Utopie demenziali e criminali - falsi salvatori del mondo

Utopie demenziali e criminali - falsi salvatori del mondo

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 10:55 am

Utopie demenziali e criminali - falsi salvatori del mondo e dell'umanità
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Utopie che hanno fatto e fanno più male che bene e molto più male del male che pretenderebbero presuntuosamente e arrogantemente di curare.

Totalitarismi e imperialismio maomettano (mussulmano o islamista), comunista (internazicomunista), nazista (fascista e nazista), globalista, cattolica-ecumenista, ...
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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 10:57 am

Utopia
https://it.wikipedia.org/wiki/Utopia

Un'utopia (pron. utopìa) è un assetto politico, sociale e religioso che non trova riscontro nella realtà, ma che viene proposto come ideale e come modello. Indica una meta intesa come puramente ideale e non effettivamente raggiungibile; in questa accezione, può avere sia il connotato di punto di riferimento su cui orientare azioni pragmaticamente praticabili, sia quello di mera illusione e di falso ideale.
L'utopista - sia come coniatore di utopie, sia come semplice propugnatore, sia come pensatore utopico critico[3] - può quindi essere tanto colui che costruisce le sue preferenze e le sue scelte ideologiche esimendosi dallo studio e dalla comprensione della realtà e delle sue dinamiche, quanto colui che indica un percorso che ritiene al contempo auspicabile e pragmaticamente perseguibile.
Benché non sia un costituente essenziale del concetto di utopia, molte utopie presentano un carattere universalista; esistono, però, anche utopie di natura settaria o comunque non inclusiva. Nell'uso comune, utopia e utopismo sono spesso associati al velleitarismo.

La parola deriva dal greco οὐ ("non") e τόπος ("luogo") e significa "non-luogo". Nella parola, coniata da Tommaso Moro, è presente in origine un gioco di parole con l'omofono inglese eutopia, derivato dal greco εὖ ("buono" o "bene") e τόπος ("luogo"), che significa quindi "buon luogo". Questo, dovuto all'identica pronuncia, in inglese, di "utopia" e "eutopia"; dà quindi origine ad un doppio significato:

utopia (nessun luogo),
eutopia (buon luogo).

L'utopia sarebbe dunque un luogo buono/bello ma parimenti inesistente, o per lo meno irraggiungibile.
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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 10:58 am

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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 10:59 am

Intellettuale scomodo, ha fatto dello studio del nazismo e della denuncia dei progetti di palingenesi comunista i suoi cavalli di battaglia. Un percorso che emerge dalle sue opere più importanti
Joachim Fest, uno storico contro le utopie totalitarie
di FRANCESCO PAOLO LEONARDO

http://win.storiain.net/arret/num152/artic2.asp

La profonda cesura epocale determinata dalla caduta dell'impero sovietico e dal crollo del regime comunista non ha soltanto modificato la geopolitica mondiale ma ha anche rivoluzionato i modelli concettuali e le categorie utili a capire gli accadimenti storici. Joachim Fest, storico e giornalista tedesco scomparso nel 2006, ha evidenziato con lucidità in numerose sue opere il punto di svolta rappresentato dal 1989 nell'interpretazione del futuro della società aperta e dell'ordinamento democratico.

Nel saggio dal titolo Il sogno distrutto, pubblicato in Italia da Garzanti nel 1992, Fest descrive tramite un'acuta analisi storico-politica i meccanismi che hanno portato dopo il 1989 alla fine dell'età delle utopie. Il filo del discorso viene ripreso nell'opera La libertà difficile, uscita quattro anni dopo sempre per Garzanti, in cui lo storico tedesco riprende il tema della caduta del regime comunista approfondendo i possibili sviluppi e le ripercussioni sul futuro dell'ordinamento liberale. Fest, in particolare, pone l'accento sulle debolezze delle cosiddette "società aperte" alla luce della fine dell'età delle utopie culminata col crollo del colosso sovietico. In questo frangente il termine "utopia" non va inteso nella sua accezione convenzionale, ovvero come progetto irrealizzabile, bensì come «definizione di un sistema sociale concluso, mentalmente prefigurato, che promette all'uomo uguaglianza, giustizia, benessere e libertà e, in aggiunta a tutto questo, anche una risposta al senso del suo operare e, con essa, una specie di redenzione da ogni male, già su questa terra».

Secondo Fest ciò che ha contraddistinto l'epoca delle utopie è stata la fede nell'idea che l'uomo potesse concretamente superare le difficoltà dovute all'imperfezione della sua condizione, riuscendo a rimodellare la realtà. La prima espressione dell'idea utopistica è rintracciabile addirittura nella Politeia di Platone. Molti secoli dopo, all'Utopia di Tommaso Moro si ricollegò perfino un genere letterario: all'inizio del Cinquecento, infatti, la nascita degli Stati moderni e la diffusione dei principi economici capitalistici indusse gli uomini a cercare delle risposte di fronte a quei rivolgimenti storici che quell'epoca stava promuovendo. Si iniziò così a immaginare una società libera da malgoverno e conflitti sociali, in una terra ancora inesplorata (ricordiamo che siamo nell'era delle grandi scoperte geografiche), dove gli uomini potessero convivere in armonia e giustizia. Svelato l'elemento palesemente irreale che si nascondeva dietro queste prime utopie, a partire dalla fine del XVIII secolo, partiti, leghe, sette e confraternite alimentarono questa speranza cercando di trasferirla al mondo reale. Questa volta, però, la fede negli ideali dell'utopia perse l'innocenza di un tempo abbandonandosi a pretese di onnipotenza demiurgica, con l'uomo posto saldamente a fare le veci del Creatore.
Figlio della Rivoluzione francese (il primo tentativo di tradurre quelle idee in realtà), il secolo successivo, l'Ottocento, fu la stagione della politicizzazione/degenerazione delle utopie. Lo sviluppo delle scienze naturali, unito al rapido susseguirsi di scoperte scientifiche e invenzioni tecniche, rafforzò sempre di più la convinzione dell'uomo di poter costruire il mondo secondo le leggi umane, intervenendo sugli sbagli commessi dal creatore biblico. L'Illuminismo aveva stravolto la lezione del Cristianesimo, al quale risultava estranea la concezione di un mondo redento nella vita terrena. Così l'utopia divenne un modello di azione politica, ricevendo un ulteriore spinta dal processo di industrializzazione e quindi dal progresso dell'umanità. Gruppi inizialmente di origine settaria si organizzarono in potenti movimenti: provenienti originariamente dall'ala del socialismo radicale, rivendicarono principalmente l'abolizione della proprietà privata, individuata come la radice di tutti i mali. Al progetto di un mondo nuovo si affiancò quello di un uomo nuovo.
Lo sviluppo della dottrina nazionalista all'alba del XX secolo farà il resto, orientando il pensiero utopico verso due direzioni: la prima si concretizzerà in Russia, con la Rivoluzione bolscevica, la seconda risentirà delle conseguenze della prima guerra mondiale, prendendo forma nei regimi autoritari e totalitari formatisi fra i due conflitti. Intrecciate, ma al contempo antagoniste, queste due esperienze raduneranno al loro seguito milioni di seguaci, imponendosi come dottrine chiuse, dotate di una propria morale e di un proprio modello di uomo e di società.

Il modello fascista di utopia scatenerà una guerra mondiale a cui non sopravvivrà. Il secondo grande tentativo utopico del secolo si arrenderà soltanto nel 1989, privando il mondo liberale del suo punto di riferimento in negativo. Con il tramonto del comunismo l'Occidente ha perso, secondo Joachim Fest, molto più di un avversario: la contrapposizione tra liberalismo e totalitarismo aveva infatti conferito ai paesi democratici quel supporto e quella coesione necessari a far fronte a un nemico tanto temibile. Fino a quando gli Stati liberali si erano potuti confrontare con il regime comunista, le loro debolezze erano rimaste in secondo piano. Scomparso quello che Ronald Reagan definì «l'impero del male», queste si manifestarono apertamente. La caduta dell'avversario storico ha imposto alla società democratica una scelta senza appello: o l'ordine liberale trova in se stesso le energie che prima gli erano state conferite dall'esterno, giungendo a una più forte consapevolezza di sé, oppure dovrà cedere allo svilimento dei valori e al dilagare dell'egoismo, dando vita a un regime di futilità incapace di percepire l'esistenza di principi e di assumersi responsabilità.
L'esistenza del gigantesco impero sovietico aveva per decenni nascosto le debolezze e i pericoli insiti nell'ordinamento libero: fra questi è opportuno citare la crescente indifferenza nei confronti del problema dell'esistenza, per il quale l'uomo moderno si aspetta al contrario un'indicazione di soluzione, l'estensione smisurata della libertà fine a se stessa, la diffidenza nei confronti della politica moderna, la ricerca sfrenata del benessere, lo smantellamento di norme e vincoli di coesione, l'inefficienza delle istituzioni e in particolare la loro incapacità di venire incontro ai bisogni della gente. Il dilemma dell'ordinamento liberale risulta così insito nella sua stessa natura: il grande potenziale di seduzione esercitato dalla dottrina marxista, per non parlare del seguito popolare ottenuto dai regimi autoritari e totalitari fioriti fra le due guerre mondiali, si basava, sin dalle sue origini, sulla possibilità di offrire una precisa interpretazione del mondo, presentata dalla propaganda come una sorta di pseudoreligione che non conosce alcun tipo di lacune o fraintendimenti. Grazie all'elemento dell'utopia l'uomo avrebbe avuto sempre in primo piano quelle certezze e quella fede di cui ha sempre bisogno. La costante ricerca di una società idealmente ordinata, le antichissime nostalgie che richiamavano l'avvento di un uomo nuovo e di un'età dell'oro, fino alla convinzione di vivere in un'epoca segnata dal destino, sorretta dalle leggi della storia, tutto ciò avrebbe tenuto a bada qualsiasi lamento prodotto da condizioni di ingiustizia sociale e di mancanza di pace.

Per scongiurare le devastazioni e le montagne di cadaveri prodotte dal tentativo di tradurre l'utopia in realtà, Fest sottolinea come prima o poi anche per la comunità liberale occidentale potrebbe arrivare il giorno in cui i vantaggi della vita sicura, della libertà di consumo e delle occasioni di guadagno verranno considerati insufficienti. L'esigenza di una fede, di una promessa, o quanto meno di un'idea trascendente, utile all'uomo per confrontarsi con le mille difficoltà che ci impone la vita, è sopravvissuta alle cesure storiche degli ultimi decenni. Fest si spinge oltre, ritenendo che «i bisogni di fede e di promessa esistenziale che il socialismo aveva fatto propri ora, dopo la sua fine, non hanno più riferimento e non attenderanno a lungo il momento di indossare nuove uniformi e di incamminarsi dietro nuove bandiere, verso nuovi fantastici regni». Nonostante le montagne di cadaveri alle spalle, infatti, l'addio all'utopia non è certo un passo semplice: il fallimento del comunismo non è che l'ultimo atto di una trama fatta di continue disillusioni. Non è escluso, anzi, per lo storico tedesco è persino probabile, che nel clima di smarrimento tipico delle società aperte, l'uomo, tormentato dalle paure del futuro, si lasci sedurre da quelle teorie intese a spiegare il mondo che non solo offrono interpretazioni plausibili ma che propongono anche di risollevarlo dalla sua anonimato. La prospettiva apocalittica di una resa dei conti finale, che costituì il lato oscuro e allo stesso tempo affascinante dei grandi progetti utopici, tende a essere accantonata fino a quando non trova un cospicuo e ostinato consenso di massa.

In una società in cui, però, le istituzioni tradizionali (prime fra tutti la scuola, le chiese, i teatri, fino agli stessi media) non sanno quasi più qual è il proprio ruolo, in cui i governi si rapportano ai cittadini solo in funzione di riforme sindacali e di welfare, in cui ci si culla sulla sicurezza fittizia fornita dai vantaggi di una vita agiata, della libertà di consumo e delle occasioni di guadagno, confondendo la democrazia col benessere, in queste circostanze potrebbe, secondo l'intellettuale berlinese, emergere nuovamente il desiderio di capi carismatici, la cui capacità di seduzione non si è esaurita fino in fondo nonostante tutte le catastrofi del passato. I fascismi di qualsiasi tipologia, anche religiosi, sono la grande tentazione nelle condizioni di transizione, in cui le tradizionali forme di vita si disintegrano e le nuove forme di vita non si sono ancora sviluppate. La situazione si fa ancora più allarmante se si considera che l'ordinamento liberale si è mostrato il sistema politico più vulnerabile e meno preparato a contrastare le minoranze decise a contestarne le regole.
«Le tendenze al disfacimento stanno avanzando», sostiene Joachim Fest, tanto più se consideriamo che la democrazia si basa su un complesso di diritti e di norme di comportamento contrari alla natura umana e che a fronte di tali limitazioni non si individua come corrispettivo nessuna grandiosa visione del mondo futuro, se non la convivenza dignitosa fra uomini a cui non è stata delegata alcuna missione storica. Il pensiero liberale, infatti, accetta non solo l'imperfezione del mondo e dell'uomo, ma tiene anche conto dell'inevitabilità delle contraddizioni, delle passioni e dei conflitti. Per questo non potrà mai esistere un'utopia liberale. Non è casuale per Fest che l'interminabile riflessione sulla società ideale, che si protrae ormai da secoli, non abbia mai concepito come sistema una comunità aperta. L'idea utopistica prescinde dal singolo individuo, individuando un ordine assoluto che sottomette i suoi interessi e che accelera di conseguenza lo sviluppo delle tendenze totalitarie.

Queste riflessioni di Fest suscitarono un notevole scalpore in Germania, anche perché in quel periodo (siamo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta), risuonava ancora forte l'eco dell'Historikerstreit, traducibile come "disputa" o "controversia fra gli storici". Tale dibattito storiografico aveva affrontato alcuni tra i più rilevanti problemi legati all'interpretazione e alla spiegazione del nazismo, evidenziando non solo la sensibilità dell'opinione pubblica tedesca verso la storia più recente, ma anche la difficoltà nel confrontarsi con essa senza lasciarsi influenzare da presupposti ideologici.
Dal 1973 al 1993 Fest fu condirettore e responsabile della redazione culturale dell'illustre Frankfurter Allgemeine Zeitung, l'unico giornale nel mondo appartenuto a una fondazione e con al vertice un team di sei direttori. Proprio dalle colonne del suo quotidiano, il 6 giugno 1986, Ernst Nolte, intellettuale di formazione filosofica (fra i suoi maestri vi era Martin Heidegger), pubblicò un articolo dal titolo "Il passato che non vuole passare" con una visione rivoluzionaria del nazionalsocialismo. Nell'articolo Nolte ribadiva una serie di convinzioni espresse nelle sue opere (tra cui I tre volti del fascismo, Nazionalismo e bolscevismo, fino al più recente Gli anni della violenza): il nazionalsocialismo e i suoi crimini furono una conseguenza della rivoluzione d'ottobre in Russia e della sua successiva politica del terrore; una reazione, praticata attraverso mezzi simili, alla vittoria dell'ideologia bolscevica.
L'allievo di Heidegger sottolineava il grande impatto emotivo suscitato in Europa dal bolscevismo russo, interpretato come una minaccia di annientamento. La borghesia tedesca non costituiva un'eccezione e, secondo la nebulosa concezione di Nolte, fu proprio la paura della distruzione della minoranza borghese, fomentata dall'urto delle masse operaie, a spianare la strada a Hitler. Nolte riconduce le lotte sanguinose e le lacerazioni che hanno caratterizzato il Novecento, dagli anni della Grande guerra fino al crollo del regime sovietico, alla contrapposizione tra i due totalitarismi, comunismo e fascismo, quest'ultimo considerato come una semplice reazione al primo. Lo sterminio della borghesia russa e dei proprietari terrieri (i cosiddetti Kulaki) non soltanto precedette lo sterminio di massa degli ebrei, ma ne fu anche la causa scatenante.

Nolte si inserisce così in quella forte tendenza neoconservatrice, di cui si fece portavoce la giovane generazione tedesca postbellica. Un po' come negli Stati Uniti con Reagan o in Inghilterra con la Thatcher, anche in Germania negli anni Ottanta, in concomitanza col governo Kohl, si registrò una sorta di reazione alle correnti di sinistra fortemente presenti nella vita intellettuale del Paese fin dagli anni Sessanta e Settanta, tanto che anche Fest si servirà spesso delle colonne del suo quotidiano per denunciare le correnti estremiste, soprattutto di sinistra, sviluppatesi nella società di quel tempo. Le idee espresse da Nolte scatenarono un vero e proprio putiferio: a suo sostegno si mossero Klaus Hildebrand e soprattutto Andreas Hillgruber, uno fra i massimi esperti della storia della seconda guerra mondiale, mentre sul fronte opposto Jürgen Habermas accuserà di neorevisionismo il gruppo degli storici conservatori. Questi ultimi, a parere di Habermas, sminuivano le atrocità commesse dai nazisti equiparandole ai crimini staliniani. L'obiettivo sarebbe stato quello di indurre l'opinione pubblica a un ripensamento generale del nazionalsocialismo in favore di una ridefinizione, orientata in senso conservatore, di quei tragici fatti.
Hans Ulrich Wehler rincarò la dose scagliandosi contro quella tendenza interpretativa che vedeva in Hitler l'unico responsabile dell'Olocausto, ridimensionando il ruolo delle vecchie élite al potere, della Wehrmacht, dell'amministrazione, della giustizia e di tutti coloro che erano al corrente di ciò che succedeva nei campi di concentramento. Il dibattito suscitò un interesse notevolissimo nella Germania occidentale di fine anni Ottanta e non di rado i protagonisti si lanciarono in aggressivi attacchi personali. I media dell'epoca diedero grande risalto alla controversia che assunse toni sempre più aspri, coinvolgendo anche storici appartenenti alle generazioni più giovani.
Alla disputa non si sottrasse Joachim Fest che, sposando la causa dei conservatori, giocò un ruolo fondamentale nel contesto dell'Historikerstreit approvando la pubblicazione dell'articolo di Nolte e inaugurando di fatto il dibattito. Il 3 marzo del 1988 la Frankfurter Allgemeine Zeitung prese posizione ancora più apertamente, elogiando l'originalità del pensiero di Nolte. D'altra parte le ruggini tra Fest e le correnti di sinistra tedesche avevano radici profonde: già dai tempi del suo servizio presso l'NDR (Norddeutscher Rundfunk) , infatti, lo storico aveva mostrato di mal sopportare pressioni di tipo politico.
Una eco di quelle vicissitudini si trova anche nella bella autobiografia di Fest, Io no, in cui lo storico attaccò Habermas accusandolo di aver aderito al regime nazista. La notizia si rivelò infondata e il tribunale di Amburgo decise di ritirare provvisoriamente dal commercio il volume per espungere il passaggio giudicato diffamatorio.

Nella parte finale delle sue memorie, lo storico berlinese ricorda come gli anni trascorsi sotto la dominazione nazista gli avessero insegnato a diffidare dall'opinione dominante, anzi addirittura a opporsi a essa. «La tentazione del comunismo - scrive Fest - non mi ha mai seriamente sfiorato, benché molti stimati coetanei, in alcuni casi quasi amici, abbiano almeno per qualche tempo ceduto alle sue seduzioni. [...] Il comunismo è riuscito a impedire, anche alla lunga, ogni equiparazione con il nazionalsocialismo. E' stato ed è il suo maggior successo propagandistico». Del resto, il regime comunista della Repubblica democratica tedesca si presentò nella vita di ogni giorno molto più oppressivo della dominazione hitleriana: ma se da un lato è noto a tutti il numero delle vittime sacrificate al programma di sterminio nazista, sulle vittime e sul clima di oppressione vissuto per quattro decenni nella Rdt si conosce molto poco. Così come poco note al grande pubblico sono le dimensioni dello sterminio dei Kulaki avvenute in Unione Sovietica negli anni Trenta.
Fu il rispetto della verità storica e l'odio per le ipocrisie a rendere Fest uno dei principali protagonisti della cultura tedesca del dopoguerra. Per tutta la vita rimase un uomo discreto, lontano dalla ribalta mediatica (rare le sue apparizioni in televisione, altrettanto rare le sue interviste), un intellettuale restio alla contaminazione con le ideologie dell'epoca a lui contemporanea e con le tendenze del presente. Interpretò il mestiere dello storico non come custode di una memoria ufficiale, condivisa dai più, ma come una cronaca, una ricostruzione dei fatti il più possibile aderente alla realtà. Questa sua capacità gli consentì di svelare aspetti del nazismo ancora sconosciuti, in un'epoca in cui si credeva che sul tema fosse stato detto tutto e il contrario di tutto e l'opinione pubblica mondiale, tedesca in particolare, si cullava in questa certezza.


Comunisti, internazicomunisti e dintorni
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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 11:01 am

Anche in questo articolo si fa confusione tra spiritualità e religiosità (che è la spiritualità manipolata dalle religioni)


INTERVIENE BENEDETTO XVI E (ORMAI UNICA VOCE PROFETICA) DENUNCIA UNA “SITUAZIONE ESPLOSIVA” PRODOTTA DA RADICALISMO ATEO-LAICISTA E RADICALISMO ISLAMISTA
Antonio Socci
Da Libero, 22 aprile 2017

http://www.antoniosocci.com/interviene- ... #more-5785


Il terrorismo islamista è entrato anche nelle elezioni francesi e ormai fa parte stabilmente delle cronache europee. Non è più un caso accidentale e non potremo spazzarlo via tanto facilmente.

L’Isis prima ha cercato in Europa “Foreign Fighters” che andassero a combattere in Siria e Iraq. Oggi li rispedisce in Europa e contemporaneamente tenta una campagna di arruolamento all’interno dell’ormai vastissima presenza islamica nel Vecchio Continente.

Bisogna riconoscere però che questa campagna di arruolamento fra le comunità islamiche europee non ha presa. Non si può dire infatti che (almeno per ora) il terrorismo faccia proseliti fra i musulmani di casa nostra. E questa è una buona notizia. Certo, c’è chi si fa sedurre dall’Isis, ma si tratta di piccolissime frange che speriamo non si allarghino.

Tuttavia questo non significa che l’Islam di per sé non sia comunque una grossa sfida politica e culturale per l’Europa. L’Islam – che non è da identificare col terrorismo – è una concezione globale dell’uomo, della società, della giurisprudenza e dello Stato (come vediamo nei Paesi arabi e islamisti) ed è difficilmente compatibile con la liberaldemocrazia e la modernità occidentale.

Questo è un problema che riguarda effettivamente le comunità islamiche europee e noi europei.

Basti considerare il grande successo che il leader turco Erdogan ha avuto fra i turchi residenti in Europa nel recente referendum. E’ la dimostrazione che l’integrazione – che per esempio in Germania è effettiva – non significa affatto lo sradicamento della loro cultura islamica d’origine.

E dunque cosa accadrà se le comunità musulmane europee – crescendo per l’alto tasso di natalità e per l’immigrazione – daranno vita a loro formazioni politiche?

Nessuno sembra porsi il problema, soprattutto nei circoli intellettuali e politici nostrani, pigramente multiculturalisti. In Francia invece il dibattito divampa (come in altri paesi europei).

UNA VOCE NEL DESERTO

A intervenire – a sorpresa – in questa bollente questione è stato, in questi giorni, nientemeno che Benedetto XVI. A conferma del fatto che – pur vivendo ritirato in un suo eremo spirituale – resta l’intelligenza più lucida e coraggiosa del nostro tempo.

A fornirgli l’occasione è stato il Simposio che il presidente polacco Andrzej Duda e i vescovi di quel Paese hanno organizzato in suo onore per il 90° compleanno del papa emerito. Il titolo del convegno è: “Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”.

Un tale Simposio è anzitutto il riconoscimento di un grande pensatore, che esprime al meglio il pensiero cattolico nell’attuale confronto di idee (non si può dire lo stesso per il peronismo sudamericano e politically correct dell’attuale vescovo di Roma).

Benedetto XVI ha scritto al Simposio un messaggio sintetico, ma lucidissimo, che, in poche righe, centra perfettamente il problema perché chiama per nome l’islamismo e la sua concezione dello Stato (cosa alquanto inconsueta al tempo di Obama e di Bergoglio).

Ma Benedetto XVI non pone solo il problema dell’islamismo: insieme ad esso mette in discussione anche lo stato laicista occidentale. Il messaggio merita di essere letto:

“Il tema scelto – scrive Benedetto XVI – porta Autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro Continente. Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle. Nel travaglio dell’ultimo mezzo secolo, con il Vescovo-Testimone Cardinale Wyszyński e con il Santo Papa Giovanni Paolo II, la Polonia – conclude papa Ratzinger – ha donato all’umanità due grandi figure, che non solo hanno riflettuto su tale questione, ma ne hanno portato su di sé la sofferenza e l’esperienza viva, e perciò continuano ad indicare la via verso il futuro”.

LA VIA DI WOJTYLA

E’ significativo che Benedetto XVI indichi come esempi da seguire il cardinale Wyszyński, simbolo dell’opposizione allo stato ateo comunista, e Giovanni Paolo II che – oltre alla lotta contro i totalitarismi atei – cercò di far capire all’Europa che sarebbe stato disastroso costruire una Unione europea sul secolarismo più laicista, recidendo le radici spirituali dei popoli europei e l’apertura a Dio della sua cultura bimillenaria, perché proprio da quelle radici è venuta la centralità della dignità umana che ha sempre caratterizzato l’Europa.

Benedetto XVI afferma che “concezioni radicalmente atee dello Stato” da una parte e “il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva”.

Ancora una volta la sua è una voce profetica e ancora una volta, probabilmente, non sarà ascoltata.

Il suo messaggio sintetico richiama lo storico discorso di Ratisbona, del settembre 2006, dove Benedetto XVI – diversamente da quanto si crede – non fece affatto un’invettiva anti-islamica, ma propose al mondo musulmano, all’Europa laicista e ai cristiani, l’unico vero terreno di dialogo che essi hanno in comune: la ragione.

In tutta la sua grandezza, non nella sua limitata accezione scientista e razionalista (perché il razionalismo sta alla ragione come la polmonite sta al polmone).

Uno dei maggiori filosofi del nostro tempo, René Girard, ha fatto l’apologia di quel discorso: “ciò che io vedo in questo discorso è prima di tutto una perorazione della ragione. Tutti si sono scagliati contro il papa”, ma “questo papa, considerato un reazionario, si è comportato da difensore della ragione”.

In pratica Benedetto XVI indica una terza via – fra stato laicista e islamismo – ed è il recupero delle radici spirituali e umanistiche dell’Europa e della nostra cultura. Sarebbe bene rifletterci.
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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 11:04 am

Caso mai le imperfezioni umane e della vita si possono attenuare e in parte risolvere coltivando la ragionevolezza esistenziale e politica e la spiritualità ragionevole, naturale e universale e valori umani universali, ben rappresentati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (a cui aggiungere i doveri)


Idolatria e spiritualità naturale e universale
viewtopic.php?f=24&t=2036

Religione e religiosità come ossessione, come grave malattia, grave disturbo della mente e dell'anima o psico-emotivo
viewtopic.php?f=141&t=2527


Cosa ci sarà mai di spirituale in questa gente, in questo culto politico-religioso dell'orrore e del terrore, nel loro pregare idolatra e ossessivo?

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... lamica.jpg



La demenza irresponsabile di Bergoglio
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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 11:24 am

Caso mai le imperfezioni umane e della vita si possono attenuare e in parte risolvere coltivando la ragionevolezza esistenziale e politica e la spiritualità ragionevole, naturale e universale

Spiritualità e religiosità non sono la stessa cosa
viewtopic.php?f=24&t=2454
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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 12:02 pm

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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 7:50 pm

2. Le utopie rinascimentali (Tommaso Moro e Tommaso Campanella)

http://www.loescher.it/librionline/riso ... imento.htm

L’utopia tende a fiorire nei periodi di crisi o di grandi trasformazioni, che spesso coincidono perché le trasformazioni portano sempre con sé la crisi dei vecchi valori e il sorgere di situazioni problematiche. È il caso del rinascimento, epoca nella quale si coniugano il realismo politico di Machiavelli e un vero e proprio proliferare degli scritti utopici, che diventano quasi un genere letterario a sé. La concomitanza di visioni antitetiche della politica è facilmente spiegabile se consideriamo da un lato le grandi trasformazioni economiche e sociali e la nascita, tra ‘400 e ‘500, della moderna concezione dello Stato, che diviene autonoma dalla religione e dalla Chiesa. Dall’altro lato, però, proprio queste trasformazioni, in senso borghese-manifatturiero, creano nuove marginalità, nuove ingiustizie sociali verso le quali l’utopia costituisce ad un tempo una risposta e una denuncia.
L’elemento costante delle utopie rinascimentali è la critica alla nuova economia, alla ricchezza di pochi che crea povertà per molti e la conseguente messa in discussione della proprietà privata.


2.1 Tommaso Moro: utopia e critica sociale

Nell’Inghilterra di inizio ‘500 la nuova borghesia agraria sta radicalmente mutando il modo di conduzione delle proprietà terriere. I campi vengono recintati e utilizzati per l’allevamento delle pecore che alimentano la florida manifattura tessile, privando in tal modo i villaggi dei tradizionali usi civici, cioè della possibilità di utilizzare liberamente i prodotti spontanei del suolo; ai contadini vengono sostituiti i braccianti, assunti all’occorrenza e licenziati quando non servono. Masse di ex contadini si riversano nelle città, finendo in genere per vivere di accattonaggio. “Le pecore mangiano gli uomini”, denuncia Moro, sottolineando le devastanti conseguenze della nuova economia borghese.


T6. Tommaso Moro, Critica della modernità

– [...] Ma non è questa la sola cosa1 che costringe a rubare: ce n’è un’altra, che è, credo, particolare a voi soli.
– E qual è mai? – intervenne il cardinale.
– Le vostre pecore – diss’io – che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pur son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz’essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali; infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c’è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l’aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a venderlo.

L’Utopia, libro i, a cura di M. Isnardi Parente, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 24-25.

L’origine dei mali sociali è individuata da Moro nella proprietà privata, che genera ingiustizia e dunque invidia, che spinge i poveri a commettere crimini per procurarsi ricchezza, e i ricchi a difendere a tutti i costi i propri privilegi.
T7. Moro, Una società senza proprietà privata Sebbene, a dir vero (ma volete che vi si schiuda apertamente, caro signor Moro, ciò che racchiude il mio animo?), io sia convinto che, dove c’è la proprietà privata, dovunque si commisura ogni cosa col danaro, non è possibile che tutto si faccia con giustizia e tutto fiorisca per lo Stato. A meno che non pensiate che si agisca con giustizia là dove le cose migliori vanno nelle mani dei peggiori furfanti, o che lo Stato fiorisca dove tutti i beni son distribuiti fra un esiguo numero di cittadini. Ma nemmeno costoro stanno bene da ogni punto, quando gli altri tutti vivono nella miseria ...
È questo il motivo per cui spesso in cuor mio ripenso alle istituzioni prudentissime e giustissime degli Utopiani, presso i quali lo Stato è regolato così bene e da così poche leggi, che non solo vi è onorato e ricompensato il merito, ma anche l’uguaglianza è stabilita in modo che ognuno ha in abbondanza di ogni cosa.

L’Utopia cit., libro i, p. 50.

La critica di Moro si colloca nel contesto del racconto della società giusta dell’isola di Utopia. Un viaggiatore, Itlodeo, narra allo stesso Moro di essere approdato per caso in un’isola non segnata nelle carte, l’isola di Utopia. L’isola comprende 54 città, ognuna circondata da vasti terreni agricoli sui quali sorgono le case dei contadini.
T8. Moro, La società di Utopia L’isola di Utopia nella sua parte di mezzo, dov’è più larga, si stende per 200 miglia e per gran tratto non si stringe molto, ma poi da ambo i lati si va a poco a poco assottigliando verso due capi, che, piegandosi, come tracciati col compasso, per 500 miglia di perimetro, danno all’insieme la forma di una luna nuova. Le due punte separa per 11 miglia, poco più poco meno, un braccio di mare che vi scorre in mezzo per slargarsi in una immensa distesa, da ogni parte protetta da alture contro i venti e calma più spesso che in furia, a mo’ di gran lago, formando così, di quasi ogni insenatura di quelle terre, un porto pel quale passano navigli in ogni senso, con gran vantaggio degli abitanti. [...]
Del resto, com’è tradizione e come mostra da sé l’aspetto del paese, una volta questa terra non tutta era circondata da mare; ma Utopo, che conquistandola dette nome all’isola, chiamata prima Abraxa, e che ne condusse le popolazioni rozze e selvagge a quello stato di civiltà e cultura in cui superano ormai quasi tutti gli uomini del mondo, impadronitosene appena, al primo sbarco, con la vittoria, fe’ tagliar la terra per 15 miglia dalla parte dov’era unita al continente e vi trasse il mare all’intorno. [...]
L’isola possiede 54 città ampie e magnifiche, quasi tutte uguali per lingua, usanze, istituzioni e leggi.

L’Utopia cit., libro ii, pp. 55-56.

L’isola è caratterizzata dal profondo senso morale dei cittadini, dalla concordia e dalla mancanza di delitti. Tutto ciò è reso possibile dalla organizzazione sociale, che non prevede la proprietà privata, eliminando la causa prima delle rivalità e dei crimini; inoltre, non esistono privilegi e differenze tra i cittadini: tutti lavorano e in questo modo è sufficiente una giornata lavorativa di sei ore, lasciando il tempo per l’istruzione e per attività creative. Anche qui, dietro il racconto emerge con chiarezza la critica alla società del proprio tempo.
T9. Moro, L’equa ripartizione del lavoro

Ma a questo punto bisogna esaminar più precisamente una quistione, perché non cadiate in errore. Potreste infatti immaginare, pel fatto che stanno al lavoro 6 ore al giorno solamente, che ne debba seguire qualche scarsezza delle cose necessarie. Ben lungi da ciò, anzi queste 6 ore sono non solo sufficienti, ma anche di troppo per produrre in abbondanza tutto ciò che si richiede, sia pei bisogni che pei comodi dell’esistenza; e anche voi lo comprenderete, riflettendo fra di voi quale gran quantità di gente viva senza far nulla presso gli altri popoli. Anzitutto quasi tutte le donne, che sono la metà di tutto l’insieme o, se in qualche luogo le donne si danno da fare a lavorare, ivi per lo più gli uomini russano al loro posto. Oltre a ciò, dei sacerdoti e dei cosiddetti religiosi, oh che gran folla! E che sfaccendati! Poniamo ora tutti i ricchi, specie i proprietari di poderi, che chiamano comunemente gentiluomini e nobili; poi mettete nel numero il loro servidorame, cioè tutta quella colluvie di spadaccini e di scioperati; aggiungete infine quei robusti e gagliardi pezzenti, che coprono col pretesto di malattie la loro indolenza, e vedrete che molto più pochi che non credevate son coloro dal cui lavoro risultano le cose tutte di cui si servono i mortali. Ponderate ora dentro di voi fra questi stessi quanto pochi siano quelli che si occupano di un mestiere indispensabile, se è vero che, dove tutto si misura col denaro, si devono necessariamente esercitar molte arti del tutto senza senso e superflue, a servizio soltanto del lusso e del capriccio. Infatti, se questa stessa quantità di gente che ora lavora venisse distribuita fra un piccol numero di mestieri, qual è quello richiesto con vantaggio dai bisogni naturali, i prezzi evidentemente sarebbero anche troppo bassi perché gli operai se ne potessero assicurare di che vivere [...]. Ma se tutti costoro che ora sono distratti in opere inoperose e per di più tutta la gran quantità di uomini infiacchiti dall’ozio e dal dolce far niente, ognuno dei quali dei prodotti del lavoro altrui consuma quanto due lavoratori, venissero tutti quanti assegnati ai lavori, e a lavori utili, comprendete agevolmente quanto poco tempo sarebbe sufficiente e di troppo a provvedere a tutto ciò che giustamente richiedono i bisogni e le comodità della vita e, aggiungete pure, i piaceri, almeno quelli veri e naturali.

L’Utopia cit., libro ii, pp. 65-66.

Tutti lavorano e a tutti, comprese le donne, è impartita un’istruzione di base, ma l’approfondimento del sapere, al quale gli utopiani danno molto valore, prosegue per tutta la vita.
La società è basata sulla famiglia patriarcale, dominata dal maschio più anziano, al quale tutti debbono obbedienza. Ogni anno i capifamiglia eleggono dei magistrati (i sifogranti) che eleggono un principe, affiancandolo nel governo dell’isola.
Il prodotto del lavoro viene messo in comune e ogni capofamiglia prende dai magazzini pubblici ciò che basta per il proprio nucleo familiare. Non esiste ricchezza e quindi non ci sono né furti né denaro, e l’oro e le pietre preziose non hanno valore.
La morale e la religione sono basate sulla ragione, senza dogmi e senza imposizioni.
T10. Moro, Una morale della ragione e del piacere

[Gli Utopiani] definiscono infatti virtù vivere secondo natura, giacché a questo noi siamo stati da Dio conformati; e che poi segue la guida della natura colui che nel bramare o fuggir le cose obbedisce a ragione. La ragione infine accende anzitutto i mortali ad amare e venerare la maestà divina, cui siamo debitori non solo della nostra esistenza, ma anche di poter ottenere la felicità; in secondo luogo ci insegna e ci spinge a vivere quanto meno è possibile in affanno e lietamente nel massimo grado, e ad offrirci a tutti gli altri come collaboratori, conforme ai vincoli di natura, per raggiungere lo stesso scopo. Infatti non è mai esistito un seguace della virtù così duro e rigido, uno spregiatore del piacere tale che t’imponga fatiche, veglie e miserie, senza ordinarti insieme di alleviare, per quanto un uomo può e deve, le miserie e le sventure altrui, e che in nome dell’umanità non creda sommamente lodevole per un uomo esser di salvezza e di sollievo agli altri, visto che è sommamente umano (e non c’è virtù più particolare all’uomo) addolcire le pene altrui e toglier loro ogni amarezza e restituire la vita alla gioia, cioè al piacere. Sarebbe straordinario forse che la natura spingesse qualcuno a rendere lo stesso servigio a se stesso? Giacché o la vita lieta, cioè nei piaceri, non è buona, e in tal caso non solo non devi assistere nessuno per quella, ma ritrarne tutto il meglio che puoi, come da danno mortale; ovvero, se non solo ti è lecito, ma sei in dovere di procurarla agli altri, come buona che è, perché non farlo a te stesso tra i primi, una volta che è conveniente che tu sia favorevole a te non meno che agli altri? Infatti, se la natura ti esorta ad esser buono verso gli altri, non per questo ti comanda di essere con te stesso spietato e inflessibile. Dunque la gioia nella vita, dicono gli Utopiani, cioè il piacere, ci viene imposto dalla natura stessa, come fine di tutte le azioni, e vivere secondo i dettati di natura vien definita la virtù.

L’Utopia cit., libro ii, p. 84.

La ricerca del piacere è positiva perché dettata dalla natura stessa e giustificata dalla ragione: tutti desideriamo come cosa buona il piacere per gli altri e quindi dobbiamo volerlo anche per noi. Non tutti i piaceri sono però desiderabili. Moro sviluppa una lunga analisi dei piaceri, di sapore epicureo, distinguendo tra quelli naturali e quelli artificiali, indotti dalla società, come il lusso e la ricchezza, da condannare.
La religione è basata su pochi principi accettati da tutti: la credenza in una divinità, nell’immortalità dell’anima e in premi e castighi dopo la morte. Per il resto, Moro afferma la libertà di culto e la tolleranza come valore fondamentale, anticipando molti temi del deismo illuministico.
T11. Moro, Il deismo degli Utopiani Varie sono le religioni non soltanto attraverso l’isola, ma anche per le singole città, ché alcuni venerano come dio il sole, altri la luna, altri un’altra delle stelle erranti. C’è chi riverisce non come dio soltanto, ma anche come sommo dio, qualche uomo la cui virtù o gloria risplendette una volta. Ma una parte, che è la maggiore di gran lunga e insieme molto più saggia, nulla di questo ammette, ma che vi sia una divinità non conoscibile, eterna, immensa, inspiegabile, che supera la capacità dell’intelligenza umana, diffusa in tutto questo universo pel suo influsso, non già corporalmente: è questa che chiamano padre. A lui attribuiscono l’origine, la crescita, i progressi, le vicende, come le vediamo, e la fine di tutte le cose, e non pongono ad altri onori divini. Anzi, tutti gli altri, sebbene abbiano credenze diverse, pure son d’accordo con costoro a credere nell’esistenza di un unico essere supremo, cui siam debitori della creazione dell’universo e della provvidenza, e tutti nella loro lingua patria lo chiamano in comune Mitra.

L’Utopia cit., libro ii, pp. 115-16.



2.2 Tommaso Campanella: la Città del Sole

Nella Città del Sole il progetto politico di Campanella si fonde con il piano metafisico. Secondo Campanella l’anima è formata da tre primalità o principi costituivi: la potenza, la sapienza e l’amore. Riprendendo il motivo di fondo della Repubblica platonica, Campanella sostiene che lo Stato perfetto deve modellarsi sull’anima umana. La città ideale è retta dal Sole, o Metafisico, un sacerdote-filosofo che concentra in sé sia il potere temporale che quello spirituale. Egli è coadiuvato da tre ministri, che riprendono le tre primalità:
T12. Campanella, Il Sole È un principe sacerdote tra loro, che s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozi in lui si terminano.
Ha tre Principi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Potestà, Sapienza e Amore.
Il Potestà ha cura delle guerre e delle paci e dell’arte militare; è supremo nella guerra, ma non sopra Sole; ha cura dell’offiziali, guerrieri, soldati, munizioni, fortificazioni ed espugnazioni.
Il Sapienza ha cura di tutte le scienze e delli dottori e magistrati dell’arti liberali e meccaniche, e tiene sotto di sé tanti offiziali quante son le scienze: ci è l’Astrologo, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Rettorico, il Grammatico, il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale; e tiene un libro solo, dove stan tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popolo ad usanza di Pitagorici. E questo ha fatto pingere in tutte le muraglie, su li rivellini, dentro e di fuori, tutte le scienze.
Nelle mura del tempio esteriori e nelle cortine, che si calano quando si predica per non perdersi la voce, vi sta ogni stella ordinatamente con tre versi per una. […]
Il Amore ha cura della generazione, con unir li maschi e le femine in modo che faccin buona razza; e si riden di noi che attendemo alla razza de cani e cavalli, e trascuramo la nostra. Tien cura dell’educazione, delle medicine, spezierie, del seminare e raccogliere li frutti, delle biade, delle mense e d’ogni altra cosa pertinente al vitto e vestito e coito, ed ha molti maestri e maestre dedicate a queste arti.
Il Metafisico tratta tutti questi negozi con loro, ché senza lui nulla si fa, ed ogni cosa la communicano essi quattro, e dove il Metafisico inchina, son d’accordo.

La città del Sole, in La città del Sole e Scelta d’alcune poesie filosofiche, a cura di A. Seroni, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 5-6, 8.

Campanella presenta il proprio progetto politico in forma di “dialogo poetico” tra due interlocutori: un Ospitalario e un Genovese, nocchieri di Colombo. Questi narra che durante uno dei suoi viaggi venne fatto prigioniero da un “gran squadrone d'uomini e donne armate” che lo condussero alla Città del Sole.
La città è costruita su un modello astronomico, evidente nell’architettura e che si rivelerà, nel racconto, uno degli elementi fondamentali dell’organizzazione politica.
T13. Campanella, La descrizione della Città del Sole

Gen. Sorge nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte, il quale è tanto, che la città fa due miglia di diametro e più, e viene ad essere sette miglia di circolo; ma, per la levatura, più abitazioni ha, che si fosse in piano.
È la città distinta in sette gironi grandissimi, nominati dalli sette pianeti, e s'entra dall'uno all'altro per quattro strade e per quattro porte, alli quattro angoli del mondo spettanti; ma sta in modo che, se fosse espugnato il primo girone, bisogna più travaglio al secondo e poi più; talché sette fiate bisogna espugnarla per vincerla. Ma io son di parere, che neanche il primo si può, tanto è grosso e terrapieno, ed ha valguardi, torrioni, artelleria e fossati di fuora.
Entrando dunque per la porta Tramontana, di ferro coperta, fatta che s'alza e cala con bello ingegno, si vede un piano di cinquanta passi tra la muraglia prima e l'altra. Appresso stanno palazzi tutti uniti per giro col muro, che puoi dir che tutti siano uno; e di sopra han li rivellini sopra a colonne, come chiostri di frati, e di sotto non vi è introito, se non dalla parte concava delli palazzi. Poi son le stanze belle con le fenestre al convesso ed al concavo, e son distinte con piccole mura tra loro. Solo il muro convesso è spesso otto palmi, il concavo tre, li mezzani uno o poco più.
Appresso poi s'arriva al secondo piano, ch'è dui passi o tre manco, e si vedono le seconde mura con li rivellini in fuora e passeggiatori; e della parte dentro, l'altro muro, che serra i palazzi in mezzo, ha il chiostro con le colonne di sotto, e di sopra belle pitture.
E così s'arriva fin al supremo e sempre per piani. Solo quando s'entran le porte, che son doppie per le mura interiori ed esteriori, si ascende per gradi tali, che non si conosce, perché vanno obliquamente, e son d'altura quasi invisibile distinte le scale.
Nella sommità del monte vi è un gran piano ed un gran tempio in mezzo, di stupendo artifizio.
Osp. Di', di' mo, per vita tua.
Gen. Il tempio è tondo perfettamente, e non ha muraglia che lo circondi; ma sta situato sopra colonne grosse e belle assai. La cupola grande ha in mezzo una cupoletta con uno spiraglio, che pende sopra l'altare, ch'è uno solo e sta nel mezzo del tempio. Girano le colonne trecento passi e più, e fuor delle colonne della cupola vi son per otto passi li chiostri con mura poco elevate sopra le sedie, che stan d'intorno al concavo dell'esterior muro, benché in tutte le colonne interiori, che senza muro fraposto tengono il tempio insieme, non manchino sedili portatili assai.
Sopra l'altare non vi è altro ch'un mappamondo assai grande, dove tutto il cielo è dipinto, ed un altro dove è la terra. Poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notati coi nomi loro e virtù, c'hanno sopra le cose terrene, con tre versi per una; ci sono i poli e i circoli signati non del tutto, perché manca il muro a basso, ma si vedono finiti in corrispondenza alli globbi dell'altare. Vi sono sempre accese sette lampade nominate dalli sette pianeti.
Sopra il tempio vi stanno alcune celle nella cupoletta attorno, e molte altre grandi sopra gli chiostri, e qui abitano li religiosi, che son da quaranta.
Vi è sopra la cupola una banderuola per mostrare i venti, e ne signano trentasei; e sanno quando spira ogni vento che stagione porta. E qui sta anco un libro in lettere d'oro di cose importantissime.

La Città del Sole cit., pp. 4-6.

Il Sole, capo della città, è il sapiente per eccellenza: la sapienza, infatti, è la condizione per l’esercizio del potere. Come si è detto, è coadiuvato da tre ministri, corrispondenti alle tre primalità.
Le sette mura della città sono tutte dipinte, con le rappresentazioni delle diverse scienze, in modo che i bambini imparino spontaneamente e i cittadini possano accrescere continuamente il proprio sapere.
T14. Campanella, La città del sapere

Nelle mura del tempio esteriori e nelle cortine, che si calano quando si predica per non perdersi la voce, vi sta ogni stella ordinatamente con tre versi per una.
Nelle mura del primo girone tutte le figure matematiche, più che non scrisse Euclide ed Archimede, con la lor proposizione significante. Nel di fuore, vi è la carta della terra tutta, e poi le tavole d'ogni provinzia con li riti e costumi e leggi loro, e con l'alfabeti ordinari sopra il loro alfabeto.
Nel dentro del secondo girone vi son tutte le pietre preziose e non preziose, e minerali, e metalli veri e pinti, con le dichiarazioni di due versi per uno. Nel di fuore vi son tutte sorti di laghi, mari e fiumi, vini ed ogli ed altri liquori, e loro virtù ed origini e qualità; e ci son le caraffe piene di diversi liquori di cento e trecento anni, con li quali sanano tutte l'infirmità quasi.
Nel dentro del terzo vi son tutte le sorti di erbe ed arbori del mondo pinte, e pur in teste di terra sopra il rivellino e le dichiarazioni dove prima si ritrovaro, e le virtù loro, e le simiglianze c'hanno con le stelle e con li metalli e con le membra umane, e l'uso loro in medicina. Nel di fuora tutte maniere di pesci di fiumi, laghi e mari, e le virtù loro, e 'l modo di vivere, di generarsi e allevarsi, a che serveno; e le simiglianze c'hanno con le cose celesti e terrestri e dell'arte e della natura; sì che mi stupii, quando trovai pesce vescovo e catena e chiodo e stella, appunto come son queste cose tra noi. Ci sono ancini, rizzi, spondoli e tutto quanto è degno di sapere con mirabil arte di pittura e di scrittura che dichiara.
Nel quarto, dentro vi son tutte sorti di augelli pinti e lor qualità, grandezze e costumi, e la fenice è verissima appresso loro. Nel di fuora stanno tutte sorti di animali rettili, serpi, draghi, vermini, e l'insetti, mosche, tafani ecc., con le loro condizioni, veneni e virtuti; e son più che non pensamo.
Nel quinto, dentro vi son l'animali perfetti terrestri di tante sorti che è stupore. Non sappiamo noi la millesima parte, e però, sendo grandi di corpo, l'han pinti ancora nel fuore rivellino; e quante maniere di cavalli solamente, o belle figure dichiarate dottamente!
Nel sesto, dentro vi sono tutte l'arti meccaniche, e l'inventori loro, e li diversi modi, come s'usano in diverse regioni del mondo. Nel di fuori vi son tutti l'inventori delle leggi e delle scienze e dell'armi. Trovai Moisè, Osiri, Giove, Mercurio, Macometto ed altri assai; e in luoco assai onorato era Gesù Cristo e li dodici Apostoli, che ne tengono gran conto, Cesare, Alessandro, Pirro e tutti li Romani; onde io ammirato come sapeano quelle istorie, mi mostraro che essi teneano di tutte nazioni lingua, e che mandavano apposta per il mondo ambasciatori, e s'informavano del bene e del male di tutti; e godeno assai in questo. Viddi che nella China le bombarde e le stampe furo prima ch'a noi. Ci son poi li maestri di queste cose; e li figliuoli, senza fastidio, giocando, si trovano saper tutte le scienze istoricamente prima che abbin dieci anni.

La Città del Sole cit., pp. 5-6.

Come Platone, anche Campanella individua nell’interesse particolare la causa dei conflitti sociali, dei reati e dei vizi. Per ovviarvi, propone l’abolizione della proprietà e della famiglia. Diversamente da Platone, Campanella non prevede una divisione in classi: ognuno svolge sia lavori manuali che intellettuali e quindi il “comunismo platonico” è esteso a tutti i membri della società.
T15. Campanella, La mancanza della proprietà privata e della famiglia

Ospitalario – Or dimmi degli offizi e dell’educazione e del modo come si vive; si è republica o monarchia o Stato di pochi.
Genovese – Questa è una gente ch’arrivò là dall’Indie, ed erano molti filosofi, che fuggiro la rovina di Mogori2 e d’altri predoni e tiranni; onde si risolsero di vivere alla filosofica in commune, si ben la communità delle donne non si usa tra le genti della provinzia loro; ma essi l’usano, ed è questo il modo. Tutte cose son communi; ma stan in man di offiziali le dispense3, onde non solo il vitto, ma le scienze e onori e spassi son communi, ma in maniera che non si può appropriare cosa alcuna.
Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l’amor proprio; ché, per sublimar4 a ricchezze o a dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono l’amor proprio, resta il commune solo.
Osp. Dunque nullo vorrà fatigare, mentre aspetta che l’altro fatichi, come Aristotile dice contra Platone.5
Gen. Io non so disputare, ma ti dico c’hanno tanto amore alla patria loro, che è una cosa stupenda, più che si dice delli Romani, quanto son più spropriati6. E credo che li preti e monaci nostri, se non avessero li parenti e li amici, o l’ambizione di crescere più a dignità, sarìano più spropriati e santi e caritativi con tutti.
Osp. Dunque là non ci è amicizia, poiché non si fan piacere l’un l’altro.
Gen. Anzi grandissima: perché è bello a vedere, che tra loro non ponno donarsi cosa alcuna, perché tutto hanno del commune; e molto guardano gli offiziali, che nullo abbia più che merita. Però quanto è bisogno tutti l’hanno. E l’amico si conosce tra loro nelle guerre, nell’infirmità, nelle scienze, dove s’aiutano e s’insegnano l’un l’altro. E tutti li gioveni s’appellan frati7, e quei che son quindici anni più di loro, padri, e quindici meno, figli. E poi vi stanno l’offiziali a tutte cose attenti, che nullo possa all’altro far torto nella fratellanza.
Osp. E come?
Gen. Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l’offiziale: ci è un che si chiama Liberalità, un Magnanimità, un Castità, un Fortezza, un Giustizia criminale e civile, un Solerzia, un Verità, Beneficenza, Gratitudine, Misericordia ecc.; e a ciascuno di questi si elegge quello che da fanciullo nelle scole si conosce inchinato a tal virtù. E però, non sendo tra loro latrocini, né assassinii, né stupri ed incesti, adultèri, delli quali noi ci accusamo, essi si accusano d’ingratitudine, di malignità, quando uno non vuol far piacer onesto, di bugia, che abborriscono più che la peste; e questi rei per pena son privati della mensa commune, o del commerzio delle donne, e d’alcuni onori, finché pare al giudice, per ammendarli.

La città del Sole cit., pp. 8-10.

Come nell’isola di Utopia, anche nella Città del Sole tutti, uomini e donne, lavorano, con una conseguente riduzione dell’impegno individuale, fissato a quattro ore. Buona parte del tempo restante è dedicato allo studio e alle arti, in modo che ognuno possa sviluppare la propria personalità.
Lo Stato è onnipresente: i ministri con i loro “offiziali” regolano minuziosamente la vita di ogni individuo, dall’istruzione, che è pubblica, alla generazione, regolata da Mor, Amore.
T16. Campanella, La generazione

Ospitalario - Or dimmi della generazione.
Genovese - Nulla femina si sottopone al maschio, se non arriva a dicianov’anni, né il maschio si mette alla generazione inanti alli vintiuno, e più si è di complessione bianco8. Nel tempo inanti è ad alcuno lecito il coito con le donne sterili o pregne, per non far in vaso indebito; e le maestre matrone con li seniori della generazione han cura di provederli, secondo a loro è detto in secreto da quelli più molestati da Venere. Li provedono, ma non lo fanno senza far parola al maestro maggiore, che è un gran medico, e sottostà ad Amore, prencipe offiziale. Se si trovano in sodomia, son vituperati, e li fan portare due giorni legata al collo una scarpa, significando che pervertiro l’ordine e posero li piedi in testa, e la seconda volta crescen la pena finché diventa capitale. Ma chi si astiene fin a ventun anno d’ogni coito è celebrato con alcuni onori e canzoni.
Perché quando si esercitano alla lotta, come i Greci antichi, son nudi tutti, maschi e femine, li mastri conoscono chi è impotente o no al coito, e quali membra con quali si confanno. E così, sendo ben lavati, si donano al coito ogni tre sere; e non accoppiano se non le femine grandi e belle alli grandi e virtuosi, e le grasse a’ macri, e le macre alli grassi, per far temperie9. La sera vanno i fanciulli e conciano10 i letti, e poi vanno a dormire, secondo ordina il mastro e la maestra. Né si pongono al coito, se non quando hanno digerito, e prima fanno orazione, ed hanno belle statue di uomini illustri, dove le donne mirano11. Poi escono alla fenestra, e pregono Dio del Cielo, che li doni prole buona. E dormeno in due celle, sparti fin a quell’ora che si han da congiungere, ed allora va la maestra, ed apre l’uscio dell’una e l’altra cella. Questa ora è determinata dall’Astrologo e Medico e si forzan sempre di pigliar tempo, che Mercurio e Venere siano orientali dal Sole in casa 12benigna, e che sian mirati da Giove di buono aspetto13 e da Saturno e Marte così il sole come la luna14, che spesso sono afete15. [...]
Ed han per peccato li generatori16 non trovarsi mondi tre giorni avanti di coito e d’azioni prave, e di non esser devoti al Creatore. Gli altri, che per delizia o per servire alla necessità si donano al coito con sterili o pregne o con donne di poco valore, non osservan queste sottigliezze. E gli offiziali, che son tutti sacerdoti, e li sapienti non si fanno generatori, se non osservano molti giorni più condizioni; perché essi, per la molta speculazione, han debole lo spirito animale, e non trasfondeno il valor della testa, perché pensano sempre a qualche cosa: onde trista razza fanno. Talché si guarda bene, e si donano questi a donne vive, gagliarde e belle; e gli uomini fantastichi e capricciosi a donne grasse, temperate, di costumi blandi. E dicono che la purità della complessione, onde le virtù fruttano, non si può acquistare con arte, e che difficilmente senza disposizion naturale può la virtù morale allignare, e che gli uomini di mala natura per timor della legge fanno bene, e, quella cessante, struggon la republica con manifesti o segreti modi. Però tutto lo studio principale deve essere nella generazione, e mirar li meriti naturali, e non la dote e la fallace nobiltà.
Se alcune di queste donne non concipeno con uno, le mettono con altri; se poi si trova sterile, si può accommunare, ma non ha l’onor delle matrone in Consiglio della generazione e nella mensa e nel tempio; e questo lo fanno perché essa non procuri la sterilità per lussuriare.

La città del Sole cit., pp. 15-18.

L’astronomia è molto importante nella Città del Sole, costituendo anche la base di una religione astrale che è quella maggiormente praticata. Il culto è però libero e vige la massima tolleranza, con l’eccezione degli atei, considerati socialmente pericolosi, che non vengono perseguitati ma ai quali sono precluse le cariche pubbliche.

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La città del Sole di Campanella. Versione integrale in LiberLiber: http://www.liberliber.it/biblioteca/c/c ... /index.htm

Il testo dell'opera di Thomas More, Utopia, è disponibile in lingua inglese nel "Project Gutenberg": http://www.gutenberg.org/etext/2130

1. La causa a cui ci si riferisce sono i soldati mercenari, al servizio dei nobili, che in periodi di pace si danno a prepotenze e ruberie.

2. Ovvero i tartari, cosiddetti dal nome del loro capo, il gran Mogor. Invasero l’India nelxvi secolo.

3. La distribuzione dei beni in genere, ovviamente non in proprietà ma soltanto per l’uso.

4. Elevare.

5. Politica, 1261b.

6. Quanto più sono privati dei beni.

7. Fratelli.

8. Gracile.

9.Per fare equilibrio, relativamente alla prole che, prendendo le caratteristiche dei genitori, avrà corpi armoniosi.

10. Preparano.

11. Si riteneva all’epoca che le immagini contemplate prima dell’unione sessuale influenzassero il concepimento, producendo figli con virtù fisiche - e anche morali - simili.

12. Le «case» in astrologia sono le suddivisioni del cielo, dove i pianeti vengono di volta in volta a trovarsi.

13. Si dice «aspetto» la posizione reciproca di due pianeti.

14. Tutti questi «consigli astrali» sono da ricollegare alla religione dei Solari, e ovviamente anche all’importanza che l’astrologia aveva per Campanella e nel rinascimento in generale.

15. «Afeta» si dice il punto dello zodiaco in cui si compone e si determina il destino individuale.

16. Soltanto coloro che si uniscono per procreare, come si dice subito sotto, devono osservare questi precetti, tutti orientati a determinare caratteristiche positive nella prole e non all’atto sessuale in sé




La proprietà non è un furto e un male ma un bene prezioso e rubare non è un bene ma un male.
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Utopie demenziali e criminali

Messaggioda Berto » lun apr 24, 2017 7:50 pm

In Italia le utopie criminali e demenziali sono le barriere dietro le quali si nascondono tutti i criminali, i truffatori, i parassiti, i ladri, i furbi, gli assassini, gli irresponsabili, gli ipocriti e i bugiardi della penisola italica:

Questa è l'Italia ed il suo stato dopo i mitizzati e cantati " Risorgimento (con i suoi falsi miti unitario romano e rinascimentale), Resistenza e Repubblica con la sua Costuzione"
I primati dello stato italiano e dell'Italia in Europa e nel mondo
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