Si liberi Europa dai sensi di colpa, dai miti, dai pgiudizi

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Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:04 pm

Si liberi Europa dai sensi di colpa, dai miti, dai pregiudizi
viewtopic.php?f=92&t=2669



Antisemitismo, colonialismo, imperialismo romano, barbari e antigermanismo, paganismo, cristianismo


Per i diritti umani dei nativi europei!
Per un'Europa federale e democratica come la Svizzera e per un Veneto indipendente e federato.




Diritti e doveri umani naturali e universali
viewtopic.php?f=205&t=2150

La solidarietà se non è libera è una forma di schiavitù, lo stesso vale per l'accoglienza e l'ospitalità. Il nostro diritto, come indigeni, ad accogliere o non accogliere viene prima del diritto degli altri, dei foresti, ad essere accolti se veramente bisognosi. Se fossimo comunque obbligati ad accogliere saremmo soltanto degli schiavi. Oltretutto accogliere e ospitare gli islamici che poi cercheranno di imporci con la violenza il loro Dio del terrore e la sua legge disumana è da irresponsabili e da dementi. Gli uomini di stato che si prestano a tale operazione violano la legge fondamentale della nazione, della solidarietà nazionale indigena e sono imputabili di alto tradimento: vanno arrestati, imprigionati, condannati e se il caso fucilati come in tempo di guerra.
Chiudere ai migranti irregolari e selezionare con attenzione chi può entrare e chi no, come si fa in ogni casa di tutto il mondo. Far entare assassini, stupratori, ladri e parassiti è da irresponsabili e da dementi. Aiutare se si può e soltanto la buona gente che ti rispetta e ti è riconoscente; gli altri niente e via.


Diritti Umani Universali dei Nativi o Indigeni Europei
viewtopic.php?f=25&t=2186




Liberi dalle idolatrie religiose dell'orrore e del terrore e dai nazismi maomettano hitleriano e internazicomunista;
uguali nello spirito naturale e universale, nel rispetto dei Valori Doveri Diritti Umani Universali e delle diversità culturali e linguistiche dei popoli, ognuno nella sua terra.
E per la vera democrazia che è una e una soltanto, quella diretta come in Svizzera dove ogni uomo è un sovrano.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:05 pm

Io amo gli ebrei e Israele, non sono più cristiano, odio i fascismi, i comunismi, e tutti i nazismi tra i quali quello maomettano che è il peggiore e il più disumano.

Odio le caste, i totalitarismi, le teocrazie, gli statalismi e i nazionalismi statali non federali e ademocratici.

Odio tutti gli idoli e le idolatrie religiose che soffocano e opprimono l'umanità, la libertà e la responsabilità dell'uomo nei confronti del Creato, dell'Universo e dell'uomo.




Israele una buona democrazia e una grande civiltà:
viewtopic.php?f=197&t=2157

Israele un paradiso di libertà anche per arabi, musulmani, cristiani e gay
viewtopic.php?f=197&t=2208

Israele ebrei e palestinesi arabo mussulmani
viewtopic.php?f=197&t=2163

Jeruxałeme (Gerusalemme) ebrea, cristiana (e musulmana ?)
viewtopic.php?f=197&t=2128

Gerusalemme capitale storica sacra e santa di Israele, terra degli ebrei da almeno 3 mila anni.
viewtopic.php?f=197&t=2472

Canan, Pałestina, Judea, Ixrael
viewtopic.php?f=197&t=2075


Idiozie e odio contro Israele e gli ebrei
viewtopic.php?f=197&t=2662
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Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:24 pm

Si incominci con il peccato originale e l'idolatria cristiana e si rivaluti la spiritualità che i cristiani chiamano pagana come primo passo verso la spiritualità universale, liberata da tutti gli idoli e dalle loro religioni idolatre.

Perché non sono cristiano
viewtopic.php?f=199&t=2689
Primo perché per essere uomo e un buon uomo non occorre essere cristiano;
secondo perché mi è ripugnante aderire a una religione idolatra che ha come fulcro la divinizzazione di un uomo, l'ebreo Cristo; ciò non è ragionevole, sensato e spiritualmente naturale e universale.


Una religione così non è una buona religione ma un male dello spirito
viewtopic.php?f=199&t=2590
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 4008956413

Idolatria e spiritualità naturale e universale
viewtopic.php?f=24&t=2036

Spiritualità e religiosità non sono la stessa cosa
viewtopic.php?f=24&t=2454

L'assurda, irragionevole e idolatra eresia cristiana
viewtopic.php?f=199&t=2589

Una religione così non è una buona religione ma un male dello spirito
viewtopic.php?f=199&t=2590

Missionarismo come debolezza spirituale e imperialismo religioso
viewtopic.php?f=24&t=2487


La grande presunzione degli idolatri cristiani
viewtopic.php?f=199&t=2625

I santi cristiani, gli angeli e gli spiriti protettori
viewtopic.php?f=199&t=2628


Il Papa bugiardo e l'infernale alleanza con l'Islam
viewtopic.php?f=188&t=2378


Non siamo discendenti di Abramo e dei romani
viewtopic.php?f=195&t=2570


Per una carta universale dei diritti religiosi e spirituali
viewtopic.php?f=24&t=1788

1
Tutti gli uomini hanno diritto alla spiritualità e a Dio o agli dei.
2
Ogni religione deve avere come fondamento e principio il rispetto dei Diritti Umani Universali sia nella sua dottrina che nelle sue pratiche religiose e cultuali. La vita umana è il supremo valore per ogni religione.
3
Nessuna religione può sostenere che il suo Dio è quello vero, buono e giusto e che quello degli altri è falso e cattivo.
4
Nessuna religione può dare del miscredente, dell'infedele, del kafir agli altro credenti, ai non credenti e ai non più credenti; nessuna religione può discriminare e perseguitare gli altro credenti, i non più credenti e i non credenti.
5
Ogni uomo ha il diritto a non credere nelle religioni e a esprimere la sua non credenza e le sue critiche alle religioni.
6
Nessuna religione ha il monopolio di Dio, della spiritualità e della religiosità.
7
Nessun uomo può essere Dio o il suo portavoce o il suo vicario in terra.
8
Nessuna fede o credo o dottrina religosa può essere assunta a giustificazione della violazione dei Diritti Umani Universali.
9
Le violazioni a questa carta e ai Diritti Umani Universali da parte di una qualsiasi religione comporta la denuncia di fronte alla comunità internazionale e a tutta l'umanità e la sua messa al bando.


Libertà di parola, di pensiero, di critica, di spiritualità e di religione
viewtopic.php?f=141&t=2503

Libertà di pensiero, di critica e di espressione contro i dogmi e l'idolatria
viewtopic.php?f=201&t=2138
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Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:24 pm

Ci si liberi dal mito imperiale e civilizzante romano e greco-romano


Roma - il mito tra il vero e il falso
https://www.facebook.com/groups/romailm ... roeilfalso

La fine dell'impero romano e il mito dei barbari invasori
viewtopic.php?f=111&t=378

I barbari romani: civiltà, inciviltà, massacri e resistenze
viewtopic.php?f=111&t=574
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Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:25 pm

Ci si liberi dal disprezzo per i barbari germani e si riconosca loro d'aver fatto risorgere l'Europa

La fine dell'impero romano e il mito dei barbari invasori
viewtopic.php?f=111&t=378

Falsità sul Medioevo
viewtopic.php?f=136&t=1742

Germani preistorici
viewtopic.php?f=134&t=524

Germania di Tacito: istituzioni e costumi
posting.php?mode=post&f=114

Arminio il germanico, a Teutoburgo ferma l'espansione imperiale romana e salva l'Europa
viewtopic.php?f=114&t=1589

Comune, Arengo, Medioevo, Istituzioni
viewtopic.php?f=172&t=273
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Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:25 pm

Ci si liberi dal senso di colpa del colonialismo


Gli europei o i bianchi europei che nei secoli passati hanno colonizzato l'Asia e l'Africa o che le hanno invase con il loro imperialismo politico militare sono stati quasi tutti cacciati, espropriati e sterminati; il Sudafrica è uno degli ultimi esempi, nonostante i bianchi europei colonizzatori del Sudafrica abbiano rinunciato al loro dominio politico consentendo ai neri africani di partecipare e concorrere alla sovranità politica nella gestione del paese e dello stato gli africani del Sudafrica come in quasi tutti gli altri paesi del continente nero maltrattano i bianchi e molti di loro hanno ritenuto e ritengono che i bianchi debbano essere espropriati, cacciati o sterminati.
Per il principio di reciprocità gli africani non possono che aspettarsi lo stesso trattamento e nessunissimo riguardo.
L'imperialismo coloniale così terminato non può quindi essere assunto come scusa, giustificazione e pretesto per l'invasione degli africani in Europa.
I bianchi europei, i cristiani europei, gli stati europei odierni non hanno più alcuna responsabilità e non vi è ragione che debbano sentirsi in colpa verso l'Africa e gli africani; non ne hanno per l'instabilità e i regimi politici indigeni disumani dell'Africa, per le carestie e le epidemie che falciano le sue popolazioni, per i problemi causati dalla sovrapopolazione in molti paesi del continente.
Nemmeno le multinazionali europee del petrolio, minerarie, del legno e agricole sono responsabili dei regimi politici autoritari, dei conflitti etnici, delle crisi sociali, delle carestie, delle problematiche derivanti dalla sovrapopolazione, del sottosviluppo economico endemico e di tutti i mali che affliggono l'Africa. Possono avere qualche responsabilità indiretta locale tipo l'inquinamento o la disoccupazione allo stesso modo che ce l'hanno ovunque nel mondo e nella stessa Europa, tutte questioni che vanno risolte localmente in Africa nei paesi africani, con i loro stati e con le loro popolazioni.
Le problematiche africane dovute alle carestie naturali, ai regimi politici, al tribalismo, ai conflitti etnici e religiosi, alla sovrapopolazione, alle difficoltà e alle crisi economiche non sono responsabilità e non riguardano direttamente l'Europa e pertanto il peso non va scaricato assolutamente sugli europei.
La solidarietà umana dell'Europa e dei suoi paesi, caso mai può esserci solo se volontaria e se non crea problemi ai cittadini europei.
Quindi anche la migrazione socio-economica e l'asilo politico e umanitario vanno trattati alla luce di queste ed altre considerazioni tra cui la sicurezza socio politica, la compatibilità culturale e religiosa, le possibilità economiche e finanziarie.
Non ha alcun senso universale deprivare il propri cittadini, i propri famigliari, la propria gente per aiutare altri che magari sono solo profittatori, parassiti e criminali travestiti da bisognosi.


Colonizzazione e decolonizzazione
viewtopic.php?f=194&t=1822



All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla
viewtopic.php?f=194&t=2494


L'esperta di Africa smonta le balle di Boldrini e Ong: "Ecco chi sono davvero gli immigrati che vengono in Italia"
7 Agosto 2017
di Alessandro Giorgiutti

http://www.liberoquotidiano.it/news/ita ... alia-.html

Tracciare l'identikit dell' immigrato che arriva in Italia attraverso il Mediterraneo vuol dire confutare parecchi luoghi comuni. Ha i titoli (e il coraggio) per farlo Anna Bono, dodici anni di studi e ricerche passati in Kenya, già docente di Storia e Istituzioni dell' Africa all'Università degli Studi di Torino, recente autrice del saggio Migranti!? Migranti!? Migranti!? edito dalla friulana Segno.

Da dove partono gli immigrati che sbarcano nel nostro Paese?
«Soprattutto dall'Africa subsahariana, in particolare dall'Africa Occidentale. Nigeria in testa, seguita da Senegal, Ghana, Camerun e Gambia. Africa a parte, un numero consistente viene da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan. Siriani e iracheni in fuga dalla guerra sono una minoranza».

Si può farne un ritratto?
«Quasi il 90% sono maschi, hanno perlopiù dai 18 ai 34 anni, con una percentuale importante di minorenni (stando almeno alle dichiarazioni al momento dell' arrivo). E viaggiano da soli. Pochissime sono le famiglie, a differenza di quanto accade per siriani e iracheni».

Quali sono le loro condizioni economiche?
«Per affrontare un viaggio clandestino - clandestino, va precisato, dalla partenza all'arrivo, e non soltanto nell'ultimo tratto via mare - bisogna affidarsi ai trafficanti. I costi sono elevati, nell'ordine delle migliaia di dollari. Ecco perché a partire sono persone del ceto medio (ormai più o meno un terzo della popolazione africana) con un reddito discreto».

Ma se hanno un reddito discreto perché partono?
«In Africa c'è una percentuale di popolazione giovane convinta che l'Occidente è talmente ricco che basta arrivarci per fare fortuna».

E non li frenano i rischi del viaggio, la paura di morire prima di arrivare a destinazione?
«Non so quanto sia chiara in Africa la consapevolezza di questi rischi. E in effetti un modo per diradare il flusso di partenze sarebbe promuovere campagne informative in loco sui pericoli e i costi del viaggio, e su cosa ci si deve aspettare una volta arrivati in Europa, in termini di disoccupazione giovanile e reali opportunità d' impiego. C'era un senegalese che aveva una mandria di mucche e dei tori. Tutto sommato una buona posizione. Ha venduto tutto per venire in Europa ed è morto in mare. Ma se anche ce l'avesse fatta, uno come lui, un semplice possidente, senza esperienze lavorative e senza conoscere la lingua, quale lavoro avrebbe potuto fare?».

Chi dà queste informazioni sbagliate sull'Europa?
«C'è un'immagine positiva dell'Europa veicolata dai mass media. Ma pesano anche altri fattori. Gli europei, agli occhi dell'africano medio, sono tutti ricchi. L'europeo è il turista che frequenta alberghi di lusso, oppure il dipendente dell'azienda occidentale che frequenta buoni ristoranti, ha una bella casa, l'automobile, magari l'autista. C'è poi un altro elemento.
Da decenni in Africa arriva dall'Occidente di tutto: medicine, cibo, vestiti. Le Ong scavano pozzi e costruiscono (ottimi) ospedali. Tutto gratis. Questo contribuisce all'idea di una prosperità senza limiti dell'Occidente. Per concludere, c'è il ruolo dei trafficanti, che per alimentare il loro business hanno tutto l'interesse ad illudere le persone sul futuro roseo che troveranno in Europa».

Non esiste una controinformazione?
«In Mali dal 2014 il governo tenta una campagna di sensibilizzazione, anche con cartelloni nelle città, per far capire ai giovani che l'emigrazione non è una soluzione. Altri governi fanno lo stesso. E le conferenze episcopali locali organizzano incontri con i ragazzi per dissuaderli dal partire, presentando le testimonianze di chi è tornato indietro. Un lavoro non semplice, ma i governi europei potrebbero collaborare, magari promuovendo spot o finanziando alcune iniziative. Anche se poi, se un giovane si mette in testa di partire. Lo scorso settembre è partita dal Gambia una ragazzina di 19 anni: era il portiere della nazionale femminile di calcio. È annegata nel Mediterraneo. Chi la conosceva era sconvolto: quella giovane donna aveva realizzato in patria il sogno di molte ragazzine, eppure se ne era andata lo stesso, senza dir niente a nessuno. Sempre dal Gambia, a novembre è partito un famoso wrestler. Anche lui è morto in mare. Eppure guadagnava bene, e aveva ammiratori anche fuori confine, in Senegal. Si vede che qualcuno gli avrà messo in testa che, se in Gambia era famoso, in Europa sarebbe diventato milionario».

Le istituzioni internazionali vedono un'economia africana in forte crescita.
«Da oltre vent'anni il Pil continentale cresce a medie altissime. Nel 2017 la crescita media sarà del 2,6%. Grazie al petrolio, l'Angola ha conosciuto picchi del 17% e vanta un record di crescita del Pil tra il 2003 e il 2013 di quasi il 150%. Ma la crescita economica di per sé non coincide con lo sviluppo. Scarseggiano ancora gli investimenti in settori produttivi, infrastrutture, servizi».

Cosa frena lo sviluppo?
«Prima di tutto la corruzione, presente a tutti i livelli sociali, non solo al vertice, che fa sprecare risorse enormi. Pensi che nel 2014 in Nigeria l'ente petrolifero nazionale avrebbe dovuto incassare 77 miliardi di dollari, invece ne ha incassati solo 60. I governi, inoltre, hanno puntato per convenienza politica su una crescita eccessiva del settore pubblico. A tutto questo si accompagna il tribalismo, altro freno allo sviluppo».

È giusto dire «aiutiamoli a casa loro»?
«Ma l'Occidente già lo fa: da decenni trasferisce grandi risorse finanziarie, umane e tecnologiche in Africa. Gli aiuti alla cooperazione internazionale nel 2015 hanno toccato i 135 miliardi di dollari. Ma la Banca Mondiale qualche anno fa, parlando della Somalia, aveva calcolato che su ogni 10 dollari consegnati alle istituzioni governative, 7 non arrivavano a destinazione».
Abbiamo parlato della maggioranza degli immigrati. C' è poi la minoranza di chi fugge da guerre e dittature.
«Su 123 mila domande di status di rifugiato nel 2016 ne sono state accolte 4.940».

Da dove arrivano?
«Dalla Somalia, in preda alla guerra civile. Dall'Eritrea, dove c'è una delle dittature peggiori del pianeta. Un po' dal Sudan. Ma in realtà dalle zone più in difficoltà non arrivano tante persone. Dal Sudan del Sud, in guerra dal 2013, arrivano in pochissimi. Dalla Repubblica Centrafricana e dalla Repubblica Democratica del Congo non arriva praticamente nessuno. Quanto alla Nigeria, gli immigrati partono dal Sud, dove non ci sono pericoli, e solo pochissimi dal Nord Est, dove imperversa Boko Haram».

Come si spiega?
«La maggior parte dei profughi non vuole allontanarsi troppo da casa, dove spera di tornare. Chi fugge dalla guerra in Somalia, per esempio, si sposta in Kenya o in Etiopia, e ci pensa bene prima di allontanarsi di più. Insistere sulla integrazione dei rifugiati significa dimenticare che chi scappa dalle bombe chiede una protezione temporanea. Centinaia di migliaia di profughi iracheni e siriani stanno tornando o sono già tornati alle loro case. Emblematico il caso di Mosul: non era ancora stata liberata del tutto dall'Isis, gli abitanti scappavano ancora da alcuni quartieri, ma già nelle aree sicure rientravano alcuni sfollati».

La sorprendono le notizie sulle complicità Ong-scafisti?
«Per niente. La prassi era nota da mesi. Indicativa è la qualità dei nuovi gommoni usati dagli scafisti: dovendo fare un percorso molto più breve di un tempo, si usa materiale di pessima qualità proveniente dalla Cina. Dopo il trasbordo degli immigrati, il gommone viene gettato via. Si conserva solo il motore, che poi si usa per altri gommoni».


Marok
viewtopic.php?f=188&t=2642

Cristiani in Marocco
viewtopic.php?f=199&t=2544



È sempre colpa dell’uomo bianco?
Il dolorismo è la nuova religione di un occidente (e una chiesa) vittima del senso di colpa. E anche i laici balbettano omelie ecclesiali, felici di sottomettersi ai barbari
di Pascal Bruckner | 07 Agosto 2016

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/08/0 ... e_c391.htm

L’odio di sé avanza in tutto l’occidente sotto attacco. Ripubblichiamo alcuni stralci del libro dell’intellettuale francese Pascal Bruckner “Il singhiozzo dell’uomo bianco”, pubblicato nel 1984 (Guanda). Istruzioni per l’uso contro le nuove prosternazioni.

A priori pesa su tutto l’occidente una presunzione di delitto. Noi europei siamo stati allevati nell’odio di noi stessi, nella certezza che vi fosse, in seno al nostro mondo, un male congenito che reclamava vendetta senza speranza di remissione. Questo male può riassumersi in due parole, il colonialismo e l’imperialismo, e in poche cifre: le decine di milioni di indiani eliminati dai conquistadores, i duecento milioni di africani deportati o scomparsi nel traffico degli schiavi, infine i milioni di asiatici, di arabi, di africani uccisi durante le guerre coloniali e poi nelle guerre di liberazione. Schiacciati sotto il peso di questi ricordi infamanti, siamo stati indotti a considerare la nostra civiltà come la peggiore, mentre i nostri padri si sono creduti i migliori. Nascere dopo la Seconda guerra mondiale, significava acquisire la certezza di appartenere alla feccia dell’umanità, a un ambiente esecrabile che, da secoli, in nome di una pretesa avventura spirituale, opprime la quasi totalità del globo. Un continente che non finiva mai di parlare dell’uomo mentre lo massacrava in tutti gli angoli del pianeta, un continente basato sul saccheggio e sulla negazione della vita, meritava soltanto d’essere a sua volta calpestato. Il mondo intero accusa l’occidente, e molti occidentali partecipano a questa campagna: la nostra responsabilità viene affermata con indignazione, con disprezzo. Nessun discorso sul Terzo mondo può concludersi o cominciare senza che riecheggi questo leitmotiv: l’uomo bianco è malvagio.

Che cosa ci rimane, a noi figli e nipoti dei barbari che hanno depredato terra e mare? Fare sempre e dappertutto il nostro atto di contrizione. “Ciascuno di noi è colpevole davanti a tutti, per tutto e dappertutto, e io più degli altri” (Dostoevskij), tale è la nostra più intima convinzione. Il sangue versato ricade su di noi e nulla, ci sembra, può riscattare l’infamia commessa, nessun compenso ristabilire l’equilibrio rotto dall’offesa coloniale. Tutti i nostri titoli di gloria, secoli di sforzi, di calcoli, di perfezionamenti, di imprese, di eroismo, che avevano fatto regnare una certa forma di saggezza umana, sono stati spazzati via, ridotti a zero: sapere che questa fioritura artistica o tecnica era legata a una egual dose d’ignominia, ci ha scoraggiati dall’accettarla o dal riprenderla. Così la svalutazione del messaggio europeo è diventata un codice comune a tutta l’intellighenzia di sinistra dopo la guerra, proprio come l’odio del borghese è stato in Europa, dopo il 1917, un autentico passaporto intellettuale, quando nessun articolo poteva giustificarsi senza un’invocazione rituale al proletariato messianico e un ostentato disgusto per i possidenti. L’indipendenza delle antiche colonie ci lascia tuttavia una possibilità di riscatto: impegnarci a fianco dei popoli in lotta, aiutare sempre e dappertutto il sud a distruggere il vitello d’oro occidentale.

Così la nascita del Terzo mondo come forza politica ha generato una nuova categoria: il militantismo espiatorio. In che modo l’odio di sé sia divenuto il dogma centrale della nostra cultura, è un enigma di cui la storia d’Europa è feconda. E’ strano infatti che nel secolo dell’ateismo militante, pensatori agnostici che hanno aguzzato il loro ingegno nella lotta contro le chiese e le loro dottrine ci abbiano riconciliati d’altra parte con la nozione che è alla base stessa del cristianesimo: il peccato originale. Mentre nei costumi e nel pensiero si verificava un formidabile rivolgimento dei valori – il rifiuto delle immagini di autorità, lo smantellamento degli idoli e dei tabù – , la morte di Dio e del Padre si univa – Sartre ne è l’esempio magistrale – a un rafforzamento della cattiva coscienza, come se una società che aveva eliminato perfino l’idea del peccato preparasse la via regia al senso di una colpevolezza generale. Il quale costituisce il prezzo da pagare per appartenere all’Europa vittoriosa, che per un momento ha trionfato sul resto del mondo. Perché la politica moderna ha cessato senza dubbio d’ispirarsi al cristianesimo, ma le sue passioni sono quelle del cristianesimo. Viviamo in un universo politico impregnato di religiosità, ebbro di martirologia, affascinato dalla sofferenza, e i discorsi più laici sono, quasi sempre, soltanto la ripresa o il balbettamento in tono minore delle omelie ecclesiali. Che una tale brama di “dolorismo”, che un tal gusto per la figura dell’oppresso in genere possano coesistere con un anticlericalismo ancora virulento non è, quindi, che un paradosso secondario

Il terzomondismo accredita una visione manichea, la quale vorrebbe che il peccato degli uni testimoniasse indefinitamente a favore della grazia e della virtù degli altri. La povertà spirituale di certi movimenti di liberazione, gli slogan più sommari dei loro capi sono quindi gonfiati a dismisura come altrettante parole del Vangelo, mentre il rigore intellettuale, la logica, l’educazione, monopolio dei paesi ricchi, sono respinti come diabolici stratagemmi dell’imperialismo. Le più insignificanti insurrezioni, le più trascurabili rivolte contadine, hanno diritto a una risonanza enorme, sproporzionata in rapporto alla loro importanza reale; si santifica l’ignoranza, il settarismo dei capibanda tropicali, si glorifica la marcia degli splendidi asiatici chiamati a distruggere la civiltà europea, insomma le più grandi follie sono portate alle stelle da alcuni spiriti eletti, ben felici di sottomettersi a un’autorità primitiva, di prosternarsi “davanti allo splendore d’una sana barbarie. Secondo questo principio, tutto ciò che innalza, loda, celebra l’occidente è sospettato delle peggiori infamie; in compenso, la modestia, l’umiltà, il gusto dell’autodistruzione, ciò che può spingere gli europei a eclissarsi, a rientrare nei ranghi, è onorato, salutato come altamente progressista. La regola aurea di questo masochismo è semplice: ciò che viene da noi è cattivo, ciò che viene da altri è perfetto. Insomma, si concede sistematicamente un premio di eccellenza agli ex colonizzati. Ama i tuoi nemici: mai la nostra epoca miscredente, negli anni Settanta, ha seguito così fedelmente la parola del Cristo.

La religione della simpatia compassionevole che dimostriamo a gara verso tutto ciò che vive, soffre e sente, dal contadino del Sahel al cucciolo di foca, passando per il prigioniero di Amnesty International e gli animali da pelliccia, scuoiati per scaldare le spalle delle nostre elegantone. L’esaltazione degli istinti di benevolenza, “oralità istintiva che non ha cervello ma sembra esser composta solo da un cuore e da mani soccorrevoli” (Nietzsche), queste lodi cantate giorno e notte dai media, dalla stampa, dagli uomini politici, dalle personalità letterarie o artistiche, affondano direttamente le loro radici nel cristianesimo più imbastardito. Questa religione per afflitti dice che bisogna patire la vita come una malattia. Finché ci saranno uomini che rantolano, bambini che soffrono la fame, finché le prigioni saranno piene, nessuno avrà il diritto di essere felice. Si tratta di un imperativo categorico che c’impone il dovere di amare l’uomo impersonale, e, di preferenza, l’uomo lontano. Proprio come Gesù diceva che i poveri sono i nostri maestri, i terzomondisti fanno della miseria dei paesi meridionali una virtù da prendere a modello. Si amano i tropici per le loro pecche e le loro lacune, la carestia e il male sono al tempo stesso sottilmente combattuti e valorizzati; è un’ambiguità temibile da cui la chiesa cattolica non è mai uscita, ma che contamina allo stesso modo tutte le organizzazioni assistenziali nel Terzo mondo.

Come non sentirsi giudicati sul metro di un martirologio sublime, non sentirsi ignobili e nocivi di fronte a questo grande tribunale della tragedia, che celebra i suoi fasti nell’angusto perimetro dell’apparecchio televisivo o della colonna di giornale? Un Golgotha di sofferenze ci contempla, noi siamo i complici diretti di un sistema economico che saccheggia le risorse dei più sprovveduti. Davanti a questi crimini, ogni spettatore deve dirsi: “Goebbels, sono io!”. Per convincere i cuori reticenti, i media non indietreggeranno davanti a nulla: all’enormità dell’accusa – siete peggio dei nazisti! – si aggiunge l’enormità di quanto viene mostrato. Nessun pudore trattiene la cinepresa; l’orrore non tollera censura, ogni immagine deve avere la sconvenienza di un limite varcato nell’angoscia. Si fa appello all’inaudito, al mai visto, e anzi ve ne fanno vedere anche un po’ di più. Carestie, inondazioni, terremoti vengono riprodotti all’istante per le cineprese: catastrofi fissate su Polaroid. Una catena ininterrotta di immagini va da quelli che mettono in scena la morte degli altri al pubblico del mondo intero, e questa catena dà a tutti il diritto di vedere tutto. Ma favorendo una soltanto delle nostre pulsioni: il voyeurismo. E poiché ci si immagina che, per scuotere gli animi, occorre uno spettacolo sempre più crudo, si aprono all’avidità dello sguardo territori in cui nessuno era penetrato, si punta l’obiettivo su mutilazioni, torture, malattie ancora inedite sullo schermo. La semplice vista di bambini dal ventre gonfio non vi basta? Vi mostreranno questi stessi bambini ridotti a scheletri. Ancora nessuna reazione? Eccoli ridotti a un mucchietto d’ossa e di pelle. Ecco sangue, ferite, ulcere purulente, croste di pus, viscere traboccanti, organi strappati…

Solo la dismisura è in grado di commuovere il pubblico e di interessarlo a questi problemi. E se l’apatia persiste, vuol dire che, così si crede, le immagini non sono abbastanza spettacolari: quindi non vi saranno limiti all’asta degli orrori. Così si produce l’inevitabile perversione dello sguardo: prendiamo gusto al gioco, ne vogliamo sempre di più, la nostra soglia di tolleranza non cessa di aumentare; non chiediamo più di essere commossi, ma sorpresi: ogni volta ci occorre qualcosa di più piccante nell’abiezione. Il valore d’urto di un’informazione è indipendente dalla verità dei suoi termini. L’improbabile, l’enorme saranno considerati sempre meglio del verosimile. Conta solo l’impatto e non l’influenza. Non ci preoccupiamo più di sapere se quelle foto riguardano esseri reali, le vogliamo soltanto più speziate. E vinca la peggiore.

Nella storia biblica della cacciata dal paradiso terrestre, c’erano quattro personaggi: l’uomo tentato, la femmina tentatrice, l’animale tentatore e la cosa tentante. Più due mediazioni: dal serpente alla donna, poi dalla donna ambasciatrice del peccato all’uomo. Storia semplice, rispetto ai molteplici travestimenti che l’occidente utilizza per circuire e sedurre il casto Terzo mondo: il male europeo è multiforme, di volta in volta pornografia, rock, gadget, jeans, droghe, bevande gassate, tecnologia, turismo, denaro: Satana è legione, ha cento maschere, cento travestimenti per sedurre l’oasi primaverile. Da qui la sfumatura d’indefinibile rimpianto con cui accogliamo la normalissima maturazione delle nazioni che entrano nel ciclo delle prove d’iniziazione alla vita politica; da qui anche la nostra collera contro il sacrilego corruttore, il mondo industrializzato, che affretta l’evoluzione smaliziando prematuramente l’umanità innocente.

Così, per spiegare i disastri, la repressione, la corruzione, il nepotismo, la stagnazione che imperversano nell’emisfero sud, si ricorre a questo concetto magico fra tutti: il neo colonialismo. Poiché l’Europa ha lasciato i suoi possedimenti solo per installarvisi meglio, tocca a lei assumersi gli errori e gli sbagli che vi si commettono. Mirabile cortocircuito: di nuovo, il presente non è che un duplicato del passato, e l’antica invettiva può avere libero corso: nelle prigioni iraniane, siriane, algerine si pratica la tortura? E perché i loro agenti “sono gli allievi dei nostri poliziotti” (Claude Bourdet). Lo sciismo s’irrigidisce in un fondamentalismo oscurantista? E’ perché “le ‘soluzioni’ dell’occidente hanno fatto fallimento” e condannano certi paesi all’integralismo (Roger Garaudy). La miseria avanza a grandi passi: naturalmente, a causa delle multinazionali e del loro svergognato saccheggio. Sempre per spiegare l’analfabetismo, le epidemie, le guerre, la decadenza del tenore di vita, il dispotismo dei nuovi padri del popolo, si invocano i colonialisti francesi, gli imperialisti americani, i dominatori inglesi, gli affaristi olandesi, tedeschi o svizzeri, perché in tutto il globo ci sono soltanto due tipi di paesi: i “paesi malati” e i “paesi ingannati” (Roger Garaudy). Insomma, invece di tener conto dei fatti, di cercare le cause determinanti, si prediligono le cause remote che esonerano da ogni responsabilità gli stati tropicali: istigatore universale, il neocolonialismo diventa così il mezzo per accantonare in perpetuo i veri problemi.

Laggiù, in Francia, nello stesso momento in cui innaffiavate le piante o sorseggiavate un caffè, la televisione vi mostrava bambini dilaniati dalle mine, oppositori politici torturati, profughi ammassati sulle giunche che affondavano con tutti i loro beni, vittime di una tempesta o dei pirati che li colavano a picco dopo averli taglieggiati. Potevate credere che fosse una finzione, e bastava premere un bottone per far cessare quelle scene d’incubo. Ma qui, la miseria impregna i muri, l’aria che si respira, l’orizzonte che si abbraccia, forma la sostanza stessa della città. Gli alberghi più lussuosi, le ville meglio custodite sono cittadelle dotate di un privilegio transitorio, circondate dalla sporcizia e dall’infelicità. E, ogni momento, vi aspettate di vedere la porta della vostra camera aprirsi per lasciar passare una teoria di sciancati, di straccioni famelici, di donne miserabili, pronti a occupare lo spazio che la vostra prosperità vi attribuisce indebitamente.



Il fardello e le colpe dell'uomo bianco
Vittorio Guillot, 16 febbraio 2015

http://www.algheroeco.com/il-fardello-e ... omo-bianco

Dopo aver sentito i sanguinari proclami dell’Isis penso che sia concreta la minaccia di una invasione dell’Europa da parte degli islamici. Del resto Boumedienne, presidente dell’Algeria, circa 50 anni fa, disse che gli arabi ed i musulmani, essendo poligami e molto più prolifici degli europei, avrebbero invaso l’Europa con l’immigrazione più o meno pacifica.

D’altra parte la pressione arabo-musulmana verso l’Europa è stata costante fin dall’alto Medioevo e fu fermata solo nel cuore della Francia, a Poitiers, nell’ 8° secolo mentre i turchi nel 17° secolo, furono sconfitti addirittura a Vienna. Ricordo che anche la Sicilia e, per un breve periodo, parte della Sardegna, furono invase dagli arabi e che solo nel 1830 l’occupazione colonialista dell’Algeria da parte della Francia pose fine alle incursioni dei pirati barbareschi lungo tutte le coste del Mediterraneo.

Comunque non esito ad affermare che anche i ‘bianchi’, nei luoghi che conquistarono, compirono molti genocidi degni del peggiore nazismo e terribili crimini contro l’umanità simili a quelli comunisti. Il generale USA Sherman, per esempio, diceva che ‘l’indiano buono è l’indiano morto’. I suoi connazionali lo presero in parola, deportarono i nativi americani, li rinchiusero in lager chiamati riserve, li sterminarono e gli portano via le terre. Lo stesso fecero gli inglesi con gli aborigeni australiani, che utilizzarono persino per sperimentare gli effetti di certi proiettili sui corpi umani. Gli stessi inglesi , con la guerra dell’oppio, imposero alla Cina la liberalizzazione dell’uso di quella droga che rincoglioniva grandi parti della popolazione. Gli spagnoli, dal canto loro, sterminarono gli incas, i maya e gli atzechi etc.

Tutte le potenze marinare europea, poi, praticarono lo schiavismo in danno dei negri con una tale ‘non chalance’ che persino il paladino dell’illuminismo, dei diritti dell’uomo e della tolleranza, Voltaire, fu azionista di una compagnia di negrieri, Mi ricorda certi compagni comunisti, stracarichi di soldi, che vestono maglioni di cachemire, esibiscono orologi Rolex o possiedono mega yachts.

Malgrado le responsabilità dei bianchi, il solo fatto di essere ‘bianco’ non mi fa, però, soffrire di alcun complesso di colpa. Ciò mi capita forse perché, come italiano, appartengo ad un popolo meno responsabile di altri per quelle stragi? Qualcosa di odioso, comunque, lo abbiamo commesso anche noi con le rappresaglie indiscriminate compiute in Libia contro i ribelli ed i Abissinia, dove furono uccisi migliaia di innocenti in seguito all’attentato al gen. Graziani e centinaia di preti copti furono sbrigativamente fatti fuori a Debra Libanos .Èanche vero che in Africa lasciammo case, strade, porti, scuole , ospedali, ferrovie , alberghi e cinematografi e terreni irrigui e bonificati. Posso assicurare che in Eritrea, a Massaua, i vecchi ricordano con piacere la colonizzazione italiana mentre detestano il periodo in cui furono governati dagli inglesi e,ancor peggio, dagli abissini. Sono queste le ragioni per cui non mi sento oppresso da sensi di colpa? Forse si.

Sopratutto, però, ciò mi capita capita perché tutto ciò che i popoli del terzo mondo hanno di moderno e di avanzato scientificamente e tecnologicamente gli è arrivato dai bianchi. In Australia ed in America, dove pure si era sviluppata una civiltà notevolissima, non conoscevano neppure la ruota. Non dimentichiamo neanche che neppure quei popoli, già da prima dell’arrivo dei bianchi, non erano costituiti da tenere mammole. Infatti si sterminavano e mangiavano reciprocamente, facevano sacrifici umani con migliaia di prigionieri a cui, spesso, strappavano il cuore quando erano ancora vivi. Praticavano anche la schiavitù. Addirittura i maggiori collaboratori dei negrieri bianchi furono le tribù africane avversarie ed i predoni arabi. La schiavitù, anzi, ad un certo punto della storia, fu abolita proprio dai bianchi e sopravvisse nei territori che non erano caduti sotto la loro influenza (es.Arabia ed Etiopia).i Gli stessi arabi , i mongoli ed i turchi nelle loro guerre di conquista sterminavano i popoli che gli si paravano davanti e distruggevano tutto ciò che c’era da distruggere. È falso attribuire i saccheggi ed i genocidi solo ai crociati.

Oggi la miseria del terzo mondo è dovuta ad una molteplicità di fattori. Indubbiamente c’è una grossa responsabilità dello sfruttamento del capitalismo mutinazionale . Ci sono, però, responsabilità non certo minori dei tiranni e delle corrotte classi dirigenti indigene . Ci furono anche responsabilità dell’imperialismo sovietico, che appoggiò dittatori feroci come Gheddafi, Idi Amin Dada, i tiranni di Sudan ed Abissinia ed altri . Oggi anche la Cina appoggia i dittatori che le fanno comodo. Ci sono pure grandi responsabilità delle masse popolari stessi popoli che si abbandonano a conflitti etnici e religiosi accompagnati da stragi spaventose.Ricordo quelle del Ruanda e quelle , recenti, della Nigeria. Concludo che, a mio, avviso, le colpe dei mali del mondo non ricadono solo sui bianchi ma sono equamente ripartite tra tutti i popoli del pianeta. Perciò rifiuto il manicheismo dei terzomondisti di casa nostra e, in quanto bianco, non mi sento peggiore né dei negri né dei gialli né dei grigi né dei rossi di pelle . Piuttosto mi sento uguale a loro.




All'area arabo islamica del nazismo maomettano d'Africa e d'Asia, noi europei, occidentali e cristiani non dobbiamo nulla, anzi
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Colonizzazione e decolonizzazione
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Africa razzista, il continente nero è tra i più razzisti della terra
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Razzismo africano:
interetnico e tribale, dei neri contro i bianchi, dei maomettani contro i cristiani, gli ebrei e gli animisti

Immagine
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Crimini dei nazisti maomettani marocchini e africani in Europa
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Violenza e stupri africano asiatico maomettani
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Il rapporto Europa-Africa: la necessità di superare i sensi di colpa e il delirio di onnipotenza di volersi accollare tutti i mali e i rimedi
Anna Bono
12 Lug 2018

http://www.atlanticoquotidiano.it/quoti ... tti-rimedi

L’impegno a creare un’area di libero scambio continentale, sottoscritto da 44 paesi membri dell’Unione Africana il 21 marzo scorso, è stato accolto in Europa con incondizionato entusiasmo, nonostante i molti, fondamentali punti ancora da chiarire e il fatto che tra gli 11 paesi che non hanno aderito ci siano le due maggiori potenze economiche del continente, il Sudafrica e la Nigeria. Inoltre sono i toni con cui l’evento è stato commentato a meritare attenzione. Qualche mass media italiano ad esempio – tra i pochi che ne hanno parlato diffusamente – ha definito l’accordo un evento storico, una pietra miliare, evidenziando come la parte del mondo “dipendente dal Nord e meno sviluppata” stia dando una grande lezione al Nord. L’Africa “prova ad alzare la testa”, “mentre l’America si chiude, il resto del mondo, quello più povero, continua ad andare verso un’altra direzione” esordiva un articolo di “Il Sole 24 ore” intitolato “Nasce una grande area di libero scambio. La rivincita dell’Africa parte dal commercio”. Di quale rivincita si tratti l’articolo non lo diceva. Siccome poi non c’è limite alla falsificazione dei fatti e della storia quando si tratta di mettere l’Occidente in pessima luce e descrivere per contro gli Africani come vittime innocenti che, se libere, disporrebbero di sé ben diversamente, ecco che la colpa dei dazi africani è dell’Europa che ha colonizzato l’Africa e l’ha divisa in stati. Il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha commentato con queste parole la firma dell’accordo: “Un continente che è stato diviso 134 anni fa dalla Conferenza di Berlino ha deciso di integrarsi e di unirsi. Ci sono 84mila km di frontiere, 84mila km di ostacoli che fanno sì che gli scambi intra-africani rappresentino oggi appena il 17% del totale”.

Per chi non lo ricordasse, la Conferenza di Berlino si svolse nel 1884. Al summit, considerato erroneamente l’inizio della corsa alla spartizione dell’Africa, i paesi europei in realtà discussero e decisero la creazione in Africa di due vastissime aree di libero commercio e concordarono anche la libera navigazione sui 4.180 chilometri del fiume Niger. Dei confini in effetti furono poi tracciati a delimitare i territori coloniali. Quasi tutti gli africanisti e praticamente tutti gli africani sostengono che sono quei confini la causa dei pochi scambi commerciali tra un paese e l’altro e delle guerre tribali che dopo le indipendenze hanno dilaniato il continente. Nessuno sembra ricordare che prima dell’era coloniale, e in parte anche dopo, per ogni africano il territorio sicuro, in cui circolare liberamente, era quello controllato dal proprio lignaggio e, nei periodi di pace tra i lignaggi, quello tribale. Per commerciare si viaggiava con grave rischio, in convoglio, armati, cercando di stringere patti di volta in volta con i lignaggi e le tribù di cui si attraversavano i territori.

Questo a parte, i paesi africani indipendenti hanno avuto decenni a disposizione per comunicare tra loro, scambiare, cooperare. Invece hanno imposto di loro iniziativa dazi d’importazione astronomici: una scelta mai abbastanza criticata per quel che è, vale a dire una irresponsabile, rovinosa politica economica che, con il pretesto di proteggere l’industria locale, serve a far entrare milioni di dollari nelle casse statali, da cui gli africani al potere sono molto abili a prelevarli.

Il modo in cui è stato accolto e commentato l’accordo africano di libero scambio non è che un esempio tra i tanti, emblematico, di come l’Europa si pone nei confronti dell’Africa. Una letteratura sterminata descrive i rapporti tra i due continenti come un tragico susseguirsi di crimini contro l’umanità, culminati nella colonizzazione europea. L’idea è che noi, popoli europei colpevoli, non faremo mai abbastanza per farci perdonare e per rimediare ai danni incalcolabili di cui siamo accusati. Per contro agli africani non si attribuiscono responsabilità né colpe. Un inconsapevole razzismo, portato all’estremo, li rappresenta come inermi, incapaci di decidere di sé e da sé, eterne vittime di interessi stranieri e di trame ordite altrove.

Di nessun continente, di nessuna popolazione parliamo – governi, mass media, atenei, ong, autorità religiose… – nei termini usati per l’Africa. Dalle parole ai fatti, l’Europa, con il resto dei paesi occidentali, riversa incessantemente nel continente risorse finanziarie, tecnologiche, umane, pretendendo di provvedere a tutto: saldo dei debiti (HIPC), amministrazione della giustizia (tribunali speciali, Cpi), profughi, sviluppo, campagne sanitarie, elezioni e osservatori internazionali, accordi di pace, antiterrorismo, missioni di peacekeeping Onu e non solo.

La Amisom è una missione di peacekeeping dell’Unione Africana, operativa in un paese africano, la Somalia, per contrastare un nemico africano, il gruppo jihadista al Shabaab. Africani sono il capo della missione e tutto il suo personale, 22.126 “caschi verdi” tra militari e civili, forniti da Uganda, Kenya, Etiopia, Burundi e Gibuti. Tutto è africano, salvo i soldi. Quelli li mette l’Unione Europea: 1.028 dollari al mese per ogni dipendente. I rispettivi paesi trattengono 200 dollari, ai peacekeeper ne vanno 828. Adesso l’UA sta considerando di aumentare gli stipendi. Il sostegno alla Amisom deve essere pari a quello che ricevono le missioni delle Nazioni Unite, ha argomentato Samil Chergui, Commissario dell’UA per la pace e la sicurezza, parlando al 30° vertice dell’organismo panafricano, e lo stipendio mensile dei caschi blu è di 1.400 dollari.

La comunità internazionale deve fare di più, ha concluso Samil Chergui. L’Europa obbedirà, che invece, per il bene di tutti, dovrebbe finalmente liberarsi dei sensi di colpa indotti, del razzismo mascherato da buon cuore, del delirio di onnipotenza di chi si accolla la responsabilità di tutti i mali e di tutti i rimedi.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Si liberi Europa dai sensi di colpa, dai miti, dai pgiudizi

Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:26 pm

Ci si liberi del senso di colpa verso gli ebrei riconoscendo il pregiudizio cristiano e le assurdità naziste antisemite

Ad assassinare Cristo sono stati i romani e non gli ebrei
viewtopic.php?f=176&t=342

Idiozie e odio contro Israele e gli ebrei
viewtopic.php?f=197&t=2662



Basta usare la Shoah e il nazismo per opprimere i tedeschi e la Germania i quali hanno riconosciuto il male fatto; e attraverso l'oppressione della Germania anche dell'intera Europa dei nativi europei.



Un libro di cui in Germania si parla molto
Finis-Germania-Rolf-Peter-Sieferle

http://www.ilpost.it/2017/07/10/libro-f ... a-sieferle

Lo ha scritto uno storico morto un anno fa, ha provocato la sospensione di una prestigiosa classifica mensile, e parla di migranti e Olocausto

Dalla fine del 1990 la radio tedesca NDR (Norddeutscher Rundfunk), con sede ad Amburgo, e il quotidiano Süddeutsche Zeitung consigliano ogni mese un elenco di saggi selezionati da una giuria di accademici e giornalisti. Da qualche settimana intorno a questa attesa e riconosciuta classifica si è creato un caso («uno scandalo», hanno scritto diversi giornali tedeschi) che è stato raccontato anche dal New York Times. Un giornalista dello Spiegel si è dimesso dal comitato dei giurati, NDR si è dissociata, è stato messo in discussione il metodo di selezione dei saggi e la classifica è stata per ora sospesa: c’entra la presenza nella lista del libro Finis Germania dello storico Rolf Peter Sieferle.

Rolf Peter Sieferle era nato nel 1949 a Stoccarda ed è morto suicida nel settembre del 2016, quando aveva 67 anni. Aveva un passato socialista, aveva collaborato con il governo di Angela Merkel sulle questioni ambientali, era considerato un intellettuale originale e negli ultimi anni aveva fatto parlare di sé per alcune posizioni controverse sulle migrazioni. Finis Germania è un saggio di un centinaio di pagine pubblicato postumo da Antaios, casa editrice gestita da Götz Kubitschek, editore vicino alla destra radicale tedesca.

Dopo la presentazione della classifica di giugno (in cui Finis Germania è al nono posto) molti quotidiani hanno detto che il libro contiene passaggi che possono essere considerati antisemiti o di estrema destra. Il presidente della giuria della classifica (che viene messa insieme attraverso i voti anonimi spediti dai vari membri) ha chiesto che il responsabile di quella scelta si facesse avanti: è accaduto e dopo giorni di attacchi e articoli critici un redattore dello Spiegel, Johannes Saltzwedel, si è dimesso dalla giuria dicendo di aver scelto «deliberatamente un libro molto provocatorio». Nel frattempo il metodo di selezione dei saggi per la classifica è stato messo in discussione e la radio tedesca NDR si è dissociata dalla scelta, poiché Finis Germania contiene «teorie cospirazioniste di destra».

In Finis Germania, così come in un altro suo recente saggio intitolato Das Migrationsproblem (Il problema delle migrazioni), Sieferle definisce i tedeschi «indigeni» e parla del multiculturalismo come di una minaccia per le specifiche identità nazionali e della «deliberata autodistruzione della cultura europea e occidentale». Come prova dell’indebolimento dell’identità tedesca Sieferle parla della memoria del nazismo. L’autore si concentra in particolare su ciò che egli definisce il «mito di Auschwitz»: non se ne occupa in una prospettiva negazionista, per negare cioè l’esistenza dei campi di concentramento, ma lo porta come esempio del «tentativo di installare, al cuore di un mondo completamente relativista, una negatività assoluta con l’obiettivo di far emergere nuove certezze».

I concetti contenuti in Finis Germania, secondo il New York Times, hanno a che fare con le paure e le paranoie di declino nazionale molto presenti nella storia della Germania e che «spiegano molto di quella storia». La Germania ha una popolazione sempre più vecchia, con un’età media di circa 46 anni, e secondo il libro «sta contribuendo a costruire un’Unione Europea intesa a soppiantare il governo tedesco in molte delle sue competenze tradizionali. I tedeschi sembrano voler scomparire», riassume il New York Times. Sieferle non nega né minimizza l’Olocausto, che descrive come un «crimine», ma mette in discussione la cultura postbellica della memoria dell’Olocausto che, sostiene, ha assunto le caratteristiche di una religione. I peccati della Germania, dice, sono considerati unici e assoluti: «Il primo comandamento è “Tu non avrai nessun altro Olocausto all’infuori di me». Hitler, volendo fare un’analisi retrospettiva, dice sempre lo storico, è riuscito a fare una cosa paradossale: ha legato tedeschi ed ebrei in una narrazione valida per l’eternità.

Ancora: Sieferle individua un’affinità tra i tedeschi e gli ebrei per come sono stati considerati all’inizio della tradizione cristiana, come responsabili, cioè, della crocifissione. Agli occhi del mondo moderno, dice Sieferle, l’identità tedesca simboleggia il rifiuto simile di un qualche tipo di rivelazione: in ogni città il cristianesimo aveva costruito le cattedrali al suo dio assassinato. Oggi gli ebrei, ai quali Dio stesso aveva promesso l’eternità, costruiscono memoriali in tutto il mondo per i loro compagni uccisi. Non solo è stata attribuita alle vittime una qualche superiorità morale, ma ai malfattori e ai loro simboli è stata attribuita una depravazione eterna.

A partire da questa tesi – per cui la costruzione del mito dell’Olocausto avrebbe a sua volta costruito e autoalimentato un mito negativo intorno al popolo tedesco – Sieferle si occupa di migrazioni di massa. Usa cioè la sua teoria, anche in altri scritti, per spiegare che l’auto-demonizzazione della Germania avrebbe lasciato il paese incapace di reagire all’arrivo, a partire dal 2015, di centinaia di migliaia di migranti, e che tale accoglienza è secondo lui insostenibile. Il New York Times scrive che estrapolato dal suo contesto, l’argomento di Sieferle è molto pesante (Der Spiegel ha riassunto le sue posizioni nella frase «i tedeschi sono i nuovi ebrei»), ma che si è scelto di denunciare alcune sue singole frasi piuttosto che affrontarne in generale il pensiero e le questioni che pone.

Mentre sui giornali tedeschi aumentavano le critiche, comunque, aumentavano anche le vendite. Secondo l’editore il libro è arrivato a vendere 250 copie all’ora e per quasi due settimane è rimasto al primo posto nella classifica generale dei bestseller di Amazon in Germania. «Qualunque cosa si possa pensare di Sieferle», conclude il New York Times, «lo scandalo intorno a lui rivela alcune questioni insospettabili». Quando cioè «l’establishment letterario tedesco ha denunciato all’unanimità il lavoro di Sieferle come quello di un pensatore estremista» i lettori non si sono fermati e hanno comprato il libro pensando che quello potesse essere «un libro per loro». E questo potrebbe essere il segnale «che la diffidenza nei confronti dell’autorità in Germania ha raggiunto livelli preoccupanti e pari, forse, a quelli degli Stati Uniti».


Rolf Peter Sieferle non è antisemita



La prigione multiculturale - Il Foglio - di Giulio Meotti
2017/06/19

http://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del ... ale-140462

Lo scorso settembre, il celebre politologo tedesco Rolf Peter Sieferle, rinomato storico della società industriale, si è tolto la vita a Heidelberg. Ma poco prima aveva consegnato al suo editore un saggio incandescente di cento pagine dal titolo “Finis Germania”. La Germania, così come la conosciamo, che cesserà presto di esistere a causa del multiculturalismo. Adesso quel libro è primo in classifica. Nei giorni scorsi, attorno al libro di Sieferle si è consumato anche uno scandalo giornalistico. Perché la radio pubblica Ndr, che assieme alla Süddeutsche Zeitung raccomanda dal 1990 i libri del mese, si è permessa di inserire in lista anche il saggio di Sieferle. Il presidente della giuria, Andreas Wang, ha chiesto la testa del redattore dello Spiegel, Johannes Saltzwedel, che si è dimesso dal comitato. Sua la “colpa” di aver selezionato un libro tanto popolare quanto indigeribile. “Finis Germania” esamina, infatti, la “deliberata autodistruzione della cultura europea e occidentale”.

Intanto, a Colonia, correvano i preparativi per l’inaugurazione fra mille polemiche della “più grande moschea d’Europa”. Dopo nove anni di lavoro, la struttura sarà in grado di ospitare da due a quattromila fedeli musulmani in uno spazio di oltre 4.500 metri quadri. Il minareto, di 55 metri di altezza, domina il paesaggio della città tedesca ed è il più alto del continente. In totale, 34 milioni di euro sono stati investiti nella costruzione di questa imponente struttura finanziata da un’associazione turca. In tutta Europa, non solo in Germania, impazza la discussione sul multiculturalismo. Erano partiti tutti con le migliori intenzioni, ciascun paese europeo con la propria ricetta. Ma sono arrivati tutti allo stesso risultato. A un relativismo generalizzato e, paradossalmente, assoluto, di cui hanno tratto vantaggio soltanto gli estremisti. La Francia con l’assimilazione forzata da laicità; l’Inghilterra con il comunitarismo del laissez-faire; l’Olanda con il “polder”, le braccia portate all’integrazione, costi quel che costi; la Svezia con l’uguaglianza di stato e la “cecità di fronte alle differenze”; la Germania di Sieferle con il “neutralismo” e il tentativo di inglobare l’islam nella cultura e nel paesaggio tedeschi. Il multiculturalismo doveva essere le sorti magnifiche e progressive di una società pacificata. Ma sta portando alla partition, alla frattura delle società europee come recita il titolo del prossimo libro di Alexandre Mendel. “Le cause fondamentali dell’ondata di terrorismo jihadista in tutta Europa non sono la disuguaglianza economica, il razzismo o l’islamofobia, ma le ‘comunità sospese’ che si annidano nelle nazioni dell’occidente”, scrive Andrew Michta, storico di fama e preside del Marshall Center in Germania, nell’ultimo numero della rivista American Interest. “Siano i sobborghi di Parigi, i distretti di Amburgo o città come Luton nel Regno Unito, le ‘comunità sospese’ sono rafforzate da decenni di ideologia multiculturale sbagliata che manca di un ingrediente fondamentale: il fine dell’acculturazione e dell’assorbimento della società”. Scrive Michta che “l’emergere di queste énclave, rafforzate dalle politiche dell’élite del multiculturalismo e dalla decostruzione del patrimonio occidentale, ha contribuito alla frattura delle nazioni dell’Europa occidentale”. “Finché non si inverte questa rotta, il fallimento dell’integrazione continuerà a essere una minaccia mortale per l’Europa”, ha scritto il Wall Street Journal dopo il recente attentato suicida che a Manchester ha fatto 22 morti. I numeri della George Washington University parlano chiaro: 51 attacchi mortali a nome dello Stato islamico contro l’occidente, che in totale hanno provocato 395 vittime e 1549 feriti. Il 73 per cento degli attentatori è composto da cittadini del paese in cui è stato eseguito l’attacco. Il 17 per cento degli attentatori erano convertiti. Sono i figli prediletti del multiculturalismo. Un altro rapporto della Henry Jackson Society ha appena rilevato che il 76 per cento degli attentati in Inghilterra è stato compiuto da islamici radicali che vivevano nei ghetti multiculturali. Abbiamo incubato l’odio che si è riversato contro di noi in questi ultimi tre anni.

A Colonia aprirà a breve la più grande moschea d'Europa. Lo storico Sieferle l'ha chiamata "Finis Germania" in un bestseller

“Il multiculturalismo è un’ideologia anglosassone, nata all’epoca della prima globalizzazione e della decolonizzazione, quando si pensò di usarla per far convivere diverse comunità e culture”, dice al Foglio Pascal Bruckner, saggista, filosofo e romanziere francese, l’ex nouveau philosophe antimarxista autore di recente del libro “Un racisme imaginarie” (Grasset), che tratta appunto di multiculturalismo. “I criteri di giusto e ingiusto, criminale e barbarico, scompaiono di fronte al criterio assoluto del rispetto per la differenza. Non esiste più alcuna verità eterna. Lo stato deve essere un mero amministratore nel nome del rispetto della religione, come avveniva durante il dominio coloniale inglese. Ma è finita, come ha detto anche il sindaco di Londra Sadiq Khan, con i ghetti in cui i musulmani si sono chiusi. Le chiamano ‘sharia zones’, territori in molte città inglesi che sembrano britanniche soltanto nell’architettura, mentre dentro si vive come in Arabia Saudita. Il multiculturalismo è stato un tradimento dell’integrazione, abbiamo pensato che se fossimo stati carini con gli immigrati loro sarebbero stati gentili con noi. Ma i musulmani sono rimasti musulmani, ritengono che l’islam sia superiore alla cultura occidentale. L’integrazione sarebbe un tradimento. La cultura occidentale per loro è Boko Haram, che significa proprio questo: la cultura occidentale è sacrilega.

L’integrazione ha funzionato bene con gli italiani, i polacchi, gli ucraini, ma non con i musulmani. Non vogliono laicità, uguaglianza, occidente”. Negli anni Sessanta, l’allora Home Secretary del Regno Unito, Roy Jenkins, formulò così il multiculturalismo: “Pari opportunità accompagnate da diversità culturale in un’atmosfera di mutua tolleranza”. E’ stata la più potente ideologia europea post Seconda guerra mondiale, come spiega la politologa americana Rita Chin nel libro in uscita ad agosto dal titolo “The crisis of multiculturalism in Europe. A history” (Princeton University Press). Ma come scrive Renato Cristin nel libro “I padroni del caos”, uno dei migliori libri sull’ideologia multiculturale appena uscito per Liberilibri, si tratta di un “riduzionismo” forgiato nel “mito sessantottesco e postmoderno dell’altro e dell’alterità”, in cui la cultura occidentale abdica ai suoi founding principles, mentre l’islam radicale è lasciato impunemente libero di edificare il suo scontro di civiltà. “You will not divide us”, ripetiamo ai terroristi che ci colpiscono. Ma quella divisione è già avvenuta.

Anziché arruolarsi nel Califfato e farsi esplodere al concerto di Ariana Grande, Salman Abedi sarebbe potuto diventare un medico, un ingegnere, portare braccia all’integrazione. Ma tutta la sua famiglia era un microcosmo del fallimento multiculturale. Ramadan Abedi, il padre di Salman, era una guardia nel regime di Gheddafi, salvo lavorare segretamente per rovesciarlo, poi muezzin a Manchester, tornato nella Libia post Gheddafi per riprendere il suo vecchio nome islamico Abu Ismail. Ismail Abedi, fratello dell’attentatore, è stato arrestato a Manchester il mattino dopo la macellazione. Hashim Abedi, l’altro fratello, è stato arrestato lo stesso giorno in Libia per i legami con l’Isis. Jomana Abedi, sorella di Salman, ha pubblicato su Facebook una preghiera araba che celebra l’ingresso di suo fratello in Paradiso. Abedi era uno dei 23 mila islamici radicali nella lista dell’intelligence britannica. Dame Stella Rimington, ex capo dell’MI5, ha stimato che ci vorrebbero 50 mila agenti inglesi per monitorare duemila estremisti islamici 24 ore su 24 sette giorni su sette.

“L’ironia è che abbiamo creato per loro questi ghetti, da cui poi hanno scatenato una guerra terroristica”, continua lo scrittore francese Pascal Bruckner nell’intervista al Foglio. “Territori perduti, li chiamano così in Francia. Quando ci furono i disordini nelle banlieue, lo stato andò dagli imam per calmare gli animi. In cambio abbiamo dato loro moschee, scuole, centri culturali. E’ il Cavallo di Troia del multiculturalismo. Abbiamo pensato: ‘Loro ci danno voti, noi diamo loro ciò che vogliono’. E’ il prezzo della ‘pace sociale’. Sono i sintomi di un’Europa affaticata, che è troppo pronta all’acquiescenza al minimo allarme. In Francia abbiamo così avuto Charlie Hebdo, il Bataclan, l’antisemitismo. Siamo un obiettivo prelibato dell’islam radicale. Dal 2012 a oggi, dieci ebrei francesi sono stati uccisi in quanto ebrei. L’ultima è stata, due mesi fa, Sarah Halimi. Anche nel modello francese molte cose sono andate storte. La Francia ha abbandonato l’assimilazione, che funzionò bene con gli ebrei, consentendo ai musulmani di restare prima di tutto musulmani. Qui ha giocato un senso di colpa coloniale potentissimo. Il multiculturalismo ha imprigionato gli esseri umani nella loro condizione di nascita, sei dannato e condannato, è come il giansenismo, il destino della colpa o della salvezza originaria. Chiunque voglia sostenere che la libertà è indivisibile, che la vita di un essere umano ha lo stesso valore ovunque, che amputare la mano di un ladro o lapidare un’adultera è intollerabile ovunque, è debitamente accusato in nome della necessaria uguaglianza delle culture. Di conseguenza, possiamo chiudere un occhio su come gli altri vivono e soffrono una volta che sono stati parcheggiati nel ghetto della loro particolarità. Questo è il paradosso del multiculturalismo: accorda lo stesso trattamento a tutte le comunità, ma non alle persone che le formano, negando loro la libertà di liberarsi dalle proprie tradizioni. Si tende a dimenticare il despotismo totale delle minoranze resistenti all’assimilazione. Neri, arabi, pakistani e musulmani sono imprigionati nella loro storia. Viene loro negato quello che è stato il nostro privilegio: il passaggio da un mondo all’altro, dalla tradizione alla modernità, dalla cieca obbedienza alla decisione razionale. Il multiculturalismo è il razzismo degli anti-razzisti, incatena le persone alle loro radici. I Lumi appartengono a tutta l’umanità e non a pochi privilegiati nati in Europa o in Nord America”.

"I criteri di giusto e ingiusto, criminale e barbarico, scompaiono di fronte al criterio assoluto del rispetto per la differenza"

Il multiculturalismo si è mutato nella più grave minaccia alla democrazia liberale in Europa. Lo si è visto il giorno dell’arresto di Salah Abdeslam, l’attentatore del 13 novembre 2015, stanato nelle case popolari a Molenbeek, dopo una latitanza di quattro mesi, uno degli appartamenti che l’amministrazione di Bruxelles assegna agli immigrati. Anziché applausi alle teste di cuoio che lo hanno arrestato, dai balconi sono piovuti oggetti di ogni tipo. Il primo sintomo di questo fallimento furono i riots in Francia e in Inghilterra del 2005 e del 2011. Poi è arrivata una spaventosa ondata di terrore di matrice islamica. Non da parte degli immigrati sui barconi, ma dei born again, i terroristi figli dell’Europa “rinati” qui al fondamentalismo islamico, e dei convertiti. A soli venti minuti di auto dal Marais, il quartiere di Parigi in cui si trovavano gli uffici di Charlie Hebdo, c’è Gennevilliers, un sobborgo settentrionale che ospita diecimila musulmani dove i fratelli Kouachi sono nati e cresciuti. Appena sette miglia separano i due mondi, ma c’è un abisso. Come nella caligine di Birmingham, nella Ruhr britannica. Le barbe sono la maggioranza. Le mani delle donne tutte guantate di nero. Molti negozi mostrano diversi orari di chiusura corrispondenti a quelli delle preghiere quotidiane. Molte le librerie religiose. Come le agenzie di viaggio che garantiscono strutture con spazi non misti e piscine in cui le donne possono “preservare la propria modestia”. Da qui, da quartieri come Sparkbrook, viene un decimo dei jihadisti del Regno Unito. A Sparkbrook, il consiglio comunale a maggioranza laburista ha chiuso un occhio per anni sulla proliferazione dell’estremismo islamico, esattamente come facevano i socialisti a Molenbeek, dove hanno governato per mezzo secolo. A cominciare dal borgomastro Philippe Moureaux, che incluse, primo caso nella storia del Belgio, esponenti musulmani nelle liste comunali e regionali. Frequenti le visite alle moschee, i sussidi alle associazioni musulmane, la fornitura dei servizi alle scuole islamiche, la partecipazione dei politici al festival Eid El Kebir.

“Per la sinistra, i musulmani sono i nuovi proletari”, dice ancora Bruckner al Foglio. “La sinistra ha perso tutto: l’Unione sovietica, la classe operaia occidentale e il Terzo mondo, che si sta aprendo al mercato e all’occidente. Le resta l’islam radicale per il tramite multiculturale. Dopo la strage al Bataclan, il filosofo Alain Badiou ha detto che il terrorismo è una reazione al capitalismo”. Il burqa e la barba che proliferano nelle nostre società parallele non sono casuali. Il costume simboleggia la fedeltà a uno stile di vita, a una civiltà. Quando l’imperatore giapponese aprì il suo paese all’occidente, durante il periodo Meiji, adottò un frac. Atatürk fece la stessa cosa in Turchia. Vietò le barbe, i fez per gli uomini e i veli per le donne. “Il multiculturalismo ha provocato delitti d’onore, mutilazioni genitali femminili e legge della sharia”, ha affermato l’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey. Il multiculturalismo si è rivelato un gigantesco raccolto di dolore. Dal 2010 al 2014, in Inghilterra ci sono stati 11 mila casi di violenza legata ai “delitti d’onore”. In Italia c’è stata Hina Saleem, sgozzata e sepolta nell’orto di famiglia, a Sarezzo. Il padre, pachistano, l’aveva promessa in sposa a un cugino. Fu sepolta con la testa rivolta alla Mecca. A Pordenone, Sanaa Dafani è stata accoltellata a morte nel bosco, mentre era in compagnia del fidanzato, italiano. I giornali in Europa, per non disturbare il sonno multiculti, tendono sempre a derubricare queste esecuzioni a sfondo islamico alla voce “violenza domestica”. Il settimanale tedesco Spiegel scrive che almeno cinquanta donne musulmane siano state vittima di un delitto d’onore dal 2000 a oggi. A queste vanno aggiunte le “vergini suicide”, le ragazze che si uccidono per sfuggire a un matrimonio forzato.

Un nuovo rapporto ha rivelato che giovani di origini straniere in Svezia sono soggetti in gran numero a “cultura dell’onore” e sono a rischio di omicidi d’onore per un totale di 240 mila persone. Lo ha spiegato il quotidiano svedese Aftonbladet. Astrid Schlytter, professore associato all’Università di Stoccolma ed esperto in materia, ha dichiarato: “Un terzo degli studenti nati all’estero o i cui genitori sono nati all’estero vive sotto norme d’onore”. Negli ultimi cinque anni solo a Londra il tasso di delitti d’onore è aumentato del 40 per cento. In Europa risultano “scomparse” migliaia di ragazze musulmane già cittadine europee. Tutte allo stesso modo: partono per un viaggio all’estero e sui banchi di scuola o sul posto di lavoro non tornano più. Downing Street stima che ogni anno avvengano circa tremila matrimoni forzati. In Svezia si parla di 70 mila ragazze musulmane non libere di sposare chi vogliono.

Da Gennevilliers, Parigi, a Sparkbrook, Birmingham, proliferano le énlcave dove hanno preso il potere i fondamentalisti islamici. "Solo nell'aspetto sembra di stare in Inghilterra, dentro quelle realtà si vive come in Arabia Saudita"

Sono tante le “colpe” delle vittime dei delitti d’onore: il rigetto del velo, vestire all’occidentale, frequentare amici “infedeli”, convertirsi al cristianesimo, studiare, cercare il divorzio, mostrarsi “indipendenti”. Surijt Athwal è stata strangolata in Inghilterra perché aveva pianificato un divorzio, mentre Rukhsana Naz è stata uccisa perché aveva rifiutato un matrimonio combinato. La svedese Fadime Sahindal è stata uccisa a colpi di pistola perché si era avvicinata alla cultura occidentale. Hanno tagliato la gola all’inglese Heshu Yones perché aveva un fidanzato cristiano. In Germania Hatin Surucu è stata giustiziata con un colpo alla nuca perché si era tolta il velo. La tedesca Morsal Obeidi aveva appena sedici anni ed è stata uccisa perché “voleva essere troppo libera”. E’ uno dei grandi paradossi del multiculturalismo: in questo momento cinque paesi membri europei della Nato stanno combattendo in Afghanistan contro i talebani, che vanno per villaggi richiedendo alle famiglie le ragazze non sposate come mogli, mentre nella libera Europa accade lo stesso nei nostri ghetti. Non solo, ma i giornali inglesi hanno scritto di una “miniguerra civile surreale” in Afghanistan fra soldati britannici e cittadini inglesi di religione musulmana che hanno raggiunto le zone degli scontri per unirsi ai talebani. I figli del multiculti.

Benjamin Whitaker in un rapporto alle Nazioni Unite del 1982 ha inserito il matrimonio forzato, che imperversa nell’Europa multiculturale, tra le nuove schiavitù. Il Belgio è uno dei paesi più segnati dall’islamismo famigliare, tanto che la fondazione intitolata a re Baldovino ha diffuso nelle scuole una brochure: “Tempo di vacanze: tempo di matrimonio?”. In Francia sono migliaia le mariée de force, sposate con la forza. Il movimento Ni putes Ni soumises stima che solamente nell’Ile-de-France e nei sei dipartimenti a più forte popolazione islamica vi siano 70 mila adolescenti da 10 a 18 anni potenzialmente minacciate dai matrimoni forzati. Fadela Amara, leader di Ni putes ni soumises, ha detto che le donne delle periferie francesi hanno a che fare con il fondamentalismo islamico: “Negli ultimi dieci anni, la condizione delle donne nelle banlieue è peggiorata drasticamente. Si registra un aumento degli insulti contro le giovani donne in jeans, dei matrimoni forzati o combinati dalle famiglie, sempre più ragazze sono costrette a lasciare la scuola e assistiamo anche a una maggiore incidenza della poligamia”. La pittoresca città tedesca di Hamelin, che ha dato il nome alla fiaba del pifferaio, è stata teatro di un’orribile episodio di violenza dettata dall’onore, quando Nurettin B., nato in Turchia, ha tentato di uccidere una delle sue tre mogli. Il Max Planck Institute ha pubblicato uno studio sui delitti d’onore. Furono registrati due omicidi d’onore nel 1998 e dodici nel 2004. Nel 2016, però, ci sono stati 60 casi, un aumento del 400 per cento. E quest’anno sono già almeno trenta gli omicidi d’onore.

Nel multiculturalismo prolifera la poligamia. Paesi come il Regno Unito, i Paesi Bassi e la Francia riconoscono i matrimoni poligamici se sono stati contratti all’estero. Si stima che in Gran Bretagna esistano almeno 20 mila unioni poligamiche. In Francia la poligamia è stata ufficialmente bandita nel 1993, ma l’Economist scrive che “ci sono circa 200 mila persone, tra cui i figli, che vivono in 16-20 mila famiglie poligamiche”. La maggior parte sono di origine africana, in particolare del Maghreb e del Sahel, dove la poligamia è accettata. In Germania, è stato stimato che nel 2012, solo a Berlino, il 30 per cento degli uomini di origine araba era sposato con più di una moglie. Tutto viene fatto in clandestinità: ci si sposa legalmente, il secondo matrimonio si effettua solo in moschea. Secondo la Bild, in Baviera sono stati registrati 550 casi di spose minorenni e 161 di spose bambine sotto i sedici anni tra i richiedenti asilo alloggiati nei campi profughi. Il diritto europeo quasi sempre capitola di fronte al sopruso multiculti. La Corte d’appello di Bamberg ha riconosciuto la validità di un matrimonio tra una quattordicenne e suo cugino appellandosi al fatto che era stato contratto in Siria, dove non esistono limiti di età, e in più era già stato consumato. Le spose bambine sono state riunite con i loro mariti in Danimarca dopo che le autorità a settembre hanno invertito la loro politica di separazione. Il servizio di immigrazione danese ha deciso che forzare quelle coppie sposate a separarsi violava il diritto alla vita famigliare garantito dalla Convenzione europea sui diritti umani. Anche se si tratta di una bambina di dodici o tredici anni. A gennaio, dopo le segnalazioni della radio svedese, le autorità hanno dichiarato che almeno 70 ragazze sotto i 18 anni si sono sposate in centri per migranti gestiti fra Stoccolma e Malmo. La famosa parità di genere scandinava non va oltre il ghetto multiculturale. E i governi dialogano con l’islam “moderato” di cui sono espressione organizzazioni come l’Ucoi in Italia, il cui fondatore Hamza Piccardo, definisce “un diritto civile” la poligamia. Lo stesso vale per la mutilazione genitale. Nel mondo, secondo l’Unicef, sono oltre 125 milioni le donne vittime del taglio rituale che tende a “purificarle” preservandole dal sesso prematrimoniale. In Europa ci sono almeno mezzo milione di ragazzine che hanno subito questa pratica terribile. E il nostro cosiddetto “stato sociale” si rifiuta ormai di entrare in quelle case e in quei quartieri (Ayaan Hirsi Ali, da assistente sociale, raccontava questa resa alla violenza fisica in Olanda).

Il multiculturalismo si fonda sulla legalizzazione di un diritto della sharia parallelo ai sistemi europei. In Gran Bretagna ci sono cento tribunali islamici organizzati in base alla sharia. Corti islamiche sono state inaugurate a Bruxelles e Anversa, mentre in Germania il settimanale Spiegel ha pubblicato un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. La paura di “offendere” le minoranze islamiche porta spesso alla cecità. Il politico inglese Denis MacShane ha detto di non aver voluto indagare il caso di Rotherham perché, “da lettore del Guardian e liberal di sinistra”, aveva paura di “affondare il barcone multiculturale”. Cosa era successo a Rotherham, una città di 117 mila abitanti nel nord dell’Inghilterra famosa per il carbone? Dal 1997 al 2013, centinaia di bambini da undici a sedici anni con problemi mentali, emozionali o famigliari sono stati adescati e abusati da membri delle comunità pachistana. Alexis Jay, incaricata dalle autorità governative di far luce su quanto era successo, ha trovato responsabilità di polizia, politici e assistenti sociali che non hanno voluto, pur conoscendole, fermare le violenze. I funzionari “temevano di denunciare l’origine etnica di chi era coinvolto” finendo per essere definiti “razzisti”. Il sindaco di Rotherham, il laburista Roger Stone, ha dato le dimissioni.

Il multiculturalismo fa rima con antisemitismo. Un caso, ad aprile, ha allarmato la comunità ebraica di Berlino. Un ragazzino per anni è stato “mobbizzato”, in quanto ebreo, dai compagni di origine turca e araba, fino al punto che i genitori hanno deciso di ritirarlo dalla scuola. Ha raccontato la Süddeutsche Zeitung che “non è un caso isolato”, come ha detto la ex presidente del consiglio centrale degli ebrei Charlotte Knobloch. In Francia a Sarah Halimi è appena successo di peggio. Lo scorso 4 aprile, questa signora ebrea è stata defenestrata al grido di “Allah Akbar” da un vicino. Numerosi intellettuali, come Alain Finkielkraut, Michael Onfray, Jacques Julliard, Elisabeth Badinter e Marcel Gauchet hanno pubblicato un testo sul quotidiano Le Figaro chiedendo a gran voce che “venga detta la verità” sul caso Halimi che ha sconvolto il paese due mesi fa. “La donna di 65 anni, pensionata e madre di tre figli, è stata torturata e uccisa in piena campagna elettorale. Colpevole solo di essere ebrea”. L’Agenzia ebraica si aspetta che 50 mila ebrei lasceranno la Francia alla volta di Israele entro il 2024. Cinquemila sono già partiti nel 2016, 7.900 nel 2015 e 7.231 nel 2014. Quarantamila ebrei francesi hanno lasciato il paese in dieci anni. La vita per loro, soprattutto dove la sinagoga si amalgama alla moschea, sta diventando impossibile.

In Italia c'è stata Hina Saleem. In Europa aumentano delitti d'onore, mutilazioni genitali, spose bambine e "vergini suicide". La donna musulmana è stata abbandonata nel multiculturalismo

Per assecondare le richieste della comunità islamica, spesso i governi europei arrivano a soluzioni creative che hanno dell’incredibile. “Le dipendenti non devono indossare una gonna o un vestito che arrivino sopra il ginocchio, e gli stivali al ginocchio sono inappropriati durante il lavoro al banco”. Questa la circolare interna giunta al personale degli uffici comunali di Nieuw West, 133 mila abitanti, uno dei più grandi fra gli otto distretti di Amsterdam, nonché uno dei più popolati da immigrati di fede musulmana. L’Olanda ha persino approvate blocchi di “case halal”, abitazioni islamicamente corrette. Sorgono nei quartieri Bos e Lommer ad Amsterdam, tranquilli caseggiati di periferia per giovani coppie sposate. Ma all’interno, il municipio le ha concepite per coppie musulmane religiose. Le sale da pranzo e le cucine, per esempio, sono divise fra la stanza degli uomini e quella delle donne, in modo da non generare “promiscuità sessuale”. Anche la Svezia sta portando alle estreme conseguenze il multiculturalismo. Due esempi su tutti. Alla Adolfsberg School di Örebro, a qualche chilometro da Stoccolma, si è pensato di tentare con le classi separate fra maschi e femmine. L’Eriksdalsbladet di Stoccolma, il più grande centro acquatico della Svezia noto come “l’arena nazionale del nuoto”, ha deciso di separare le donne da una parte e gli uomini dall’altra. Non era mai avvenuto prima. In Danimarca, invece, una scuola di Aarhus ha separato gli studenti sulla base del profilo etnico per evitare una “classe multiculturale”.

In Europa, il multiculturalismo porta sempre di più alla nascita di énclave vere e proprie, spesso ai margini delle grandi capitali. La più famosa è Molenbeek, a Bruxelles. Il giornale Bild e il magazine Focus, tra gli altri, hanno identificato in Germania più di quaranta “aree problematiche” (Problemviertel). Si tratta di aree con grandi concentrazioni di migranti, elevati livelli di disoccupazione e dipendenza cronica dal welfare, abbinati al decadimento urbano, incubatori di anarchia e islamismo. La Bild descrive queste aree come “ghetti in espansione, società parallele e aree senza uscita”. Ci sono aree simili nelle grandi città inglesi come Birmingham, Bradford, Derby, Dewsbury, Leeds, Leicester, Liverpool, Luton, Manchester, Sheffield, Waltham Forest a nord di Londra e Tower Hamlets nella parte orientale della capitale. In Francia sono chiamate “Zones urbaines sensibles”. Secondo il ministero dell’Interno francese ce ne sono 751 e ci vivono cinque milioni di musulmani. Come Sevran, 50 mila abitanti e 73 nazionalità diverse. In un video trasmesso di recente dall’emittente televisiva France 2, si vede come le donne sono letteralmente sparite dai caffè e dai bar di alcuni quartieri periferici musulmani della Francia. Il filmato mostra Nadia Remadna e Aziza Sayah, attiviste del gruppo “La Brigade des Mères” (La Brigata delle Madri), che entrano in un caffè del sobborgo parigino di Sevran, dove sono accolte con sorpresa e ostilità dai clienti esclusivamente uomini. E uno di questi dice loro: “E’ meglio aspettare fuori. Ci sono uomini qui dentro (…) In questo bar, non c’è eterogeneità”. Un altro avventore si rivolge alle due donne dicendo: “In questo caffè non c’è promiscuità. Siamo a Sevran e non a Parigi. Qui c’è un’altra mentalità. E’ come tornare a casa”. Il distretto di Kolenkit, ad Amsterdam, è considerato il “problema numero uno”. Poi, a Rotterdam, ci sono i quartieri di Pendrecht, Het Oude Noorden e Bloemhof. Utrecht svetta con la zona di Ondiep. In Svezia c’è il caso di Rosengaard, un progetto di case popolari alla periferia di Malmö pensato negli anni Sessanta per gli immigrati.

Il multiculturalismo ha facilitato la proliferazione di scuole islamiche estremiste nel cuore dell’Europa (a Milano ci fu il caso della scuola di via Quaranta). A Lilla sorge il Lycée Averroès, al secondo piano di un edificio dall’aspetto fiammingo che ospita la Lega islamica del nord, sopra alla moschea al Iman e alla libreria musulmana. E’ la prima scuola superiore privata musulmana in Francia. Nata nel 1994, quando a Lilla un gruppo di studentesse furono espulse dal liceo Faidherbe dopo che si erano rifiutate di togliersi il velo in classe, la scuola venne scossa dalle dimissioni di uno dei suoi insegnanti, Sofiane Zitouni, che l’aveva fatto scrivendo un editoriale durissimo sul quotidiano Libération. Zitouni accusava la sua scuola di essere infarcita di “antisemitismo, settarismo e islamismo”. Zitouni aveva definito la scuola “territorio islamico finanziato dallo stato”.
La King Fahd Academy di Londra, con i suoi 520 allievi e una retta annuale di 1.500 sterline, è la più prestigiosa accademia islamica del Regno Unito. Vi si usavano manuali in cui gli ebrei vengono definiti “figli di maiali e scimmie”. Lo si è scoperto grazie a Colin Cook, insegnante musulmano della King Fahd che ha accusato i sauditi di fomentare la violenza contro i “cristiani maiali”. Il professore è stato licenziato dopo aver protestato per il tipo di lezioni impartite agli studenti. Un dirigente della scuola gli aveva risposto: “Questa non è l’Inghilterra, è l’Arabia Saudita”. Due anni fa la polizia inglese ha lanciato l’operazione “Cavallo di Troia” a Birmingham, volta a sventare un complotto per islamizzare le scuole pubbliche promuovendo il salafismo radicale attraverso la nomina dei dirigenti scolastici, l’assunzione degli insegnanti con legami estremisti o l’imposizione di rigidi valori islamici. Una King Fahd Academy ha dovuto chiudere l’anno scorso in Germania sempre per sospetto di indottrinamento islamista. La prima scuola secondaria islamica in Belgio ha aperto a Schaarbeek (Bruxelles). Come spiega il quotidiano francofono La Libre Belgique, la scuole accoglie 660 allievi e porta il nome di “La Vertu” (la virtù). Un professore dell’Università di Vienna, Edna Aslan, in uno studio di trenta pagine commissionato dal ministero dell’Interno rivela anche l’esistenza di 150 asili islamisti nella capitale austriaca. Diecimila bambini educati all’odio dei “kuffar”, gli infedeli, da parte di gruppi di salafiti, Fratelli musulmani e altri islamisti.

A finanziare il multiculturalismo, con le moschee, con le università, con i progetti sociali nelle banlieue, sono i grandi poli mondiali dell’islam politico, il wahabismo con l’Arabia Saudita e il Qatar a nome della Fratellanza musulmana. C’è Doha, ad esempio, dietro al Tawhid Cultural Centre di Tariq Ramadan a Saint-Denis, nel cuore della banlieue parigina. L’Arabia Saudita ha promesso alla Germania di costruire una moschea per ogni cento migranti in cambio di aiuti economici. Khalid Masood, l’attentatore di Westminster, a marzo, aveva compiuto tre viaggi in Arabia Saudita. Scrive il World Affairs Journal che “i migranti musulmani europei marginalizzati e i loro discendenti, come i fratelli Kouachi, sono diventati i bersagli favoriti dei radicalizzatori wahabiti, come documentato in un’ampia relazione dell’Istituto Montaigne, un think tank francese”. Così un terzo dei musulmani francesi rigettano oggi la laicità in favore della sharia. Percentuali simili si trovano in quasi tutti gli altri paesi europei.

Nel multiculturalismo, a guadagnarci sono gli estremisti, i salafiti, e sono in uscita i dissidenti, gli autentici riformatori liberali dell’islam. Come Ayaan Hirsi Ali, esule in America; come Sooreh Hera, olandese-iraniana che si è autocensurata; come la turca Seyran Ates, avvocato, pestata per il suo lavoro con le donne. Il multiculturalismo, serrando i ranghi attorno alle differenze e alle minoranze, ha rinverdito i fasti del delitto d’opinione, consentendo a gruppi militanti in lotta contro l’“islamofobia” di trascinare in tribunale decine di giornalisti e scrittori. “L’islamofobia è una parola inventata durante il caso di Salman Rushdie per chiudere ogni dibattito sull’islam e per impedire ogni critica”, ci dice ancora l’intellettuale francese Pascal Bruckner, che sei mesi fa è andato a processo (poi è stato assolto) con l’accusa proprio di “islamofobia”. “Se fai oggi una vignetta su Maometto, ti condanni a morte. Puoi farne sul Papa, ma non su Maometto. I terroristi hanno vinto! Il Canada ha appena approvato una mozione che impedisce la critica all’islam. Siamo di fronte a una nuova esegesi del Corano. Ironico. L’occidente è colpevole di tre mali: schiavitù, colonialismo e imperialismo. Ma ci siamo distanziati da quella storia, abbiamo fatto mea culpa, nei libri di scuola, al cinema, ovunque. Mi aspetto che l’islam faccia altrettanto per l’occupazione araba della Spagna e per l’occupazione ottomana dell’Europa orientale. Ma non sento alcun rimorso. Parliamo anche della schiavitù nel mondo arabo. Un grande poeta, Adonis, ha detto che l’Isis è la fine dell’islam. Ascoltiamo queste voci”.

Il multiculturalismo venne non a caso lanciato in un momento di affondamento demografico. “L’Europa è in preda a una grande crisi, non facciamo più figli, siamo come pronti a scomparire, e questo è un sintomo della stanchezza occidentale”, continua Bruckner. “La Germania ha accolto un milione di persone dal medio oriente, in Italia ne stanno arrivando a centinaia di migliaia. Ma questo funziona soltanto se non credi che esista la cultura occidentale”. Abbiamo consentito che i fanatici islamici si lanciassero alla conquista di milioni di musulmani europei. Poi gli stessi fanatici hanno usato i loro neofiti per continuare sull’occidente il lavoro che avevano avviato così bene all’interno dei loro stessi ghetti. “Ho sentimenti contrastanti sul futuro dell’Europa”, ci dice concludendo l’intervista Pascal Bruckner. “Da un lato ci sono queste reazioni sentimentali malate dopo ogni attentato, come in Svezia, con le candele e i fiori. Ma c’è anche la rabbia, che non è vendetta. Noi francesi in questo siamo messi meglio degli inglesi. A un giornalista del New York Times che attaccava la Francia, dopo che il mio paese ha bandito il burqa, ho fatto presente che lo aveva messo fuori legge anche il Marocco. E’ islamofobo pure il re del Marocco? Tutti i morti che abbiamo avuto in Europa spero ci facciano risvegliare sul nemico che abbiamo di fronte. E’ il nuovo fascismo”.



Europa e Occidente, antigiudaismo/antisemitismo e Shoà
viewtopic.php?f=201&t=2735

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 2946540969

Europa liberati dall'antisemitismo e dalla colpa della Shoà (olocausto del capro espiatorio ebraico)
acquisendo la piena coscienza storico-culturale e assumendoti la tue specifiche responsabiltà e non responsabilità, al contempo di carnefice degli ebrei e di vittima dell'ebraismo cristiano messianico e idolatra
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Si liberi Europa dai sensi di colpa, dai miti, dai pgiudizi

Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:27 pm

Ci si liberi dai miti del fascismo e del nazismo e dei loro assurdi nazionalismi statalisti

'Azione Frontale', organizzazione neofascista romana, desidera commemorare pubblicamente il suo <<camerata>> Arafat: e passi, evidentemente gli sono accomunati dal medesimo ODIO antiebraico.
Del resto, Arafat prese lezione dal suo mentore politico, il famigerato Amin el Hussein, gran mufti di Gerusalemme e poi amico ed alleato di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale (e la Shoah, eh...), sino all'ultimo.
Mi domando invece come possano gli antifascisti simpatizzare ancora per la figura di questo vile e sanguinario terrorista antisemita che fu Arafat, morto favolosamente ricco grazie a tutti i bei soldoni internazionali per il suo popolo da lui privatamente intascati...


PARCO YASSER ARAFAT DOVEVA ESSERE E PARCO YASSER ARAFAT E' STATO!

Per una volta che la giunta di Virginia Raggi ne aveva indovinata una, decidendo di intitolare un, piccolo, parco a Yasser Arafat, Premio Nobel per la Pace nel 1994 e storico leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ecco che la proverbiale arroganza ed ingerenza della comunità ebraica romana e l’ormai altrettanto proverbiale incapacità della giunta 5 stelle, hanno rovinato tutto.
Nessuna intitolazione, nessun Parco Arafat.

Ma, come sempre, dove non arrivano le istituzioni e le amministrazioni locali, vuoi per incapacità, vuoi per vigliaccheria, allora arriva Azione Frontale a sistemare le cose.
Il giardino del popolare quartiere di Centocelle, fra Via Fiuggi e Via Trinchieri, alle spalle del centro commerciale Primavera, è stato intitolato da Azione Frontale a Yasser Arafat “eroe del popolo palestinese”.

«Ci è sembrato doveroso, dopo il dietrofront della sindaca, rendere il giusto omaggio ad un uomo che per tutta la vita ha lottato per la libertà e l’indipendenza del proprio popolo, contro tutti i grandi potentati e le campagne mediatiche orchestrate per farlo apparire un sanguinario terrorista. Stiamo parlando, per altro, di un leader politico insignito della più grande fra le onorificenze, il Premio Nobel per la Pace, proprio per il suo ruolo ed il suo operato.»
«È incredibile l’arroganza con la quale taluni interferiscano nelle decisioni dell’amministrazione capitolina, ma altrettanto incredibile la sudditanza con la quale, sindaca e giunta, hanno fatto marcia in dietro su una decisione giustissima.
Ma, tutto sommato, di che ci stupiamo?
Da un lato lo strapotere sionista, spalleggiato dagli Stati Uniti, che occulta tutte le nefandezze e le violenze fisiche e morali perpetrate ai danni del popolo palestinese, dall’altro un piccolo uomo che, con la sua tenacia ed il suo amore per la propria terra ed il proprio popolo, ha dato una speranza di libertà a milioni di palestinesi oppressi. Uomini cosi purtroppo in Italia non ce ne sono, men che meno fra i 5 stelle.
Poco male ci ha pensato Azione Frontale, come al solito!»



Raggi, retromarcia sul parco Arafat per le proteste della comunità ebraica
Andrea Arzilli
8 agosto 2017
La giunta capitolina aveva intitolato un parco al defunto leader palestinese (premio Nobel per la pace) e una piazza al rabbino capo emerito Toaff. Ma per gli ebrei di Roma accostare i due nomi è un fatto definito «inaccettabile, offensivo e antistorico»

http://roma.corriere.it/notizie/politic ... 2090.shtml

Dopo le proteste della comunità ebraica sulla decisione del Campidoglio di intitolare un parco a Yasser Arafat, Raggi fa dietrofront e «congela» la delibera. Il parco in questione si trova a Centocelle, la zona compresa tra via Romolo Trinchieri e via Fiuggi. Lì, con la delibera 165 del 28 luglio, la giunta capitolina aveva deciso di mettere una targa in ricordo di Arafat, premio Nobel per la pace ma anche leader storico della Palestina libera. Con la stessa delibera la sindaca aveva stabilito anche di intitolare una largo a Colle Oppio (lungo viale Fortunato Mizzi) al rabbino capo emerito Elio Toaff. Ma la sola presenza dei due nomi sullo stesso dispositivo ha mandato su tutte le furie la comunità ebraica romana che ha subito scritto una lettera a Raggi. Per metterla davanti ad una scelta: o «recedere dall’iniziativa di intitolare un parco a Arafat», definito senza giri di parole «un terrorista», oppure ritoccare la delibera per «non procedere all’intitolazione di una piazza al rabbino capo Toaff», ha scritto la presidente Ruth Dureghello.

Parole durissime. Così come quelle usate nella motivazione. «Un’offesa alla memoria di Toaff che non vogliamo tollerare», scrive Dureghello che spiega come la scelta di dare a un luogo cittadino il nome dell’ex capo dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) sia «inaccettabile, offensiva e antistorica, proprio nel momento in cui l’Europa è vittima di una serie di attentati terroristici di matrice islamista: Arafat del terrorismo odierno è stato il precursore, se non l’ideatore, e il premio Nobel per la pace da lui ricevuto non è altro che il primo dei tanti premi Nobel assegnati con dubbio merito». E ancora: «Arafat, lo ricordiamo per chi evidentemente non conosce la storia, è il mandante morale dell’attentato antisemita alla Sinagoga del 9 ottobre 1982 in cui morì Stefano Gay Tachè. Un bambino ebreo, romano e italiano». La retromarcia di Raggi arriva in serata, via posta. «Considerato che il nostro atto intende richiamare processi di pace che si fondano sulla condivisione delle scelte - scrive la sindaca -,insieme alla giunta abbiamo deciso di rinviare l’attuazione della delibera per quanto riguarda le denominazioni in questione». Delibera sospesa. E dietrofront politico


Il Veneto dopo la II Guerra Mondiale si è risollevato dalla miseria secolare in cui era precipitato da Napoleone in poi, raggiungendo il livelo più basso con l'arrivo dello Stato Italiano.
I suicidi dei disoccupati e degli imprenditori soffocati dal fisco e dai debiti sono per lo più causati dallo Stato Italiano dalla sua fiscalità e dalla sua burocrazia feroci.
Fiscalità che serve a mantenere le caste e i parassiti italiani tra cui la Chiesa Cattolica Romana, i politicanti , Roma Capitale, le regioni meridionali della penisola e tanti fanfaroni veneti.
Infatti noi veneti viviamo male a causa dell'Italia molti di noi vorremmo l'indipendenza dallo stato italiano per tornare a vivere.




Si applichi la Legge Mancino al nazismo maomettano e ai suoi seguaci
viewtopic.php?f=188&t=2673

Dobbiamo promuovere associazioni della società civile, libere e non condizionate e condizionabili dai partiti, a tutela dei nostri diritti umani e civile e cercare avvocati competenti che come donne o uomini e cittadini condividono l'iniziativa;
preparare e presentare migliaia di denunce singole o collettive (come associazioni) alle Procure della Repubblica di ogni città, per ingiurie, minacce e per la violazione della legge Mancino facendo riferimento sia a elementi generici che a casi concreti.



Un prete fascista, nostalgico di Mussolini che lo esalta:
https://www.facebook.com/fabio.nicolett ... 5565728215


Le falsità del mito fascista dei nazionalisti italiani fascisti
viewtopic.php?f=139&t=2660


???
Fiori per i caduti della Rsi: l’Anpi chiama i vigili urbani
giulia zonca
2016/11/01

http://www.lastampa.it/2016/11/01/crona ... agina.html

Un mese fa aveva chiesto una lapide «a perenne ricordo dei combattenti venariesi della Repubblica Sociale Italiana, fucilati nel 1945 durante la Guerra Civile». Risposta secca del sindaco grillino Roberto Falcone: «Assolutamente no. Non mi pare che alcun presidente della Repubblica italiana abbia dedicato una festa nazionale al fascismo o a chi ha perso la vita per difendere quegli ideali».

Ma Gaetano Cuttaia detto «Tony», 57 anni, attivista venariese di CasaPound e coordinatore locale del «Comitato Onoranze Continuità Ideale», non si è perso d’animo. E, così, ieri è andato al cimitero monumentale, ai piedi della grande croce che si trova all’ingresso e sovrasta l’ossario, ha deposto un mazzo di rose rosse chiuse in un nastro tricolore con su scritto: «Ai martiri venariesi della Rsi».

L’OMAGGIO

Poi, nel prato intorno alla croce, ha sparso dei fogli a colori con il simbolo della Rsi e i nomi dei morti: Alberto Giardino, Teresio Girotto, Rina Grosso, Giovanni Lapier, Luigi Marietta, Alessandro Mezzano e Riccardo Selvarolo. D’altronde Cuttaia lo aveva scritto in una lettera inviata al sindaco Falcone. «Dopo più di 70 anni, sarebbe un grande gesto di civiltà deporre le armi dell’odio e lasciare per sempre alle spalle un’epoca piena di dolore e di sangue».

Apriti cielo. Anche se di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, in quella che è sempre stata «Venaria la rossa», pensare di commemorare delle «camicie nere», ancora oggi è impensabile. Perché le ferite non si sono mai rimarginate.

«Non si possono esporre i simboli della Rsi perché è apologia di reato – avverte Fabio Scibetta, iscritto all’Anpi che ha avvertito la polizia municipale dopo aver visto le foto su Facebook -. E poi un mazzo di fiori proprio vicino al mausoleo che ricorda i caduti partigiani, è davvero brutto».


L’INTERVENTO

Due vigili urbani hanno quindi rimosso e sequestrato le rose rosse e i fogli con i nomi dei repubblichini deceduti. «È un fatto gravissimo che non deve passare inosservato», avverte Annibale Pitta, il presidente dell’Anpi di Venaria. Per molti è stata una provocazione bella e buona. «Chi ha deposto quel mazzo di fiori voleva solo attirare l’attenzione e ha raggiunto il suo scopo», dice il sindaco Falcone. Che aggiunge: «I militari della Rsi sono morti per la loro causa, che non era quella condivisa dalla maggior parte della gente, nemmeno dopo la guerra. I valori di chi ha sacrificato la propria vita per la Resistenza devono essere salvaguardati e trasmessi».

Gino Quarelo
Io odio i male e perciò odio i comunisti, i maomettisti, i nazisti e i fascisti ma ricordare i morti non è apologia di reato checchè ne pensino quelli dell'ANPI (odiosi personaggi). La Stampa fa disinformazione è uno dei giornali più bugiardi che si trovino in giro, è un giornalaccio disgustoso.
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Si liberi Europa dai sensi di colpa, dai miti, dai pgiudizi

Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:28 pm

Ci si liberi dal mito e dai pregiudizi del comunismo che tanto male ha fatto all'umanità


Comunisti, internazicomunisti e dintorni
viewtopic.php?f=176&t=1711

Casta ademocratica italico europea - Brexit e Trump
viewtopic.php?f=92&t=2362

Manipolatori e malversatori dell'Ordine Naturale dei Diritti Umani Universali
viewtopic.php?f=141&t=2023

Utopie demenziali e criminali - falsi salvatori del mondo e dell'umanità
viewtopic.php?f=141&t=2593

Utopie che hanno fatto e fanno più male che bene e molto più male del male che pretenderebbero presuntuosamente e arrogantemente di curare.
Totalitarismi e imperialismi maomettano (mussulmano o islamista), comunista (internazicomunista), nazista (fascista e nazista), globalista, idolatria cattolico-ecumenista, ...
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Si liberi Europa dai sensi di colpa, dai miti, dai pgiudizi

Messaggioda Berto » lun ago 07, 2017 4:30 pm

Ci si liberi dal nazismo maomettano, la più grande piaga dell'umanità


Hitler e Maometto: chi è stato il peggior criminale?
viewtopic.php?f=188&t=2659
Islam o nazismo maomettano è l'ideologia politica e il culto religioso idolatra dell'odio, del terrore e dell'orrore.
Maometto è stato il primo terrorista islamico, modello per tutti i mussulmani, da 1400 anno ad oggi.
L'Islam è terrorismo.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... lIslam.jpg

Nazismo maomettano = Islam = dhimmitudine = apartheid = razzismo = sterminio
viewtopic.php?f=188&t=2526

Religione e religiosità come ossessione, come grave malattia, grave disturbo della mente e dell'anima o psico-emotivo
viewtopic.php?f=141&t=2527

Il maomettismo e i maomettani sono una minaccia per l'umanità intera
viewtopic.php?f=188&t=2667



La Svezia è uno Stato fallito?
Judith Bergman
09/08/2017

https://www.facebook.com/noicheamiamois ... 4819556243

La situazione della sicurezza in Svezia è oramai così critica che il capo della polizia nazionale, Dan Eliasson, ha chiesto aiuto ai cittadini, perché la polizia non è in grado di risolvere i problemi da sola. A giugno, la polizia svedese ha diffuso un nuovo rapporto, "Utsatta områden 2017" ("Aree vulnerabili 2017", comunemente denominate "no-go zones" o porzioni di territorio che sfuggono al controllo dello Stato stesso). Nel report si legge che il numero di queste "no-go zones" è aumentato rispetto a un anno fa, passando da 55 a 61.

Nel settembre 2016, il premier Stefan Löfven e il ministro dell'Interno Anders Ygeman si sono rifiutati di riconoscere i segnali di allarme. Nel 2015, è stato risolto solo il 14 per cento di tutti i reati compiuti in Svezia e nel 2016, l'80 per cento degli agenti di polizia avrebbe preso in considerazione l'ipotesi di lasciare il proprio impiego. Entrambi i ministri non hanno voluto parlare di crisi. Secondo Anders Ygeman:

"... ci troviamo in una situazione molto complessa, ma la crisi è una cosa completamente diversa (...) ci troviamo in una situazione molto difficile avendo attuato il più grande riassetto dagli anni Sessanta, mentre sussistono questi fattori esterni molto problematici, con il più elevato afflusso di rifugiati dalla Seconda guerra mondiale. Abbiamo introdotto i controlli alla frontiera per la prima volta in 20 anni e si registra un'accresciuta minaccia terroristica".

Oggi, a distanza di un anno, il capo della polizia nazionale parla di situazione "grave".

Nel 2015, è stato risolto solo il 14 per cento dei reati compiuti in Svezia. Nel 2016, l'80 per cento degli agenti di polizia avrebbe preso in considerazione l'ipotesi di lasciare il proprio impiego. Tuttavia, il premier Stefan Löfven (nella foto sopra) si è rifiutato di parlare di crisi. (Foto di Michael Campanella/Getty Images)

La Svezia assomiglia sempre più a uno Stato fallito: nelle 61 "no-go zones", si contano duecento reti criminali composte da circa 5.000 membri. Ventitré di queste "no-go zones" sono particolarmente critiche, con bambini di 10 anni coinvolti in gravi reati – legati anche alle armi e allo spaccio di stupefacenti – e letteralmente addestrati a diventare dei criminali incalliti.

Il problema però si estende ben oltre il crimine organizzato. A giugno, alcuni poliziotti in servizio a Trollhättan, durante i disordini scoppiati nel quartiere di Kronogården, sono stati aggrediti da circa un centinaio di giovani migranti col volto coperto, principalmente somali. I tumulti si sono protratti per due notti.

I violenti disordini fanno parte dei problemi di sicurezza della Svezia. Nel 2010, secondo il governo, nel paese c'erano "soltanto" 200 islamisti radical. A giugno, il capo dell'intelligence svedese (Säpo), Anders Thornberg, ha dichiarato ai media svedesi che il paese sta affrontando una sfida "storica" avendo a che fare con migliaia di "islamisti radicali in Svezia". Secondo la Säpo, i jihadisti e i loro sostenitori sono principalmente concentrati a Stoccolma, Gothenburg, Malmö e Örebro. "Questa è la 'nuova normalità'. (...) Il fatto che gli ambienti estremisti siano in aumento è una sfida storica", ha affermato Thornberg.

L'establishment svedese deve biasimare solo se stesso per tale situazione.

Thornberg ha detto che la Säpo riceve circa 6mila soffiate al mese riguardo al terrorismo e all'estremismo, a fronte di una media di 2mila al mese nel 2012.

Secondo l'esperto di terrorismo Magnus Ranstorp dell'Università della difesa svedese, alcuni motivi di questo incremento sono legati all'isolamento esistente nelle "no-go zones" del paese:

"...è stato facile per gli estremisti reclutare indisturbati in queste zone. (...) le misure di prevenzione sono state piuttosto banali (...) se si paragonano Danimarca e Svezia, la prima è a livello universitario e la seconda è come un bambino dell'asilo".

Quando l'agenzia di stampa svedese TT ha chiesto al ministro dell'Interno Anders Ygeman cosa comportasse un aumento dei sostenitori delle ideologie estremiste nella lotta al radicalismo da parte del governo svedese, Ygeman ha risposto dicendo:

"Credo che ciò incida poco. Questo è uno sviluppo che riguarda un certo numero di paesi in Europa. Dall'altro lato, ciò dimostra che sia giusto adottare le misure che abbiamo preso. Un centro permanente contro l'estremismo violento: per questo motivo abbiamo aumentato il bilancio per operare contro l'estremismo violento; è per questo che abbiamo aumentato il bilancio per la politica sulla sicurezza per tre anni".

E potrebbero esserci ancor più jihadisti di quanto pensi la Säpo. Nel 2015, nel bel mezzo della cristi migratoria, quando la Svezia ha accolto 160mila migranti, 14mila di quelli destinati all'espulsione sono scomparsi nel paese senza lasciare traccia. Fino all'aprile scorso, le autorità svedesi ne stavano ancora cercando 10mila. Stoccolma però ha soltanto 200 poliziotti di frontiera per farlo. Uno di questi migranti scomparsi era Rakhmat Akilov, un uzbeko. L'uomo, alla guida di un camion, si è schiantato contro la vetrina di un centro commerciale, uccidendo quattro persone e ferendone molte altre. L'attentatore ha poi detto di aver agito per conto dello Stato islamico (Isis).

Nel frattempo, la Svezia continua ad accogliere i combattenti dell'Isis di ritorno dalla Siria, una compiacenza che ben difficilmente migliora la situazione della sicurezza. Nel paese, sono finora arrivati 150 jihadisti. Ne rimangono all'estero ancora 112 – i più irriducibili di tutti – e si prevede il ritorno di molti di questi. Sorprendentemente, il governo svedese ha fornito a diversi ex miliziani dell'Isis delle identità protette per evitare di essere scoperti dai cittadini svedesi. Due di questi ex jihadisti di nazionalità svedese, Osama Krayem e Mohamed Belkaid, erano coinvolti negli attentati terroristici del 22 marzo 2016 all'aeroporto di Bruxelles e alla stazione della metropolitana di Molenbeek, nel centro della capitale belga, in cui 31 persone hanno perso la vita e 300 sono rimaste ferite.

I media svedesi hanno riportato la notizia che le città che accolgono i rimpatriati non sanno neppure che si tratta di ex combattenti dell'Isis. Secondo Christina Kiernan, una coordinatrice della lotta contro l'estremismo islamista violento, "...al momento non c'è alcun controllo su coloro che ritornano dalla zone controllate dall'Isis in Medio Oriente".

La Kiernan spiega che ci sono regole ben precise da parte della Säpo che impediscono di passare informazioni sul rientro dei jihadisti alle amministrazioni locali, in modo che le autorità comunali, compresa la polizia, non siano a conoscenza dell'identità e del numero degli ex combattenti dell'Isis presenti nelle loro zone. È quindi impossibile monitorarli – e questo proprio nel momento in cui la Säpo stima che nel paese ci siano migliaia gli estremisti islamisti violenti.

Nonostante tutto questo, lo Stato svedese, in vero stile orwelliano, combatte i propri cittadini che fanno notare tutti i problemi evidenti causati dai migranti. Nel febbraio scorso, l'agente di polizia Peter Springare è stato indagato per incitamento all'"odio razziale" per aver detto che i migranti stanno compiendo un numero sproporzionato di reati nei quartieri.

Un pensionato svedese di 70 anni è finito sotto processo per "incitamento all'odio" perché aveva scritto su Facebook che i migranti "danno fuoco alle auto, urinano e defecano per strada".

Con migliaia di jihadisti in tutta la Svezia, cosa potrebbe essere più importante di perseguire un pensionato svedese per i commenti postati su Facebook?

Judith Bergman è avvocato, editorialista e analista politica.



Svezia e migranti e Islam
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Europa e Islàm
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Si applichi la Legge Mancino al nazismo maomettano e ai suoi seguaci
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Dobbiamo promuovere associazioni della società civile, libere e non condizionate e condizionabili dai partiti, a tutela dei nostri diritti umani e civile e cercare avvocati competenti che come donne o uomini e cittadini condividono l'iniziativa;
preparare e presentare migliaia di denunce singole o collettive (come associazioni) alle Procure della Repubblica di ogni città, per ingiurie, minacce e per la violazione della legge Mancino facendo riferimento sia a elementi generici che a casi concreti.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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