Gerusalemme capitale di Israele

Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » gio nov 21, 2019 8:33 pm

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Berto
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » gio nov 21, 2019 8:33 pm

ONU NEGA EBRAICITÀ AL MONTE DEL TEMPIO DI GERUSALEMME
21-11-2019
Giacomo Kahn

https://www.shalom.it/blog/mondo/onu-ne ... 9GbuIIIlQs

Ennesima decisione anti israeliana, addirittura antisemita, dell’Onu. Su spinta dei paesi arabi e con la complicità silenziosa di molti altri paesi (tra cui l’Italia), la quarta commissione delle Nazioni unite ha votato una risoluzione che cancella l'identità e le radici ebraiche dal Monte del Tempio di Gerusalemme, stabilendo che venga denominato nelle sedi internazionali solo con il nome arabo di Haram al-Sharif.

La decisione, per diventare operativa, dovrà essere approvata all'inizio di dicembre nell'Assemblea plenaria delle Nazioni Unite. Con Haram al-Sharif si intende solo il complesso islamico sorto secoli dopo, in seguito alla distruzione del Tempio per ordine dell'imperatore Tito.

“L'Italia può ancora rimediare a questo gravissimo errore - lo sottolinea Lucio Malan, vicecapogruppo di Fi al Senato -. Il ministro Di Maio deve riferire con urgenza al Senato su questo voto". "Il Monte del Tempio - ricorda - è da tremila anni il centro del pensiero e della religione ebraica. Questo è il luogo verso il quale gli ebreida millenni si rivolgono per la preghiera. Questo è il luogo dove Gesù di Nazareth venne più e più volte durante la sua vita, incluso nella settimana della sua crocifissione. Persino gli antichi romani che distrussero il Tempio, riconoscevano l'ebraicità del luogo consentendo una volta l'anno agli ebreil'accesso al cosiddetto Muro del Pianto, una struttura di sostegno del Tempio. Designarlo unicamente con il suo nome islamico è negare l'identità ebraica. Importanti intellettuali israelianied ebrei, esponenti cristiani evangelici, hanno detto che è peggio della negazione della Shoah, perché mette in questione le radici stesse dell'ebraismo. E l'ebraismo è la radice del cristianesimo".

“Non possiamo che ribadire che non si può negare la storia né disconoscere Gerusalemmee inventarsi poi che l'Europa ha radici giudaico-cristiane". Lo afferma all'Adnkronos la presidente dell'Ucei Noemi Di Segni commentando la risoluzione della quarta commissione delle Nazioni Unite sul Monte del Tempio di Gerusalemme. "La storia è la storia, anche se certe parti della storia piacciono di più o di meno, non si può discutere sui fatti - continua - Si può discutere sui comportamenti, sulle opinioni, ma sui fatti no". In vista del voto dell'assemblea plenaria delle Nazioni Unite che sarà chiamata ad esprimersi sulla stessa risoluzione, Di Segni si aspetta che "l'Italia sia coerente con quello che continua a ribadire nei confronti di Israelee dell'ebraismo. Ci aspettiamo che l'Italia non si astenga ma che voti contro una simile risoluzione e che sia in grado di guidare e far ragionare altri paesi europei".

"La scelta di una commissione dell'Onu di denominare il Monte di Gerusalemmeunicamente con il nome di derivazione islamica è una scelta che offende la storia ebraica e anche quella cristiana di quel luogo. E' un errore politico gravissimo". Lo dice Emanuele Fiano del Pd all'Adnkronos. "Solo un mutuo riconoscimento delle storie e delle radici di chi abitato quei luoghi può continuare a far sperare in processi di pacificazione. L'Italia - sottolinea Fiano - corregga nell'assemblea generale dell'Onu questo inaccettabile sopruso storico".
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » ven mag 22, 2020 3:40 am

TRUMP, ISRAELE, E LO STATO EBRAICO.
Valentino Baldacci

https://www.facebook.com/zio.Ferdinando ... 5307402935

... Tutti gli atti dell'ultimo presidente americano nei confronti di Israele sono ispirati a una visione che assume come proprio il punto di vista dello Stato ebraico e, in nome della giustizia, lo porta avanti senza esitazioni.
Nessun presidente americano aveva compiuto atti così netti ma anche così ricchi di significato politico: a cominciare dallo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, nella zona che fin dal 1948 era stata incontestabilmente sotto la sovranità israeliana, abbandonando l’ipocrisia di considerare Tel Aviv la sede delle ambasciate, quando uno Stato sovrano come Israele aveva posto a Gerusalemme, sua capitale storica, tutti gli organi dello Stato, dalla Presidenza delle Repubblica a quella del Governo, dal Parlamento alla Corte suprema.

Gli altri atti compiuti in questo campo sono stati altrettanto chiari: a partire dal riconoscimento dell’annessione del Golan, territorio abitato in maggioranza da drusi e che solo le alchimie diplomatiche che portarono a disegnare artificialmente i confini del Medio Oriente dopo la I guerra mondiale aveva assegnato alla Siria: quella Siria che ripetutamente, a partire dal 1948, ha attaccato Israele proprio da quelle alture finendo per essere sempre sconfitta ma che, nonostante ciò, si è sempre rifiutata di concludere un trattato di pace con Israele e tanto meno di riconoscerne il diritto all’esistenza.

Altrettanta chiarezza e una corretta interpretazione del diritto internazionale ha ispirato un altro atto di Trump, il rifiuto di considerare illegali gli insediamenti in Cisgiordania. Troppi consessi internazionali hanno dimenticato che la Cisgiordania e Gaza, dove, secondo la Risoluzione n. 181 dell’Assemblea delle Nazioni Unite del 27/11/1947, doveva nascere lo Stato di Palestina, furono, dopo la guerra di aggressione del 1948-1949, semplicemente annesse rispettivamente alla Giordania e all’Egitto, mutando così il proprio status giuridico internazionale.

Dopo la guerra dei Sei giorni e soprattutto dopo i trattati di pace conclusi da Israele con l’Egitto e con la Giordania e la rinuncia di questi due Stati ad ogni forma di sovranità rispettivamente su Gaza e sulla Cisgiordania, questi due territori si trovano in uno status giuridico indefinito: mentre Gaza, dopo il ritiro unilaterale israeliano del 2005, è caduta in potere del gruppo terroristico Hamas e di altri gruppi analoghi come la Jihad islamica, la Cisgiordania si trova in una situazione molto complicata: la divisione in tre aree (A, B e C) sancita dagli accordi di Oslo è ancora in vigore ma poiché tali accordi non sono stati perfezionati con una pace definitiva con Israele, a causa del rifiuto di Arafat di accettare il piano di pace proposto da Bill Clinton nel luglio 2000 a Camp David e perfezionato a Taba nel gennaio 2001, lo status di questi territori resta ancora da definire. Cisgiordania e Gaza si trovano perciò, secondo il diritto internazionale, in una situazione indefinita, sono territori contesi, controllati in parte da Israele e per il resto da formazioni politico-militari come Hamas e Fatah che non hanno alcuna legittimazione internazionale che ne giustifichi il possesso. Pertanto l’atto di Trump che dichiara di non considerare illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania ha il semplice significato di prendere atto di una situazione di fatto, che dovrà essere definita dal punto di vista del diritto internazionale ma che oggi non lo è.

L’ultimo atto di Donald Trump, che non riguarda il Medio Oriente ma lo stesso territorio americano, è forse il più significativo. Dichiarare che quello ebraico costituisce un popolo e non soltanto una religione consente di combattere efficacemente tutte le forme di antisemitismo che – con il camuffamento dell’antisionismo e con l’aiuto di professori compiacenti e ideologizzati – si annidano in molti campus universitari. Significa avere anche strumenti più efficaci per combattere forme di terrorismo come quella che ha portato al massacro in un supermercato kosher di Jersey City, compiuto da un gruppo di suprematisti neri e sul quale i media internazionali, e in particolare quelli italiani, hanno vergognosamente cercato di confondere le idee parlando di delinquenza comune.

Ma se questo è l’aspetto che maggiormente è stato rilevato dagli osservatori, ce n’è un altro che ha una portata e un significato ancora superiori. Che cosa sia l’ebraismo, che cosa sia un ebreo, fa parte di una riflessione e di una disputa che si trascina da secoli, in particolare dalla nascita del sionismo. Aver messo in evidenza che quello ebraico è prima di tutto un popolo, un’etnia, che ha una sua identità specifica che si è formata nel corso dei secoli e che è certamente connessa alla tradizione religiosa ma non si esaurisce e non si confonde con essa, significa fare un passo avanti decisivo vero la piena affermazione della laicità dello Stato d’Israele, una questione che ancora oggi è oggetto di discussioni e di controversie. È vero che l’atto di Trump ha valore per il territorio americano ma è tale il peso e l’importanza dell’ebraismo americano che inevitabilmente l’atto di Trump avrà ripercussioni anche nella stessa autodefinizione dello Stato ebraico.
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » ven mag 22, 2020 3:41 am

Care amiche e cari amici,
buon "Giorno di Gerusalemme", Yom Yerushalaim sameach!

Ambasciatore Dror Eydar

21 maggio 2020

https://www.facebook.com/AmbasciatoreIs ... 407557116/


1. Dal profondo della distruzione, di fronte all’immane devastazione lasciata dall'Impero romano a Gerusalemme, il grande tannaita, il rabbino Akiva Ben-Yosef, ai suoi compagni piangenti, che osservavano dal Monte Scopus le rovine de Santuario sul Monte del Tempio, seppe citare la profezia della consolazione di Zaccaria:

“Si vedranno ancora vecchi e vecchie seduti lungo le vie di Gerusalemme, e persone appoggiate al bastone per l’età avanzata. E le strade della città si riempiranno ancora di fanciulli e fanciulle che giocheranno nelle sue vie” (Zac 8,4-5).

Lo disse con un grande sorriso in volto. In quei momenti, non vi fu più grande visionario di lui. Oggi sappiamo che quel visionario fu un profeta. Chiunque sia stato oggi a Gerusalemme, sa che la profezia di Zaccaria si è avverata. Rabbi Akiva credeva nella sua realizzazione, sebbene Gerusalemme fosse allora in rovina, e l’impero romano al suo culmine. Sapeva infatti che, finché il popolo di Israele è vivo, il suo cuore non può essere estirpato.

2. La frase “Gerusalemme è il cuore del popolo ebraico”, non è solo un bel modo di dire. Da quando siamo stati esiliati dalla nostra terra, e anche da prima, gli ebrei hanno rivolto i loro cuori in preghiera – ovunque si trovassero – verso Gerusalemme.

“Orientamento del cuore” o “Intenzione del cuore”, questo è il termine usato dai nostri Saggi. Ma qui non abbiamo solo l’indicazione di una direzione geografica, bensì principalmente la regolamentazione della relazione spirituale tra Il popolo di Israele e Gerusalemme: regolarizzazione: “Ebrei! Ovunque voi siate, ovunque andiate, sappiate che il vostro cuore si trova a Gerusalemme”.

E non solo nella preghiera. Pensate alla Benedizione per il cibo, la Birkat Hamazon. In ogni popolo e religione si benedice il cibo, e si ringrazia Dio per questo. Ma solo noi abbiamo registrato un “brevetto” speciale: “Grazie infinite Dio, per il cibo che ci hai dato, ma per favore, non dimenticare di ricostruire Gerusalemme”. Questo è sempre stato detto ogni volta che mangiavamo, ogni giorno, di ogni anno, per duemila anni.

L’abbiamo ricordata ogni giorno, abbiamo digiunato in sua memoria, e in ogni occasione abbiamo ripetuto il giuramento degli esuli babilonesi:
“Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; si attacchi la mia lingua al mio palato se non ti ricorderò, se non porrò Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia” (Sal 137,5-6).

3. Gerusalemme ci ha preservati nella diaspora, senza farci sparire fra i tanti altri popoli. Quando ricordavamo Gerusalemme, ricordavamo la nostra speranza di tornare a casa un giorno, di risollevare il Paese dalle sue rovine, di far fiorire la sua desolazione, e di far rinascere il regno di Israele.

Infatti, se avessimo incontrato degli ebrei a Roma nel primo secolo, ad Alessandria nel secondo secolo, a Creta nel quarto secolo, a Babilonia nel sesto secolo, a Qayrawan nel Nord Africa nel decimo secolo, in Provenza nel dodicesimo secolo, in Spagna nel quattordicesimo secolo, in Persia nel sedicesimo secolo, nello Yemen nel diciottesimo secolo, in Polonia nel diciannovesimo secolo, e persino nei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau nel Ventesimo secolo - sempre e ovunque, se chiedessimo a questi ebrei, a chi appartiene Gerusalemme? La loro risposta sarebbe semplice, inequivocabile e naturale: al popolo di Israele.

4. Sono passati circa 1800 (Mille Ottocento) anni, da quando Rabbi Akiva consolava i suoi compagni, di fronte alle rovine di Gerusalemme e del Tempio, e il 7 giugno 1967 (Mille Novecento Sessanta Sette), – il 28 (Ventotto) di Iyar del 5727 (Cinquemila Settecento Venti Sette) secondo il Calendario ebraico, i soldati dell’Esercito di Israele, discendenti di quegli stessi Tannaiti, discendenti degli Esuli di Babilonia, di Roma e di Spagna, aprirono una breccia alle porte di Gerusalemme, ed entrarono nella città vecchia, restituendola ai legittimi proprietari.

“Perciò rise il padre”, dice Alterman nella sua poesia “Ayelet”; perciò rise Rabbi Akiva, perché nella storia dei popoli del mondo non c'è una storia simile a questa, e ogni tentativo di spiegarla con gli strumenti della logica, volta dopo volta, finisce per infrangersi. “Quel sorriso rimase un enigma”.

Quel sorriso è stato il segreto della nostra forza nelle varie diaspore. Anche nelle situazioni più difficili. Solo in virtù di Gerusalemme, il Sionismo nelle ultime generazioni è potuto riuscire a motivare l’enorme rivoluzione che abbiamo vissuto.
Sion ha sempre chiesto la pace dei suoi prigionieri, che le hanno serbato fedeltà. Non esiste Sionismo senza Sion. Le difficoltà storiche e politiche, non sono motivo di disperazione, mai sia! Richiedono invece pazienza e fede.

5. Non per niente i nostri saggi hanno determinato nel Talmud “E l’eternità è Gerusalemme”. Noi abbiamo fatto di Gerusalemme ciò che è oggi, l’abbiamo santificata e ne abbiamo fatto la capitale del regno d’Israele: “Città in cui Davide si stabilì”, circa tremila anni fa: la Città di Davide, il centro religioso, culturale, politico e spirituale del Regno di Israele.

Qui, i profeti di Israele hanno annunciato giustizia e redenzione al mondo intero. Soltanto sulla base di quanto creato da noi, sono poi venute altre nazioni e religioni a reclamarne una parte.

È vero, Gerusalemme ha luoghi sacri per le tre religioni, ma soltanto sotto la sovranità israeliana della città, vi è stata preservata la libertà di culto per tutti. Ma come città madre, essa è consacrata al popolo ebraico.

Per questo, ogni discorso su una sua ri-divisione o internazionalizzazione, è “Come pulviscolo che si muove nell’aria, e come un sogno che svanisce”. Non è possibile estirpare a un popolo antico e vivo il suo cuore storico, culturale, politico e spirituale.

6. Due anni fa siamo riusciti a ottenere il riconoscimento di Gerusalemme da parte degli Stati Uniti, che hanno anche compiuto un atto concreto, spostando la loro ambasciata nella nostra capitale.

Il mio sogno, per cui prego, è che, nell’arco del mio mandato di ambasciatore in Italia, possiamo riuscire a vedere il trasferimento anche dell’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme. Sarebbe una commovente e storica chiusura di un cerchio rimasto aperto per duemila anni.

Il profeta Isaia, un uomo di Gerusalemme nell’ottavo secolo a.C. (prima dell’Era Volgare, ci indica che cosa dobbiamo fare: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non resterò inerte, finché non sorga come astro la sua giustizia, e la sua salvezza non risplenda come lampada” (Is 62,1).

Buon “Giorno di Gerusalemme”!
Dror Eydar
Ambasciatore d'Israele in Italia
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