Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

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Messaggioda Berto » dom ago 09, 2015 1:39 pm

Orori taƚiani e vitime del stado taƚian
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Orori taliani

Messaggioda Berto » dom ago 09, 2015 1:41 pm

Ençeveltà tałega, straji, połedega, caste, corusion
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Ençeveltà tałega, sasini e straji
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Re: Orori taliani

Messaggioda Berto » dom ago 09, 2015 1:41 pm

CIRCONDARIALE DI VENEZIA

http://www.c9dpopoliliberi.it/index.php ... di-venezia

Mi faccio 6 mesi ... mangio bevo dormo e mi metto in tasca 18 mila euro ...

VENEZIA 13.02.2014

Troppo poco spazio nelle celle, 100 euro al giorno ai "detenuti-sardine"

Almeno sette metri quadri a testa per i carcerati di Santa Maria Maggiore, oppure dovranno scattare i cospicui rimborsi da parte dell'amministrazione

Carceri sovraffollate e celle troppo piccole: Santa Maria Maggiore finisce nel mirino dei magistrati degli uffici di sorveglianza di Venezia, che hanno stabilito quali saranno gli standard minimi che la struttura di Santa Marta dovrà rispettare per i suoi detenuti, pena rimborsi più che cospicui.


SPAZIO MINIMO – La prigione maschile veneziana dovrà insomma assicurare a ciascun carcerato almeno sette metri quadri di spazio vitale, e ogni detenuto che si troverà al di sotto di questo standard minimo avrà diritto a ben 100 euro di rimborso per ogni giornata vissuta “ai minimi termini”.
Così, dopo i reclami di una quindicina di “ospiti” della casa circondariale di Santa Croce, il tribunale di Sorveglianza ha approfittato dell'occasione per dare applicazione a quanto previsto dal "decreto svuotacarceri" del dicembre 2013.
Il reclamo può essere presentato quando inosservanze dell'amministrazione comportano "attuale e grave pregiudizio" ai diritti dei detenuti.
Primo fra tutti il pregiudizio derivante dal sovraffollamento delle carceri, riconosciuto dalla Corte europea e dalla Corte Costituzionale.

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Spasi mignołi par łe bestie da xlevo

Protezione degli animali negli allevamenti

http://europa.eu/legislation_summaries/ ... 100_it.htm

http://conventions.coe.int/Treaty/ITA/T ... ml/087.htm

Articolo 3
Ogni animale deve beneficiare di un alloggio, di un’alimentazione e delle cure che – tenuto conto della sua specie e del suo grado di sviluppo, d’adattamento e di addo­mesticamento – sono appropriate ai suoi bisogni fisiologici e etologici, conforme­mente all’esperienza acquisita e alle conoscenze scientifiche.

Articolo 4
1. La libertà di movimento propria dell’animale, tenuto conto della sua specie e conformemente all’esperienza acquisita e alle conoscenze scientifiche, non deve es­sere intralciata in modo da causargli sofferenze o danni inutili.
2. Quando un animale è continuamente o abitualmente legato, incatenato o tratte­nuto, deve essergli lasciato uno spazio appropriato ai suoi bisogni fisiologici e eto­logici, conformemente all’esperienza acquisita e alle conoscenze scientifiche.


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Le prexon taliane, vargogna de l'Ouropa

http://www.alla-fonte.it/joomla/italia/ ... lonzi.html
http://www.radicali.it/rassegna-stampa/ ... utto-mondo
http://www.radioradicale.it/soggetti/marco-pannella
http://perstefanocucchi.blogspot.it/200 ... chive.html

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... cucchi.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... i-6751.jpg



La mama co la somexa del fiolo morto, el ghea 18 ani:

http://www.agi.it/cronaca/notizie/20130 ... mele_marce

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ovandi.jpg


http://www.beppegrillo.it/2008/02/omici ... sta_1.html

El video:
http://www.youtube.com/watch?v=dCk2i4h0GS0&gl=IT&hl=it

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Sti ensemenii li vuria tornar a le ghebe:

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 310163.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 310171.jpg

Metarse ente łe man de sta xente a xe pexo ke star ente coełe del demogno.
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Re: Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

Messaggioda Berto » mer ott 28, 2015 7:46 am

Cucchi, il legale: "Azione contro il ministero". Il presidente della Corte: "No alla gogna mediatica"
Il presidente della Corte d'Appello di Roma replica alle polemiche dopo la sentenza di assoluzione di medici, infermieri e agenti per la morte di Stefano Cucchi: "Il giudice valuta le prove". Ilaria Cucchi: "Mi devono uccidere per fermarmi". La frase choc del sindacato di polizia Sap: "Se disprezzi la tua salute ne paghi le conseguenze". Indignazione sui social
Sabato, 1 novembre 2014 - 18:00:00
http://www.affaritaliani.it/roma/cucchi ... refresh_ce

"Mi devono uccidere per fermarmi". Così Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, all'indomani della sentenza della Corte d'appello di Roma che ha assolti tutti gli imputati accusati della morte del fratello, Stefano Cucchi. "Non ce l'ho con i giudici di appello - aggiunge - ma adesso da cittadina comune mi aspetto il passo successivo e cioè ulteriori indagini, cosa che chiederò al procuratore capo Pignatone". Ilaria Cucchi spiega che "il prossimo passo è la Cassazione e la Corte europea. Non è finita qui. Se lo Stato non sarà in gradi di giudicare se stesso, faremo l'ennesima figuraccia davanti alla Corte europea. Sono molto motivata".

Intanto, il legale della famiglia Cucchi, Fabio Ansemlo, annuncia che: "Aspetteremo le motivazioni della sentenza per preparare il nostro ricorso per Cassazione ma intraprenderemo anche un'azione legale nei confronti del ministero della Giustizia affinchè si possa riconoscerne la responsabilità rispetto alla morte di Stefano". Secondo la difesa della famiglia Cucchi da entrambi i processi emerge che comunque un pestaggio nelle celle del Tribunale c'è stato e quindi si chiama ora in causa il ministero della Giustizia affinchè riconosca la sua responsabilità dal punto di vista di un risarcimento danni.

IL PRESIDENTE DELLA CORTE D'APPELLO DI ROMA - "Il giudice penale deve accertare se vi sono prove sufficienti di responsabilità individuali e in caso contrario deve assolvere. E' quello che i miei giudici hanno fatto anche questa volta". Lo afferma il presidente della Corte d'Appello di Roma, Luciano Panzani. "Questo è il suo compito per evitare di aggiungere orrore ad obbrobrio e far seguire ad una morte ingiusta la condanna di persone di cui non si ritiene provata la responsabilità", aggiunge invitando a evitare la "gogna mediatica".

IL COMMENTO CHOC DEL SINDACATO DI POLIZIA - "Tutti assolti, come è giusto che sia". Gianni Tonelli, segretario generale del Sap, uno dei sindacati di polizia, nel commentare la sentenza sulla morte di Stefano Cucchi non fa sfoggio di diplomazia. Tutt’altro. "In questo Paese - scrive in una nota - bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, a essere puniti per colpe non proprie". Indignazione sui Social.

LA SENTENZA: NESSUN COLPEVOLE - Sono stati tutti assolti per insufficienza di prove gli imputati per la morte di Stefano Cucchi il geometra di 31 anni, arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto una settimana dopo al reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Lo ha deciso la I Corte d'Assise d'Appello concludendo così il processo di secondo grado nei confronti di 12 tra medici (sei), infermieri (tre) e agenti della polizia penitenziaria (tre). Il procuratore generale aveva chiesto la condanna per tutti gli imputati.

"Prima o poi qualcuno ci dovrà spiegare come è morto il giovane Stefano. Vicino alla famiglia." Lo scrive il vicepresidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, sul suo profilo Facebook. Parla di "omicidio" Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà: "Una ferita aperta di fronte al bisogno di verita' e giustizia. Una ferita insopportabile".

Se la sentenza in primo grado aveva lasciato profondamente delusa la famiglia di Stefano tanto da far parlare la sorella Ilaria di una "pietra tombale" sulla morte del ragazzo, la reazione alla nuova assoluzione anche in Corte d'Appello fa gridare rabbia e amarezza alla famiglia: "La giustizia ha ucciso Stefano Cucchi - denuncia la sorella Ilaria - e la giustizia ancora una volta non è stata giusta. In primo grado si ammetteva il pestaggio e mi aspettavo che almeno in appello si individuassero i colpevoli".
E' stato ucciso tre volte". Così Giovanni Cucchi, padre di Stefano. "Lo stato si è autoassolto - ha commentato invece la madre, Rita Cucchi - l'unico colpevole, per lo Stato, sono quattro mura. Andremo avanti fino alla fine per avere giustizia per Stefano". L'avvocato della famiglia Cucchi ha già annunciato il ricorso in Cassazione.

La sentenza infatti scagiona i tredici imputati, agenti penitenziari, medici ed infermieri dell'ospedale Pertini, coinvolti a vario titolo nel processo per la morte giovane il 19 ottobre del 2009. Già in primo grado la corte aveva stabilito che Stefano Cucchi non sarebbe morto per le violenze denunciate dalla famiglia. Secondo l’originaria imputazione infatti, Stefano sarebbe stato picchiato nelle celle del Palazzo di Giustizia di piazzale Clodio poco prima dell’udienza di convalida del suo arresto, poi abbandonato dai medici e dagli infermieri che lo ebbero in cura nel reparto detenuti del Pertini.

Il primo grado di giudizio si era concluso con la condanna per omicidio colposo del primario dell’ospedale Aldo Fierro, dei medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo, con la condanna di Rosita Caponetti per falso ideologico e con l’assoluzione degli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli, Domenico Pepe, e degli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici. Secondo le 188 pagine della sentenza depositata il 3 settembre dello scorso anno, infatti, il ragazzo morì per “sindrome di inanizione”, ovvero per malnutrizione, vittima dunque di una inadeguata condotta dei medici ''contrassegnata da imperizia, imprudenza e negligenza".



Non è successo nulla di CONCITA DE GREGORIO
http://www.repubblica.it/cronaca/2014/1 ... /?ref=fbpr

QUINDI non è stato nessuno. Quindi, come dice sua madre guardandoti diritto negli occhi, "visto che non è successo niente stasera torniamo a casa e lo troviamo vivo che ci aspetta".

Perché la questione è molto semplice, ed è tutta qui. Non c'è da ripercorrere le indagini, sostituirsi a chi le ha fatte, commentare la sentenza provare a indovinarne le ragioni. Meno, molto meno. Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente.

Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno.

Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. Questo è un esercizio più facile per chi voglia provare a mettersi nei panni: nessuna madre, né padre, né sorella può dimenticare né darsi pace del fatto che un figlio debole, infragilito dalla droga come migliaia di ragazzi sono, ma deciso a uscirne, un figlio amato, smarrito, accudito possa essere arrestato una sera al parco con 20 grammi di hashish, portato in caserma e restituito cadavere una settimana dopo. È anche difficile sopportare in aula l'esultanza e il giubilo dei medici e degli infermieri assolti, perché comunque quel ragazzo stava male, è morto che pesava 37 chili e quando è entrato ne pesava venti di più. Sembra impossibile poter perdere 20 chili in sei giorni ma se non mangi e non bevi perché pretendi un legale che non ti danno, se hai un problema al cuore e vomiti per le botte forse succede, di fatto è successo e qualcuno deve aiutarti a restare in vita. Uno a caso, dei cento che sono passati davanti ai tuoi occhi in quei giorni e hanno richiuso la cella. È difficile per un padre leggere il comunicato di polizia Sap che con soddisfazione dice "se uno conduce una vita dissoluta ne paga le conseguenze senza che altri, medici o poliziotti, paghino per colpe non proprie". Perché, ricorda sommessamente Giovanni Cucchi, "ho rispetto per tutti, ma vorrei precisare che chi ha perso il figlio siamo noi".

Delle immagini di ieri, sentenza di assoluzione, restano le grida di esultanza degli imputati le lacrime dei familiari e i volti chiusi dei magistrati tra cui molte donne, volti rigidi. Dicono, da palazzo di giustizia, che le prove fossero "scivolose", le perizie e le consulenze decine, tutte contraddittorie. Dev'essere stato difficile anche per i magistrati, è lecito e necessario supporre, prendere una decisione così. Ci si augura che sia stato un rovello terribile, una via per qualche ragione patita e obbligata. Perché altrimenti diventa difficilissimo per ciascuno di noi continuare ad esercitare con scrupolo e dovizia la strada impopolare e impervia, ma giusta, della responsabilità individuale e personale. Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto.

Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. Bisogna essere sicuri che se sono io ad ammazzare di botte una persona inerme prendo l'ergastolo e che se lo fa un esponente dello Stato in nome del diritto prende l'ergastolo lo stesso. Perché altrimenti, se così non è, viene meno in un luogo remoto e profondissimo il senso del rispetto delle regole e le conseguenze non si possono neppure immaginare. Altrimenti vale la legge del più forte e non si sa domani in quale terra di nessuno ci potremmo svegliare, tutti e ciascuno di noi, in quale selva che ci conduce dove. Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.


Cucchi, Pignatone “rivedrà gli atti” ma elogia i pm. Famiglia: “Abbiamo perso tempo”
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11 ... to/1188303

La famiglia ha incontrato Pignatone negli uffici di piazzale Clodio. Il procuratore: "Procederemo ad un'attenta rilettura di tutte le carte". Il sindacato di polizia penitenziaria Sappe: "Illazioni contro la divisa, quereliamo Ilaria"

http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-conte ... i-6751.jpg

“Il procuratore si è impegnato a rivedere l’indagine”, aveva annunciato Ilaria Cucchi uscendo dalla Procura di Roma dopo aver incontrato Giuseppa Pignatone, che domenica aveva definito “inaccettabile” la morte di Stefano Cucchi perché avvenuta mentre il ragazzo “era affidato allo Stato”. Poco dopo il capo della procura ribadiva: “Procederemo ad una rilettura di tutte le carte dell’inchiesta”. Ma aggiungeva che i pm “hanno fatto un lavoro egregio e hanno, come ho detto, la mia estrema fiducia“. L’apprezzamento mandava su tutte le furie la famiglia: “I casi sono due – legge in una nota diramata in serata da Ilaria, sorella del 31enne morto il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Pertini dopo un arresto per droga – o il dottor Pignatone è riuscito in nemmeno due ore a studiare alla perfezione tutto il fascicolo relativo alla morte di Stefano Cucchi, oppure forse oggi abbiamo perso tutti del tempo“.

Ilaria: “Pignatone si è impegnato a rivedere l’indagine”
Nel primo pomeriggio Ilaria e i genitori Giovanni e Rita hanno incontrato nei suoi uffici di piazzale Clodio, a Roma, il procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, che ieri, nel ritenere “inaccettabile” una morte come quella del 31enne, ha espresso la disponibilità, di fronte a fatti nuovi, a riaprire le indagini. “Il procuratore Pignatone si è impegnato a rivedere tutti gli atti sin dall’inizio – ha detto Ilaria Cucchi dopo l’incontro con il capo della Procura durato una decina di minuti – è stato un incontro positivo. Pignatone si è impegnato a rileggere le carte senza preclusioni. Gli abbiamo anche mostrato le foto di Stefano e ora dopo cinque anni abbiamo l’impressione che si possa giungere a chiarire questa vicenda”. Prima di entrare in Procura, la donna aveva mostrato una gigantografia che ritrae il fratello morto: “Questa è l’insufficienza di prove – aveva detto Ilaria – lo Stato non ha saputo garantire i diritti di mio fratello da vivo, ed ora non è in grado di dire chi l’ha ridotto così. Basta guardare questa foto e riflettere”.

Pignatone: “Rivedere chi non fu oggetto di indagine”
“Con animo sereno e senza pregiudizi, né positivi né negativi, procederemo ad una rilettura di tutte le carte dell’inchiesta con riferimento alle posizioni che non sono state oggetto di indagine. Lette anche le motivazioni della corte di assise di appello prenderemo le nostre decisioni”, ha detto il procuratore Giuseppe Pignatone sul caso Cucchi. Spiegando quale sarà il lavoro della Procura per “rileggere” gli atti del processo il procuratore Pignatone ha espresso la massima fiducia nei procuratori Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy che hanno svolto l’indagine. “Hanno fatto un lavoro egregio e hanno, come ho detto, la mia estrema fiducia”. Pignatone ha ricordato che all’esito dell’esame degli atti sarà fatta una valutazione e si deciderà che cosa si debba fare. Ogni decisione comunque sarà presa dopo avere esaminato anche la motivazione della sentenza della Corte d’Appello che sarà depositata entro 90 giorni. “Cominceremo a rileggere le pagine della vicenda, poi ci dedicheremo ad esaminare quelle che potranno essere le decisioni”.

Famiglia: “Forse oggi abbiamo perso tempo”
L’apprezzamento espresso dal procuratore nei confronti dei pm ha mandato su tutte le furie la famiglia di Stefano Cucchi: “Oggi il dottor Pignatone, procuratore capo del repubblica di Roma, ha ricevuto me ed miei genitori e ci ha garantito che avrebbe studiato tutto il fascicolo senza pregiudizi: Non sono passate nemmeno due ore e il procuratore capo della repubblica di Roma, dottor Pignatone, ha già capito che i PM Barba e Loi hanno fatto un ottimo lavoro – si legge in una nota diramat in serata da Ilaria Cucchi – i casi sono due: o il dottor Pignatone è riuscito in nemmeno due ore a studiare alla perfezione tutto il fascicolo relativo alla morte di Stefano Cucchi, oppure forse oggi abbiamo perso tutti del tempo“, conclude Ilaria.

Sappe: “Illazioni contro di noi, quereliamo Ilaria”
Un querela contro Ilaria Cucchi che “istiga all’odio e al sospetto nei confronti dell’intera categoria di soggetti operanti nell’ambito del comparto sicurezza”. L’ha depositata a Roma il sindacato di polizia penitenziaria Sappe nei confronti della sorella di Stefano. “Dopo essersi improvvisata aspirante deputato, prendiamo atto che Ilaria Cucchi vorrebbe ora vestire i panni di pm – si legge in una nota della sigla sindacale – magari consegnando quelli da giudice al suo difensore per confezionare una sentenza sulla morte del fratello Stefano che più la soddisfi“.

“Bisogna finirla con essere garantisti a intermittenza, rispettando le sentenze solo quando queste fanno comodo”, afferma Donato Capece, segretario generale del Sappe. “Bisognerebbe mostrare pubblicamente anche le 250 fotografie fatte prima dell’esame autoptico (che dimostrano che sul corpo di Stefano Cucchi non c’era nulla) e non sempre e solo quella, terribile, scattata dopo l’autopsia e che presenta i classici segni del livor mortis. E quali sono le presunte nuove prove sulla morte del giovane che non sono state portate in dibattimento”. Capece, nel sottolineare che il Sappe per scelta ha avuto fino ad oggi un “profilo basso” sulla vicenda, non accetta “giudizi e illazioni contro la Polizia Penitenziaria, i cui appartenenti sono stati assolti due volte dalle gravi accuse formulate nei loro confronti”, trova pretestuosa anche la proposta di intitolare una strada di Roma a Stefano Cucchi: “E’ una proposta demagogica e strumentale”.

“L’insieme delle dichiarazioni diffuse da Ilaria Cucchi – aggiunge Capece, rendendo noto che nei giorni scorsi il Sappe ha presentato querela contro Ilaria Cucchi – pare, con ogni evidenza, voler istigare all’odio e al sospetto nei confronti dell’intera categoria di soggetti operanti nell’ambito del comparto sicurezza, con particolare riferimento a chi, per espressa attribuzione di legge, si occupa della custodia di soggetti in stato di arresto o detenzione. Questo non lo possiamo accettare. Proprio per questo abbiamo deciso di adire le vie legali nei confronti della signora Cucchi: a difesa dell’onore e del decoro della Polizia Penitenziaria”.

Sappe contro Celentano: “Ignorante, dice stupidaggini”
Il Sappe, poi, punta il dito contro Adriano Celentano: “Celentano è tanto ignorante da non sapere che in Italia non esistono guardie carcerarie ma, soprattutto, che i poliziotti penitenziari, coinvolti nella vicenda giudiziaria sulla morte di Stefano Cucchi, sono stati assolti due volte dalle gravi accuse formulate nei loro confronti. Lo preferiamo come cantante, Celentano: almeno evita di dire stupidaggini“, ha detto Donato Capece in merito alla lettera scritta dal Molleggiato a Stefano Cucchi, sul blog, “Il mondo di Adriano”. Celentano, “che ci aveva regalato un’altra perla del suo garantismo a intermittenza qualche tempo fa, quando chiese la grazia per Fabrizio Corona”, sappia che, “da sempre, l’impegno del Sappe è quello di rendere il carcere una ‘casa di vetro’, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci chiaro”. “Giusto per la cronaca – continua Capece – negli ultimi vent’anni anni, dal 1992 al 2012, abbiamo salvato la vita, in tutta Italia, ad oltre 17mila detenuti che hanno tentato il suicidio ed ai quasi 119mila che hanno fatto atti di autolesionismo: altro che le gravi accuse e illazioni di un cantante che evidentemente non ha più nulla da dire”.



Cucchi, tutti gli incredibili errori di Giovanni Bianconi

Domiciliari mancati e divieti alla famiglia. I militari dell’Arma scrissero che era nato in Albania ed era senza fissa dimora

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca ... 3651.shtml

ROMA La sentenza di assoluzione è il nuovo anello della catena di eventi relativi alla morte di Stefano Cucchi, non ancora l’ultimo. Altri se ne aggiungeranno, con il ricorso in Cassazione e i nuovi sviluppi giudiziari. Per adesso la Corte d’assise d’appello ha ritenuto insufficienti le prove raccolte contro tre guardie carcerarie e tre infermieri (per la seconda volta) e sei medici (ribaltando il giudizio di primo grado), dopo un’indagine che forse poteva essere condotta diversamente e di un’impostazione dell’accusa cambiata più volte in corsa.

Tuttavia le cause della drammatica fine di quel giovane entrato vivo e uscito cadavere dalla prigione in cui era stato rinchiuso risalgono a comportamenti precedenti a quelli finiti sotto processo, responsabilità di strutture statali che non sono mai state giudicate. Fin dalla sera dell’arresto di Cucchi, 15 ottobre 2009. Lo sorpresero con qualche dose di erba e cocaina, lo accompagnarono in una caserma dei carabinieri e Stefano ha cominciato a morire lì, prima stazione di una via crucis dalla quale non s’è salvato.

Nel verbale d’arresto i militari dell’Arma scrissero che Cucchi era «nato in Albania il 24.10.1975, in Italia senza fissa dimora»; peccato che fosse nato a Roma in tutt’altra data, e che l’abitazione in cui risultava ufficialmente residente fosse appena stata perquisita, senza esito, alla presenza sua e dei genitori. Evidentemente il verbalizzante aveva utilizzato, sul computer, il modello riempito in precedenza con i dati di un albanese, senza preoccuparsi di modificarli: una sciatteria che ebbe conseguenze fin dalla mattina successiva, visto che il giudice che convalidò l’arresto negò i domiciliari per la «mancanza di una fissa dimora risultante con certezza dagli atti». Fosse tornato a casa, sia pure da detenuto, probabilmente Stefano sarebbe ancora vivo.

Incredibile, ma vero. Nello stesso provvedimento venne anche scritto che «il prevenuto, interpellato, dichiara di non voler dare notizia del suo avvenuto arresto ai propri familiari»; in realtà i genitori l’avevano visto quasi in diretta, perché dopo il fermo e la perquisizione i carabinieri gliel’avevano comunicato. E al papà che chiedeva se dovesse avvisare l’avvocato, risposero che non c’era bisogno, avevano già provveduto loro. La mattina dopo, però, Stefano non trovò in aula il difensore di fiducia che voleva, ma uno d’ufficio.

Quel giorno, nei sotterranei del tribunale, Cucchi è stato picchiato come risulta dalle stessa sentenza che, in primo grado, non era riuscita a individuare le prove per condannare i responsabili (in quella d’appello si vedrà, ma è verosimile che sia avvenuta la stessa cosa). La morte del trentenne però - che certamente aveva un fisico gracile ma sano, tanto che poche ore prima di finire in gattabuia era stato nella palestra che frequentava regolarmente - non dipende solo dalle botte. È dovuta al viavai tra il carcere di Regina Coeli (dove a un medico che aveva constatato i segni delle percosse disse che era caduto dalle scale, tipica giustificazione dei detenuti che non si fidano di denunciare gli aggressori) e l’ospedale dove si decise di non farlo restare per evitare i piantonamenti, fino al ricovero nel reparto penitenziario delPertini: un pezzo di carcere trasferito dentro un policlinico.

Anche qui si sono susseguiti eventi che hanno contribuito alla tragica fine di Stefano: l’assurdo divieto per i genitori che non solo non poterono incontrarlo prima di ottenere il permesso del giudice - e siccome c’era di mezzo il fine settimana, il via libera arrivò solo il giorno della morte -, ma per loro era vietato anche ricevere informazioni sul suo stato di salute. Avevano avuto la comunicazione del ricovero, ma era impossibile conoscerne il motivo: una regola talmente incredibile che dopo la morte di Stefano fu cancellata dalla burocrazia penitenziaria.
In quei giorni di isolamento - con papà e mamma lasciati dietro una porta blindata, ai quali fu concesso solo di lasciare un cambio per il figlio, rimasto però integro perché nessuno si preoccupò di aiutarlo a cambiarsi visto che non si poteva muovere dal letto - Cucchi chiese inutilmente di parlare col suo avvocato o con un assistente del centro per tossicodipendenti che frequentava in passato. Richiesta che non è mai uscita dal chiuso dell’ospedale Pertini, nonostante fosse annotata sul diario clinico, visto che per quel motivo Stefano rifiutava il cibo e le cure. Con la calligrafia ormai malferma per lo stato di sofferenza in cui versava, aveva perfino scritto una lettera all’operatore sociale, per chiedergli aiuto: qualcuno la spedì dopo che era morto.

Per tutta questa incredibile catena di fatti e misfatti, e altri ancora, Stefano Cucchi «ha concluso la sua vita in modo disumano e degradante», come scrisse il magistrato Sebastiano Ardita, all’epoca funzionario dell’amministrazione carceraria, nella relazione ispettiva del dicembre 2009. Cinque anni dopo quella fine è rimasta senza colpevoli, ma il problema non è certo - o non solo - l’ultima sentenza.

2 novembre 2014 | 08:20
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Re: Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

Messaggioda Berto » mer ott 28, 2015 7:56 am

Scuola Diaz: “Blitz della polizia fu tortura”. Corte europea condanna l’Italia
La decisione dopo il ricorso di Arnaldo Cestaro, 62enne all'epoca del pestaggio avvenuto il 21 luglio 2001 al termine del G8 di Genova. I giudici: "Legislazione inadeguata rispetto agli atti di tortura e assenza di misure dissuasive". Nel mirino anche prescrizione e indulto di cui hanno beneficiato agenti e dirigenti di Ps imputati. Riconosciuto risarcimento di 45mila euro. L'accusa del pm Zucca: "Governi furono sordi"
di F. Q. | 7 aprile 2015
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04 ... ia/1569914

Il blitz della polizia alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, “deve essere qualificato come tortura”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto commesso nei confronti di uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura. La Corte ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti“. Il ricorso è stato presentato da Arnaldo Cestaro, 62enne all’epoca del pestaggio, militante vicentino di Rifondazione comunista che dalla Diaz uscì con fratture a braccia, gambe e costole che hanno richiesto numerosi interventi chirurgici negli anni successivi. All’epoca il referto dei medici genovesi sottolineò “l’indebolimento permanente dell’organo della prensione e della deambulazione”. Cestaro è poi diventato un attivista del Comitato verità e giustizia per Genova che, come tante altre organizzazioni impegnate sul fonte dei diritti, ha accolto con favore la sentenza. La Corte ha stabilito che lo Stato dovrà risarcire alla vittima 45mila euro per danni morali. “I soldi non risarciscono il male che è stato fatto. E’ vero, è un primo passo quello di oggi, ma mi sentirò davvero risarcito solo quando lo Stato introdurrà il reato di tortura”, afferma Cestaro all’Adnkronos. “Oggi ho 75 anni ma non cancellerò mai l’orrore vissuto. Ho visto il massacro in diretta, ho visto l’orrore del nostro Stato. Dopo quindici anni, le scuse migliori sono le risposte reali, non i soldi”.

“IN ITALIA TORTURATORI IMPUNITI”. “La Corte – si legge nel documento pubblicato sul sito istituzionale – ha riscontrato una violazione dell’articolo 3 della Convenzione, a causa dei maltrattamenti subiti da Cestaro e di una legislazione penale inadeguata per quanto riguarda sanzioni contro gli atti di tortura e misure dissuasive che prevengano la loro reiterazione”. La Corte di Strasburgo rileva che il carattere del problema è “strutturale” e richiama l’Italia a “stabilire un quadro giuridico adeguato, anche attraverso disposizioni penali efficaci”, munendosi di strumenti legali in grado di “punire adeguatamente i responsabili di atti di tortura o di altri maltrattamenti”, impedendo loro di beneficiare di misure in contraddizione con la giurisprudenza della Corte stessa. Dopo il G8 di Genova il Parlamento discusse dell’introduzione del reato di tortura, ma non se ne fece nulla soprattutto per l’opposizione della Lega nord.
“Il punto importante di questa sentenza che stato italiano è stato condannato per tortura e perché questo reato non è previsto dal nostro ordinamento”, dice a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Nicolò Paoletti, uno dei legali che ha curato il ricorso. Secondo i giudici, continua, nei pochi minuti in cui gli uomini del Reparto mobile di Roma e altri agenti (“Una macedonia di divise”, la definì Vincenzo Canterini, allora comandante del Reparto mobile di Roma, poi condannato al processo Diaz) hanno consumato le violenze, si sono creati quelle condizioni di “sofferenza fisica e psicologica” tipici della tortura. La sentenza ricorda in particolare, oltre alle violenze subite dagli ospiti della Diaz colti per lo più nel sonno (il blitz scattò intorno a mezzanotte), “le posizioni umilianti, l’impossibilità di contattare avvocati, assenza di cure adeguate in tempo utile, la presenza di agenti delle forze dell’ordine durante l’esame medico”. L’assenza del reato di tortura in Italia, nonostante gli obblighi internazionali assunti, in particolare con la ratifica della Convenzione di New York del 1984, “è assolutamente deplorevole”, commenta ancora l’avvocato Paoletti.
Sulla stessa lunghezza d’onda il commento dei pm genovesi che, in un clima di grande tensione anche politica, portarono avanti l’inchiesta contro i poliziotti e gli alti dirigenti intervenuti quella notte: “Ciò che è accaduto alla scuola Diaz è un concentrato di violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo. Quella della Corte Europea è una decisione scontata”, afferma Enrico Zucca che, insieme a Francesco Cardona Albini, sostenne l’accusa. “Quello che non era scontato era l’atteggiamento di tutti i governi e ministeri competenti che hanno costantemente ignorato quello che anche la giurisdizione italiana ha stabilito. Le orecchie sono sorde perché non vogliono ascoltare”. Ricorda Zucca: “Quando abbiamo detto che c’erano stati casi di tortura siamo stati presi per pazzi e noi avevamo solo citato i principi della corte europea di giustizia. Questi fatti sono gravissimi per l’Italia – continua – perché hanno visto coinvolti i vertici delle forze di polizia che hanno ricevuto in questi anni attestazioni di stima e solidarietà come se non fossero stati coinvolti da questi fatti e mi rifiuto di credere che non abbiano funzionari migliori di quelli che sono stati condannati”.
LA NOTTE DELLA DIAZ: 93 ARRESTATI, 60 FERITI. La notte del 21 luglio 2001, quando sia il vertice dei “Grandi della terra” che le manifestazioni di protesta erano terminate, diverse decine di agenti della Polizia di stato fecero irruzione nel complesse scolastico Diaz-Pertini, che era diventato un dormitorio per i cosidetti “no global” radunatisi a Genova per contestare il G8. Su 93 persone arrestate, con l’accusa di appartenere al “black bloc” protagonista degli scontri più duri delle due giornate precedenti, oltre 60 rimasero ferite nel pestaggio seguito all’irruzione, di cui almeno due in modo grave. La posizione dei 93 fu poi archiviata dalla Procura di Genova nel 2003, mentre il processo contro dirigenti e agenti protagonisti dell’irruzione è terminato in Cassazione nel 2012 con 25 condanne. Il processo ha documentato che la polizia costruì prove false per incastrare i manifestanti, a cominciare da due bottiglie molotov portate nella scuola dagli stessi poliziotti e poi esibite alla stampa tra gli oggetti sequestrati, a riprova della pericolosità degli arrestati.
Nel ricorso presentato il 28 gennaio 2011, Cestaro aveva invocato gli articoli 3,6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che i responsabili delle violenze nei suoi confronti non erano stati sanzionati in maniera adeguata, in particolare per la sopraggiunta prescrizione di alcuni reati (le lesioni semplici e aggravate), per le riduzioni di pena di cui alcuni imputati hanno beneficiato (in particolare, l’indulto) e per l'”assenza di sanzioni disciplinari” verso agenti e dirigenti coinvolti (che anzi fecero carriera negli anni successivi, fino alla sentenza di Cassazione, con conseguente interdizione dai pubblici uffici).
“NO A PERSCRIZIONE E INDULTO”. “Tenuto conto della gravità dei fatti avvenuti alla Diaz la risposta delle autorità italiane è stata inadeguata”, affermano i giudici della Corte europea, in primo luogo perché i responsabili materiali delle percosse subite da Arnaldo Cestaro non sono mai stati identificati, anche perché “la polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura”. In secondo luogo perché alla fine del procedimento penale nessuno ha pagato per quanto è accaduto a Cestaro e agli altri manifestanti picchiati. Al processo, infatti, nessun poliziotto è stato condannato per specifici episodi di violenza (la maggior parte degli agenti aveva il volto coperto da caschi e foulard). Hanno “resistito ” alla prescrizione quasi esclusivamente i reati di falso legati alla redazione dei verbali di arresto. “Questo risultato – dice la Corte – non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri”. Secondo i giudici, di fronte al reato di tortura la legislazione deve essere tale da escludere l’intervento di “prescrizione, amnistia, grazia”.
“Che tristezza, deve essere una ‘entità esterna’ come la Corte di Strasburgo a spiegarci che a #Diaz e #Bolzaneto ci fu tortura”, ha twittato Daniele Vicari, regista del film ‘Diaz – Don’t Clean Up This Blood’, ricostruzione cruda ma realistica di quei fatti. Alla corte di Strasburgo sono pendenti diversi ricorsi riguardanti le violenze subite dai fermati nel centro di detenzione di Bolzaneto. In quel caso furono gli stessi pm che condussero l’inchiesta a mettere nero su bianco che a Bolzaneto ricorsero gli estremi della tortura, secondo le definizioni del diritto internazionale, ma che in Italia il reato non esisteva.


Diaz, la Corte di Strasburgo condanna l'Italia per tortura
Dopo 15 anni dal G8 di Genova, dalla Corte di Strasburgo arriva la condanna all'Italia: "Ci furono violenze"
Mario Valenza - Mar, 07/04/2015
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 13717.html
Dopo quasi 15 anni dal G8 di Genova, dalla Corte di Strasburgo arriva la condanna all'Italia per le violenze alla scuola DIaz: quanto compiuto dalle forze dell' ordine italiane nell'irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001 "deve essere qualificato come tortura".
Caso Diaz, Pd: "Serve legge sul reato di tortura"
La Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia non solo per quanto fatto a uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura.
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato all'unanimità che è stato violato l'articolo 3 su "Il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti". All'origine del procedimento c'è il ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, romano nato nel 1939, che si trovava all'interno della scuola al momento dell'irruzione delle forze dell'ordine. All'epoca dei fatti l'uomo aveva 62 anni: fu picchiato più volte, e in seguito al pestaggiò riportò fratture multiple. L'Italia, ha stabilito la Corte, "dovrà versare a Cestaro un risarcimento di 35mila euro".
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Re: Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

Messaggioda Berto » sab dic 12, 2015 11:41 am

Cucchi, pm di Roma: "Pestato dai carabinieri della stazione Appia"
Lo scrive la procura in una richiesta di incidente probatorio per chiedere al gip una nuova perizia medico legale sulle lesioni patite dal giovane la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009
11 dicembre 2015

http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/ ... /?ref=fbpr

"Nella notte tra il 15 ed il 16 ottobre 2009 Stefano Cucchi fu sottoposto a un violentissimo pestaggio da parte di carabinieri appartenenti al comando stazione di Roma Appia". Lo scrive la procura di Roma in una richiesta di incidente probatorio per chiedere al gip una nuova perizia medico legale sulle lesioni patite da Cucchi.
Stefano morì nell'ospedale Pertini di Roma il 22 ottobre 2009, una settimana dopo il suo arresto per droga. La richiesta di incidente probatorio è stata inoltrata nel quadro degli accertamenti bis avviati dal procuratore Giuseppe Pignatone e dal sostituto Giovanni Musarò. "Leggendo queste cose mi immagino cosa avrà potuto soffrire Stefano in quella notte - ha detto la sorella, Ilaria - Noi non abbiamo mai smesso di sperare e a questo punto possiamo dire che finalmente io e la mia famiglia ci stiamo avvicinando alla verità".
"Fu scientificamente orchestrata una strategia finalizzata a ostacolare l'esatta ricostruzione dei fatti e l'identificazione dei responsabili per allontanare i sospetti dai carabinieri appartenenti al comando stazione Appia", si legge nella richiesta di incidente probatorio. Nell'inchiesta sono indagati cinque carabinieri della stazione Roma Appia: si tratta di Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro, Francesco Tedesco (tutti per lesioni personali aggravate e abuso d'autorità), nonché di Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini (per falsa testimonianza e, il solo Nicolardi anche di false informazioni al pm). In particolare, ai primi tre si contesta, dopo avere proceduto all'arresto di Cucchi per detenzione di droga e dopo aver eseguito una perquisizione domiciliare, "spingendolo e colpendolo con schiaffi e calci, facendolo violentemente cadere in terra" - si legge nel capo d'imputazione - di avergli cagionato "lesioni personali, con frattura della quarta vertebra sacrale e della terza vertebra lombare".
Nello specifico, scrive il pm nella premessa alla richiesta inoltrata al gip, "non si diede atto della presenza dei carabinieri Raffaele D'Alessandro e di Alessio Di Bernardo nelle fasi dell'arresto di Stefano Cucchi. Il nominativo dei due militari infatti non compariva nel verbale di arresto, pure essendo gli stessi pacificamente intervenuti già al momento dell'arresto di Cucchi e pur avendo partecipato a tutti gli atti successivi". Un fatto anomalo al quale si aggiunge un'altra circostanza che sembrerebbe volta ad un tentativo di allontanare ogni sospetto dagli indagati: "Fu cancellata inoltre ogni traccia di passaggio di Cucchi dalla compagnia Casilina per gli accertamenti fotosegnaletici e dattiloscopici al punto che fu contraffatto con bianchetto il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento". Inoltre, si legge ancora, che "nel verbale di arresto non si diede atto del mancato fotosegnalamento".
Stefano Cucchi, infine, sempre secondo gli inquirenti, "non non fu arrestato in flagranza per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale perpetrato presso i locali della compagnia carabinieri di Roma Casilina né fu denunciato per tale delitto, omissione che può ragionevolmente spiegarsi solo con il fine di non fornire agli inquirenti alcun elemento che potesse spostare l'attenzione investigativa sui militari del comando stazione carabinieri di Roma Appia". Quanto accaduto nella stazione Casilina, si legge ancora, "fu taciuto agli altri Carabinieri che avevano partecipato all'arresto di Stefano Cucchi". Per quanto riguarda gli indagati Mandolini e Nicolardi, rispettivamente Comandante e appuntato scelto della Stazione Carabinieri Appia all'epoca dei fatti, sono indagati per aver taciuto davanti ai giudici della Corte d'Assise ciò che sapevano in merito alle condizioni di salute di Stefano Cucchi e delle responsabilità dei carabinieri accusati del pestaggi.
La richiesta di una nuova perizia medico-legale, in sede d'incidente probatorio (il cui esito avrebbe valore di prova in un eventuale processo) è basata sulle risultanze di una consulenza del radiologo Carlo Masciocchi, il quale nelle radiografie ha trovato una frattura lombare recente sul corpo di Cucchi. Per gli inquirenti questo elemento di novità "rende necessaria una rivalutazione dell'intero quadro di lesività anche ai fini della sussistenza o meno di un nesso di causalità tra le lesioni patite da Stefano Cucchi a seguito del pestaggio, e poi la morte".
E tra le intercettazioni dell'inchiesta bis, emergono nuovi spezzoni di verità. "Hai raccontato la perquisizione... hai raccontato di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda". A parlare è l'ex moglie di uno dei carabinieri indagati. Il dialogo, che la donna intrattiene al telefono con l'ex marito nel settembre del 2015. "Non ti preoccupare... che poco alla volta ci arriveranno perché tu mi hai raccontato a me... lo hai raccontato a tanta gente di quello che hai fatto", insiste la donna nel corso della conversazione, cercando di tenere testa all'uomo che dal canto suo nega di aver mai detto cose simili.
Sentita dal pm, la donna ha poi riferito di aver appreso dall'ex marito "che la notte dell'arresto Stefano Cucchi era stato pestato da lui e da altri colleghi della Stazione Appia", e che
in particolare il militare le disse: "Gliene abbiamo date tante a quel drogato di merda". Lo stesso carabiniere, aggiunge l'ex moglie, ascoltata lo scorso 19 ottobre, "raccontava anche di pestaggi ai danni di altri soggetti, che erano stati arrestati o che comunque avevano portato in caserma in altre circostanze. Ricordo in particolare che mi parlò di pestaggi ai danni di extracomunitari, anche se non si trattava di pestaggi di questo livello".


Caso Cucchi, il comandante dei carabinieri: “Vicenda grave, ma non delegittimiamo Arma”
L’Arma dei carabinieri vuole la verità sulla vicenda del ragazzo morto a Roma nell'ottobre di 6 anni fa. Risultano indagati cinque uomini della stazione Appia. "Inaccettabile per un carabiniere rendersi responsabile di comportamenti illegittimi e violenti, se accertati", afferma Del Sette.
13 dicembre 2015

http://www.fanpage.it/caso-cucchi-il-co ... miamo-arma

Quella di Stefano Cucchi è "una vicenda estremamente grave" perché è "inaccettabile per un carabiniere rendersi responsabile di comportamenti illegittimi e violenti". L’ultima svolta giudiziaria nel caso del geometra romano, morto nell’ottobre 2009 in circostanze misteriose dopo un arresto per droga, ha portato ad intervenire il comandante generale Tullio Del Sette. L’Arma dei carabinieri vuole la verità sul caso Cucchi – per il quale sono indagati 5 militari – ma Del Sette chiede però di non delegittimare l’Arma. "E' grave il fatto che alcuni Carabinieri abbiano potuto perdere il controllo e picchiare una persona arrestata secondo legge per aver commesso un reato, che non l'abbiano poi riferito, che alcuni altri abbiano potuto sapere e non lo abbiano segnalato a chi doveva fare e risulta aver fatto le dovute verifiche, se tutto questo sarà accertato. Grave il fatto che queste cose possano emergere soltanto a partire da oltre sei anni dopo, nonostante un processo penale celebrato in tutti i suoi gradi" spiega il comandante in un comunicato.
Il caso Cucchi
Per il caso Cucchi, sono assolte tutte le guardie carcerarie coinvolte. I giudici avevano condannato i medici dell’ospedale Pertini dove era morto Stefano, ma la sentenza era stata poi ribaltata dalla Corte di Appello con l'assoluzione di tutti gli imputati. Ora, nell'inchiesta bis, sono indagati a vario titolo per lesioni personali aggravate, abuso d'autorità, falsa testimonianza false informazioni al pm, cinque militari della stazione Appia. "Io, l'Arma e tutti i carabinieri – prosegue Del Sette – accanto alla Magistratura con forza e convinzione per arrivare fino in fondo alla verità, per poi poter adottare con tempestività, con giustizia trasparente, equanime e rigorosa i dovuti provvedimenti, giacché è gravissimo, inaccettabile per un carabiniere rendersi responsabile di comportamenti illegittimi e violenti".
"Siamo rattristati e commossi dalla triste vicenda umana di Stefano Cucchi, prima e dopo quel 15 ottobre 2009, addolorati delle sue sofferenze, della sua morte, quali che siano le cause che abbiano concorso a determinarla, vicini ai suoi familiari. Lo sono io e lo sono i Carabinieri come tutti, più di tanti. Non può lasciare nessuno indifferente quel suo corpo sottile, quel suo volto tumefatto, che abbiamo visti nelle fotografie post-mortem mostrateci, con quei segni profondi delle vicissitudini e delle sofferenze patite", aggiunge il comandante generale. "Rispetto, perciò, per tutto questo e determinazione nel ricercare la verità, nel perseguire quelli che dovessero risultare responsabili di reati, di condotte censurabili sotto ogni profilo. L'accertamento di responsabilità comporterà, se vi sarà, dolore e amarezza, ma nessuna delegittimazione può derivare da notizie e iniziative mediatiche, legittime e comprensibili: non sfugge a nessuno, credo, che decine di migliaia di Carabinieri assolvono quotidianamente, in Italia e apprezzatissimi anche all'estero, la loro missione a tutela della legge e della gente, con professionalità, impegno, abnegazione, rischio continuo per la loro incolumità – come attestato dalle decine di infortunati, contusi e feriti di ogni giorno – e profonda umanità nelle migliaia di servizi, interventi, investigazioni di ogni giorno, nelle decine di migliaia di arresti di ogni anno, dei quali tutti i cittadini possono avere conoscenza grazie ai mezzi di informazione", conclude la nota.


ILARIA CUCCHI al comandante dei carabinieri. Una lettera che dovrebbero leggere tutti:

"Il generale Del Sette quando dice che non bisogna infangare l'Arma dei Carabinieri per mio fratello ha ragione.
Però io non riesco a non pensare a Stefano, magro magro, alto 1 metro e sessanta, che viene preso a calci fino a spezzargli la schiena. Non riesco a non pensare allo scherno di quei carabinieri mentre gli facevano tutto quel male. Soprattutto non riesco a non pensare al fatto che se ne possano addirittura essere vantati.
'Raffaele ed i suoi colleghi si erano divertiti a picchiare Stefano Cucchi'.
Si sono divertiti. Si. Sta scritto nelle carte processuali. Mi chiedo quale divertimento si possa provare a fare del male ad un essere umano inerme e che non si può difendere.
'era un tossico di merda'... Dicevano e dicono tutt'ora. Mi ricorda molto quel che afferma in modo più elegante ma non troppo qualche illustre politico italiano.
È questa la nostra cultura?
Ma caro generale Del Sette io voglio chiederle con tutto il mio cuore, anche a nome dei miei genitori, è proprio sicuro che il problema ora più importante da affrontare è quello che non venga infangata l'Arma? Che la cosa più giusta da dire per il suo comandante in capo sia questa? Non sarebbe forse più giusto preoccuparsi delle vere vittime di questa tragedia?
Con rispetto. Ilaria Cucchi"


Caso Cucchi, carabiniere inchiodato dalla moglie: tu hai raccontato che avevate picchiato quel drogato Una lite familiare al telefono registrata dalla procura inguaia uno degli indagati. Il militare si infuria quando la donna gli ricorda le confidenze sul pestaggio del giovane
di Giovanni Bianconi e Ilaria Sacchettoni

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca ... bc42.shtml

La lite tra ex coniugi sui soldi da versare per il mantenimento dei figli, registrata dalle microspie della polizia, è divenuta una delle principali prove a carico nella nuova indagine sulla morte di Stefano Cucchi. Raffaele D’Alessandro, uno dei carabinieri indagati per il «violentissimo pestaggio» a cui secondo la Procura di Roma fu sottoposto il trentunenne romano arrestato il 15 ottobre 2009 e morto dopo una settimana di detenzione, il 26 settembre scorso parla al telefono con la ex moglie Anna Carino. La lite familiare e l’accusa Nei giorni precedenti fra i due (entrambi di origine campana) c’era stato uno scambio di sms in cui la donna aveva scritto a D’Alessandro, sempre a proposito dei figli: «Prima o poi dovrai cacciare la tua parte...cosa che fino ad adesso sta a provvede qualcun’altro! Poi ti lamenti che non li vedi x via della partita la domenica e il catechismo!!ma sii contento che fanno ste cose e so felici.. preoccupati di piu se nn li vedi se t’arrestano!!». Un riferimento, quello alla possibilità di finire in carcere, che l’ex marito mostra di non gradire quando parla con la Carino. La quale ribatte che era stato lui stesso a raccontare, a lei come ad altre persone, «di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda», cioè Cucchi. Quando la donna dice questa frase D’Alessandro perde completamente le staffe, sospettando – a ragione, visto che l’indagine a suo carico era stata aperta da mesi e lui stesso era stato interrogato a luglio dal pubblico ministero di Roma Giovanni Musarò – di avere il telefono intercettato.
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Re: Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

Messaggioda Berto » gio gen 07, 2016 8:20 pm

Cucchi: carabiniere querela Ilaria dopo post. Lucia Uva pubblica foto agente
Sorella di Stefano aveva pubblicato su Fb la foto dell'uomo che arrestò Giuseppe
Domenico Palesse e Luca Laviola ROMA
04 gennaio 201620:50

http://www.ansa.it/sito/notizie/politic ... dc236.html

Le polemiche sulla foto del carabiniere indagato per la morte di Stefano Cucchi pubblicate su Facebook dalla sorella Ilaria non si placano, con il militare che querela, ma intanto Lucia Uva ha deciso di imitarne l'esempio. La sorella di Giuseppe Uva, morto in ospedale nel 2008 a Varese dopo essere stato fermato da poliziotti e carabinieri e portato in caserma, posta l'immagine di un agente coinvolto. "Io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello - ha scritto Lucia Uva -. Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene...". L'uomo nella foto, un autoscatto a torso nudo in palestra, i muscoli in vista come per il carabiniere del caso Cucchi, è Luigi Empirio, a processo assieme ad altri. Uva venne fermato ubriaco in strada e portato in caserma: per la famiglia sarebbe stato picchiato, gli uomini delle forze dell'ordine indagati hanno sempre negato.

"Mettetevi bene in testa noi vittime dello Stato vogliamo solo la verità - ha concluso il post Lucia Uva - e non ci fermeremo fin quando i colpevoli non verranno tutti fuori". Come Ilaria Cucchi anche lei ha invitato gli utenti di Fb evitare "offese come loro hanno fatto coi nostri cari, niente guerra. Solo i vostri commenti di quello che pensate....". "Ecco chi ha ucciso mio fratello", aveva scritto ieri Ilaria Cucchi, salvo correggere il tiro più tardi per le offese al carabiniere. Ma vista l'eco mediatica il legale di Francesco Tedesco, il militare nella foto, ha denunciato Cucchi per diffamazione. "Il mio assistito è stato sommerso da minacce di morte a lui e ai suoi familiari - ha detto l'avvocato Elio Pini - Denunceremo anche gli autori di queste minacce".

Tedesco è uno dei carabinieri indagati nell'inchiesta bis sulla morte del giovane nel 2009 in ospedale a Roma una settimana dopo l'arresto per droga. Nella foto posa da fotomodello in costume da bagno fra gli scogli. "Volevo farmi del male - scrive Ilaria Cucchi -, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso". Parole dure alle quali sono seguite centinaia e centinaia di offese e minacce al militare. Un paio d'ore dopo Cucchi ha scritto un secondo post nel quale chiedeva agli oltre centomila "sostenitori" su Facebook di evitare la violenza, di "non usare gli stessi toni che sono stati usati per lui". Un messaggio analogo da Lucia Uva. "Noi siamo e saremo una famiglia e saremo sempre uniti", scrive chiedendo giustizia per tutti. L'ultima frecciatina Cucchi l'ha riservata a Roberto Mandolini, altro carabiniere indagato, che nel 2009 comandava la stazione Appia. "I carabinieri hanno fatto il loro dovere, arrestarono un grande spacciatore che spacciava fuori le scuole di un parco di Roma dopo l'esposto di alcune mamme e genitori preoccupati. Questo hanno fatto e basta", scriveva il militare in uno screenshot pubblicato da Ilaria Cucchi, che le definisce "sottili minacce e calunnie".
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Re: Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

Messaggioda Berto » dom apr 17, 2016 9:22 pm

La morte di Giuseppe Uva, assolti carabinieri e poliziotti: "Il fatto non sussiste"
Gli 8 erano accusati di omicidio preterintenzionale. Famiglia: continueremo battaglia
16 aprile 2016

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca ... 8fb54.html

Tutti assolti dall'accusa di omicidio preterintenzionale con la formula "perché il fatto non sussiste". Dopo un anno e sette mesi di udienze si è concluso così il processo a carico di due carabinieri e sei poliziotti imputati in relazione alla morte di Giuseppe Uva, l'operaio deceduto la mattina del 14 giugno del 2008 all'ospedale di Circolo di Varese dopo aver trascorso parte della notte in caserma. La Corte d'Assise di Varese li ha assolti con la stessa formula anche dalle accuse di abuso di autorità su arrestato e abbandono di incapace. Ha riqualificato invece il reato di arresto illegale in sequestro di persona, assolvendo gli imputati.

Sono state accolte, in sostanza, le richieste del procuratore di Varese Daniela Borgonovo che, nelle scorse udienze, aveva proposto l'assoluzione. Mentre la sorella di Giuseppe, Lucia Uva, parte civile nel processo assieme ad altri familiari, assistiti dagli avvocati Fabio Ambrosetti, Alberto Zanzi e Fabio Matera, ha sottolineato che continuerà a "portare avanti la battaglia". Dopo la lettura della sentenza la donna ha indossato una t-shirt con la scritta 'assolti perché il fatto non sussiste', mentre sua figlia è uscita dall'aula gridando "maledetti".

Secondo i familiari, infatti, Giuseppe Uva, operaio 43enne, avrebbe subito violenze in caserma da parte delle forze dell'ordine. La Procura di Varese, invece, non ha riscontrato comportamenti scorretti da parte dei carabinieri e dei poliziotti che quella notte intervennero a supporto dei militari. "Finalmente è stata fatta giustizia", ha sottolineato uno dei carabinieri, Stefano Dal Bosco, imputato assieme a Paolo Righetto e agli agenti Gioacchino Rubino, Luigi Empirio, Pierfrancesco Colucci, Francesco Barone Focarelli, Bruno Belisario e Vito Capuano. "Eravamo tranquilli - ha proseguito Dal Bosco - perché quella notte non è successo nulla e nessuno di noi ha commesso reati. Non poteva andare diversamente". Una soddisfazione espressa anche dai difensori, gli avvocati Luca Marsico, Duilio Mancini, Piero Porciani, Fabio Schembri e Luciano Di Pardo.

"Ora carabinieri e poliziotti possono tornare a casa e guardare i figli negli occhi - ha spiegato l'avvocato Porciani - e possono continuare a fare il loro dovere". Un primo punto fermo sulla vicenda era già stato messo in passato con l'assoluzione dei medici in servizio quella notte in ospedale, finiti sotto processo con l'accusa di aver somministrato una dose sbagliata di farmaci al paziente. Giuseppe Uva aveva trascorso la notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 in alcuni bar di Varese assieme all'amico Alberto Biggiogero. Ubriachi, stavano spostando delle transenne per chiudere al traffico una strada quando furono fermati dai carabinieri e portati in caserma. Nel corso della notte, l'operaio fu trasportato con trattamento sanitario obbligatorio all'ospedale di Circolo di Varese, dove morì la mattina del 14 giugno per arresto cardiaco, dovuto a una grave patologia di cui era affetto combinata con lo stress e altri fattori. Otto anni dopo è arrivata la sentenza di primo grado nel processo a carico di carabinieri e poliziotti che intervennero quella notte.

"Ora la verità si fa ancora più lontana - ha sottolineato il senatore del Pd Luigi Manconi, presidente dell'associazione 'A buon diritto' - rimane la prova di straordinario coraggio civile dei familiari e, in particolare, della sorella Lucia che, senza alcuna risorsa e in un ambiente diffusamente ostile, non si è mai arresa".

???
http://www.varesenews.it/2016/04/tutto- ... uva/509212
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Re: Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

Messaggioda Berto » sab apr 23, 2016 5:09 pm

'Torturato in cella': ma nessuno paga perché in Italia il reato non esiste

https://www.facebook.com/46088293516/ph ... 1860923517

Completamente nudo, al buio, in una cella senza finestre mentre il freddo di dicembre ghiaccia il pavimento e infradicia il muro. Senza letto, senza coperte, senza gabinetto. Lasciato senza cibo per giorni interi e con l’acqua centellinata giusto per non farlo morire di sete. E poi insultato, tormentato, massacrato di botte. Sottoposto a quella tecnica di annientamento che viene chiamata “privazione del sonno”.

Colpito da raffiche di calci sferrati in pieno viso, di notte, per non farlo addormentare. Usato come un fantoccio di pezza sul quale sfogare gli istinti più bestiali. Vittima di una “squadretta” di poliziotti riconosciuta colpevole di pestaggi, soprusi, sopraffazione psicologica eppure uscita indenne dalle aule dei tribunali e dagli uffici amministrativi. E “oggi potenzialmente ancora pericolosa”.

Andrea Cirino, 38 anni, è il primo detenuto italiano ad aver subito atti di tortura in un carcere del nostro Paese. Così ha dichiarato la Corte Europea dei diritti dell’uomo – che lo scorso dicembre ha ammesso il suo ricorso a Strasburgo – e così ancora prima avevano scritto nero su bianco i giudici del Tribunale di Asti, riconoscendo colpevole del reato di tortura una squadra della polizia penitenziaria.

Eppure per i responsabili accertati non c’è stata nessuna condanna: il reato di tortura in Italia non esiste. Cirino è stato beffato dalla legge e dallo Stato: il ministero della Giustizia gli ha offerto un risarcimento danni “minimo” che la Corte di Strasburgo (incaricata di valutare l’idoneità di una eventuale mediazione economica rispetto al danno subito) ha respinto al mittente.

Obbligando di fatto lo Stato italiano a prendere coscienza del proprio vuoto legislativo - al quale il nostro governo non è ancora riuscito a porre rimedio - e di rispondere di quei reati gravissimi davanti ai giudici.

NESSUNA GIUSTIZIA

L’ex detenuto e il suo legale Angelo Ginesi insieme all’associazione Antigone, infatti, non si arrendono. E chiedono a gran voce - proprio alla luce delle parole della Corte Europea e degli Stati Generali sul carcere che si sono appena svolti a Roma – che lo Stato italiano si assuma le proprie responsabilità. Perché vicende come queste non accadano mai più. E perché l’amministrazione penitenziaria “dia un segnale forte e chiaro verso i poliziotti violenti”.

“E’ inconcepibile – si sfoga oggi con l’Espresso l’ex detenuto – che quei poliziotti continuino a svolgere normalmente il loro lavoro come niente fosse, dopo aver rovinato per sempre la mia vita e quella di altri detenuti e dopo che la magistratura ha dimostrato le loro condotte bestiali”.

Visionando le carte, l’Espresso ha infatti potuto verificare che uno degli agenti ha avuto una sospensione di 4 mesi per poi tornare in servizio, un altro ha subito una semplice deplorazione (richiamo scritto) mentre uno dei due responsabili accertati dei fatti più gravi - radiato dall’amministrazione penitenziaria – potrebbe riuscire a tornare in servizio facendo ricorso in Cassazione. Nessun provvedimento interno, inoltre, fu preso nei confronti di altri 10 poliziotti identificati da Cirino e da altri testimoni come esecutori dei pestaggi ma mai rinviati a giudizio. Che oggi risultano in servizio in altre carceri italiane.

DROGA IN CARCERE

La vicenda giudiziaria risale al 2009. Alcuni agenti in servizio nel carcere di Asti hanno i telefoni sotto controllo per via di un sospetto spaccio di sostanze stupefacenti all’interno dell’istituto. Un assistente della Penitenziaria e sua moglie finiscono in manette. Nelle loro conversazioni fanno riferimento ad alcuni pestaggi “per punire i prigionieri più problematici”. Davanti ai magistrati astigiani il poliziotto arrestato vuota il sacco, riferendo un sottobosco di violenze inaudite da parte dei poliziotti – che avrebbero agito spesso sotto effetto di sostanze stupefacenti – nei confronti dei detenuti. Che subivano senza denunciare.

Avevano sopportato in silenzio anche Andrea Cirino e Claudio Renne, entrambi piemontesi, in attesa di giudizio per reati contro il patrimonio. Nel 2004 erano diventati le vittime predilette di una squadretta composta da 15 poliziotti che, protetti da un muro di omertà, li aveva sottoposti a feroci pestaggi e vessazioni.

“Tutto era partito da un litigio – racconta oggi Cirino – mi hanno portato nella cella di isolamento, la cosiddetta “cella liscia”, e lì è iniziata la tortura”. “Ci lasciavano nudi e al freddo in una stanza senza finestre – racconta oggi Cirino - entravano dopo le dieci di sera e ci prendevano a botte continuamente per non farci addormentare. Quando sentivo il rumore degli anfibi mi rannicchiavo e aspettavo la raffica. Mi chiudevo come un riccio, sperando che smettessero. Ma loro continuavano, puntuali, ogni notte”. “Ogni tanto mi allungavano un tozzo di pane e un goccio d’acqua giusto per non farmi morire di sete – prosegue Cirino nel suo racconto - A volte mi facevano vedere un bel piatto di pasta, al di là delle sbarre, ma dopo avermi fatto sentire l’odore lo portavano via. Per loro era un divertimento. Ma le cose più terribili avvenivano la sera…”.

TENTATO SUICIDIO SOSPETTO

Un giorno Cirino si ritrova in ospedale privo di sensi, con il collo viola. Gli dicono che ha tentato il suicidio nella cella di isolamento. Ma lui ancora oggi non crede a questa versione: “Mi ricordo solo di aver mangiato e di essermi addormentato di colpo. Stranamente, quella sera, mi avevano fatto avere un bel piatto di pasta che io, affamato, avevo divorato voracemente. Mi sono risvegliato in ospedale. Ora voglio capire: come avrei potuto impiccarmi se mi tenevano nudo in una cella completamente vuota?”.

Sospetti tremendi, che gettano una luce ancora più inquietante sulla “squadretta” di Asti. “Erano in tutto 15 persone – spiega oggi l’avvocato Angelo Ginesi – Cirino ha identificato ognuno di loro, perché agivano a volto scoperto, eppure siamo riusciti a portare a processo solo cinque di loro. Per gli altri, essendo passati ormai troppi anni dai fatti, non c’erano prove a sufficienza”. Di questi cinque, solo quattro (Marco Sacchi, Cristiano Bucci, Alessandro D’Onofrio e Davide Bitonto) sono stati riconosciuti responsabili in Appello ma salvati, appunto, dalla prescrizione.

“Nelle carte del Tribunale i giudici hanno scritto molto chiaramente che se noi detenuti avessimo deciso di denunciare prima – racconta ancora Cirino – forse i poliziotti “picchiatori” sarebbero stati condannati almeno per i reati di lesioni personali. Ma come potevamo farlo? Ci avevano detto che ci avrebbero ammazzati”.

RICORSO IN CASSAZIONE

“Una vicenda amara che dura da tanti anni e che non è ancora finita”, ricorda l’avvocato Simona Filippi dell’associazione Antigone, la prima ad aver raccolto la testimonianza dei due ex detenuti e ad averli sostenuti durante la complessa vicenda giudiziaria.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, infatti, ha dichiarato ammissibile il loro ricorso parlando chiaramente di “atti di tortura”, ma finora non è stato possibile arrivare ad alcun tentativo di mediazione economica.

“Inizialmente il ministero della Giustizia aveva proposto un risarcimento danni di 45mila euro per ciascun detenuto affinché rinunciassero a presentare il ricorso a Strasburgo – spiega ancora l’avvocato Filippi – ma la Cedu ha valutato questa composizione amichevole come non rispettosa dei diritti tutelati dalla convezione europea”. “Una decisione probabilmente presa – ipotizza il legale di Antigone - perché l’Italia non si è impegnata, nel frattempo, a introdurre il reato di tortura”. Ora la palla passa dunque ai giudici francesi. Saranno loro a valutare le responsabilità dello Stato italiano in questa vicenda. E saranno sempre loro a valutare se siano stati presi - oppure no - i dovuti provvedimenti verso gli agenti “picchiatori”.

Interpellato da l’Espresso, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del ministero della Giustizia conferma di aver fatto, all’epoca, tutto il possibile: “A conclusione della vicenda penale – spiegano nei dettagli - furono adottati due provvedimenti di destituzione dal servizio e due provvedimenti di sospensione”.

“A tutela dell’immagine del corpo di Polizia Penitenziaria – proseguono dal DAP - ribadiamo con fermezza che singoli condannabili episodi, come quelli avvenuti nel carcere di Asti, non devono e non possono minimamente ledere l’onore e il prestigio dei singoli appartenenti e del corpo della polizia penitenziaria nel suo insieme, cui va tributato il riconoscimento per il difficile compito al quale sono chiamati quotidianamente per la tutela dei diritti e delle garanzie dei principi costituzionali”. Secondo l’amministrazione penitenziaria, insomma, poliziotti che infrangono le regole che loro stessi sono chiamati a far rispettare dietro le sbarre sono pochi e devono essere allontanati.

Ma è notizia di questi giorni che uno dei “picchiatori” di Asti (Cristiano Bucci) ha presentato ricorso in Cassazione per ridiscutere la sentenza di Appello e probabilmente per ottenere il reintegro. Un suo diritto, certo. Che però l’avvocato di Cirino definisce “uno schiaffo in pieno viso nei confronti delle vittime”.

“Si tratta dell’agente che ha avuto il ruolo più grave all’interno di tutta la vicenda, “l’anima nera” di tutta la squadretta – ricorda Ginesi – colui che, intercettato al telefono, incitava il collega a picchiare i detenuti dicendo: ‘devi fare uscire la carogna che c’è in te’. Sapere che questa persona tornerà a negare l’evidenza davanti ai giudici è qualcosa di vergognoso. Ma noi non ci arrendiamo e andiamo avanti”.

Di Arianna Giunti
http://espresso.repubblica.it/inchieste ... =HEF_RULLO
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Re: Orori taƚiani e vitime del stado taƚian

Messaggioda Berto » mar giu 14, 2016 8:20 pm

Il caso Cucchi, la giustizia violentata e le ipocrisie di Stato
Dopo sette anni si avvicina la verità: Stefano Cucchi è stato torturato, come Giulio Regeni. Parla la sorella Ilaria
Ilaria Cucchi con le scioccanti foto del fratello Stefano davanti al tribunale di Roma nel 2014
di Fabrizio Rostelli - 9 giugno 2016

http://www.lavocedinewyork.com/news/pri ... ria-cucchi

Intervista in esclusiva con Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, pestato e abbandonato moribondo in carcere dopo un arresto dei carabinieri. Da anni la famiglia cerca giustizia per un figlio morto per i dolori causati dalle torture e la trascuratezza. Intanto lo stato italiano pretende la verità dall'Egitto sul caso Regeni...


Incontro Ilaria Cucchi nel suo ufficio, è tornata da pochi giorni da Bruxelles dove insieme all’associazione ACAD, l’Associazione Contro gli Abusi in Divisa con la quale collabora, è stata ascoltata al Parlamento europeo sul tema delle morti in carcere di cui non è mai stata accertata la causa.

Il volto di Ilaria è inesorabilmente legato a quello di suo fratello Stefano, lo ricorda anche nei lineamenti. Stefano Cucchi è il giovane geometra romano di 31 anni morto il 22 ottobre del 2009 durante la custodia cautelare decisa in seguito al suo arresto per spaccio di droga. Stefano muore mentre lo Stato lo tiene in custodia. Si ipotizza subito un malore o un suicidio ma la famiglia non cede alle pressioni e comincia la sua battaglia per conoscere la verità.

Stefano muore nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini dopo sei giorni di agonia tra carcere, visite mediche, trasferimenti e un processo di convalida dell’arresto, il giorno dopo il fermo, in cui già mostra evidenti segni di malessere. Le parole sofferenti di Cucchi durante il processo per direttissima sono ormai di dominio pubblico. Le foto del corpo martoriato di Stefano (morirà pesando 37 chili), con due vertebre rotte, disidratato, disteso con il volto livido e tumefatto sul letto dell’obitorio, che la famiglia Cucchi decide di mostrare pubblicamente per allontanare il rischio di una rapida chiusura del caso per suicidio, sconvolgono l’opinione pubblica e trasformano il fatto di cronaca nera in uno dei più noti casi di cronaca giudiziaria degli ultimi anni (una scheda sintetica del caso Cucchi si trova sul sito dell’ACAD).

Sette anni di udienze e di indagini non sono serviti però ad accertare le responsabilità; nel primo processo tutti gli imputati, accusati di lesioni e non di omicidio, sono stati assolti per insufficienza di prove.

Mercoledì 8 giugno, alla Corte d’assise di appello di Roma, durante il processo di appello-bis contro i cinque medici (Aldo Fierro, Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo: assolti in secondo grado; sentenza poi annullata dalla Cassazione) che avrebbero dovuto prendersi cura di Stefano durante il periodo di detenzione, il procuratore generale Eugenio Rubolino ha iniziato la sua requisitoria sostenendo: “Una prima volta Stefano è stato ucciso da servitori dello Stato in divisa, si tratta solo di stabilire il colore delle divise. La seconda volta è stato ucciso dai servitori dello Stato in camice bianco”. Rubolino ha richiesto per i medici una condanna per omicidio colposo senza attenuante generica, ribaltando la sentenza assolutoria. “Vittima di tortura come Giulio Regeni — ha continuato il procuratore generale — Cucchi è stato pestato, ucciso quando era in mano dello Stato. Occorre restituire dignità a Stefano e all’intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta”.

Nel settembre 2015 la Procura di Roma ha inoltre riaperto un fascicolo d’indagine sul caso confermando la tesi sostenuta anche dalla famiglia di un “violentissimo pestaggio”. Il 13 ottobre 2015 la Procura ha iscritto nel registro degli indagati quattro carabinieri oltre a Roberto Mandolini, accusato per falsa testimonianza. Le nuove iscrizioni riguardano Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco e Vincenzo Nicolardi. Per la prima volta si ipotizza il reato di lesioni aggravate avanzato contro i primi tre militari, che parteciparono alla perquisizione in casa Cucchi e al trasferimento di questi nella caserma Appia. Nicolardi, come Mandolini, è accusato di falsa testimonianza. Al momento sono dunque cinque gli indagati nella nuova inchiesta, per la prima volta tutti appartenenti all’Arma dei carabinieri.

La famiglia di Stefano continua la sua lotta tra perizie contraddittorie, omissioni, attacchi feroci da parte delle istituzioni, depistaggi, minacce, rischio di prescrizione.

La tenacia di Ilaria e dei suoi genitori ha contribuito non solo a portare alla luce molti altri casi di presunte morti accidentali nelle carceri italiane ma anche ad incentivare il dibattito sull’introduzione del reato di tortura in Italia. La petizione lanciata da Ilaria Cucchi un paio di ore prima di questa intervista ha raggiunto in pochi giorni oltre 200.000 firme.

A volte parli di tuo fratello riferendoti a lui come “quello famoso”. Purtroppo è così. Dal punto di vista comunicativo però, ed evidentemente solo da quel punto di vista, questo deve essere considerato comunque un aspetto positivo. In Italia tutti, o quasi, sanno cosa è accaduto a Stefano. Se non fosse diventato tragicamente famoso il caso sarebbe stato già chiuso?

intervista ilaria cucchi“Sicuramente sì, il fatto di dire che Stefano è famoso, considerando quello di cui stiamo parlando, fa rabbrividire. Io ho detto più volte che Stefano è fortunato perché è famoso, certo fa rabbrividire però purtroppo è la realtà. Ricordo sempre che di casi come quelli di mio fratello ce ne sono tanti, molti addirittura peggiori, eppure difficilmente famiglie come la mia riescono a portare alla luce queste storie. Io non so dirti esattamente cosa è scattato, cosa è stato a fare la differenza, probabilmente, anzi quasi sicuramente, la pubblicazione di quelle foto. Quella scelta sofferta a un certo punto, quando tutto si dirigeva nel dire “non è successo nulla”. Si parlava di caduta dalle scale, che Stefano si era lasciato andare, lo si faceva apparire come un suicidio ma io avevo ben fissa nella mente l’immagine del corpo di mio fratello che avevo visto all’obitorio. Allora ci fu la decisione sofferta di pubblicare le foto. In quel momento è scattato qualcosa nell’immaginario collettivo; io ricordo bene, mentre eravamo in Senato durante la conferenza stampa, le espressioni dei volti dei giornalisti seduti di fronte a me nel momento in cui hanno aperto quel dossier e hanno visto cosa conteneva”.

Quelle foto sono entrate nella storia del nostro Paese, recentemente hai dichiarato che speri che la famiglia Regeni non sia costretta a mostrare le foto del figlio.

“Sì, perché questa è una seconda violenza che ci fanno le nostre istituzioni. Ti faccio una premessa: tu mi stai conoscendo oggi, non sai che io sette anni fa ero una persona completamente diversa. Vengo da una famiglia piccolo-borghese, sono di estrazione cattolica praticante, la mia famiglia ha frequentato gli scout e io, non mi vergogno a dirlo, ero una di quelle persone che sentiva parlare di vicende come quella che ha poi riguardato la mia famiglia, ma che le ascoltava sempre con un certo distacco, un distacco non dato da egoismo ma dato dal pensiero che a me non sarebbe mai capitato. Sentivo parlare del tema delle carceri, mi preoccupava, mi dispiaceva ma comunque non avrebbe mai riguardato me o la mia famiglia. In un istante, nel momento in cui mi stava crollando il mondo addosso, mi sono resa conto di quanto mi sbagliavo. Credo sia una sorta di meccanismo di autodifesa, ossia le persone comuni hanno bisogno di trovare nei protagonisti di queste vicende qualcosa che li differenzi da loro, in modo da potersi convincere che a loro non capiterà mai e in modo da potersi tranquillizzare. E allora Stefano Cucchi era un tossicodipendente, per questo è morto, quante volte lo abbiamo sentito dire. Mio figlio non si droga e a lui non capiterà mai, io sono tranquillo”.

Potresti ripercorrere i momenti successivi all’arresto di Stefano quel 15 ottobre 2009?

“Sei giorni prima della sua morte (il 22 ottobre 2009 ndr), mio fratello era uscito di casa sulle proprie gambe, in normalissime condizioni di salute, tanto da aver fatto tapis roulant un’ora prima dell’arresto a dispetto di tutto ciò che si è cercato di dire nei primissimi istanti dopo la sua morte e durante il processo, dove lo si descriveva come un morto che camminava. Mio fratello stava bene l’ultima volta che l’abbiamo visto.

Sei giorni dopo non ci comunicano che Stefano è morto, ma vengono direttamente i carabinieri a casa di mia madre a notificarle un decreto di autopsia; in quel momento le comunicano che di lì a poche ore sarebbe stato sezionato il cadavere di suo figlio. Di conseguenza noi andiamo al Pertini e solo in quel momento, dopo sei giorni dall’arresto, qualcuno esce fuori a parlare con noi. Esce un agente, non potrò mai dimenticare questa figura davanti a me; mentre io da sorella chiedevo spiegazioni lui continuava a balbettare risposte che non c’entravano nulla del tipo ‘ma io non l’ho mai visto’, ‘suo fratello si è lasciato andare’, ‘io gli accendevo la televisione ma lui non la guardava mai perché era sempre coperto’, ‘io suo fratello non sono mai riuscito a vederlo’. Ero consapevole che mio fratello aveva un brutto carattere ma io gli stavo chiedendo di cosa fosse morto. Alla fine questa persona si deve essere innervosita per l’insistenza delle mie domande, ha alzato le braccia e ci ha detto: ‘comunque controllate, le carte sono in regola’. In quell’istante ho capito cosa mi avrebbe aspettato. Ho capito quanto ero stata cieca fino a un attimo prima.

Ilaria e Stefano Cucchi

Nel momento in cui Stefano è stato arrestato, a me come ai miei genitori è crollato il mondo addosso perché pensavamo che la droga fosse uscita per sempre dalle nostre vite, invece quel giorno, in piena notte, non solo scopriamo che la droga è tornata nelle nostre vite ma che ci è tornata nel modo peggiore perché Stefano si presenta a casa accompagnato da un bel numero di carabinieri che lo avevano arrestato per spaccio. Il mio mondo era crollato. Ero preoccupata, ero arrabbiata, ma soprattutto preoccupata non solo per la vicenda giudiziaria, anche se era la prima volta che la mia famiglia si trovava ad affrontare una cosa del genere, ma per il fatto che la droga era tornata nelle nostre vite. O almeno questo credevamo in quel momento. In quel momento io mi fidavo a tal punto di quelle istituzioni, che poi avrebbero inghiottito Stefano e quello che restava della sua vita, da pensare che ora mio fratello era in mani sicure. Io come sorella invece avevo fallito perché non ero stata capace nemmeno di capire che c’era un problema.

Mi ripetevo: adesso capirà quanto è pericoloso quello che ha fatto. E interpretavo la situazione come avrebbe fatto chiunque, seppure nella tragedia ero convinta che quello fosse il modo di risolvere il problema perché, io che non conoscevo il carcere, che non ne sapevo nulla, ero convinta che il carcere fosse quello che dovrebbe essere, cioè qualcosa che tenda alla rieducazione. Oggi, ma non allora, so che se mio fratello fosse rimasto vivo certamente non sarebbe uscito di lì una persona migliore. Perché di fatto in quei sei giorni in cui Stefano è stato inghiottito dal carcere di lui è stato calpestato ogni diritto, a partire dal più banale. Ad un certo punto lui non è stato nemmeno più visto come un essere umano, è questa la cosa drammatica; sarà forse per il fatto che c’è una certa assuefazione a vedere determinate situazioni. Durante l’udienza per direttissima il pubblico ministero, il giudice e l’avvocato d’ufficio dicono di non aver notato niente perché erano distratti, perché guardavano da un’altra parte e non hanno visto in che condizioni era mio fratello; lui stava già male in quel momento perché era stato picchiato la notte. Io ho ascoltato le registrazioni di quell’udienza, Stefano stava male, si lamenta più volte perché non riesce a parlare. Abbiamo la testimonianza dell’avvocatessa che si trova a passare lì per caso e lo descrive in condizioni terribili; però gli altri dicono di non aver visto. C’è poi la segretaria d’udienza che dice di aver notato le sue condizioni ma spiega anche di essere abituata a vedere presentarsi così gli arrestati della notte. Questa cosa fa rabbrividire. E così è potuto succedere che in quei sei giorni mio fratello sia stato posto di fatto in un vero e proprio stato di isolamento, perché volutamente è stato portato al Pertini affinché non fosse visto da nessuno e affinché nessuno ascoltasse le sue denunce. In realtà mio fratello non è stato solo in quei sei giorni, mio fratello ha incontrato tra le 140 e le 150 persone, le abbiamo contate, sono i testimoni del nostro processo. Questa cosa è terribile perché queste non erano persone comuni, questi erano tutti rappresentanti delle istituzioni e io moralmente ritengo responsabili della morte di mio fratello ciascuna di quelle 140 persone, a partire dal giudice e dal pubblico ministero che in quell’aula avrebbero potuto interrompere la catena di eventi che hanno portato mio fratello alla morte”.

Tutti hanno distolto lo sguardo con indifferenza…

“Sarebbe bastato che solo una di quelle persone avesse compiuto un gesto, non di umana pietà, ma avesse svolto il proprio dovere in quanto pubblico ufficiale per denunciare quello che aveva davanti agli occhi e Stefano Cucchi non sarebbe famoso, non lo conoscerebbe nessuno e nulla sarebbe mai successo. Stefano avrebbe portato avanti il suo percorso giudiziario e poi chissà cosa sarebbe accaduto ma sicuramente non sarebbe morto in quelle circostanze, e invece così non è stato. Tutti si sono voltati dall’altra parte perché effettivamente sono abituati. Io mi immagino la scena di Stefano che già stava male in quell’aula, dove le sue condizioni peggiorano di giorno in giorno, di ora in ora. Io ti ricordo che mio fratello è morto di dolore, letteralmente, e c’erano delle persone che vedevano degenerare le sue condizioni fino a portarlo a spegnersi nel sonno dopo sei giorni. E nessuno ha fatto assolutamente nulla, nessuno si è accorto di nulla, nessuno si è accorto che mio fratello aveva un globo vescicale di 1.400 cc di urina, vale a dire un pallone visibile anche ad occhio nudo. Lo si vede nelle foto, ed era talmente grande da lacerare tutta la muscolatura intorno. Lui stava malissimo, stava soffrendo come un cane.
intervista ilaria cucchi

Un’immagine resa pubblica nell’ottobre 2009 mostra il corpo di Stefano Cucchi durante la detenzione

Stefano Cucchi non era nessuno, come non sono nessuno io, Stefano Cucchi non era certamente un eroe nella sua vita però quello che mi sento di dire è che mio fratello è morto da eroe rivendicando i suoi diritti, il suo diritto di parlare con l’avvocato ad esempio. Si è parlato spesso di sciopero della fame e di Stefano che si era lasciato andare, non è così. A tratti, come spiraglio a cui aggrapparsi, rifiutava cibo e cure con una precisa domanda: io voglio incontrare l’avvocato, solo a lui dirò cosa mi è stato fatto. Queste cose vengono appuntate in cartella ma nessuno si preoccupa di metterlo in contatto con l’avvocato. E Stefano le prova tutte, a un certo punto prova a mettersi in contatto e parla con la volontaria alla quale dà il numero di casa mia. Quella sera la volontaria chiama a casa mia e dice che mio fratello vuole incontrare suo cognato, il mio ex marito, perché probabilmente di me e dei miei genitori poteva avere soggezione. Lui si sentiva probabilmente in colpa per averci traditi per l’ennesima volta, lui pensava che l’avessimo abbandonato, era plausibile, in realtà non era così perché i miei genitori erano tutti i giorni fuori da quella porta ma nessuno glielo avrà detto. Lui non voleva lasciarsi andare, lui voleva vivere e si è attaccato a quella flebile speranza finché c’è stata e la sera prima di morire, non ce lo dimentichiamo, ha scritto una lettera. Si fa portare carta e penna e scrive una lettera rivolgendosi agli operatori del CEIS, la comunità di Don Picchi dove lui aveva fatto il suo percorso. Quella lettera dice tutto. Devi sapere che uno dei miei vuoti è il fatto che ci sono dei momenti negli ultimi giorni di mio fratello che io non conoscerò mai. Siamo riusciti con il tempo a ricostruire quelle giornate però non avremo mai un quadro completo ma soprattutto io non saprò mai come Stefano ha vissuto quei momenti emotivamente, come si sentiva, cosa pensava, se ha pianto. Queste cose io non le saprò mai ma leggendo quella lettera io capisco qualcosa di mio fratello perché è una lettera dove c’è scritto e si legge il suo dolore, è una lettera scritta con una calligrafia storta nonostante lui fosse sempre preciso nello scrivere. Lui amava scrivere, scriveva poesie. Aveva una calligrafia sempre ordinata, lì si vede che sta male però non vuole impietosire, questa cosa mi fa rivedere mio fratello. A un certo punto scrive ‘scusa se sono di poche parole ma sono giù di morale e posso muovermi poco’. Mio fratello dopo tre ore è morto di dolore. La lettera finisce con un inquietante P.S.: ‘Per favore almeno rispondimi’. A lasciar intendere che chissà quante altre richieste di aiuto erano cadute nel vuoto.
Un momento della manifestazione del novembre 2014, seguita alla sentenza di appello in cui sono stati assolti medici, infermieri e agenti della penitenziaria

Questo è stato mio fratello in quei giorni, ha lottato per vivere fino all’ultimo momento, poi il suo cuore non ce l’ha fatta più e nel sonno ha smesso di battere, così si è spento mio fratello. E nonostante il fatto che in quei giorni nessuno abbia avuto la capacità di vedere al di là di quel detenuto tossicodipendente pure rompiscatole un essere umano, questo atteggiamento non è cambiato nemmeno dopo la sua morte e non è cambiato nemmeno nei nostri confronti. Qual è la prima cosa che viene in mente ad un medico dopo che il suo paziente è morto? Avvisare i familiari. Nulla di tutto questo è stato fatto. Quella vita non contava nulla in vita, figuriamoci dopo la morte, era soltanto un problema burocratico da risolvere, “le carte erano a posto”. Se io non mi fossi rimboccata le maniche e se la mia famiglia non avesse messo in stand-by il dolore, congelato quel dolore, sarebbe finito tutto lì. Mi pare che Stefano fu il 148° morto in carcere quell’anno, dopo ce ne furono altri, perché mio fratello morì il 22 ottobre. Sarebbe stato l’ennesimo caso di suicidio in carcere e di lì a poco non si sarebbe saputo più nulla. Non c’era tempo di piangere. Devi sapere che in sei anni avrò pianto un paio di volte la morte di mio fratello; io quel lutto non l’ho mai completamente elaborato perché non ce n’era il tempo. Perché fermarsi voleva dire veder svanire la possibilità di avere delle risposte; ora non è che ottenere delle risposte ti riporta indietro il tuo morto ma ti aiuta ad elaborare il tuo dolore. Abbiamo bisogno di sapere per poter andare avanti, invece la nostra giustizia ce la nega questa possibilità. Si sta dicendo che quelle vite non contavano nulla, che noi non contiamo nulla, che i nostri sentimenti non contano. “Ma sì, fatevene una ragione”, “voltate pagina”, “andate avanti con la vostra vita”, questo ci stanno dicendo. Io capisco tutti quelli che decidono di finirla lì e di non intraprendere nessuna battaglia perché una famiglia ha il sacrosanto diritto di vivere il proprio dolore nel chiuso dei propri affetti. Non ti consentono di cercare giustizia”.

A fine 2015 ci sono state delle novità importanti. La Procura di Roma ha riaperto un fascicolo d’indagine sul caso e negli atti si parla di “violentissimo pestaggio”. Quali saranno gli sviluppi processuali nel 2016? Cosa ti preoccupa di più?

“Io ho affrontato tutto il primo processo consapevole che stavamo facendo un processo ipocrita, quella non era la verità, era chiaro. Si sosteneva che Stefano tutto sommato era morto di suo, senza responsabilità altrui, abbiamo affrontato un processo lunghissimo in cui si è fatto di tutto per sostenere questo, anche nelle maniere più bizzarre. Poi ci fu l’assoluzione di tutti nella sentenza di secondo grado. Io quel giorno dissi a Fabio Anselmo, il mio avvocato, “abbiamo vinto”; lui mi ha risposto come se fossi fuori di testa dicendomi che avevamo perso visto che avevano assolto tutti. Io gli ho ripetuto “abbiamo vinto” e alla fine lui ha capito, perché fuori da quell’aula tutti avevano capito, perché quel risultato, quell’assoluzione, quella sentenza rappresentava il fallimento della giustizia, che non era tale anche per mio fratello. Era un’assoluzione per insufficienza di prove dopo cinque anni di processo estenuante; gli agenti sono stati assolti per insufficienza di prove. Quelle persone rientrano nelle 140 persone che videro mio fratello dopo il pestaggio. Quella sentenza è stato il fallimento della giustizia, da quel momento in poi c’è stata la svolta. La Procura ha svolto delle indagini importantissime a 360 gradi ed ha individuato quelle che erano le vere responsabilità. Ha fatto un lavoro eccellente e questa è stata per me una sensazione nuova, sconosciuta, finalmente non ero da sola con il mio avvocato a cercare la verità ma avevamo la Procura di Roma al nostro fianco. Finalmente Stefano contava qualcosa, di fronte a quello che gli era capitato non c’era l’intenzione di far finta di niente.
intervista ilaria cucchi

Un momento della seconda indagine della Procura di Roma

Mi chiedi che cosa mi preoccupa? Mi preoccupa che di fronte ad un lavoro così prezioso mi trovo di nuovo a dover affrontare la parte delle perizie. Sette anni fa non lo sapevo, ora so che le perizie sono fondamentali in questi processi perché indicano in qualche modo la strada. In questi anni purtroppo ne ho viste tante, potremmo stare qui una giornata a raccontare cosa è stato detto in quell’aula. Veniva detta qualsiasi cosa pur di affermare che tutto sommato non era successo nulla, che Stefano non stava così male e che alla fine poteva stare anche a casa sua con il catetere. È stato detto che il catetere gli era stato messo per comodità. Se non fosse stato che si stava parlando della morte di mio fratello io avrei riso dall’inizio alla fine per quello che sentivo uscire dalla bocca di quei consulenti e di quei periti. Basti pensare al consulente della Procura, il professor Arbarello, che a incarico appena ricevuto parla alle telecamere del TG5 e dice che si tratta di un caso di colpa medica e che sarà sua cura dimostrarlo. Era stato appena nominato e non aveva nemmeno avuto modo di vedere le carte, però quello doveva essere un caso di mala sanità, le altre responsabilità non dovevano esistere o essere così rilevanti. E così è stato. Fortunatamente oggi siamo in un momento diverso ma di nuovo mi trovo a scontrarmi con periti che, spero tanto di sbagliarmi ma temo di no, faranno di tutto per difendere l’operato dei loro colleghi. E questo fa paura perché un cittadino comune come me, che strumenti ha di fronte a questo? In quelle aule di giustizia noi non siamo nessuno, in quelle aule si fanno processi ai morti e questo mi fa paura. So che non sono sola e che la Procura si batterà fino alla fine e che vuole arrivare alla verità”.

Pochi giorni fa tra l’altro è arrivata la sentenza sulla morte di Giuseppe Uva.

“Ecco, di che stiamo parlando? Il fatto non sussiste, una famiglia come si deve sentire di fronte ad una sentenza di questo tipo? Il fatto non sussiste, non è successo nulla. Io non ho paura di dirlo, Giuseppe Uva è stato torturato. Cos’è che non sussiste? Purtroppo abbiamo una giustizia che ha due pesi e due misure, perché se la giustizia fosse davvero uguale per tutti nessuna famiglia sarebbe messa nelle condizioni di prendere delle decisioni come quella, nel nostro caso, di dover pubblicare le fotografie. Perché seguirebbe il suo percorso giudiziario ma di fatto non è così.

Lottare per richiedere giustizia è qualcosa di massacrante sotto tutti i profili, sotto il profilo emotivo chiaramente, sotto il profilo economico. La giustizia è solo per chi se la può permettere, io e i miei genitori avevamo una casa da poter ipotecare, ma le famiglie che non ce l’hanno? Questi processi costano, hai idea di quanto costano gli avvocati, i consulenti, per non parlare della tua vita che lasci indietro. Mi sembra sempre di lasciare indietro qualcosa. Io ho due figli da crescere; quando mi fermo a riflettere penso che crescono meglio loro di altri i cui i genitori sono sempre lì, perché se non altro capiscono che quello che sto facendo lo sto facendo soprattutto per loro. Perché il futuro è loro e io non posso pensare che crescano in una società dove non esiste più il rispetto per i diritti fondamentali dell’essere umano. Per questo è morto mio fratello, perché non esiste questo rispetto. Io, come chiunque si trova ad affrontare una situazione del genere, ho lasciato indietro la mia vita, il mio lavoro, tutto.

E a chi dice che io vado contro le istituzioni, contro le forze dell’ordine vorrei dire solo una cosa. Ma secondo voi una persona che va contro le istituzioni, che non crede nelle istituzioni, massacra la propria vita per sette anni per chiedere a quelle istituzioni giustizia? No, io non chiedo giustizia a qualcuno a cui non credo, io credo in quelle istituzioni. Io rispetto la divisa delle forze dell’ordine; a non rispettarla è chi si macchia di quei reati. E non la rispetta nemmeno chi copre, chi protegge; questo è un meccanismo terribile che ti isola e che si mette in piedi un attimo dopo il verificarsi di queste vicende: è lo spirito di corpo, l’omertà. Io mi ricordo i primi momenti, mi avevano appena ammazzato mio fratello, l’avevo rivisto in quelle condizioni, era evidente che qualcosa era successo ma non era stato nessuno: i medici difendevano i medici, i poliziotti difendevano i poliziotti, i carabinieri non li potevi nemmeno nominare perché minacciavano querele. Ed io ero lì con le mie domande, con il volto di mio fratello stampato nella mente e con la consapevolezza che quelle domande sarebbero rimaste senza risposta”.

Mi hai anticipato perché volevo chiederti se credi ancora nello Stato. La vostra ricerca di giustizia lascia intendere che la risposta sia positiva.

“Io credo ancora nello Stato, io credo ancora nella giustizia. Mio fratello è morto di giustizia perché la fine della sua vita è iniziata in quell’aula di giustizia. La giustizia è fatta dalle persone e in questo momento sento di poterci credere, io ci voglio credere, ho il diritto di crederci per me e per i miei figli”.

Credi che lo Stato si possa auto-condannare?

“Ho capito che questa è una delle cose più difficili che si possa chiedere, cioè che lo Stato giudichi e condanni se stesso, perché significa mettere in discussione tante cose e iniziare a dare nomi e cognomi alle tante persone che a vario titolo hanno avuto un ruolo in queste vicende. Significa ammettere che qualcosa nelle proprie maglie non ha funzionato in quei sei giorni e che quel qualcosa è costato la vita di un essere umano. Significa assumersi delle responsabilità, significa prendere dei provvedimenti e questo è complicatissimo e per questo risulta molto più semplice chiedere a famiglie come la mia, che non sono nessuno e non contano nulla all’interno della nostra società, di voltare pagina, di farsene una ragione”.
intervista ilaria cucchi

Le immagini di una mobilitazione online per chiedere verità sulla morte di Stefano Cucchi

Tra l’altro è molto facile mettere in discussione il singolo.

“Il singolo viene messo in discussione da subito, prima ti parlavo del ‘processo al morto’. Queste cose le ho capite sulla mia pelle ma avrei tanto voluto rimanere quella donna bigotta di cui ti raccontavo all’inizio dell’intervista perché avrebbe voluto dire che mio fratello sarebbe ancora qui. L’esperienza me la sono fatta iniziando a girare per i tribunali perché alla fine ho capito quanto era importante dare il mio sostegno a famiglie che come la mia si trovano in difficoltà, perché la sensazione che hai sin dal primo istante è quella di solitudine. Tu non sei nessuno, non conti nulla e sei solo contro qualcosa di enormemente più grande di te. Quindi quanto valore ha sapere che c’è qualcuno al tuo fianco, che magari ha vissuto quello che hai vissuto tu, e quanta forza ci dà essere uniti quando invece vorrebbero isolarci? E allora ho iniziato a girare i tribunali, a seguire le altre storie e una cosa l’ho capita: i meccanismi sono sempre gli stessi. Prima di tutto la criminalizzazione della vittima: trovare una giustificazione per dire ‘in fondo se l’è cercata’; questo è qualcosa che scatta da subito nell’immaginario collettivo.

Quello si drogava, quell’altro andava in giro di notte per le strade della sua città senza documenti… la gente ha bisogno di questo. Il problema è che poi questo meccanismo si ripercuote anche nelle aule di giustizia e quindi assistiamo a processi, come il mio, nei quali il 90 per cento del tempo è dedicato a fare domande su Stefano, sulla sua vita, sul suo carattere, sulla sua magrezza, sulla sua famiglia e addirittura sulla sua cagnetta. Cose che non c’entrano nulla. È stata fatta la domanda sulla cagnetta di Stefano ad insinuare che noi l’avessimo abbandonata e che quindi non eravamo una buona famiglia e di conseguenza con che diritto rompevamo le scatole? A parte il fatto che non è vero, la cagnetta di Stefano è ancora viva, sta benissimo e vive con noi; è il suo padrone che non c’è più. Ma al di là di questo, seppure noi fossimo stati una pessima famiglia, seppure Stefano fosse stato il peggior delinquente al mondo, noi eravamo lì per un altro motivo. Non è che Stefano lo avevamo ammazzato noi, non è che Stefano si era suicidato.

Eppure si parlava di cose che non c’entravano nulla e se il mio avvocato provava a fare domande a uno dei medici che lo aveva avuto in cura in quei giorni, ad esempio al medico del Fatebenefratelli, per capire da una persona che aveva avuto il polso della situazione, che aveva visto mio fratello da vivo e si era preoccupato al punto da predisporne il ricovero, e quindi non ai periti e ai consulenti che avevano esaminato solo il cadavere di Stefano, veniva puntualmente fatta opposizione. Questi erano i nostri processi. Io mi alzavo la mattina, e parliamo di udienze fitte, un’udienza a settimana per tanto tempo, e dicevo ma Stefano avrebbe voluto questo per noi? Stefano avrebbe voluto questo per noi, ma anche per se stesso? Ma cosa gli sto facendo?
Tanto sto portando avanti un processo suicida nel quale si dice tutto l’opposto della verità. Io vedevo i periti simulare le cadute; la caduta dalle scale con la quale mio fratello si sarebbe procurato le lesioni in tutte quelle parti del corpo”.

Se un poliziotto o un carabiniere commette un reato viene considerato una mela marcia, ma se i suoi colleghi lo coprono, e questo avviene molto spesso per non dire sistematicamente, non dovrebbero essere considerati dei complici? Anche in questo caso si mette sotto accusa il singolo per mantenere salva l’istituzione?

Un momento di una manifestazione per chiedere giustizia per Cucchi

“Quello che pensavo in modo anche ingenuo quando mi trovavo di fronte a queste situazioni di omertà, in cui nessuno sapeva, in cui non era stato nessuno, continuavo a ripetermi: se io fossi un poliziotto o un carabiniere non mi darebbe fastidio? Non vorrei mettere nell’angolo e puntare il dito contro il collega che con il suo comportamento ha infangato la divisa che io invece onoro anche con il mio personale sacrificio? Non dimentichiamoci che nonostante il fatto che io stia collezionando querele e che sia accusata di istigare all’odio nei confronti delle forze dell’ordine, non ho mai detto e mai mi sentirete dire che tutti i carabinieri sono dei picchiatori. Quello che mi lascia perplessa è il fatto che i colleghi onesti non mettono nell’angolo queste persone. Questo è un problema enorme perché finché ci sarà questa copertura, in qualche modo i colpevoli si sentiranno sicuramente tutelati ma anche chi in futuro si potrebbe comportare nella stessa maniera si sentirà legittimato a farlo. So che la stragrande maggioranza delle forze dell’ordine è gente onesta che fa il proprio lavoro anche in condizioni difficili, però con questi comportamenti ci rendono davvero difficile credere al principio delle mele marce; basti pensare agli interventi puntuali e sistematici dei sindacati in queste vicende. Cosa c’entra un sindacato di polizia con dei poliziotti passati in giudicato dopo tre gradi di giudizio e condannati per la morte di un ragazzo di 18 anni (caso Federico Aldrovandi nda)? Cosa c’entrano i sindacati? Non si dovrebbero occupare di altro? Perché difendono i colleghi condannati e dall’altra parte coprono di insulti la famiglia, la mamma, il morto stesso. Che senso ha? Cosa vogliono dimostrare?”

Le dichiarazioni dell’ex moglie di Raffaele D’Alessandro sembrano confermare la vostra tesi. Credi che la sua testimonianza sarà determinante nel processo?

“Sì, io credo che ogni singolo passaggio di questa indagine sia determinante. Un’indagine che ha trovato delle prove talmente schiaccianti che queste persone non hanno altri strumenti che infangare di nuovo la memoria di mio fratello, insultare di nuovo mio fratello, insultare di nuovo me. Ogni elemento che è stato trovato li inchioda alle loro responsabilità, tra l’altro fa rabbrividire la maniera con cui si esprimono queste persone e con cui parlano di mio fratello. Ci siamo divertiti a picchiare quel tossico di merda. Nonostante siano passati sette anni e nonostante tutti sappiano che è morto e come è morto mio fratello, Stefano Cucchi continua ad essere un tossicodipendente, detenuto e rompiscatole. Siamo di fronte ad un enorme problema culturale, se coloro che devono difenderci non riescono a vedere in quella persona un essere umano, non riescono a vedere oltre il pregiudizio, io mi chiedo per i miei figli dove stiamo andando…e ne abbiamo tanti di esempi sotto gli occhi. Mio fratello è diventato famoso anche perché rappresenta in qualche modo una parte della società che sta diventando sempre più numerosa, quella dei cosiddetti ultimi, sotto vari aspetti. Di gente che quotidianamente si scontra contro un sistema, contro uno Stato che improvvisamente diventa nemico”.
intervista ilaria cucchi

La famiglia Cucchi

Da quando è iniziato questo percorso drammatico, oltre alla battaglia giudiziaria, avete dovuto affrontare tutta una serie di attacchi anche personali. Sin da subito la tua famiglia è stata accusata duramente da alcuni rappresentanti dello Stato. Cos’è che ti fa più rabbia? Ti hanno addirittura accusato di aver lucrato sulla morte di Stefano.

“Ormai ci sono abituata, ho le spalle larghe. Mi hanno accusato di aver lucrato sulla morte di Stefano, di aver strumentalizzato la morte di mio fratello. Io a queste persone, come ad esempio a Giovanardi, rispondo che è vero che ho strumentalizzato la morte di mio fratello. Ho reso pubblico il dramma della nostra famiglia; dovresti parlare con mia madre che lo avrebbe voluto tenere chiuso nel nostro privato, e invece l’ho reso pubblico rivivendo sistematicamente ogni volta quello stesso identico dolore arrivando, come ti dicevo prima, dopo sette anni, a non aver ancora completamente elaborato quel lutto. Ho strumentalizzato mio fratello, ho reso la sua vicenda pubblica, ho mostrato le foto del suo corpo martoriato ma l’ho fatto perché sono convinta che tutto quello che ci accade ha un senso e che a volte fai fatica a comprenderlo ma c’è. Se devo dare un senso a quello che è accaduto a mio fratello, al suo sacrificio e al nostro successivo sacrificio, può essere solo questo: battersi per fare in modo che queste cose accadano sempre meno ma soprattutto per fare in modo che le persone perbene, le persone normali che si ritengono sempre estranee a queste realtà, aprano gli occhi. Anche io fino a sette anni fa pensavo che non mi sarebbe mai capitato, non l’avrei immaginato nemmeno nel peggiore degli incubi. Ma aldilà di questo, queste sono vicende che riguardano il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e della donna e che quindi necessariamente devono riguardare ciascuno di noi. E ciascuno di noi, nel suo piccolo, è tenuto a farsene carico. Ecco questa è stata la mia battaglia ed è vero che ho strumentalizzato Stefano. Qual è la cosa che mi fa più male? È che nonostante tutto sento ancora rivolgere le stesse accuse anche ad altre persone e ad altre famiglie, come è capitato recentemente alla mamma del povero Regeni; mi verrebbe da dire: attaccate me ma lei lasciatela in pace”.

In questi giorni purtroppo si parla molto della morte brutale di Giulio Regeni. I familiari e gli amici, ma anche i massimi rappresentanti dello stato italiano, chiedono giustamente di conoscere la verità. Non trovi però che ci sia dell’ipocrisia nelle parole di questi politici considerando il fatto che molti di loro non hanno mai voluto fare chiarezza sulla morte di molti italiani vittime di abusi da parte delle forze dell’ordine italiane?

“Mi viene da chiedere ma con quale autorità noi possiamo chiedere verità e giustizia a qualcun altro. Nel nostro Paese non abbiamo avuto ancora il coraggio, perché a questo punto credo si debba parlare di coraggio, di introdurre una legge sul reato di tortura. Che peso hanno le nostre domande, che peso abbiamo noi? Noi dovremmo iniziare a guardare dentro noi stessi, ai tantissimi casi di tortura che rimarranno impuniti perché in Italia non si è avuto il coraggio di fare questa scelta. Perché in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che nel nostro Paese non ci sia bisogno di questa legge. C’è stato un momento in cui finalmente, dopo diversi richiami anche internazionali, sembrava ci stessimo arrivando, seppur con una legge non perfetta. L’impressione però è che tutto sia finito lì, non se ne sta nemmeno più parlando ma questo non vuol dire che il problema non ci sia. Cosa devo pensare se i sindacati intervengono nel dibattito sulla legge dicendo che se introducono il reato di tortura la polizia farà più fatica a lavorare. Cosa si vuol dire con una cosa del genere?”

In questi anni molti vi hanno espresso solidarietà, tra i primi a sostenere la vostra lotta ci sono gli stati gli ultrà, come era accaduto per Federico Aldrovandi. Per quale motivo secondo te?

“Puntualmente c’è sensibilità per ciascuna di queste vicende, perché probabilmente sono persone che in qualche maniera vivono il distacco e la contrapposizione con le istituzioni, vivono i piccoli soprusi quotidiani che un cittadino normale non subisce e quindi sono particolarmente sensibili a questi temi. Attestazioni di solidarietà, almeno nel mio caso, sono arrivate anche da parte di istituzioni, anche da uomini in divisa. Io ricordo ad esempio una lettera che mi pare fu pubblicata da L’Espresso, dopo la sentenza di secondo grado, scritta dal poliziotto Francesco Nicito. Quella è la polizia in cui voglio credere, arrivano delle dimostrazioni di vicinanza anche da lì; secondo me tutti dovrebbero prendere coraggio e difendere la loro categoria e prendere una posizione seria e netta su queste questioni, sull’introduzione del reato di tortura e su cose che credo possano salvaguardare anche loro e il loro operato”.

Sai chi ha ucciso tuo fratello?
intervista ilaria cucchi

“Non so se con questa ultima dichiarazione mi guadagnerò un’altra querela, ma oggi con questa nuova indagine sicuramente direi che sono gli autori stessi a dircelo nelle intercettazioni. Direi di avere un quadro abbastanza completo su quello che ha dovuto subire mio fratello e ad opera di chi. Mio fratello fu pestato quella notte nella caserma dei carabinieri e poi fu portato in quelle condizioni nei sotterranei di Piazzale Clodio e da quel momento fu inghiottito dal carcere. Tutto è nato quella notte, tutto è iniziato lì e mio fratello in aula la mattina già stava male. Umanamente io non riesco a comprendere come delle persone sapendo quello che avevano fatto hanno taciuto e hanno consentito che addirittura qualcun altro fosse processato al posto loro, quello che mi fa paura è che c’erano altre persone, oltre agli autori del pestaggio, a sapere. E tutti hanno taciuto. Lì si capisce il problema culturale al quale siamo di fronte, perché chi c’era dall’altra parte? C’era uno che non contava nulla, probabilmente in quei primi momenti e subito dopo la morte di Stefano si aveva la sensazione di essere di fronte a una delle tante morti in carcere per la quale nessuno avrebbe mai rivendicato nulla. Così non è stato però poteva esserlo se in quel momento non fosse scattato qualcosa in noi, se in quel momento fossimo stati sopraffatti giustamente e umanamente dal dolore. E quante volte si fanno queste cose, con quello spirito, tanto nessuno saprà mai niente? Io che prima ignoravo quasi totalmente la realtà delle carceri oggi mi rendo conto di quanti soprusi più o meno gravi vengono commessi quotidianamente in quelle realtà. Basti pensare alla vicenda di Rachid Assarag, il detenuto marocchino. Basta ascoltare quelle registrazioni per farsi un’idea di qual è la situazione, la consuetudine, la tolleranza. Tutti sanno tutto, tutti sanno quello che succede ma fanno finta di niente, anche i colleghi perbene, che a casa hanno una famiglia, dei figli da crescere, che sono onesti, anche loro fanno finta di niente e nel frattempo ci sono i detenuti, persone che non hanno strumenti per difendersi che ne pagano e ne subiscono le conseguenze. Di chi sono stracolme le nostre carceri? Degli ultimi, di certo non di quelli che hanno gli strumenti, i mezzi, i soldi”.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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