L’envension de ła Padania o Padagna

L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » mer gen 15, 2014 9:38 pm

L’envension de ła Padania o Padagna
viewtopic.php?f=93&t=399

Oh, dai ancò e dai diman el Marki del jornal l’Endependensa (ex diretore de la Padania) el se ga xvelà par coel ke lè on talego padan antiveneto, antilengoa veneta e co la spuseta de “l’enteletual talian” ke spresà le lengoe dite dialeti e el maneja o manipola li mesaj:

Italiani, l’arte di girarsi dall’altra parte per non vedere che sono in cacca
http://www.lindipendenza.com/italiani-l ... o-in-cacca
...
E questa critica, ahimè, vale anche per molti di noi padani, che anziché affrontare la dura realtà e cercare di venirne fuori, facilmente si augurano l’apparizione di un simil Crapone al grido del “ghe pensi mi”. Ridestatevi: ormai dobbiamo pensarci noi!
...


El me comento:==========================================================================================================================

Alberto Pento
9 Giugno 2013 at 8:31 am #
Finaké sto jornal el sarà par i padani, mi veneto, no ghe darò gnanca on skeo, pur vendoghene asè poketi.
Te sovegno Marki ke a sto mondo ghè pur li veneti e no sol ke li padani.
Stame ben!


gianluca (Marki)
9 Giugno 2013 at 8:59 am #
e allora comincia a scrivere in talian… tanto gli schei non li avresti dati lo stesso perché trovavi un’altra scusa


Pento Alberto (la me resposta ke nol ga piovegà)
No no a Enclave de Faco a ghe davo el me contributin.
Faco/Facco lè el redator cao de l'Endependensa.

Sto omo, el Marki, nol ga creansa, lo gò xnaxà da suito!

Sta ki la xe na boletina ke go catà tra le carte de l’abonamento a Enclave de Faco:
Immagine
http://img191.imageshack.us/img191/5218 ... nclave.jpg


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Par el padan Marki łi veneti no łi ghè, par lù a ghe lomè tałiani e padani.

O ci teniamo i nostri soldi o sarà troppo tardi. Altro che Grillo!
http://www.lindipendenza.com/o-ci-tenia ... che-grillo

Oneto e Marki nemighi de li veneti ?

A le olteme elesion Marki e el so jornal li ga sostegnesto el patacaro fanfaron de Janino e el ga el corajo de scrivar ke l’M5S lè stà on specieto par le lodole on sanbelo per li eletori bauki ... ke muxo da pertega!



L'Editoriale 10 Giugno 2013 871 viewsO ci teniamo i nostri soldi o sarà troppo tardi. Altro che Grillo!
di GIANLUCA MARCHI

Beppe Grillo ha definito il Parlamento un luogo maleodorante? “Innanzitutto ci siamo anche noi là dentro. Quindi io non condivido questa linea. Mi piacerebbe invece che in questa fase ci fosse più proposta e soprattutto maggiore comunicazione delle nostre attività parlamentari”. Un altro dei senatori del M5S, il triestino Lorenzo Battista, prende le distanze dalle ultime esternazioni del suo leader in una saga che sta diventando ridicola, se non si inserisse in una fase tragica per tanti, troppi cittadini.

Vedete, ieri scrivevo che gli italiani sono maestri nel girare la testa dall’altra parte per non voler guardare in faccia la cacca in cui stanno affondando, cacca prodotta da loro e solo da loro, e non causata da qualche “nemico” esterno, che di questi tempi è di moda individuare nella Germania di Angela Merkel. I tedeschi magari ci darebbero volentieri una spinta per finire definitivamente sommersi (in questo un po’ miopi, perché rischiano di far saltare un mercato privilegiato per le loro merci), ma non possono essere accusati di aver creato il pantano (e uso un eufemismo) in cui stanno affondando italiani e padani insieme, questi ultimi rei di essersi fatti “italianizzare” per comodità e per spirito imbelle.

Ebbene, questo costume tipicamente italico di attribuire al Crapone (ricordate Mussolini?) di turno capacità taumaturgiche, cioè di affidarsi all’uomo della provvidenza capace (si spera!) di togliere le castagne dal fuoco senza farci pagare dazio o comunque cercando di farlo pagare a qualcun altro, di recente si è incarnato in Beppe Grillo e nella sua sgangherata truppa di “cittadini” parlamentari, impegnati a contabilizzare scontrini, a calcolare le diarie da trattenere o restituire, e a inseguire tutta una serie di cazzate immani che già hanno diffuso la delusione generalizzata verso molti elettori del Movimento 5 Stelle fiduciosi nel miracolo di San Gennaro. I grillini si stanno rivelando un’armata brancaleone, dove in molti non disdegnano di mettere le mani sui privilegi personali e sulle laute identità che l’ingresso in Parlamento assicurano. Il M5S ha alimentato nei cittadini/elettori la convinzione che bastasse far dimagrire i costi della politica per risolvere i problemi dell’Italia e in molti boccaloni c’hanno creduto o hanno voluto crederci, perché il tutto si sarebbe risolto nel dimagrimento degli altri, i politici appunto, e non nel proprio.

C’è voluto poco per capire che quello era solo uno specchietto per le allodole – intendiamoci, è sacrosanto il taglio drastico dei costi della politica, ma esso non risolve la cancrena di uno Stato fallito, al massimo mette qualche cerottino in un corpo in disfacimento – , e nel marasma che ne sta seguendo il Crapone Beppe Grillo alza sempre più il tono delle sue sparate, cercando in questo modo di coprire le magagne del suo esercito senza generali e il “nulla” della sua proposta politica. Così già in molti lo appenderebbero a testa in giù in qualche piazza.

No, cari italiani e cari padani creduloni, lo dico e lo ripeto: non ci sono più Craponi del tipo “ghe pensi mi”. Rendiamoci conto, noi abitanti del Nord, che non possiamo più permetterci di “regalare” all’Italia oltre 90 miliardi di euro, come successo ancora nel 2012, sperando così di salvare le nostre pensioni e i nostri Bot, sostenendo quelli degli altri. Quando capiremo che dobbiamo tenerci i nostri soldi, senza quote, senza se e senza ma, speriamo non sia ormai troppo tardi.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » mer gen 15, 2014 9:38 pm

De Oneto, el padan

George Klotz, perfetta metafora della lotta per l’autodeterminazione
http://www.lindipendenza.com/george-klo ... rminazione
...
Ma si può imparare. Certo avremmo bisogno di gente tosta come Georg Klotz e come quella straordinaria combattente – palluta e dolce – di sua figlia Eva. Con esempi come questi non possiamo non essere oggi tutti un po’ tirolesi. E domani, chissà, padani.

Comenti:

Alberto Pento
8 Giugno 2013 at 9:23 pm #
Si si, però no confondemo el Tirol co la “padania”.
Se ghè paragoni coesti li pol esarghe col Veneto o la Venesia.
El Tirol existeva come el Veneto ma la “padania” come popolo-nasion no la ghè mai stasta.
Mi radio padania no la scolto da ani e gnanca mai pì la scoltarò.


Riccardo Pozzi
9 Giugno 2013 at 11:35 am #
La nostra debolezza (come padani) è ben sintetizzata dal Sig. Pento, come possiamo tutti osservare dalle sue parole, l’indipendentismo padano è diviso e puntigliosamente attento alle proprie diversità, orgoglioso e appuntito, non sopporta semplificazioni territoriali, linguistiche e identitarie. Ma l’economia è l’unica ideologia autentica, e l’economia ci dice che la Padania, esistente o meno, è un’area omogenea non per cultura e dialetto ma per civismo e tensione morale, per etica del lavoro e capitale sociale in fiducia relazionale (Putnam). La pianura padana, territorio di conquista per millenni per la sua generosità agricola, è oggi l’unico esperimento al mondo di capitalismo capillare, di ricchezza distribuita e benessere con larga base piramidale. Fossilizzarci selle nostre differenze non fa altro che aiutare i nostri tiranni e l’enorme sacca di parassitismo che ci mangia addosso. Ma la crisi sta sgretolando la base della piramide e, uno dopo l’altro, cadranno anche le pietre collocate in alto. È solo questione di tempo. Nel frattempo mi permetto di evidenziare agli amici ultravenetisti che la Lombardia ha forza economica tripla del triveneto.


Si si el parasitixmo padan:

L'oror de li talego padani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... Fxb3c/edit


No li ga purpio creansa, no li xe boni de açetarne come veneti, difarenti da li lonbardi, co la nostra lengoa, storia e cultura; no li xe boni de volerne ben, de ver amor par la lengoa del popolo, li prefarise coela de la casta "el talian".
Mi no me faso problemi a torli par coel ke li xe e no ghe vago serto drio a coeli ke par ke li diga kisakè e li ciacola pulito doparando el talian co drento coalke paroleta latina o grega;
sta xente no la me enpresiona e no la considero sorana de l'oltemo boaro de le Alpi o de la piana veneto-padana.

L'oror de li talego padani

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... Fxb3c/edit


Sergio Salvi on talian padan antiveneto
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... AtYzQ/edit



Critica alla “ragion veneta”: la retorica è cattiva consigliera

http://www.lindipendenza.com/veneti-sergio-salvi-lingue

...
È ormai stato chiarito a sufficienza che la cosiddetta ‘lingua veneta’ è soltanto una variante, sia pure dotata di vigorosa personalità, di una lingua comune alla quasi totalità della cosiddetta Italia settentrionale: una lingua che qualcuno ha deciso di indicare provvisoriamente col nome di “padana”, da altri aborrito, ma che si potrebbe denominare in altro modo: cisalpina oppure, che so, transappenninica (anche se sarebbe una fatica inutile). Storicamente, questa lingua, priva di una forma comune (ma che ostentava nel XIII secolo una indubbia koiné – studiare per credere – denominata dagli storici della letteratura del XX secolo, guarda caso, lombardo-veneta) aveva il nome di lingua lombarda e come tale era conosciuta in Francia, in Germania e soprattutto in Italia. Era detta “lombarda” per il suo riferimento al regnum langobardorum e certamente non all’attuale regione dello stato italiano cui è stato assegnato il nome residuale di Lombardia. L’attuale regione Veneto, esclusa la fascia costiera attorno a Venezia, era nell’alto medioevo parte integrante del regnum cui si è accennato. Le capitali di questo regno erano infatti Verona (oggi perfettamente “veneta”) e Pavia (oggi “lombarda”). La lettura della storia del territorio attualmente veneto è condotta, da alcuni veneti di oggi, in maniera fortemente sospetta, omologa a quella che alcuni cittadini italiani fanno del concetto di Italia, confusa con Roma. È come se un viterbese o un frusinate si ritenessero latini e non soltanto laziali.
...


Immagine
http://img24.imageshack.us/img24/4143/lengoapadana.jpg

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Tre padani, ła somexa soto a coele del cancaro Bosi:

Immagine
http://img839.imageshack.us/img839/604/ ... dobian.jpg


Oneto l’enteletual padan ke co łe so ciacołe el ne ga tegnesto sotani de Bosi e de ła Lega par ani e ke ancora el ghe tentaria;
Paliarini anca lù on leghista padan ke par ani el ga magnà a ła grepia bosiana;
Formentini el leghista padan kel ga fato el sinico de Milan e kel ga spoxa el cancaro de Bosi:

Sti oltemi do łi dovaria xa tirar na bona pension da połedego tałian, a nostre spexe, sti ki no łi vorà mai ła revolousion ke ła ghe tajaria ła pension d’arxento o de oro.
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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » mer gen 15, 2014 9:40 pm

La Padania: ecco cosa è e cosa non è

http://www.lindipendenza.com/la-padania ... cosa-non-e


Immagine

Otimo l’articolo, ben enpostà, bona prexensa co n’elenco curà de fati storeghi, gnente da dir:

pecà ke el conçeto de Padania nol se posa spendar gne poledegamente gne coulturalmente finaké a ghè on partido poledego tajan ke se ciama “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” parké tuto coelo ke se faria el ndaria ente la sporta o saco de sto partido e cusì “Adio Padania, adio Veneto e adio Nineta!”.


Dapò saria enteresante sentir da G.Ruggeri kel scrive:

“Concetti noti e ben chiari all’estero anche ai giorni nostri tanto che nel 1968 l’insigne linguista Gerhard Rohlfs scrive in un suo testo che “per Lombardi non si intendevano solo gli abitanti della attuale Lombardia, ma la popolazione di tutta l’italia padana. E Lombardo era il nome che era dato in quei tempi a quella lingua volgare che ivi stava per costituirsi in lingua indipendente e koiné letteraria al pari del catalano e del portoghese in opposizione al volgare toscano”. Continua poi aggiungendo che “Molto tempo prima dell’influsso poetico esercitato da Dante e Boccaccio, nell’Alta Italia si era sviluppata una koiné padana, di tipo lombardo-veneto, di ampio uso letterario. Nel corso del duecento questa koiné era già sulla via di assurgere a lingua letteraria nazionale. Essa veniva già sentita, e non di rado, come una lingua romanza indipendente, allo stesso livello delle lingue francese e toscana”. Ulteriore testimonianza dell’esistenza della Padania e come se non bastasse questo pezzo tappa anche la bocca a quanti vanno blaterano che negli ultimi 2000 anni non vi è mai stata una lingua unitaria o una koiné padana.” ???

coalke somexo o exenpio de sta lengoa “coaxi xletrana o leterara” ke gavaria espreso sta suposta “koiné padana” e de tipo “lonbardo-veneto” de anpio doparo xletran/leteraro, mi ente la me ‘gnoransa no so bon de catar gnente ente sto senso; coalke nome e coalke testo li ghe vuria purpio.

L’autor el scrive:

“La Padania, oltre ad essere un’evidente ovvietà per gli stranieri, è qualcosa che tutti i padani hanno fortemente voluto e a lungo cercato nel corso della storia.”

Mi me domando se xe vero, anca parké mi come veneto me basta e m’in vansa de la Venetia o Venesia o Tera/Pare/Patria Veneta e no me ocor altro.

Ghe xonto ke no ghe cato contrapoxision tra l’ara lonbarda a Nord del Po e l’ara a Sud conprexo la Toscagna, ke fin da la Coulture de le Teremare e Protovilanoviana me par ke no la fuse par gnente divixa dal Po.
A ghè si de le difarense ma no me par po cusita tante.
E anca se ghe fuse staste de le gran difarense, me par ke la lengoa o variansa lengoestega ke la se gà enposto come lengoa franca tosco-padana e tajana la sipia coela ke dapò xe devegnesta el tajan o lengoa taliana.
Staltra epotetega “lengoa padana lonbardo-veneta” paralela e contraposta al “toscopadan-tajan” no se sa gnanca endove catarla o endove ke la sipia fenesta e gnanca ki ke la parla ancora.

No saria mal far de li boni somexi/exenpi de testi lengoesteghi e nomi de xletrani o leterà.
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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » mer gen 15, 2014 10:23 pm

Padania Roma Oneto

Caro Bernardini, la Padania esiste: è il modo per liberarsi insieme da Roma
http://www.lindipendenza.com/padania-onteo-roma



di GILBERTO ONETO
Giorni fa il nostro giornale ha ospitato un garbato intervento di Paolo Bernardini sulla (in)esistenza della Padania, un tema per il quale sono stato (e mi sento) tirato in ballo. Prima di riprenderlo e di cercare di rispondere devo però fare alcune, abbastanza tristi considerazioni.
La prima riguarda l’oggetto stesso del contendere: un’idea di cui una parte di un partito politico ha fatto un uso così maldestro da renderla insopportabile a molti. Venti e più anni (tanti sono trascorsi da quando a un termine geografico è stato affidato un destino politico e identitario) sono un periodo più che sufficiente se non a creare un radicato idem sentire almeno a definire il progetto, a dargli delle connotazioni riconoscibili, a chiarire un obiettivo su cui costruire un embrione di “nation building” ameno in termini di immagini riconosciute. Altre comunità europee hanno saputo utilizzare il tempo (e anche le risorse e le comunicazioni) in maniera assai più efficace e i risultati si vedono. Bossi e i suoi hanno invece pacioccato con il progetto padanista trasformandolo in una chimera nebulosa, mutante e piuttosto sciacquina (Cos’è il Nord? Dove arriva la Padania? Ha una bandiera? È qualcosa di più di un giro ciclistico o di un concorso di bellezza?). Un progetto serio è stato ridotto a burla, a cortina fumogena dietro la quale nascondere altro, non sempre del tutto commendevole. Ma basta questo per degradare l’idea? Basta l’impiego farsesco e insincero per sputtanare un nome? Oggi tanti autonomisti denunciano sintomi di orticaria quando sentono pronunciare il termine Padania: i tedeschi non hanno smesso di usare Germania e non se ne vergognano perché qualcuno ne ha fatto un uso assai più criticabile e doloroso delle pistolate del Trota. Si deve responsabilmente ragionare sul progetto e sugli errori che sono stati commessi e non rifiutare l’idea solo perché non piace il nome. O rifiutare il nome perché è stato utilizzato malamente.
La seconda considerazione riguarda l’impiego qualche volta davvero stupefacente che viene fatto della storia e dell’essenza stessa di identità. È vero che dietro a ogni processo di costruzione identitaria si nascondono montagne di “invenzioni” ma qui si assiste a un festival delle interpretazioni, a millenni di storia evocati con entusiastica leggerezza, a bandiere mai sventolate, ad identità raffazzonate, a invenzioni mirabolanti (dalla Lunezia alla Benachia), a Piccole Patrie che sono talmente piccole da risultare sconosciute ai coniugi di chi le ha riscoperte. Insomma si dà addosso alla Padania in nome di sue porzioni partorite in climi micronazionalistici che sono la riproduzione del peggior modello italiano con irredentismi e rivendicazioni di sacri confini. Si scopre che il mondo autonomista è pieno di tanti piccoli Mazzini che non vogliono il contrario dell’Italia ma solo delle Italie più piccole “une di sangue, di lingua, d’arme” e di tutto il resto delle pirlate nazionalistiche, ivi compreso qualche pericoloso excursus nella “pura razza”.
Una ultima considerazione – piena anche di personale amarezza – riguarda l’inutilità delle fatiche che in molti hanno profuso non tanto nel costruire una aspirazione alla Padania ma nel cercare di invogliare alla libertà, al riconoscimento delle identità, alla lettura corretta della storia, alla semplice informazione autonomista. Dall’uscita del primo numero di Etnie (sono passati tanti lustri che sembrano secoli) sono stati pubblicate decine di articoli, libri, riviste che affrontano questi argomenti. Molti se li sono letti, studiati, assorbiti, li hanno magari criticati ma hanno affrontato il difficile e affascinante confronto delle idee. In troppi (soprattutto nella Lega e dintorni) purtroppo ignorano tutte queste fatiche e sembrano essersi dotati di un bagaglio autonomista sulle figurine Panini o – peggio – sui libri di storia delle scuole italiane.
Tutto ciò premesso, si può affrontare ancora una volta il tema Padania.
Non esiste un paese chiamato Padania sugli atlanti (come non vi si trova un Kurdistan, tanto per fare un esempio) ma è una argomentazione che lasciamo volentieri a Gianfranco Fini e alle sue patriottiche certezze. Esiste indubitabilmente un insieme di comunità che condividono numerosi elementi. Vediamone qualcuno.
Il territorio. La Padania è uno dei più chiari esempi di completo bioregionalismo. È un grande ecosistema facilmente definibile e impossibile da negare.
La cultura. Ha ragione da vendere Sergio Salvi (e non solo lui) quando identifica una koiné linguistica definita, lo straordinario agglomerato della “lingua del mi” declinato in sottosistemi chiari sia pur – purtroppo – in via di evaporazione. Esiste una colleganza innegabile in ogni espressione culturale dall’architettura alla musica popolare, dalla religiosità all’arte, dal folklore fino alla cucina che tiene assieme le regioni padane dalle origini del mondo.
I modi di vita e la mentalità. Qualche spiritoso sottolinea le differenze linguistiche fra un romagnolo e un ligure (peraltro davvero labili) ma nessuno si azzarda a ipotizzare differenze percettibili nei ritmi di vita, nelle visioni del mondo, nelle aspirazioni, nei rapporti interpersonali delle comunità padane. Si possono trovare analoghe contiguità con paesi campani o siciliani?
Lo spirito di comunità. Questa è la terra delle Banche popolari, delle Società di mutuo soccorso, dei Santi sociali, del volontariato, della solidarietà concreta. In questo tutte le nostre comunità si somigliano. Si può dire lo stesso delle altre?
L’aspirazione comune. Salvo brevissimi periodi, non è mai esistito uno Stato padano ma la nostra storia è una costante aspirazione a formarne uno dalle Leghe lombarde, ai Visconti, alla Serenissima, al “grasso Belgio” di D’Azeglio e del primo Cavour. Tutti i nostri guai derivano dal non esserci mai riusciti. Ci ha provato lungamente la Serenissima e il fallimento è stata la vera ragione della sua fine: ci fosse riuscita oggi saremmo una Comunità potente e rispettata e forse mezza America parlerebbe veneziano.
Economia e produttività. Una fitta rete di produzione e di commercio, di artigianato e di piccole imprese ricopre la Padania senza soluzione di continuità. Il popolo concreto della produzione è sicuramente il primo testimone dell’esistenza della Padania: non è possibile creare barriere o differenze di alcun tipo fra i distretti industriali, i capannoni, le botteghe e le officine, la vocazione al lavoro, al risparmio e all’investimento dalle Alpi all’Appennino tosco-emiliano, dal Ligure all’Adriatico.
Il senso di appartenenza. Che si sia tutti “settentrionali” non lo può negare nessuno, che ci si senta tutti “nordisti” in contrapposizione con i “meridionali” è una delle poche indiscutibili certezze. Il senso di appartenenza diventa ancora più forte all’estero dove, nella peggiore delle ipotesi, si è riconosciuti come “italiani del nord” (è la prima domanda che ci viene fatta) oppure – se va meglio – come “lombard” con riferimento al termine francese, inglese e tedesco con cui da secoli la nostra gente viene chiamata. E qui viene fuori “il” problema: il nome di questo posto. Nord si riferisce all’Italia, Cisalpina alla Gallia, Eridania è ”zuccheroso” e in disuso. Lombardia – che è il suo vero nome – non può essere usato e non potrà esserlo per un bel po’ grazie all’astuzia di geografi e politici italiani e alla dabbenaggine di molti micropatrioti di casa nostra. Non resta che Padania, piaccia o no!
Veniamo alla vicenda politica e ai progetti di autonomia.
Tutti noi siamo convinti che ogni comunità debba organizzarsi e gestirsi nella più ampia libertà e che il diritto di autodeterminazione sia fondamentale. Tutti noi vorremmo che le comunità cui sentiamo di appartenere fossero indipendenti e sovrane. Tutti noi siamo anche convinti che il solo modo per difendere le singole libertà sia attraverso una libera confederazione di comunità indipendenti. Questi sono gli elementi di base che tutti noi condividiamo. Chi non lo fa sbaglia giornale, non c’entra nulla con noi e dovrebbe cliccare verso altre sponde. Oggi tutte le nostre comunità sono oppresse e negate dallo Stato italiano che le ha smembrate secondo suddivisioni amministrative di suo comodo, che ne nega l’identità, che le deruba delle loro ricchezze.
Il comune obiettivo è di liberarci dall’oppressione italiana e di ricostruire le nostre reali autonomie sulla base di una architettura istituzionale che sia il frutto della libera determinazione delle comunità, delle loro aspirazioni identitarie e della più opportuna applicazione della sussidiarietà.
Come farlo? La strada più semplice è attraverso le entità amministrative esistenti, visto che gli antichi Stati preunitari sono stati scientificamente demoliti e le loro identità spezzettate o diluite. Ma occorre avere le idee chiare sul cammino da percorrere (finora la nebbia più densa ha ricoperto la Val padana) e soprattutto la forza per farlo. Occorrono i numeri, occorrono le strutture politiche che sappiano gestirli e occorre il corretto rapporto di forza con Roma. Tutti i sondaggi ci dicono che la maggioranza dei cittadini padani sarebbe favorevole all’indipendenza in un referendum in cui il quesito fosse posto con chiarezza e correttezza, e fossero esposti vantaggi e svantaggi. Manca un insieme coerente e coeso di soggetti politici: finora la Lega ha cercato di agire in regime di monopolio (che ha fatto sovrapporre l’idea di autonomia con il becerume che ha prodotto) mentre sarebbe preferibile una situazione di tipo catalano, con una pluralità di soggetti politici diversi e collegati. Bisogna soprattutto essere consapevoli che lo Stato è disposto a concedere nulla e che il solo argomento che possa fargli cambiare idea è il giusto rapporto di forze. Nessuna delle attuali Regioni ha la forza per opporsi da sola a Roma, neppure la grande Lombardia, neppure l’appassionato e pasticcione Veneto. Solo la Padania – questo è stato uno degli insegnamenti fondamentali di Gianfranco Miglio – può affrontare e battere lo Stato italiano. Le Regioni padane assieme hanno il 40% della popolazione, il 70% del Pil e sarebbero l’ottava potenza economica mondiale: se decidono assieme di liberarsi non le ferma nessuno. Questa è la grande forza dell’idea di Macroregione. Se poi a qualcuno non piace chiamarla Padania, la si battezzi Carlotta o Ciccabùm ma il principio non cambia. Dopo ci si potrà e dovrà organizzare in tutta libertà come le comunità decideranno ma per evadere dalla prigione italiana lo si deve fare tutti assieme con un’azione di massa.
Nascerà una federazione di Piccole Patrie identitarie? Le regioni faranno ognuna per sé? Qualcuna si federerà con Stati esteri? Assisteremo a una polverizzazione di Repubblichette di valle o di quartiere? Si farà come la nostra gente vorrà. Siccome però una delle grandi doti che accomunano tutte le nostre comunità è il sano e concreto buon senso, sono pronto a scommettere che si arriverà a una grande Confederazione di libere comunità da fare invidia alla Svizzera.
La storia – quella vera, non quella sognata o di regime – insegna che a dividersi non si va da nessuna parte e si perde tutto: gli autonomisti si dovrebbero imparare a memoria la dichiarazione del Grütli, che ancora oggi tiene assieme comunità che hanno lingue e religioni diverse ma gli stessi interessi concreti. Litigare e polemizzare fra di noi si fa contenta solo Roma. Liti e divisioni sono suicide. Non ci sono alternative alla dimensione d’azione padana: non a caso l’Italia odia l’idea di Padania e ne è terrorizzata. Da lì partono tutte le più pericolose sciocchezze: “la Padania non esiste”, “le comunità padane sono diversissime fra di loro”, “si rischia di passare dall’egemonia romana a quella milanese” e via sproloquiando. Il guaio è che si trova sempre qualcuno pronto ad abboccare.
Non facciamoci fregare anche questa volta. Nessuno può sapere se faremo tante comunità indipendenti o una federazione di popoli liberi: deciderà la gente. Per farlo però bisogna uscire dalla prigione e si può evadere solo in massa, tutti assieme coordinando gli sforzi.
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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » mer gen 15, 2014 10:40 pm

Immagine
http://img571.imageshack.us/img571/5017 ... veneto.jpg

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http://img24.imageshack.us/img24/3673/treinonda.jpg

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QUEI “REDUCI DEL LEGHISMO” AMMALIATI DA MARONI

Oneto, Formentini, Pagliarini

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http://img839.imageshack.us/img839/604/ ... dobian.jpg

http://www.lindipendenza.com/arrighini-cerchio-magico

di GIULIO ARRIGHINI*

Quando ho ricevuto l’invito a partecipare alla trasmissione “In Onda” sul canale La7, sapevo che con me avrebbero partecipato altri ex della Lega Nord e, avevo dato per scontato, che non sarebbero mancate note critiche rispetto ad un’esperienza che tante volte abbiamo definito amara e deludente. Mai mi sarei aspettato di sentire dai miei “compagni di trasmissione” valutazioni benevole verso una presunta evoluzione del partito di Maroni-Bossi, senza che ci sia dato a sapere se c’è, e quale potrebbe essere, la nuova linea politica di quel movimento.

Gli anziani signori presenti, sovrapponendo le voci e rubandosi il microfono a vicenda, gareggiavano nell’arte dell’accreditamento, da “padri nobili” del pensiero autonomista-federalista. Ho persino sentito dire che “ci vorrebbe piu’ Lega”(!). A tal proposito spero che l’amico Gilberto Oneto intendesse dire altro. In quanto a me, il conduttore (i giornalisti sono un’altra categoria) non mi ha consentito di esprimere una sola opinione. Si è tentato di farmi passare per barbaro sognante, quando io, ho precisato, semmai che sono solo orgogliosamente barbaro. Forse è questo il motivo per il quale non mi è stato concesso l’uso del microfono.

Avrei voluto dire che i “cerchi magici” non sono un’invenzione dell’ultima stagione leghista. Composti a turno da soggetti che si avvicendavano alla corte del principe, servili, leccapiedi, opportunisti, non condizionavano l’azione del “Capo”, ma assecondavano e annuivano ad ogni sua nuova trovata, ridevano delle freddure che questo propinava, partecipavano allo scherno dell’ultimo malcapitato, infierendo a gara per compiacere il padrone. Mai un motto di dignità che contrastasse la mala gestione del partito. Nei “cerchi magici” si trovavano tutti coloro che stavano ai vertici del movimento, sindaci di importanti capoluoghi, ministri della Repubblica, anche l’ineffabile ex sindaco di Milano Marco Formentini, l’ottuagenario “maronientusiasta” che prima di (ri)convertirsi al leghismo è stato socialista, poi leghista, poi ha aderito all’Ulivo, poi membro del consiglio federale della Margherita. Alle primarie del Partito Democratico del 2007 ha sostenuto Rosy Bindi. Quella che secondo lui “è rimasta vergine perché nessuno se l’è presa”). Nel 2008 ha aderito alla Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi “poiché adesso il confronto politico avviene all’interno del centrodestra. La sinistra è irrimediabilmente persa”. Sorvoliamo sul vagabondare di Giancarlo Pagliarini e delle sue alleanze con “La Destra” di Storace.

Per fortuna qualcosa di intelligente si è potuto sentire dalle parole del capo-redattore di questo giornale, Leonardo Facco, non a caso definito pericoloso dal direttore del giornale Alessandro Sallusti. Del resto, le idee innovative e gli uomini che vogliono essere liberi, come noi, sono sempre stati ritenuti pericolosi.

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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » mer gen 15, 2014 10:40 pm

Il “venetismo” senza il “padanismo” è destinato alla sconfitta

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http://www.lindipendenza.com/ventismo-p ... o-beggiato

di GILBERTO ONETO

Il botta-risposta fra i veneti Sergio Romano ed Ettore Beggiato pubblicato nei giorni scorsi sul nostro quotidianoè una sorta di perfetto paradigma della situazione che sta vivendo il mondo autonomista. Da una parte c’è il centralismo più paludato e furbetto, dall’altra l’ingenuità che sconfina con la dabbenaggine di certo autonomismo.

Agnoli ha già brillantemente evidenziato come l’idea stessa di Nazione naturale e volontaria esuli da ogni presunta persistenza storica. Ha però qualche ragione anche Romano quando stigmatizza come velleitario sostenere che solo il Veneto attuale si possa porre come naturale erede e continuatore della Serenissima e che sia pertanto piuttosto pretestuoso associare in forma quasi monopolistica l’odierno venetismo con la storia antica di Venezia. Romano è un uomo colto, intelligente e “moooolto” politicamente corretto, che in passato ha scritto anche alcune pagine toste contro l’italianità ma che da molto tempo è diventato scaltro e prudente difensore della cultura “ufficiale”. In questa occasione dà in maniera molto elegante la patente di ignoranza agli autonomisti e la cosa gli è resa facile proprio dal comportamento di una bella fetta dell’autonomismo, non solo veneto, che dedica poca attenzione allo strumento culturale nella lotta politica e che troppo spesso mostra una visione della storia che sembra tratta direttamente dalle figurine Lavazza.

Bisogna riconoscere che Romano è stato signorile e non ha infierito più di tanto, ma non lo ha fatto solo per mantenere il suo ammirevole aplomb ma anche (e, in questo caso, soprattutto) per non dover approfondire la vicenda Veneto-Venezia che lo avrebbe costretto a conclusioni scabrose per il suo quieto vivere istituzionale e professionalmente diplomatico. Avrebbe potuto e dovuto affrontare non solo il rapporto fra il contado e la città ma esaminarlo nelle sue fasi ed evoluzioni temporali. Dopo un primo, lungo e fortunato, periodo in cui la città-Stato aveva sviluppato esclusivamente la sua vocazione commerciale e marittima senza mostrare troppo interesse per l’entroterra, Venezia (con la chiusura delle vie d’Oriente) ha mostrato l’avvedutezza e la modernità della sua classe dirigente iniziando la costituzione di un dominio di terra che le consentisse quel “peso” che le avrebbe permesso di confrontarsi con i cambiamenti della politica europea, anticipando di due secoli gli esiti di Westfalia e la nascita degli Stati moderni. Il suo solo, naturale e logico sbocco era la valle del Po, la sua aspirazione era di diventare uno Stato padano, anzi il solo Stato padano. Si era a quel punto riproposto l’antico devastante scontro con Milano che è stato per molti secoli la principale causa delle nostre disgrazie. Se ad Agnadello fosse andata diversamente, Venezia sarebbe diventata la capitale di una efficiente e potente Padania, e forse una parte di Nuovo mondo (oltre che l’intera vallata padana) parlerebbe oggi veneziano. Ma è andata diversamente e Venezia con molto pragmatismo ha saputo gestire la sconfitta e procrastinare l’inevitabile declino per il suo ruolo di potenza sempre più marginale. Insomma Venezia è finita perché non era riuscita a diventare Padania.

Questo ci porta all’atteggiamento autolesionista di tanti autonomisti “fai da te”, in questo caso quello venetista (rappresentato dal pur ottimo Beggiato) che molto poco serenissimamente rinuncia alle sole armi vincenti che hanno tutti gli autonomismi padano alpini: il riconoscimento della volontà popolare quale fonte di autorità e il progetto di Padania, grande confederazione di diversi, di libertà e di autonomie. Di Padania grande Svizzera. Un autolesionismo che, nel caso specifico, va anche contro la corretta interpretazione proprio della storia che si vuole come base identitaria.

Serve ricordare a troppi garruli e smemorati venetisti che la Lega con un progetto padanista arrivava al 35% e gli autonomisti puri e rissosi, pur sventolando gloriosi vessilli di cui si sono generosamente appropriati, viaggiano su prefissi telefonici. La sola volta che l’Italia ha davvero tremato per la propria sacra unità è stata davanti al progetto padanista prima che questo si sciogliesse nella brodaglia bossian-trotiana. Ma l’abuso non giustifica la fine dell’uso: il contrario è – appunto – autolesionismo. Non ci sono alternative: non lo sono le macroregioni democristiane della Lega MTV, non lo sono le Euroregioni più o meno transfrontaliere, non lo sono i deliri paflagonici.

Il Veneto era una delle parti della Serenissima, ed è oggi una delle regioni inventate dall’Italia. Rispetto alle altre ha forse un labile vantaggio di maggior persistenza della lingua locale (per cui però non si è riusciti a garantire una declinazione di alto livello culturale), ma questo non esime dal riconoscere la volontà della gente superiore a qualsiasi ristagno della storia. La storia è uno straordinario strumento di identità e di lotta politica ma la si deve maneggiare con cura e non la si può stravolgere o inventare. Vengono criticate le interpretazioni vere, figuriamoci quelle di fantasia: si dà solo il destro agli italianisti per fare emergere le contraddizioni, per dividere gli autonomismi. Era già successo tanto tempo fa che questa terra perdesse la propria libertà perché le tribù si erano illuse di poter fare ognuna per conto suo. Anche quella volta la palma del masochismo era andata ai Veneti. Non ai Veneziani.

Tutti auguriamo al venetismo il miglior successo, tutti gli autonomisti e gli indipendentisti (veneti, padani, europei e dell’universo mondo) sarebbero felici se il Veneto diventasse indipendente ma sembra che certi venetisti stiano facendo di tutto per non dare loro questa gioia.
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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » mer gen 15, 2014 10:41 pm

Padania sì, Padania no: sicuri che il problema sia proprio questo?

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http://www.lindipendenza.com/padania-si ... rio-questo

di GIANLUCA MARCHI

L’articolo di ieri di Gilberto Oneto, che ha tracciato un inventario di quel che c’è nel mondo autonomista-indipendentista (un quadro realistico e desolante, se non fosse per il sentimento che pervade ancora molte persone), non ha mancato di sollevare il solito dibattito fra padanisti e non padanisti. C’è chi crede che la Padania sia ancora una prospettiva utile e necessaria per mollare definitivamente l’Italia – e l’amico Gilberto è sicuramente fra questi – e c’è invece chi vede la Padania come il fumo negli occhi, timoroso com’è che un presunto milanocentrismo sia addirittura peggio del romacentrismo. Diciamo che, per gli anti-padani, molto ha influito l’esperienza negativa della Lega Nord, che è stata l’artefice del recupero e dell’affermazione di questa entità. I più scatenati contro la Padania sono soprattutto i Veneti, spesso ex leghisti, che magari soffrivano ma non si lamentavano più di tanto quando militavano in un movimento che imperversava in tutto il Nord al grido di “Padania libera” e che ora non perdono occasione per ricordare che quella cosa lì non l’hanno mai digerita, così come a malapena sopportavano il capo Umberto Bossi, salvo tenersi alla larga da ogni possibile contestazione al Senatur imperante. In realtà già in quegli anni era diffuso un certo sentimento anti-lombardo (essendo a predominanza lombarda i vertici massimi del Carroccio), e tuttavia veniva sopito sull’onda dei successi elettorali leghisti. Adesso che quella stagione non esiste più, i sentimenti irrisolti vengono a galla come una forza a lungo repressa.

E’ giusto o sbagliato tale atteggiamento? Personalmente in buona parte lo giustifico, ma ciò non significa che consideri invece sbagliato l’atteggiamento dei padanisti. Anzi. In soldoni il ragionamento che fanno Oneto e soci può essere così riassunto: la Padania, a parte essere entrata nell’immaginario collettivo, quindi tutti sanno, anche al Sud, cosa significhi quando a essa si fa riferimento, la Padania, dicevo, richiama un’entità geografico-territoriale con una massa critica sufficientemente corposa per costringere in ginocchio lo Stato italiano e costringerlo a sedersi a un tavolo per trattare la resa. Difficile, per costoro, che possa succedere la stessa cosa se a “rivoltarsi” fosse una singola regione, fosse anche la Lombardia forte dei suioi dieci milioni di abitanti. Come dare torto a questo punto di vista? Poi, dicono i padanisti, una volta ottenuta l’agognata indipendenza da quello schifo che è lo Stato italico, ogni realtà territoriale sarà libera di scegliere il proprio destino, cioè se far parte di una confederazione padana o cisalpina che dir si voglia, oppure se procedere verso uno Stato autonomo. Non mi pare che tale discorso sia privo di una sua logica, tutt’altro.

Gli anti-padanisti viscerali (esacerbati, come detto, dallo scempio che la Lega ha fatto del termine Padania) temono invece che al potere romanocentrico si sostituisca un presunto potere milanocentrico. Anzi, spesso arrivano a pensare che sia quasi meglio il primo al secondo. O, se proprio non lo pensano direttamente, si comportano in modo da far pensare che così sia. Tutto ciò, a mio parere, finisce per depotenziare il fronte autonomista-indipendentista, che avrebbe invece bisogno di una forza momentanea e trasversale per rompere le catene in cui sono imprigionate le terre padano-alpine (geograficamente parlando). La Padania, o come la si voglia chiamare, dovrebbe essere una sorta di “alleanza temporanea” per perseguire il risultato che tutti noi aneliamo, cioè l’indipendenza, dopodiché ciascuno imboccherà la strada che riterrà più consona.

L’unica variante a questo percorso inizialmente comune e poi individuale, chi scrive la intravvede nel possibile ma per ora non probabilissimo svolgimento del referendum per l’indipendenza del Veneto: sarebbe quello un passaggio che innescherebbe un efetto domino, subito dopo destinato a chiamare in causa la Lombardia e probabilmente altre Regioni. In tal caso, onore agli amici Veneti per aver aperto il varco, ma si costituirebbe pur sempre (in maniera temporanea, lo ripeto) un fronte padano-alpino o cisalpino in grado di costringere lo Stato italico a firmare la resa.

Tutto ciò per dire che una guerra permanente fra padanisti e anti padanisti finisce per fare solo il gioco di Roma. Sicuri che si voglia proprio questo?

Comenti================================================================================================================================

Alberto Pento
15 Gennaio 2014 at 8:14 am #
Caro Marki
a te te ghè dexmentegà ke el projeto Padania lè ancora ancò entel nome del partido de Bosi, Maroni, Salvini, (Toxi e Xaia):
Lega Nord per l’indipendenza della Padania.
La Padagna la xe ancora en man a sti fanfaroni talego-padani e tuto coelo ke se podaria far par la “nova/vera/bona e pura” Padania de Oneto e forse anca tua el ndaria a finir par forsa ente la sporta de la Lega Nord, anca se no lo volarisimo.
Te capisi anca ti ke ente ste condision no se pol far gnente.
E dapò Oneto e sodali, da ani daromai, li ga el brùto visio, la cativa creansa de dexmentegarse el nostro nome, naltri a ghemo on nome ke se staga ente la Talia, ente la Padania o ente l’Ouropa e lè coelo de Veneti, se gnanca gavì la cosiensa, la creansa, el respeto, la grasia el ben o l’amor de ciamarne col nostro nome e ne lo neghè ogni volta ke verxi la vosta “bocàsa” cosa volio e podio pretendare da n’altri ?
Enparè par enanso a ver cosiensa e creansa, grasia e ben par naltri veneti e dapò ghe ne reparlaremo.
Mi a go parlà par mi!

erik
15 Gennaio 2014 at 12:26 pm #
concordo pienamente! no go gniente da xontar.
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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » gio gen 16, 2014 8:56 am

I confini della Padania

Gilberto Oneto

Gianfranco Miglio ha scritto: “Un altro concetto tipicamente legato all'esperienza dello stato nazionale è quello di "confine", anch'esso destinato, stante l'attuale evoluzione dell'economia e della tecnica, a divenire un anacronismo politico-giuridico, tutto l'opposto di quello che ci hanno insegnato i maestri di diritto pubblico.
Quella di fissare confini rigidi e immutabili e di farli rispettare con la forza è una vecchia mania della politica dell'età dello stato moderno. Qualcuno pensa ancora che basti un confine per difendere le identità”.
Alla luce di queste parole sembrerebbe del tutto inutile, quasi patetico, perdere tempo a definire quali siano i confini della Padania. Lo sarebbe sicuramente se volessimo ricercare dei confini come quelli cui ci ha abituato il nazionalismo ottocentesco e novecentesco, e che Miglio ha condannato assieme alle ideologie che li hanno inventati e ne hanno quasi fatto l’elemento fondamentale dei rapporti fra le comunità: si pensi alle tragiche sciocchezze di guerre sanguinosissime combattute per spostare paletti di confine di qualche chilometro.

Si pensi ai più di 100 morti o feriti per chilometro quadrato di “terre redente” dell’immondo macello della guerra del 1915-18, funerea apoteosi di italianità.

Lo stesso Miglio, in uno stupefacente intervento a un Convegno sul Federalismo, tenuto a Stresa nel 1994, aveva illustrato la sua idea di confini, parlando della “geografia delle enclavi” come della più compiuta forma di geografia di libertà. Anche nel suo pensiero i confini non devono cioè essere una affermazione di diversità ma la presa d’atto delle diversità liberamente espresse dalle comunità grandi e piccole.

La più autentica manifestazione di questo complesso groviglio di espressioni identitarie e libertarie poteva essere ritrovata nella condizione dell’Europa medievale, un complicatissimo patchwork di macchie colorate di dimensioni diversissime, dai margini complicati, dalle sovrapposizioni di sovranità, la materializzazione di un mondo straordinario fatto di rapporti complessi, di diritti sovrapposti e coabitanti, di accordi e contratti fra comunità e fra categorie, di diritti che convivevano sugli stessi territori, di antichi fueros e franchigie che regolavano i rapporti fra individui, categorie, comunità e grandi sovranità.

Il Sacro (ahimè) romano Imperatore regnava su una colossale “macedonia” di colori diversissimi, fatta di entità territoriali con rapporti giuridici complessi, con patti e impegni di sudditanza diversi e perennemente rivisti e contrattati, su una Europa ravvivata dai “mille colori delle libertà”, secondo una stupenda immagine di Solgenitzin.

In quel mondo di tante libertà i confini erano solo dei segni convenzionali, dei marcatori di diritti e di proprietà, di dazi e di franchigie che derivavano dal groviglio di autorità e autonomie e ne segnavano le fattezze fisiche. A noi oggi piacerebbe ritrovare una Europa fatta come allora di mille colori e non come quella di oggi, abbozzata con poche sfumature di grigio prodotte dalle regolarizzazioni giacobine, dagli stati nazionali e dalla funerea burocrazia comunitaria a cui piacciono regolarità prefettizie, confini diritti come quelli degli stati americani o nessun confine per costruire una indistinta melassa multiculturale e un potere politico ed economico apolide e mondialista. Noi vogliamo l’Europa delle enclavi, dalle mille lingue, dalle mille bandiere e libertà, come quella in cui Andorra o Campione erano la norma e non una stravagante curiosità per turisti o giocatori d’azzardo. In questa luce dobbiamo vedere i confini interni ed esterni della Padania: una espressione delle identità e delle libertà di tutte le comunità. L’identità non si costruisce però – come vorrebbero alcuni mondialisti mascherati – solo sulla libera decisione di singoli e gruppi.

La volontà delle genti costituisce il suggello di identità che esistono oggettivamente, che possono anche cambiare, ma che sono basate su esigenze e condizioni concrete. Che sono poi quelle che determinano le libere scelte, che distinguono le affermazioni responsabili dai capricci ideologici. Esiste una sussidiarietà dell’identità: ciascuno può sentirsi individuo, parte di una famiglia, di una comunità locale o di una Heimat più o meno grande, ma anche membro di una corporazione professionale, parte di un interesse economico stabile, di un corpo intermedio, di una comunità religiosa o altro.

Ma si tratta sempre di aggregazioni che hanno un fondamento oggettivo e forte che non è solo frutto della volontà dell’individuo o di un suo sfizio temporaneo. In questo senso i confini che proponiamo sono la presa d’atto di situazioni storiche, culturali, etno-linguistiche, socio-economiche che sono l’elemento portante dei liberi riconoscimenti identitari. I confini interni della Padania dovranno essere la radiografia di realtà antiche e consolidate che vanno naturalmente suffragate e attualizzate dalla volontà della gente. Oggi si parla tanto di riforme ma si dimentica un elemento fondamentale: che non si possono cambiare le istituzioni senza cambiare l’architettura delle istituzioni, la loro territorialità, la forma fisica stessa delle loro competenze. Come si fa a cambiare (che sia con un aborto di devoluzione o mediante una espressione più vitale di indipendentismo) restando all’interno della gabbia giacobina, fascista e prefettizia di comuni, provincie e regioni costruite a tavolino per ragioni statistiche e poliziesche? È totalmente e furbescamente assente dal dibattito proprio l’elemento che riguarda il cambiamento dei soggetti e quindi dei confini che sono la loro fisicizzazione sul terreno. L’Insubria o la Ladinia sono – ad esempio - patrie organiche cancellate dal centralismo devastatore: come le si libera e ricostruisce senza una loro ridefinizione fisica, senza dei confini (che sono come i contorni di un ritratto), senza che si demolisca la gabbia delle artificiose definizioni burocratiche imposte con quel tipo di confini che Miglio ha criticato? Ci sono poi i confini esterni della Matria padana, dell’Aimo (termine longobardo che equivale a quello germanico di Heimat), che non devono avere la stessa valenza idiota dei “sacri confini” tricolori ma essere il segno, il margine della padanità. Non sono un obiettivo militare ma una sorta di limite estremo della padanità: all’interno di quella linea ci sono comunità che sono oggettivamente e legittimamente parte della comunità padana e che – se lo vogliono – possono ratificare questa loro appartenenza (con rapporti, associazioni e contratti tutti da vedere e da discutere), all’esterno ci sono “altre” comunità che nulla hanno a che vedere con le nostre origini comuni, con la nostra storia di divisioni e di lotte ma anche di uniformità, con tutte le cose che servono a definire una comunità se questa ha voglia di essere definita. In un passato recente sono state fatte passare per padane comunità che non c’entrano niente: Toscani con una forte, precisa e gloriosa identità propria, paesi italiani finiti dentro per una acritica, ottusa e colpevole accettazione di confini imposti dagli oppressori. Sono stati pubblicati studi e carte che sono il frutto di elaborazioni culturali di tanti anni, di ricerche e di verifiche: si possono oggi definire i confini della Padania (il contorno del volto di una Matria comune) sulla base di precise prese d’atto di margini etno-linguistici, di segni storici e di caratteri sociali. È il segno del netto, robusto e antico legame fra la gente e la sua terra. Ma è anche da intendersi come un confine massimo. Nessuno darà mai uno spintone o sparerà un colpo per affermarli, per raggiungerli: se ci si arriverà sarà solo in virtù della libera scelta delle donne degli uomini che abitano e lavorano all’interno di quella linea derivata da antiche consuetudini e dal travagliato lavorio della storia. Ma attenzione: che nessuno fuori da quel margine pretenda di essere padano o di vantare diritti (di solito di sfruttamento) sulla nostra gente!
Il federalismo – cito ancora una volta Miglio – è il diritto di stare con chi si vuole e con chi ci vuole, ma anche di non stare con chi non si vuole stare.
È piuttosto significativo (anche se non proprio entusiasmante) che il nostro risveglio identitario sia in larga parte anche la reazione a uno sfruttamento economico, a una oppressione condivisa. È successo e succede in cento processi di autodeterminazione che l’istanza economica faccia da traino alla ripresa di coscienza identitaria e comunitaria.

È però importante che sia sempre ben chiaro il margine dei contorni in cui ha il diritto di manifestarsi la nostra libera volontà di stare assieme. Il margine, il confine della Padania sarà del tutto aperto agli amici, alle idee, alle merci e alle ricchezze che non mettano a repentaglio le nostre libertà, la nostra prosperità e la nostra identità. Sarà invece una impenetrabile muraglia per prepotenti, per oppressori, per chi vorrà ricominciare a mettere le mani nelle nostre tasche. I confini sono la presa d’atto delle estensioni territoriali di realtà identitarie organiche e non devono più essere delle gabbie entro le quali “colare” delle identità inventate o imposte.

Inserito da: Veronesi in data 10/11/2002, ore 15:19
Scritto in Padano per la parte ScuoleQuadri di MGP Federale

So come ke la dovaria esar l'Ouropa a so d'acordo co Oneto ma no so sta Padagna, ke la dovaria ciaparr el posto del stado talian par le xenti del nord penixla.

Anca l'analexe storega de Oneto, so l'ara ke lu ciama padana, no la xe par gnente bona.
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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » gio gen 16, 2014 9:59 am

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Re: L’envension de ła Padania o Padagna

Messaggioda Berto » lun gen 20, 2014 9:05 am

Cari padanisti, la nazione è roba giacobina. Serve un’altra strategia

http://www.lindipendenza.com/cari-padan ... -strategie

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http://www.lindipendenza.com/wp-content ... niamap.jpg

di MARCO BASSANI

Il mio amico Gilberto Oneto è un vero padanista da svariati decenni e questa coerenza gli va riconosciuta. Così come il vero cantore dell’idea culturale contemporanea di padanità è stato il grande Gianni Brera, il suo complementare politico è Oneto.
Gilberto non ama la Padania quale invenzione di un partito politico, ma semmai non riesce a staccarsi del tutto da un partito che aveva fatto di questa “nazione” senza Stato la propria bandiera.

Per Oneto la Padania è un concentrato positivo, un precipitato storico ed etnico che racchiude tutto ciò che l’Italia non è. Ma soprattutto, abitata da popolazioni laboriose, non particolarmente portate a delinquere, la Padania è, al contrario dell’Italia, una “nazione”. Da Torino a Trieste, da Rimini ad Aosta si snoderebbe l’unica vera nazione d’Europa, giacché “l’etnia padana [è] forse la più omogenea d’Europa”. Come ricordava ancora Gianni Brera: “Nessun Paese al mondo può vantare la coerenza etnica della Padania. Da Torino a Rimini puoi distinguere la gente, al più, dalle barzellette che si raccontano”.

Oneto è uno scrittore infaticabile e autore di pregevoli libri sul Risorgimento, sull’unificazione impossibile, ed è anche storico e geografo della Padania: si è dato da fare per anni a cercare di mettere in testa ai meno accorti dove la “nazione” iniziava e finiva. Non ce l’ha fatta.
Nel 1996 quando l’imperialismo o l’ignoranza bossiana portarono la Lega ad annettersi la Toscana, tutte le Marche e l’Umbria, Gilberto deve aver pensato che si trattasse di un errore di imperizia, che sarebbe stato corretto nel tempo. Così non è stato. Fermate un leghista per strada (se riuscite ormai a trovarlo) e non sarà in grado di dire fin dove arriva la “sua” nazione.
I confini padani sono invero certi e di carattere essenzialmente linguistico, come ben chiarisce Sergio Salvi, autore del prezioso “L’Italia non esiste”, che definisce la Padania come il Paese nel quale il mi (o il me) suona.

Son tutte cose vere, per carità, ben degne di essere studiate, approfondite e meditate. Ma la sensazione è che, dopo aver segnato una breve stagione due decenni or sono, siano ormai totalmente prive di portata politica.

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Il fatto è che la nazione è un’astrazione vecchia. Fu l’ultimo vessillo innalzato dalla morenti monarchie assolute e diventato poi la nozione politica centrale dei giacobini e del loro maggior prodotto: Napoleone. Intorno al corpo mistico della nazione si è ristrutturato l’intero concetto di rappresentanza politica democratica che si trascina, seppur stancamente, anche all’interno della Costituzione italiana (art. 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”). Il che equivale a dire agli eletti: il vostro reale territorio, ossia i poveri pirla che vi hanno votato non contano e non dovete neanche ascoltarne la “voce”, perché siete i rappresentanti di una creatura metafisica, che trascende territorio, popolazioni e che costituisce una vera “unità di destino”. La Nazione infatti non è un dato empirico, non è un territorio, né un’aggregazione o una convivenza umana di uomini e donne che parlano una lingua comune. È – come mirabilmente riassumeva la Falange spagnola – “un’unità di destino. Una realtà storica. Un’entità vera in se stessa, che ha saputo compiere, e dovrà compiere ancora, missioni universali”.

Ora, il punto è: si può usare un concetto pericoloso, che infiniti lutti addusse all’Europa, per sparigliare una costruzione, illuministica, giacobina e massonica quale l’Italia? Possono le vere nazioni “esistenti” nel territorio italiano, Padania, Napolitania, Toscana, Sardegna e altre ancora essere il motore di una generale rivolta contro lo status quo che sta annientando tutti? Francamente non lo credo.

La battaglia intrapresa dai veneti – quella del referendum regionale per l’autodeterminazione – mi appare la meno ideologica, la più razionale e l’unica capace di sfruttare al meglio la Regione. Istituzione che certo oggi gode di pessima stampa, ma almeno esiste, delinea con chiarezza confini, ha proprie rappresentanze politiche e potrebbe far valere la propria voce. Quando apparirà nero su bianco, nel corso di un referendum che si potrà anche chiamar consultivo (ma se il popolo si pronuncia su questioni di tale gravità è automaticamente deliberante), che la maggioranza degli abitanti di una Regione non vuol più far parte dell’Italia i termini del discorso politico in questo Paese saranno mutati per sempre e Letta, Renzi, Berlusconi cadranno nel più insensato dei ricordi.

In breve, non vi è nulla di facile, ma le regioni esistono, non sono tutte uguali davanti al fisco e potrebbero coltivare insopprimibili voglie di libertà.
Le convivenze umane si riorganizzano costantemente, ma son sempre legate alla concretezza di un territorio, non di una metafisica idea di nazione.

In ogni caso, un certo partito politico che voleva parlare a nome del Nord ha sfruttato il termine Padania fino a privarlo di ogni sbocco concreto. Padania suona ormai come un modo per procrastinare sine die la liberazione dall’Italia. È stata la parola d’ordine e l’ombrello all’ombra del quale sono state costruite vergognose carriere politiche purtroppo non ancora concluse. Ancor oggi il segretario della Lega afferma senza mezzi termini che di indipendenza non se ne parla, conviene anzi allearsi con i fascisti d’Oltralpe perché bisogna liberar dall’Europa e dalla sua moneta sia italiani sia padani e poi si vedrà.

Il futuro mi sembra appartenere alle piccole non-nazioni (in senso ottocentesco). La tana libera tutti la aspettiamo ormai dalla Catalogna: un’entità politico-amministrativa costituita per il 50% da persone non di etnia catalana, ma che hanno riposto tutte le loro speranze in quelle terre. Proprio per questo ho sempre sostenuto che proprio come han fatto i catalani, lombardi e veneti devono conquistare alla causa indipendentista tutti gli abitanti del loro territorio.

Stretti nella morsa di una nazione inesistente, ma fiscalmente fin troppo attiva, l’Italia, e di una Padania agognata da qualcuno, lombardi e veneti stanno vedendo crollare tutte le loro speranze di lasciare ai propri figli una qualche possibilità di costruire un’esistenza dignitosa e di benessere. Forse utilizzare le deboli, ma esistenti istituzioni regionali può essere la strada giusta per far saltare un banco contro il quale non solo noi, ma anche i nostri concittadini meridionali, son destinati a perdere sempre.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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