alla pace, che l’impedimento essenziale per giungere a una risoluzione del conflitto sia un ipotetico, riprovevole atteggiamento israeliano. Sembra che gli intellettuali firmatari ignorino la realtà e inoltre che se ne infischino del contributo che il loro documento darà e sta già dando al movimento di delegittimazione senza precedenti che minaccia concretamente la vita di Israele.

Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio significa semplicemente consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna garanzia: lo sgombero di Gaza, compiuto senza trattativa, ha portato risultati disastrosi, il territorio lasciato dagli abitanti di Gush Katif è diventato un’unica rampa di lancio per missili e terroristi; la trattativa di Ehud Barak, intesa a cedere a Arafat praticamente tutto quello che chiedeva, portò semplicemente all’orrore della seconda Intifada, con i suoi duemila morti uccisi da attentati suicidi. Lo sgombero della fascia meridionale del Libano nel 2000 ha rafforzato gli Hezbollah, li ha riempiti di missili, ha condotto alla guerra del 2006.

Alain Finkelkraut, Bernard-Henri Levy e i loro amici sostengono di preoccuparsi per il futuro e la sicurezza d’Israele, ma di fatto ignorano l’elemento basilare che ha impedito ai processi di pace di andare in porto, ovvero il rifiuto arabo e palestinese di riconoscere l’esistenza stessa dello Stato d’Israele come dato permanente nell’area. Basterebbe che ogni mattina leggessero la stampa palestinese e araba e se ne renderebbero conto. Nessuna concessione territoriale di quelle che gli intellettuali francesi sembrano desiderare con tanta energia può garantire la pace, ma solo una rivoluzione culturale nel mondo arabo. E nessuno la chiede, nemmeno Obama che invece preme solo su Israele. È divenuta la moda di questo tempo.

L’attacco a Netanyahu che si legge nell’appello di Jcall è volto a destrutturare la sua coalizione di destra. Ma la realtà è che non è mai contato nulla che un governo israeliano fosse di destra o di sinistra: i Palestinesi hanno sempre comunque rifiutato ogni proposta di pace.

Ma che Israele diventi ancora più piccolo non servirà a niente finché Abu Mazen non rinuncerà a intitolare le piazze al nome dell’arciterrorista Yehiya Ayash, finché il mondo palestinese non smetterà di distribuire caramelle quando viene ucciso un ragazzo ebreo in qualche ristorante, finché non accetterà la richiesta davvero minimalista di Netanyahu di riconoscere che lo Stato di Israele è lo Stato del popolo ebraico.

Sembrano ignorare questo dato evidente anche gli intellettuali israeliani che hanno firmato un documento addirittura contro il premio Nobel Elie Wiesel che ha scritto una nobilissima lettera in sostegno di Gerusalemme come patria morale e storica del popolo ebraico.

È una triste epidemia perbenista, con la quale probabilmente si pensa di fornire un po’ d’ossigeno ai movimenti pacifisti che in questi anni non ha saputo altro che fallire ripetutamente sullo scoglio della cultura dell’odio islamista e contribuire alla diffamazione di Israele. Ma non si arriverà a nessun processo di pace (e le generose offerte di Olmert rifiutate da Abu Mazen ne fanno fede) finché una larga parte del mondo non smetterà di sperare che la distruzione di Israele sia dietro l’angolo, sulla scia della nuova eccitazione islamista dell’Iran e dei suoi amici Siria, Hezbollah, Hamas tutti sempre più armati di armi letali, e non solamente di vane parole, come i firmatari dell'"appello" alla ragione”. Ma anche le parole possono uccidere e distruggere.

Non ci sfugge, di fronte a una così evidente ignoranza della politica della mano tesa di Netanyahu con il discorso di Bar Ilan e il congelamento di dieci mesi degli insediamenti, lo sblocco di molti check point e la promozione di importanti misure per agevolare l’economia palestinese, che sia presente nel “documento Finkelkraut” un traino obamista, un perbenismo da salotto buono cui spesso gli intellettuali non sanno dire no. Esso mette i nemici di Israele, e sono più di sempre e più agguerriti, nella condizione di delegittimare e attaccare lo Stato ebraico, dicendo: “Anche molti ebrei sono dalla nostra parte”. Se questo era lo scopo dei firmatari, lo hanno raggiunto.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » dom dic 29, 2019 9:53 pm

INTERESSANTE ARTICOLO SU "LIBERO"
Macché antisemita, la destra tedesca è piena di ebrei
Ugo Volli

Un libro spiega come la politica migratoria di SPD e della sinistra radicale rappresenti un rischio per la comunità israelitica.
di Vito Punzi
(Libero, 29 dicembre 2019)
https://www.facebook.com/ugo.volli/post ... 6215138776

La presa di posizione di 17 associazioni ebraiche presenti in Germania è di alcuni mesi fa: una "dichiarazione comune contro Alternative für Deutschland" (Alternativa per la Germania), il partito euroscettico fondato nel 2013 da Bernd Lucke, presente nel Parlamento Europeo con 11 rappresentanti e che alle ultime elezioni regionali tedesche ha ottenuto il 23,5% in Brandeburgo, il 27,5% in Sassonia e il 23,4% in Turingia, i tre importanti Lander tedesco-orientali ex Germania comunista. «AfD non è un partito per ebrei, non è un partito per democratici, è piuttosto un partito razzista e antisemita!»
Una presa di posizione, questa di una parte dell'ebraismo tedesco, che con il suo essere "contro" finisce con l'usare toni davvero poco democratici. Una dichiarazione di paura, dunque. Paura per il crescente consenso ottenuto da AfD, ma soprattutto per la possibilità che all'interno della comunità ebraica tedesca (150.000 persone circa) cresca la simpatia per il progetto di Alternativa per la Germania. Risale infatti appena a un anno fa la costituzione di "Ebrei per la Germania", un gruppo insieme amico di Israele e della storia e della tradizione culturale tedesche.

La storia
Un dibattito interno alla comunità di origine ebraica che ha a che fare certo con l'attualità (la crescita della comunità islamica, anche grazie ai flussi migratori, e l'aumento degli episodi di antisemitismo da parte di musulmani), ma che inevitabilmente non può non richiamare alla mente la storia, grande e drammaticamente controversa, degli ebrei tedeschi. Una storia che fino a Hitler e al nazismo è stata di progressiva emancipazione, come in pochi altri luoghi in Europa.
Un dibattito vivo e sempre meno confinato all'interno della comunità ebraico-tedesca. Ne è testimonianza il libro da poco uscito in Germania per l'editore Gerhard Hess, Was Juden zur AfD treibt: Neues Judentum und neuer Konservatismus. Jüdische Stimmen aus Deutschland (Ciò che spinge gli ebrei verso la AfD: nuovo ebraismo e nuovo conservatorismo. Voci ebree dalla Germania), curato da Vera Kosova, Wolfgang Fuhl e Artur Abramovych, tre membri di "Ebrei per la Germania". Tra i contributi da rimarcare quello dello stesso Fuhl che pur in poche pagine ricostruisce la storia del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, promotore della citata dichiarazione con l'AfD. C'è poco da meravigliarsi, sostiene Fuhl, visto che, fondato a Francoforte sul Meno il 19 luglio 1950, il Consiglio si è dimostrato sempre un organo di parte, affiancando nelle battaglie politiche la SPD, il partito socialdemocratico tedesco.
Ollie Weksler invece, nato in Kazakistan, racconta i parallelismi tra l'antisemitismo e l'ostilità nei confronti di Israele presenti in quella che fu l'Unione Sovietica e in Germania, all'interno di istituzioni pubbliche governate dalla sinistra. Il tutto supportato dalla dominante opinione pubblica che non esita a definire "stampa e TV di corte con uniformi opinioni mainstream".
Molto interessante anche il contributo di Emanuel Bernhard Krauskopf, nato a Bruxelles, figlio di un combattente Irgun (il gruppo paramilitare sionista), che racconta l'odio di sinistra e dell'islam nei confronti degli ebrei in Europa: «L'odio legato a Israele è puro odio per gli ebrei», ricorda. A Perpignan, nel 1969, conobbe una famiglia ebrea fuggita dall'Algeria ed era uno dei 150.000 ebrei fuggiti in Francia dopo l'indipendenza e ai quali il nuovo Stato non aveva concesso la cittadinanza. Con grande efficacia Krauskopf si occupa di alcuni dei termini di lotta usati dalla "coalizione d'odio di sinistra e islamica" contro gli ebrei e Israele, rileggendo anche la funzione avuta dall'ayatollah Ruhollah Khomeini a sostegno di quella "coalizione".

Il grido d'allarme
Molto duro l'intervento di Dirnitri Schulz, nato in Kirghizistan, figlio di ebrei olandesi, che, partendo dalla Torah, ricorda l'assenza di una vera politica familiare tedesca, nonché il fallimento delle Chiese politicizzate di verde e di rosso, allontanatesi dalla carità e trasformatesi piuttosto in realtà finanziarie a supporto dei alcuni partiti politici.
Impossibile riassumere tutti gli interventi contenuti in questo libro dai pregi plurimi. Quello di invitare a guardare in faccia la realtà è certo il più importante. E la realtà, come ricorda Orit Arfa, nipote di un sopravvissuto all'Olocausto, nata a Los Angeles, ma dal 2016 residente a Berlino, dice che sì, è vero, tra gli elettori di AfD "sembra ve ne siano un po' troppi comprensivi nei confronti di Hitler. Purtroppo ci sono, ma non solo nell'AfD. Ce ne sono in tutti i partiti tedeschi, specialmente a sinistra, senza dimenticare l'ostilità istituzionalizzata verso Israele da parte del governo tedesco e dei media che controlla».
Da ultimo, il grido d'allarme di Vera Kosova, presidente del raggruppamento di ebrei aderenti alla AfD: «La vita ebraica in Germania è di nuovo a rischio. E questo non è da meno dovuto alla catastrofica politica migratoria, di cui la SPD e la sinistra radicale sono ampiamente responsabili. Invece di riconoscere i veri pericoli per la vita ebraica e apportare le necessarie correzioni politiche, questo partito ora sta attaccando i membri ebrei dell' AfD, l'unico disposto a resistere all'antisemitismo importato. L'antisemitismo di sinistra è un argomento tabù in Germania. È giunto il momento di occuparsene».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » ven feb 21, 2020 9:24 pm

LA LINEA ROSSA DI RON
Niram Ferretti
21 febbraio 2020

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Chi ha bisogno di nemici quando si hanno amici come Ron Huldai, il sindaco mucho progressista di Tel Aviv, il quale, nel 2016, spiegava che sì il terrorismo palestinese è la conseguenza della "repressione" israeliana?

Il vero problema, bellezze, è l'"occupazione". Senza occupazione non ci sarebbe violenza araba. Ed effettivamente è vero, solo che non lo è nel senso inteso da Huldai, ma nel senso che per l'OLP e poi per Hamas, e poi per l'Autorità Palestinese e prima di loro per il Mufti filo nazista di Gerusalemme, Amin Al Husseini, gli ebrei tutti sono occupanti e la Palestina liberatà lo sarà solo quando non ci sarà più Israele e magari verrà concesso ad ebrei filopalestinesi come Huldai, Gideon Levi, Amira Haas, Zeev Sternhell, di risiedervi come dhimmi.

Ma veniamo all'oggi. Il progressista Huldai ha fatto rimuovere un cartellone sponsorizzato dal Middle East Forum, il think tank americano di cui è presidente Daniel Pipes, nel quale sono raffigurati il presidente abusivo dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas e uno dei maggiorenti di Hamas, Ismael Haniyeh, con le mani alzate e in posizione di resa. Le immagini sono accompagnate dalla scritta in ebraico, "La pace può essere fatta solo con i nemici sconfitti". Una lezione che accompagna tutta la storia.

Huldai da vero pluralista (come sono sempre e inevitabilmente gli uomini e le donne di sinistra) ha motivato così la decisione:

“Ho ordinato la rimozione del cartellone raffigurante Abbas e Haniyeh inginocchiati con gli occhi coperti e le mani in alto in un gesto di resa. L'immagine incita alla violenza e ricorda lo Stato Islamico e le immagini naziste con le quali non vogliamo essere associati. Esistono delle linee rosse anche durante le campagne elettorali".

Certo a chi ritiene che la responsabilità della violenza araba nei confronti di Isrele non risieda nel rifiuto islamico di uno Stato ebraico in una terra considerata dotazione musulmana, ma sia nell'"occupazione" di territori che il Mandato Britannico per la Palestina assegnava inequivocabilmente agli ebrei nel 1922, l'immagne provocatoria del cartellone e il messaggio che lo accompagna non può essere tollerato.

Sarebbe reminiscente del nazismo. Eh sì. Non le bandiere e gli aquiloni con le svastiche utilizzati da Hamas, quando due anni fa ci furono gli scontri di confine tra Gaza e Israele, non l'affiliazione storica tra Hitler e il Mufti, non l'esplicita intenzionalità eliminazionista nei confronti degli ebrei espressa dagli Stati arabi dal 1948 fino al 1973, e chiaramente espressa nello Statuto di Hamas del 1989. Naziste sarebbero le immagini di un conclamato terrorista e di un cleptocrate arabo antisemita mostrati in condizione di resa.

Sì, esistono delle linee rosse e si è splendidamente pluralisti quando si censurano le idee che non si conformano con la vulgata che la violenza palestinese è la risposta a una colpa ebraica.


Alberto Pento
Questo sindaco sinistro, si può permettere di fare e di dire tutto ciò soltanto perché a governare il paese c'è gente di destra come Netanyahu al governo e Yossi Cohen nel Mossad, se non ci fossero loro a Tel Aviv non ci sarebbe certo la pace e la convivenza che c'è oggi e loro non potrebbero permettersi di fare i buoni sinistri.




Il sindaco di Tel Aviv contro il Middle East Forum
Daniel Pipes
24 Febbraio 2020
Traduzione di Angelita La Spada
http://www.danielpipes.org/19264/tel-av ... east-forum

http://www.linformale.eu/il-sindaco-di- ... QAnQcBfpZA

Da tre anni, il Middle East Forum è impegnato in una campagna finalizzata a distogliere gli americani e gli israeliani dalle suggestioni ingannevoli del “processo di pace” che ha, di fatto, prodotto risultati straordinariamente nocivi. Piuttosto, noi peroriamo una vittoria di Israele e una commisurata sconfitta palestinese.

Siamo costantemente alla ricerca di nuovi modi per illustrare questa tesi all’opinione pubblica, soprattutto in Israele. Sebbene l’argomento sia terribilmente importante, ci siamo un po’ divertiti in questo processo. Tra le strategie finalizzate a catturare l’attenzione sull’Israel Victory Project ci sono i manifesti con il leader di Hamas, Ismail Haniyeh in costume da bagno che ringrazia Israele per tutto il denaro che invia alla sua organizzazione; un pollo di gomma alto 10 metri posto davanti al Parlamento israeliano e al Ministero della Difesa; e la commutazione di segnali stradali a Tel Aviv (ad esempio da Ben-Gurion Street a Yasser Arafat Boulevard).

In quest’ottica, mentre la campagna elettorale si riscalda in vista del voto nazionale del 2 marzo, abbiamo nuovamente cercato un modo creativo per stimolare l’interesse nell’Israel Victory. Abbiamo realizzato un cartellone provocatorio raffigurante i due leader bendati dell’Autorità Palestinese e di Hamas, Mahmoud Abbas e Haniyeh, in ginocchio su un campo di battaglia, un’immagine ottenuta utilizzando un software di fotoritocco. Le mani di Abbas sono sollevate, aperte, coi i palmi orientati verso l’esterno, mentre quelle di Haniyeh stringono una bandiera bianca. Il cartellone reca uno slogan mordace: “La pace può essere fatta SOLO con nemici sconfitti”.

Per stimolare la curiosità, non abbiamo messo il nostro nome sui cartelloni. L’obiettivo, come spiegato da Nave Dromi, a capo del Middle East Forum-Israele, era quello di “Accendere un dibattito pubblico sull’urgente necessità di cambiare la mentalità che caratterizza ‘lo schieramento favorevole alla pace’”.

Questi cartelloni sono stati affissi il 13 febbraio scorso in cinque punti nevralgici di Tel Aviv.

Il 14 febbraio, il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha dichiarato che l’immagine dei cartelloni è un’istigazione nazista ad uccidere. Eytan Schwartz, addetto stampa del Comune di Tel Aviv, ha paragonato i due mostri raffigurati ai bambini ebrei della Shoah. Beh, no! I cartelloni erano un incitamento alla vittoria e non al massacro; la resa dei prigionieri bendati è comune in tutto il mondo. Sia gli israeliani (in Siria) sia gli americani (in Iran) hanno subito questo tipo di trattamento.

Il buon sindaco, il quale afferma che Tel Aviv è una città che “celebra il pluralismo e la tolleranza”, da quando è entrato in carica nel 1998 è anche noto per le sue tendenze sempre più autocratiche. In questo caso, ha ordinato perentoriamente ai dipendenti municipali di distruggere i cartelloni, cosa che hanno prontamente fatto: al diavolo la libertà di espressione e la sacralità della proprietà.

In altre parole, senza la formalità di procurarsi prima un mandato, Huldai ha intrapreso un passo illegale. Il MEF ha risposto in due modi: siamo andati in tribunale per far valere i nostri diritti e abbiamo diffuso una nuova versione del cartellone, in cui è stato coperto il volto di Abbas e Haniyeh con il timbro Censura (in ebraico) ed è presente una lista di alcuni dei trenta violenti attacchi palestinesi avvenuti a Tel Aviv sotto gli occhi di Huldai che hanno fatto 93 vittime.

Traggo due conclusioni da questo episodio. Innanzitutto, il concetto dell’Israel Victory, una semplice idea con enormi implicazioni, fa tremendamente arrabbiare alcune persone. La risposta positiva a tale idea – tra gli israeliani, alcuni palestinesi e i caucus alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti e alla Knesset – fa infuriare coloro che rimangono legati alle loro illusioni del “processo di pace”.

Israel Victory rinuncia all’idea folle di dare una speranza al nemico, sostituendola con il fine ragionevole di costringerlo a rinunciare al suo obiettivo di guerra. Via la melensa strada dell’appeasement a favore dell’amara dottrina della deterrenza. Quando finiranno per rinunciare all’intento di eliminare lo Stato ebraico, i palestinesi potranno iniziare a costruire il loro Stato, la loro economia, la società e la cultura. Certo, è un percorso lungo e difficile, ma alla fine porterà reali ricompense.

In secondo luogo, poiché l’irriducibile sinistra continua a calare, fa sempre più affidamento sui metodi di polizia per screditare i suoi avversari. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dovuto affrontare una raffica di cause legali che (per Alan Dershowitz) nell’insieme “mettono in pericolo la democrazia”. Di recente, la polizia israeliana ha fermato Akiva Smotrich per un viaggio non autorizzato in Cisgiordania e ha arrestato Yehudah Glick – rabbino, ex parlamentare del Likud e vittima di un tentato omicidio jihadista – per aver “camminato molto lentamente” sul Monte del Tempio e poi ha perquisito la sua casa. E Huldai ha distrutto i nostri cartelloni.
Chissà dove andremo a finire!
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Re: Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razz

Messaggioda Berto » gio feb 27, 2020 12:07 pm

Bernie Sanders: «se eletto riporterò l’ambasciata americana a Tel Aviv»
Adrian Niscemi
27 febbraio 2020

https://www.rightsreporter.org/bernie-s ... k4OqQgQ-2k


Se Bernie Sanders sarà eletto alla presidenza degli Stati Uniti trasferirà nuovamente l’ambasciata americana in Israele da Gerusalemme a Tel Aviv.

Lo ha fatto intendere ieri sera durante il dibattito tra i candidati democratici che si stanno giocando la possibilità di sfidare il Presidente Donald Trump alle prossime presidenziali.

Sanders è stato particolarmente duro anche con il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, definito un «razzista reazionario».

«Sono molto orgoglioso di essere ebreo» ha detto Bernie Sander. «Ho vissuto alcuni mesi in Israele, ma quello che vedo in questo momento è un paese guidato da un razzista reazionario» ha poi continuato il candidato democratico riferendosi a Netanyahu.

«La nostra politica estera nel Medio Oriente dovrebbe riguardare assolutamente la protezione dell’indipendenza e della sicurezza di Israele, ma non si può ignorare la sofferenza del popolo palestinese» ha poi aggiunto senza però specificare a quale “sofferenza” sarebbero sottoposti i palestinesi riproponendo così la retorica ormai vetusta di un “popolo palestinese sofferente” per colpa di Israele e non, come in realtà, per colpa della politica palestinese.

Ed è questo il vero punto che nessuno dei candidati democratici ha toccato. Continuano a incolpare la politica israeliana di tutti i mali dei palestinesi facendo ben attenzione a non accennare mai alle incredibili responsabilità di 70 anni di politica dell’odio e della guerra portata avanti dalla leadership palestinese.

Senza contare poi i miliardi di dollari che i boss di Ramallah hanno fatto sparire nel nulla, una quantità di denaro immensa che se usata anche solo in minima parte per lo sviluppo palestinese oggi permetterebbe agli arabi di vivere una vita moderna e agiata.

Ma ormai la retorica della sinistra americana è questa, in special modo proprio quella di Bernie Sanders: israeliani cattivi e razzisti, palestinesi vittime degli israeliani e non della loro inutile e dannosa leadership.

Anche se ieri sera non ne ha fatto cenno, va fatto notare che uno dei punti cardini della politica di Sanders in Medio Oriente è la riduzione degli aiuti militari a Israele e di condizionarli al fatto che lo Stato Ebraico accetti di tornare ai confini del 1967. Insomma, un ricatto bello e buono.



Alberto Pento
Che demente, sarebbe un danno per il Mondo intero e non solo per gli ebrei e per Israele, ma per gi americani, gli europei, i cristiani, gli uomini di buona volontà di tutta la terra.
Dio non ci mandi questa disgrazia che è un miliardo di volte peggio del coronavirus, sarebbe come il ritorno di Stalin, Hitler e Maometto in una persona sola.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » sab mag 23, 2020 2:15 pm

Un demenziale ebreo non israeliano antisraeliano e filo palestinese


Se non ora, quando?
J-LINK agli ebrei di Israele e del mondo contro l’annessione
Giorgio Gomel

https://www.hakeillah.com/2_20_16.htm

In “Una rete mondiale della sinistra ebraica” (HK, dicembre 2019) riferivo di un tentativo di dare vita ad una rete mondiale dell’ebraismo progressista, un’esigenza esistenziale indifferibile in un frangente difficile per l’ebraismo mondiale, in Israele e nella Diaspora. Questo lavoro di tessitura ha prodotto un risultato importante: si è formato J-Link (vedi il documento fondativo) che raggruppa uno spettro ampio di organizzazioni ebraiche progressiste: fra le principali, Jstreet, Ameinu e New Israel Fund negli Stati Uniti; Jcall in Europa; Jspace in Canada; Jewish Democratic Initiative in Sud Africa; J -Amlat in America del Sud; in Israele Peace now e Policy working group; Ameinu e altri in Australia. Il comitato direttivo di sette membri riflette questo assetto multinazionale; chi scrive rappresenta Jcall Europa.

Il primo atto pubblico è stato, nel corso delle trattative per la formazione del governo di unità nazionale in Israele, una lettera aperta inviata a Binyamin Gantz e agli altri parlamentari dei partiti Kahol Lavan (Blu e bianco) e laburista contro il proposito – divenuto poi una delle clausole del patto di governo - , sotto la spinta della destra nazionalista e religiosa, di proporre una legge al Parlamento per annettere una parte rilevante della Cisgiordania. Ciò avverrà senza una trattativa con i palestinesi, in contrasto con le risoluzioni dell’ONU e il diritto internazionale. Con una maggioranza semplice del Parlamento, che è nei numeri dell’attuale Knesset uscita dalle elezioni di marzo, una decisione siffatta porrà fine alla possibilità di una soluzione “a due stati” del conflitto. Secondo il piano Trump, a cui tale clausola si rifà esplicitamente, Israele potrà annettere la valle del Giordano, abitata da circa 80.000 palestinesi e 10.000 israeliani, e la totalità degli insediamenti dove vivono oltre 400.000 israeliani – in toto circa il 30% della Cisgiordania – cedendo al più in cambio il 14% di territorio lungo il deserto del Negev non distante dalla striscia di Gaza. Questo “scambio” di territori è vistosamente lontano da quanto discusso in precedenti trattative fra le parti (a Taba nel 2001 e Annapolis nel 2008, dove offerte pragmatiche di Israele furono respinte da Arafat e Abbas).

Un atto unilaterale di annessione da parte di Israele porrebbe fine all’ipotesi di una composizione del conflitto basata sul principio di “due stati per due popoli” e sancirebbe per i palestinesi l’impossibilità di giungere ad uno stato indipendente con mezzi non-violenti. L’illusione che la destra in Israele coltiva che essi accettino una soggezione permanente all’occupante è esiziale.

In un documento di recente reso pubblico, i “Comandanti per la sicurezza di Israele” – un’associazione che raggruppa più di 200 ex alti ufficiali dell’esercito, del Mossad e Shabak, nonché della polizia – ammoniva che tale decisione – una conferma de iure di una condizione di fatto sedimentatasi con il protrarsi da oltre cinquant’anni di un’occupazione militare - “condurrà alla perdita di legittimità dell’Autorità palestinese, alla denuncia della cooperazione in materia di scurezza fra essa e Israele come atto di collaborazionismo con l’occupante, infine alla disintegrazione della stessa ANP e all’esplodere di violenza intestina nei territori.”

Ma le implicazioni di un atto di annessione saranno dirompenti anche sul piano regionale e internazionale. Soprattutto la Giordania, fortemente popolata di palestinesi, in particolare rifugiati, potrebbe essere percorsa da un’onda di instabilità interna e costretta a rivedere il trattato di pace con Israele.

La comunità internazionale, i paesi della UE in primis, difenderanno la soluzione “a due stati” in coerenza con i parametri noti; la UE stessa, la Francia, la Germania, il Belgio, l’Irlanda hanno già manifestato una netta opposizione ad un’annessione. Quanto agli atti concreti, al di là della diplomazia “dichiarativa”, la UE dispone di mezzi di pressione sul piano giuridico ed economico-finanziario non irrilevanti nei suoi rapporti con Israele. In primis, l’impegno ad applicare con maggiore rigore la direttiva convalidata dalla recente sentenza della Corte di giustizia europea circa l’esigenza di etichettare in modo corretto le produzioni degli insediamenti (non “made in Israel”) in conformità con il principio di una distinzione netta fra gli insediamenti, illegali, e lo stato di Israele. In secondo luogo, la conferma delle regole introdotte nel 2013 che escludono l’erogazione di prestiti o doni finanziari a entità israeliane operanti negli insediamenti. Nell’ambito della ricerca scientifica, sotto l’egida di Horizon Europe, la decisione di escludere dalla fruizione di contributi agenzie o istituzioni pubbliche insediate nei territori. Potrebbe essere persino sospeso l’accordo di associazione fra la UE e Israele in vigore dal 1995 che consente fra l’altro a Israele di godere di trattamenti preferenziali sul piano commerciale nei paesi europei. In ultimo, la UE potrebbe reagire con maggiore vigore alle confische, demolizioni di case, ordini di espulsione di palestinesi da Gerusalemme est o altre aree della Cisgiordania.

Infine Israele stesso, il cui futuro ci sgomenta di più. Dei costi distruttivi dell’occupazione sulla società, risultato di una pervicace rimozione della realtà (la “Linea verde” rimossa dalle mappe, dai libri di scuola, dalla coscienza stessa del paese), siamo consapevoli da tempo. Con l’annessione l’attuale sistema legale, doppio e separato, che opera nei territori distinguendo i coloni israeliani soggetti alla legge israeliana e gli abitanti palestinesi soggetti ad un regime militare, troverà una sanzione sul piano normativo: Israele sarà uno stato che discrimina ufficialmente i palestinesi, sulla base di un principio di appartenenza etnica, privandoli di diritti civili e politici, violando gli stessi dettami di eguaglianza sanciti dalla Dichiarazione di indipendenza del 1948 che sono a fondamento della genesi e storia dello stato.

E per gli ebrei della diaspora? Un regime del genere – uno stato “unico” di fatto con diritti diseguali - non potrà non pregiudicare i rapporti fra Israele e gli ebrei del mondo forzandoli ad una scelta dolorosa fra il sostegno acritico al paese e la difesa di valori di eguaglianza e rispetto dei diritti umani propri dell’etica ebraica.



Un ebreo non israeliano filo israeliano
La nostra bandiera
Emanuel Segre Amar
il 22 Maggio 2020
http://www.linformale.eu/la-nostra-bandiera/

Il titolo scelto rimanda non a caso al giornale che la Comunità Israelitica di Torino (così si chiamava allora) fondò nel 1934 subito dopo gli arresti di una decina di ebrei, in massima parte torinesi, poi condannati dal Tribunale Speciale. Leggo in rete, a proposito de “La nostra bandiera: si intendeva ‘fascistizzare’ tutta la comunità ebraica italiana ed estirparne gli indifferenti, i sionisti e gli antifascisti.”

Non molto diverso è, credo, il progetto di altri ebrei torinesi (anche se certo non si tratta oggi di fascistizzare, ma di convertire al verbo progressista), nipoti e pronipoti di quelli che gestivano la Kehillah (Comunità) di allora, e che non solo da oggi occupano posti di rilievo nella Comunità Ebraica torinese.

HaKeillah nacque nel 1975 e la testata sembra da sempre volersi presentare come l’autentica voce della Comunità torinese, così come appare dal nome che, tradotto, significa appunto La Comunità. Giorgio Gomel, che è una delle colonne di questa testata si presenta come la voce dell’ebraismo europeo. Il suo articolo, leggibile nel link in fondo, merita di essere esaminato con attenzione, quasi frase dopo frase.

Nel mese di dicembre del 2019 Gomel “riferiva di un tentativo di dare vita ad una rete mondiale dell’ebraismo progressista, un’esigenza esistenziale indifferibile per l’ebraismo mondiale”. Anche grazie a lui, Jstreet, Jcall, Jspace, Jewish Democratic Initiative e tante altre associazioni dei cinque continenti hanno creato J-Link, e Gomel ha l’onore di rappresentare in questa nuova associazione Jcall Europa.

Ma forse dobbiamo andare più in profondità, e così si comprenderà la ragione dello “sgarbo” di Gantz. Sì, perché qui si parla di non voler “annettere una parte rilevante della Cisgiordania”. Parlare di “annessione” è giuridicamente errato, come ha esaurientemente illustrato David Elber su questo giornale, e altrettanto hanno fatto autorevolmente Michael Calvo e Caroline Glick e Dore Gold, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs e già direttore generale del ministero degli Esteri di Israele.

Subito dopo, Gomel si rammarica per la mancanza di una “trattativa con i palestinesi”, come se fosse per colpa della destra di Netanyahu. Il programma della destra israeliana sarebbe “in contrasto … col diritto internazionale”. Del tutto falso, poiché ciò che il governo si appresta a fare, l’estensione della sovranità israeliana sul 30% dei terriotori cisgiordani è perfettamente in linea con quel diritto internazionale di cui si misero le basi a Sanremo nel 1920 e che venne poi sancito dalla Società delle Nazioni, e poi ancora definitivamente fatto proprio dalle Nazioni Unite.

Con quella che Gomel chiama “annessione” e attenzione alle parole, si “porrà fine alla possibilità di una soluzione a due stati del conflitto”, ma da quanti anni gli arabi palestinesi hanno rifiutato l’esistenza di due Stati?

Grave è anche voler “annettere la valle del Giordano”: eppure anche quel primo ministro Isaac Rabin, tanto amato dalla sinistra ebraica, anche se solo dopo la sua tragica fine, aveva chiaramente questo nel suo programma.

Gomel si rammarica che le “offerte” fatte in “precedenti trattative fra le parti (a Taba nel 2001 e Annapolis nel 2008) furono respinte da Arafat e Abbas”. Sarebbe interessante che ci venisse spiegato che cosa Abbas abbia mai accettato fin da quando era il braccio destro di Arafat, e che cosa Arafat, dopo aver accettato, abbia usato per promuovere la pace.

“L’annessione unilaterale…sancirebbe per i palestinesi l’impossibilità di giungere ad uno stato indipendente con mezzi non violenti”. Curioso. Precedentemente i mezzi usati furono notoriamente pacifici, vedi alla voce Prima e Seconda Intifada. Ad Accordi di Oslo ancora caldi, Arafat invocava in una moschea di Johannesburg il jihad, e no, non lo intendeva nel senso di tenzone spirituale. Forse ora la violenza sarà maggiore? Proprio adesso che gli Stati sunniti, da anni stanchi della “causa palestinese” si sono fatti così prossimi a Israele in funzione anti-iraniana? C’è qualcuno, oltre a Gomel, che ci crede veramente?

Ci sarebbe anche un ulteriore rischio, tuttavia. Grave. La “perdita di legittimità dell’Autorità palestinese”. Un vero vulnus. Parliamo dell’organizzazione cleptocratica che governa l’Area A e B della Cisgiordania e il cui leader è un autocrate che non ha più indetto elezioni dopo che il suo mandato è scaduto il 15 gennaio 2009. Ma ci sono altri attori che si adonteranno. La “UE in primis, con Francia, Germania, Belgio, Irlanda”: proprio quegli stati che all’UNESCO hanno votato le mozioni che rinominano in arabo il Muro Occidentale e il Monte del Tempio, annullando nominalmente ogni legame ebraico con essi. La UE che, incalza il Nostro, “Potrebbe reagire con maggiore vigore…alle demolizioni delle case”. Case costruite abusivamente secondo quanto stabilito della Suprema Corte di Giustizia israeliana, che non ha mai fatto mancare di fare sentire la sua voce quando si è trattato di fare abbattere insediamenti ebraici ritenuti illegali. Nulla ci viene detto degli immobili fatti costruire illegalmente dalla UE in spregio assoluto di quegli Accordi di Oslo, di cui essa sarebbe garante. Ma è normale, qui si parla dei programmi abietti di Netanyahu, ci sarà una futura occasione, per parlare delle UE relativamente a Israele. Attenderemo fiduciosi.

Dall’articolo estraiamo anche altre gemme, “Israele…rimuoverebbe dalle mappe e dai libri di scuola la Linea verde”. Gomel si meraviglia. Curioso, perché la “linea verde” è una linea armistiziale, non sancisce alcun confine, se non quello in cui gli Stati arabi vorrebbero rinchiudere Israele. Confini indifendibili. La linea verde venne rimossa dai libri in quanto Israele si accordò con la Giordania nel 1994. Una delle conseguenze del trattato di pace tra i due paesi fu appunto la sua rimozione e il ripristino dei confini mandatari. Un fatto sfuggito all’attenzione di Gomel, come un altro fatto, che nelle mappe dell’Autorità Palestinese Israele è stato completamente cancellato.

In conclusione di articolo l’autore arriva a temere che Israele arrivi a “privare i palestinesi dei diritti civili e politici”, esattamente come accaduto da parte degli arabi, i quali, per decenni hanno allestito campi profughi in prossimità dei confini di Israele dove il popolo arabo-palestinese è stato privato di qualsiasi forma di rappresentanza istituzionale. Gomel dovrebbe rasserenarsi consultando il Piano di Pace proposto dall’amministrazione Trump dal quale scoprirebbe che l’Area C si allargherà soltanto negli insediamenti, e i palestinesi nella stessa non vedranno modificato il loro status attuale in attesa che Abbas si decida, finalmente, a sedersi al tavolo delle trattative.

Ma cosa succederà per “gli ebrei della diaspora” si chiede preoccupato Gomel, alto rappresentante di Jcall dentro J-Link? È bene che tutti rimangano allineati, come preconizzava già La nostra bandiera.
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