Kurdistan e dintorni

Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » gio ott 10, 2019 9:19 pm

La posizione di Trump sull'assalto della Turchia in Siria
10 ottobre 2019
Maria Grazia Rutigliano


https://sicurezzainternazionale.luiss.i ... XhyNNpA104


Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha definito l’incursione turca in Siria “una cattiva idea”, ma ha ribadito la sua opposizione a “guerre insensate e senza fine”.

Secondo quanto riferito dal New York Times, a seguito dell’attacco turco nel Nord-Est della Siria, lanciato nel pomeriggio del 9 ottobre, il presidente USA ha rilasciato una serie di dichiarazioni sul rapporto tra Washington e i militanti curdi siriani presenti nell’area. Parlando con i giornalisti, Trump ha affermato che era vero che i curdi avevano combattuto a fianco delle truppe statunitensi contro l’ISIS, ma lo avevano fatto per interesse personale e “per la loro terra”. Il presidente USA ha poi sottolineato: “I curdi non ci hanno aiutato nella Seconda Guerra Mondiale. Non ci hanno aiutato con lo sbarco in Normandia”. “Detto questo, ci piacciono i curdi”, ha aggiunto.

Trump è stato tendenzialmente moderato nei confronti della Turchia e non ha menzionato la possibile adozione di misure punitive contro Ankara a seguito di questa operazione, potenzialmente letale per i militanti curdi. Dall’altra parte, i repubblicani del Campidoglio si sono mostrati fortemente contrari alla decisione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, di aprire il fuoco in Siria. Inoltre, i funzionari del Pentagono hanno espresso la propria frustrazione per l’improvviso e non pianificato spostamento delle truppe USA dall’area che si trova momentaneamente sotto attacco. Tale calma da parte di Washington risulta inusuale, dato che la politica degli Stati Uniti nella regione era stata, per anni, quella di opporsi al desiderio della Turchia di effettuare azioni militari contro i curdi in territorio siriano.

Secondo quanto riporta il quotidiano Al-Jazeera English, la sera del 9 ottobre, Trump ha affermato che gli Stati Uniti devasteranno l’economia turca se l’operazione di Ankara fosse mirata all’eliminazione della popolazione curda. Interrogato da un giornalista sul timore che Erdogan possa voler “spazzare via i curdi”, Trump ha risposto: “Se questo dovesse accadere, spazzerei via la sua economia”. Il presidente USA ha anche difeso la propria decisione di ritirare le truppe statunitensi dall’area, dando di fatto il “via libera” all’attacco di Erdogan. Trump ha affermato di essere concentrato sul “quadro generale” che non include il coinvolgimento degli Stati Uniti in “stupide guerre senza fine” in Medio Oriente. L’esercito turco, intanto, supportato da truppe siriane, sta mandando avanti la cosiddetta operazione “Fonte di pace”, nel Nord-Est della Siria. Secondo quanto affermato dal Ministero della Difesa turco, sono 181 gli obiettivi colpiti in meno di 24 ore di offensiva.

“Le forze armate turche, insieme all’esercito nazionale siriano, hanno appena lanciato la #OperationPeaceSpring contro terroristi del PKK / YPG e di Daesh nel Nord della Siria”, ha scritto Erdogan su Twitter, il pomeriggio di mercoledì 9 ottobre. Nel post, il presidente si riferisce alle forze curde presenti nel Nord della Siria e utilizza il nome arabo con cui si fa riferimento allo Stato Islamico. “La nostra missione è impedire la creazione di un corridoio terroristico al nostro confine meridionale e portare la pace nell’area”, ha aggiunto. La Turchia ha affermato che i militanti curdi rappresentano la più grande minaccia per il futuro della Siria, poichè mettono a repentaglio l’integrità territoriale e la struttura unitaria del Paese, che è già debilitato da 8 anni di violenta guerra civile. La Turchia ha anche sottolineato che è inaccettabile sostenere i terroristi con il pretesto di combattere l’ISIS. Tale affermazione fa riferimento al supporto statunitense alle forze curde, che sono state i maggiori alleati di Washington nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq.

Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico. I curdi, negli ultimi anni, avevano ampliato il proprio controllo nella Siria settentrionale e orientale, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia considera le forze curde siriana una “organizzazione terroristica”, per via di presunti legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un’organizzazione politica e paramilitare nata nel Sud della Turchia e attiva anche in altre zone della regione. Il PKK ha condotto una campagna armata di decenni per la creazione di una zona autonoma curda in Turchia.
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » ven ott 11, 2019 9:01 pm

Ankara, qui i curdi sono senza dubbio atipici. Soprattutto quelli siriani
5 febbraio 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/0 ... ni/4134452

I curdi sono senza dubbio atipici, qui. Soprattutto i curdi siriani. I curdi del Rojava. Con questo loro tentativo di governo diretto, dal basso, sono la vena anarchica di un Medio Oriente spesso autoritario, invece, e soprattutto, profondamente conservatore. Ma in una cosa non sono affatto diversi: fondamentalmente, pensano a se stessi. E adesso, pagano il conto.

Il 20 gennaio la Turchia ha avviato l’operazione Ramo d’ulivo, il suo secondo intervento in Siria dopo l’operazione Scudo dell’Eufrate. L’obiettivo, in un certo senso, è sempre lo stesso: creare una zona di sicurezza a ridosso della frontiera. Ma questa volta, il pericolo per la Turchia non sono i jihadisti dello Stato Islamico. Sono invece i 10mila uomini dello Ypg, le Unità di Difesa Popolare del Rojava, a cui gli Stati Uniti vogliono affidare il presidio del confine. E per la Turchia, questo significherebbe avere i curdi alle porte. Con un Kurdistan infine contiguo, dall’Iraq fino al suo territorio. Contiguo, e armato e sostenuto dagli americani.

E i ribelli siriani combattono con la Turchia. Perché certo, dipendono dalla Turchia. Non è che abbiano molta scelta. Ma anche perché i curdi, visti dagli arabi, e in particolare dai siriani, sono quelli che hanno tradito la rivoluzione: non si sono mai uniti all’Esercito Libero, alleandosi invece tacitamente con Assad in cambio dell’autonomia del Rojava – che con i suoi tre cantoni di Afrin, Kobane e Jazira, costituisce complessivamente il 25 percento della Siria. Il Rojava, così, è stato a lungo risparmiato dalla guerra: è stato a lungo un mondo a sé. Mentre Aleppo era sotto i barili esplosivi, in Rojava si discuteva di Marx e Frantz Fanon.

Nel 2016, poi, quando è iniziato l’attacco allo Stato Islamico, i curdi sono stati la nostra fanteria. Hanno liberato Kobane, e via via, una a una, anche le città a maggioranza araba. E che però, invece di essere restituite ai ribelli, sono state inserite nel sistema di governo del Rojava. Fino all’assedio di Aleppo. Quando i curdi hanno tenuto chiusa la Castello Road, la principale strada di accesso alla città. Svolgendo così un ruolo determinante nella sua caduta. E in una delle battaglie più feroci di sempre.

Con la guerra all’Isis il vecchio Ypg, integrato da un po’ di arabi, è stato riciclato in Sdf, Syrian Defense Forces. Ma è rimasto essenzialmente l’esercito curdo: e quando ha riconquistato Raqqa, nella sua piazza principale ha piantato il ritratto di Ocalan. Un po’ come Hezbollah. Che ad Aleppo ha piantato la sua bandiera.

Poco di tutto questo è arrivato in Europa. Quasi niente. La sinistra si è lasciata affascinare dalla democrazia popolare del Rojava, e soprattutto, dalle ragazze al fronte: e in tanti si sono persino arruolati. Il Rojava era un modello e basta. Abbiamo sistematicamente omesso di parlare delle ambiguità e delle contraddizioni dei curdi. Dei curdi siriani, e ancora di più, dei curdi iracheni: che negli ultimi anni hanno ottenuto una larga autonomia, ma solo per rimpiazzare il governo di Baghdad con un governo altrettanto marcio e inefficiente, e altrettanto brutale nei confronti dei dissidenti. Nel nord dell’Iraq dominano due clan, i Barzani e i Talabani. Ma per noi è il Kurdistan: ed è sinonimo di libertà e progresso. Se critichi il Kurdistan, sei con Erdogan. Sei con Saddam.

Per quanto sia scomodo scriverlo, i curdi alla fine hanno giocato come tutti gli altri, qui. Si sono concentrati esclusivamente sui propri obiettivi e interessi, scegliendosi di volta in volta il patrono straniero più conveniente: e sperando un giorno di essere ricompensati con l’indipendenza. Che è poi la strategia che ha reso il Medio Oriente quello che è: un campo di battaglia. E naturalmente, è inutile dirlo, è esattamente la strategia dei ribelli siriani in questi giorni: contribuendo all’attacco al Rojava, pensano di ottenere armi e sostegno per ricominciare la guerra contro Assad. Pensano di combattere con la Turchia: ma combattono per la Turchia. Nient’altro. La vera rivoluzione, qui, sarà iniziare a rivendicare diritti per tutti, e non solo per sé. E capire che i mezzi sono importanti quanto i fini.
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » ven ott 11, 2019 9:02 pm

IL PASTICCIO
Niram Ferretti


https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Già sessantamila sfollati in virtù dell'offensiva turca nel nordest della Siria.

Infondo i curdi non hanno dato nessun aiuto agli USA durante la Seconda guerra mondiale e quindi è bene che se lo ricordino adesso.

Invece di minacciare di distruggere l'economia turca, non sarebbe più efficace buttare fuori Erdogan dalla NATO? Non sarebbe stato più efficace dirgli, "Noi non ce ne andiamo di qui perchè i curdi sono stati essenziali per fare fuori i jihadisti dell'ISIS, quelli con cui tu hai fatto ottimi affari. Jihadisti che ora sono sotto il loro controllo. Prova a sparare in una zona in cui si trova un soldato americano e poi vedrai cosa ti succede".

Se si vuole restare nell'ambito dei proclami alla Rambo, non era meglio questo?

Ma ce ne è anche per l'imbelle Europa che si inchina davanti a Erdogan, Germania in testa, perchè è sotto ricatto. Il rais turco lo ha già detto, "Non criticate l'operazione turca se no vi inondo di profughi siriani".

La Turchia, che fino a qualche tempo fa qualcuno voleva fare entrare nell'Europa.

I curdi stanno pagando un prezzo altissimo per il voltafaccia americano e perchè a Erdogan nessuno ha opposto resistenza.

La storia insegna che le canaglie a cui viene lasciato il respiro lungo si riempono di aria i polmoni, soprattutto di aria altrui. Non si possono ammansire in alcun modo se non mettondoli con le spalle al muro.



Il disonorevole tradimento della Siria di Donald Trump
Traduzione di Niram Ferretti

http://www.linformale.eu/il-disonorevol ... ald-trump/

La decisione di Donald Trump di ritirare le truppe dalla Siria è uno degli errori di calcolo di politica estera più miopi che si ricordino. Le azioni del presidente lasciano gli alleati curdi dell’Occidente in balia della Turchia. E il bizzarro tentativo di giustificazione di Trump -l’affermazione di avere abbandonato i curdi perché non hanno aiutato gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale – aggiunge un insulto al danno. Dopo trent’anni di tentativi da parte degli Stati Uniti di presentare quello che il presidente George Bush aveva definito un “nuovo ordine mondiale”, una cinica leadership americana si sta ritirando – e gli amici del paese stanno pagando un prezzo pesante.

La Siria orientale, che era una delle poche aree relativamente pacifiche del paese, stava lentamente procedendo verso la ricostruzione dopo essere stata liberata dall’ISIS. Ora la Turchia la sta bombardando. Ankara sostiene che gli Stati Uniti hanno collaborato con elementi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e questo dà alla Turchia il diritto di invadere la regione.

Gli Stati Uniti hanno riconosciuto come valide le preoccupazioni per la sicurezza della Turchia, in virtù delle forze americane sul terreno nella Siria orientale che hanno persino lavorato insieme alle forze democratiche siriane e alle forze per lo più curde che hanno combattuto l’ISIS, per rimuovere tutte le fortificazioni che la Turchia riteneva fossero motivo di preoccupazione. Ma questo non è stato sufficiente per fare da argine a Erdogan.

Il vero obiettivo della Turchia nella Siria orientale sembra sempre più quello di attuare un cambiamento demografico, collocando diversi milioni di rifugiati arabi provenienti da altre parti della Siria all’interno delle aree curde lungo il confine. Il mese scorso, Ankara ha presentato una mappa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, mostrando le sue richieste di controllo della regione. Ha proposto un progetto da 22 miliardi di sterline (27 miliardi di dollari) per costruire una “zona sicura”, che accoglierebbe un milione di rifugiati. Ma perché non ha intrapreso questo progetto ad Afrin o a Jarabulus, aree già sotto il suo controllo?

L’obiettivo della Turchia nella scelta di quest’area è duplice. Ha lo scopo di distruggere le forze democratiche siriane per lo più curde (SDF) e rimpiazzarle con le forze ribelli arabe reclutate tra i ribelli siriani. Ciò risolve due problemi che la Turchia deve affrontare. Permette al paese di aumentare il suo ruolo militare in Siria e fondamentalmente, consente al presidente Erdogan di presentare a casa propria una vittoria nazionalista, al contempo riducendo la pressione dei rifugiati siriani presenti in Turchia.

Il probabile risultato finale di ciò che sta accadendo nella Siria orientale è che le forze ribelli siriane, ora ricostituite sotto uno stendardo turco come Armata Siriana Nazionale, verranno usate come proxy da Ankara contro gli alleati americani, l’SDF. Considerando che sia gli Stati Uniti che la Turchia sono stati inizialmente coinvolti nella guerra civile siriana al fine di contrastare Bashar al-Assad, è singolare che l’ultimo grande conflitto della guerra sarà combattuto non contro Assad ma tra gli ultimi due gruppi indipendenti in Siria che si oppongono ad Assad. La Russia e l’Iran apprezzeranno sicuramente l’ironia di tutto ciò, osservando la distruzione dell’SDF e l’eventuale allineamento dei ribelli siriani che verranno incanalati nella Siria orientale a fianco delle forze armate turche.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Washington ha perso la propria influenza in Siria ed è stato umiliato più ampiamente nel Golfo quando l’Iran ha attaccato l’Arabia Saudita il 14 settembre, eludendo le difese costruite dagli Stati Uniti. E mentre Trump ha dato molta enfasi ai cosiddetti “scarafaggi” dell’ISIS attualmente in custodia americana, non ha presentato alcun piano per ciò che accadrà con gli altri prigionieri appartenenti all’ISIS detenuti nella Siria orientale.

Allontanarsi dalla Siria senza consultare gli alleati con forze presenti sul terreno, tra cui Regno Unito e Francia, mostra che gli Stati Uniti sono diventati imprevedibili nella loro politica estera. L’affermazione di Trump secondo cui l’America non può combattere guerre senza fine è una giusta critica al coinvolgimento in corso degli Stati Uniti in luoghi come l’Afghanistan. Ma l’operazione siriana contro l’ISIS ha avuto successo ed è stara relativamente breve. Consisteva di centinaia di forze speciali accorpate con la potenza aerea che sfruttavano i combattenti locali per sconfiggere l’ISIS. Se Washington avesse voluto concludere la sua operazione, avrebbe dovuto farlo gradualmente e nel contempo chiarire le cose ai propri alleati e partner. Invece gli Stati Uniti hanno gettato via la Siria orientale – e i loro vitali alleati curdi – come se stessero mandando indietro una zuppa fredda al ristorante.
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » sab ott 12, 2019 8:48 am

Siria. «Noi cristiani abbiamo paura della Turchia, ma i curdi ci usano»
LeoneGrotti
11 ottobre 2019

https://www.tempi.it/siria-guerra-turch ... seguitati/


La Turchia ha bombardato i quartieri cristiani di Qamishli, ferendo un’intera famiglia. Ma la vera storia è più complessa: «I curdi hanno sparato dai nostri quartieri per farci attaccare ed ergersi così a difensori dei cristiani agli occhi dell’Occidente. Ma non lo sono affatto»

«I cristiani in Siria sono spaventati, non sanno dove andare o dove nascondersi. I turchi hanno attaccato i loro quartieri di Qamishli, ma lo hanno fatto per rispondere al fuoco curdo, che sta usando i cristiani per combattere una guerra mediatica». La situazione nel Nord-est della Siria, dopo l’inizio dell’offensiva turca, è grave ma è molto più complessa di come viene raccontata in questi giorni sui principali quotidiani, come testimonia a tempi.it Afram Yakoub, direttore generale della Confederazione assira.

L’INVASIONE TURCA DELLA SIRIA

Il 9 ottobre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ottenuto il benestare del suo omologo americano Donald Trump, ha lanciato l’operazione militare “Fonte di pace”. L’obiettivo del Sultano è creare una zona cuscinetto in un’area profonda 30 chilometri lungo tutto il confine settentrionale siriano di 450 chilometri, dove poi ricollocare un milioni di rifugiati siriani scappati in Turchia. L’area, abitata da diverse etnie, è attualmente controllata dai curdi e dalle milizie Ypg, che hanno aiutato gli Stati Uniti a riconquistare le città occupate dallo Stato islamico, e che fin dal 2012 hanno creato in tutto il Nord-est della Siria una regione autonoma ribattezzata Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale o Rojava. La Turchia accusa le milizie Ypg di essere terroristi affiliati al Pkk e l’invasione ha anche lo scopo di cacciarle dal confine.

«I CURDI USANO I CRISTIANI»

Mercoledì l’esercito turco ha bombardato un quartiere di Qamishli. Sul web sono circolate le foto dei cristiani feriti. Le immagini sono autentiche, ma non dicono tutto: «Le milizie Ypg hanno bombardato le postazioni turche dai quartieri cristiani», spiega Yakoub a tempi.it. «Lo hanno fatto per provocare i turchi, che infatti hanno colpito le case cristiane. Sono i curdi ad aver diffuso le immagini dei cristiani feriti: la loro strategia infatti è di guadagnarsi l’appoggio dell’Occidente atteggiandosi a difensori dei cristiani. Ma i curdi sono tutto tranne che nostri protettori. Ci usano per combattere la loro battaglia mediatica, che in guerra può essere importante tanto quanto quella armata».

Nei bombardamenti turchi è stata ferita un’intera famiglia cristiana. Il padre e i bambini hanno riportato ferite lievi, la madre invece è in gravi condizioni (come si vede nella foto pubblicata sopra). Yakoub, 39 anni, originario di Qamishli e accolto in Svezia nel 1989, ha una fitta rete di contatti nella sua città natale, dove vivono ancora molti suoi parenti. «Cristiani e curdi hanno una relazione molto tesa», continua. «Bisogna ricordare che i curdi sono una minoranza nel Nord-est della Siria, ma vogliono creare una regione autonoma sotto il loro controllo. Per riuscire nel loro intento, usano i cristiani come moneta di scambio».

«I CURDI VOGLIONO CACCIARE I CRISTIANI»

L’anno scorso, come raccontato da tempi.it, i curdi hanno chiuso quattro scuole cristiane nel Nord-est del paese perché si erano rifiutate di adottare i provvedimenti di politica dell’educazione emanati dal governo locale, che prevede testi ispirati al nazionalismo curdo. Monsignor Jacques Behnam Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, da anni ripete che «i curdi vogliono sradicare la presenza cristiana da questa regione della Siria».

Ieri è tornato a dichiarare ad Acs:

«Qui ognuno ha i propri interessi e i cristiani ne pagano le conseguenze. Ho invitato i curdi a desistere dai loro piani di creare una regione autonoma, cui non hanno alcun diritto. Ora il conflitto è divenuto ancor più grave di prima e temo che saranno in tanti ad emigrare. Dall’inizio della guerra in Siria il 25 per cento dei cattolici di Qamishli ed il 50 per cento dei fedeli di Hassaké hanno lasciato il Paese assieme al 50 per cento degli ortodossi. Temo un simile esodo se non maggiore. L’Europa dovrebbe fare mea culpa».

La situazione, insomma, è molto complessa. La soluzione, secondo il direttore generale della confederazione assira, è solo una: «La minoranza assira ha paura tanto dei curdi quanto dei turchi. L’unica modo di uscirne sarebbe avere una vera democrazia in Siria e uno Stato unito. Nel frattempo i cristiani sono spaventati e non sanno dove andare».


UNIONE EUROPEA, LA GRANDE ASSENTE

Un dramma di cui l’Unione Europea, che si sta completamente disinteressando dell’invasione turca, dovrebbe occuparsi: «In Europa vivono mezzo milione di assiri e mezzo milione di curdi», dichiara a tempi.it Attiya Gamri, della confederazione assira dell’Ue. Gamri risiede in Olanda e la sua famiglia è originaria di Qamishli, dove si è stabilita oltre cent’anni fa dopo il genocidio turco. «È triste che Bruxelles non prenda posizione. Non si è alzata una voce quando i curdi hanno chiuso le nostre scuole a Qamishli e ora non parlano mentre i turchi ci attaccano. Abbiamo sofferto molto negli ultimi anni, vogliamo rispetto, democrazia e diritti umani».
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » dom ott 13, 2019 3:15 pm

La Germania contro Erdogan: stop all'esportazione di armi
Renato Zuccheri - Sab, 12/10/2019

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/ger ... ZZKUcItcn4

La Germania, insieme a Olanda e Norvegia, ha annunciato il provvedimento come ritorsione contro Erdogan

La Germania annuncia che sospenderà l'export di armi verso la Turchia come ritorsione per l'operazione militare iniziata da Recep Tayyip Erdogan nel nord della Siria.

La notizia è stata data direttamente dal ministro degli Esteri, Heiko Maas, che, secondo quanto riportato dalla Bild am Sonntag, "non rilascerà alcun nuovo permesso per armamenti che possano essere usati da Ankara in Siria". Una notizia che è particolarmente importante alla luce di quanto espresso in questi giorni dagli Stati europei ma che non va sopravvalutato. Angela Merkel, come trapelato ieri da fonti di Berlino, non ha intenzione di applicare una linea estremamente dura nei confronti di Ankara, dal momento che i milioni di cittadini di origine turca rappresentano un fattore fondamentale al pari del pericolo di un fiume di rifugiati già minacciato da Erdogan.

La Germania non è la prima nazione a prendere questa decisione. Già ieri, i Paesi Bassi hanno comunicato "di sospendere ogni richiesta di permesso per esportazione di materiale militare verso la Turchia nell'attesa dell'evolversi della situazione". Un provvedimento approvato anche da Norvegia e Finlandia. La Svezia, invece, ha chiesto che l'Unione europea imponga un embargo comune di tutti gli Stati europei nella riunione dei ministri degli Esteri.



Anche il Vaticano tace sull'attacco militare di Erdogan contro i curdi, oltre cento vittime civili

https://www.ilmessaggero.it/primopiano/ ... lXJLheujXk


Città del Vaticano Anche in Vaticano prevale la realpolitik. La massiccia operazione militare turca decisa da Ankara contro i curdi, nonostante l'alto numero di vittime civili che sta causando, è passata sostanzialmente sotto silenzio persino a Santa Marta. I violenti bombardamenti d’artiglieria e l’uso di F-16 anche in territorio siriano hanno causato, secondo l’agenzia siriana Sana, un bilancio di 140 civili morti. L’Osservatore Romano oggi pomeriggio ha dedicato alla vicenda un articolo quasi pilatesco, evitando di prendere qualsiasi posizione, nonostante l'altonumero di morti, spiegando che Ankara «punta a sottrarre il territorio di Afrin al controllo delle formazioni curde chiamate Unità di protezione del popolo (Ypg) e ritenute vicine al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), un’organizzazione considerata dalle autorità turche illegale e di matrice terroristica». Il quotidiano del Vaticano riferisce anche le parole del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, sul fatto che la Turchia «ha il diritto di difendersi» visto che Ankara «è uno dei paesi della Nato che più ha sofferto per il terrorismo».

Le fotografie e i video che in queste ore stanno invadendo i social e i siti di informazione mostrano parecchi bambini curdi feriti. Erdogan ha affermato che l’operazione militare andrà «avanti il tempo necessario». Nel frattempo i curdi – senza i quali l’Isis non sarebbe mai stato battuto - hanno chiesto il sostegno delle forze siriane.

Il premier Erdogan è atteso da Papa Francesco lunedì 5 febbraio per una visita di Stato. A preparare questa visita è stata la telefonata di Erdogan a Bergoglio all'indomani della decisione degli Usa di spostare l'ambasciata a Gerusalemme. L'agenzia di stampa Anadolu aveva riferito che Erdogan e il Papa avevano parlato della risoluzione con la quale l’Onu aveva respinto la mossa della Casa bianca sottolineando la necessità di «proteggere lo status quo di Gerusalemme, città sacra per l’islam, il cristianesimo e l’ebraismo».

La vicedirettrice della sala stampa vaticana, Paloma Garcia Ovejero, aveva confermato il colloquio telefonico senza fornire dettagli sui suoi contenuti e limitandosi a precisare che «la conversazione ha avuto luogo per iniziativa del Presidente turco». Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 19:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA



"Io e Orso in lotta con i curdi usati e traditi dagli americani"
Fausto Biloslavo - Sab, 12/10/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 3ECg0F_ySg

Il volontario compagno dell'italiano ucciso: «Contro la supremazia aerea si può poco. Ma colpiremo Ankara»

Paolo Andolina, nome di battaglia Pachino Azadì («Libertà») ha combattuto al fianco dei curdi dal 2016 allo scorso anno.

Un volontario italiano, che la procura di Torino vorrebbe sorvegliato speciale, ma lui giura: «Ho combattuto l'Isis per la democrazia nel Nord Est della Siria. Non imbraccerei mai le armi in Italia».

Vi aspettavate l'attacco?

«I turchi minacciavano da tempo l'invasione. E fin dalla battaglia di Raqqa, la capitale dell'Isis, non mi sono mai illuso sugli americani. Ci appoggiavano militarmente pronti a mollarci al momento buono, come è avvenuto».

Ha combattuto i turchi?

«Nell'aprile 2017 i caccia di Ankara hanno bombardato il quartiere generale dell'Ypg (Unità curde di protezione del popolo, nda). Ero nella base degli internazionali e alle 3 di notte mi ha svegliato un enorme boato. Ho visto la guerra: tre secondi di fischio e poi la bomba, che esplodeva con un bagliore gigantesco».

Èpossibile resistere davanti a uno degli eserciti più forti al mondo?

«Contro la supremazia aerea, che colpisce pure i civili, possiamo fare ben poco. Però non sarà facile per i turchi penetrare nel nostro territorio su un fronte di 600 km. Le Forze democratiche siriane hanno 60mila combattenti e anche la società civile si è mobilitata. La popolazione sta creando cinture di scudi umani attorno alle città e pattuglia i quartieri, dando la caccia alle cellule dormienti. Trasformeremo il Nord Est della Siria in un campo di battaglia senza tregua. E colpiremo le installazioni militari in territorio turco con operazioni mordi e fuggi, come sta già accadendo».

Ankara vi bolla come terroristi...

«I terroristi sono i miliziani dello Stato islamico nostri prigionieri e Al Nusra, costola di Al Qaida, che ha cambiato nome, ma molti suoi reparti si sono uniti all'Esercito libero siriano, che combatte al fianco dei turchi, oppure operano autonomamente. Il leader dell'ex Al Nusra ha dichiarato che appoggia l'attacco turco».

Eri con Alessandro Orsetti, il volontario fiorentino ucciso dall'Isis nell'ultima sacca di Baghuz. Qual è la sua eredità?

«Se fosse vivo sarebbe in Siria a combattere contro l'esercito turco. Questa non è una resistenza solo per i curdi, ma pure per gli assiri cristiani e gli arabi al nostro fianco».

Ci sono ancora volontari internazionali in prima linea?

«Sì, qualche decina soprattutto inglesi, francesi e americani. Due unità stanno combattendo nella città di Serekaniye. Vorrei unirmi a loro, ma è altrettanto importante mobilitarsi pacificamente a casa nostra per convincere l'Europa a sostenerci».

Cosa chiedete dalla comunità internazionale?

«La popolazione del Rojava si sente usata e tradita dagli americani. La comunità internazionale, a cominciare dai Paesi europei come l'Italia, protesta a parole, ma poi non fa nulla di concreto per fermare la Turchia alleata della Nato. Ed Erdogan sfida l'Europa. Chiediamo all'Italia e tutti i governi europei di non finanziare più o vendere armi alla Turchia che sta portando avanti una guerra genocida».

Ci sarà un esodo di massa?

«Nel Rojava vivono in 4 milioni. Bisogna mettere nel conto un enorme numero di sfollati. Per questo ci appelliamo alle organizzazioni umanitarie che accorrano in aiuto».

Che fine faranno i terroristi dell'Isis prigionieri dei curdi?

«Il rischio è che molti jihadisti possano scappare in Europa come ha detto Trump. I turchi hanno già bombardato nei pressi di un carcere dove sono rinchiusi e c'è stata una mezza rivolta nel campo di Al Hol delle mogli e figli dell'Isis. Se arrivano i turchi i terroristi si dilegueranno. È una minaccia evidente, che abbiamo combattuto per anni. Il sangue versato anche per l'Europa, l'Occidente, l'Italia è stato inutile?».

In questa guerra per la sopravvivenza siete pronti ad allearvi con l'esercito di Damasco?

«A patto che Assad non voglia riprendersi i nostri territori chiediamo una collaborazione militare per respingere i turchi».
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » dom ott 13, 2019 3:16 pm

L'offensiva turca in Siria infiamma tutta la regione
Laura Cianciarelli
10 ottobre 2019

https://lanuovabq.it/it/loffensiva-turc ... icrvm25nvs

La penetrazione turca nella regione curda della Siria sta riaccendendo i conflitti che covavano sotto la cenere. Le truppe di terra sono entrate per almeno 7 chilometri in territorio siriano mentre i raid aerei hanno colpito obiettivi fino a 30 km all'interno del Paese. Russia e Iran contrari all'offensiva, il governo di Damasco deve ancora decidere l'obiettivo da perseguire.

Bombardamenti turchi contro i curdi in Siria

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dato avvio alla nuova campagna in territorio siriano. “Le Forze armate turche” – si legge nel breve comunicato – “insieme all'Esercito siriano libero hanno lanciato l'operazione Primavera di pace, con l'obiettivo di prevenire la creazione di un corridoio del terrore a sud del confine turco e portare pace nell'area”.

Una mossa che non è certo giunta come un fulmine a ciel sereno. Da tempo, infatti, Ankara minacciava l'invasione del territorio nordorientale siriano allo scopo di creare una zona cuscinetto – dell'estensione di circa 30-40 chilometri –. Con una triplice finalità: “liberare il territorio dal terrorismo”, impedire che la nascita di uno Stato curdo oltre il confine meridionale della Turchia galvanizzasse i curdi presenti nel Paese; e ricollocare i profughi siriani rifugiatisi in Turchia.

Finora, tuttavia, le ambizioni turche erano state frenate dalla presenza nell'area delle truppe statunitensi, per le quali i curdi siriani hanno rappresentato un alleato chiave nella lotta contro lo Stato Islamico. Negli ultimi mesi, inoltre, il progetto condiviso per una “safe zone” sembrava essersi finalmente concretizzato: Ankara e Washington avevano raggiunto un accordo per la creazione del c.d. “corridoio di pace”, eseguendo anche le prime fasi del piano, quali il ritiro delle Syrian Democratic Forces (Sdf) dalle loro roccaforti nel nord-est della Siria e alcuni pattugliamenti congiunti turco-statunitensi.

Segnali positivi che, tuttavia, non sono risultati sufficienti, almeno nella prospettiva turca. Più volte, infatti, Ankara ha accusato gli Stati Uniti di non “aver fatto abbastanza” per la realizzazione della zona cuscinetto, arrivando anche a lanciare un ultimatum a Washington - scaduto alla fine di settembre - con il quale Erdogan minacciava un intervento unilaterale della Turchia nel nord della Siria.

Dalle parole ai fatti. Compresa la serietà della minaccia turca, domenica scorsa (6 ottobre), il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato la decisione di disimpegnarsi dalla Siria, ritirando le truppe statunitensi e dando de facto il “via libera” alla campagna di Ankara.

Pochi giorni dopo, il 9 ottobre scorso, le truppe turche – con l'appoggio dall'Esercito siriano libero, i ribelli sostenuti da Ankara negli anni della guerra civile siriana – hanno lanciato la campagna militare contro i curdi siriani. Ventiquattro ore più tardi, le truppe di terra turche sono penetrate per almeno 7 chilometri in territorio siriano, raggiungendo la città di Tal Abyad. Alcuni raid aerei avrebbero inoltre centrato obiettivi situati fino a 30 chilometri all'interno del Paese.

Niente pace, dunque, per la Siria, la cui mappa del conflitto appare nuovamente stravolta. Abbandonati dagli Stati Uniti, i curdi potrebbero infatti rivolgersi al governo siriano - dal quale hanno cercato di rendersi autonomi negli ultimi anni - o alla Russia, affinché riempiano il vuoto lasciato dalle truppe americane. Prospettiva caldeggiata anche da Mosca che, pur capendo le esigenze di sicurezza di Ankara, sta spingendo Damasco a negoziare con i curdi per fare fronte comune e salvaguardare l'integrità territoriale della Siria. Contrario all'offensiva turca, anche l'Iran - altro importante alleato di Bashar Al-Assad -, che ha intimato ad Ankara di ritirare le proprie truppe dal territorio siriano, dando il via ad alcune esercitazioni militari non preannunciate al confine con la Turchia, verosimilmente in funzione deterrente.

Per nulla scontata, invece, la risposta di Damasco. Le forze pro-Assad si starebbero concentrando nei pressi di Manbij e Deir Ez-Zour, ma non è ancora chiaro quale sia il loro obiettivo: se sostenere i curdi contro le ingerenze esterne o approfittare dell'offensiva per riprendere possesso del territorio. Dal marzo 2016, infatti, il territorio corrispondente alle aree di Afrin, Al-Jazira, Kobane, Tal Abyad e Shahba farebbe parte di uno “Stato curdo”, mai riconosciuto ufficialmente da Damasco.

Le conseguenze dell'offensiva turca potrebbero anche travalicare i confini siriani, riguardando direttamente l'Occidente. Nonostante la sconfitta territoriale dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, l'ideologia dell'Isis è ancora molto viva tra i suoi seguaci, in particolare negli ex territori del califfato, dove si nascondono numerose cellule dormienti.

Costrette a ricollocarsi per affrontare la minaccia turca, le forze di sicurezza curde potrebbero abbandonare il territorio nord-orientale della Siria – in cui si concentra la presenza dei jihadisti -, lasciando il fronte scoperto e vulnerabile. Ad aggravare la situazione anche lo “stand-by” in cui è stata posta la missione a guida Usa impegnata nella lotta allo Stato Islamico in Siria, proprio in concomitanza con l'avvio dell'operazione “Primavera di pace” (9 ottobre).

La diminuzione delle forze di sicurezza a guardia delle prigioni curde, nelle quali sono detenuti gli jihadisti, rischia di favorire l'evasione dei membri dell'Isis, tra cui numerosi foreign fighters. Proprio in concomitanza con l'avvio dell'offensiva turca, nel campo di Al-Hol, i detenuti hanno attaccato le guardie e dato fuoco alle tende in cui risiedono. Senza contare i “danni collaterali” dei raid aerei turchi. Il giorno successivo all'avvio della campagna militare (10 ottobre), è stata colpita una prigione gestita dai curdi, nella quale sarebbero stati detenuti alcuni tra i più pericolosi combattenti, arruolatisi nelle file dell’Isis e provenienti da circa 60 diversi Paesi.



LA GUERRA CHE NON FINISCE PER DECRETO
Niram Ferretti
13 ottobre 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Nella sua lettera a Donald Trump del dicembre 2018, dopo avere rassegnato le dimissioni da Segretario alla Difesa, il Generale James Mattis, scriveva.

"Una convinzione fondamentale che ho sempre sostenuto è che la nostra forza come nazione è indissolubilmente legata alla forza del nostro sistema unico e completo di alleanze e partnership. Mentre gli Stati Uniti rimangono la nazione indispensabile per il mondo libero, non possiamo proteggere i nostri interessi o svolgere quel ruolo in modo efficace senza mantenere forti alleanze e mostrare rispetto per quegli alleati. Come lei, ho detto fin dall'inizio che le forze armate degli Stati Uniti non dovrebbero essere i poliziotti del mondo. Invece, dobbiamo usare tutti gli strumenti del potere americano per provvedere alla difesa comune, incluso fornire una leadership efficace alle nostre alleanze. Le 29 democrazie della NATO hanno dimostrato questa forza nel loro impegno a combattere al nostro fianco in seguito all'attacco dell'11 settembre contro l'America. La coalizione Defeat-ISIS di 74 nazioni è un'ulteriore prova.

La mia opinione su come trattare gli alleati con rispetto e sull'avere una visione lucida sia sugli agenti maligni che su i concorrenti strategici sono fortemente sostenute e informate da oltre quarant'anni di approfondimento su questi temi. Dobbiamo fare tutto il possibile per far spingere un ordine internazionale che sia maggiormente favorevole alla nostra sicurezza, prosperità e ai nostri valori, e siamo rafforzati in questo sforzo dalla solidarietà delle nostre alleanze".

I punti esposti da Mattis sono chiari. Gli Stati Uniti, per come è configurato il mondo, per i loro interessi ramificati, per la tutela dell'ordine mondiale, non possono permettersi di fare ciao ciao con la manina e lasciare il resto del pianeta a sbrigarsela da solo. E il motivo è molto semplice, non perchè debbono fare da bandante agli altri, ma perchè se lo facessero si darebbero la zappa su i piedi. Chi non capisce questa cosa non ha la più pallida idea di cosa sia la geopolitica.

Ora, apprendiamo da Mark Esper, successore di Mattis alla Difesa che “Non abbiamo abbandonato i curdi. Vorrei essere chiaro su questo. Non li abbiamo abbandonati. Nessuno ha dato il via libera a questa operazione da parte della Turchia - esattamente il contrario. Ci siamo spinti molto indietro a tutti i livelli perché i turchi non iniziassero questa operazione ”.

Si resta davvero basiti. Siamo alla negazione totale dei fatti, della realtà. E' stato Donald Trump, dopo una telefonata con Erdogan. a dare il via libera all'operazione turca nel nordest della Siria. E' un fatto graniticamente incontestabile. Ed è una decisione che Trump stesso ha difeso chiaramente e inequivocabilmente. Nessuno può smentirla.

La verità è che si sono accorti (non ci voleva un genio) che la decisione di dare il via libera alla Turchia è stata una decisione sbagliata. Lo avevano capito in molti, anche all'interno del GOP. E in molti, anche assai vicini al presidente. E' poi successo un fatto rilevante che potrebbe avere un peso sul piano elettorale, e Trump è molto attento al piano elettorale anche in vista delle prossime elezioni. I cristiani evangelici, suoi granitici sostenitori lo hanno apertamente criticato per avere lasciato i curdi alla mercè dei turchi. Ci ha fatto caso.

C'è poi un altro fattore che riguarda il teatro di guerra, si tratta dei 10,000 prigionieri dell'ISIS sotto tutela curda, e il rischio concreto che, liberati, ricostituiscano nuove cellule jihadiste. E' sempre Mattis che lo ha sottolineato,

“Potremmo volere che una guerra sia finita; possiamo persino dichiararla finita. Puoi ritirare le tue truppe come ha fatto il presidente Obama in Iraq pagandone e conseguenze, ma il "nemico ottiene il voto", diciamo nell'esercito. E in questo caso, se non manteniamo la pressione, allora ISIS si riprenderà. È assolutamente scontato che torni".

Tutta la retorica sentimentale dei soldati americani morti (e ne sono morti davvero pochi ultimamente), tutta la retorica isolazionista del "se la sbrighino da soli", "sono guerre loro", purtroppo si deve scontrare con la realtà.

La guerra contro il radicalismo islamico, la guerra contro il jihadismo, non è finita e non finisce quando lo dichiara Trump o chiunque altro. È una guerra in corso da decenni e durerà ancora molto a lungo e gli Stati Uniti sono uno dei bersagli principali insieme a Israele.

Non resteranno immuni da attentati, violenza a fanatismo lasciando il Medioriente e illudendosi di potersi rifugiare in una inesistente isola felice.

Quando Trump sarà stato consegnato all'archivio della storia il jihadismo sarà esattamente lì dove si trova adesso.



Spartizione siriana: vantaggi per tutti, tranne i curdi
Gianandrea Gaiani
13 ottobre 2019

https://lanuovabq.it/it/spartizione-sir ... s.facebook

È facile prevedere la vittoria dei turchi sulle deboli milizie curde nel Nordest della Siria. La Turchia (come gli Usa e la Coalizione) è una presenza illegale in Siria. La reazione debole di Russia e Usa all'Onu fa intendere però che la mossa turca fosse concordata. Una spartizione che avvantaggia tutte le parti, tranne i curdi.

Siria settentrionale, soldati turchi al fronte

Se le prospettive politiche dell’offensiva turca in Siria appaiono quasi scontate, quelle militari lasciano aperte alcune incognite, specie se si vogliono valutare gli sviluppi a medio-lungo termine. Tutte le forze militari straniere presenti in Siria "illegalmente", quindi senza il consenso del governo di Bashar al-Assad, devono lasciare il Paese, ha detto ieri il presidente russo Vladimir Putin. "È qualcosa che dico apertamente ai nostri colleghi: il territorio siriano deve essere liberato dalla presenza militare straniera e l'integrità territoriale siriana deve essere ripristinata", ha detto Putin.

Una valutazione che può apparire scontata, tenuto conto che i militari russi costituiscono la sola presenza militare straniera richiesta dal governo di Damasco, ma che ha il merito di evidenziare un dato che nel mondo non ha avuto l’impatto che avrebbe meritato anche in termini di rispetto de diritto internazionale. La presenza in Siria di truppe della Coalizione statunitensi, britanniche e francesi è del tutto illegale in termini giuridici. Anzi, costituisce un atto di aggressione e di guerra nei confronti dello Stato siriano. La Coalizione anti-Isis a guida USA è stata invitata a intervenire in Iraq dal governo di Baghdad, ma non da quello di Damasco. Al tempo stesso anche la presenza turca nel nord del paese, da Idlib ad Afrin e oggi lungo tutta la frontiera fino ai confini iracheni, è del tutto illegittima. Una premessa spesso ignorata in Europa da media e politica, sempre attenti però su altri scenari (dalla Crimea, alla Cisgiordania all’immigrazione illegale) a evidenziare proprio gli aspetti legati al diritto internazionale.

Sul piano militare la penetrazione turca ha già raggiunto in alcuni settori la decina di chilometri, circa un terzo della profondità di 30/32 chilometri prevista dall’operazione lanciata da Ankara per costituire la fascia di sicurezza. Almeno tre i caduti turchi nelle prime 24 ore dell’offensiva, ma sarebbero di più i miliziani dell’Esercito Siriano Libero alleato di Ankara e impiegato come “apripista” contro le forze curde. Venerdì sera il comando turco ha annunciato di aver eliminato 399 “terroristi”, termine con cui vengono indicati i combattenti delle Unità di protezione popolare (YPG) curde. Numeri forse esagerati dalla propaganda ma non c’è dubbio che Ankara sta impiegando senza risparmio né esitazioni armi pesanti e artiglieria, come dimostra anche il bombardamento della base americana di Kobane, evacuata dalle truppe Usa che secondo il Pentagono non avrebbero subito perdite. Danni collaterali, per una volta statunitensi, che confermano la volontà turca di assumere il controllo di tutte le città del nord della regione curda del Rojava da cui potrebbero venire cacciati 2,5 milioni di curdi, da rimpiazzare nei piani di “ingegneria etnica e demografica” di Ankara con 3 milioni di profughi siriani arabi.

Difficile poi non notare come quell’Occidente tutto che si commosse e trepidò per la resistenza curda quando Kobane rischiava di cadere nelle mani dell’Isis oggi non fa una piega di fronte all’invasione della stessa città da parte di truppe turche e milizie islamiste aderenti alla Fratellanza Musulmano, non meno jihadista dell’Isis. Sono, del resto, scarse le possibilità delle YPG di fermare i circa 10mila militari turchi e i loro alleati siriani dell’ESL (14 mila uomini impiegati nell’operazione): i curdi non dispongono né di velivoli né di una reale capacità di difesa contraerea. È vero che gli USA hanno abbondantemente armato e finanziato l’YPG per combattere l’Isis, ma solo con armi di impiego terrestre dal momento che lo Stato Islamico non disponeva di forze aeree. Per questo oggi le YPG, pur contando su circa 35mila combattenti in tutta la Siria orientale, non sono in grado di opporre una costante resistenza frontale all’avanzata nemica pur mettendo in atto imboscate, azioni di disturbo e bombardamenti di mortai che colpiscono il territorio turco. I pochi mezzi pesanti a disposizione sono i carri T-55 e i cingolati BMP-1 sottratti all’Isis che a sua volta li aveva sottratti all’esercito siriano. Sul medio lungo termine però la capacità dei curdi di mantenere una forte pressione sul nemico all’interno della fascia di sicurezza potrebbe incrinare la capacità politica di Ankara di sopportare costi finanziari e umani dell’occupazione della fascia di sicurezza.

Persino Israele nel 2000 dovette abbandonare la “fascia di sicurezza” nel Libano meridionale a fronte dell’insofferenza della società di fronte ai caduti registrati in quei territori. Possibile che anche i turchi subiscano nel tempo un simile logoramento anche se i recenti attacchi dell’Isis contro le postazioni curde lungo il confine turco lasciano intendere che Ankara abbia già un’intesa con le milizie del Califfato per contrastare i curdi in tutta la Siria orientale. Un’ipotesi che potrebbe vedere la tanto temuta liberazione da parte delle autorità turche dei 12mila combattenti del Califfato detenuti nelle prigioni del nord della Siria che i curdi stanno abbandonando sotto l’incalzare delle truppe di Ankara.

A breve termine i curdi sembrano destinati a rifugiarsi tra le braccia del governo siriano e dei russi, che due anni or sono avevano sconsigliato le autorità curde dal fidarsi delle promesse statunitensi. Damasco, che soffre la carenza di truppe e ha il grosso delle sue forze di prima linea schierate intorno a Idlib, ultima roccaforte delle milizie ribelli, ha tutto l’interesse a riprendere il controllo dei pozzi di gas e petrolio dell’est oggi in mano a curdi e truppe americane così come ha interesse a farli presidiare dai curdi inquadrati all’interno dello Stato siriano con un’ampia un’autonomia e con il supporto di Mosca.

Del resto la posizione morbida assunta da Russia e Stati Uniti di fronte a una risoluzione dell’Onu di condanna ad Ankara, induce a credere che vi sia un fondamento alle indiscrezioni sull’intesa raggiunta alcune settimane or sono in base alla quale Mosca e Damasco avrebbero accettato l’invasione turca del nord in cambio del via libera per schiacciare i ribelli a Idlib. Un accordo gradito forse anche a Donald Trump che avrebbe così l’opportunità di ritirare l’ultimo migliaio di soldati americani ancora schierati in Siria. Un compromesso che comporta vantaggi, limitati ma pur sempre vantaggi, per tutti tranne ovviamente per i curdi.
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » dom ott 13, 2019 3:43 pm

Crisi siriana, ora il governo turco blocca i social media
Roberto Bordi - Dom, 13/10/2019

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/cri ... 4ldXQb0HWI

Il principale fornitore turco di servizi internet, Türk Telekom, parzialmente di proprietà del governo turco, ha bloccato l'accesso ai social media durante i primi due giorni dell'offensiva in Siria denominata "Primavera di Pace"

Accesso limitato ai principali social media (Facebook, Instagram, Twitter e Whatsapp) in almeno tre città della Turchia meridionale nelle prime 48 ore di "Primavera di Pace", l'operazione militare lanciata nella Siria settentrionale, mercoledì scorso, dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan per contrastare l'egemonia curda nella regione.

Lo riporta Wired.

Il blocco ai social network, comprese le più popolari piattaforme di messaggistica istantanea, sarebbe scattato alle 21 di martedì, dunque poche ore prima dell'inizio dell'attacco. A subire questa limitazione gli utenti di alcuni dei più importanti centri della Turchia meridionale: Gaziantep, Şanlıurfa e Hatay. Il blocco è stato reso possibile dal fatto che la maggior parte delle persone sono abbonate al gigante delle telecomunicazioni del Paese, Türk Telekom, di gran lunga il principale fornitore turco di servizi internet e parzialmente di proprietà dello Stato. Secondo NetBlocks - organizzazione non governativa fondata nel 2017 che monitora la sicurezza informatica e la governance di Internet - gli utenti in altre parti del Paese sarebbero state in grado di usare normalmente la connessione. La stessa ong spiega che non è la prima volta che in Turchia viene limitato l'accesso a internet. Era già successo, per esempio, nell'agosto 2017, quando siti come Facebook, Twitter, YouTube, Vimeo e Instagram erano stati chiusi per circa sette ore.

"Probabilmente non sarà l'ultima volta", ha commentato Adrian Shahbaz, direttore della ricerca per la tecnologia e la democrazia alla Freedom House, ong con sede a Washington impegnata in attività di ricerca su democrazia, libertà politiche e diritti umani. Sempre nel 2017 - dunque prima del presunto colpo di Stato contro Erdogan che sarebbe stato organizzato dal liberal Fethullah Gülen - anche l'enciclopedia online Wikipedia era stata bloccata per alcune ore. "Le autorità turche - ha aggiunto Shahbaz - hanno regolarmente bloccato l'accesso ai social media in alcune parti del paese negli ultimi anni, di solito a seguito di attacchi terroristici, perdite politicamente dannose o proteste dei cittadini". Ma non solo, perché negli anni centinaia di migliaia di siti internet sono stati resi off-limits per i motivi più disparati: dalle differenze politiche fino alla presenza di contenuti più o meno espliciti.

Per quanto riguarda l'ultimo blocco ordinato dal governo (e durato due giorni), la misura è stata evidentemente messa in pratica per limitare il margine d'azione di cittadini e giornalisti che, nel tentativo di eludere la censura governativa, avrebbero pubblicato direttamente sui social video e commenti dell'aggressione turca contro i curdi. "I social media sono il luogo in cui molti turchi riceveranno notizie attendibili", ha spiegato ancora Shahbaz. "Con tutto quello che sta accadendo nel sud-est riguardo al conflitto in Siria, non sorprende che le autorità turche abbiano fatto ricorso a questo ampio giro di vite sui social media", ha concluso.
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » dom ott 13, 2019 5:10 pm

Siria, attivista per i diritti delle donne Hevrin Khalaf trucidata dai filo-turchi: per Isis era una miscredente
13 ottobre 2019

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/1 ... _Fmw4ic8O8

È stata prelevata dall’auto sulla quale viaggiava e trucidata come il suo autista a colpi di arma da fuoco. Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito Futuro siriano e attivista per i diritti delle donne, è tra i 9 civili uccisi ieri a sangue freddo dai miliziani filo-turchi a sud della città di Tel Abyad, nel nord-est della Siria. Secondo quanto scrive il Guardian riportando fonti curde, lei e il suo autista sono stati assassinati a colpi di arma da fuoco su un’autostrada dopo essere stati prelevati dalle loro auto da milizie sostenute dalla Turchia. È inoltre possibile che sia stata uccisa dall’Isis, visto che i fondamentalisti islamici la consideravano una miscredente. Le uccisioni di tutti e 9 i civili sono state filmate e il video diffuso in rete. Nel filmato si sentono gli assassini gridare insulti mentre sparano contro i civili con le loro armi. E funzionari statunitensi hanno confermato che si tratta di immagini autentiche.

Nel video, spiega l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Khalaf è stata “trascinata fuori dalla sua auto durante un attacco sostenuto dalla Turchia e giustiziata da milizie mercenarie sostenute da Ankara“, ha affermato in una nota il braccio politico delle forze democratiche siriane a guida curda (SDF). “Questa è una chiara prova che lo stato turco sta continuando la sua politica criminale nei confronti di civili disarmati”, ha aggiunto. Mutlu Civiroglu, esperto in politica curda, ha descritto la sua morte come una “grande perdita”. “Aveva un talento per la diplomazia, partecipava sempre agli incontri con americani, francesi e le delegazioni straniere”, ha affermato. E sulla sua morte è intervenuto anche il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. “Hevrin Khalaf è il volto del dialogo e dell’emancipazione delle donne in Siria – ha scritto in un tweet -. La sua uccisione, opera di terroristi islamisti, più attivi dopo l’invasione dei territori curdi da parte della Turchia, è un orrore su cui la comunità internazionale dovrà andare fino in fondo!”.
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » dom ott 13, 2019 8:49 pm

Siria, l'esercito di Damasco avanza verso nord: "Fermeremo aggressione turca"
Mauro Indelicato - Dom, 13/10/2019

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/sir ... 11HZypf8WA


Dopo alcune indiscrezioni delle scorse ore, arrivano prime conferme sulla decisione di Damasco di inviare truppe siriane verso le zone curde. Il governo di Bashar Al Assad considera quella turca un'aggressione, mentre Usa e Russia mediano con i curdi

La notizia circola da ore sui siti di informazione siriani, ma soltanto nel tardo pomeriggio arrivano le conferme ufficiali: truppe di Damasco stanno entrando nei territori controllati dalle Sdf, ossia le milizie filo curde in questo momento sotto l’attacco dell’esercito turco.

Secondo il governo siriano, come si legge in un lancio dell’agenzia Agi, quella di Ankara è una vera aggressione contro l’integrità territoriale del paese arabo e dunque il presidente Assad ha dato ordine di spostare verso nord i soldati.

Le notizie nel pomeriggio di questa domenica, riferiscono tramite fonti russe di contatti mediati da Mosca ma anche da Washington per portare ad un accordo tra Sdf ed esercito siriano. La prima città oggetto dell’intesa, dovrebbe essere quella di Manbji, a nord di Aleppo: qui dall’agosto 2016 sono presenti le milizie filo curde, le quali hanno cacciato l’Isis durante le loro avanzate ad ovest dell’Eufrate.

Già nei mesi scorsi in realtà in più occasioni si è parlato di un parziale ritiro curdo a favore del ritorno della città sotto l’orbita di Damasco, ma poi non si è mosso più nulla. Adesso, complice l’avanzata turca, sembrerebbe esserci qualcosa di concreto. E non è forse un caso che, nelle stesse ore in cui Assad ha iniziato a muovere le sue truppe verso Manbji e verso aree sotto il controllo dell’Sdf, da Washington Trump ha annuncato lo spostamento di mille militari verso le zone più a sud del confine turco.

L’accordo tra Damasco e curdi in realtà non è stato al momento ufficializzato, ma i movimenti sul campo delle ultime ore stanno mostrando un repentino cambiamento della situazione figlio quanto meno di contatti tra le due parti.

Il contenimento delle avanzate delle milizie filo turche, dovrebbe quindi toccare ad Assad il quale, tra le altre cose, in questo modo riprenderebbe in mano territori che non controlla più da almeno cinque anni. Un modo per Damasco anche per accelerare il processo di riunificazione del paese, anche se ovviamente per adesso la priorità è data dal bloccare l’ingresso di nuovi miliziani dalla Turchia.

E mentre tutti i vari attori sul campo appaiono sempre più, ciascuno per la sua parte, protagonisti delle varie ultime novità, l’Europa invece dal canto suo appare con un ruolo sempre più marginale. L’unico leader del vecchio continente a parlare in queste ore è Emmanuel Macron: il presidente francese, si legge ancora sull’Agi, ha convocato una riunione ristretta all’Eliseo ed avrebbe espresso la sua preoccupazione in merito la possibile crisi umanitaria scaturita dall’attacco turco nel nord della Siria.

Intanto, dopo l’uccisione di nove civili avvenuta ieri a Tal Abyad, prima importante città in mano curda a cadere sotto l’occupazione delle milizie filo turche, in queste ore si sono registrate altre vittime innocenti. In particolare, come ha riferito l’Osservatorio siriano per i diritti umani, dieci persone sono state uccise a causa di un raid dell’esercito turco lungo alcune località del confine.

Tra di essi anche un giornalista curdo dell’agenzia Hawar News: “Il nostro corrispondente, Saad Al-Ahmad, che stava accompagnando il convoglio, è stato martirizzato”, comunicano gli stessi responsabili della testata curda.
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Re: Kurdistan e de torno

Messaggioda Berto » ven giu 19, 2020 9:32 am

I soldati bambini e il loro protettore
Traduzione di Niram Ferretti

http://www.linformale.eu/i-soldati-bamb ... IXcngPn2p4


Qualsiasi cosa possa essere detta di Donald Trump, lo immaginavo un newyorkese scafato in grado di riconoscere un buon affare quando lo vedeva.

Un primo esempio è stato in Siria, dove il Comandante in capo, nonostante comprensibili dubbi su impantanamenti all’estero, aveva schierato un piccolo contingente di truppe altamente qualificate per compiere una missione vitale ai fini della sicurezza nazionale americana.

In gergo militare, il presidente Trump stava impiegando una”economia della forza”. Nel contesto della storia recente, aveva adottato un approccio improntato al buonsenso.

Nel 2003, il presidente Bush inviò 177.000 truppe in Iraq per rovesciare un dittatore anti-americano e assassino seriale. Troppe. Nel 2011, il presidente Obama ritirò 90.000 uomini. Ritiro che il vicepresidente Biden sostenne fù “uno dei grandi risultati di questa amministrazione”. Troppo poche.

Ma il presidente Trump prese la decisione giusta: meno di 1.000 operatori speciali per addestrare, equipaggiare, consigliare e fornire supporto aereo alle forze di difesa siriane, 60.000 combattenti, per lo più curdi ma anche cristiani siriani, arabi e altri che, come noi, si oppongono al jihadismo.

Grazie a questo investimento sostenibile, l’SDF aveva umiliato lo Stato islamico, aveva impedito alla Repubblica islamica dell’Iran di attraversare la regione, aveva tenuto sotto controllo il dittatore siriano Bashar al-Assad e fatto capire al presidente russo Vladimir Putin fino a dove poteva spingersi.

La decisione del presidente Trump di ritirarsi dalla Siria ha gettato via tutto ciò. I suoi difensori dicono che lo sta facendo per le truppe, portandole a casa dove saranno al sicuro. Ma i combattenti americani si offrono volontari non per essere al sicuro a casa loro ma per permettere che lo siano i cittadini americani, prendendo di mira i nostri nemici ovunque vivano e tramino contro di noi.

Le nostre truppe hanno stabilito legami con i loro alleati in Siria. L’ultima cosa che volevano era lasciare indifesi quegli alleati e le loro famiglie. Jennifer Griffin di Fox News ha parlato con uno di questi combattenti subito dopo che gli era stato ordinato di abbandonare i suoi compagni d’armi. “Per la prima volta nella mia carriera, mi vergogno”, le disse. La Griffitn ha aggiunto, “Questo soldato delle forze speciali statunitensi voleva che sapessi che: “I curdi ci stanno accanto. Nessun altro partner con cui abbia mai avuto a che fare lo avrebbe fatto”.

I curdi sono stati a lungo i migliori amici d’America in quello che oggi è chiamato il mondo musulmano. Una nazione orgogliosa e antica senza alcuno stato, sono comunque riusciti a sopravvivere e non hanno alcun desiderio di essere divorati da un nuovo impero islamico anti-occidentale – l’obiettivo sia dei salafi e jihadisti sunniti che dei khomeinisti iraniani e leader sciiti.

Apparentemente Trump non lo capisce. Non lo capisce nemmeno il senatore Rand Paul, che sembra soffiare nell’orecchio di Trump. L’unica ragione per cui gli americani sono in Siria, ha affermato Paul la scorsa settimana, è a causa della “sete di sangue dei neocon” che, ha aggiunto,”non conosce limiti”.

Questi nemici si considerano uomini di fede, predestinati divinamente per sconfiggere tutti gli infedeli ovunque, eredi del califfo Umar che conquistò Gerusalemme nel 637, di Saladino che sconfisse i crociati nel 1187, del sultano Mehmet che occupò la capitale cristiana di Costantinopoli nel 1453.

Che la “guerra infinita” che stiamo combattendo abbia già più di mille anni non è un’opinione. È la persuasione dei nostri nemici. Rifiutare di elaborare questa realtà e progredire è improbabile.

Dan Crenshaw, un ex ufficiale dei Navy Seal ora in servizio al Congresso, ha osservato che la “grande ironia” della disputa sulle “guerre senza fine” “è che rimuovere la nostra piccola e conveniente forza dalla Siria settentrionale sta causando più guerra, non meno guerra”.

Qualunque cosa si possa dire di Donald Trump, lo ritenevo un tipo in grado di sentire l’odore di un truffatore a un miglio di distanza. Ma sembra aver ceduto al fascino di Recep Tayip Erdogan. Il presidente turco è un islamista, un sostenitore dei Fratelli Musulmani e un neo-ottomano che si presenta come un alleato. Ha mostrato scarso interesse nel reprimere lo Stato islamico (in effetti, i terroristi dell’IS operavano dal territorio turco di recente lo scorso anno) e ha tramato con i governanti iraniani contro l’America in più occasioni.

Ha anche represso brutalmente l’ampia minoranza curda in Turchia. Sì, alcuni curdi hanno risposto con il terrorismo. Ma i curdi in Siria non rappresentavano una minaccia per la Turchia fintanto che si trovavano sotto l’ala americana. In effetti, l’influenza dell’America, sostenuta per un lungo periodo, può essere trasformativa. Il Giappone, la Germania e la Corea del Sud sono degli esempi in questo senso.

Ancora una cosa: se il presidente Trump avesse ritenuto essenziale ritirarsi dalla Siria, avrebbe potuto dare istruzioni al suo nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, Robert O’Brien, al suo nuovo segretario alla Difesa, Mark Esper, e al suo equilibrato segretario di Stato, Mike Pompeo, di mettere a punto un piano per sfruttare la potenza militare americana per proteggere gli interessi americani; accogliere i legittimi problemi di sicurezza turchi (erano in corso trattative per creare una “zona sicura” lungo il confine siriano); impedire la fuga di migliaia di prigionieri dello Stato islamico dai campi gestiti dai curdi; e non tradire gli amici americani, lasciandoli alla misericordia di Erdogan.

In altre parole, avrebbe potuto ottenere molto per l’America, per la sua campagna di rielezione e per coloro che si sono fidati di noi. Se l’America dovrà essere di nuovo grande, avrà bisogno di alleati fiduciosi in grado di essere d’aiuto per combattere una guerra che può finire in due modi: con noi che ci arrendiamo o con noi che chiariamo che sconfiggere l’America non è né realistico né stabilito per ordine di Dio.




"Il ritiro delle forze americane dalla Siria è orrendo": Intervista a Daniel Pipes
21 ottobre 2019

http://www.linformale.eu/il-ritiro-dell ... yah7m6TUaE


A seguito della decisione di Donald Trump di ritirare il contingente americano in Siria, L’Informale ha voluto intervistare Daniel Pipes, tra i maggiori esperti internazionali di Medioriente e un interlocutore abituale del giornale.

Come valuta il via libera che il presidente Trump ha concesso a Recep Tayyip Erdoğan di invadere la Siria e attaccare i curdi?

A volte Trump riconosce la sua mancanza di competenza e governa seguendo il consiglio altrui, per esempio nello scegliere i giudici. In altre circostanze, crede di saperne di più e agisce sulla base dell’istinto. Il ritiro delle forze degli Stati Uniti dalla Siria è orrendo su tre livelli: moralmente, nell’avere tradito un alleato, tatticamente, nell’avere ceduto il territorio ai nemici, e infine strategicamente nell’avere inviato un segnale agli alleati nel mondo che gli Stati Uniti sono inaffidabili.

John Podhoretz ha scritto del negoziato Pence-Pompeo con Erdogan che “minaccoa di trasformare il colpo alla schiena ai curdi in un diretto e inequivocabile colpo frontale”. Non solo concede ai turchi, “tutto quello che volevano” ma non lo definiscono nemmeno un cessate il fuoco perché “desiderano che sia chiaro che hanno sconfitto gli Stati Uniti”. Quale è il suo punto di vista?

Sono d’accordo con questa analisi e anche con quella di Tom Rogan, il quale ha scritto che “La diplomazia americana ha semplicemente rimpiazzato i carri armati turchi come mezzo per la vittoria turca”. Questo accordo è una barzelletta e un perenne motivo di imbarazzo per Pence e Pompeo.

A partire dal 2009 lei ha contestato la presenza della Turchia nella NATO, Nel 2018 ha scritto, “In aggiunta alla sua ostilità la presenza turca nella NATO snatura l’alleanza. La NATO dovrebbe combattere l’islamismo.” Trump, come i suoi predecessori non sembra molto preoccupato dell’islamismo, è corretto?

È corretto. Ha posto come una questione fondamentale la lotta all’islamismo nella sua campagna per le presidenziali ma come presidente ha fondamentalmente abbandonato il tema.

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sostiene che la Turchia è un importante alleato e che allontanarla sarebbe un errore. Cosa ne pensa?

Il Dipartimento della Difesa non è aggiornato. Già a partire dal 2003 quando i turchi non diedero il permesso alle truppe americane di transitate in Turchia per raggiungere l’Iraq, Ankara è stata più un avversario che un alleato. Gli sviluppi attuali, incluso l’acquisto del sistema russo S-400, hanno confermato questo stato di cose.

È tempo di confrontarsi con la realtà.

Come vede la Siria da qui ai prossimi cinque anni?

Divisa in aree controllate dai regimi, aree controllate dalla Turchia e aree controllate dai ribelli.

A giugno, dopo che gli iraniani hanno abbattuto un drone americano, Trump, all’ultimo minuto, ha fermato un raid contro le postazioni iraniane. A settembre, non ha reagito a un attacco sponsorizzato dall’Iran contro i pozzi petroliferi sauditi, ma piuttosto si è rivolto a Teheran per negoziare. Quale è il suo punto di vista su i rapporti attuali tra Stati Uniti e Iran?

Trump detestava il Joint Comprehensive Plan of Action del 2015 e dunque si è ritirato dal negoziato, detto questo, spera di riuscire a costruire delle relazioni decenti con Teheran a modo suo. Avendo una vasta esperienza nel settore immobiliare, da una grande importanza ad intese che possano promuovere i suoi interessi personali, anche laddove questo approccio è piuttosto irrilevante.

Ritiene anche lei che Trump stia seguendo l’ex presidente Obama nel disimpegnare gli Stati Uniti dal Medioriente?

Sì, ma per ragioni diverse. Per Obama gli stati Uniti erano fondamentalmente una forza malefica a livello globale, per Trump è il mondo ad avere un impatto malefico sugli Stati Uniti.

Quale è la sua valutazione generale della politica di Trump in Medioriente?

È transazionale, il che significa che non possiede alcuna filosofia e moralità, soltanto una visione di corto raggio degli interessi americani. Questo approccio ha abbandonato il prolungato senso di responsabilità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei suoi alleati, successivo alla Seconda guerra mondiale. Dunque, mentre apprezzo in modo entusiasta alcuni passi specifici, in particolare l’essere uscito dal JCPOA e il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, sono tuttavia preoccupato per l’impulso generale della politica americana nella regione.




???

I curdi, i turchi e noi: perché spesso ci risulta così difficile capire le dinamiche mediorientali?
Francesco Severa
21 Ottobre 2019

https://loccidentale.it/i-curdi-i-turch ... KaY9IMqxPU

Laggiù, tra Kobane ed Erbil, scorrono profonde le cicatrici della storia. Confine sottile tra civiltà, confine impalpabile tra presente ed eterno. Laggiù a distinguere le persone non è lo spazio né il tempo, non una scelta ma solo un dato di destino: l’appartenenza ad una razza, l’appartenenza ad un’etnia, perfino l’appartenenza ad una religione. Non si può scegliere la propria condizione in quelle distese polverose. Si è curdi o yazidi, sunniti o sciiti, cristiani perfino, perché così si è nati ed è questa condizione ineliminabile a segnare l’essere di ognuno. Essere appunto e non volere. C’è una differenza verbale al fondo della nostra difficoltà di comprendere quelle terre così beate e così dannate. Da quelle parti computare le differenze non è solo questione di accesso alla ricchezza, di classi sociali (esiste anche lì la povertà certo), e non è nemmeno un problema di appartenenza nazionale per come noi potremmo intenderla (autorità e stabili confini). Vi è qualcosa in più che si somma a tali circostanze, rendendole secondarie: il dato forte dell’identità, etnica o religiosa (a volte etnica e religiosa), che pesa ineliminabile sì, ma che anche, insopprimibile, descrive e colora l’esistenza di ognuno. Una condizione immutabile dunque, non relativa. Ecco perché, in quelle terre, parlare di identità significa parlare del proprio essere: è pura ontologia.

Ecco perché, in quelle terre, difendere e combattere per la propria identità significa difendere e combattere per il proprio essere. È evidente allora che, in una realtà come quella appena descritta, non si possa più ragionare di ore, giorni ed anni, di chilometri e distanze, di singole esistenze: tutto si scioglie in qualcosa di più grande, tutto appartiene a qualcosa di più alto. Vita, morte, felicità, sangue: tutto è contingente per la civiltà dell’essere, un granello di sabbia di un più ampio deserto.

Ebbene la vera sfida è riuscire a leggere con questi occhi quello che accade nell’Oriente più prossimo. Certo però in questa logica così diversa dalla nostra e non di per sé migliore, noi non ci troviamo a nostro agio. Abbiamo superato il concetto di appartenenza quando abbiamo detto che la nostra ragione poteva costruirsi da sola la propria identità ed il proprio essere; cosa certo nobile, se non fosse che, oggi in Occidente, temiamo così tanto le ombre che da soli abbiamo creato da fuggire davanti al primo raggio di sole per paura che possa stenderle sulla strada dietro di noi. Che senso ha allora fare il tifo per i curdi o per i turchi? Da una parte l’eroismo romantico delle donne curde contro la vigliacca barbarie di Daesh, dall’altra la legittima volontà turca di tenere in sicurezza i propri confini: la nobiltà profonda del primo non toglie le ragioni pur condizionate della seconda. La verità è un’altra. Ciò che dovremmo realmente chiederci è se la nostra di civiltà (europea soprattutto) sarebbe capace oggi di combattere allo stesso modo per il proprio essere o anche solo per i propri interessi. Chiederci ancor prima se la nostra Kultur possieda la forza di esprime una visione chiara di sé stessa e della realtà, meritevole di sacrificio. Chiederci se, più che tifare, sappiamo noi “essere”. Conosciamo tutti la risposta!
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