Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

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Messaggioda Berto » lun giu 12, 2017 7:50 pm

Transgender all'ottavo mese di gravidanza: «Sto bene nel mio corpo, sono un uomo con un utero»
Trystan ha 31 anni e aspetta il suo primo figlio dal marito Biff
di Rachele Grandinetti
Lunedì 12 Giugno 2017

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/e ... 99400.html

A luglio partorirà il suo primogenito: si chiama Trystan Reese, ha 34 anni ed è un uomo transgender all’ottavo mese di gravidanza. Trystan aspetta un bimbo da suo marito Biff, di 31 anni. La coppia di Portland (Oregon) aveva provato ad avere un figlio naturale (i due nel 2011 avevano già adottato i nipoti di Biff) ma l’avventura da genitori si era conclusa con un aborto spontaneo. Adesso, invece, la gravidanza procede da copione e Trystan sta vivendo tutti i sintomi delle gestanti dalla nausea al mal di testa al mal di schiena con l’aggiunta, però, degli inevitabili sguardi curiosi che si soffermano su una pancia troppo prominente: «Ogni giorno che passa è sempre più evidente che la mia non è la pancia di un bevitore di birra», ha detto alla Cnn. I due hanno raccontato come, durante questi mesi, siano stati bersaglio di commenti sgradevoli, soprattutto sul web, dove chiunque si è preso la libertà di commentare la loro scelta.

Nato nel corpo di una donna, Trystan ha deciso di affrontare una trasformazione che, però, non cambiasse gli “attributi fondamentali”: «Penso che il mio corpo sia bellissimo. È stato un dono nascere in questa fisicità e ho cercato di fare ciò che era necessario per mantenerla tale. Anche con gli ormoni e le altre modifiche». Adesso Trystan vive sotto la costante supervisione di un team di medici che ha seguito la coppia sin dalla fecondazione. Hanno voluto un figlio per vedere più amore nel mondo, ha dichiarato il transgender col pancione, e ha aggiunto: «Sto bene nel mio corpo di uomo transgender. Sono un uomo con un utero e ho la possibilità di portare un bambino dentro di me. Questa situazione non mi fa sentire meno uomo. Può accadere che un uomo riesca ad avere un figlio nel suo grembo».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Berto » mer giu 14, 2017 6:38 am

Colombia, la prima famiglia 'poliamorosa': il matrimonio tra tre uomini è ufficiale
La Colombia ha ufficialmente riconosciuto una famiglia composta da tre uomini. L'avvocato dell'associazione Lgbt: "E' un riconoscimento che esistono altri tipi di famiglie"
di RAFFAELLA SCUDERI
13 giugno 2017

http://www.repubblica.it/esteri/2017/06 ... -167979836

Colombia, la prima famiglia 'poliamorosa': il matrimonio tra tre uomini è ufficiale
Chi lo ha detto che si può amare solo una persona alla volta? E per chi avesse dei dubbi dalla Colombia arriva la prova: nasce una nuova famiglia formata da tre persone, ed è ufficiale.
Ecco il cuore del documento che ha sancito un matrimonio a tre davanti al notaio di Medellin, la seconda città colombiana più grande dopo Bogotà: "Desideriamo concordare un regime patrimoniale sulla base di una relazione a tre, a conferma che le persone possono stare insieme a prescindere dal loro colore, status, sesso, razza, credo religioso e appartenenza etnica. Questo non è vietato dal diritto internazionale, né dalla legge in Colombia".
Riassumendo: Manuel Bermudez, 50 anni giornalista, Víctor Hugo Prada, 22 attore, e Alejandro Rodriguez, 36 anni personal trainer, sono sposati ufficialmente dal 3 giugno e formano una 'trieja' (coppia in spagnolo si dice 'pareja'). La città di Medellin saluta per la prima volta in Colombia, una famiglia poliamorosa.
È una storia d'amore tra tre uomini. Anzi, tra quattro. Alex è morto due anni fa per un tumore allo stomaco.
Tutto inizia nel 1999. Il mondo sta per finire e una relazione, che sarebbe diventata storica da lì a 18 anni, sta per sbocciare. Alejandro, che al tempo aveva 18 anni e studiava all'Istituto tecnologico, incontra Manuel ad una festa. Ed è colpo di fulmine. Nel 2000 si sposano e fanno scalpore finendo sulle pagine di tutti i giornali colombiani: è il primo matrimonio gay pubblico (in Colombia il matrimonio omosessuale è legale dallo scorso anno).
Nel 2004 Alejandro confessa a suo marito che si sta innamorando di Alex. Di comune accordo decidono di far sfumare la relazione naturalmente. Ma succede l'imprevedibile. Manuel incontra Alex e si innamorano anche loro. Iniziano a vivere tutti e tre sotto lo stesso tetto: "Non eravamo una coppia a tre, ma tre coppie - racconta Manuel - Alejandro e io, Alex e io, Alejandro e Alex".
Nel 2012 la relazione si allarga. Arriva Victor. "Avevo già tre mariti", dice Manuel. E le regole per la convivenza si creano naturalmente: non c'è predominio, non c'è sottomissione e i doveri e diritti sono uguali per tutti.
Alex dopo 3 anni muore, pur continuando a vivere nelle loro testimonianze e nella casa in cui vivono. E Manuel, Victor e Alejandro, dopo due anni, coronano il sogno della loro vita e di molti altri come loro: un matrimonio ufficiale.

Questo genere di unioni è frequente, ma è la prima volta che una di esse "viene legalizzata", ha spiegato all'Afp German Rincon Perfetti, avvocato dell'associazione Lgbt. "È un riconoscimento che esistono altri tipi di famiglie". Secondo Rincon, la possibilità di accedere a questo regime patrimoniale ha conseguenze "al 100 per 100 legali" per i tre uomini, che in caso di separazione o decesso potranno accedere alle pensioni o procedere a una separazione dei beni. In Colombia le coppie omosessuali hanno diritto i adottare minori che siano figli biologici di uno dei due partner.
Lo abbiamo cantato tutti per anni e forse, anche se scritto nel 1978, Renato Zero concorderebbe: "Il triangolo, no! Non lo avevo considerato. D'accordo, ci proverò. La geometria, non è un reato. Garantisci per lui? Per questo amore un po' articolato? Mentre io rischierei. Ma il triangolo io lo rifarei! Perché no? Lo rifarei!"
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Berto » sab giu 17, 2017 6:49 am

Ricatta il prete dopo il sesso: «Paga o finirai su Facebook»
Venerdì 16 Giugno 2017

http://www.ilgazzettino.it/nordest/rovi ... 07709.html

ROVIGO - L'aver fotografato nudo, per poi ricattarlo, un sacerdote, che al tempo era parroco in un Comune della cintura di Rovigo, molto attivo su questioni di ortodossia liturgica, è costato al 36enne marocchino Faissal El Hamraoui una condanna in primo grado a 6 anni e 6 mesi. Questa la sentenza letta ieri pomeriggio dal Collegio presieduto dal giudice Silvia Varotto, in linea con la richiesta del pm Andrea Girlando che era stata di 7 anni.

Tutto ruota attorno a una foto che l'uomo avrebbe scattato al sacerdote in un momento di masturbazione reciproca. Nell'immagine, in realtà, il religioso sarebbe ritratto solo dalla cintola in su, di spalle. Senza vestiti, ma di schiena. Una foto che il marocchino ha iniziato a utilizzare per spillare soldi al prete, sotto la minaccia che se non avesse acconsentito alle sue richieste, l'avrebbe divulgata e data in pasto ai social network. Una foto così, postata su Facebook , avrebbe inevitabilmente provocato uno scandalo. L'ultima cosa che il sacerdote voleva accadesse.
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Berto » gio giu 22, 2017 1:15 pm

Alex Hai, la prima gondoliera di Venezia rivela: "Sono transgender"

Alex Hai è diventato famoso come "la prima gondoliera di Venezia", ma lui, che si sente un uomo intrappolao in un corpo di donna, ora rivela: "Sono transgender"
Ginevra Spina - Gio, 22/06/2017

Alex Hai è conosciuto in tutto il mondo come la "prima donna gondoliera di Venezia", ma dopo vent'anni lui trova il coraggio per raccontare la su verità: "Sono un transgender, nato in un corpo di donna ma mi sento uomo da sempre".

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 11979.html



La vicenda di Alexandra (Alex) Hai, nato in Germania e approdato in laguna a 29 anni alla fine degli anni '80, è molto più complessa di come è stata narrata per anni dai giornali di tutto il mondo. Ecco la "vera" storia della prima gondoliera, così come il protagonista l'ha raccontata ai giornalisti radiofonici statunitensi Kristen Clark e Davide Conrad, i primi a rivelare l'equivoco che ha condizionato la vita di Hai negli ultimi vent'anni. In Italia la storia è stata ripresa dal Corriere del Veneto.

Nato di genere femminile, Alex ha raccontato che già a 3 anni sapeva di essere un uomo, intrappolato nel corpo sbagliato. A 29 anni arriva in laguna e si innamora della gondola a prima vista. Decide di iniziare il duro apprendistato per diventare gondoliere. Poi un giorno, nel 1996, qualcuno nota la "donna gondoliere" e i giornali hanno iniziato a scriverne definendola "una pioniera”.

L'attenzione mediatica ricevuta da hai ha fatto infuriare i bancali, i gondolieri con licenza, che lo minacciano e lo ostacolano. Quando Alex ricorre al Tar per la bocciatura all’esame per la licenza, ormai è universalmente noto come la "prima donna gondoliera che sfida la tradizione maschile", anche se lui donna non si sentiva affatto. Il suo avvocato, racconta, decide così di fare leva sulle pari opportunità per vincere il ricorso: "Una soluzione che non condividevo".

Ma funziona e nel 2004 Alex ha ripetuto l’esame, giudicato da una commissione di maestre del remo. "Quel giorno si formò una ressa di persone in riva, urlava parole d’odio, è stato l’inferno", ha riferito. E infatti, l’esame non andò bene, così Hai si mise in proprio, lavorando per gli hotel. I "veri" gondolieri, però, protestarono, ottenendo una modifica del Regolamento comunale che permetteva solo ai titolari di licenza di effettuare i servizi in gondola.

Ad Hai non rimane che ricorrere di nuovo in tribunale, dove vince per due volte contro il Comune. Le vittorie consacrarono definitivamente Alex come la "prima donna gondoliera” agli occhi dei media di tutto il mondo. "La vicenda diventò inarrestabile: non riuscivo più a dire, vi sbagliate", ha raccontato. Fu così che la sua passione per la gondola si è trasformata in una battaglia per i diritti delle donne che Alex non sentiva sua e non avrebbe voluto combattere.

Oggi, alla soglia dei 50 anni, Hai ha iniziato il percorso di transizione e, sostenuto da associazioni Lgbt, ha finalmente trovato la forza di rivelare al mondo la sua "vera" e dolorosa storia. "Sto diventando chi sono davvero, non so che ne sarà di me, fa paura", ha concluso.
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Sixara » lun giu 26, 2017 12:58 pm

Alex Hai è conosciuto in tutto il mondo come la "prima donna gondoliera di Venezia", ma dopo vent'anni lui trova il coraggio per raccontare la su verità: "Sono un transgender, nato in un corpo di donna ma mi sento uomo da sempre".

Ma come? :shock:
Eh nò, cara Alex, màsa còmoda... sa te te sentìvi òmo da sènpre, a te dovei pensarghe prima a fare el coming out e partecipare al concorso da gondolière da òmo pardèntro, nò da dòna parfòra ke cusì TUTE le dòne (pardentro e parfòra) le dixea vedìto la Alexandra, ke brava, ke la ghe pròva devegnere gondolièra a Venèzia, ke coràjo ke la ga ndare contro la casta di gondolièri venezian... e dai ona e do e trè , èto visto mò, ke BRAVA.

DixonèstO, da sènpre.
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Messaggioda Berto » mer giu 28, 2017 1:52 pm

Vaticano, fermato un monsignore: festini gay e droga al Palazzo dell'ex Sant'Uffizio
di Francesco Antonio Grana
28 giugno 2017

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06 ... io/3691426

Un festino gay a base di droga. È quello che hanno scoperto gli uomini della Gendarmeria vaticana in un blitz all’interno di un appartamento nel Palazzo dell’ex Sant’Uffizio. Proprio lì dove per un quarto di secolo l’allora cardinale Joseph Ratzinger ha svolto il suo incarico di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede prima di essere eletto Papa. L’inquilino dell’appartamento, stando a quanto raccontano in Vaticano, è un monsignore che svolge le mansioni di segretario di un importante porporato a capo di un dicastero della Curia romana. L’uomo, subito fermato dalla Gendarmeria, è stato prima ricoverato per un breve periodo nella clinica romana Pio XI per disintossicarsi dalle sostanze stupefacenti, e attualmente si trova in ritiro spirituale in un convento in Italia.

In Vaticano bocche cucite o quasi sull’operazione delicatissima svolta dagli uomini comandati da Domenico Giani. Qualcuno si lascia scappare di essersi lamentato più volte per un continuo via vai dal portone di ingresso, la sera, di persone che erano abituali frequentatori del monsignore fermato. All’interno dei sacri palazzi spiegano che l’appartamento dove si consumavano i festini a luci rosse a base di droga non doveva essere assegnato al segretario di un capo dicastero. Si tratta, infatti, di un’abitazione riservata ai superiori: prefetti, presidenti o segretari della Curia romana e non semplici monsignori. Così come aveva destato diversi malumori che il presule in questione avesse una macchina lussuosa con la targa della Santa Sede. Anche questo è un privilegio riservato ad alti prelati. Evidentemente, come emerso anche da alcune ricostruzioni fatte in Vaticano, era proprio questo veicolo che consentiva al suo proprietario di trasportare la droga senza essere mai fermato dalla polizia italiana.

Si racconta di un Papa a dir poco infuriato quando, dopo che era arrivata la soffiata ed era stata decisa l’operazione della Gendarmeria, ha saputo che il monsignore era stato beccato sul fatto. Tra i condomini del Palazzo dell’ex Sant’Uffizio l’imbarazzo è diffuso, ma anche la rassicurazione che, almeno per il momento, tornerà a regnare un po’ di tranquillità nell’edificio. Il suo ingresso principale, infatti, dà direttamente su piazza del Sant’Uffizio che è già territorio italiano ed è fuori da ogni controllo delle Guardie Svizzere e della Gendarmeria. Chiunque, di giorno e di notte, può entrare liberamente in Vaticano da questo accesso senza subire alcun controllo e senza ovviamente essere schedato. Una location perfetta per godere dei privilegi dell’extraterritorialità senza però dover sottostare né ai controlli dello Stato italiano, né a quelli della Città del Vaticano.

Risolta, per usare un eufemismo, la vicenda a dir poco incresciosa del monsignore, resta da chiarire la posizione del cardinale di cui era segretario. “Possibile che non si sia mai accorto di nulla? Eppure diceva che lavoravano insieme fino a tardi”, si lascia scappare ancora un alto prelato. Si vocifera che, considerando anche l’età del porporato che ha ampiamente superato i 75 anni, ovvero l’età canonica delle dimissioni, Francesco abbia deciso di accelerarne il pensionamento anche a causa degli ultimi avvenimenti. “Aveva proposto il suo segretario per l’episcopato. Fortuna che non lo hanno nominato vescovo. Ora che cosa sarebbe successo?”, è la considerazione di un presule condivisa anche da altri confratelli. Ma qualcuno ha fermato questa nomina prima che fosse troppo tardi.
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Berto » dom lug 02, 2017 9:58 am

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Berto » mer lug 12, 2017 7:41 pm

La vita complicata dei figli di coppie gay
di Stefano Parenti
12-07-2017

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la- ... U.facebook

“La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”. È questa la frase “incriminata”, che ha sollevato un polverone attorno allo psicoanalista Giancarlo Ricci, attualmente in attesa di essere giudicato da una commissione deontologica presso l’ordine degli psicologi della Lombardia. In quanto amico e collega non posso che offrirgli tutto il mio sostegno. Indossando gli occhiali dello studioso e del professionista mi chiedo: cosa può dire la psicologia a riguardo dell’affermazione di Ricci? In altre parole, la scienza psicologica – che sappiamo essere molto meno “pura” di tante altre scienze “dure” come la fisica e la biologia – corrobora o confuta l’affermazione sotto accusa?

Da diverso tempo mi interesso di figli senza papà, ovvero di quei bambini e ragazzi che si trovano a crescere in un nucleo familiare composto dalla sola madre, dalla madre e da un nuovo compagno, oppure dalla madre ed un padre che però è assente, fisicamente e/o psicologicamente. Le ricerche che si sono occupate dei “fatherless”, come ho potuto documentare in un libretto dall’omonimo titolo (Fatherless – L’assenza del padre nella società contemporanea, ed. D’Ettoris, Crotone 2015), hanno tutte rilevato dei punteggi svantaggiati per i “senza papà” rispetto ai figli che crescono con una diade genitoriale intatta e partecipe. Sia che vengano indagate le componenti cognitive, che il rendimento scolastico, che gli aspetti relazionali, ma anche l’autostima e più in generale la salute mentale, i fatherless presentano un rischio ben superiore di sviluppare delle difficoltà. Anche molti capiscuola della psicoterapia concordano su questo punto. Sigmund Freud, ad esempio, scrisse: “Non saprei indicare un bisogno infantile di intensità pari al bisogno che i bambini hanno di essere protetti dal padre”. Questo per quanto riguarda la paternità.

La gran parte degli studi di psicologia infantile, però, si focalizzano sulla funzione materna. Una delle più importanti cornici concettuali, la celebre “teoria dell’attaccamento”, sostiene che un certo tipo di madre, ad esempio una mamma concentrata esclusivamente su se stessa (come le madri adolescenti o le madri depresse) oppure emotivamente ambigua nei confronti del figlio, generi una tipologia di legame di attaccamento del bambino a sé che viene definito “insicuro”. Il bambino con un attaccamento insicuro ha maggiore ansia, più facilità a sviluppare una scarsa autostima in adolescenza e, in prospettiva, un rischio più elevato di dare avvio ad una psicopatologia in età adulta. Il che ci dice che se una mamma è assente il figlio ne risente. Vi è poi un altro stile di attaccamento, che viene chiamato disorganizzato, che tende a svilupparsi in presenza di lutti, di violenze, di incapacità a gestire eventi significativi, tra cui la perdita di una figura di attaccamento.

Questi dati ci forniscono una misura dell’essenzialità della funzione materna e paterna e del loro essere costitutivi nel percorso di crescita dei figli. Ad essi sembrano opporsi le ricerche sull’omogenitorialità, ovvero sulle “coppie” di persone dello stesso sesso che convivono e che adottano un figlio. Quando scrissi Fatherless decisi di non occuparmi di esse poiché gli studi che avevo preso in esame erano viziati da gravi errori metodologici, su cui incombeva l’ombra del fanatismo ideologico, come ha poi confermato Roberto Marchesini (cfr. Genitori omosessuali: e i figli?, Studi Cattolici).

Tuttavia un approfondimento specifico andava svolto, perché negli ultimi tempi le ricerche sull’omogenitorialità sono diventate il portabandiera di concezioni politiche ed ideologiche. A coprire la lacuna ci ha pensato Elena Canzi, psicologa e collaboratrice del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, la quale ha dato alle stampe un volumetto dal titolo: Omogenitorialità, filiazione e dintorni – Un’analisi critica delle ricerche (Vita e Pensiero, Milano 2017). Sono molto grato alla dottoressa Canzi per aver scritto un testo importante e per averlo fatto nel modo migliore possibile, ovvero attenendosi strettamente alla ricerca scientifica. Nel suo libro non c’è divulgazione, non ci sono argomentazioni filosofiche, teologiche o semplicemente contestuali, ma semplicemente una fredda e lucida analisi della letteratura. Forse è proprio questo atteggiamento, serio e rigoroso, che è mancato al dibattito scientifico, come è emerso dalla vicenda legata al Giornale Italiano di Psicologia, il cui numero dedicato all’omogenitorialità ha sollevato non poche polemiche.

Il testo della dottoressa Canzi si divide in tre sezioni. Nella prima leggiamo una corposa presentazione scritta da Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli, ovvero da due nomi che nel mondo della psicologia non hanno bisogno di presentazioni. La professoressa Scabini è stata per quasi un ventennio preside della facoltà di psicologia presso l’Università Cattolica di Milano, ma soprattutto è stata ancor più lungamente direttrice del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia. Vittorio Cigoli, oltre ad essere uno dei più importanti clinici nell’ambito del famigliare nonché docente universitario, ha diretto l’Alta Scuola Agostino Gemelli sempre dell’Università Cattolica.

Insieme i due “professoroni” non solo hanno portato avanti le ricerche sul famigliare, sia in ambito sperimentale che clinico, ma hanno elaborato un modello teorico dei legami famigliari ed un paradigma in grado di interfacciarsi con gli ambiti della prevenzione e dell’intervento. Basta dire che la loro definizione di “familiare”, frutto di studi antropologici, sociologici e psicologici, risuona oggi in molteplici testi specialistici, italiani e stranieri. Essa dice che: “La famiglia è un’organizzazione che tiene e lega insieme le differenze fondamentali dell’umano: la differenza di stirpe, la differenza di generazione e la differenza sessuale”. È già sufficiente quest’ultimo passaggio per intuire che laddove non vi sia differenza sessuale, difficilmente vi sarà “il famigliare”.

Nella Presentazione del libro, Scabini e Cigoli sono abbastanza espliciti: parlano di “problemi metodologici” riferendosi alle ricerche (p. VII); portano lo sguardo sui “problemi che la situazione di omogenitorialità strutturalmente porta con sé (uno solo è padre o madre e l’altro è il cosiddetto ‘genitore sociale’) con gli inevitabili squilibri che tale doppia presenza dello stesso genitore, unitamente alla ‘diseguaglianza procreativa’, comporta” (p. VIII); e sentenziano che “dal corpus delle ricerche presentate risulta di tutta evidenza la forzatura della tesi della ‘non differenza’” tra bambini di coppie omosessuali ed eterosessuali (p. IX). Essi denunciano un uso politico della ricerca empirica, la quale “va riconosciuta ed apprezzata per quel che essa è in grado di offrire e non caricata di compiti ad essa estranei come quello di giustificare una nuova concezione antropologica della filiazione” (p. XVI).

L’analisi delle ricerche svolta da Elena Canzi si sviluppa su tre capitoli e si apre con gli studi sulle coppie omosessuali con figli. Il primo nodo che l’autrice affronta riguarda le preferenze ovvero i rapporti preferenziali tra il genitore di nascita e il figlio, “e di conseguenza conflitti, competizione, gelosia, nonché fantasie specifiche tra il genitore di nascita e il cosiddetto ‘genitore sociale’, ossia il partner/coniuge del genitore di nascita che non ha legami genetici con il figlio” (p. 5). Lo “sbilanciamento relazionale verso la madre di nascita” che i figli attestano rispetto alla “madre sociale” è stato riscontrato sia nelle forme linguistiche utilizzate dai bambini di “madri lesbiche in coppia”, che “dicono di essere in difficoltà per l’assenza di un linguaggio adeguato a descrivere la loro situazione”, sia da alcune toccanti interviste strutturate, come quella di una giovane che chiama la madre di nascita “momma best” (p. 6).

Altri temi importanti sono quelli del denaro, secondo cui “i figli nati tramite donazione di seme dicono di sentirsi disturbati dal ruolo ricoperto dal denaro nel proprio concepimento” (p. 8), e del rapporto con le famiglie di origine e la rete amicale: “l’unico elemento di criticità che la letteratura sul tema ha evidenziato”. Benché l’apporto della ricerca, qui come in tutto il campo dell’omogenitorialità, sia parziale ed ancora insufficiente, “dai pochi dati a disposizione sembrerebbe che le coppie omosessuali con figli siano meno supportate dalle famiglie di origine e più esposte all’isolamento e al misconoscimento da parte dei parenti” (p. 10).

Col secondo capitolo il testo raggiunge il cuore della vicenda, descrivendo le ricerche sui figli delle coppie omosessuali. “Nella stragrande maggioranza dei casi i campioni utilizzati non sono rappresentativi della popolazione” (p. 13). Molti studi utilizzano, infatti, dei questionari self-report per la raccolta dei dati, ovvero delle domande sullo stato dei figli compilati dalla coppia genitoriale omosessuale. È facile intuire i rischi a cui tali strumenti si espongono: “Nel caso dei genitori omosessuali, specie quelli che pianificano il figlio, è lecito supporre che, avendo essi investito moltissimo in questa causa e avendo una notevole pressione a dimostrare la propria adeguatezza, tenderanno a mostrare ed enfatizzare prevalentemente gli aspetti positivi della loro esperienza familiare” (p. 14). “Tutto questo ci deve rendere cauti nella generalizzabilità dei risultati” (p. 13). Vediamone alcuni.

Per quanto riguarda il comportamento di genere, “i figli di genitori omosessuali nel loro percorso di costruzione dell’identità sessuale e di genere possono trovarsi in difficoltà, poiché, se eterosessuali si trovano a dover gestire una situazione in contrasto con il modello genitoriale, se omosessuali ne deludono le aspettative. D’altra parte, anche nei confronti dell’ambiente sociale, sentono di dover esibire standard comportamentali d’eccellenza per confermare la ‘normalità’ della loro famiglia e ciò tende a provocare in loro un senso d’inadeguatezza” (p. 17). Circa l’orientamento sessuale, l’autrice riassume così le ricerche: “Nonostante la disparità dei dati di ricerca esposti e la difficoltà a commentarsi, vista la eterogeneità dei campioni coinvolti, sembra comunque di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali (già vissuta, o anche solamente immaginata) nei figli cresciuti da genitori omosessuali” (p. 19).

Un altro aspetto significativo è il benessere psicologico, che spesso ricorre nel can can mediatico sull’omogenitorialità. A riguardo la Canzi commenta: “Innanzitutto si evidenzia un quadro certamente complesso e non univoco per cui diventa davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza tra i figli di genitori omosessuali e i figli di genitori eterosessuali”. Ed aggiunge: “è altresì vero che, ad oggi, le ricerche non sono in grado di dare riposte chiare e definitive sullo stato di salute complessivo di questi ragazzi” (p. 27).

Altri dati interessanti sono quelli che riguardano il rapporto dei figli con i genitori: “Particolarmente problematico sembra essere il caso dei figli maschi di donne lesbiche che paiono in difficoltà a dare valore al proprio genere probabilmente in relazione al fatto che le loro madri vivono la contraddizione di rifiuto del maschio (in quanto lesbiche appartenenti alla comunità lesbica) e di doversene prendere cura (in quanto madri di figli maschi)” (p. 35). Le cose non vanno meglio quando vengono indagati i rapporti con i coetanei: “in sintesi possiamo dire che la situazione di disagio di questi ragazzi è di tutta evidenza nei confronti dei pari, soprattutto durante l’adolescenza. […] I dati che la ricerca mette a disposizione […] mostrano che, anche all’interno di contesti in cui da diversi anni sono state introdotte legislazioni favorevoli all’unione omosessuale, i figli di genitori omosessuali devono comunque affrontare problemi specifici e il disagio che vivono è più complesso, profondo, doloroso e attraversato da sentimenti di colpa e di vergogna” (p. 34).

Il terzo capitolo si focalizza sull’adozione ed in particolare sui criteri di valutazione dell’idoneità delle coppie aspiranti. “Gli operatori sociali, infatti, sono chiamati a tutelare l’interesse del minore adottabile e a valutare le competenze genitoriali delle coppie, la loro capacità, seppur prospettica (ed è questo a rendere il compito assai difficile), di rispondere alle esigenze di minori che hanno spesso subìto separazioni traumatiche e/o vissuto contesti di crescita non adeguati” (p. 45).

Le coppie di persone con tendenze omosessuali presentano delle differenze significative nell’ambito dell’esclusività sessuale: “non tutte le coppie dello stesso sesso sono monogame – riporta Canzi, citando la ricercatrice Abbie Goldberg -. Infatti, i dati a nostra disposizione affermano che l’esclusività sessuale non è la norma, specialmente tra le coppie di uomini gay, dove le percentuali di relazioni multiple si attestano attorno al 50-60%” (p. 45). Numeri davvero importanti. Anche la stabilità della coppia omosessuale è differente da quella eterosessuale: “Alcuni studi hanno documentato che i tassi di dissoluzione delle relazioni di coppie omosessuali con figli sono maggiori rispetto a quelle eterosessuali coniugate con figli” (p. 46).

Un altro elemento molto delicato da affrontare nel percorso di valutazione di idoneità è la salute mentale e fisica, che “sappiamo influire in modo rilevante sul benessere dei figli” (p. 46). “Alcune ricerche hanno messo in luce che nella popolazione omosessuale rispetto alla popolazione generale vi sono maggiori incidenze di alcune patologie psicologiche, come disturbi dell’umore e d’ansia, nonché la presenza di pensieri e/o atti suicidari […] e di comportamenti a rischio come consumo di alcool e di fumo” (p 46). Un ulteriore aspetto è la carenza di supporto sociale da parte delle famiglie di origine: i genitori adottivi omosessuali “riportano di ricevere meno sostegno da parte della famiglia di origine” (p. 46). In conclusione: “L’adozione da parte di coppie omosessuali si configura quindi come un quadro molto complesso, in cui bambini e ragazzi si trovano a fronteggiare diverse situazioni di rischio e sono impegnati in compiti di sviluppo ‘aggiuntivi’ rispetto sia ai coetanei non adottati, sia ai coetanei adottati da coppie eterosessuali”.

L’ultima parte del volume riporta delle preziose schedature delle principali ricerche analizzate. Il lettore può così verificare di persona le argomentazioni dell’autrice. Nel complesso il testo sembra suggerire che crescere con due mamme e due papà non sia proprio la stessa cosa dell’avere una famiglia tradizionale. Al di là di ciò che dice la stampa mainstream. Forse non si è ancora dimostrato che “la funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”, come ha sostenuto Giancarlo Ricci. Da due premesse negative non si giunge ad alcuna conclusione affermativa, recita la quinta regola del sillogismo ripresa anche dalla dottoressa Canzi nel testo. Capire che Mario non è un pesce, non vuol dire dimostrare che sia un uomo. Però, è pur vero che si tratta già di un passo importante.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Berto » ven lug 21, 2017 8:07 pm

MA QUALE TRANSGENDER !!! MA QUALE UOMO CHE PARTORISCE !!!
SMONTIAMO QUESTA PROPAGANDA E TRUFFA CULTURALE- CLICCA!
I bambini nascono tutti dalle DONNE. DONNE OK? D-O-N-N-E !

https://www.facebook.com/Giuseppe.Povia ... 7769694670
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Re: Coki-cokeria, veła, xmoca, gay e altre stranbarie

Messaggioda Berto » gio lug 27, 2017 9:13 am

Trump: «No ai trans nell’esercito Usa». Obama sconfessato
di Redazione
26 luglio 2017

http://www.secoloditalia.it/2017/07/493 ... M.facebook

Dal Nord America all’Europa fino all’Australia, è allarme fertilità per l’uomo occidentale. Secondo un team di scienziati gli spermatozoi sono in costante crollo: la loro concentrazione nel liquido seminale sarebbe diminuita di oltre il 50%,dimezzata in meno di 40 anni. Sulla carta, arriva a ipotizzare uno degli autori del lavoro pubblicato su Human Reproduction Update, si potrebbe addirittura parlare di rischio estinzione se il trend si mantenesse quello osservato passando in rassegna 7.500 studi e conducendo una metanalisi su 185 lavori.

Il periodo coperto va dal 1973 al 2011 e l’esito della ricerca mostra nel dettaglio che il declino nella concentrazione di spermatozoi è del 52,4%, mentre il conteggio spermatico totale registra un calo del 59,3%, fra coorti di uomini del Nord America, dell’Europa, dell’Australia e della Nuova Zelanda (non selezionati in base alla fertilità). Nessuna diminuzione significativa è stata invece osservata in Sud America, Asia e Africa, dove sono stati condotti molti meno.

Lo studio indica anche che il tasso di declino degli spermatozoi tra gli occidentali non rallenta: è risultato significativamente forte anche quando l’analisi è stata limitata agli studi con raccolta di campioni tra il 1996 e il 2011. «Data l’importanza dei conteggi spermatici per la fertilità maschile e la salute, questo studio suona una sveglia a ricercatori e autorità sanitarie di tutto il mondo affinché indaghino sulle cause della forte contrazione continua» del numero di spermatozoi, «con obiettivo la prevenzione», sottolinea Hagai Levine, della Hebrew University-Hadassah Braun School of Public Health and Community Medicine (Gerusalemme), che ha condotto la ricerca con Shanna H. Swan della Icahn School of Medicine at Mount Sinai (New York), e un team internazionale di ricercatori da Brasile, Danimarca, Israele, Spagna e Stati Uniti.

È l’esperto che alla Bbc online parla di «genere umano che potrebbe estinguersi se il trend continua». I risultati del lavoro, osservano gli esperti, hanno importanti implicazioni per la salute pubblica: mostrano innanzitutto che la percentuale di uomini con conta spermatica al di sotto della soglia che indica l’infertilità sta aumentando, e si legano anche a quanto emerso da recenti studi secondo cui un numero ridotto di spermatozoi è correlato a una maggiore morbilità e mortalità. Tradotto: ci sarebbero gravi rischi sia per la fertilità maschile che per la salute.
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