Sanità americana USA

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Messaggioda Berto » mar ott 20, 2020 1:24 am

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Sanità americana

Messaggioda Berto » mar ott 20, 2020 1:24 am

Ospedali pubblici negli USA: come funzionano

https://www.tuttoamerica.it/assicurazio ... negli-usa/

L’ultima cosa a cui pensiamo, o a cui vorremmo pensare, quando organizziamo un viaggio di piacere sono gli ospedali.

Un viaggio ben pianificato, però, tiene conto di tutti i fattori e degli imprevisti che possono capitare, specialmente quelli riguardanti la salute.

Il sistema sanitario statunitense, infatti, è molto diverso da quello del nostro Paese, perciò è opportuno informarsi bene sul modo in cui funziona e su come tutelare la propria salute in caso capitasse qualche imprevisto.

Scopriamo qualcosa di più sugli ospedali pubblici degli Stati Uniti.
Sono gratuiti gli ospedali pubblici?

Come ho detto, il sistema ospedaliero statunitense funziona in maniera diversa rispetto a quello italiano.

Abbiamo tutti sentito parlare del famoso e controverso Obamacare, che sembra avere i mesi contati; quello che molti forse non sanno, però, è che il nuovo sistema sanitario promosso da Obama non ha cambiato le regole per gli stranieri che dovessero trovarsi nelle condizioni di dover usufruire delle cure degli ospedali degli Stati Uniti.

Ciò vuol dire che se avete bisogno di cure, anche se vi recate in un ospedale pubblico, non avrete diritto all’assistenza gratuita. Chi non è in possesso di un’assicurazione sanitaria, dovrà pagarsi le cure per conto proprio.

La cosa non va affatto sottovalutata, perché anche le cure più basiche, come l’apposizione di alcuni punti e la somministrazione di antibiotici, possono venire a costare migliaia di dollari (vedi costi sanità USA).

Neanche le cure di emergenza sono gratuite, e vengono anch’esse addebitate al paziente.

Se pensate di recarvi negli Stati Uniti, qualunque sia il motivo del vostro viaggio, assicuratevi di acquistare una buona polizza assicurativa, affidabile e con un massimale alto.

Qual è l’assicurazione migliore?Guarda il confronto
Come funzionano gli ospedali pubblici?

Gli ospedali pubblici degli Stati Uniti sono grandi strutture finanziate dal Governo federale, e, pertanto, offrono assistenza anche ai meno abbienti e a coloro che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria (l’assistenza gratuita è offerta solo ai cittadini meno abbienti).

Sebbene garantiscano un buon livello di cure, se non si viene trattati per un’emergenza, le liste di attesa possono prevedere tempi piuttosto lunghi.

Se si ha necessità di cure specifiche, inoltre, le cliniche specializzate o quelle universitarie sono un’alternativa migliore agli ospedali pubblici.

Quando si entra in ospedale, la prima cosa che viene richiesta sono le proprie generalità e i dati dell’assicurazione sanitaria. Se non se ne possiede una, potrebbe venire richiesto il pagamento di una franchigia; in ogni caso, il conto delle spese mediche vi verrà spedito quando sarete dimessi.

Ricordate che se le ferite vengono giudicate non gravi, e viene accertata la vostra impossibilità a pagare, potreste essere dimessi senza che vi sia stato praticato alcun trattamento. Talvolta, neanche una frattura agli arti viene considerata grave.

Se avete necessità di usufruire di cure mediche mentre vi trovate negli Stati Uniti, contattate prima la compagnia assicurativa dalla quale avete acquistato la polizza, per essere sicuri che copra i trattamenti di cui avete necessità.
Qual è la differenza tra gli ospedali pubblici e gli ospedali privati?

Secondo la ricerca American Hospital Association Annual Survey, stilata nel 2014, negli Stati Uniti gli ospedali pubblici sono 2.904, mentre quelli privati sono 1.060.

Tra di essi ci sono diverse differenze. Una delle più importanti riguarda la proprietà: gli ospedali pubblici sono di proprietà dello Stato, gli ospedali privati sono, appunto, istituzioni private, gestite da uno o più proprietari.

C’è una diversità anche nelle dimensioni: generalmente quelli pubblici sono più grandi rispetto a quelli privati, che hanno dimensioni inferiori. La preparazione dei medici, invece, si equivale, mentre le attrezzature sono migliori nelle strutture private.

Un’altra grande differenza sono i costi delle prestazioni, decisamente più alti negli ospedali privati: pensate che il solo costo per la stanza può raggiungere i $1.000. Se viene accertato che il paziente non può permettersi le cure della struttura privata, inoltre, non appena le sue condizioni lo consentono viene trasferito in una struttura pubblica.

Chi può permetterselo preferisce servirsi degli ospedali privati, perché la qualità delle cure è nettamente migliore, e i tempi di attesa sono inferiori. Anche il numero di pazienti che segue ciascun medico è inferiore negli ospedali pubblici.
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Re: Sanità americana

Messaggioda Berto » mar ott 20, 2020 1:24 am

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Re: Sanità americana

Messaggioda Berto » sab ott 24, 2020 4:02 am

Rampini positivo al Covid smonta le bufale sulla sanità Usa
Giovanni Sallusti
23 ottobre 2020

https://www.nicolaporro.it/rampini-posi ... anita-usa/

Leggete il progressista eccentrico Rampini, care iene progressiste all’ammasso. Com’è, il vostro mantra? Maledetta sanità a stelle e strisce, tutta piegata al culto del Dio profitto (che poi è ciò che solo ci fa avere medicinali, ospedali, tecnologia, ma questo è ancora altro discorso), cinica, probabilmente in odor di suprematismo bianco, un sistema basato sul tradimento di Ippocrate, che lascia morire la gente per le strade e ha perso il controllo dell’epidemia Covid.


Tampone in venti minuti

Lo diciamo come il gentiluomo Rampini, molto più chic che radical, frequentatore in completo inappuntabile dell’intellighenzia della East Coast, ma profondamente conscio che la vera America sta altrove, non lo direbbe mai: puttanate. Per averne la prova incontrovertibile, basta leggere la cronaca che l’inviato di Repubblica (l’unico dalle sue parti a scavare con distacco analitico il fenomeno-Trump, piuttosto che farci propaganda contro) fa della sua convivenza odierna con il virus. “Venerdì ero risultato positivo al tampone”. “Gratuito”, specifica, perché conosce i suoi polli ideologici. Le modalità dell’esame sono state le seguenti: “Venti minuti di fila senza prenotazione, cinque di attesa per il risultato”. Riscriviamolo, perché nell’Italia giallorossa delle giornate intere in fila ai drive-in e delle famiglie che denunciano di attendere l’esito da più di dieci giorni è pura surrealtà. Venti minuti di fila, in una megalopoli dalla densità eccezionale. Cinque minuti per il risultato, e questa è un’altra galassia, dal punto di vista sanitario, gestionale, esistenziale.


Stato “amico”

Ma è quel che accade da lì in poi, a spalancare un solco definitivo con l’Italietta che sostiene di essersi preparata alla seconda ondata disquisendo per mesi di banchi a rotelle e monopattini. Lei prima gli scrive, poi telefona, quindi si presenta fuori di casa. Lei è una dei diecimila assunti nella task force dei covid-contact-tracer dello Stato di New York (il fatto che gli Usa non siano un Paese a vocazione statalista-parassitaria agevola la fattibilità di spese pubbliche impreviste, ove necessario). L’ha immediatamente allertata lo stesso ambulatorio in cui il giornalista ha eseguito il tampone. “Gentilissima, prima si è voluta informare sul mio stato di salute, se io viva da solo, se abbia bisogno di aiuto”. Tradotto nel linguaggio dell’emergenza: ha fatto saltare la prima barriera, quella che ogni positivo al virus scorge di colpo tra sé e il mondo. Il telefono muto, l’Asl che non richiama, il protocollo inesistente. Macché, lì il protocollo “si è dilungato sui sintomi, nel mio caso per fortuna pochi e lievi (un paio di sere con la febbre, colpi di tosse sporadici)”, per un primo inquadramento del grado di manifestazione della malattia. Dopodiché, “altre domande su mia moglie, visto che viviamo nello stesso appartamento, e il distanziamento tra noi non è semplice: lo Stato potrebbe ospitare uno di noi due in albergo”. Proprio così: lo Stato mi impone un obbligo che viola la mia libertà di circolazione (un tema che Oltreoceano è rilevante non solo sulla carta costituzionale, ma con altrettanta “serietà” nella prassi quotidiana, per usare un termine infelicemente attribuito dal presidente Mattarella alle gesta del governo Conte-Casalino)? Quantomeno si attrezza perché la lesione del diritto (non la “nuova normalità” di cui parlano frotte di stracotti intellò nostrani) sia il più confortevole possibile.

La “tracer”, continua Rampini, “mi ha ricordato quali sintomi gravi devono far scattare il ricovero ospedaliero. Mi ha chiesto se ho un medico di famiglia con cui consultarmi al telefono; se conosco l’indirizzo del pronto soccorso più vicino”. Si è assicurata, quindi, che il contagiato sia inserito nella locale rete di protezione sanitaria, e conscio di come comportarsi in caso di peggioramento delle condizioni. Non solo: chiede “se con mia moglie abbiamo una rete di amici su cui appoggiarci, per esempio per acquisti di cibo e medicinali”, e se “mi aiuterebbe l’assistenza di uno psicologo”. La pandemia non è monodimensionale, non vige negli States l’esclusiva ossessione sanitaria, ma è anche economica e fin psicologica, l’individuo eccede il paziente, anche nelle emergenze, forse soprattutto nelle emergenze. Proprio per questo, bisogna accertarsi da subito che non perda troppo i legami con quella rete comunitaria spontanea che è l’opposto dell’apparato burocratico statale, come capì per primo il visconte Alexis de Tocqueville nella sua insuperata diagnosi sulla “democrazia in America”.

Non è filosofia, è esperienza, e apprendimento da essa: “Abbiamo subito un disastro. Non è stato inutile. Oggi questa metropoli – con meno di 9 milioni di abitanti – sta facendo più test quotidiani di tutta l’Italia”. Noi abbiamo subito un disastro, ed è stato inutile, anzi dannoso, la lezione che ne abbiamo ricavato suona sempre e solo: comprimere ulteriormente le libertà fondamentali, e finire di ammazzare l’economia. Voglio il modello americano, ora.
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Re: Sanità americana

Messaggioda Berto » sab ott 31, 2020 7:49 am

Covid19 negli USA
Jaime Andrea Jaime
30 ottobre 2020

https://www.facebook.com/jaime.mancagra ... 3519794420

In USA è stata "testata" circa la metà della popolazione: 330 milioni più i milioni di illegali, con circa 20 tipi di tests differenti approntati e sviluppati negli ultimi otto mesi.
GRATIS per tutti.
I decessi sono diminuiti grazie alle cure sviluppate e messe a disposizione dalle case farmaceutiche coinvolte nel progetto e finanziate dal Governo Federale grazie ai 3000 miliardi di dollari dalla Amministrazione.
GRATIS per tutti.
L'amministrazione è diretta da Donald J Trump e dalla Task Force condotta dal Vice Presidente Mike Pence.
Il resto sono cazzate.

Mortalità Covid19 negli USA diminuita da quasi il 3% di aprile a poco più dell'1% di ottobre
https://www.google.com/search?client=fi ... +negli+USA



Grazie Salvador Cocco per le precisazioni sulla sanità americana
1 novembre 2020

https://www.facebook.com/jaime.mancagra ... 0174970789

Jerry Scotti in uno stupido quiz preserale a misura di boccalone e babbeo vanta lo scalcinato sistema sanitario pubblico italiano, dal rapporto qualità/costo per il contribuente scandaloso, e afferma che in America senza far vedere prima la carta di credito platinum aureum nemmeno ti accettano al pronto soccorso...
Nella realtà negli USA prima ti accettano, in pochi minuti, poi ti visitano, diagnosticano e curano e se è il caso ti ospedalizzano, subito senza perdere tempo, in strutture attrezzatissime e confortevoli che un italiano in una struttura pubblica si sogna, poi semmai ti chiedono se sei assicurato o hai altre forme di assistenza come basso-reddito o over65, e semmai dicessi di no, è facoltativo assicurarsi nessuno ti obbliga, e non avessi da pagare all istante, una volta dimesso, prendono I tuoi dati e ti mandano il conto (negoziabile, rateizzabile e che se sei davvero nullatenente non pagherai mai) a casa. Fine della storia.
Non bastano le fake news di giornali e media ora pure gli attori di avanz-spettacolo si prestano a questo rimbecillimento delle masse e massaie acefale. Che vergogna!
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Re: Sanità americana

Messaggioda Berto » sab mar 27, 2021 9:41 pm

In USA esiste una montagna di piccoli poliambulatori.
Jaime Andrea Jaime
27 marzo 2021

https://www.facebook.com/jaime.mancagra ... 7297138070

Si chiamano "Urgent Care centers" o anche "Family Care".
Spesso non hanno nemmeno dottori ma solo infermieri specializzati e fanno piccole visite e curano raffreddori e cose leggere comuni come slogature, tagli e piccole ferite.
Fanno anche gessi per piccole fratture.
Si trovano ovunque nelle tante malls assieme a tutti gli altri esercizi commerciali.
Ma se uno va lì ed ha qualcosa di grave chamano l'ambulanza lo mandano subito al pronto soccorso del piu' vicino opedale dato che non sono attrezzati.
Sono anche convenzionati con la Sanità e con il Welfare USA.

https://www.afcurgentcare.com/
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Re: Sanità americana USA

Messaggioda Berto » lun apr 05, 2021 8:42 pm

Debunking: la bufala della sanità USA di libero mercato
Giordano Felici
4 aprile 2021

https://theitalianconservative.wordpres ... o-mercato/

Qualsiasi persona, e dico qualsiasi, che abbia provato a difendere la privatizzazione e la liberalizzazione dei sistemi sanitari è stato, nel peggiore dei casi, insultato pesantemente mentre nel migliore è stato contestato con l’argomentazione secondo cui un’operazione del genere comporterebbe un aumento dei costi per la sanità citando – come esempio lampante a supporto di questa controargomentazione – il sistema sanitario degli Stati Uniti.

Dal momento che a me quello che interessa sono i numeri (e non le chiacchiere da bar) oggi voglio – come è nel mio stile – essere provocatorio e dimostrarvi che la sanità USA è tutto fuorché un sistema assimilabile al libero mercato. Intanto partiamo dalle definizioni: un libero mercato è un sistema istituzionale e giuridico in cui è consentito ad agenti privati – in libera competizione fra di loro – di produrre e scambiare beni e servizi senza che vi sia intervento di soggetti terzi (leggi: Stato od associazioni di categoria, sindacati ed affini). Questa definizione è molto importante, perché ci servirà da “benchmark” nel valutare – è proprio il caso di dirlo – lo “stato di salute” della libertà economica in ambito sanitario negli Stati Uniti.

In primo luogo, c’è un nocciolo di verità in quello che i detrattori della sanità libera e privata contestano ai sostenitori della stessa: in effetti gli USA, usando come base i dollari del 2009, non solo la spesa sanitaria pro-capite è cresciuta dai 1000 dollari del 1960 agli 8000 del 2009 (valori che si riflettono anche nei valori rispetto al PIL che sono – rispettivamente – il 5% nel 1960 e il 17% nel 2009 –) , ma hanno una spesa sanitaria statale più alta (il 19,9% rispetto al totale della spesa pubblica) di altre potenze economiche quali Germania, Francia e Italia (14,4%).
Il tanto decantato “Obamacare” (noto ai tecnici come “Affordable Care Act” ha risolto questo problema? A questa ed altre domande vogliamo rispondere con questa analisi, priva di ideologie e piena di numeri, che ci consentirà di fare un viaggio nel tempo nella storia sanitaria degli Stati Uniti e capire – così – se un sistema così costoso debba essere imputato alla presenza di libero mercato nel settore sanitario. Restate con me e perdonatemi se quest’analisi sarà un po’ lunga, leggerla ne varrà veramente la pena sia che voi siate dei ferventi sostenitori del libero mercato sia che – al contrario – vogliate il sistema Beveridge: capire come mai avete ragione o torto potrà tornarvi estremamente utile un domani quando – forse – dovrere valutare l’ennesima riforma della sanità proposta dal politico di turno (e quindi, se non altro, non vi lascerete fregare dai famossissimi “pasti gratis”). La fonte per i nostri dati è il libro “Primal Prescription: Surviving the ‘sickcare’ sinkhole” di Robert Murphy e del dott. Dough McDuff ed il video “Why is US health care system so expensive? | Why are medical bills so high?”.

Cominciamo dall’inizio. La prima scuola per medici negli USA fu fondata nel 1765, presso il College di Philadelphia. Chiaramente, è ovvio che prima di quell’anno ci fossero dei medici di base che esercitavano la professione facendo pratica presso degli studi di dottori con esperienza (in piena coerenza con il sistema europeo dell’apprendistato); ma la particolarità di quegli anni è che i dottori dell’epoca (che ricordiamolo, non erano propriamente “statunitensi” visto che l’indipendenza non era ancora sul tavolo) perfezionavano le loro competenze in scuole europee e si trasferivano poi nelle colonie d’oltremare. Due di questi studenti (William Shippen Jr. e John Morgan), dopo aver completato i loro studi in Europa fondarono nel 1765 la scuola di medicina a Philadelphia ponendo – quindi – le basi per lo sviluppo dell’educazione medica negli Stati Uniti. E, infatti, poco dopo la nascita di questa scuola a Philadelphia cominciarono a nascere anche altre scuole come quella di Yale, ad Harvard o a Dartmouth. Dal momento che molte di queste scuole di medicina erano abbastanza popolari (e quindi risultavano profittevoli), cominciarono a nascere molte scuole che non erano formalmente associate a delle università famose: molte di queste offrivano un alto livello di educazione e sfornavano dei buoni medici, mentre altri non riuscivano a mantenere dei buoni standard nella qualità dei laureati. Fatto molto importante è che nel Diciottesimo secolo non erano richieste né licenze né autorizzazioni speciali per esercitare la professione. Qualsiasi persona, anche senza un percorso educativo, poteva esercitare con successo la professione medica fintantoché guadagnasse la fiducia dei suoi pazienti. Questi ultimi, infatti, potevano effettuare una certa “discriminazione” dei medici selezionando quelli che possedevano dei titoli di studio guadagnati in università rinomate e rigettando i servizi offerti da altri. Una nota importante da fare in tutto questo discorso è l’esistenza di medici che esercitavano la professione anche senza un titolo di studio guadagnato in università famose e che – grazie alla competenza acquisita con l’apprendistato presso altri medici già praticanti – riuscivano comunque a farsi un nome grazie alla soddisfazione dei loro clienti. Ma, come c’è da aspettarsi, nello stesso momento in cui il numero delle scuole crebbe, il livello di educazione che le stess fornivano era più basso; un fatto – questo – che curiosamente non emerse da proteste dei pazienti ma dei medici già presenti sul mercato, i quali per porre rimedio a questa (per loro) incresciosa situazione di “troppa concorrenza” decisero di unire le forze per fare pressioni ai legislatori dell’epoca affinché ponessero delle restrizioni all’accesso della professione medica nella forma di licenze. Chiariamoci, è assolutamente possibile che alcuni (e, se vogliamo essere ottimisti, molti) di questi medici abbiano fatto ciò con delle buone intenzioni (ossia per aumentare la qualità del servizio reso ai consumatori); ma capite molto bene che i presupposti per inferire che queste pressioni siano state poste in essere per restringere la concorrenza nel mercato del lavoro delle professioni mediche ed ottenere dei saggi salariali restrizionisti per gli insider sono molto, molto forti. Perché? Perché l’introduzione di una licenza, o di qualsiasi altra restrizione simile (come l’introduzione di albi, ordini professionali o sindacati) ha esattamente questo come effetto che analizzeremo prima ad un livello puramente astratto con un grafico e poi tradurremo nel caso pratico dei medici. Vediamo quindi cosa succede al mercato del lavoro con l’introduzione di una licenza:

Come possiamo vedere dal grafico, la quantità di occupati ed il saggio salariale ottimale (di equilibrio) si trovano nella combinazione (w*, L*) data dall’incontro delle curve di domanda (curva D, in rosso) ed offerta (curva S, in rosso). L’introduzione della licenza, o di un provvedimento affine, costituisce una barriera all’entrata per alcuni lavoratori (rappresentata dalla linea nera in grassetto) che riduce la quantità di occupati da L* ad L’ ed aumenta il saggio salariale da w* a w’. Grazie all’introduzione della licenza, gli insider di questo mercato del lavoro riescono ad ottenere un guadagno di monopolio pari a “w’-w*” grazie ad una riduzione del numero di occupati pari a “L*-L’”. La licenza – quindi – riduce il numero di occupati in quel settore (creando disoccupazione) e facendo questo aumenta il salario degli insider, lasciando gli outsider senza salario alcuno. Ricordiamoci, inoltre, che il salario è di fatto un prezzo, e che come tale rappresenta – per chi lo paga – un costo: questo spiega in modo abbastanza chiaro il motivo per cui i consumatori di quel bene/servizio soggetto a licenza pagano un prezzo più alto e perdono – in termini di benessere – per un’area pari al triangolo “ABC”. Come si adatta questo modello alla situazione attuale delle licenze per l’esercizio della condizione medica negli USA? Nel 1821, il primo a concedere delle licenze ai medici già esistenti fu il Connecticut, mentre per tutti gli altri che avevano una formazione non adeguata vennero imposti degli esami statali. Dopo di ciò, molti altri stati federati seguirono questo esempio e così venne fondata – nel 1847 – la “New York Medical Society” allo scopo di fissare degli standard per l’acquisto della licenza. Come prevedibile, la competizione venne ristretta, dal momento che da quell’anno in poi divenne sempre più difficile l’accesso alla professione addirittura per coloro che avevano seguito il percorso educativo previsto dalla legge sia per entrare nelle università sia per coloro che dovevano laurearsi. Come prevedibile, i salari della professione medica si alzarono. In merito a questo l’economista di scuola Monetarista Milton Friedman, nel suo libro “Capitalismo e libertà” usò un’analogia molto efficace per descrivere la situazione: se il governo stabilisse di bandire la produzione di auto a meno che queste non abbiano gli standard di qualità di una Cadillac sicuramente la qualità delle macchine si alzerebbe, ma le persone con un reddito basso non potrebbero permettersi di acquistare automobili. Ma Friedman andò oltre, e mise in discussione l’efficacia stessa di queste misure quando disse che:

“Quando questi effetti vengono tenuti in considerazione, mi sono convinto che le licenze riducono tanto la qualità quanto la quantità dei servizi resi dalla professione medica; il che vuol dire che tale strumento ha ridotto sia le opportunità disponibili per le pressioni che vorrebbero esercitare la professione medica (forzandoli ad occuparsi in settori che trovano meno attrattivi); sia le opportunità per il pubblico di pagare di più per un servizio di minore qualità, ritardando inoltre il progresso tecnologico tanto nella medicina di per sé quanto dell’organizzazione della pratica medica. Per questo concludo che occorra eliminare le licenze per l’esercizio della professione medica”.

Possiamo comunque confermare quanto detto da Friedman andando avanti fino al 1910, quando Abraham Flexner pubblicò un report in cui illustrò che molte delle 155 scuole di medicina negli USA ed in Canada erano al di sotto degli standard e che le istituzioni indipendenti erano poco finanziate rispetto a quelle presenti nelle università. Flexener – nello stesso report – raccomandò che l’ammissione a queste scuole avrebbe dovuto richiedere almeno due anni di frequentazione dei college, da sommare ad ulteriori quattro anni di praticantato della professione. Quanto alla sorte delle cosiddette “substandard schools”, egli propose che le stesse sarebbero dovute essere chiuse o inglobate all’interno di università già esistenti. Questi “consigli” diventarono praticamente subito legge, con il risultato che si verificò un’ulteriore restrizione nell’offerta di medici professionisti: se, infatti, nel 1900 c’erano 175 dottori ogni 100mila abitanti, nel 1930 ce n’erano 125 ogni 100mila abitanti. Come illustra questo altro articolo sul tema della sanità,

“Negli Stati Uniti l’equivalente dell’ordine dei medici è l’American Medical Association (AMA). Questa organizzazione può decidere quali e quante università possono insegnare medicina e di fatto quanti medici possono esserci. Ciò non è molto diverso dall’ordine dei medici di qualsiasi altro Stato, ed è già una prima forma di interventismo statale in quanto c’è un’organizzazione che decide quante persone possono fare un determinato lavoro (non è quindi libero mercato). L’AMA però non sembra essere molto generosa quando si tratta di “creare” medici. Stando ai dati della WHO 2015, negli USA ci sono 24,5 medici ogni 10mila abitanti contro i 37,6 ogni 10mila dell’Italia, i 40,5 ogni 10mila della Svizzera, o i 38,5 ogni 10mila della Germania. Dati di altre organizzazioni, in altri anni vicini, offrono risultati simili. Se ci sono pochi medici è normale che il costo aumenti. Non aiuta il fatto che ogni medico esce dall’università con in media 157mila$ di debito, il 25,1% con 200mila$. Quello del debito universitario è un problema che riguarda tante università americane, e che andrebbe trattato in un altro articolo, ma l’impatto si può ipotizzare sia più importante nel caso della medicina, visto che il medico lo puoi fare solo facendo la Medical School e avere 150mila$ di debito non incentiva a lavorare pro bono”.

Quando si parla della professione medica in sé e per sé, quindi, possiamo parlare di tutto fuorché di libero mercato, se ci ricordiamo il significato di questa espressione dato all’inizio di questa analisi.

Ma ad essere – di fatto – sindacalizzati non sono solo i medici ma anche gli infermieri. In generale i sindacati, al pari delle licenze, sono dei cartelli del lavoro che (implementando delle politiche di “closed shop”) mirano a dei tassi salariali restrizionisti che causano – su scala parziale – delle distorsioni alla produzione, minori tassi salariali per i non iscritti e sacche di disoccupazione; mentre su scala generale causano maggiori prezzi al consumo, distorsioni e disoccupazione involontaria permanente. Il sindacato mira, infatti, alla fissazione di un salario nominale superiore a quello che si sarebbe determinato in un libero mercato; ossia mirano ad ottenere (per i loro membri) un saggio salariale maggiore della produttività marginale del lavoro. Poiché il sindacato impone (con la forza fisica o facendo promulgare una legislazione in tal senso) all’impresa di assumere solo i membri del sindacato stesso, cioè solo i membri che hanno accettato le condizioni salariali imposte dal sindacato; allora esso riesce a far sì che gli eventuali disoccupati non riescano ad offrire i loro servizi lavorativi ad un salario nominale minore rispetto a quello negoziato. I sindacati agiscono quindi come cartelli, visto che cercano di limitare il numero di lavoratori nelle aziende o in interi settori al fine di aumentare i salari dei lavoratori rimanenti. Naturalmente questo significa meno posti di lavoro per tutti gli altri e un aumento del costo del lavoro per quell’industria. Difatti, con questi salari più alti, i sindacati portano meno investimenti, meno posti di lavoro, prezzi più alti e un minor tenore di vita per tutti gli altri. Infatti, quando questi cartelli congelano l’entrata degli altri lavoratori dai posti di lavoro, utilizzano la coercizione per stabilire monopoli del lavoro, e facendo ciò danneggiano l’economia. Questo perché il salario del sindacato è assimilabile – nei suoi effetti – al salario minimo: al salario domandato dal sindacato vi sono più offerenti rispetto alla domanda (vincolata nell’assunzione di detti lavoratori dall’accordo con il sindacato); il risultato è un’eccedenza di manodopera dovuta al fatto che – come nel caso del salario minimo molti vorrebbero lavorare al salario monetario fissato dal sindacato, ma tali offerenti di lavoro non possono essere occupati in virtù dell’accordo sindacale. Se ai datori di lavoro vengono imposti degli oneri extra per l’assunzione di carattere salariale (es. salario minimo e/o contrattuale l’offerta di posti di lavoro regolari cala, soprattutto per le categorie che beneficiano di queste tutele a carico del datore di lavoro (lavoratori dipendenti di solito). Questo calo colpirà soprattutto le categorie meno produttive che smetteranno di essere convenienti per il datore di lavoro; generando quindi disoccupazione. A questo scopo, il governo istituisce delle indennità di disoccupazione; attraverso le quali la massa dei potenziali concorrenti degli iscritti ai sindacati viene estromessa dal mercato del lavoro allo scopo di estendere un’ulteriore estensione delle politiche sindacali (a spesa dei contribuenti) e degli effetti di queste (tassi salariali superiori a quelli di mercato con conseguente disincentivo alle assunzioni) sul mercato del lavoro. Va da sé, quindi, che anche i costi d’adempimento degli obblighi tributari che il medio imprenditore sarà chiamato ad affrontare si faranno sempre più significativi; facendo aumentare vertiginosamente i costi d’assunzione e facendo, conseguentemente, aumentare i prezzi per il consumatore (per consentire al datore di lavoro di mantenere un margine di profitto almeno costante) ed anche, come le licenze, la disoccupazione. Come si adattano queste considerazioni alla realtà del mercato sanitario degli USA? Come riporta sul tema l’articolo succitato, infermieri e altro personale tecnico sono sotto sindacati. Questi sindacati, a seconda dello Stato, tendono a far sì che determinate operazione possano essere svolte solo in presenza di un membro del sindacato. Questo significa che un’operazione che richiede una persona finisce col richiederne di più per legge, incrementando i costi per l’ospedale, e ovviamente limitando la nascita di cliniche concorrenti che non possono permettersi di assumere tantissime persone. Altra restrizione della concorrenza, altro intervento dello Stato: anche questa volta, il mercato è innocente.

Ah, quasi mi dimenticavo, a proposito di conocorrenza: non possono nemmeno nascere ospedali senza permesso. Infatti, oltre alle diverse leggi che già ci sono, per costruire materialmente l’ospedale e dotarlo di una struttura amministrativa che consenta la di questo gestione bisogna ottenere un Certificate of Need, con il quale membri del governo, membri dell’AMA e a volte medici che lavorano negli altri ospedali della zona possono decidere se ci sia bisogno o meno di un ospedale che gli faccia concorrenza. Signori, questo è il paradosso massimo: chiedere ad un concorrente se si può fargli concorrenza è un po’ come chiedere il permesso a Ronaldo per fargli la concorrenza nella conquista del Pallone d’oro. Come pensate che vi risponda? Se state pensando ad un sonoro “NO” e credete ancora che tutto ciò costituisca un genuino libero mercato avete dei problemi che io – economista e non psichiatra o psicologo – non posso, mi dispiace, risolvere.

Ma andiamo avanti, ed introduciamo nella nostra storia le assicurazioni. Infatti, nei trent’anni che vanno dal 1900 al 1930 oltre trenta scuole di medicina vennero chiuse e la disponibilità di medici rimase scarsa per molto tempo, con delle ripercussioni in termini di costi: non deve stupire, in questo senso, che già nel 1932 il “Committee On th Cost of American Medical Care” redasse un report che discuteva i modi ed i criteri con i quali riorganizzare il settore; e indovinate un po’ quale fu una delle proposte del comitato per fare ciò? Avete indovinato: ammortizzare il costo per le spese mediche con le assicurazioni, la tassazione o – ancora meglio – con entrambe. Ora, fermiamoci un momento per riflettere su quali fossero (e come cambiarono) le retribuzioni chieste dai dottori ai loro pazienti. Fino ad un certo punto era ovvio come si svolgevano questi rapporti: i pazienti pagavano i dottori direttamente per i servizi loro resi, mentre le polizze assicurative venivano utilizzate come una misura per pagare le ospedalizzazioni per far fronte a malattie più gravi. È un punto cruciale, questo, da capire; perché questo comportava un costo minore per le assicurazioni e – quindi – una polizza minore per i di queste clienti. Come sappiamo tutti, negli anni Trenta non era un grande affare avere la cittadinanza americana, a causa della crisi economica di quegli anni, e molti cittadini non potevano pagare i servizi dei medici. Per questo i medici che lavoravano negli ospedali cominciarono ad organizzare le loro proprie compagnie di assicurazione, per coprire gli onorari dei loro servizi. Tuttavia, durante questo periodo duro, molti non potevano permettersi di acquistare nemmeno le assicurazioni di base, il che provocò incentivi affinché gli assicuratori estendessero la copertura per i loro servizi al di là degli incidenti più seri. Il Governo Federale, quindi, venne assunto quale garante affinché questi premi assicurativi finissero alle stelle, il che venne garantito con la nascita di due grandi compagnie assicurative: la “Blue Cross” e la “Blue Shield”, con le quali cominciò ad andare a regime il nuovo modello sanitario basato sulle assicurazioni. Queste compagnie potevano ottenere delle esenzioni fiscali, riuscendo quindi ad avere dei prezzi e quindi dei costi accettabili per il consumatore. L’idea alla base di questo sistema era che dopo aver pagato il premio assicurativo nessuno si sarebbe dovuto preoccupare circa le sue spese per la sanità, dal momento che l’assicurazione le avrebbe coperte tutte (anche i costi delle piccole visite di routine). Inolte, i medici non avrebbero dovuto più preoccuparsi dei loro salari, anche se – come si dice spesso – i pasti gratis non esistono nemmeno per il governo che, in cambio di tutte queste belle cose, voleva qualcosa in cambio: esso, infatti, obbligò gli assicuratori ad adottare i cosiddetti “community ratings” al posto delle classificazioni di rischio tradizionali. Questo significò che – almeno in origine – gli assicuratori dovevano calcolare un singolo premio per ciascun piano di cure mediche all’interno di una certa suddivisione geografica indipendentemente dal sesso, età, professione e anamnesi dei singoli pazienti; indpendentemente – cioè – dalla loro classe di rischio. Questa vera e propria socializzazione dei rischi comportò per le assicurazioni l’incapacità di discriminare gli assicurandi, e quindi comportò l’insorgere di diffuse pratiche di moral hazard,ossia una situazione per cui un soggetto, esentato dalle eventuali conseguenze economiche negative di un rischio, si comporta in modo diverso da come farebbe se invece dovesse subirle, per cui – essendo impossibile il monitoraggio dei comportamenti dei soggetti – si verificò anche un altro fenomeno detto di “selezione avversa”, per cui l’imposizione di criteri di classificazione dei clienti troppo “generali” fa sì che l’informazione sia insufficiente a stabilire una precisa graduatoria di rischio e – come conseguenza – a determinare il premio assicurativo, che potrebbe essere troppo alto per i soggetti stipulanti di migliore qualità e/o troppo basso per quelli di peggiore qualità. A causa di ciò, la qualità media dei soggetti assicurati diminuisce, il premio assicurativo aumenta e si riduce il segmento di domanda rappresentato dai soggetti assicurati di buona qualità. Una tale socializzazione dei rischi comportò che gli individui con un grado di rischio minore dovevano pagare di più con questo nuovo sistema, ed i clienti con un rischio molto più alto venivano per così dire “ricompensati” con un premio più basso. Questo creò delle situazioni di azzardo morale, dal momento che i clienti potevano accrescere il loro livello di rischio individuale senza aumentare i premi e quindi esporsi a conseguenze reali. Volete degli esempi molto concreti? Ad esempio, il fatto che i soggetti che operano in questo sistema non conducono uno stile di vita sano, fanno poca attività fisca, ingeriscono tonnellate di junk food e tracannano litri e litri di bibite zuccherate. In merito a questo, i dati in merito ad indicatori di cattivo stile di vita dovuto a questi comportamenti causati dalla socializzazione dei rischi sono estremamente esplicativi. Nel 2019, circa il 39% degli americani adulti soffriva di obesità; il che non rappresenta solo un costo legato alle cure legate all’obesità in sé ma anche per tutte le patologie connesse (come i problemi cardiaci ed il diabete, soprattutto di tipo 2 – connesso, cioè, non al malfunzionamento del pancreas ma ad uno stile di vita non sano), costo che – a sua volta – è stato stimato essere 147 milioni di dollari all’anno le spese sanitarie totali negli USA come conseguenza dell’obesità: per individuo parliamo di circa 1400 dollari all’anno. Per non parlare poi degli americani che fanno uso di droghe (leggere e pesanti): nel solo 2019 erano 19 milioni i cittadini statunitensi dipendenti da sostanze stupefacenti, come ci mostrano i dati del “National Survey on Drug Use and Health”. Ma non solo, perché dati alla mano, sono oltre 25 milioni le persone che negli Stati Uniti hanno utilizzato oppioidi prescritti senza motivazioni mediche almeno una volta. Secondo i dati del Centers of Disease Control and Prevention, inoltre, nel 2017 sono stati prescritti oppioidi per 57 americani ogni 100. E dal 1999 al 2017, almeno 218mila persone sono morte di overdose da medicinali come l’oxycontin. Capite molto bene di che portata è il problema vero? Infatti, se ci fosse un vero libero mercato nei premi assicurativi, il premio più basso fatto pagare a soggetti a rischio più basso crea un incentivo finanziario tale per cui i soggetti si prendono maggiormente cura della loro salute (per ridurre i premi da pagare all’assicurazione). Ma se, come accadeva (e tutt’ora accade) negli USA, i rischi connessi ad una vita sregolata sono socializzati (ovvero fatti ricadere su altri) sottoforma di premi più alti, i soggetti sono incentivati ad adottare comportamenti per cui il loro grado di rischio individuale si alza ed il maggiore premio richiesto a questo maggior rischio viene fatto pagare ai soggetti sani: questo da un lato riduce la qualità delle persone assicurate e dall’altro aumenta i premi assicurativi per tutte le persone che sono “sane”. L’incentivo economico a condurre degli stili di vita sana scompare ed il mercato delle polizze assicurative si trasforma in un “mercato dei limoni”, per riprendere un’analogia dell’economista George Akelrof. Si crea quindi un circolo vizioso: lo Stato impone dei criteri di classificazione del rischio assicurativo diversi da quelli che gli assicuratori privati avevano, vengono quindi rimossi gli incentivi a comportamenti virtuosi da parte degli assicurati (la qualità media degli assicurati si riduce), il premio sale di conseguenza, e gli assicurati più poveri smettono di pagare i premi/pagano troppo in relazione al loro rischio. Questo modello stato reso lo standard dopo la Seconda Guerra Mondiale, il che significò che i clienti non poterono più – da quel momento – negoziare liberamente i prezzi delle prestazioni sanitarie con i loro dottori. Non fu possibile, quindi, per i clienti, comparare i prezzi offerti dai diversi dottori mettendo quindi pressioni rialziste sui prezzi. . Se si riprendono le quattro categorie di spesa esposte da Milton Friedman, cioè «spendere soldi propri per interessi propri», «spendere soldi propri per interessi altrui», «spendere soldi altrui per interessi propri» e «spendere soldi altrui per interessi altrui»; scopriamo che quando si acquista qualcosa con i propri soldi cercheremo tutti di massimizzare la qualità e diminuire i costi, mentre quando spendiamo i soldi degli altri per interessi propri cercheremo di massimizzare la qualità senza minimizzare i costi: tanto, paga qualcun altro. Questo ragionamento si applica anche quando analizziamo le contraddizioni che, sotto il sistema di sanità finto-privata che vige negli Stati Uniti, si vanno a creare tra gli interessi delle assicurazioni e quelli degli assicurati. Dal momento che durante la seconda guerra mondiale l’offerta di lavoro subì una decisa contrazione, i saggi salariali salirono e – per contrastare questo fenomeno – congelò i tassi salariali con lo “Stabilization Act”: in questo modo, i datori di lavoro non poterono competere tra di loro per attirare i migliori lavoratori e dovettero competere, quindi, offrendo altre prestazioni ai potenziali nuovi entranti. E indovinate quali erano queste “prestazioni addizionali”? Avete indovinato, i datori di lavoro cominciarono ad offrire l’assicurazione sanitaria ai dipendenti (perché il governo non considerava questo come un “aumento salariale” e il fenomeno dei lavoratori salariati con l’assicurazione sanitaria si radicò definitivamente quando il governo inserì un’esenzione fiscale sull’assicurazione sanitaria: d’altro canto, quando i datori di lavoro dovevano acquistare un’assicurazione sanitaria per loro conto, dovevano pagarla con i soldi della loro azienda. Cosa è successo quindi? Poniamo che un’azienda magari abbia nel bilancio 10000 soldi in più da offrire ai suoi dipendenti, a cui può chiedergli se vogliono 10000 soldi nel salario (di cui però ne riceveranno se va bene la metà, al netto delle tasse) o 10000 euro in assicurazione sanitaria. Chiunque sceglierebbe i 10000 euro di assicurazione sanitaria, perché nessuno vorrebbe correre il rischio di non godere di tutto il suo reddito guadagnato. Questo processo ormai è radicato nella cultura americana; ma poniamo il caso che il lavoratore riceva i 10000, comprerebbe davvero un’assicurazione di pari ammontare? A meno che vogliate buttare i vostri soldi la risposta è no (se ci ricordiamo le categorie di spesa di Milton Friedman). Perché? Perché se fosse veramente lui a spendere i soldi nella sua assicurazione sanitaria terrebbe degli stili di vita più corretti e cercherebbe di comprare un’assicurazione meno costosa in modo da tenere in tasca quanti più soldi possibili. Questo fenomeno, spinto dalle politiche salariali del governo, ha dato la possibilità alle assicurazioni di ricevere più soldi, senza però dargli un pieno incentivo a pagare di meno. Non solo, ma le assicurazioni stesse, a seconda dello Stato, devono coprire numerosi casi obbligatoriamente; dei casi che – spesso – non vengono realmente usufruiti dal cliente.

Questo fu un altro passo verso la collettivizzazione della sanità, dal momento che tuttò ciò rese possibile il fatto che solo i datori di lavoro potessero acquistare un’assicurazione; questo andò a finire con un vero e proprio cartello assicurativo che – composto da poche assicurazioni e legalizzato dall’operato del governo USA – si incaricò di assumersi le assicurazioni di un grande numero di persone. Come cita l’articolo:

“Una persona razionale per cosa si assicura? Di certo non si fa l’assicurazione per la visita periodica dal medico di base, o per una vasectomia se vuole avere figli, o per la perdita di capelli se è pelato, o per dei massaggi terapeutici. Le persone si assicurano per eventi catastrofici e imprevisti. Però gli Stati obbligano le assicurazioni ad includere nel pacchetto voci come quelle che ho indicato sopra e molte altre. Inevitabilmente il costo dell’assicurazione sale e anche i costi sanitari. Magari una persona, siccome tanto è coperta, decide di ricevere prestazioni sanitarie che hanno un beneficio ridotto o nullo, che non avrebbe mai comprato in regime di libero mercato non per mancanza di soldi, ma perché i soldi doveva metterceli di tasca sua. Inevitabilmente quindi i costi salgono e salgono. Ma questo è niente, in realtà i regolamenti sulle assicurazioni sono enormi e variano molto da Stato a Stato, rendendo difficile anche la concorrenza tra le assicurazioni dei vari Stati e ovviamente l’ingresso di nuovi operatori. Tra l’altro l’assicurazione stessa non può coprire più Stati, quindi un consumatore non può comprare l’assicurazione in uno Stato dove è più conveniente. Non parliamo poi degli effetti di Obamacare, che attraverso il sistema dei community ratings che obbliga a praticare lo stesso prezzo a fronte di determinate caratteristiche decise dai governi hanno reso il lavoro degli attuari impossibile se non inutile. Gli attuari devono essere liberi di calcolare i premi correttamente in base ai rischi effettivi che corre l’assicurato, ma questa possibilità è stata tolta appunto dai community ratings di Obama”.

A proposito di Obamacare e di assicurazioni, un problema addizionale dovuto a questa riforma è che da allora è stato sempre più difficile trasferire e cambiare le condizioni delle polizze assicurative nel momento in cui un individuo cambia lavoro: ovvero, se durante la tua occupazione attuale diventate malati, dovete pagare premi più alti quando cambiate lavoro.

Gli anni passano e le persone invecchiano, e con l’invecchiamento le persone hanno bisogno di più cure mediche. Gli assicuratori che operavano (ed operano tutt’ora) sotto il sistema dei community ratings quando fu permesso agli assicuratori privati di entrare nel mercato e determinare i premi con più libertà. E se non era così profittevole prendersi cura delle persone anziane prima di questi aumenti dei costi, pensate che lo sia ora dopo che questi aumenti ci sono stati? E qui giungiamo ad un punto molto, molto interessante: Medicare e Medicaid, due programmi del governo per coprire l’assistenza sanitaria di anziani e poveri. Non è quindi vero che il governo USA non interviene nella sanitaria. Per darvi un’idea dei numeri: nel 1960 il governo copriva il 21% della spesa sanitaria, mentre nel 2000 copriva il 43%. Giusto un trilioncino di dollari l’anno, tanto per rendere l’idea. E qual è l’effetto di questo intervento? Come commenta l’articolo in merito:

“Questi programmi causano ogni tipo di scompenso sui prezzi. A volte il governo paga troppo, e fa salire i prezzi. A volte non paga abbastanza e i prezzi salgono lo stesso perché l’industria sanitaria compensa rifacendosi sulle assicurazioni e sui privati”.

Ma, badate bene, la colpa è sempre del mercato, gente.

Arriviamo poi ad un tema molto interessante, cioò quello dei brevetti sui farmaci e l’operato molto poco trasparente della FDA (l’equivalente USA dell’Agenzia Europea del Farmaco). Un’ulteriore fonte di aumento dei costi dei produttori (e quindi dei prezzi per i consumatori) è data dagli adempimenti burocratici che essi debbono sostenere prima di poter lanciare un nuovo farmaco sul mercato. Si, perché quando il brevetto scade e il farmaco può essere prodotto anche da altri, il processo di approvazione del farmaco generico da parte dell’FDA (o dell’agenzia europea del farmaco) non è poi così liscio. E – inoltre – grazie ad una tecnica per raggirare il limite temporale imposto dai brevetti chiamata evergreening, le case farmaceutiche possono estendere la durata dell’esclusiva praticamente all’infinito. Direte voi che ci debbono essere delle protezioni sulla qualità, visto che si tratta di farmaci. Assolutamente d’accordo, ci mancherebbe. Ma tra “protezione” ed “ostruzionismo” il confine è labile e spesso inesistente. Posso accettare tuttavia quest’ultima limitazione, perché – alla fine – rimuove alcune asimmetrie informative che io (consumatore che non sa praticamente nulla di farmacia ed affini) non potrei mai superare da solo. E questo ve lo dico non solo da aspirante economista, ma anche e soprattutto da diabetico. Per me e per tutti i diabetici come me l’insulina è un bene indispensabile. Di mio conduco uno stile di vita sano, mi alleno un’ora e mezza al giorno, evito cibi con troppi carboidrati e spesso mangio integrale. Ma l’insulina è – e rimane – il salvavita primario. Ora, il mercato dell’insulina è estremamente concentrato, visto che solo tre aziende NEL MONDO producono questo farmaco (fonte: https://www.quotidianosanita.it/scienza-e…/articolo.php…), il che si traduce con un costo per me consumatore (e per il SSN come acquirente intermedio) di 60 EURO a scatola (ossia di 15 euro a penna di insulina). Sono solo uno studente di economia, ma non sono uno scemo e capisco benissimo che questo prezzo – che per me (e per il SSN) è un costo – non può essere di libero mercato. Perché? Perché quei tre signori proprietari delle aziende non sono lì per essere stati tra i migliori produttori di insulina, ma perché nel mercato dei farmaci vige un rigido sistema di brevetti e protezioni, che rendono inefficienti i produttori che, forti della loro posizione di monopolio legale conferita dallo Stato, possono fare il bello ed il cattivo tempo con la mia salute restringendo ed ampliando l’offerta di insulina a piacimento (e no, non venitemi a raccontare la storia dei costi troppo alti che giustificano questi prezzi, perché i farmaci sono tra le categorie di beni che consentono di realizzare delle economie di scala – ossia una riduzione del costo medio all’aumentare della quantità prodotta -). Ma poi la colpa, come sempre, è del liberismo. Come no.

Tirando le somme: la sanità USA è di libero mercato? Sicuramente, quanto lo era la produzione di acciaio in Unione Sovietica.



Jaime Andrea Jaime

https://www.facebook.com/groups/8991042 ... 1812386148

Sergio de Feudis Dato che ci vivo in USA da 25 anni le mie argomentazioni sono SEMPRE circostanziate da leggi non da chiacchere da bar: In poche parole dato che e' molto piu' complesso: La Sanita’ in USA e’ MISTA Pubblica e Privata e gli Ospedali sono gestiti in larghissima pare dagli Stati e non dal Governo Federale.
Ci sono infatti ben 2900 ospedali pubblici e "no profit" e tre leggi Medicare (1965) , Medicaid (1966) ed EMTALA (1986) che coprono i non coperti da assicurazione, i non abbienti e coloro che hanno reddito inferiore ai 23.000 inclusi i pensionati, i disabili, i senzatetto, i senza lavoro, ragazze madri e figli...tutti . Il tutto incluso nel welfare USA di 2700 miliardi di dollari ogni anno. EMTALA tra l’altro OBBLIGA tutti gli ospedali a curare tutti, per tutto senza tetti e solo dopo si decide chi paga ed a chi si manda eventualmente le fattura e vieta anche alle assicurazioni di “scaricare” chi ha malattie pregresse.
Integrate poi da ulteriori leggi Statali.
Non e’mai stato vero, che in USA non vengono fornite le cure mediche a chi sta male: cio’ è illegale e penalmente punibile, legge EMTALA 1986 firmata da Regan.
I poveri, e le loro famiglie, che non hanno un reddito superiore a 23mila dollari hanno diritto a Medicaid assicurazione gratuita pagata dallo stato, quindi pagano zero. Legge Medicaid del 1965. Inclusi i senzatetto i disabili e tutti gli altri in simili condizioni.
Chi ha più di 65 anni ha diritto a Medicare, assicurazione pagata in parte dallo stato che ha tutte le coperture con un esborso mensile di circa 150/200 dollari mese. Per chi ha meno di 23000 dollari di reddito e’ gratis.Legge Medicare del 1965.
Le tre leggi Federali sono poi anche integrate dalle molte leggi degli Stati singoli per molti servizi aggiuntivi.
E dai 23000 ai 50000 dollari di reddito ci sono aiuti e "sconti" progressivi.
Tutti gli altri 170 milioni che lavorano sono in larghissima parte dipendenti di aziende o di studi professionali associati e simili o che hanno polizze di gruppo, che garantiscono come parte del contratto di lavoro l’assicurazione sanitaria, I lberi professionisti autonomi o non associati a gruppi se la pagano personalmente.
I VACCINI sono da SEMPRE gratis per tutti e si possono fare sia nelle Farmacie sia in molti supermecrcati con all’interno le Farmacia, normalmente basta prenotare on line, massimo entro tre giorni.
Anche tutti i vaccini relativi al Ciaina Vairus.
Una percentuale minima della popolazione che guadagna più di 23mila che NON e' dipendente di aziende e che NON fa parte di polizze professionali di gruppo, e quindi SOLO pochi “autonomi” sceglie di NON assicurarsi, tutti giovani, tutti single e senza famiglia, che pensano di non averne bisogno e quindi rischiano. Per loro le alternative sono diverse: andare in ospedale dove comunque li curano anche se non hanno i soldi e poi mandano il conto a casa che uno paga a rate senza interessi, o vendendosi la macchina che hanno comprato invece di stipulare una polizza oppure si assicurano posticipatamente, un rischio molto mal calcolato che pagano quindi caro.
Di norma tutti hanno subito accesso e scelgono il loro medici e dove curasi e nessuno aspetta mesi per una visita od un esame.
A questo punto un esempio pratico: se in USA una famiglia ha un reddito pari a 80mila lordi annui ( dato piuttosto comune) ha 24mila di esenzione dalla tasse e varie detrazioni e rimangono netti in tasca circa 60 mila, una assicurazione di qualità per una famiglia costa circa 8/10mila anno, rimangono netti 50mila.
Se in Italia una famiglia ha 80 mila lordi annui rimangono circa 40mila netti (e pure meno dato che in Italia c'e' l'IVA) con un sistema sanitario che spesso non è in condizione di garantire visite specialistiche in tempi brevi e costringe il cittadino a pagare di tasca.
IN USA una percentuale minima della popolazione che guadagna più di 23mila che NON e' dipendente di aziende e che non fa parte di polizze professionali di gruppo, ha scelto di NON assicurarsi, in gran parte giovani, tutti single e senza famiglia, che pensano di non averne bisogno e quindi rischiano. Per loro le alternative sono diverse: andare in ospedale dove li curano anche se non hanno i soldi e poi mandano il conto a casa che uno paga a rate senza interessi, oppure assicurarsi. Rischio molto mal calcolato perche’ magari con i soldi hanno deciso di farci un’altra cosa.
In ogni caso gli ospedali ricoverano e curano perché è la legge e curano tutti a prescindere.
Solo DOPO si cerca chi paga il conto.


Alberto Pento

L'analisi di Giordano Felici è interessante e nel suo complesso è a favore di quanto sostenuto da Jaime Andrea Jaime il quale, secondo me, ha male interpretato la tesi dell'articolo di Giordano Felici.
Una delle argomentazioni critiche adoperate dalle sinistre europe, stataliste e da tutti gli antiamericanoi, per dare contro agli USA e al suo sistema politico-istituzionale statale ritenuto troppo "disumanamente liberale e liberista" a discapito della solidarietà sociale è quella che racconta come la sanità USA sia un sistema di libero mercato per soli ricchi e per coloro che possono permettersi un'assicurazione privata, sistema disumanamente egoista in cui la maggioranza della popolazione e i poveri non potendosi permettere questa assicurazione privata sarebbero del tutto privi di assistenza, senza cure e alla fine abbandonati ai bordi delle strade e lasciati morire.
Il buon Jaime Andrea Jaime sostiene giustamente come ciò sia del tutto falso e che il sistema sanitario USA è più solidale, universalista ed efficiente di tanti altri sistemi europei e dei vari paesi socialisti del mondo e l'articolo di Giordano Felici lo conferma.
La sanità USA è più solidale e socialista di tante altre sanità occidentali.
Secondo me Jaime Andrea Jaime nel suo condivisibile fervore a difesa della umanità e della civiltà degli USA ha scambiato l'articolo di Giordano Felici per questa tipica e demenziale argomentazione antiamericana.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Sanità americana USA

Messaggioda Berto » mer ago 17, 2022 3:56 pm

I provvedimenti politico amministrativi di Trump
viewtopic.php?f=196&t=3016

I provvedimenti politico amministrativi dell'amministrazione Trump
https://www.whitehouse.gov/trump-admini ... lishments/

Prima parte testo in inglese
Seconda parte traduzione in italiano con https://www.deepl.com/translator
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