Diritti Umani Universali che non esistono

Re: Diritti Umani Universali che non esistono

Messaggioda Berto » sab ott 27, 2018 10:06 pm

I paesi civili, di buona umanità difendono i loro confini, come ogni buon uomo fa con la propria casa e la sua proprietà
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https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 3458729814


La mia terra non è la tua terra. Chiudere i porti e presidiare ogni metro di costa.
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La terra è di tutti ma ognuno ha la sua terra e la deve difendere. Chiudere i porti e presidiare ogni metro di costa e di confine.
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Re: Diritti Umani Universali che non esistono

Messaggioda Berto » gio nov 29, 2018 9:52 pm

“La libertà di immigrare non esiste”
di Marco Valerio Lo Prete
2015/08/31

https://www.ilfoglio.it/articoli/2015/0 ... iste-87075


Roma. Il ministro dell’Interno inglese, Theresa May, ha detto di voler tornare alla “libertà di movimento” come originariamente intesa dal progetto della costruzione europea, prima cioè di una sequela di correzioni giurisprudenziali. “Libertà di muoversi per lavorare, non libertà di attraversare i confini per cercare un lavoro o per accedere a benefici welfaristici”, ha scritto sul Sunday Times.
Sollevando un polverone di polemiche più o meno appropriate anche in Italia, visto che il Regno Unito è già fuori dagli accordi di Schengen, e già accoglie più del doppio di immigrati di quanto non faccia il nostro paese pure quando investito da flussi straordinari. A non scandalizzarsi di certo per la posizione della May sarebbe probabilmente Hans-Herman Hoppe, filosofo tedesco, addottorato in Germania con Jürgen Habermas, poi trasferitosi nel 1986 in America e folgorato dal libertarianism di Murray N. Rothbard (1926-1995).
Cosa c’entri uno dei principali pensatori anarco-capitalisti viventi con le restrizioni ai flussi migratori tornerà a spiegarlo lo stesso Hoppe tra una decina di giorni, durante il seminario annuale della sua Property and Freedom Society che si terrà in Turchia, paese dove lo studioso oggi vive. D’altronde le sue tesi, in America, già animano da anni un dibattito accademico e politico sull’immigrazione che non ha eguali in Europa. È il dibattito sugli “open borders”, come lo abbiamo descritto su queste colonne, con al centro la tesi – sostenuta da svariati economisti libertari e liberisti – per cui gli stati dovrebbero sbarazzarsi delle frontiere. In questo modo si avvantaggerebbero al meglio dello spostamento di milioni di persone in fuga da guerra o povertà, e incentiverebbero pure un effetto propulsivo della crescita mondiale.
Perché il pil del pianeta ne uscirebbe raddoppiato nel giro di due decenni, prevedono questi studiosi ragionando sull’aumento dei consumi e della forza lavoro, sulla crescita esponenziale di libertà di spostamento e d’innovazione. Esercitare l’immaginazione su un’ipotesi radicale, come appunto è l’abbattimento delle frontiere, non è inutile. Il confronto, che in America si muove spesso sulla base di statistiche accurate e previsioni econometriche, attira anche studiosi mainstream come il decano di economia dell’immigrazione di Harvard George Borjas, intervenuto sull’ultimo numero del Journal of Economic Literature per criticare i fautori dei “confini liberi”. Un dibattito, insomma, che spinge almeno gli analisti a uscire da certi schemi un po’ moralistici che immobilizzano la ragione.

Come collocare, in questo contesto, le posizioni restrittive di Hans-Hermann Hoppe? È necessario partire dalla sua opera principale, “Democracy: The God that Failed”, meritoriamente tradotta in Italia da Alberto Mingardi (direttore dell’Istituto Bruno Leoni) e pubblicata nel 2005 da Liberilibri. Interventi successivi e recenti dello stesso Hoppe hanno continuato a rimandare al nocciolo duro della sua analisi, secondo cui staremmo attraversando una fase di “decivilizzazione”. Caratterizzata da “consumo dei capitali, previdenza e orizzonte di pianificazione sempre più ristretti e un progressivo brutalizzarsi della vita sociale”. Lo studioso, fautore in via di principio dello smantellamento totale dello stato, individua nel regime monarchico – con “lo Stato posseduto a titolo privato” – l’opzione second best. Nel regime monarchico, infatti, “la struttura d’incentivi cui il sovrano è soggetto è tale che è suo interesse comportarsi in modo relativamente previdente e adottare solo politiche fiscali e militari moderate”. Ma lo Stato monarchico è stato rottamato dallo spirito democratico-repubblicano, palesatosi assieme alla Rivoluzione francese e al suo esportatore Napoleone. Alla fine comunque è la Prima guerra mondiale, secondo Hoppe, “il momento in cui la proprietà privata dello Stato venne completamente sostituita dalla proprietà pubblica dello Stato, e da cui è sgorgata una tendenza verso crescenti gradi di preferenza temporale collettiva, crescita del governo e un relativo processo di decivilizzazione”. Il governante democratico non è incentivato a dedicarsi alla conservazione e all’accrescimento del capitale di un paese, piuttosto fa di tutto per difendersi dalla concorrenza di chi vuole gestire le leve del potere al suo posto. Da qui l’enfasi dei governi democratici sulla redistribuzione della ricchezza (privata) e il sopravvento del diritto pubblico (su quello privato). La democrazia, secondo Hoppe, diventa una gara dei governanti per assegnare o promettere privilegi a dei gruppi, “la redistribuzione avrà di norma effetti egualitari e non elitisti”, ergo “la struttura della società verrà progressivamente deformata”. Come opporsi a tale deriva? Delegittimando agli occhi dell’opinione pubblica la democrazia, ricordando che perfino la monarchia è più funzionale, e fomentando la secessione di piccoli stati. E se il Dio della democrazia ha fallito, sostiene Hoppe, in particolare le politiche migratorie sono lì a dimostrarlo. Vediamo perché.

“Le cose cambiano in maniera radicale e il processo di civilizzazione deraglia permanentemente quando le violazioni dei diritti di proprietà prendono la forma dell’interferenza governativa”, scrive Hoppe. “La tassazione, il prelievo di ricchezza da parte dello stato e le regolamentazioni imposte da esso – a differenza della sua controparte criminale – sono considerate legittime, e alla vittima dell’interferenza da parte dello stato, a differenza della vittima di un crimine, non viene riconosciuto il diritto a difendersi fisicamente e a proteggere la sua proprietà”. Secondo Hoppe questa china ha inizio nel 1918.

Hoppe si dice convinto dell’“argomentazione classica” a favore della “libera immigrazione”: “A parità di condizioni, le attività commerciali e industriali tendono a trasferirsi dove i salari sono bassi, mentre la forza lavoro tende a trasferirsi dove i salari sono più elevati. In tal modo si produce una tendenza all’uniformazione dei salari (a parità di tipo di lavoro) e alla allocazione ottimale del capitale. (…) Si aggiunga che tradizionalmente i sindacati – e oggi anche gli ambientalisti – si oppongono alla libera immigrazione: già di per sé questo fattore dovrebbe rappresentare un buon argomento a favore di una politica di libera immigrazione”. Almeno tre sono però le obiezioni che fanno ricredere Hoppe che perciò prende le distanze dagli analisti pro “open borders”.

Innanzitutto il concetto di “ricchezza” e “benessere” è soggettivo, ergo un aumento del pil globale non può diventare l’argomento passepartout per liberalizzare i flussi di persone: “Giacché qualcuno potrebbe preferire avere un tenore di vita più basso in cambio di una maggiore distanza tra sé e il prossimo, piuttosto che godere di un livello di vita più elevato al prezzo di una maggiore prossimità agli altri”.

La seconda obiezione risponde a quanti notano una naturale sintonia tra il sostenere la libertà degli scambi economici e la libertà totale degli spostamenti di persone. Risponde Hoppe: “Non vi è nessuna analogia tra libero scambio e libera immigrazione, e restrizioni al commercio e all’immigrazione. I fenomeni del commercio e dell’immigrazione sono diversi sotto un profilo fondamentale, e i sostantivi ‘libertà’ e ‘restrizione’ declinati con ciascuno dei due termini assumono significati radicalmente diversi: gli individui possono spostarsi e migrare, i beni e i servizi no”. In altre parole, “mentre un soggetto può migrare da un luogo all’altro senza che nessun altro lo voglia, merci e servizi non possono essere inviati da una parte all’altra senza che chi spedisce e chi riceve siano d’accordo”.

Si arriva così alla terza obiezione, quella più radicale. Riguarda la “proprietà” dei territori su cui le migrazioni hanno luogo. In una società “anarco-capitalista”, come la vorrebbe Hoppe, “tutta la terra è di proprietà di individui privati, comprese tutte le strade, i fiumi, gli aeroporti, i porti e via dicendo”. In tale situazione “non vi è distinzione netta tra ‘locali’ (ossia cittadini del posto) e stranieri”; l’immigrazione è possibile solo quando c’è il consenso dei legittimi proprietari della terra. In presenza di un simile ordinamento sociale, “non esiste libertà d’immigrazione o un diritto di ingresso in capo all’immigrante”. Le politiche migratorie cambiano “quando il governo è di proprietà pubblica”. Se il governante democratico assomiglia a un “curatore temporaneo” che vuole massimizzare “denaro e potere”, “in accordo con l’egualitarismo intrinseco della democrazia, dovuto al fatto che ogni individuo dispone del voto, il governante tenderà a perseguire politiche migratorie di chiaro stampo egualitario, ossia non discriminatorie”. Quando si tratta di immigrazione, dunque, poco importa che entrino nel paese “vagabondi o produttori” – scrive Hoppe – anzi, “vagabondi e individui improduttivi potrebbero essere i residenti e i cittadini preferiti, in quanto si tratta di categorie che creano il maggior numero dei cosiddetti problemi ‘sociali’ e i governanti democratici prosperano proprio grazie all’esistenza di tali presunti problemi”. Il filosofo sostiene che “il risultato di questa politica di non-discriminazione consiste in un’integrazione forzata, ossia nell’obbligare a una convivenza forzata, con masse di immigrati di più basso livello, i proprietari del paese che, se avessero potuto scegliere, avrebbero mostrato una maggiore oculatezza e avrebbero scelto dei vicini alquanto diversi”. Per tornare al parallelo con lo scambio delle merci, “libero commercio” si riferisce a scambi che avvengono soltanto su sollecitazione di privati e aziende; “libera immigrazione non significa immigrazione su invito di singoli e imprese, ma invasione non voluta e integrazione forzata”. Altro che “immigrazione libera”, quella che si realizza in America e in Europa occidentale, secondo Hoppe, è “integrazione forzata bella e buona, e l’integrazione forzata è il prevedibile esito della regola democratica di concedere un voto a chiunque”.

La soluzione è “contrattuale” o non è

Per correggere questa tendenza, Hoppe propone misure correttive e preventive di tipo contrattuale. Le prime consistono nell’estendere la proprietà privata quanto più possibile, per ridurre il “costo della protezione” che spetta allo stato garantire. Il muro al confine tra Messico e Stati Uniti, secondo il pensatore, costa molto perché dalla parte americana ci sono ampi territori pubblici. Affidandoli ai privati, che s’intesterebbero la gestione dei flussi, si risparmierebbe. Le misure preventive equivalgono ad assicurarsi che ogni immigrato sia munito di “un invito valido da parte di un proprietario residente”; il soggetto che riceve l’immigrato si assume le responsabilità per le azioni compiute dal suo ospite, e l’immigrato sarà escluso dai servizi finanziati dal settore pubblico finché non diventerà cittadino. Un altro scenario, fantascientifico ma non troppo, che interroga anche l’Europa.
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Re: Diritti Umani Universali che non esistono

Messaggioda Berto » ven nov 30, 2018 9:59 pm

Migrare non è un diritto
Il blog di Andrea Indini
30nov 18

http://blog.ilgiornale.it/indini/2018/1 ... 6thX_Kwxso

Ho sempre inteso la frontiera come il confine ultimo dello Stato. Si può entrare e uscire. Ma, proprio come le mura di casa, si erge (invisibile) a proteggere chi sta dentro. Sono nato quando c’erano ancora i controlli all’uscita di Ventimiglia, prima di raggiungere l’assolata Costa Azzurra. Da allora il mondo ha fatto a tempo ad aprirsi e poi a richiudersi. La “libera circolazione” ha dato la parvenza di un’Europa aperta e inclusiva. Ma è stata appunto un’illusione. Che si è inesorabilmente schiantata prima contro gli agghiaccianti attentati alle Torri Gemelle e alle principali capitali europee e poi contro l’inarrestabile avanzata di immigrati dall’Africa e da Oriente. Allora si è capito che quei confini andavano difesi.

Non esiste il diritto a emigrare. È una baggianata inventata dalla sinistra per meri fini propagandistici. Le Nazioni Unite non hanno fatto altro che avallare questa scempiaggine inventandosi il “Global Migration Compact”, un documento che ha come obiettivo primario l’abbattimento delle barriere per aiutare chi vuole a emigrare e a raggiungere, in sicurezza, qualunque Paese desideri. La risoluzione consta di 23 articoli che sono un vero e proprio guazzabuglio di direttive in salsa terzomondista e che non guarda in faccia ai disastri creati dai progressisti dopo cinque anni di politiche improntate sull’apertura e sull’accoglienza. Non solo. Si ripropone anche di andare a caccia di razzisti e xenofobi per poi poterli mettere al bando e “sensibilizzare e istruire i professionisti dei media a una terminologia e informazione etica”.

Nonostante lo sfacelo a cui tutti noi abbiano assistito negli ultimi anni, nei prossimi giorni l’Onu chiederà ai governi di apporre una firma sotto il documento del “Global Compact”. Si ritroveranno il 10-11 dicembre a Marrakech per mettere in piedi questa pagliacciata. Fortunatamente, dopo che il premier Giuseppe Conte si era detto favorevole a questa risoluzione, Matteo Salvini ha puntato i piedi e obbligato il governo a una sterzata. Decidere di non firmare è una mossa squisitamente politica che non metterà il Paese al riparo da una futura invasione né risolverà i problemi legati alla gestione degli immigrati già presenti sul nostro territorio. Servirà, tuttavia, a rimarcare plasticamente le distanze da un modo di pensare fallimentare che sta portando lentamente all’implosione del Vecchio Continente. Il “Global Compact” punta, infatti, a “un approccio cooperativo per ottimizzare i benefici complessivi della migrazione, affrontando i rischi e le sfide per gli individui e le comunità nei Paesi di origine, transito e destinazione”. È per tutto questo che il documento fa gola anche all’ala sinistra del Movimento 5 Stelle. Non sono pochi, infatti, i grillini che in queste ore stanno facendo pressioni su Conte per evitare che diserti Marrakech.

Come già il braccio di ferro sul decreto Sicurezza, anche lo scontro sul Global Compact svela il vero animo della fronda vicina al presidente della Camera, Roberto Fico. Difficile dire se, in caso di voto in parlamento, questi non si prenderebbero la briga di strappare votando con il Pd e Leu. Una rottura che porterebbe inevitabilmente alla crisi di governo. Al di là delle beghe di governo, la divisione sul documento delle Nazioni Uniti materializza, ancora, due visioni opposte del mondo. Qualora dovesse passare, il Global Compact farebbe carta straccia della Convenzione di Ginevra che stabilisce che può essere accolto perché in fuga da guerre o carestie e chi invece deve essere respinto. Si arriverebbe addirittura a “ri-arruolare” le Ong perché diventerebbe legale qualsiasi assistenza di natura umanitaria. Una firma in fondo a quel documento sarebbe dunque una sconfitta per tutti perché trasformerebbe le migrazioni in un diritto inalienabile devastando quello che, a mio avviso, deve restare una delle priorità di qualsiasi Stato: la difesa dei confini.
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Re: Diritti Umani Universali che non esistono

Messaggioda Berto » sab mar 02, 2019 10:46 am

Sbarchi giù del 95% E l'Onu accusa l'Italia «Diritti umani violati»
Francesca Angeli - Sab, 02/03/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 54974.html

L'accusa dei Relatori speciali sui migranti Ma il Viminale esulta: «Rimpatri aumentati»

Con il peso del nodo Tav ancora irrisolto Matteo Salvini ha bisogno di rassicurare i suoi elettori in vista delle europee.

Il ministro dell'Interno vuole spostare l'attenzione dalle tensioni con M5s e dimostrare che sta mantenendo le sue promesse. Se non quelle sulle grandi opere e la flat tax almeno quelle sull'immigrazione. E dunque ieri tra i tanti post con i quali quotidianamente inonda Facebook il vicepremier ha pubblicato in tono trionfale gli ultimi dati sugli sbarchi.

Nei primi due mesi del 2019 gli sbarchi dei migranti in Italia sono diminuiti del 95 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, scrive il vicepremier citando i dati del Viminale. Dal primo gennaio al 28 febbraio solo 262 sbarchi mentre nello stesso periodo del 2018 ne erano stati registrati 5.247. Dunque prosegue il vicepremier finalmente i rimpatri superano abbondantemente gli arrivi. Gli immigrati rimandati a casa superano di quattro volte il numero di quelli giunti sul nostro territorio 1.099 persone sono ritornate nel loro paese d'origine, 1.013 con rimpatri forzati e 86 con rimpatri volontari assistiti.

Salvini esulta ma l'Onu bacchetta il governo. In un relazione redatta dagli osservatori dell'organizzazione pur riconoscendo la mancanza di una politica dei gestione dei flussi organica da parte della Ue il governo italiano viene accusato di non rispettare i diritti umani dei migranti. Il report ricorda anche il caso dello scrittore Roberto Saviano al quale il ministro dell'Interno voleva togliere la scorta.

Le cifre comunque danno ragione al leader del Carroccio e sono confermate anche dall'ultimo monitoraggio sui flussi di migranti nell'area Ue pubblicato da Frontex. L'agenzia europea che segue quello che accade alle nostre frontiere rileva come nel primo mese del 2019 il numero dei migranti irregolari che hanno attraversato le frontiere dell'Europa sia diminuito di un terzo se paragonato al mese precedente, dicembre e di un quinto rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

É ancora Frontex a rilevare che nel 2018 il numero degli arrivi illegali ha toccato il minimo storico da cinque anni anche se l'agenzia avverte che «la pressione migratoria resta relativamente alta».

Gli arrivi dell'ultimo anno registrano addirittura un meno 92 per cento rispetto al picco registrato nel 2015 quando arrivarono in Europa oltre un milione di migranti via mare: 1.014.836 la cifra esatta monitorata dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Quello fu il numero più alto mai registrato. La maggioranza dei migranti arrivò in Grecia dove sbarcarono 856.723 persone.

In Italia invece il picco si registrò nel 2014 con oltre 170.000 arrivi, scesi nel 2015 a 153. 842. Nel 2017 gli arrivi erano ancora più di 100.000. Occorre aspettare il 2018 per il primo calo registrato quando al ministero dell'Interno c'era Marco Minniti e a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni. Nel febbraio del 2018 gli arrivi erano scesi a 1.065 contro gli 8.971 del 2017.

Mentre la Lega esulta per i risultati l'alleato grillino non manca di punzecchiare il vicepremier anche sulla questione immigrati. Bene il drastico calo degli sbarchi commenta il grillino Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio. Ma non basta perchè è la macchina dei rimpatri quella che non ingrana. «Salvini si impegni ancora di più sui rimpatri. Sono insufficienti. Stando ai numeri diffusi oggi serviranno più di 75 anni per rimpatriare tutti i 500mila irregolari», sentenzia Brescia.


Alberto Pento
Non c'è nessuna violazione, anzi si difendono e tutelano i diritti umani e civili dei cittadini italiani ed europei. Non esiste il diritto di invadere la terra e la casa altrui. Questi dell'ONU nazi comunista e nazi maomettano sono violatori seriali dei diritti umani naturali universali e civili.
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