Africa e Europa, schiavitù, colonizzazione e migrazione

Africa e Europa, schiavitù, colonizzazione e migrazione

Messaggioda Berto » lun nov 17, 2014 7:53 am

Africa e Europa, schiavitù, colonizzazione e migrazione
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 175&t=1204


???

Se gli africani vengono qui è perché avete rubato le loro risorse per 300 anni

https://www.facebook.com/video.php?v=72 ... 40&fref=nf


Sto moro kì el ƚa xmena dal bon e a ƚa granda, a mi nol me ƚa conta, no ƚa xe mia dal tuto cusì!
Ƚi ƚo ga parecià par ben coeƚi de ƚa sanca taƚiana.

Ghe xe on mucio de paexi afregani endoe ke i bianki ƚi xe stà parà via e masacrà, ke prima co i bianki ƚi gheva na agricoltura fiorente ke ghe dava da vivar a tuti ... parà fora i bianki i mori ƚi se ga fato ƚe goere tribaƚi e edeolojeghe e i xe ‘ndà en mexeria.
No stemo darghe ƚa colpa senpre a i altri.
En Afrega ƚa s-ciavetù ƚa jera prategà vanti ke rivàse i bianki e co xe rivà i bianki jera i mori memi ke feva s-ciavi altri mori par vendergheli ai bianki.

I mori no ƚi xe santi, martiri e vitime dei bianki ... ƚi xe anca lori pieni de peke e de magagne.

Caxo mai a xe ƚe so clàsi dirixenti more ke ƚe tien malamente ƚa so xente, par ƚi so egoixmi e ke ƚi xvende ƚe so rikese ai bianki par trarse fora ƚi skei par ƚuri sensa pensar ai altri ke ƚi vien da luri memi considerà bestie, can, s-ciavi, omani sensa valor.

Straje de łi Hutu e dei Tutsi:
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =110&t=454
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Re: Migrasion e colonixasion

Messaggioda Berto » mar nov 18, 2014 9:05 pm

La tratta dei neri vista dall'Africa di Elikia M'Bokolo*
http://www.psicopolis.com/Psipol/arch/trattaneri.htm

Centocinquant'anni fa, in Francia, l'abolizione della schiavitù
Il 27 aprile 1848, Victor Schoelcher, sotto-segretario di stato alle colonie francesi, firmava il decreto di emancipazione degli schiavi. Per strappare questa decisione al suo incerto ministro, era stato costretto ad avvertirlo dei rischi di ribellione generale che si correvano lasciando le cose come erano. La resistenza degli schiavi fu in effetti fondamentale nella decisione abolizionista di Parigi. In un'Africa devastata dalla tratta dei Neri e che rimane segnata da questo tremendo salasso la libertà finalmente strappata, si dovette più che a una improvvisa generosità degli schiavisti, allo slancio delle stesse società africane.

Pur avvezzo allo spettacolo dei crimini che scandiscono la storia dell'umanità, lo storico non può che provare un misto di sgomento, indignazione e repulsione di fronte ai materiali riguardanti la schiavitù degli africani. Come fu possibile? Così a lungo, con queste dimensioni? In nessun'altra parte del mondo si ritrova una tragedia di tale ampiezza. Il continente nero ha subito il salasso del suo capitale umano in ogni suo varico attraverso il Sahara, il Mar Rosso, l'Oceano Indiano, l'Atlantico.
Dieci secoli (dal IX al XIX) di riduzione in servitù a profitto dei paesi musulmani.
Oltre quattro secoli (dalla fine del XV al XIX) di commercio regolare per la costruzione delle Americhe e per la prosperità degli stati cristiani d'Europa. A questo si aggiungano, anche se contestate, cifre da vertigine.
Quattro milioni di schiavi deportati attraverso il Mar Rosso, altri quattro milioni via i porti swahili dell'Oceano Indiano, nove milioni forse con le carovane transahariane, da undici a venti milioni, a seconda degli autori, attraverso l'Oceano Atlantico (1).
Fra tutti questi traffici, non è un caso che la "tratta" in senso assoluto, cioè la tratta europea e atlantica, colpisca di più e susciti il maggior numero di dibattiti. Non solo è quella la cui documentazione appare meno lacunosa. E' anche quella che si è concentrata in modo esclusivo sull'asservimento dei soli africani, mentre i paesi musulmani hanno assoggettato indistintamente bianchi e Neri.
Infine, è quella che, senz'alcun dubbio, illustra meglio l'attuale situazione dell'Africa in quanto determinò la definitiva fragilizzazione del continente, la sua colonizzazione da parte dell'imperialismo europeo del XIX secolo, infine il razzismo e il disprezzo che ancora oggi colpiscono gli africani. Infatti, al di là delle ricorrenti controversie che dividono gli specialisti, le questioni fondamentali sollevate dalla schiavitù degli africani sono rimaste sostanzialmente le stesse, da quando, a partire dal XVIII secolo, le idee degli abolizionisti negli stati schiavisti del nord, le rivendicazioni degli intellettuali Neri e la lotta strenua degli stessi schiavi portarono il dibattito sulla pubblica piazza. Perché gli africani più di altri? A chi imputare precisamente la responsabilità della tratta, ai soli europei o agli stessi africani? L'Africa ha davvero sofferto della tratta o forse questa è stata solo un fenomeno marginale, che avrebbe coinvolto soltanto alcune società delle coste? Il commercio o la morte Occorre probabilmente riandare agli inizi del fenomeno, poiché essi illuminano i potenti meccanismi che hanno precipitato, poi mantenuto il continente in questo ciclo infernale. Non è certo che la tratta europea sia sorta da quella araba, la quale a lungo è apparsa come complementare a un commercio alquanto più proficuo, quello dell'oro del Sudan e delle materie preziose, rare o singolari delle terre africane. Nonostante qualche esportazione di merci (oro, avorio, legno...), fu il commercio degli uomini a mobilitare completamente le energie degli europei sulle coste africane. Inoltre, la tratta araba era principalmente tesa a soddisfare i bisogni domestici mentre, con il successo delle piantagioni schiaviste create nelle isole al largo del continente (Sao Tomè, Principe, isole di Capo Verde), gli africani deportati verso il nuovo mondo fornirono forza lavoro alle piantagioni coloniali, più raramente alle miniere, i cui prodotti oro, argento e soprattutto zucchero, cacao, cotone, coca, tabacco, caffè alimentarono largamente il commercio internazionale.
Tentata in Iraq, la schiavitù produttiva degli africani si rivelò disastrosa e scatenò gigantesche rivolte, la più importante delle quali si protrasse a lungo (dall'869 all'883) e segnò la fine dello sfruttamento massiccio della manodopera nera nel mondo arabo (2). Bisognerà aspettare il XIX secolo perché ricompaia, nell'area musulmana, la schiavitù produttiva nelle piantagioni di Zanzibar, la cui produzione, (chiodi di garofano, noce di cocco), andava in parte verso i mercati occidentali (3).

Tuttavia i due sistemi schiavisti hanno in comune la medesima giustificazione dell'ingiustificabile: il razzismo, più o meno esplicito, che rimanda alla sfera religiosa. Infatti, sia l'uno che l'altro caso si rifanno alla medesima fallace interpretazione della Genesi, secondo cui, quali presunti discendenti di Cam, i Neri d'Africa sarebbero maledetti e condannati alla schiavitù.

Non fu facile per gli europei avviare il commercio del "legno d'ebano". All'inizio si trattò praticamente di rapina: le forti immagini di Radici, di Alex Haley (4) trovano conferma nella Cronica deo descobrimento e conquista da Guin scritta a metà del XV secolo dal portoghese Gomes Eanes de Zurara. Ma lo sfruttamento regolare delle miniere e delle piantagioni richiedeva un numero sempre crescente di forza lavoro: fu necessario mettere in piedi un vero sistema per garantire un approvvigionamento regolare. Allo scopo, gli spagnoli istituiscono fin dai primi anni del XVI secolo le "licenze" (a partire dal 1513) e gli asientos ("contratti", a partire dal 1528) che trasferiscono a privati il monopolio di stato dell'importazione dei Neri. Le grandi compagnie di tratta si costituiscono nella seconda metà del XVII secolo, parallelamente alla ridistribuzione fra le nazioni europee delle Americhe e del mondo, che il trattato di Tordesillas (1494) e diversi testi pontifici avevano riservato ai soli spagnoli e portoghesi. Francesi, britannici e olandesi, portoghesi e spagnoli, ma anche danesi, svedesi, brandeburghesi..

.: l'Europa intera si divide il bottino, moltiplicando le compagnie monopolistiche, le fortezze, i fondaci e le colonie disseminati dal Senegal al Mozambico. Mancano soltanto la lontana Russia e i paesi balcanici che tuttavia ricevono i loro piccoli contingenti di schiavi Neri attraverso l'impero ottomano.

In Africa, le razzie e i rapimenti organizzati dagli europei si trasformano rapidamente in un regolare commercio. Loro malgrado le società africane entrano nel sistema negriero, salvo a cercare, una volta entrate, di ricavarne i massimi vantaggi. Si vedano, ad esempio, le proteste del re di Kongo, Nzinga Mvemba, "convertito" al cristianesimo fin dal 1491: egli considera il sovrano del Portogallo come suo "fratello" e, dopo aver preso il potere nel 1506, non capisce perché i portoghesi, sudditi di suo "fratello", si permettono di razziare i suoi beni e di ridurre la gente di Kongo in schiavitù. Invano: questo nemico della tratta si lascerà poco a poco convincere dell'utilità e della necessità di questo commercio. Infatti, tra le merci offerte in cambio di uomini, al primo posto ci sono i fucili. Soltanto gli stati che dispongono di questi fucili, in altre parole quelli che partecipano alla tratta, possono respingere eventuali attacchi dai vicini e sviluppare politiche espansioniste.

Si può quindi dire che gli stati africani sono caduti nel tranello teso dai negrieri europei. Il commercio o la morte: nel cuore stesso di tutti gli stati costieri o vicini alle zone di tratta sta la contraddizione fra la ragione di stato, che impone di non trascurare alcuna delle risorse necessarie alla sicurezza e alla ricchezza, e le carte fondatrici dei regni che impongono ai sovrani di tutelare la vita, la prosperità e i diritti dei loro sudditi. Da qui la volontà, da parte degli stati impegnati nella tratta, di contenerla in limiti stretti.

Ai francesi che gli chiedono il permesso di istituire un'agenzia sulle sue terre, re Tezifon d'Allada, nel 1670, risponde con queste lucide parole: "Voi costruirete una casa nella quale metterete prima due piccoli pezzi di cannone. L'anno seguente, ne monterete quattro e in poco tempo la vostra agenzia diventerà una fortezza che farà di voi il padrone dei miei stati e vi darà la possibilità di dettarmi le vostre leggi (5)".

Da Saint-Louis del Senegal alla foce del fiume Congo, la maggior parte delle società e degli stati locali condurranno con successo questa politica, a dire poco ambigua, di collaborazione, diffidenza e controllo. Invece, in alcune zone della Guinea, in Angola e in Mozambico, gli europei s'impegneranno direttamente a costruire reti di guerrieri e di mercanti africani, complici alcuni interlocutori locali Neri o meticci, questi ultimi discendenti degli avventurieri bianchi dalla fama sospetta persino in quei tempi di efferata crudeltà, che furono i lançados portoghesi (quelli che osarono "lanciarsi" all'interno delle terre) descritti all'inizio del XVI secolo come "il seme dell'inferno", "il peggio che ci sia", "assassini, debosciati, ladri".
Con il tempo, questo gruppo di mediatori si irrobustirà al punto di costituire, in vari punti della costa, quella classe di "principi mercanti" sulla quale la tratta poggerà. I loro profitti? I carichi delle navi negriere, scrupolosamente contabilizzati secondo la logica mercantile, ce ne danno un'idea chiarissima: fucili, barili di polvere, acquavite, stoffe, paccottiglia, chincaglieria: ecco con quale merce sono stati scambiati milioni di africani. Scambio disuguale, certo.
A quanti si stupiranno di tali ineguaglianze, faremo notare che la stessa logica prevale ancora sotto i nostri occhi e che il nostro secolo non ha fatto molto meglio: basti pensare ai premurosi questuanti venuti dai paesi del Nord a convincere capi di stato africani a importare "elefanti bianchi" in cambio di mediocri vantaggi personali. E' chiaro che l'arsenale ideologico messo in atto dai negrieri per giustificare la tratta non corrispondeva né alle realtà né alle dinamiche del suolo africano. Come tutti i popoli, gli africani non avevano alcuna predisposizione particolare per la schiavitù, che è stata generata e mantenuta da un vero e proprio sistema. Se sono note le rivolte degli schiavi Neri durante la traversata dell'Atlantico e nei paesi di destinazione, siamo ben lungi dall'immaginare l'estensione e la diversità delle forme di resistenza all'asservimento nella stessa Africa.
Resistenza sia alla tratta, sia alla schiavitù interna, prodotta o aggravata dal commercio negriero. Una fonte a lungo ignorata, la Lloyd's List, getta una luce sorprendente sul rifiuto opposto dalle società costiere africane a questo tipo di commercio. Questa lista trabocca di particolari sui sinistri che si verificavano a bordo delle navi assicurate dalla celebre compagnia londinese, a partire dalla sua fondazione nel 1689. Le descrizioni mostrano come, in un numero significativo di casi noti (oltre il 17%), il sinistro è dovuto a una insurrezione, a una rivolta o a saccheggi avvenuti sul posto, in Africa.
Autori di questi gesti di ribellione erano gli schiavi, ma anche la gente della costa. Siamo veramente di fronte a una duplice logica: quella degli stati coinvolti, volenti o nolenti, nel sistema negriero e quello delle popolazioni libere, costantemente minacciate di assoggettamento, che manifestano la loro solidarietà con chi è ridotto in schiavitù. Quanto alla schiavitù interna, tutto lascia pensare che si sia allargata e irrigidita man mano che si sviluppava la tratta, suscitando allo stesso tempo molteplici forme di resistenza: fuga, ribellione aperta, ricorso all'aiuto della religione, i cui esempi sono attestati sia in terra islamica che nei paesi cristiani.

Nella valle del fiume Senegal, la tentazione mostrata da alcuni sovrani di asservire e di vendere i propri sudditi provocò, fin dalla fine del XVII secolo, la "guerra dei marabutti" o il movimento tubenan (da tuub, convertirsi all'islam).

Il suo iniziatore, Nasir al-Din proclamava con lucida determinazione che "Dio non permette ai re di saccheggiare, uccidere o catturare i loro popoli, i quali sono stati dati ai re affinché essi li mantengano e li proteggano dai nemici, poiché i popoli non sono fatti per i re, ma i re per i popoli". Più a sud, nell'odierna Angola, i popoli kongo si servirono del cristianesimo allo stesso modo, sia contro i missionari, compromessi nella tratta, sia contro i poteri locali. All'inizio del XVIII secolo, una profetessa di una ventina d'anni, Kimpa Vita (nota anche come Dona Batrice), capovolse gli argomenti razzisti dei negrieri predicando un messaggio ugualitario che affermava che "in cielo non ci sono né bianchi né Neri" e che "Cristo e altri santi sono di razza nera, originari del Congo".

E' noto che, ancora oggi, in parecchie regioni d'Africa, le rivendicazioni per la libertà e l'uguaglianza ricorrono ad argomenti di tipo religioso. Questo dimostra come, lungi dall'essere un fenomeno marginale, la tratta si iscriva al centro della storia moderna dell'Africa e che la resistenza ha indotto atteggiamenti e pratiche riscontrabili ancora oggi. Un continente "selvaggio" Questo ci porta a diffidare di impressioni ereditate dalla propaganda abolizionista, che certi modi di commemorare le abolizioni della schiavitù possono alimentare. Il desiderio di libertà e la stessa libertà non sono giunti agli africani dall'esterno, dai filosofi dei lumi, dagli agitatori abolizionisti o dall'umanitarismo repubblicano, ma dallo slancio proprio delle società africane. Del resto, già dalla fine del XVIII secolo, nei paesi rivieraschi del golfo di Guinea, certi negozianti, arricchitisi il più delle volte con la tratta, prendono le distanze da questo traffico e mandano i bambini in Gran Bretagna perché si formino e si perfezionino nelle scienze o in altre professioni utili allo sviluppo del commercio. Ciò spiega come, durante l'intero XIX secolo, le società africane non abbiano avuto difficoltà a rispondere positivamente alle sollecitazioni nuove che gli provenivano dall'Europa industriale, convertita al "commercio lecito" dei prodotti del suolo e oramai ostile alla tratta, diventata "traffico illecito" e "commercio vergognoso".

Ma quell'Africa era ben diversa da quella che gli europei avevano trovato alla fine del XV secolo. Come ha cercato di dimostrare lo storico di Trinidad Walter Rodney, a causa della tratta l'Africa era stata trascinata in una via pericolosa e ridotta a una condizione di completo sottosviluppo (6). Il razzismo uscito dal periodo dei negrieri trovò in queste circostanze un'occasione per riaffermarsi. Infatti, il discorso degli europei sull'Africa verteva oramai su "l'arcaismo", "l'arretramento", sul carattere "selvaggio" del continente.

Carico di giudizi di valore, il discorso degli europei poneva ora l'Occidente a modello. Gli sconvolgimenti e la regressione dell'Africa non venivano spiegati con gli avvenimenti storici reali, nei quali l'Europa aveva avuto la sua parte, ma venivano attribuiti alla "natura" innata degli africani. Il colonialismo e l'imperialismo nascenti poterono in tal modo ammantarsi di umanitarismo e dei sedicenti "doveri" delle "civiltà superiori" e delle "razze superiori". Unica preoccupazione degli stati negrieri del passato era ormai quella di liberare l'Africa dagli "arabi" schiavisti e dai potentati Neri, anch'essi schiavisti. Ma una volta suddivisa la torta africana fra le potenze coloniali, queste, con il pretesto di non precipitare il corso degli avvenimenti e di rispettare i costumi "indigeni" si guardarono bene dall'abolire effettivamente le strutture schiaviste che avevano trovato al loro arrivo. La schiavitù perdurò dunque all'interno del sistema coloniale, come dimostrarono le indagini condotte su iniziativa della Società delle nazioni (Sdn) fra le due guerre mondiali (7). Peggio, per far funzionare la macchina economica, misero in piedi una schiavitù di tipo nuovo, sotto forma di lavoro coatto: "Quale che sia il nome con il quale si maschera il lavoro coatto, non si può dire che questo non sia, di fatto e di diritto, la schiavitù ristabilita e incoraggiata (8)". Qui, di nuovo, limitandosi al solo caso della Francia, è dentro l'Africa che è sorto il desiderio di libertà. Non è forse agli eletti africani, Félix Houphouæt-Boigny et Léopold Sédar Senghor in testa, che si deve l'abolizione del lavoro coatto nel 1946, soltanto nel 1946?


note:

*Direttore di studi, Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), Parigi
(1) R. Austen, African Economic History, James Curey, Londra, 1987, p. 275; Elikia M'Bokolo, Afrique noire. Histoire et Civilisations, tomo I, Hatier-Auspelf, Parigi, 1995, p. 264; J.E.
Inikori (a cura di) Forced Migration. The Impact of the Export Slave Trade on African Societies, Hutchinson, Londra, 1982; Philip D. Curtin, The Atlantic Slave Trade. A Census. The University of Wisconsin Press, Madison, 1969.
(2) Alexandre Popovic, La révolte des esclaves en Iraq au IIIe/IXe siècle, Geuthner, Parigi, 1976.
(3) Abdul Sheriff, Slaves, Spices and Ivory. Integration of an African Commercial Empire into the World Economy, James Currey, Londra, 1988.
(4) Alex Hailey, Radici, Rizzoli Bur, Milano, 1992.
(5) L. A. Akinjogbin, Dahomey and its Neighbours, 1708-1818, Cambridge University Press, Cambridge, 1967, p. 26.
(6) W. Rodney, How Europe Underdeveloped Africa, Bogle-L'Ouverture, Londra, 1972.
(7) Claude Meillassoux, L'esclavage en Afrique précoloniale, François Maspero, Parigi, 1975.
(8) Lettera dei deputati francesi al ministro delle colonie, 22 febbraio 1946. (Traduzione di M.G.G.)
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Migrasion, colonixasion, s-ciavetù

Messaggioda Berto » lun feb 23, 2015 11:12 am

Łi s-ciavi de łi xlameghi
viewtopic.php?f=149&t=1336

UN AFRICANO CONSIDERA LO SCHIAVISMO ISLAMICO INFLITTO AGLI AFRICANI
AFRICANI LIBERATI DALLE MANI DI UN NEGRIERO ARABO DEL ZANZIBAR NEL 1884 (Ofosu-Appiah, p. 82)
http://www.debate.org.uk/gesu-corano/trattati/t12.htm

I. LE PRETESE DELL’ISLAM

Al giorno d’oggi ci sono parecchi afrocaraibici e afroamericani che si convertono all’Islam. Secondo le ricerche, questi nuovi islamici si sono convertiti primariamente perché avevano l’idea che l’Islam fosse una religione di "fratellanza" e di uguaglianza. Molti di loro credevano che l’Islam non avesse problemi razziali e che non fosse coinvolto nella tratta degli schiavi, come parecchi stati occidentali europei.

‘Abd-al-Aziz’ Abd-al-Zadir Kamal dice nel suo scritto "L’Islam e la questione razziale": "Nell’Islam, l’umanità costituisce una sola grande famiglia, creata (con) ... diversità di colori della pelle ... (perciò) ... adorando Dio tutti gli uomini sono uguali, e un arabo non ha la precedenza su un non arabo... Tutti gli esseri umani sono ... uguali ... e i matrimoni sono conclusi senza alcun riguardo del colore della pelle." Egli asserisce dunque che nell’Islam ci sia l’armonia razziale e che tutti, indipendentemente dal loro colore, abbiano "gli stessi diritti sociali ... obblighi legali ... opportunità di lavoro e ... la protezione della loro persona" (pag. 64).

Ma è vero? Queste pretese sono valide alla luce della storia? Guardiamo per esempio la questione della schiavitù nell’Islam.

II. LE FONTI ISLAMICHE CONFERMANO QUESTE PRETESE?

Sfortunatamente ci sono molte persone di pelle nera che credono che l’attacco accanito degli arabi all’Occidente collimi con la causa africana. È uno sbaglio mortale. I primi scrittori musulmani delle tradizioni islamiche (che sono state redatte abbastanza tardi, cioè fra il nono e il decimo secolo d.C.) ammettono che già al tempo di Maometto era diventato appropriato propagare le sue idee tramite conquiste militari. Il suo obiettivo principale era il controllo politico e militare; perciò non ci sorprende che secondo la tradizione abbia detto: "L’atto più meritevole ... e la migliore fonte di guadagni è la guerra" (Mishkat II, pag.340).

Quando i primi leader della conquista araba (cioè Abu Bakr, Umar e altri) invadevano i paesi, la storia dimostra che gli abitanti innocenti potevano essere dominati da loro oppure "accettare la morte tramite la spada" (Dictionary of Islam, pag.24).

Lo stesso Corano comanda ai musulmani: "...uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati..." (sura 9:5). Inoltre raccomanda ai musulmani di avere schiavi e schiave (sura 4:24-25).

Secondo la tradizione islamica il generale Abu Ubaidah, durante l’assedio di Gerusalemme, diede l'opzione agli abitanti di "accettare l’Islam oppure di prepararsi ad essere uccisi con la spada" (Rau Zatu, Volume II, pag.241).

I compilatori musulmani del tardo nono secolo ammettono francamente che Maometto fosse un condottiere militare. Mentre le prime descrizioni della vita di Maometto dicono poco della sua attività profetica, abbondano di racconti delle sue battaglie. Al-Waqidi (morto nell’820) stima che Maometto fosse coinvolto personalmente in 19 delle 26 battaglie (Al-Waqidi 1966:144). Ibn Athir dice che il numero era 35 (Ibn Athir, pag.116), mentre Ibn Hisham (morto nel 833) lo valuta a 27 (Ibn Hisham, pag.78).

Il consiglio bellico di Maometto ai suoi seguaci fu questo: "Gareggiate con me in fretta per invadere la Siria, forse avrete le figlie di Al Asfar" (Al-Waqidi 1966:144). C’è da osservare che Al Asfar era un LIBERO uomo d’affari africano con figlie bellissime, fino al punto che "la loro bellezza era diventata proverbiale" (Al-Waqidi 1966:144).

Di conseguenza, i poveri discepoli di Maometto non rimasero poveri per molto tempo. Diventarono straricchi con i bottini di guerra, e accumularono molti animali e SCHIAVI, nonché molto oro (Mishkat, Volume II, pag.251-253, 405-406).

Non c’è da meravigliarsi che Ali Ibn Abu Talib si millantava dicendo: "I nostri fiori sono la spada e il pugnale. Narcisi e mirti non sono nulla; la nostra bevanda è il sangue dei nostri nemici, il nostro calice è il loro cranio dopo averli combattuti" (Tarikh-ul Khulafa, pag.66-67).

Non sorprende che il Corano echeggia questo pensiero dicendo: "Quando (in combattimento) incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati,..." (sura 47:4) e "Combattete coloro che non credono in Allah ..., e quelli, tra la gente della Scrittura (cioè i giudei e i cristiani)..." (sura 9:29).

III. LA STORIA CONFERMA QUESTE PRETESE?

Il generale musulmano Amr Ibn Al‘As invase l’Egitto dal 639 al 642 (Williams 1974:147-160). L’Egitto non gli bastò e per questo cercò di colonizzare la Makuria, un regno cristiano indipendente. Il re Kalydossas però sventò le sue macchinazioni nel 643. Al‘As cercò nuovamente di soggiogare la Makuria nel 651, ma fallì e fu costretto a firmare un trattato di pace (Williams 1974:142-145).

Nel 745 il generale Omar, il nuovo governatore dell’Egitto, intensificò la persecuzione dei cristiani, ma il re Cyriacus della Makuria riuscì ad arginare questo nuovo attacco (Williams 1974:142-145). Nel 831 il re Zakaria, il nuovo monarca della Makuria, si allarmò per i cacciatori musulmani di schiavi che stavano invadendo il suo paese (l’odierno Sudan). Egli mandò una delegazione internazionale al califfo di Bagdad affinché queste violazioni del trattato di pace fossero fermate, ma non ricevette alcun aiuto (Williams 1974:142-145).

Il sultano Balbar dell’Egitto continuò a violare il trattato del 651 (vedi sura 9:1-4). Più tardi, nel 1275, i musulmani, del soggiogato Egitto, cominciarono a colonizzare e a distruggere la Alwa, la Makuria e la Nobatia, i tre regni cristiani antichi in Africa. I popoli di queste nazioni, una volta indipendenti e splendide, furono venduti come schiavi.

Mentre l’Islam e la cultura araba dilagavano in Africa, si diffondevano anche lo schiavismo e il genocidio culturale. Si cominciava a fare guerre per avere schiavi africani. Kumbi Kumbi, la capitale del Ghana, fu distrutta dagli invasori musulmani nel 1076. Il Mali aveva una "mafia" musulmana che "incoraggiava" i re africani del Mali ad abbracciare l’Islam. Questa "mafia" controllava le importantissime carovaniere e i porti commerciali dell’Africa. I musulmani riuscirono a impadronirsi dei posti più importanti nel governo e cominciarono a cambiare la storia antica del Mali in modo che gli eventi preislamici fossero cancellati. Per ragioni di sicurezza, il governo ganaense dei Mossi, che era conscio del potere dei commercianti musulmani, istituì un dipartimento governativo per controllare lo spionaggio musulmano (Davidson, Wills e Williams).

La tratta islamica degli schiavi si svolgeva anche intorno al Lago di Ciad negli stati musulmani di Bagirmi, Wadai e Darfur (O’Fahley e Trimmingham 1962:218-219). Nel Congo, i negrieri Jallaba commerciavano con i Kreish e con gli Azande, un popolo nel nord (Barth e Roome). Ugualmente frequentata era la rotta che seguiva lo spartiacque tra il Nilo e il fiume Congo, dove i negrieri arabo-musulmani (per esempio Tippu Tip del Zanzibar) arrivavano dalle zone orientali dell’Africa (Roome 1916, e Sanderson 1965).

Nell’Africa orientale, i promotori del commercio degli schiavi erano i popoli Yao, Fipa, Sangu e Bungu, che erano tutti musulmani (Trimmingham 1969 e Gray 1961). Sulla riva del Lago Nyasa (ora chiamato Lago di Malawi) fu istituito nel 1846 il sultanato musulmano di Jumbe con lo scopo preciso di favorire il commercio degli schiavi (Barth 1857 e Trimmingham 1969). Nel 1894 il governo britannico valutò che il 30 per cento della popolazione di Hausaland fosse costituito da ex schiavi. Era così anche nell’Africa occidentale francese fra il 1903 e il 1905 (Mason 1973, Madall e Bennett, e Boutillier 1968).

IV. L’ISLAM OGGI

A. SONO VALIDE QUESTE PRETESE?

Gli africani moderni hanno per troppo tempo praticato l’amnesia selettiva riguardo allo schiavismo islamico. Quelli di colore hanno messo giustamente l’enfasi sull’impatto distruttivo del colonialismo europeo e del commercio transatlantico degli schiavi, ma stranamente hanno ignorato la molto più duratura e devastante tratta arabo-musulmana degli schiavi in Africa.

Non si sente quasi mai parlare degli africani che erano costretti a migrare a causa delle incursioni dei negrieri musulmani dall’est, dall’ovest e dal nord dell’Africa dopo il settimo secolo. Gli schiavi africani, trasportati per via nave da Zanzibar, Lamu e altri porti estafricani, non erano portati in Occidente (come molti musulmani vogliono farci credere), ma finivano in Arabia, in India e in altri stati musulmani in Asia (Hunwick 1976, e Ofosu-Appiah 1973:57-63). Rapporti non ufficiali valutano che oltre 20 milioni di africani sono stati venduti come schiavi dai musulmani fra il 650 e il 1905 (Wills 1985:7)! È interessante notare che la maggioranza di questi 20 milioni di schiavi non era costituita da uomini, ma da donne e bambini che sono più vulnerabili (Wills 1976:7). È logico, visto che la posizione delle femmine nel Corano è sempre stata inferiore a quella dei maschi (sura 2:224; 4:11,34,176).

I teologi musulmani, come il famoso Ahmad Baba (1556-1527), sostenevano che "... la ragione dello schiavismo imposto ai sudanesi è il loro rifiuto di credere ... (Perciò) è legale impossessarsi di chiunque venga catturato come miscredente ... Maometto, il profeta, ridusse in schiavitù le persone perché erano Kuffar ... (È dunque) legale avere in possesso gli etiopi ..." (Baba pag.2-10).

Hamid Mohomad (alias "Tippu Tip"), che è morto nel 1905, era uno dei più affaccendati negrieri di Zanzibar. Ogni anno vendeva oltre 30.000 africani (Lewis pag.174-193 e Ofosu-Appiah 1973:8). È importante ricordarsi che la tratta degli schiavi a Zanzibar è continuata fino all’anno 1964! Infatti, nella Mauritania la tratta non è stata ufficialmente dichiarata illegale prima dell’anno 1981, mentre nel Sudan continua persino fino al giorno d’oggi secondo un rapporto dell’ONU del 1994 (vedi anche Ofosu-Appiah 1973:57-63; "The Times" del 25 agosto 1995; Darley 1935; MacMichael 1922 e Wills 1985). Tutti questi esempi riguardano uno schiavismo esclusivamente islamico.

B. BISOGNA RICONOSCERE QUESTE PRETESE?

I fatti soprannominati vengono generalmente sorvolati, ignorati o dimenticati nella letteratura di oggi, semplicemente perché non è "politicamente corretto" parlarne. Essendo io stesso africano, dico onestamente che dobbiamo rivalutare il ruolo dell’imperialismo europeo del diciannovesimo secolo riconoscendo che esso, malgrado la "stampa cattiva" che gode, è stato una delle poche forze che hanno fermato l’imperialismo arabo-musulmano nel continente africano. Gli arabo-musulmani di oggi screditano l’imperialismo occidentale del passato senza considerare o discutere l’argomento della loro propria sordida storia nel continente.

CONCLUSIONI:

Questo è stato un breve riassunto dello schiavismo islamico in Africa. I compilatori del Corano e gli scrittori islamici posteriori ammettono che la guerra e la tratta degli schiavi fossero i mezzi più efficaci per impadronirsi di nuovi ed indipendenti paesi in Africa. Questa teologia ha danneggiato gravemente non soltanto la vita familiare africana, ma anche l’antica eredità cristiana in Africa e lo sviluppo economico fino al giorno d’oggi. L’Islam ha attaccato deliberatamente prima le donne e i bambini, la parte più vulnerabile e importante della popolazione africana. Gli uomini che non sono stati venduti come schiavi sono semplicemente stati uccisi. La colonizzazione e lo schiavismo islamici sono cominciati oltre 1000 anni prima della più recente e breve tratta europea e transatlantica (Hughes 1922:49). Molte culture africane, sia pagane che cristiane, sono state distrutte. Perché?

Inoltre, perché i musulmani non protestano contro la schiavitù imposta agli africani nel Sudan odierno, e perché non la fermano? Il loro silenzio è molto eloquente! Mentre gli schiavi nei paesi occidentali sono stati liberati secoli fa, gli africani si chiedono per quanto tempo lo schiavismo durerà ancora nel continente africano.

Il Signore Gesù Cristo ha detto: "Andate e predicate l’Evangelo in tutto il mondo", inclusa l’Africa (Matteo 28:19-20). Non ci ha chiesto di fare la guerra o di ridurre i popoli in schiavitù. Al contrario, quando il Figlio di Dio ti avrà liberato sarai davvero libero. Infatti, la Bibbia condanna ogni tipo di imperialismo, sia arabo, europeo, asiatico che africano (vedi Esodo 23:4-5; Levitico 19:15; Deuteronomio 27:17; Proverbi 10:2-4, Isaia 5:20; Matteo 5:13-16; 38-48; 15:19; Giovanni 18:36-37; Romani 1:16-3:20; Ebrei 11:8-16 e Giacomo 4-5). Gesù ha anche detto: "Li riconoscerete dai loro frutti". I bianchi cristiani moravi della Germania deliberatamente vendevano loro stessi come schiavi per poter predicare l’Evangelo agli schiavi neri nelle Indie occidentali! Gli arabi musulmani hanno mai fatto qualcosa di simile per i neri? Il buon albero di Cristo porta frutti buoni. L’albero cattivo dell’Islam ha portato frutti cattivi in Africa dal 639 in poi, e continua a farlo fino al giorno d’oggi. Sta a te fare il confronto e prendere posizione.

Fratello Banda
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Migrasion, colonixasion, s-ciavetù

Messaggioda Berto » lun feb 23, 2015 11:19 am

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Migrasion, colonixasion, s-ciavetù

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 12:30 pm

Colonizzazione e decolonizzazione
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Gli europei o i bianchi europei che nei secoli passati hanno colonizzato l'Asia e l'Africa o che le hanno invase con il loro imperialismo politico militare sono stati quasi tutti cacciati, espropriati e sterminati Il Sudafrica è uno degli ultimi esempi, nonostante i bianchi europei colonizzatori del paese abbiano rinunciato al loro dominio politico consentendo ai neri africani di partecipare e concorrere alla sovranità politica nella gestione del paese e dello stato; gli africani del Sudafrica come in quasi tutti gli altri paesi del continente nero, maltrattano i bianchi e molti di loro hanno ritenuto e ritengono che i bianchi debbano essere tutti espropriati, cacciati o sterminati.
Per il principio di reciprocità gli africani non possono che aspettarsi lo stesso trattamento e nessunissimo riguardo.
L'imperialismo coloniale così terminato non può quindi essere assunto come scusa, giustificazione e pretesto per l'invasione degli africani in Europa.
I bianchi europei, i cristiani europei, gli stati europei odierni non hanno più alcuna responsabilità e non vi è ragione che debbano sentirsi in colpa verso l'Africa e gli africani; non ne hanno per l'instabilità e i regimi politici indigeni disumani dell'Africa, per le carestie e le epidemie che falciano le sue popolazioni, per i problemi causati dalla sovrapopolazione in molti paesi del continente.
Nemmeno le multinazionali europee del petrolio, minerarie, del legno e agricole sono responsabili dei regimi politici autoritari, dei conflitti etnici, delle crisi sociali, delle carestie, delle problematiche derivanti dalla sovrapopolazione, del sottosviluppo economico endemico e di tutti i mali che affliggono l'Africa. Possono avere qualche responsabilità indiretta locale tipo l'inquinamento o la disoccupazione allo stesso modo che ce l'hanno ovunque nel mondo e nella stessa Europa, tutte questioni che vanno risolte localmente in Africa nei paesi africani, con i loro stati e con le loro popolazioni.
Le problematiche africane dovute alle carestie naturali, ai regimi politici, al tribalismo, ai conflitti etnici e religiosi, alla sovrapopolazione, alle difficoltà e alle crisi economiche non sono responsabilità e non riguardano direttamente l'Europa e pertanto il peso non va scaricato assolutamente sugli europei.
La solidarietà umana dell'Europa e dei suoi paesi, caso mai può esserci solo se volontaria e se non crea problemi ai cittadini europei.
Quindi anche la migrazione socio-economica e l'asilo politico e umanitario vanno trattati alla luce di queste ed altre considerazioni tra cui la sicurezza socio politica, la compatibilità culturale e religiosa, le possibilità economiche e finanziarie.
Non ha alcun senso universale deprivare il propri cittadini, i propri famigliari, la propria gente per aiutare altri che magari sono solo profittatori, parassiti e criminali travestiti da bisognosi.



All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla, ma proprio nulla, niente di niente, tanto meno agli asiatici e ai nazisti maomettani d'Asia e d'Africa. Ci dispiace per i cristiani ma non possiamo accogliere tutti perché non vi è spazio, non vi sono risorse e non c'è lavoro, in Italia vi sono già milioni di poveri, di disoccupati e di giovani costretti a migrare; e un debito pubblico tra i più alti del mondo occidentale che soffoca lo sviluppo e alimenta i parassiti e la corruzione. Gli africani si arrangino e restino in Africa a risolvere i loro problemi.
viewtopic.php?f=194&t=2494



Pensa prima alla tua gente e al tuo paese che ne hanno bisogno, invece che agli africani e all'Africa
viewtopic.php?f=205&t=2681
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Re: Africa e Europa, schiavitù, colonizzazione e migrazione

Messaggioda Berto » mer giu 24, 2020 7:46 am

Africa razzista, il continente nero è tra i più razzisti della terra
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 196&t=2750
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