Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Re: Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Messaggioda Berto » lun apr 20, 2015 6:31 am

Carcere ai giornalisti, l'Europa è ipocrita e vittima dei burocrati

http://www.ioamolitalia.it/editoriale/c ... crati.html

Chiedo scusa al direttore e amico Alessandro Sallusti. Ho tentato di aiutarti, nella mia veste di parlamentare europeo, per denunciare l'orrore giudiziario che ti ha condannato a 14 mesi di carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Ho finora fallito nel presentare una semplice “dichiarazione scritta”, che consente ai deputati europei di aprire o rilanciare un dibattito importante su un tema di competenza dell'Unione Europea.

Facendo leva sull'articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea che recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera” e “La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati”, ho elaborato una “dichiarazione scritta” in cui menzionavo esplicitamente il tuo nome e il tuo caso come esempio plateale della violazione della libertà d'espressione da parte di una magistratura tutt'altro che imparziale. Mi è stato detto che non è consentito fare riferimento a un caso specifico, perché il tema della Giustizia è di “competenza concorrente”, cioè non esclusiva dell'Unione, e che pertanto la questione deve essere presentata in termini generici di libertà di espressione e di stampa. Poi mi hanno detto che non potevo menzionare l'Italia, dal momento che è uno dei pochi Paesi europei dove la diffamazione viene punita ancora come reato penale e non solo civile con una sanzione pecuniaria. Citare l'Italia comporterebbe effettuare distinzioni tra i vari Paesi europei e, pertanto, mi è stato chiesto di affrontare l'argomento in termini generici validi per l'insieme dell'Unione Europea. In ultimo mi hanno detto che non posso neppure menzionare specificatamente il reato di diffamazione, perché mi spiegano che la “dichiarazione scritta” deve essere propositiva, fornire contributi positivi e non menzionare questioni negative.

Ed è così, caro direttore, che la versione finale, tuttora in attesa di approvazione, si limita a dichiarare genericamente la necessità di garantire la libertà di espressione in tutti gli Stati membri dell'Unione Europea e di armonizzare la legge in materia in modo uniforme tra tutti i Paesi. Di fatto mi viene consentito di ripetere i contenuti contemplati dai Trattati e dalla Carta Fondamentale dei Diritti!

Questa è la libertà di cui godiamo in Europa! Un'Europa che ci impone l'80% delle nostre leggi nazionali, che sono la semplice trasposizione delle direttive e dei regolamenti concepiti in seno alla Commissione, i cui 40 mila burocrati non sono stati eletti e non rispondono del loro operato a nessuno. Un'Europa che viola il fondamento della separazione dei poteri dello Stato di diritto, attribuendo alla Commissione sia il potere esecutivo sia il potere legislativo, disponendo della prerogativa di avviare l'istanza legislativa. Un'Europa che pur essendo un'organizzazione internazionale esercita un potere invasivo nella legislazione dei Paesi aderenti, quando questa facoltà è di esclusiva pertinenza degli Stati.

Un'Europa che si attribuisce la “competenza esclusiva” in settori strategici (unione doganale, mercato interno, politica monetaria, pesca, politica commerciale comune), dove solo l'Unione può legiferare e adottare atti giuridicamente vincolanti. Un'Europa che quando si attribuisce una “competenza concorrente” in taluni ambiti (libertà, sicurezza e giustizia), la fa comunque da padrone dal momento che gli Stati membri esercitano la loro competenza nella misura in cui l'Unione non ha esercitato la propria, così come gli Stati membri esercitano nuovamente la loro competenza nella misura in cui l'Unione ha deciso di cessare di esercitare la propria.

Un'Europa che è distante anni luce dai reali problemi degli italiani così come attesta la volontà di espropriare dei loro beni circa 28 mila imprenditori balneari nel nome della Direttiva Bolkenstein del 2006, concependo gli stabilimenti balneari esclusivamente come servizi da liberalizzare e fregandosene del fatto che sono innanzitutto beni creati con il sudore della fronte di generazioni di italiani perbene che si sono indebitati e che hanno investito le loro risorse su un terreno demaniale perché lo Stato glielo ha chiesto e imposto. Beni che danno il lavoro a 300 mila dipendenti e fruttano 225 miliardi di euro all'anno, pari al 15% del Pil. E noi dovremmo consentire questo esproprio deciso dai burocrati di Bruxelles con l'avvallo di governi italiani conniventi, per favorire la speculazione finanziaria globalizzata?

No grazie! Non la vogliamo quest'Europa dei banchieri e dei burocrati, senz'anima, che si vergogna delle nostre radici, che svende i valori non negoziabili, che tradisce la nostra civiltà.
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Re: Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Messaggioda Berto » mar ott 27, 2015 9:27 pm

Elezioni in Polonia: vince la destra anti-Ue
Il terzo partito è Kukiz'15 che prende il nome dal cantante rock fondatore
VARSAVIA
26 ottobre 2015
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca ... cb5f7.html

Vince, in Polonia, il partito di destra anti-Ue all'opposizione Diritto e Giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski con il 39,1% delle preferenze. Candidata premier è Beata Szydlo. Per Piattaforma civica del centro del primo ministro uscente Ewa Kopacz si registra un 23,4% delle preferenze.
La destra anti-Ue di 'Diritto e Giustizia' ha anche i numeri per formare un governo da sola. Se i numeri degli exit poll fossero confermati infatti il Pis avrebbe 242 seggi su 460 alla Camera, e la premier designata Beata Szydlo non dovrebbe cercare alleati per governare. I centristi di Piattaforma civica, attualmente al governo, otterrebbero solo 133 seggi.

Il terzo partito è Kukiz'15 che prende il nome dal cantante rock fondatore e che ha ricevuto il 9% i voti. Gli altri due partiti del Sejm saranno Nowoczesn.pl (Moderna) del liberale Ryszard Petru con il 7,1% dei voti e il Partito dei contadini (Psl) con il 5,2% delle preferenze. Fuori dalla Camera bassa, perché sotto la soglia di sbarramento dell'8%, rimangono il partito Sinistra unita (Zl) che ha avuto il 6,6%, la formazione di Janusz Korwin-Mikke con il 4,9%, e quella di sinistra sociale Razem (Insieme) di Adrian Zandberg con il 3,9%. Secondo lo stesso exit poll l'affluenza è stata del 51,6%.

Nessuna forza di sinistra in parlamento - Per la prima volta nella storia della Polonia post-comunista, nessuna forza di sinistra ha ottenuto abbastanza voti per entrare in parlamento: lo prevede un exit poll "Ipsos" sui risultati delle elezioni polacche svoltesi ieri confermando che ad entrare nel Sejm saranno cinque formazioni definibili di centro o destra.
Mosca, rispettiamo voto ma rapporti non al meglio - La Russia "certamente" rispetta "i risultati delle elezioni in Polonia", ma "allo stesso tempo" si rammarica del fatto che "le relazioni bilaterali" tra i due Paesi "non sono nella forma migliore". Lo ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov.
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Re: Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Messaggioda Berto » dom mag 08, 2016 3:24 pm

???

DRAGHI E LA BCE VOGLIONO DISTRUGGERE I VOSTRI RISPARMI
di GERARDO COCO

http://www.miglioverde.eu/draghi-la-bce ... i-risparmi

Negli ultimi quattro anni la banca centrale europea ha tentato di tutto per produrre crescita e inflazione ma ha ottenuto l’esatto contrario: meno crescita e più deflazione.
Dopo quattro anni dal famoso whatever it takes, Mario Draghi è al punto di partenza. Il presidente, per perseguire l’obiettivo dell’inflazione del 2% ha ridotto il tasso di interesse non una volta, non due, neppure tre ma ben quattro volte e infine li ha portati sottozero.
Ha ampliato il quantitative easing da 60 a 80 miliardi di titoli pubblici e ora ci prova con i corporate bonds emessi da società non finanziarie, controllate per giunta da società estere, le quali vista la convenienza a comprare euro per indebitarsi a tassi infimi, lo stanno rivalutando. La svalutazione della moneta unica proprio non gli è riuscita: l’inflazione ufficiale nell’eurozona è negativa (-2%).

Un fiasco completo. «Entrata nella tana del coniglio, Alice precipita in un buco profondo senza punto riflettere come mai avrebbe fatto per riuscirne fuori». Purtroppo non siamo nel paese delle meraviglie ma nel mondo reale e al fondo della tana non ci aspetta un’avventura fantastica ma l’incubo. Si tratta ora di capire quanto è profonda la tana, anzi la trappola in cui il coniglio Draghi ci ha fatto precipitare.

Innanzi tutto, perché questa ossessione dell’inflazione?
Crede Draghi che facendo pagare di più il carrello della spesa ai consumatori metta l’economia sulla strada della crescita? Crede che l’inflazione produca occupazione? Se il raggiungimento dell’inflazione fosse il vero problema dell’eurozona ci sarebbe un metodo infallibile per crearla subito senza tante contorsioni monetarie: basterebbe aumentare l’iva sui beni di consumo del 2%.
Et voilà l’inflation. Sarebbe allora finalmente chiaro (soprattutto ai media) che l’unico suo effetto sarebbe la riduzione del potere d’acquisto dei consumatori, non la crescita economica. Ma Draghi fermamente rivendica il sacro mandato della banca centrale europea: la stabilità dei prezzi. Già e poi cos’ha risolto? La stabilità dei prezzi nell’eurozona già c’è.
Stabilità significa che i prezzi non variano. E’ così grave che i prezzi siano li stessi dell’anno scorso e di quello precedente? Perché forzarne l’aumento e penalizzare i consumatori? Il problema, ovviamente, non è la stabilità dei prezzi. Il vero problema è che l’inflazione monetaria serve a puntellare i traballanti mercati borsistici e obbligazionari che senza stimoli monetari si affloscerebbero e, ovviamente, sostenere i governi che ormai si indebitano solo per pagare gli interessi.
Aumentare la velocità della circolazione della moneta, il numero di volte che l’euro passa da una mano all’altra, non serve a nulla se l’euro trasferisce perdite, o guadagni speculativi invece di guadagni di produttività. Incrementare la dotazione monetaria finora è servito a trasferire consumi e perdite e a tassi sottozero non produrrà né inflazione, né crescita ma deflazione perché le persone spenderanno sempre meno e risparmieranno di più per compensare l’inesistenza dell’interesse.

È così difficile capirlo? La Bce vuole che le banche eroghino più credito possibile e a tal fine ha imposto l’interesse negativo del 0.4% sulle loro riserve di liquidità in eccesso per forzarle a fare prestiti. Draghi crede che la crescita sia funzione dei prestiti, non importa quali e quanti. Più si presta, più crescita.
Questa è una teoria elementare con conseguenze nefaste. Il credito deve generare reddito e rifluire nelle banche altrimenti circola come un veleno moltiplicando investimenti speculativi e antieconomici che alla fine si risolvono in bolle generando panico (ci si è dimenticati della crisi dei mutui di dieci anni fa?). Si presume che le banche siano istituzioni conservatrici e che per proteggere il denaro dei clienti mantengano riserve in eccesso che depositano presso la banca centrale.
Le riserve rappresentano il margine di sicurezza per le esigenze di liquidità dei clienti. Ma dal 2014 Draghi ha imposto su tale margine di sicurezza un’imposta. Misura folle che rende le banche ancora più illiquide. Solo in Germania si è avuta una ribellione a questo diktat finanziario: l’associazione delle banche bavaresi ha infatti raccomandato alle associate di non depositare più le riserve presso la Bce ma di tenerle in contanti proprio allo scopo di proteggere la clientela.
Draghi finalmente è riuscito a formalizzare l’eliminazione della banconota da 500 euro ma non perché fosse uno strumento per attività illegali. Draghi vuole creare un sistema finanziario che distrugga l’incentivo a risparmiare per incoraggiare debito e consumo e siccome già avverte i prodromi della prossima crisi, vuole intrappolare i risparmiatori.
La dismissione delle banconote è un passo importante verso l’obiettivo dell’eliminazione del contante e l’imposizione aggressiva di tassi negativi per impedire corse agli sportelli e per costringere il pubblico a spendere per creare inflazione. In tale scenario nessuna persona razionale terrebbe soldi in banca ma Draghi vuole obbligare a depositarli in banche illiquide per essere soggetti a tassazione.
Una tassa sul denaro già tassato! Paradosso da Alice nel Paese delle Banche che ha il suo lato comico perché eliminando il contante sparirebbero quelle transazioni tipicamente in contanti, droga e prostituzione, che i governi bancarottieri hanno incluso nei loro Pil per rivalutarli, in media, di un punto.
Ancora una volta tentando di seminare inflazione Draghi raccoglierà deflazione. Nell’eurozona sono stati già emessi quasi 3 trilioni di titoli con rendimenti negativi: chi li compra ha la certezza sicura di perdere. Come faranno fondi pensione e assicurazioni che li hanno in carico, a erogare pensioni e premi con capitali che non rendono? Quanto valgono i loro bilanci con attivi negativi? Lo stesso dicasi delle banche.
Con i tassi di interesse negativi Draghi ha reso il sistema finanziario potenzialmente insolvente. E’ questa licenza di distruggere che egli chiama indipendenza politica della banca centrale? I tassi di interesse negativi sono una prospettiva terrificante: qualunque cosa si faccia si perde. Sono una doppia tassa. Una sul capitale attuale e una sui futuri redditi.
La prima è peggiore della seconda in quanto perdere quello che si già guadagnato è molto più grave di perdere presunti guadagni futuri. Oggi ciò che conta è dunque solo la preservazione del capitale a rischio di espropriazione. L’esatto contrario di ciò che incentiva la crescita. Tutto il sistema bancario e finanziario sembra essere stato escogitato apposta per impoverire la classe media e causare il collasso definitivo.
Intanto è la collettività dei risparmiatori che sopporta i costi dello sfacelo in atto. La morale depravata di Alice nel Paese delle Banche è appunto questa: i danni delle politiche monetarie sono a carico della collettività che dovrà essere sempre più tassata per consentire agli autori dei danni di continuare indisturbati e impuniti a farne altri.
Qualche storico del futuro riflettendo sulla nostra epoca forse si chiederà: come è stato possibile che intere popolazioni abbiano lasciato a una istituzione il potere assoluto di combinare un disastro così grande sotto i loro occhi?.
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Re: Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Messaggioda Berto » gio lug 14, 2016 2:16 pm

???
La crisi economica e sociale dell’Italia e dell’Europa è figlia della crisi spirituale tedesca (che, dopo aver affondato l'Italia, ora trascina anche la Chiesa nel suo baratro) - Lo Straniero

Antonio Socci
Da “Libero”, 14 luglio 2016

http://www.antoniosocci.com/la-crisi-ec ... #more-4580


L’euro in sé è un affare (come fu promesso) o una maledizione (come oggi appare)? Ci sono contrapposte opinioni. Ma parlano i fatti invece su come la moneta unica è stata concretamente realizzata e gestita.

Il professor Mario Baldassarri, col suo Centro studi Economia reale, ha calcolato quanto ci è costata la politica della Banca centrale europea guidata – dal 2003 – da Jean-Claude Trichet in base ai diktat teutonici della Bundesbank, quelli che vogliono l’euro come un super-marco.

I NUMERI

Ebbene, “all’intera eurozona la super moneta unica è costata dal 2003 al 2014 l’11% di Pil in meno e 18 milioni di disoccupati in più. A questo si aggiunge il costo della stupidità di Maastricht, che ha spinto tutti i governi a cercare di azzerare il deficit aumentando tasse e tagliando investimenti. Qui abbiamo perso altri 8 milioni di occupati e il 5% di Pil”.

Dietro le nude cifre ci sono i volti di milioni di giovani. Un’intera generazione (specie in Italia) che paga il conto salato di quelle politiche dissennate. Ma nessun politico o tecnocrate ne risponderà.

Il Rapporto del centro studi aggiunge:

“il tasso di disoccupazione nella zona euro, alla fine del 2014, è stato di circa 11,6%. Con la parità euro/dollaro si sarebbe invece determinato un tasso del 5,8%, che è più o meno quello registrato negli Stati Uniti alla fine del 2014”.

Ed ancora:

“Attraverso quella masochista politica monetaria che ha condotto ad una super-valutazione dell’euro, le condizioni di finanza pubblica sono state ulteriormente peggiorate sia in termini di deficit che di debito. Alla fine del 2014, l’area euro presenta un consistente deficit pubblico di -269 miliardi di euro che, invece, sarebbe stato addirittura un surplus di +165 miliardi: la differenza risulta pari a 445 miliardi”.

Infine:

“In termini di percentuale del Pil, la differenza è di 4,1 punti percentuali (…). Sul fronte del debito pubblico, per l’area dell’euro , avremmo 3000 miliardi di euro di debito in meno” (per l’Italia circa 400 miliardi in meno).

“Tutto ciò” conclude il Rapporto “significa semplicemente che, in caso di parità euro/dollaro, non avremmo avuto alcuna crisi europea da debito sovrano, Grecia compresa”.

Questo disastro economico e sociale è stato realizzato espropriando la sovranità ai popoli e riducendo i governi a meri esecutori delle direttive degli eurocrati di obbedienza tedesca.

CRISI SPIRITUALE

A ciò si accompagna l’inesistenza politica dell’Europa sulla scena internazionale, derivata dall’inconsistenza politica e spirituale della sua potenza egemone, la Germania.

La Germania infatti – avendo accantonato la tradizione cattolica del dopoguerra (Adenauer), vero antidoto al totalitarismo – si è data un basso profilo politico e ha creduto di esorcizzare il passato nazionalismo con una moneta forte che la mettesse al riparo dall’inflazione, come se la causa del nazismo fosse stata “l’iperinflazione di Weimar” e non piuttosto un errore/orrore spirituale e ideologico.

Ma proprio la “religione” del supermarco è diventata la nuova maschera del vecchio nazionalismo, la nuova bandiera e il nuovo esercito per conquistare l’Europa.

L’euro non è altro che il supermarco imposto a tutta l’Unione europea (con i risultati disastrosi che abbiamo visto).

E l’euro è diventato l’unica identità della Ue, anch’essa senza connotati spirituali, né visione internazionale, né strategia.

La sudditanza tedesca all’America è diventata così la sudditanza europea. Negli anni di Obama è stata ancor più devastante. Lo si vede in questi giorni.

Gli Usa di Obama, dopo aver fatto disastri in Medio Oriente e in Nord Africa, rendendo esplosivo il Mediterraneo, hanno appena chiuso un vertice Nato dove all’ordine del giorno – incredibilmente! – non c’è stata la stabilizzazione del Mediterraneo (in cui l’Italia è il Paese più esposto), ma la destabilizzazione dell’Est europeo, con l’assurda criminalizzazione della Russia di Putin (a cui sono state imposte sanzioni che all’Italia costano un occhio).

La sconcertante strategia Obama-Clinton spinge verso una nuova guerra fredda, fatta di provocazioni e militarizzazione, che rischia perfino l’incidente atomico.

SUICIDIO

Tutto ciò si accompagna al disimpegno verso il terrorismo islamico (che Obama impone addirittura di non chiamare islamico), all’indifferenza per la sistematica violazione dei diritti umani nei regimi musulmani e ad una folle passività verso la bomba emigratoria dovuta alla demografia e a cause sociali e belliche.

Due immagini.

La ricchissima e disabitata Arabia Saudita che è pure il centro dell’Islam – sta costruendo un muro di 600 miglia lungo il confine con l’Iraq per bloccare i rifugiati iracheni e siriani (c’è qualcuno che protesta per questo? Il Vaticano ha detto qualcosa?).

La Germania – che nella Ue mette tutti in riga per la politica economica – si copre di vergogna e di ridicolo per le violenze di Capodanno sulle donne.

In una sola notte 1200 donne, in diverse città, sono state vittime di aggressioni sessuali, da parte di 2000 aggressori: 120 gli indagati, perlopiù nordafricani (la metà dei quali arrivati in Germania nel 2015) e alla fine – come ha rivelato il quotidiano Süddeutsche Zeitung – quattro condanne. Quattro!

Le autorità tedesche, fin da quella notte, hanno minimizzato la gravità dei fatti. Per motivi ideologici: la sbandierata “apertura” del governo tedesco agli emigranti.

Ma dietro questo atteggiamento di debolezza – che penalizza i cittadini tedeschi e soprattutto le donne – si nasconde in realtà una motivazione economica.

Anche la politica dell’emigrazione infatti è stata determinata in Germania dell’interesse economico.

I problemi sono denatalità e invecchiamento.

Nel corso di questo secolo il numero di donne tedesche in età riproduttiva diminuirà dal 50 al 66 per cento, cosicché l’economia di quel Paese chiede milioni di immigrati per tenere in equilibro i conti. E’ scaltrezza politica o miopia suicida?

All’attuale tasso di natalità (1,3 figli per donna in età fertile) il popolo tedesco alla fine di questo secolo non ci sarà più (se non con nomi turchi o nordafricani e le relative culture d’origine).

Così – per una tragica eterogenesi dei fini – il perseguimento dell’interesse nazionale più egoista da parte della Germania, si rovescia nel suicidio di una nazione.

Lo stesso venale nichilismo è la malattia che affligge tutta la Ue. La quale non ha più nessun vigore spirituale, non fa più figli ed è diventata un brutale mercato, dogmaticamente laicista, immemore della sua storia bimillenaria e di una cultura e una fede che hanno illuminato il mondo intero.

AUTODEMOLIZIONE DELLA CHIESA

Anche la Chiesa Cattolica che, in Germania, sulla via tracciata da Ratzinger, avebbe potuto risvegliare le forti radici spirituali e culturali di quel popolo, ha accantonato la sua identità ed è oggi un’enorme burocrazia che perde continuamente fedeli (oltre 100 mila ogni anno), ma incassa fondi immensi dal ricco stato tedesco.

La Kirchensteuer, la tassa ecclesiastica (obbligatoria), nell’anno 2012 ha convogliato 5,9 miliardi di euro nelle sue casse (una cifra sei volte superiore all’8 per mille della chiesa italiana, che è facoltativo), sebbene la chiesa tedesca (solo 24,3 milioni di cattolici) sia più piccola dell’italiana.

Quella tedesca è una chiesa “modernizzata”, che ha archiviato l’autentica fede cattolica di sempre, sostituendola con la potenza economica e tecnocratica (la sola Caritas tedesca impiega circa 500mila persone a tempo pieno, più del gruppo Volkswagen che ne ha 389mila).

Oggi, con i suoi teologi progressisti (vedi Kasper) questa potente chiesa tedesca, anti-ratzingeriana e politically correct, è egemone nella Chiesa universale e sta guidando Roma verso la protestantizzazione, sotto il segno teutonico dei 500 anni di Lutero.

Così la germanizzazione sarà completa. E anche il suicidio spirituale. Ma così i popoli che si ribellano alle tecnocrazie saranno costretti ad affidarsi ai nazionalismi o a quelli che si chiamano “populismi”.
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Re: Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Messaggioda Berto » dom dic 04, 2016 8:29 pm

Elezioni Austria, il verde Van der Bellen vince con il 50,3%. Hofer ammette la sconfitta
Gentiloni, "sospiro di sollievo per Ue e Italia". Ma il dato politico è già incontrovertibile: un austriaco su due sostiene l'estrema destra"
24 maggio 2016

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/e ... 1e549.html

L'Austria resta in Europa, ma comunque nulla sarà più come prima. Alla fine Alexander Van der Bellen, il professore universitario 72enne, ha battuto in una lunga ed estenuante volata il suo rivale, di 27 anni più giovane. Al fotofinish si è imposto con il 50,3% dei consensi, ovvero con un vantaggio di 31.000 voti. Uno scarto minimo, ma ben più ampio dei 3.000 voti previsti dagli exit polls. "Da presidente mi metterò al servizio di tutti gli austriaci. Inizierò da subito a riconquistare la fiducia degli elettori di Norbert Hofer, al quale va il mio rispetto", ha detto il presidente designato, che, in perfetto stile americano, si è presentato alle telecamere su un prato verde davanti allo storico palais Schönburg. Van der Bellen, che giurerà l'8 luglio prossimo, ha ricordato che "si è parlato molto di polarizzazione, ma Hofer ed io siamo semplicemente le due metà che assieme formano questo grande Paese. Nessuna di queste due metà è più oppure meno importante dell'altra". Il nuovo inquilino della Hofburg ha invitato la politica a trarre le conseguenze di questa tornata elettorale, di occuparsi dei "veri problemi del Paese" e di ascoltare "anche chi è pieno di rabbia". Van der Bellen vuole essere "l'apriporta dell'Austria all'estero per l'economia e per creare nuovi posti di lavoro".

Per essere "un presidente veramente super partes" si è da subito sospeso dai Verdi. Le presidenziali austriache, che hanno attirato l'attenzione dei media di tutto il mondo, come non era capitato dall'elezione di Kurt Waldheim nel 1986, hanno rotto un tabù, ovvero il bipolarismo tra socialdemocratici e popolari, che caratterizzava la politica austriaca dal dopo guerra. 4,6 milioni di austriaci si sono recati alle urne per dare il loro voto, in quasi perfetta parità, a due candidati di partiti d'opposizione. In Austria si parla già di nuovi scenari politici. Con l'elezione di Van der Bellen i Verdi sono definitivamente usciti dall'isolamento, nel quale erano stati da sempre spinti da Spö e Övp.

In un futuro parlamento, con una Fpö ultranazionalista forse addirittura primo partito, per i due partiti di governo gli ecologisti potrebbero diventare l'ago della bilancia. Un loro ingresso in maggioranza diventerebbe così il prezzo da pagare per evitare un cancelliere ultranazionalista come Heinz Christian Strache. Paradossalmente per il leader della Fpö questa tornata elettorale potrebbe segnare addirittura l'inizio della sua discesa. Alle prossime politiche, al più tardi nel 2018, il candidato premier potrebbe, infatti, non chiamarsi Strache, ma Hofer, che ha dimostrato di saper mobilitare, con i suoi toni più pacati, anche gli elettori moderati. I due potrebbero dividersi i ruoli, come il poliziotto cattivo e quello buono, ma Strache ha dimostrato in passato, spodestando all'epoca addirittura il suo 'padre' politico Jörg Haider, di non amare il gioco a due punte. Nel frattempo, il governo non può perdere altro tempo e così il neo cancelliere Christian Kern ha porto la mano agli elettori di Hofer.

"Queste elezioni - ha detto - hanno un vincitore, ma certamente non hanno sconfitti". Anche il suo vice Reinhold Mitterlehner dei popolari ha invitato tutti "a porre in primo piano le cose che uniscono e non quelle che dividono". "Il governo - ha aggiunto - ha capito il messaggio. Ci giochiamo il futuro dell'Austria". L'onda ultranazionalista, arrivata dalla Polonia e dall'Ungheria, si è fermata davanti alle porte di Vienna, almeno per il momento.
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Re: Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Messaggioda Berto » lun ott 01, 2018 3:08 am

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Re: Contro l'Ouropa o na çerta Ouropa

Messaggioda Berto » lun ott 01, 2018 3:09 am

Europa Politica - paesi e popoli europei contro questa Europa mostruosa

Europa Politica - paesi e popoli europei contro questa Europa mostruosa ademocratica, castuale e sovietizzante
https://www.facebook.com/groups/3389296 ... 4192772140


Contro l'Europa o una certa Europa
viewtopic.php?f=92&t=449

Europa politica
viewtopic.php?f=92&t=312



Il referendum è un flop: la Macedonia non cambia nome
Chiara Sarra - Dom, 30/09/2018

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/ref ... 82534.html

Manca il quorum al referendum per il cambio del nome della Macedonia che avrebbe permesso al Paese di entrare nella Ue e nella Nato

Il referendum con cui la Macedonia poteva cambiare nome ed entrare così a far parte dell'Unione europea e della Nato è un flop.

A seggi chiusi alle 19 il quorum del 50% più uno richesto per rendere valida la consultazione è infatti lontano, con un'affluenza alle 18,30 di appena il 34,09% dei 900mila elettori chiamati a votare. Il quesito chiedeva: "Siete in favore di un'adesione all'Unione Europea e alla Nato accettando l'accordo tra Repubblica di Macedonia e Repubblica di Grecia?".

Alcuni nazionalisti, tra cui il presidente, avevano invitato al boicottaggio. L'intesa era stata raggiunta con il governo di Atene a giugno e prevedeva che l'ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) si sarebbe chiamata Repubblica di Macedonia del Nord. Diventa ora difficile per il governo ottenere il sostegno del Parlamento per la riforma costituzionale necessaria per cambiare il nome del Paese.

Hristijan Mickoski, il leader del principale partito di opposizione, l'alleanza conservatrice Vmro-Dpmne, si è astenuto dal voto perché ha considerato la questione referendaria "manipolativa". L'accordo firmato tra i governi di Skopje e Atene lo scorso giugno mira a porre fine a una disputa che dura da oltre un quarto di secolo, che ha portato la Grecia a boicottare l'adesione del paese all'Unione europea e alla Nato. Il premier socialdemocratico, l'europeista Zoran Zaev, ha fortemente sostenuto il referendum, mentre il presidente nazionalista Gjorgje Ivanov ha invitato al boicottaggio.



Il referendum sulle leggi europee in Danimarca
venerdì 4 dicembre 2015

https://www.ilpost.it/2015/12/04/refere ... rca-europa

Si è votato su un'intricata questione di influenza europea sulle leggi nazionali: ha vinto il No, osteggiato dal governo e sostenuto dal principale partito di destra radicale

Giovedì in Danimarca si è tenuto un referendum sul mantenimento o meno della clausola dell‘opt out – cioè di esclusione – da alcune leggi europee in materia di giustizia interna e cooperazione giudiziaria. Al momento di entrare nell’Unione la Danimarca aveva scelto di non approvare automaticamente le leggi europee in materia di sicurezza, politica monetaria e giustizia interna, ma potersene tirar fuori: il referendum proponeva di eliminare alcune di queste clausole di opt-out. Giovedì però ha vinto il No con il 53,05 per cento dei voti: significa che il governo danese non potrà accogliere automaticamente diverse leggi europee – che riguardano cose molto diverse fra loro, dal traffico di esseri umani alla pornografia infantile – e secondo i sostenitori del “Sì” renderà possibile l’uscita della Danimarca da Europol, il corpo di polizia dell’Unione Europea. L’affluenza è stata vicina al 72 per cento, più alta di quanto previsto nei giorni precedenti.

I partiti più istituzionali – compreso il partito di centrodestra di cui fanno parte tutti i membri del governo, Venstre – hanno fatto campagna per il Sì, mentre il No era sostenuto principalmente dal Partito Popolare Danese, un partito di destra radicale noto per le sue posizioni molto dure sull’immigrazione e sull’Unione Europea, che alle elezioni politiche di giugno è diventato il secondo partito del paese e appoggia il governo di centrodestra. Il Financial Times ha scritto che prima del referendum il leader del Partito Popolare Danese, Kristian Thulesen Dahl, aveva fatto intuire che in caso di vittoria del No il suo partito sarebbe potuto entrare direttamente nel governo, ma le conseguenze politiche del voto non sono ancora chiarissime.

La Danimarca ha una lunga storia di diffidenza nei confronti dell’Unione Europea: non ha adottato l’euro né ha intenzione di farlo, ha una lunga tradizione di partiti “euroscettici” e di recente ha scelto di non partecipare al programma di “quote” di redistribuzione dei richiedenti asilo arrivati questa estate in Grecia e Italia.


Uscita del Regno Unito dall'Unione europea
https://it.wikipedia.org/wiki/Uscita_de ... ne_europea
L'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, nota anche come Brexit (sincrasi formata da Britain ed exit), è il processo che porrà fine all'adesione del Regno Unito all'Unione europea, secondo le modalità previste dall'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea, come conseguenza del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea.



Ungheria contro l'Europa che promuove l'invasione dei nazi maomettani e degli africani

Viktor Orban, il discorso contro l'Europa pro-immigrati: "Non ci faremo invadere"
11 Settembre 2018

https://tv.liberoquotidiano.it/video/vi ... folli.html

Il clima con cui viene accolto il premier dell'Ungheria Viktor Orban alla plenaria dell'Europarlamento di Strasburgo è ostile già prima che pronunci le prime parole del suo discorso. In aula si discute sull'applicazione di sanzioni contro Budapest che si è ribellata alle regole europee sull'immigrazione. L'esito della votazione per Orban sembra più che scontato: "I deputati pro-immigrazione hanno la maggioranza del Parlamento europeo - ha detto nel suo intervento - e stanno preparando una vendetta contro l'Ungheria, perché abbiamo deciso di non diventare un Paese pieno di immigrati: la verità è che il verdetto è già scritto".

È la prima volta che l'Ue fa ricorso allo strumento delle sanzioni contro un proprio Paese membro. Tutto è iniziato con il rapporto dell'eurodeputato dei Verdi, Judith Sanrgentini, che aveva espresso "preoccupazioni" sull'Ungheria per il "funzionamento del sistema costituzionale ed elettorale", "l'indipendenza della giustizia", "la corruzione e i conflitti di interesse", e l'effettivo rispetto delle libertà individuali come il diritto dei richiedenti asilo.

In passato anche Bruxelles aveva fatto ricordo a diverse procedure di infrazione contro Budapest, Orban e il suo governo però hanno sempre respinto tutte le accuse: "Difenderemo le nostre frontiere anche contro di voi se sarà necessario. Solo noi possiamo decidere con cui vivere e come gestire le nostre frontiere, abbiamo deciso di difendere l'Ungheria e l'Europa e non accettiamo che le forze pro-immigrazione ci ricattino". Le accuse di Orban contro una certa parte degli europarlamentari non sono nuove, ma arrivano dopo una lunga battaglia imbracciata contro il finanziere George Soros, da sempre sospettato di fare pressioni su parlamentari ungheresi ed europei per contrastare le politiche di Orban.

Il voto sull'Ungheria crea fibrillazioni anche nel governo italiano. Fonti interne al M5s assicurano che gli europarlamentari grillini hanno tutte le intenzioni di votare a favore delle sanzioni, in netto contrasto con la linea dei colleghi leghisti a Strasburgo, proprio dopo che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha rinsaldato il rapporto con Orban in un faccia a faccia a Milano. Ed è proprio il leader della Lega a ribadire la sua vicinanza al premier ungherese: "Non si processano i popoli e i governi liberamente eletti, soprattutto se vogliono controllare un’immigrazione fuori controllo". Sulla stessa lunghezza d'onda anche Giorgia Meloni: "Sanzionare l’Ungheria perché si rifiuta di essere invasa da immigrati clandestini è semplicemente follia - ha detto la leader di Fratelli d'Italia - Siamo al fianco di Viktor Orban e del popolo ungherese. Non è Orban a tradire i valori fondanti della Ue ma chi in Ue spalanca le porte all’immigrazione incontrollata, umilia i diritti dei popoli e nega la sovranità delle Nazioni".
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