Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:14 am

Colonia: in nome del multiculturalismo abbiamo sorvolato sulla violenza contro le donne
Pubblicato: 09/01/2016
Monica Frassoni
Co-Presidente del Partito Verde Europeo

http://www.huffingtonpost.it/monica-fra ... 45616.html


Gentile Annunziata, nel suo ultimo articolo sull'Huffington Post Lei sollecita le donne impegnate in politica a prendere la parola e pronunciarsi su quanto avvenuto in Germania (e non solo) e sul tema dell'integrazione di culture come quella islamica nei nostri paesi. Dalla mia postazione di co-Presidente di un partito europeo, quello dei Verdi, vorrei a questo proposito dire tre cose.

La prima è che mi pare che non dovremmo considerare quanto avvenuto a Colonia e in altri luoghi come un elemento derivante direttamente ed esclusivamente dall'atteggiamento "musulmano" nei confronti delle donne e fomentare quindi l'idea che sia impossibile la convivenza perché "loro" sono culturalmente incapaci di rispettare le donne, oltre ad avere molti altri difetti imperdonabili.

Non sono mai stata convinta sul tema della lotta di civiltà. Non sono convinta dell'impossibilità di convivenza. Non credo che il tema dei diritti delle donne sia risolto da una parte e ancora totalmente problematico dall'altra. Sono invece convinta che in alcune società e culture, quella lotta per i diritti delle donne che è stata fatta in molti paesi occidentali sia ancora a un livello incompleto e derivi da una pratica e tradizione patriarcale da combattere a prescindere dall'aspetto religioso; pratica che è piuttosto diffusa anche in società non islamiche e che non è totalmente morta neppure da noi. Se no, non si spiegherebbero gli attacchi alle donne, i femminicidi, le discriminazioni sul lavoro, o il fatto che l'Italia è tra i paesi con il tasso più basso di occupazione delle donne in Europa.

E' fuorviante fare pensare all'opinione pubblica che quegli attacchi alle donne a Colonia siano stati fatti da musulmani solo in quanto musulmani e non anche da teppisti e delinquenti ignoranti e vigliacchi, che attaccano le donne anche perché sono più deboli, approfittando della distrazione e incompetenza della polizia locale. Insomma non si tratta solo di luoghi comuni: è vero che non bisogna fare di tutt'erba un fascio ed è vero che di maschilisti è pieno il mondo.

Quindi, io sono in pieno accordo con lo scrittore Musa Okwonga (poeta nato a Londra e di origine ugandese) che sostiene che gli avvenimenti di Colonia devono riportare l'attenzione sul tema dei diritti e del rispetto delle donne, più che sull'identità dei loro assalitori.

La seconda considerazione che vorrei fare è dobbiamo essere ultra-chiari e determinati nel rifiuto di una visione della società multiculturale che interpreta la convivenza con l'accettazione di tutto quello che è proprio ad una comunità, a condizione che la quiete pubblica generale venga rispettata. E' un po' quello che succede nel Regno Unito e quello che è successo per anni qui in Belgio, e non tanto e non solo a Molebeek, periferia di Bruxelles, ma anche ad Anversa, città super-cosmopolita e avanzata nelle Fiandre, che é stata il primo centro della radicalizzazione islamica, espressa da gruppi come Sharia for Belgium.

Insomma, se si tollera che le ragazze possano non fare ginnastica con i ragazzi in nome del rispetto delle tradizioni, se non si entra con determinazione nella discussione sull'universalità dei diritti umani e civici, respingendo l'idea che si tratti di valori occidentali o addirittura "coloniali", se non si combattono pratiche come i matrimoni arrangiati o le mutilazioni genitali, se non si affrontano apertamente temi come il necessario controllo che ci deve essere sugli imam mandati dall'Arabia Saudita (che compra un sacco di armi dai nostri paesi) nelle moschee europee, se non difendiamo senza se e senza ma le libertà che i nostri padri, le nostre madri e nonne hanno ottenuto, allora è evidente che coloro che hanno approfittato della democrazia per diffondere le loro visioni di morte e di esclusione, ci obbligheranno a stare sulla difensiva e a sentirci intrappolati e non rafforzati dai nostri valori di libertà per tutti e tutte. Quindi la discussione non è fra musulmani in generale e noi in generale. Ma tra i difensori dei valori di libertà e democrazia, che sono ovunque, anche tra i nuovi cittadini di origine islamica, e coloro che li rifiutano; purtroppo, e l'ascesa dei movimenti xenofobi e illiberali lo dimostra, anche costoro sono ovunque.

La terza e ultima considerazione riguarda la politica e il modo attraverso queste comunità e cittadini/e possono e devono essere integrati anche nelle nostre democrazie oltre che nelle nostre scuole o nei posti di lavoro. Ed è molto interessante l'esperimento fatto in paesi come la Danimarca o il Belgio di dare il voto alle elezioni locali anche ai residenti non cittadini, che è andato in due direzioni diverse, anzi opposte, che non sono irrilevanti nella spiegazione di fatti come quello dei fratelli di Molebeek.

Da un lato, i partiti maggioritari come i socialisti a Bruxelles, hanno spesso lavorato con i leaders delle comunità che potevano portare pacchetti di voti a prescindere da quello che questi poi facevano e dicevano nelle loro comunità. Ecco perché il sindaco socialista di Molenbeek, al potere da vent'anni prima di essere recentemente sconfitto da un'inedita maggioranza di verdi e liberali, è oggi indicato come il maggiore responsabile di una "deriva" islamista di cui nessuno è parso accorgersi. Dall'altro, si è cercato di integrare e valorizzare coloro che dentro quelle stesse comunità erano e sono fattori di integrazione nella cultura e nella pratica democratica del paese di accoglienza.

Quindi se è vero che da Bruxelles è partita l'organizzazione degli attentati di Parigi, se io stessa che ho vissuto molti anni in un quartiere al 64% di abitanti di origine turca o magrebina e ho visto donne con niqab che non parlavano francese accompagnate da nugoli di bambini e con lo sguardo triste, è anche vero che ho visto la crescita di gruppi di difesa legale delle donne, ragazze dai nomi esotici diventare ministre, deputate, dirigenti di imprese pubbliche e private perfettamente a loro agio con le loro origini culturali e il loro ruolo nella nostra società. (a questo proposito mi permetto di segnalarle il bel discorso di Zakia Khattabi, leader dei verdi belgi, di origine marocchina, in occasione degli attentati di Parigi.

Insomma, non ci sono risposte facili o univoche; ma questo non significa che non si possano trovare soluzioni di convivenza positiva. E di reale progresso sociale e culturale in ogni parte della società, donne e migranti compresi, qualsiasi sia la loro origine e cultura.
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Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:14 am

Colonia, la violenza di genere non è un problema di ordine pubblico
di Eretica | 14 gennaio 2016

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01 ... co/2374723

Colonia. Riassunto delle puntate precedenti. Si era parlato di mille uomini alticci e molesti. La cifra non è confermata. Si era parlato di branchi organizzati. La polizia locale smentisce e chi si intende di bufale parla di un errore di traduzione. Pare che la notizia originaria parlasse di “numerosi immigrati” e non di branchi organizzati. A supporto della versione colonialista è stato fatto girare un video che, per dichiarazione della stessa giornalista tedesca che ne era stata protagonista, in realtà era stato girato al Cairo nel 2012. La storia dei cinquecento stupri nella discoteca di Bielefeld è stata smentita dalla polizia. Non è vero. L’altra storia dei profughi tutti cattivi? Falsa anche quella.

Molte delle persone identificate sono state accusate di furto e lesioni. Tantissime donne sono state derubate. Ci sono molte denunce per molestie ma, per dirla con Brigitte Vassallo, dimostrano solo che la maggior parte di quelle donne hanno denunciato quel che normalmente si subisce. Stupri a parte, gravi e che meritano un ragionamento a parte, quante sono le donne che sopportano uno che ti tocca il culo, ti si strofina contro, ti tocca i seni? Se in Italia, durante la notte di Capodanno, le donne avessero voluto evidenziare l’impossibilità di attraversare lo spazio pubblico senza essere toccate, sono certa che oggi avremmo centinaia di denunce contro uomini italiani.

Tutto questo non vuol dire che i fatti di Colonia non siano gravi, anzi. Lo sono e non serve ingigantire il problema, proporlo in stile emergenziale, come per ogni grave crimine contro le donne, come se certi fenomeni fossero individuabili solo ponendo un grave accento sulla mostritudine di chi lo compie. Chi infligge violenza sulle donne è un mostro? È l’uomo nero? O è una faccenda diffusissima che viene ammessa solo in determinate circostanze e non per il bene delle donne?

Lo scorso anno ricordo che per i femminicidi si usò questo stesso tono. Come se non fosse mai avvenuto prima. Ma c’era un governo che guadagnò consenso sulla pelle delle donne senza tenerle in debita considerazione. Decisero per una legge che tratta la violenza sulle donne come un problema di ordine pubblico, che causerebbe sottrazione di risorse umane al welfare, perché le donne morte non possono compiere lavori di cura. Una legge basata sulla repressione e non sulla prevenzione, con un piano antiviolenza che indica soltanto che del fenomeno non hanno capito nulla.

Lo scorso anno fu un continuo appellarsi alla responsabilità degli uomini, all’impegno dell’uomo, l’eroe, il cavaliere, il paternalista, a controllare e proteggere il corpo delle donne dal mostro laggiù, quello di fuori, ponendo soprattutto l’accento sui delitti contro donne limitate dalla mentalità del fidanzato o del genitore musulmano. Decine di uomini “cristiani” ammazzano le donne ma i titoli dei quotidiani si fermano a mettere in evidenza quel paio di delitti, certamente gravi, per mano di uomini che in nome delle tradizioni lavano l’onore con il sangue di queste donne ribelli.

Quello che è successo a Colonia è diventato il pretesto per l’organizzazione di attacchi squadristi e nazisti contro stranieri che sono stati feriti. È diventato il modo per criminalizzare tutti i rifugiati e per spegnere quell’ondata di buon senso che era stata generata dalla commozione provata quando cominciarono a circolare le foto di bambini annegati mentre tentavano di varcare i confini a partire da altri mondi. La foto del bambino siriano, trovato morto in spiaggia, diventò un simbolo a dimostrare la disumanità di regole decise in Europa. Ma l’apertura della Merkel, il fatto che gli stati sono obbligati a ospitare una quota di profughi, non andò giù a molti. Il malcontento razzista si trasforma in odio, nell’alibi dato a chi vorrebbe ammazzare i profughi uno ad uno.
I fatti di Colonia sono serviti a gente così, razzisti, nazisti, fanatici, che sulla pelle delle donne hanno raccolto un bel bottino sostituendo l’immagine del povero bambino siriano con quella di donne attaccate da branchi di uomini stranieri e famelici.

A chi dice che i paesi del nord europeo sarebbero luoghi di pace e serenità per le donne va detto che da una indagine risulta invece che proprio quei paesi sono quelli in cui le donne subiscono più violenze. Alle donne, tipo Zanardo, che l’altro ieri si è svegliata dicendo che prima di lei il nulla, va detto che noi ne abbiamo discusso, in tante, ma non abbiamo le pagine di Repubblica a sostenere ogni parola offerta. A chi dice che le femministe hanno banalizzato i fatti per paura di apparire razziste, direi che semmai è avvenuto il contrario. Sono le razziste che hanno distorto i fatti, con una disonestà intellettuale formidabile, per paura di apparire troppo femministe.

Una femminista che legge di violenze sulle donne come di fatti di ordine pubblico, con una descrizione delle vittime che le fa apparire passive, donne infanti, alle quali solo l’uomo può offrire aiuto, producendo un purplewashing, come lo chiama Brigitte Vassallo e un backlash gender, un ritorno alla cultura patriarcale, per quel che mi riguarda non è così tanto femminista. Ma di interventi colonialisti, infarciti di cattiva comunicazione e di disinformazione, ne abbiamo letti tanti. Per esempio, Wu Ming risponde punto per punto a quel che ha scritto Maurizio Molinari su La Stampa e Dacia Maraini sul Corriere della Sera. Prima ancora avevamo criticato quel che aveva scritto, e poi ribadito in alcune interviste in tv, Lucia Annunziata.

Infine ci sono le donne. Le femministe tedesche che sono scese in piazza subito, con cartelli in cui era scritto: “sessisti, razzisti, siete stronzi dappertutto!”, oppure “No sessismo, no razzismo”, perché ne hanno, ne abbiamo abbastanza di essere usate per legittimare tutto, razzismo incluso, meno che le soluzioni che chiediamo per salvarci da sole.

Quello che è successo a Colonia, come ci ricordano tante ragazze che testimoniano il proprio punto di vista, non è nulla di eccezionale, non perché non sia importante, ma perché avviene sempre, per mano di chiunque, e non serve essere “stranieri” per essere maschilisti. Così, per dire: chi fino a ieri mi scriveva che mi piace il pene islamico (?!?), oggi pratica militanza in web contro le unioni civili, le famiglie omogenitoriali, le stepchildadoption. Chi ieri diceva che era contro la violenza sulle donne, oggi torna a parlare di corpi delle donne come di luoghi appartenenti a chi ordina se e quando partorire e di non abortire. Infine chi ieri era assolutamente certo di quel che è avvenuto a Colonia, oggi torna a discutere di violenze sulle donne e stupri non ammettendo che il problema esiste e che le donne non è affatto vero che inventino sempre prima di fare una denuncia.

Chi siete voi, allora? Antisessisti con mille contraddizioni o lucidi razzisti e sessisti che non hanno alcuno scrupolo mentre ci usate per chiedere la chiusura delle frontiere europee, in nostro nome? Quante volte ancora dovremo leggere del problema della violenza sulle donne come fenomeno che sta in secondo piano rispetto a tutto? Se le donne hanno subito violenza perché si parla di immigrati e leggi razziste? Se le donne subiscono violenza perché si sposta l’attenzione su altre cose?

Tornando alla notte di Capodanno allora possiamo sintetizzare così la faccenda. Durante quella notte molti uomini hanno molestato, ovunque, le donne alle quali non è permesso divertirsi senza dover temere di essere molestate o stuprate. Questo non è un problema di ordine pubblico e non dipende neppure dall’etnia di chi molesta e stupra. Questo è un problema culturale che attiene alla maniera in cui le donne sono considerate. Oggetti di desiderio e non soggetti. Oggetti sessuali e non soggetti il cui consenso deve essere preso in considerazione. Si tratta di un problema culturale che le donne vivono fuori e soprattutto dentro casa. Le donne subiscono violenza in casa, o per mano di persone conosciute, nella misura di un 90% circa. Tutto ciò non si risolve con la cacciata dei migranti, altrimenti dovremmo espellere certamente più europei di quanti immaginiamo, inclusi molti italiani. Non si risolve con i cortei di chi parla di “nostre donne”, esattamente come dicevano i fascisti un tempo. Non si risolve con leggi emergenziali ma con un attento lavoro culturale che deve riguardare tutto e tutti.

Cominciamo da qui: violenza di genere è? Sessismo è?
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:14 am

Fatti di Colonia: la violenza contro le donne non è una questione di religione
di Pressenza - International Press Agency (sito)
lunedì 11 gennaio 2016
di Anna Polo

http://www.agoravox.it/Fatti-di-Colonia ... ontro.html
http://www.pressenza.com/it/2016/01/la- ... -religione

L’estrema destra razzista tedesca rappresentata da Pegida (“Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”) ha approfittato rapidamente del coinvolgimento di immigrati e richiedenti asilo nelle violenze contro le donne scatenate a Colonia la notte di Capodanno per intensificare la sua crociata anti-islamica. Slogan razzisti e sbrigativi, che definivano stupratori tutti gli immigrati e chiedevano la cacciata dei profughi arrivati in Germania in fuga dalla guerra in Siria, Iraq e Afghanistan hanno risuonato nel raduno organizzato sabato e presto disperso con gli idranti dalla polizia dopo il lancio di bottiglie e petardi.

A dar man forte ai razzisti tedeschi c’era Tommy Robinson, ex leader dell’organizzazione britannica di estrema destra English Defence League, che ha suscitato grandi applausi sostenendo che “l’Islam è un cancro e Pegida è la cura” e che “Dio ci ha dato il diritto e il dovere di proteggere le nostre donne. E’ quello che fanno gli uomini”.

E qui sta una delle chiavi per capire il significato dei fatti di Capodanno. I giovani arabi accusati di molestie e violenze provengono spesso da società fortemente patriarcali, che considerano le donne prede facili a disposizione degli uomini. Un atteggiamento alla fine non molto diverso dall’arroganza di Robinson, che si auto-proclama difensore delle donne per diritto divino, ma certo non rispetta la loro individualità e libertà di scelta. E che dire dei poliziotti che non hanno fatto molto per fermare le aggressioni e all’inizio si sono limitati ad ammonire le donne, suggerendo loro di “stare alla larga dagli uomini”?

E’ evidente a questo punto che la religione non c’entra niente con le violenze scatenate la notte di Capodanno. Il comune denominatore tra giovani molestatori, razzisti europei e poliziotti incompetenti e distratti è in realtà l’insofferenza verso donne che volevano godersi una serata di festa senza dover contare per forza sulla protezione maschile. E accusare in blocco l’Islam per il comportamento criminale di un’infima minoranza di violenti è una generalizzazione rozza e semplicistica, che nessuno si sognerebbe di fare se gli aggressori fossero stati cristiani. E magari alcuni di loro lo erano davvero, data la difficoltà di individuare i colpevoli “a cose fatte”.

Per fortuna oltre al raduno di Pegida sabato a Colonia si sono svolte altre due manifestazioni: la prima era un flashmob di donne sulla scalinata della cattedrale, per chiedere la punizione dei colpevoli delle violenze di Capodanno e un maggior rispetto per le donne in generale (anche in occasione di eventi come l’Oktoberfest e in famiglia) e la seconda un raduno anti-fascista, a cui si sono unite molte partecipanti al flashmob, che ribadiva il benvenuto ai profughi e denunciava la strumentalizzazione dell’accaduto operata dall’estrema destra neo-nazista a favore della sua crociata anti-islamica.

E’ indubbio che l’ondata di profughi arrivata in Europa – e che certo continuerà ad arrivare – rappresenti una sfida rispetto all’integrazione e all’accettazione della diversità, ma è altrettanto chiaro che gli slogan razzisti, le rozze generalizzazioni e la ricerca del colpevole a tutti i costi sono solo scorciatoie pericolose, che rimandano a un’inquietante passato. Non a caso molti dei manifestanti di Colonia gridavano “No al nazismo!”.



I fatti di Colonia e la cultura dello stupro: in Germania è sempre esistita
di Pleo
lunedì 11 gennaio 2016

http://www.agoravox.it/I-fatti-di-Colon ... ltura.html

Un interessante articolo sui fatti di Colonia apparso su Vice Italia.

Dopo i fatti di Colonia della notte di San Silvestro si parla ovunque di "rape culture", "cultura dello stupro".

Un articolo di Vice Germania, tradotto da Vice Italia, porta un punto di vista interessante sulla "rape culture", raccontandola come una realtà che esiste in Germania a sé, senza bisogno di essere importata.

Da questo punto di vista i due giornalisti autori del pezzo, Stefanie Lohaus e Anne Wizorek, riportano l'esempio dell''Oktoberfest, uno degli eventi più famosi del folklore tedesco.

"Il solo tragitto verso il bagno diventa una sfida. Uomini sconosciuti che cercano di abbracciarti, pacche sul sedere, tentativi di alzarti la gonna e una pinta versata di proposito nella scollatura sono il bilancio di soli 30 metri," scrivevano Karoline Beisel e Beate Wild nel 2011 sulla Suddeutschen Zeitung. E continuavano, "Se reagisci in modo scontroso, ti danno della 'troia' o peggio." In media a ogni Oktoberfest vengono denunciati dieci stupri—e si dice che quelli non denunciati arrivino anche a 200.

Come si reagiva a questi eventi? Se ne è mai fatta una questione culturale?

Uno studio del 2004, riporta Vice, dice che in Germania solo in quell'anno le donne vittime di molestie sono state 13mila, mentre il 13% delle donne dice di essere stata vittima, nella sua vita, di questo tipo di episodio. La cosa più "scandalosa", dicono Stefanie Lohaus e Anne Wizorek, è che solo tra il 5 e l'8% delle donne hanno denunciato queste violenze.

l trattamento della stampa e il dibattito sugli eventi a Colonia hanno messo in chiaro che la Germania ha ancora problemi di sessismo e razzismo. Sta a noi fare in modo che queste tendenze non trovino pane per i loro denti. Bisogna prendere le distanze dalla rape culture e mirare al rispetto reciproco. E questo vale per tutti: ogni singola aggressione sessuale è di troppo, indipendentemente da chi la commette.

Vi consiglio di leggere l'articolo per intero a questo link.




In Germania la cultura dello stupro non è stata importata: è sempre esistita
Di Stefanie Lohaus e Anne Wizorek
gennaio 7, 2016

http://www.vice.com/it/read/aggressione ... odanno-639

Il capodanno a Colonia, nella piazza tra il Duomo e la stazione. Screenshot via YouTube
Durante la notte di Capodanno nella zona tra la stazione e il duomo di Colonia, in Germania, decine di donne sono state aggredite e molestate. Visto tutto quello che si è scritto in queste ore, e senza voler sminuire la gravità dei fatti, abbiamo deciso di tradurre un articolo uscito su VICE Germania in cui l'episodio viene inserito in un contesto più ampio. L'articolo è qui riproposto in versione editata.
I fatti di Colonia lasciano tutti senza parole, questo è certo. Ma in Germania le persone più consapevoli sono già da tempo furiose per la diffusione della cosiddetta cultura dello stupro. Parlare della violenza di Capodanno come di un evento singolare in una Germania altrimenti "buona" è una cosa assurda, forse una delle più esagerate che sia stata riportata in merito alla faccenda. Improvvisamente tutti parlano di rape culture—intendendola come un fenomeno che viene da altri paesi, perché tutti i testimoni sentiti dalla polizia hanno parlato di uomini che sembravano "arabi" o "nordafricani", insomma non uomini bianchi. Il sindacato della polizia tedesca ha dichiarato che è "improbabile" riuscire a dimostrare reati "individuali e in termini concreti," e che è perciò incerto se "nel caso delle aggressioni di Colonia si possa arrivare anche solo a una condanna."
Che la società e le istituzioni non siano in grado di proteggere le vittime e individuare i colpevoli non è una novità, e non dipende certo dal fatto che in Germania la rape culture—ovvero la diffusione e la tolleranza all'interno della società della violenza sessuale—non sia già radicata: in effetti, la rape culture esiste da tempo in Germania.
A ogni grande evento come l'Oktoberfest, violenze sessuali e stupri non mancano: "Il solo tragitto verso il bagno diventa una sfida. Uomini sconosciuti che cercano di abbracciarti, pacche sul sedere, tentativi di alzarti la gonna e una pinta versata di proposito nella scollatura sono il bilancio di soli 30 metri," scrivevano Karoline Beisel e Beate Wild nel 2011 sulla Suddeutschen Zeitung. E continuavano, "Se reagisci in modo scontroso, ti danno della 'troia' o peggio." In media a ogni Oktoberfest vengono denunciati dieci stupri—e si dice che quelli non denunciati arrivino anche a 200.
Insulti, molestie sui mezzi pubblici, pedinamenti fino alla porta di casa, stupri da parte di amici di famiglia o la polizia che non crede a chi li denuncia: con l'hashtag #aufschrei [traducibile come "urlo"] moltissime persone hanno condiviso le proprie esperienze. Ma cosa rispondeva allora la destra conservatrice? Che erano solo uomini un po' impediti e incompresi che tentavano l'approccio e che le donne non dovevano prendersela così tanto—anzi, dovevano prenderlo come un complimento.
L'hashtag #aufschrei non è stato solo una risposta all'articolo uscito sulla rivista Stern sul modo sessista in cui il politico Rainer Brüderle aveva trattato una giornalista. Era una campagna di denuncia del sessismo nel quotidiano e delle molestie sessuali. Era una liberazione, l'opportunità di parlare finalmente di cose che altrimenti sono tabù, o che addirittura stanno diventando la normalità. Molti hanno sostenuto che #aufschrei fosse un attacco diretto al politico, mentre è proprio quello che dovremmo fare tutti i giorni: far sentire sempre la nostra voce contro il sessismo, le violenze sessuali quotidiane, e sul fatto che abbiamo un problema radicato di cui ci ostiniamo a non parlare.
LA SITUAZIONE IN GERMANIA
L'hashtag non fa che confermare quanto dicono le statistiche. Secondo uno studio, nel 2004 10mila donne tedesche sono state vittime di molestie e il 13 percento delle donne, ad oggi, ha vissuto un'esperienza di questo tipo. E cosa ancora più scandalosa: solo tra il cinque e l'otto percento di queste donne hanno denunciato i fatti alla polizia. Ciò significa che il 95 percento delle donne che subiscono violenze non sporgono denuncia. Ma non è una scelta di pudore; le vittime vanno incontro a rischi seri nel momento in cui denunciano i fatti. Spesso vengono accusate di essere delle bugiarde. È una dinamica piuttosto evidente, dato che nell'87 percento dei casi i processi si risolvono con un'assoluzione.
Il motivo risiede nell'articolo 177 del codice penale, per cui per pronunciare una condanna bisogna prendere in considerazione anche il comportamento della vittima. Affinché il colpevole sia condannato, la vittima deve provare di aver opposto resistenza. Uno schema assurdo, basato su idee perverse del come e del perché si possa esercitare violenza. Così, la paralisi causata dallo shock può diventare il motivo per cui una condanna non viene emessa. Per capire quanto sia ridicolo, basta immaginare questa legge applicata al furto. "Siamo spiacenti, non hai stretto abbastanza la borsa, è colpa tua." La proposta del sindaco di Colonia Henriette Reker che le donne debbano tenersi a un braccio di distanza dagli sconosciuti è un po' la stessa cosa.
"Ovviamente anche Colonia merita un #aufschrei. Ma non da parte di voi pseudorazziste che ve ne siete impossessate." Screenshot via Twitter
L'articolo 177 è frutto di una concezione sbagliata di come avviene uno stupro, di cosa è il sesso e di come si comporta una vittima "vera". Sono articoli come questo che permettono ai colpevoli di farla franca. Al di là del loro colore della pelle o religione. Vedremo, dopo gli avvenimenti di Colonia, se la sessualità delle donne verrà trattata almeno alla pari degli oggetti rubati in alcune di queste aggressioni. Delle più di 120 denunce, circa il 75 percento ha a che fare con "reati sessuali". E secondo Zeit Online almeno due sarebbero i casi di stupro accertato.
COSA FARE
La violenza sessuale è presente a tutti i livelli, può avvenire in ogni momento e in ogni luogo e può riguardare entrambi i sessi. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di donne. Non si tratta di relativizzare i terribili fatti di Capodanno. Per parlare dei singoli fatti bisogna prendere in considerazione la rape culture in toto. E per farlo bisogna anche smettere di usare termini come "aggressioni sessuali" o "sex mob". Lo stupro non ha mai nulla a che vedere col sesso. Termini come questi mascherano la violenza e l'abuso di un potere, spesso fisico. È importante che lo riconosciamo come un problema di tutti, indipendentemente da etnia e religione.
Nessuno nega che anche uomini di fede musulmana commettano reati simili. Ma fare finta che siano gli unici a farlo e che anzi il loro background culturale li istighi a farlo, mentre ai tedeschi che li commettono si cercano scuse e scappatoie sicuramente non risolve il problema. Ma le soluzioni? Anzitutto non dobbiamo dare la possibilità ai partiti di estrema destra di appropriarsi dei fatti.
Serve rendere migliori i servizi di accoglienza e cura per le donne, e più efficienti i numeri per le emergenze per le vittime di violenza. Senza risorse sufficienti, e con accuse di essere solo delle isteriche che odiano gli uomini, le volontarie di questi servizi si trovano spesso abbandonate dalle istituzioni. Eppure sono strutture fondamentali, e in seguito a questa storia dovremmo capire che vanno sostenute. Così come devono essere sostenuti i servizi psicologici per le vittime di abusi.
Anche l'atteggiamento della polizia deve cambiare; per esempio quanto avviene ogni anno all'Oktoberfest deve essere condannato. E da rivedere è sicuramente l'articolo 177. Il primo agosto 2014 è entrata in vigore la Convenzione del Consiglio europeo sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica—o Convenzione di Istanbul. La Germania non ha ratificato questa legge, per vari motivi.
Il trattamento della stampa e il dibattito sugli eventi a Colonia hanno messo in chiaro che la Germania ha ancora problemi di sessismo e razzismo. Sta a noi fare in modo che queste tendenze non trovino pane per i loro denti. Bisogna prendere le distanze dalla rape culture e mirare al rispetto reciproco. E questo vale per tutti: ogni singola aggressione sessuale è di troppo, indipendentemente da chi la commette.
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:15 am

Per la Mogherini non possiamo condannare l'islam perché le donne subiscono violenze anche dai non musulmani
di Magdi Cristiano Allam 13/01/2016

http://www.magdicristianoallam.it/buong ... lmani.html

Cari amici, Federica Mogherini, esponente del Pd elevata alla carica tanto altisonante quanto inutile di Alto Rappresentante per la Politica Estera e della Sicurezza dell'Unione Europea, dice che non possiamo condannare l'islam per l'aggressione sessuale di massa verificatasi nella notte di Capodanno perché le donne sono vittime di violenze anche da parte degli europei non musulmani.

Queste le sue parole in un'intervista al quotidiano La Repubblica: “La violenza sulle donne non è un fenomeno nato a Colonia il 31 dicembre. Vorrei ricordare che la violenza sulle donne fa una vittima al giorno anche in Paesi dell'Unione europea. La condanna per la violenza sulle donne a Colonia è totale. Ma non esiste una singola cultura cui si possa attribuire questo fenomeno".

Possibile che all'autorità suprema in materia di sicurezza dell'Unione Europea sfugga la differenza tra una mobilitazione di migliaia di islamici che all'unisono, sulla base della parola d'ordine “taharrush gamai”, aggressione sessuale di massa, violentano migliaia di donne contemporaneamente in varie città della Germania, in Austria, Svezia, Finlandia e Svizzera, e tra vicende individuali di violenza sulle donne? È ovvio che bisogna condannare tutte le violenze, ma è altrettanto ovvio che non possiamo mettere sullo stesso piano un atto di guerra promosso da una moltitudine, ispirati da una religione che legittima la violenza contro le donne, con singoli aggressioni che hanno motivazioni diverse anche se comunque deprecabili.

Cari amici, la Mogherini ci conferma che chi è preposto al governo di questa Eurocrazia, che è una dittatura finanziaria e relativista che ci sta impoverendo e opprimendo, ha l'ordine tassativo di non condannare l'islam, di assolvere sempre e comunque l'islam, anche a dispetto dell'evidenza e soprattutto delle atrocità patite da migliaia di donne violentate da criminali islamici all'interno stesso di casa nostra. È ora di ribellarci e di obbligarli a guardare in faccia alla realtà dell'islam.
È ora che si assumano i provvedimenti adeguati per liberarci sia della dittatura dell'Eurocrazia sia della tirannia islamica. Andiamo avanti. Insieme ce la faremo!

Magdi a te ghè dito ben!
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:47 am

Gli islamici d'Italia "giustificano" Colonia: "Rispettiamo solo donne velate"
I musulmani d'Italia, intervistati sui fatti di Colonia, scaricano le colpe delle violenze degli uomini sul vestiario delle donne
Claudio Cartaldo - Gio, 14/01/2016
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... ok+Interna

"Il velo è una protezione, la donna viene rispettata solo se coperta". Anche gli islamici italiani "giustificano" le azioni degli stupratori della notte di capodanno.

E lo fanno confermando che la donna deve essere rispettata solo se si copre interamente, se "non fa vedere le sue forme". Se si mette in mostra, invece, per i musulmani italiani è "normale" che rischi di essere stuprata.

Le parole degli islamici intervistati da La Gabbia dimostrano che il problema del rapporto islam-donna non si ferma a Colonia. Non si ferma in Germania. Ma è un male ben radicato anche in Italia, dove nelle moschee delle periferie italiane è forte un pensiero che vede nella donna un oggetto, che considera la minigonna e i tacchi una sorta di "invito" all'uomo a metterle le mani addosso.

L'inviata de La7 ha girato molte moschee della periferia di Milano, vestita all'Occidentale. C'è chi l'ha cacciata perché "provocante". C'è l'imam di viale Jenner che si rifiuta di commentare. Alla moschea di Cascinagobba, invece, i fedeli musulmani fanno finta di non sapere nulla di quanto successo a Colonia. Possibile? Difficile poter rispondere "non ne so niente". Qualcun'altro invece afferma: "Ho letto qualche titolo di giornale, ma non riesco a capire cosa è successo". E forse non riesce a capire nel senso che non comprende perché si sia sollevato così tanto sdegno per una azione che - da quello che dicono - viene considerata come "normale" e giustificata. "Nel momento in cui io vedo una bella donna andare in giro così...", afferma un islamico lasciando intendere che probabilmente le metterebbe le mani addosso. "A me piace vestirmi così", risponde la giornalista. E l'uomo insiste: "Così rischi qualcosa di più che farti notare". "Se ti copri - conclude - previeni questo rischio".

Ecco. Questo è il problema dell'islam con le donne. Il problema non è chi le aggredisce e le violenta, ma il loro che non si sono coperte a sufficienza. Sono le donne le responsabili degli eccessi degli uomini e delle possibili molestie nei loro confronti.

Nel centro islamico del centro di Milano, invece, il resposabile dice che la donna non dovrebbe "nemmeno mettere il profumo". "Quando una donna va con la minigonna cosa dimostra? - si chiede l'imam - Dimostra che vuole essere guardata. Deve mettere un vestito che non fa vedere agli uomini la sua forma. Non deve far vedere che ci sono delle tette, delle chiappe e delle anche".

Basta una frase per capire da dove nascano le violenze di Colonia: "Se passa una donna con la minigonna - dice l'imam - e poi la segue una donna musulmana coperta, va rispettata solo quella con il velo. E può succedere che un uomo usi violenza su quella scoperta". Anche alla moschea di viale Jenner le risposte non cambiano: "Rispettiamo solo le donne velate". Poi si parla di integrazione.


Da parar via da ła nostra tera!
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:47 am

Ivan Jurcevic, l'eroe che ha salvato le donne di Colonia

Il racconto dell'ex campione di kickboxing: "Il capetto del gruppo mi ha puntato il dito contro e mi ha detto che sarebbe tornato per uccidermi"
Andrea Riva - Mer, 13/01/2016 - 09:32

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/iva ... 12940.html

Ivan Jurcevic è stato subito ribattezzato "l'eroe di Colonia" perché, durante la notte di san Silvestro, è riuscito a salvare almeno tre donne dalla violenza degli immigrati.

Chi è Ivan Jurcevic

Oltre 130 chili di muscoli e un passato da campione di kickboxing, Jurcevic ha raccontato al DailyMail: "C'erano quattro giovani, sui vent'anni, che parlavano in lingua araba. Mi hanno detto di non interferire e che le ragazze erano di 'loro proprietà'. Le ragazze indossavano jeans e cappotti, nulla di provocante. Ho detto loro: 'Nascondetevi dietro di me'. Poi il membro più feroce della gang si è scagliato contro di me con una bottiglia così gli ho dato un calcio al petto e l'ho fatto volare. Un alto è venuto contro di me, gli ho tirato uno schiaffo in faccia e anche lui è volato in aria. Il capetto del gruppo mi ha puntato il dito contro e mi ha detto che sarebbe tornato per uccidermi".

Jurcevic si trovava sulla soglia dell'hotel Excelsior, vicino alla piazza della cattedrale: "Quando le ospiti dell'albergo uscivano a fumare venivano assalite da questi uomini di origine araba".
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:47 am

Integrare senza sensi di colpa di Ernesto Galli della Loggia
http://www.corriere.it/editoriali/16_ge ... 65bb.shtml

Quando da molte parti s’invoca verso gli immigrati una politica volta all’integrazione, di che cosa parliamo in realtà? Che cosa intendiamo esattamente? E per cominciare: in che cosa pensiamo che gli immigrati debbano integrarsi? Lo ha detto chiaramente l’altro ieri la cancelliera Angela Merkel: vogliamo che gli immigrati assorbano «i fondamenti culturali del nostro vivere insieme», che essi s’integrino, cioè, nel sistema di valori, di regole e di comportamenti socialmente ammessi che vigono da noi. Ma cos’altro rappresenta tutto questo, mi chiedo,
se non una cultura, nel caso specifico la nostra cultura? L’integrazione, insomma, è integrazione in una cultura, l’adozione di fatto (volontaria o involontaria non importa) dei suoi tratti caratteristici di fondo, della sua visione del mondo. O è questo, o semplicemente non è.
Ma se le cose stanno così bisogna allora rendersi conto delle conseguenze che ne derivano. In particolare del fatto che un tale progetto d’integrazione è radicalmente contraddittorio, per non dire incompatibile, con l’idea e la prassi del multiculturalismo. Quel multiculturalismo che invece in Occidente moltissimi ancora considerano la linea guida da seguire nel rapporto con l’immigrazione: anche perché espressione del «politicamente corretto».
Questo multiculturalismo all’insegna del «politicamente corretto» è alimentato da decenni dal pregiudizio che la nostra civiltà si sarebbe macchiata di misfatti di qualità e quantità superiori a tutte le altre, e quindi si sente in dovere della più esasperata attenzione verso ogni minoranza o gruppo non occidentale, percepito per definizione come potenziale vittima di soprusi. Esso non solo può essere protagonista di episodi di ridicolaggine assoluta (ma significativa), di cui di recente hanno dato notizia i giornali, come la protesta del campus dell’Università di Yale contro l’intitolazione di un edificio al presidente americano Wilson perché a suo tempo «favorevole alla supremazia bianca», ovvero come la protesta sempre di un gruppo di studenti dell’Ohio, mobilitatisi in grande stile contro l’indebita «appropriazione culturale» di cui si sarebbe macchiata la caffetteria del loro college preparando dei piatti etnici ma scostandosi dalla loro preparazione tradizionale. Esso ha avuto sicuramente una parte non piccola anche nel comportamento timido fino all’omissione della polizia di Colonia la notte dell’ultimo dell’anno, così come dell’occultamento per giorni della notizia di quei fatti da parte dei media tedeschi, o delle infelici, ridicole, dichiarazioni del sindaco della città.
Il multiculturalismo consiste nell’idea che in una società possano / debbano convivere senza problemi culture diverse. Anche molto diverse. Il guaio è che la cultura non è come un cappotto, che uno può infilarsi o sfilarsi a piacere. Quando se ne possiede una, e si ha intenzione di mantenerla, è molto difficile, pressoché impossibile, adottarne insieme un’altra. Se si crede in certi valori, è difficilissimo farne propri allo stesso tempo anche altri. Se per esempio è radicata dentro di me una certa idea dell’altro sesso e dei rapporti tra i due, una certa idea del rapporto tra la religione e lo Stato, una certa idea del mio passato storico, del suo significato e del suo rapporto con quello altrui, e se, come è ovvio, da ognuna di queste idee discendono comportamenti conseguenti, come potrò mai integrarmi davvero in un’altra cultura? Come potrò mai essere in certo senso due persone diverse contemporaneamente?
Non a caso una società realmente multiculturale - che non è quella che ci fanno vedere nei film dove tutti contenti mangiamo insieme il cous cous o indossiamo una pittoresca djellaba , ma è caratterizzata da una molteplicità paritaria di culture - questa società non esiste in alcun luogo del pianeta. In ogni società vi è una cultura dominante, cioè quella che determina il quadro delle regole generali. Regole che - va sottolineato con forza - anche nel caso delle attuali società democratiche, direi anzi soprattutto in queste, non sono mai neutre, quindi condivisibili (e perciò osservabili) da tutti senza problemi. Esse, invece, rappresentano e tutelano sempre determinati modelli di vita, determinati valori, frutto di una determinata storia, specialmente religiosa. Bisogna quindi avere il coraggio di dirlo e soprattutto di farlo capire a chi viene tra noi, non nascondendo che ciò vale soprattutto per coloro che provengono dal mondo islamico. Per gli immigrati integrarsi implica necessariamente la rinuncia a una parte più o meno importante della propria cultura. Perlomeno significa accettare che l’ambito d’influenza di essa - per esempio di alcuni modi tradizionali d’intendere la propria fede religiosa - incontri dei limiti più o meno significativi.
Abbiamo il dovere di offrire agli immigrati protezione e opportunità, eguaglianza e godimento dei diritti. Dobbiamo facilitarne l’ingresso nel mondo del lavoro (anche magari con percorsi di favore), soprattutto garantendoli dallo sfruttamento di padroni e imprenditori senza scrupoli (ciò che facciamo poco e male). In parecchi casi non dobbiamo esitare a concedere anche la nazionalità. Ma non dobbiamo esitare a chiedere, e se necessario a imporre - anche grazie a nuove disposizioni, a eventuali nuovi e più penetranti poteri ai servizi sociali o alle autorità di polizia locale e non - alcune regole. Che per esempio dopo un certo periodo di tempo per ottenere il permesso di soggiorno sia necessario dimostrare il possesso della lingua italiana. Che la predicazione nei luoghi di culto non debba avere carattere politico. Che all’interno dei nuclei familiari le mogli debbano avere accesso alla lingua italiana e godere piena libertà di movimento (ciò che oggi in un gran numero di casi non avviene). Che l’obbligo scolastico dei minori sia rigorosamente osservato per entrambi i sessi. Che le adolescenti non siano rispedite nei Paesi d’origine per contrarre matrimoni combinati (come invece è attualmente frequente).
Sono solo pochi esempi di un genere di questioni e di problemi che le classi politiche del nostro continente devono affrontare subito con la massima decisione e lungimiranza. Se finora l’Unione Europea ha fatto poco o nulla in questo ambito, il governo italiano ci pensi da solo. Abbia immaginazione e fermezza, soprattutto non abbia paura di avere coraggio: da ogni punto di vita non ha che da guadagnarci.
10 gennaio 2016
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mar gen 12, 2016 7:48 am

L’offensiva dei troppo «corretti »
Il presepe di Madrid, con i Re Magi donna, ultimo esempio di una deriva discutibile
di Paolo Mieli
4 gennaio 2016
http://www.corriere.it/editoriali/16_ge ... 9159.shtml


La Spagna, che (sia detto per inciso) non è ancora riuscita a darsi un governo, tra due giorni sarà politicamente compensata da una straordinaria novità. La sindaca di Madrid, Manuela Carmena, eletta a maggio con l’appoggio di Podemos - reduce dall’aver vinto battaglie per il ridimensionamento del presepe nel Palacio de Cibeles e per la celebrazione del Natale multietnico con tamburi africani, poesia serba e musica palestinese - ha ottenuto che la sera del 5 gennaio debuttino i Re Magi donna. Come Conchita Wurst o Annie Girardot nel celeberrimo film di Marco Ferreri, Gaspare e Melchiorre saranno - nelle sfilate di Puente de Vallecas e Sans Blas-Canillejas - reinas magas con tanto di barba (Baldassarre no, perché è nero e farlo impersonare da una donna barbuta deve essere sembrato eccessivo). La sindaca madrilena gioisce in questi primi giorni del 2016 per i suoi personali trionfi che ne fanno un’eroina della guerra mondiale combattuta sotto le insegne del «politicamente corretto».
Già, perché in Spagna il presepe non viene soppresso per andare incontro a bambini di altre religioni (i quali, peraltro, né direttamente, né attraverso madri e padri, hanno mai chiesto di adottare questo tipo di misure). A Madrid non c’è motivo perché, come è accaduto da noi, un Matteo Salvini si presenti con mantello e turbante all’asilo di sua figlia: Cristianesimo e Islam non c’entrano; Manuela Carmena si è spesa esclusivamente per un’Epifania che contemplasse «un rapporto più equilibrato tra uomini e donne».
Va riconosciuto che da questo momento per il resto d’Europa (e del mondo intero) sarà arduo competere con questa apoteosi madrilena della correttezza politica. Certo, in anni recenti, altrove abbiamo assistito ad altri trionfi di questa inarrestabile offensiva: sono finiti sotto processo libretti di opere di Mozart, testi di Dante Alighieri, William Shakespeare, Herman Melville, Joseph Conrad. Il capitano Achab è stato messo all’indice in alcune università statunitensi perché «portatore di un atteggiamento sconveniente nei confronti delle balene». Lo scrittore nigeriano Chinua Achebe ha proposto la messa al bando di «Cuore di tenebra» in quanto «sprezzante nei confronti degli africani». La Columbia University ha aperto un contenzioso su Ovidio e sul «contenuto troppo violento» delle sue «Metamorfosi» che peraltro conterrebbero «scene erotiche tali da provocare traumi nei giovani lettori». Francis Scott Fitzgerald ha avuto, per così dire, seri problemi all’ateneo di Yale dove agli studenti è stato vietato di indossare una maglietta con una frase dell’autore del «Grande Gatsby» («Penso a tutti gli uomini di Harvard come a delle femminucce») considerata alla stregua di un «insulto omofobo». Ian McEwan ha denunciato inorridito le minacce subite dal poeta Craig Rane per alcuni versi sulle fantasie erotiche di un vecchio. Persino Andrea Camilleri ha avuto i suoi guai allorché la commissaria europea alla pesca, Marta Damanaki, gli ha intimato di vietare a Montalbano di indulgere all’abitudine, «inaccettabile nel Mediterraneo», di cibarsi di pescetti. E credo che lo scrittore si sia adeguato togliendo dai suoi racconti ogni cenno al novellame.
Potente è stata anche la carica contro i classici cinematografici. Il New York Post si è schierato per la censura di «Via col vento», quantomeno per il taglio di qualche scena del personaggio di Mami, interpretando il quale Hattie McDaniel fu la prima afroamericana a vincere l’Oscar. Visto che c’era, lo stesso giornale ha chiesto fosse tolta l’immagine di una domestica nera che campeggiava dal 1889 sulle confezioni di sciroppo da plumcake «Aunt Jemima» e quella del cameriere nero sul riso «Uncle Ben’s». Non sono stati risparmiati neanche i film di animazione. Quattro mesi fa, sulla piattaforma in streaming Netflix, lo stringatissimo racconto di «Pocahontas» è stato cambiato in fretta e furia. Già reso oscuro da un primo vaglio al setaccio del politically correct, recitava così: «Una donna indiana d’America è promessa sposa del guerriero più forte del villaggio, ma anela a qualcosa di più e incontra il capitano John Smith». Adrienne Keene, rappresentante di un’Associazione di nativi, ha obiettato che l’uso del verbo «anela» era «disgustoso». La Disney è corsa ai ripari e ha ottenuto il via libera dell’Associazione a costo di rendere quella minitrama pressoché incomprensibile: «Una giovane ragazza indiana d’America prova a seguire il suo cuore e proteggere la sua tribù, quando i coloni arrivano e minacciano la terra che ama». I produttori eredi di Walt Disney si sono piegati anche perché memori di seri problemi avuti anni fa: in primis con Paperino quando un’Associazione per la difesa del fanciullo pretese gli venisse tolto il battipanni con cui inseguiva Qui, Quo e Qua; poi con Mr. Magoo, il personaggio molto miope creato nel 1949 da John Hubley, allorché la Federazione dei non vedenti impose l’abbandono del progetto di trarne un cartone animato che avrebbe fatto «ridere sulla disabilità». Il compromesso fu raggiunto con un film di Stanley Tong (interpretato da Leslie Nielsen) in cui, però, lo spirito del fumetto andò quasi interamente perso. Da quel momento la Disney si è buttata sulla correctness più irreprensibile e pochi giorni fa ha prodotto uno spot natalizio di Frozen in cui due uomini tenevano in braccio un bambino. Ma non si può mai stare in pace. Dall’Italia i parlamentari Carlo Giovanardi e Eugenia Roccella hanno chiesto che quel filmato venisse eliminato dalla tv poiché non era chiaro chi fossero i genitori di quell’infante: «Figlio di chi? dov’è la mamma?», hanno domandato maliziosi i due rappresentanti del popolo italiano.
Qualcuno di quando in quando ha cercato di resistere al regime della correttezza. Antesignano di questi ribelli, lo scrittore Robert Hughes con un libro, «La cultura del piagnisteo» (Adelphi), che si è imposto come manifesto degli ostili a quella da lui descritta come «una sorta di Lourdes linguistica dove il male e la sventura svaniscono con un tuffo nelle acque dell’eufemismo». Tra i partigiani vanno annoverati l’anticipatore Saul Bellow, il cui testimone è passato a Philip Roth e poi a Martin Amis. Qui in Italia, merita una decorazione Umberto Eco che tempo fa sull’Espresso ha preso in giro l’ipercorrettezza degli antiberlusconiani suggerendo di alludere con queste parole ai problemi di statura e trapianto del loro bersaglio prediletto: «Persona verticalmente svantaggiata intesa ad ovviare a una regressione follicolare». Medaglia anche per Sergio Romano che, su queste colonne, ha lamentato la scomparsa dalla letteratura contemporanea di termini «straordinariamente espressivi» come «sciancato, storpio, orbo, zoppo, straccione, pezzente» e ha rivendicato il diritto di ripetere le parole pronunciate dal poeta messicano Francisco de Icaza al cospetto dell’Alhambra e del Palazzo della Madraza: «Nella vita non vi è pena maggiore dell’esser cieco a Granada». Sacrosanto. Anche se consideriamo una sofferenza più afflittiva dell’essere ciechi a Granada, quella di godere di una buona vista a Madrid. Quantomeno domani sera quando sfileranno le regine barbute di Manuela Carmena.
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » mer gen 13, 2016 8:00 am

Colonia, Zanardo: "Tardiva la condanna delle femministe italiane"
L'intervista: "Qui c'è troppa reticenza quando i responsabili delle violenze sessuali sono migranti"
di MARIA NOVELLA DE LUCA
13 gennaio 2016

http://www.repubblica.it/esteri/2016/01 ... -131135986

ROMA. Un colpevole silenzio. La paura di far sentire la propria voce per non essere accusate di xenofobia. "Il femminismo italiano è stato troppo cauto nel condannare i fatti di Colonia, in particolare i gruppi della sinistra radicale. Come se fosse più importante difendere i diritti dei migranti rispetto alla libertà delle donne". Lorella Zanardo punta al cuore della questione che sta dividendo le femministe di tutta Europa, e che Deborah Orr sul Guardian ha definito addirittura "leftageddon ". Una sorta di scontro finale tra i valori della sinistra. Scrittrice, autrice de Il corpo delle donne, sulla mercificazione dell'identità femminile, Zanardo è durissima.
In una intervista a "Lettera 43" pochi giorni fa lei ha accusato i gruppi femministi radicali...
"Sulle violenze di Colonia prima c'è stato il silenzio delle autorità tedesche, poi ci sono voluti giorni perché, anche in Italia, si avesse il coraggio di dire che gran parte degli aggressori provenivano dai paesi islamici. Assurdo".
Perché tanta cautela?
"È da tempo che noto questa reticenza quando le violenze vengono compiute da extracomunitari. Il timore è che dicendo la verità si faccia il gioco di chi vuole chiudere le porte o innalzare muri".
Invece?
"Invece l'Europa è un'altra cosa, e come donna non posso avere paura di uscire la notte o l'obbligo di camminare ad un braccio di distanza da un uomo. Voglio che questi uomini rispettino le nostre regole occidentali, anche se sono in fuga dalla guerra o profughi".
Il rischio di fare il gioco delle Destre è reale...
"La paura di essere manipolate torna ciclicamente nel femminismo. Ma la violenza sulle donne è sempre violenza, chiunque ne sia l'autore, italiano o immigrato".
Teme una islamizzazione che cancelli i nostri diritti?
"I diritti delle donne sono già calpestati nelle società occidentali, basta guardare i dati italiani. Però trovo assurdo quel femminismo che pensa di difendere le immigrate consentendo, per esempio, di portare il burqa nel nostro Paes e. Nei Paesi islamici mi sono sempre coperta il capo in segno di rispetto. Ma in Italia noi donne abbiamo invece conquistato a fatica la libertà di avere il capo e il volto scoperto. Dunque permettere un burqa è contro i nostri diritti".
Andrà a Colonia per la manifestazione del 4 febbraio?
"Forse. Ma non vorrei che fosse un'inutile passerella...".
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Re: Partexani de ła viołensa dei migranti xlameghi

Messaggioda Berto » gio gen 14, 2016 11:41 pm

Gli islamici d'Italia "giustificano" Colonia: "Rispettiamo solo donne velate"
I musulmani d'Italia, intervistati sui fatti di Colonia, scaricano le colpe delle violenze degli uomini sul vestiario delle donne
Claudio Cartaldo - Gio, 14/01/2016 - 16:23

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 13496.html

"Il velo è una protezione, la donna viene rispettata solo se coperta". Anche gli islamici italiani "giustificano" le azioni degli stupratori della notte di capodanno.

E lo fanno confermando che la donna deve essere rispettata solo se si copre interamente, se "non fa vedere le sue forme". Se si mette in mostra, invece, per i musulmani italiani è "normale" che rischi di essere stuprata.

Le parole degli islamici intervistati da La Gabbia dimostrano che il problema del rapporto islam-donna non si ferma a Colonia. Non si ferma in Germania. Ma è un male ben radicato anche in Italia, dove nelle moschee delle periferie italiane è forte un pensiero che vede nella donna un oggetto, che considera la minigonna e i tacchi una sorta di "invito" all'uomo a metterle le mani addosso.

L'inviata de La7 ha girato molte moschee della periferia di Milano, vestita all'Occidentale. C'è chi l'ha cacciata perché "provocante". C'è l'imam di viale Jenner che si rifiuta di commentare. Alla moschea di Cascinagobba, invece, i fedeli musulmani fanno finta di non sapere nulla di quanto successo a Colonia. Possibile? Difficile poter rispondere "non ne so niente". Qualcun'altro invece afferma: "Ho letto qualche titolo di giornale, ma non riesco a capire cosa è successo". E forse non riesce a capire nel senso che non comprende perché si sia sollevato così tanto sdegno per una azione che - da quello che dicono - viene considerata come "normale" e giustificata. "Nel momento in cui io vedo una bella donna andare in giro così...", afferma un islamico lasciando intendere che probabilmente le metterebbe le mani addosso. "A me piace vestirmi così", risponde la giornalista. E l'uomo insiste: "Così rischi qualcosa di più che farti notare". "Se ti copri - conclude - previeni questo rischio".

Ecco. Questo è il problema dell'islam con le donne. Il problema non è chi le aggredisce e le violenta, ma il loro che non si sono coperte a sufficienza. Sono le donne le responsabili degli eccessi degli uomini e delle possibili molestie nei loro confronti.

Nel centro islamico del centro di Milano, invece, il responsabile dice che la donna non dovrebbe "nemmeno mettere il profumo". "Quando una donna va con la minigonna cosa dimostra? - si chiede l'imam - Dimostra che vuole essere guardata. Deve mettere un vestito che non fa vedere agli uomini la sua forma. Non deve far vedere che ci sono delle tette, delle chiappe e delle anche".

Basta una frase per capire da dove nascano le violenze di Colonia: "Se passa una donna con la minigonna - dice l'imam - e poi la segue una donna musulmana coperta, va rispettata solo quella con il velo. E può succedere che un uomo usi violenza su quella scoperta". Anche alla moschea di viale Jenner le risposte non cambiano: "Rispettiamo solo le donne velate". Poi si parla di integrazione.
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