All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla

Re: All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla

Messaggioda Berto » dom feb 24, 2019 10:38 am

Il voto farsa nella Nigeria dei golpe: duello tra il ras islamico e il suo vice
Luigi Guelpa - Dom, 24/02/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 50857.html

Gli obiettivi: via i cattolici dal parlamento e affari da blindare

In una nazione che fabbrica colpi di stato (dodici dal 1960, anno dell'indipendenza dalla Gran Bretagna), ieri è andata in scena la più clamorosa farsa elettorale della storia dell'Africa.

Il presidente uscente della Nigeria Muhammadu Buhari si sta per assicurare un secondo mandato (gode di un margine del 15% sugli avversari) ai danni della lista civetta guidata dal suo più stretto collaboratore, Abubakar Atiku. Un'azione studiata a tavolino per blindare il risultato, preservare la vittoria dell'ala islamica e cancellare dai banchi del parlamento gli esponenti cattolici. I Boko Haram esultano sapendo di poter contare su un governo «amico» e continuano a colpi di attentati a sequestrare il nord del Paese. Proprio ieri mattina un blitz dei jihadisti dalle parti di Maiduguri (Stato del Borno) ha provocato la morte di nove persone, che si aggiungono alle oltre 10mila vittime da quando Buhari ha preso il potere. Il 29 maggio del 2015, giorno dell'insediamento dopo il trionfo sul cattolico Godlock Jonathan, Buhari dichiarò che i jihadisti sarebbero stati sconfitti. In realtà i qaedisti neri hanno preso il controllo di alcune città e di estesi territori del nord, rafforzandosi ulteriormente. Da alcuni mesi hanno intensificato attacchi e attentati, sono sbarcati in Camerun, creando decine di migliaia di nuovi sfollati e rifugiati, molti di loro in fuga verso il Mediterraneo. Questo è lo spaccato della Nigeria: la nazione potenzialmente più ricca, ma più corrotta del continente nero e controllata dall'islam più integralista.

A sfidarsi sono stati appunto Muhammadu Buhari, presidente in carica dal 2015, leader dell'Apc, All Progressive Congress, ex militare, già presidente tra il 1983 e il 1985 grazie a un colpo di stato, originario del Katsina, uno dei 12 stati a maggioranza islamica che in violazione della costituzione hanno adottato la sharia, la legge coranica, e Abubakar Atiku, un tycoon nato nello stato orientale di Adamawa, comproprietario di una impresa di servizi petroliferi, per due volte eletto vicepresidente, leader del Pdp, People's Democratic Party, ma soprattutto «delfino» di Buhari. La vittoria quindi diventa irrilevante all'atto pratico: entrambi hanno concorso (mano nella mano), non per realizzare un progetto politico virtuoso, bensì per conservare, o conquistare, il controllo delle istituzioni politiche, necessario per disporre delle risorse del Paese e servirsene. È quanto è successo poche settimane fa nella Repubblica democratica del Congo, dove un candidato, Felix Tshisekedi, ha vinto grazie a un accordo sottobanco con il presidente uscente Kabila.

La Nigeria ha potenzialità straordinarie e tuttavia è sotto minaccia costante di implosione. È il paese africano più popoloso: 196 milioni di abitanti, un africano su sette è nigeriano. È il primo produttore di petrolio e la prima economia del continente. È anche il paese africano con più miliardari. Ma è anche una delle nazioni più devastate da malgoverno e corruzione che alimentano il tribalismo, di per sé un fattore critico che in Nigeria assume forme estreme, esasperate dall'appartenenza religiosa. Durante il voto si sono segnalati parecchi incidenti: dalle schede consegnate in ritardo, che hanno costretto le autorità a posticipare di tre ore la chiusura dei seggi fino all'assassinio di un presidente di seggio e alla morte di altre 15 persone in vari tafferugli.
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Re: All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla

Messaggioda Berto » gio mar 28, 2019 11:32 pm

L'Ue ora si inventa l'"afrofobia" per "proteggere" gli immigrati
Federico Garau - Gio, 28/03/2019

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 70398.html

Le nuove regole che l’Europa imporrà agli stati membri affinché adottino le stesse linee guida imposte nel documento approvato lo scorso martedì

Cècile Kyenge Kashetu esulta sulla sua pagina Facebook, da oggi la lotta al razzismo in Europa si arricchisce di un nuovo termine pensato per tutelare con maggior cura tutte le persone di colore presenti nel vecchio continente.

Nasce, infatti, il reato di “afrofobia”, fortemente voluto dalla europarlamentare e dal parlamento europeo stesso, che ha votato favorevolemente in merito a questa risoluzione lo scorso martedì pomeriggio. Con il termine afrofobia si fa dunque riferimento ad “una specifica forma di razzismo, che include qualsiasi atto di violenza o discriminazione, alimentato da abusi storici e stereotipi negativi, che porta all'esclusione e alla disumanizzazione delle persone di origine africana”.

In un documento di otto pagine, l’Europa chiede agli Stati membri di riconoscere e di combattere questa forma di razzismo, mettendo a punto “risposte politiche e giuridiche a tali fenomeni che siano efficaci e basate su dati oggettivi”. Non solo. Il parlamento europeo “incoraggia le istituzioni e gli Stati membri dell'UE a riconoscere ufficialmente e a celebrare le vicende delle persone di origine africana in Europa, tra cui figurano anche le ingiustizie e i crimini contro l'umanità del passato e del presente, quali la schiavitù e la tratta transatlantica degli schiavi, o quelli commessi nell'ambito del colonialismo europeo, nonché i grandi risultati e i contributi positivi delle persone di origine africana”.

Il sogno della Kyenge si starebbe quindi realizzando. Con questa risoluzione, il parlamento europeo sembrebbe proprio essersi impegnato ad avere una maggiore attenzione nei confronti degli africani.

Oltre alla richiesta di “adottare misure concrete per contrastare le disuguaglianze nell'accesso agli alloggi, garantendo altresì alloggi adeguati”, anche quella di “garantire che migranti, rifugiati e richiedenti asilo possano entrare nell'UE attraverso canali sicuri e legali”. E poi il documento continua. Il parlamento europeo “invita i partiti e le fondazioni politiche a livello europeo, nonché i parlamenti a tutti i livelli nell'UE, a sostenere e promuovere le iniziative intese a favorire la partecipazione politica delle persone di origine africana” ed a “rivolgere una particolare attenzione alle persone di origine africana all’interno degli attuali programmi di finanziamento e del prossimo quadro pluriennale invitandola anche ad istituire un gruppo dedicato nell’ambito dei suoi servizi, che si occupi nello specifico delle questioni connesse all’Afrofobia”.

Soddisfatta Cècile Kyenge, che si dichiara orgogliosa e parla di un risultato storico. “In Europa vivono più di quindici milioni di persone di origine africana, che sempre più rischiano di finire vittima dei tumulti razziali e xenofobi emersi negli ultimi anni. A questi pericolosi fenomeni è necessario reagire con fermezza, ed è per questo che al Parlamento Europeo abbiamo votato una risoluzione contro l'afrofobia. Un voto molto importante, che ci permetterà di realizzare nel concreto politiche e progetti per la lotta al razzismo”.

Durante la votazione, si è raggiunta una maggioranza di ben 535 soggetti favorevoli.




L'ultimo delirio firmato Ue (e Kyenge). Preparano il reato di "Afrofobia"
mercoledì 27 marzo
Giovanni Pasero

https://www.secoloditalia.it/2019/03/lu ... -afrofobia

Segnatevi questo termine: “Afrofobia”. Da oggi ne sentirete parlare a lungo e diventerà la nuova foglia di fico dei buonisti europei e degli ipocriti radical chic.

Si scrive Afrofobia, si legge “Prima gli africani”

Ieri pomeriggio il Parlamento Europeo ha adottato la risoluzione sull’Afrofobia. Con questa parola si fa riferimento alla «forma di razzismo, che include qualsiasi atto di violenza o discriminazione, alimentato da abusi storici e stereotipi negativi, che porta all’esclusione e alla disumanizzazione delle persone di origine africana».

L’esultanza della Kyenge: “Svolta storica per noi africani in Europa”

Perché Strasburgo inventa il termine afrofobia? Il motivo, che ha fatto esultare Cecile Kyenge, che oggi ha parlato di decisione storica, è presto detto. Al momento, si stima che nel Vecchio continente vivano 15 milioni di persone di origine africana. Inoltre, secondo uno studio dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali «le minoranze provenienti dall’Africa, soprattutto dell’area subsahariana, sono particolarmente esposte al razzismo e alla discriminazione in tutti gli aspetti della vita».

Che cosa c’è dietro questa risoluzione? Si chiede agli Stati membri e alle istituzioni «di riconoscere questa forma specifica di razzismo esortandole a combattere in modo sistematico le discriminazioni etniche e i reati generati dall’odio nonché a mettere a punto risposte politiche e giuridiche a tali fenomeni che siano efficaci e basate su dati oggettivi». Le conseguenze? Facile immaginarle. Sui giornali europei le persone di origine africana potranno essere menzionate solo in senso positivo. Delitti come quello di Pamela ad Ancona e di Desireè a Roma, verranno epurati da ogni riferimento alle origini africane degli assassini. Facile no? Non potendo cancellare i reati commessi, si impedisce di dare informazioni su chi ha commesso il reato.

Ma il disegno transnazionale non si limita alla censura. Impone, nei fatti, una particolare attenzione economica nei confronti degli africani. La risoluzione chiede infatti «di rivolgere una particolare attenzione alle persone di origine africana all’interno degli attuali programmi di finanziamento e del prossimo quadro pluriennale invitandola anche ad istituire un gruppo dedicato nell’ambito dei suoi servizi, che si occupi nello specifico delle questioni connesse all’Afrofobia».

Dietro l’afrofobia un piano che smantella i diritti degli europei

La spiegazione dietro il politichese? Lo slogan della Ue, con questa risoluzione diventa: “Prima gli africani”. Si obbligano, infatti, i governi europei ad assistere gli africani in via privilegiata. E chi non lo fa, privilegiando ad esempio, gli italiani, compierà un atto di “afrofobia”. Quindi dietro questa “parolina magica” il passaggio obbligato è intuibile: la casa popolare, il sussidio di disoccupazione, il reddito di cittadinanza, l’impiego, l’assistenza sanitaria. Guai all’amministratore (immaginate il sindaco di Sesto San Giovanni) che vorrà far passare prima un italiano, uno svedese o un francese rispetto a un migrante appena sbarcato dal Senegal o dal Marocco. Il giudice di turno bloccherà tutto. E motiverà la sentenza con questa risoluzione Ue. Quindi, occhio all’Afrofobia, che i diritti dei poveri europei si porta via.
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Re: All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla

Messaggioda Berto » mar apr 02, 2019 11:50 am

Mafia nigeriana, la rete che operava dai centri d'accoglienza
Daniele Capezzone, 1 aprile 2019

https://www.nicolaporro.it/mafia-nigeri ... KaWJIubOCc

Era solo questione di tempo, e (lo suggerisce il buonsenso, non servono chissà quali informazioni privilegiate) è la prima notizia di una serie destinata ad allungarsi moltissimo. Nel fine settimana, un’efficace indagine antimafia ha smantellato una rete (una decina di arresti, da sommare ai 18 disposti un paio di mesi fa) dedita in Sicilia a traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione e altri reati tra cui violenza sessuale di gruppo. Gli ultimi latitanti sono stati arrestati tra Francia e Germania, dove l’organizzazione andava ramificandosi.

E fin qui, purtroppo, c’è poco da stupirsi: ordinaria amministrazione criminale. Ma le novità sono quattro.

1. Primo: si tratta di esponenti della mafia nigeriana, con tanto di riti tribali di iniziazione (bere il sangue dei confratelli, tanto per capire di che – e di chi – stiamo parlando).

2. Secondo: eccezionali livelli di violenza e efferatezza, con liti tra bande rivali risolte a colpi di machete.

3. Terzo: come base operativa, questi gentiluomini avevano il Cara di Mineo, cioè nientemeno che un centro per l’accoglienza degli immigrati, divenuta – a quanto pare – base logistica per le attività illegali di queste bande.

4. Quarto: non sappiamo ancora se pure in questo caso il fatto sia confermato, ma in circostanze analoghe del passato è emerso che molte delle persone coinvolte erano arrivate sui barconi.

Si comprende bene che tutta la retorica sull’accoglienza, sul “restiamo umani”, sull’”aprite i porti”, deve fare i conti con questi dati di fatto, difficili da negare e aggirare.

Comunque la si pensi sull’immigrazione, e comunque ci si collochi politicamente, è evidente a chiunque abbia onestà intellettuale che solo la limitazione quantitativa degli arrivi, controlli rigorosi, e – in prospettiva, come già fanno altri paesi – la scelta anno per anno degli immigrati (in base alle reali esigenze del nostro mercato del lavoro) possono evitarci un destino di caos, disordine, violenza. Che non gioverebbe a nessuno: né agli italiani né agli immigrati regolari.
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Re: All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla

Messaggioda Berto » ven apr 26, 2019 9:29 am

Colonizzazione e decolonizzazione dell'Africa
viewtopic.php?f=194&t=1822

Gli europei o i bianchi europei che nei secoli passati hanno colonizzato l'Asia e l'Africa o che le hanno invase con il loro imperialismo politico militare sono stati quasi tutti cacciati, espropriati e sterminati Il Sudafrica è uno degli ultimi esempi, nonostante i bianchi europei colonizzatori del paese abbiano rinunciato al loro dominio politico consentendo ai neri africani di partecipare e concorrere alla sovranità politica nella gestione del paese e dello stato; gli africani del Sudafrica come in quasi tutti gli altri paesi del continente nero, maltrattano i bianchi e molti di loro hanno ritenuto e ritengono che i bianchi debbano essere tutti espropriati, cacciati o sterminati.
Per il principio di reciprocità gli africani non possono che aspettarsi lo stesso trattamento e nessunissimo riguardo.
L'imperialismo coloniale così terminato non può quindi essere assunto come scusa, giustificazione e pretesto per l'invasione degli africani in Europa.
I bianchi europei, i cristiani europei, gli stati europei odierni non hanno più alcuna responsabilità e non vi è ragione che debbano sentirsi in colpa verso l'Africa e gli africani; non ne hanno per l'instabilità e i regimi politici indigeni disumani dell'Africa, per le carestie e le epidemie che falciano le sue popolazioni, per i problemi causati dalla sovrapopolazione in molti paesi del continente.
Nemmeno le multinazionali europee del petrolio, minerarie, del legno e agricole sono responsabili dei regimi politici autoritari, dei conflitti etnici, delle crisi sociali, delle carestie, delle problematiche derivanti dalla sovrapopolazione, del sottosviluppo economico endemico e di tutti i mali che affliggono l'Africa. Possono avere qualche responsabilità indiretta locale tipo l'inquinamento o la disoccupazione allo stesso modo che ce l'hanno ovunque nel mondo e nella stessa Europa, tutte questioni che vanno risolte localmente in Africa nei paesi africani, con i loro stati e con le loro popolazioni.
Le problematiche africane dovute alle carestie naturali, ai regimi politici, al tribalismo, ai conflitti etnici e religiosi, alla sovrapopolazione, alle difficoltà e alle crisi economiche non sono responsabilità e non riguardano direttamente l'Europa e pertanto il peso non va scaricato assolutamente sugli europei.
La solidarietà umana dell'Europa e dei suoi paesi, caso mai può esserci solo se volontaria e se non crea problemi ai cittadini europei.
Quindi anche la migrazione socio-economica e l'asilo politico e umanitario vanno trattati alla luce di queste ed altre considerazioni tra cui la sicurezza socio politica, la compatibilità culturale e religiosa, le possibilità economiche e finanziarie.
Non ha alcun senso universale deprivare il propri cittadini, i propri famigliari, la propria gente per aiutare altri che magari sono solo profittatori, parassiti e criminali travestiti da bisognosi.


Il colonialismo europeo è finito da tempo in tutta l'Africa e le ex colonie francesi sono libere nei confronti della Francia e se tengono particolari rapporti lo fanno esclusivamente per loro interesse e non perché costrette e ricattate dalla Francia.

I problemi dell'Africa dipendono principalmente da:

1) tribalismo e inciviltà politica, predazione sociale
2) arretratezza economica, sottosviluppo tecnologico e inadeguatezza culturale (tra cui le superstizioni religiose, vedasi infibulazione)
3) mancanza di controllo demografico e irresponsabile aumento della popolazione
4) conflittualità civile e politica dovuta al nazismo maomettano che ovunque porta morte, guerra e distruzione; e persecuzione dei cristiani
5) persistenza della schiavitù anche ad opera dai nazi maomettani

Il clima facilita la vita con più raccolti all'anno, minor consumo di energia per il riscaldamento e l'adattamento dell'ambiente alla vita Umana.
Le politiche delle multinazionali di tutto il Mondo incidono molto meno quantunque taluni attribuiscano loro un ruolo maggiore, spesso per pregiudizio ideologico antieuropeo, antioccidentale, anticapitalista, antindustriale;
anzi le ricchezze minerarie dell'Africa danno un ritorno rilevantissimo che permette lo sviluppo dell'Africa, si pensi per esempio alla rendita da idrocarburi della Libia che consentiva al regime dittatoriale di Gheddafi di assicurare una rendita di stato a tutti i cittadini libici.
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Re: All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla

Messaggioda Berto » dom giu 02, 2019 8:16 am

"Immigrazione e multiculturalismo Il silenzio degli «accoglienti»"
Da Il Corriere del 25/05/2019
Ernesto Galli della Loggia

https://alleanzacattolica.org/immigrazi ... t.facebook

Vi sono libri importanti in ragione del loro argomento e del modo in cui esso viene trattato, oppure in ragione di qualche peculiarità del loro autore, e vi sono libri, poi la cui importanza dipende da un’altra ragione ancora: dal clamore straordinario o all’opposto dal silenzio sospetto che li accoglie. Il libro di Raffaele Simone L’ospite e il nemico (Garzanti) ha la singolarità di segnalarsi per tutti e tre i motivi ora detti: non solo perché tratta di un tema chiave come la grande migrazione dal Sud del mondo di cui l’Europa è la meta da anni, ma perché il tema stesso, a differenza di tante altre pubblicazioni analoghe, è svolto in modo quanto mai documentato e soprattutto con una totale spregiudicatezza; infine perché dell’uscita del libro nessuno ma proprio nessuno ha mostrato di accorgersi. Un silenzio davvero singolare per non autorizzare un dubbio: e cioè che il mainstream culturale devoto al politicamente corretto — il Club Radicale come viene definito in queste pagine — abbia così voluto punire chi mostrava di non tenere alcun conto delle sue fisime e dei suoi tabù. Soprattutto perché chi osava tanto era uno studioso come Simone — il quale, lo ricordo, professionalmente è un linguista — la cui produzione di saggistica politica si è sempre mossa in una prospettiva schiettamente di sinistra. E che dunque oggi al suddetto Club deve essere apparso un transfuga, un traditore.

Che cosa sostiene di così scandaloso per il benpensante progressista il libro di cui stiamo parlando? Innanzitutto un criterio di metodo: «Non c’è nessun immigrato, in quanto persona, leggiamo, che visto da vicino, non susciti compassione e impulso al soccorso (…). Ma si possono osservare i fenomeni collettivi persona per persona?». Simone non ha dubbi: non è possibile. L’immigrazione verso l’Europa è un evento di una tale vastità potenziale che, incontrollato, non potrebbe che condurre questa parte del mondo a un’autentica catastrofe, più o meno analoga a quella rappresentata a suo tempo dalle invasioni barbariche. Si tratta di una presa di posizione niente affatto ideologica: infatti è davvero impressionante, in proposito, la vasta e varia documentazione, la quantità di notizie, di dati, di fatti di cronaca, circa le conseguenze negative già in atto o assai prevedibili contenute nel libro. Il cui autore, proprio perciò, sottolinea come siano a dir poco sorprendenti lo «spesso clima di ipocrisia e di falsità», «la sceneggiatura irenico-umanitaria» e la «sconsiderata rilassatezza» delle politiche migratorie praticate finora: attuate «quasi tutte — si aggiunge — contro il parere del popolo». Ce n’è abbastanza, come si vede, per giustificare la censura decretata al libro dal Club Radicale.

Sono due i principali obiettivi della polemica di Simone, dura quanto lucidamente argomentata. Il primo è l’insulsa colpevolizzazione che da tempo l’Europa va facendo del proprio passato, alimentando un vero e proprio odio di sé che in particolare il suo ceto politico-intellettuale e la sua scuola non si stancano di accrescere, costruendo l’idea di un debito che il continente sarebbe oggi chiamato giustamente a pagare, ad espiazione delle sue passate malefatte verso i popoli del Sud del mondo, sotto forma per l’appunto di un indiscriminato obbligo di accoglienza.

Ne è nata una vera e propria «cultura del pentimento e della discolpa» ormai diffusa in tutta la sfera pubblica occidentale, che conduce a considerare ad esempio come delittuosa «islamofobia» ogni pur ragionata valutazione critica della religione e della cultura islamiche. Arrivando, ad esempio, perfino al caso di indagini di polizia che in più occasioni tacciono l’origine islamica dell’indagato per il timore d’incorrere nell’accusa di razzismo. Secondo Simone si tratta di un indirizzo ideologico che, appunto per la «bramosia di penitenza» di cui si sta parlando, tende alla fine a cancellare il carattere fondamentale dell’identità europea, fondata sull’assoluta peculiarità del binomio Cristianesimo-Illuminismo e dei suoi mille esiti positivi rispetto a qualunque altra cultura. Sfidando il politicamente corretto l’autore ha il coraggio di porsi una domanda decisiva: «Cosa vogliamo preservare da qualunque rischio di alterazione? (…) Ci sono valori europei (corsivo nel testo) che bisogna assolutamente proteggere?».

Il secondo dei due principali bersagli del libro è la latitudine tendenzialmente indiscriminata del concetto di accoglienza, che è stato il criterio morale di fondo a cui il politicamente corretto occidentale si è fin qui sentito in dovere di guardare, sia pure con le inevitabili incertezze e contraddizioni del caso.

Ricordando come nell’antichità indoeuropea ospite e nemico fossero indicati dalla stessa parola (ne è rimasta traccia in latino: hospes/hostis) Simone fa una distinzione assai importante. Un conto è il diritto all’ospitalità, cioè ad essere accolto temporaneamente in un luogo e con il beneplacito dell’accogliente — secondo il modello così diffuso in moltissime culture — un conto ben diverso è il presunto diritto a stabilirsi dove uno vuole, indipendentemente dalla volontà (e dal numero!) di chi in quel luogo abita da tanto tempo, avendovi magari profuso da generazioni lavoro e cura per renderlo ciò che esso è oggi. Senza dire che quando parliamo di ospitalità intendiamo da sempre quella riservata ad una sola persona o ad un piccolo gruppo, non di certo a una massa. In questo caso sembra davvero più appropriato parlare al limite di invasione anziché di ospitalità.

Presumere che esista un diritto all’accoglienza illimitata comporta logicamente né più né meno che teorizzare la cancellazione virtuale dei confini: cioè di qualcosa che l’autore stesso definisce «una necessità etologica dei gruppi umani».

Naturalmente nessun «accogliente» ha il coraggio politico e intellettuale di trarre una simile conseguenza dalla propria posizione. La retorica serve per l’appunto a rimediare a questa falla dispiegando le sue armi, quelle che Simone chiama per l’appunto le «retoriche dell’accoglienza» (da «siamo stati tutti migranti e siamo tutti meticci» a «dall’arrivo dei migranti abbiamo da trarre solo vantaggi» e così via seguitando). Retoriche che egli smonta una per una, con precisione, con i fatti, ragionando. Un libro assolutamente da leggere, insomma, non foss’altro che per discuterlo: proprio come al Club Radicale non piace mai fare con chi non la pensa come lui.
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Re: All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla

Messaggioda Berto » mer ago 14, 2019 8:34 pm

"La povertà in Africa è una scelta". Le parole coraggiose del vescovo di Kumasi
Anna Bono
13-08-2019

http://www.lanuovabq.it/it/la-poverta-i ... A.facebook

“La povertà in Africa è una scelta. È dimostrato. I problemi dell’Africa sono il risultato di scelte sbagliate”. Così si è espresso Monsignor Gilbert Justice Yaw Anokye, arcivescovo di Kumasi, Ghana, e Presidente di Caritas Africa. Fra i fattori che elenca: guerre, estremismo religioso, instabilità politica, corruzione, tirannie, incuria. "Abbiamo dormito per troppo tempo, dobbiamo svegliarci subito". Il contrario di quel che dicono Fao e Christian Aid. Che danno la colpa principale ai cambiamenti climatici.

“La povertà in Africa è una scelta.
È dimostrato. I problemi dell’Africa sono il risultato di scelte sbagliate”. Così si è espresso Monsignor Gilbert Justice Yaw Anokye, arcivescovo di Kumasi, Ghana, e Presidente di Caritas Africa, intervistato il 9 agosto mentre si trovava in Kenya per visitare la sede regionale di Caritas Africa. “Questo – ha proseguito – succede quando si scelgono dei cattivi leader. Abbiamo votato dei leader corrotti seguendo criteri tribali, per paura o per convenienza. Dall’indipendenza abbiamo scelto dei leader che non hanno aiutato l’Africa a crescere. Ci sono stati dei buoni leader, ma che sono stati deposti con colpi di stato sostenuti per interesse da persone o da paesi. Perciò i problemi dell’Africa sono causati da pessime leadership”.

A riprova che uscire dalla povertà è questione di scelte, Sua Eccellenza ha citato il caso di paesi come la Malesia e Singapore che ci sono riusciti grazie al fatto di aver scelto dei buoni leader: “anche l’Africa può farcela. Abbiamo dormito per troppo tempo, dobbiamo svegliarci, subito. E ci riusciremo se faremo in modo di scegliere dei buoni leader che si impegnino nella democratizzazione dei nostri paesi, leader con politiche buone non per le loro tasche e per le loro pance, per quelle delle loro famiglie o dei loro gruppi etnici. Quell’epoca si deve chiudere e non deve più ritornare”.

Nel corso dell’intervista monsignor Anokye ha elencato i principali fattori critici del continente africano di cui l’uomo è responsabile: guerre civili, come in Sudan del Sud, estremismo religioso, come in Somalia e in Nigeria, instabilità politica, come in Burkina Faso. Ha accennato anche ai danni all’ambiente causati dall’uomo: “tagliamo gli alberi senza ripiantarli – ha detto – scaviamo per estrarre oro, diamanti e rame senza richiudere le cave, coltiviamo senza prenderci cura del suolo … Tutti questi sono danni causati dall'uomo e devono essere evitati”.

Sono parole coraggiose quelle di monsignor Anokye. Benché viva in un paese relativamente sicuro come il Ghana, migliore di altri per democrazia, stabilità e buona politica, potrebbero costargli care perché ai leader africani non piace sentirsi accusare. Fanno sparire o chiudono in carcere gli oppositori che li sfidano, minacciano i direttori dei mass media e se non basta ne chiudono i giornali e le reti televisive. Se è la comunità internazionale a criticarli reagiscono con protervia. Quando la Corte penale internazionale ha deciso di indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse dal suo governo, il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, prima ha negato l’ingresso alla commissione inquirente e poi, nel 2017, ha revocato l’adesione del suo paese alla Corte. Era il 27 ottobre. Il presidente ha dichiarato il giorno successivo festa nazionale per permettere alla popolazione di celebrare la “storica giornata”.

Proprio il Burundi di Nkurunziza è uno degli stati che meglio dimostrano quanto monsignor Anokye abbia ragione. Il “Rapporto mondiale 2019 sulle crisi alimentari” della Fao colloca il piccolo stato africano tra i paesi del mondo più colpiti da insicurezza alimentare. Un altro rapporto, “Lotta alla fame: indice del clima & della vulnerabilità alimentare” pubblicato all’inizio di agosto da Christian Aid, la nota organizzazione no profit britannica impegnata nella lotta contro la povertà, pone il Burundi al primo posto nell’elenco dei paesi in cui si soffre maggiormente la fame.

Anche la Fao e Christian Aid, come monsignor Anokye, affermano che povertà e fame sono una scelta, che i problemi dell’Africa e quindi anche del Burundi sono il risultato di scelte umane sbagliate. Solo che per Fao e Christian Aid l’insicurezza alimentare del Burundi e degli altri paesi che ne soffrono è dovuta agli effetti già percepibili del cambiamento climatico di origine antropica.

Non considerano che, a causa del succedersi di governi irresponsabili, avidi e incapaci, a quasi 50 anni dall’indipendenza oltre il 90% degli abitanti del Burundi sono agricoltori gran parte dei quali tentano, come hanno fatto i loro predecessori per secoli, di sopravvivere coltivando piccoli appezzamenti e allevando bestiame con le tecniche, i modi e i rapporti di produzione delle economie di sussistenza più elementari: con attrezzi rudimentali, senza controllo delle acque, senza fertilizzanti e diserbanti, secondo una divisione del lavoro che fa gravare la maggior parte delle mansioni su donne e bambini.

Ne deriva che la produttività del lavoro è molto bassa, i risultati incerti e irregolari, la carestia un evento sempre incombente. Ma non è questo il problema, secondo Fao e Christian Aid. La causa dell’insicurezza alimentare non è neanche il tribalismo che in questo paese, come nel vicino Rwanda, oppone Hutu e Tutsi, due etnie che tra il 1993 e il 2006 hanno combattuto una guerra devastante con un bilancio di 300.000 morti quasi tutti civili, e che continuano a nutrire sentimenti ostili con la minaccia costante che di nuovo degenerino in conflitto cruento.

Per Fao e Christian Aid povertà e fame non derivano nemmeno dalla corruzione e dal malgoverno sfrenati, ostentati, rivendicati come il diritto del più forte; né dal fatto che il Burundi dal 2005 è governato da un presidente folle, Pierre Nkurunziza, un Hutu, che si considera unto da Dio; un leader che, violando la costituzione, nel 2015 si è candidato per un terzo mandato, che alle proteste della popolazione ha risposto reprimendo il dissenso con ferocia – torture, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate… – armando i giovani Hutu e assicurandosi la vittoria elettorale con brogli e intimidazioni: al costo di migliaia di civili morti e centinaia di migliaia di profughi.

Tutt’al più, secondo Fao e Christian Aid, questi sono fattori aggravanti. È il global warming provocato da uomini che vivono in paesi lontani la causa dell’insicurezza alimentare in Burundi.
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