Russia, Europa, USA e Cina

Re: Russia, Europa, USA e Cina

Messaggioda Berto » sab apr 10, 2021 7:56 am

Cina e islamici
Dragor Alphan
8 aprile 2021

https://www.facebook.com/dragor.alphan. ... 5345225077

i dispiace ma non riesco a compatire i mu-sul-m@ns Ouiguur perseguitati dai cinesi. Avendo subito l'oppressione di Tamerlan e visto appena al loro confine il Genocidio dell'Hindi Couch, 80 milioni di morti per isl@miser India, per non parlare dei 3 milioni di deceduti della secessione del Pakistan e il milione e mezzo di morti per la secessione del Bangladesh, sanno bene che l'isl@m è un cancro mortale che deve essere ucciso nell'uovo prima che si sviluppi e faccia tabula rasa di tutte le civiltà precedenti. Un esempio per l'Europa, che ha perso il Nord Africa e il Medio Oriente a favore dell'isl@m, contaminato all'interno dal c@ncer isl@mique.


Gino Quarelo
Considerazione più che sensata e condivisibile, peccato che Trump abbia criticato la Cina per questo.
Bisognerebbe trovare il modo di distinguere l'etnia uigura dalla ideologia politico religiosa nazi maomettana che l'ha infetta.
Bisognerebbe costringere la Cina a pronunciarsi in merito così da dare l'esempio al mondo, la Cina potrebbe cavarsela denunciando l'Islam come il nazismo maomettano che viola i diritti umani, civili e politici dei cinesi e l'integrità statuale della Cina con la secessione islamica.
L'Occidente euroamericano in questa vicenda della Cina e degli uiguri sta facendo lo stesso errore fatto in India dagli inglesi, in Afganistan dagli americani, come in Irak, in Libia, in Egitto e ovunque si sia alleato con i nazi maomettani per strategia geopolitica.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Russia, Europa, USA e Cina

Messaggioda Berto » sab apr 10, 2021 7:56 am

Allarme di Berlusconi. "La Cina un pericolo per la nostra sicurezza"
Pier Francesco Borgia
16 Giugno 2021

https://www.ilgiornale.it/news/politica ... 55021.html

Il leader interviene dopo l'affondo di Biden: "Regime comunista con mire espansionistiche"

La Cina non è più così vicina. L'ultimo G7 ospitato in Cornovaglia ha sancito il tramonto di un'immagine forte e schietta del Paese del Dragone. Sostituendola con una levantina maschera atta a coprire la politica economica decisamente aggressiva messa in campo negli ultimi anni. La spallata finale all'immagine di una Cina quale prodigo partner commerciale arriva dal vertice Nato di Bruxelles dove il «pericolo cinese» è stato ribadito dal segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg, facendo chiaro riferimento alla impressionante frequenza di cyber-attacchi ai sistemi digitali delle multinazionali occidentali.

E il cambio di passo nei rapporti con la Cina non può che vedere in Berlusconi un convinto sostenitore. «Finalmente tutti hanno capito quali rischi corriamo - spiega durante l'incontro del gruppo azzurro al Parlamento europeo - perché la Cina, che è un regime comunista, ha mire espansionistiche che non sono solo economiche, ma anche politiche».

«Il G7, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il vertice dei 30 Paesi della Nato - conclude il leader azzurro - hanno riconosciuto che, come sostengo da anni, la Cina attenta alla nostra sicurezza. È ora che su questo tema si faccia fronte comune».

E in effetti sono anni che Forza Italia, e segnatamente il suo leader, mandano segnali d'allarme inequivocabili. Oggi istituzioni internazionali come la Nato o il presidente americano Joe Biden si trovano a concordare con quanto Berlusconi ripete da tempo. Già nel 2019, a esempio, ospite della trasmissione Agorà parlava dell'impero cinese come di un «pericolo per il mondo».

Era il periodo, inizio 2019 appunto, in cui sulle prime pagine dei giornali faceva bella mostra di sé il progetto della «nuova via della Seta». Sui cui pericoli, tuttavia, Berlusconi ha sempre puntato il dito. «Ci sono ovviamente molte opportunità grazie allo scambio commerciale che questa nuova via ci consegnerà - commentava - ma i rischi sono maggiori. Basti prendere a esempio la tecnologia digitale e la telefonia mobile. Ci invadono e non è nemmeno chiaro quali effetti potranno avere gli enormi investimenti nel nucleare e nel settore militare. Fermare l'egemonia commerciale cinese, va ripetendo da tempo Berlusconi, serve soprattutto a difendere i nostri valori democratici e liberali.

E anche Bruxelles, allora, suonò un campanello d'allarme documento che dice attenzione ai rapporti con la Cina visto come soggetto che sfrutta in maniera pericolosa i vantaggi di un «capitalismo statale» che permette mire espansioniste inimmaginabili agli altri soggetti internazionali.

La svolta internazionale fa il paio con la svolta italiana con Draghi che, sostituendo Conte, ha definitivamente abbandonato le miopi velleità della nuova Via della Seta. «Anche se cerca di invadere il continente europeo con le proprie merci - commenta il coordinatore nazionale di Forza Italia e parlamentare europeo, Antonio Tajani - la Cina non potrà mai essere padrona del mondo e regista della politica globale. Il governo Conte ha commesso un errore gravissimo a firmare l'accordo per la via della Seta, mi auguro che il governo Draghi faccia marcia indietro e revochi quell'accordo per noi veramente scellerato».



Draghi ferma i cinesi con il «golden power»: cos’è e perché l’italiana Lpe è stata protetta
Fabrizio Massaro
09 apr 2021

https://www.corriere.it/economia/aziend ... 3d06.shtml

Mario Draghi ha vietato a un gruppo cinese di rilevare il controllo di un’azienda italiana di semiconduttori: è il primo esercizio di veto nell’ambito del «golden power» da parte del nuovo esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce. È a questo provvedimento che il premier si è riferito giovedì nel corso della conferenza stampa in cui ha parlato di vari argomenti a cominciare dai vaccini. «Sono d’accordo con Giorgetti, la golden power è uno strumento del governo per evitare la cessione di asset strategici a potenze straniere, va usato. Quello sui semi conduttori è stato un uso di buon senso in questa situazione. È un settore strategico, ce ne sono altri», ha detto Draghi.
Il riferimento era alle parole del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, che poche ore prima aveva annunciato, fra l’altro, che al Mise si sta anche valutando la possibilità di «estendere l’ambito di applicazione della golden power» a filiere rilevanti e al momento escluse, come l’automotive e la siderurgia, dal carattere «strategico» e «particolarmente esposti alla concorrenza cinese». In particolare aziende che hanno anche rapporti di fornitura con gli organismi di sicurezza e le forze armate.


Nelle mani del cinese Xiang Wei

Il veto da «golden power» da parte del governo Draghi è stato posto pochi giorni fa, il 31 marzo scorso, per bloccare la vendita del 70% di una media azienda italiana, la Lpe di Baranzate, nel Milanese, alla cinese Shenzen Invenland Holdings, una società del gruppo Invenland riconducibile al Xiang Wei, finanziere cinese attivo nel settore dei semiconduttori a livello globale. Draghi ha sottolineato che «la carenza di semiconduttori ha costretto molti costruttori di auto a rallentare la produzione lo scorso anno quindi è diventato un settore strategico». La notifica dell’acquisizione era arrivata a Palazzo Chigi il 28 dicembre 2020 mentre il 26 marzo 2021 la società ha trasmesso la nota integrativa con l’estensione dei patti parasociali a tutela del socio italiano. Tuttavia gli accorgimenti non hanno soddisfatto le esigenze del governo.


Che cosa fa la lombarda Lpe

Lpe, guidata da Franco Giovanni Preti che ne è tra i principali azionisti, risulta essere l’unica azienda italiana e leader a livello mondiale nella tecnologia epitassiale anche con brevetti propri. È una media azienda, con 61 dipendenti a livello di gruppo e nel 2019 — ultimo dato pubblico — ha fatturato 27,9 milioni di euro con utili per 7,1 milioni (nel 2018 erano stati rispettivamente 49,3 milioni e 14,7 milioni) ma altamente specializzata. Quella epitassiale è la tecnologia che permette di realizzare le connessioni tra i vari dispositivi di un chip. È di fondamentale importanza nell’intero processo di produzione dei circuiti integrati: come spiegano fonti a conoscenza del dossier, i reattori epitassiali sono prodotti ad alto contenuto tecnologico, attraverso i quali viene effettuata una delle fasi del processo di fabbricazione di dispositivi elettronici a semiconduttore, per realizzare componenti presenti nella maggior parte degli apparati elettronici in commercio. Preti non è stato raggiungibile per un commento.


I rischi per la sicurezza nazionale

Nel corso della riunione del Consiglio dei ministri del 31 marzo — ricostruiscono fonti ministeriali citate dall’agenzia Agi — «il ministero dello Sviluppo economico, d’intesa con il Dis, il ministero della Difesa e il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha proposto l’esercizio dei poteri speciali nella forma dell’opposizione all’acquisto ai sensi dell’art. 2, comma 6 del decreto-legge n. 21/2012, ovvero impedisce la vendita della società italiana Lpe ... all’acquirente società di diritto cinese Shenzhen Invenland holdings». Secondo il provvedimento — che non è pubblico — il passaggio del controllo (il 70%) di Lpe ai cinesi comporterebbe «un rischio eccezionale per gli interessi pubblici relativi alla continuità degli approvvigionamenti di dispositivi elettronici a semiconduttore per una pluralità di ambiti (tra cui infrastrutture energetiche, intelligenza artificiale, 5G, IoT, per menzionare quelli individuati come strategici dalla normativa nazionale ed europea)».
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Re: Russia, Europa, USA e Cina

Messaggioda Berto » ven lug 02, 2021 6:05 am

FILANTROPIA
Travestito da Mao Zedong, Xi Jinping ha voluto celebrare il centenario del Partito Comunista Cinese.

Niram Ferretti
1 liglio 2021

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

«Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno e ora non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo. Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi».
Chiaramente i tibetani, gli uiguri, non sono stati mai oppressi, si tratta di propaganda imperialista atta a dirottare l'attenzione dai magnifici risultati conseguiti dal partito, come l'avere liberato 800 milioni di esseri umani dalla povertà estrema, risultato recentemente elogiato da Massimo D'Alema.
Ovviamente viene passato sotto silenzio il fatto che l'abbattimento dell'estrema povertà nella Cina rurale è una conseguenza dell'essere passati dalle disastrose politiche rivoluzionarie di Mao alla logica del Weltmarket.
Ma il passaggio più inquietante è quello in cui Xi, il Nuovo Grande Timoniere, ha assicurato che il Partito Comunista ha a cuore il futuro e lo sviluppo dell'umanità.
Altri grandi leader illuminati lo hanno detto prima di lui, e non è andata del tutto bene, soprattutto per coloro i quali erano contrari alla loro concezione del futuro e dello sviluppo.
Il neo imperialismo cinese si declina soprattutto economicamente, non c'è bisogno di spargere del sangue, tranne là dove è strettamente necessario. Si comprano sudditi, ma, attenzione, il capitalismo, per i cinesi, è solo uno strumento per imporre il controllo, certo non per generare libertà.
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Re: Russia, Europa, USA e Cina

Messaggioda Berto » dom lug 11, 2021 8:16 pm

Hong Kong, sottomessa alla Cina, sta impazzendo
Stefano Magni
10 luglio 2021

https://lanuovabq.it/it/hong-kong-sotto ... impazzendo

Hong Kong, un anno dopo l’introduzione della nuova Legge per la Sicurezza Nazionale, imposta da Pechino, nella città ex britannica si respira un clima di oppressione totalitaria. E una parte della popolazione ci impazzisce. Sono sintomi di impazzimento l'attentato suicida a un poliziotto e un gruppo di ragazzi che preparava attentati

Hong Kong, un anno dopo l’introduzione della nuova Legge per la Sicurezza Nazionale, imposta da Pechino, nella città ex britannica si respira un clima di oppressione totalitaria, come nel resto della Cina. Con la chiusura del quotidiano Apple Daily, gli honkonghesi possono anche dire addio alla tradizionale libertà di stampa. In compenso, l’opposizione al comunismo di Pechino sta assumendo nuove forme, sempre più violente, che denotano un impazzimento generale.

La notizia che tuttora sta sconvolgendo la popolazione locale è quella di un omicidio-suicidio, in cui l’attentatore ha perso la vita e un poliziotto è rimasto gravemente ferito. È avvenuto il 1° luglio, anniversario della restituzione di Hong Kong alla Cina da parte del Regno Unito, ma le conseguenze si stanno vedendo soprattutto in questa settimana. È di mercoledì, invece, l’arresto di un gruppo di ragazzi di liceo che, assieme ad alcuni adulti, stavano preparando attentati dinamitardi a istituzioni, mezzi di trasporto e vie principali del centro di Hong Kong.

La città, di cultura britannica e cinese, non ha alcuna tradizione di terrorismo, tantomeno suicida. L’attentatore del 1° luglio ha pugnalato un poliziotto (senza riuscire ad ucciderlo in pieno centro e in mezzo alla folla, poi si è pugnalato al cuore prima che venisse arrestato. Il suo profilo è sconcertante: non era un uomo senza più nulla da perdere, non un monaco buddista che si dà fuoco per protesta (come in Tibet) e neppure un ragazzo con idee estremiste, bensì il responsabile acquisti di un’azienda di bibite, 50enne, con nessun precedente penale. Leung Kin-fai, questo il suo nome, si è tolto la vita senza lanciare proclami. Ha lasciato solo una nota personale, in casa sua, in cui contestava la nuova Legge per la Sicurezza Nazionale e la repressione poliziesca. Tuttora sta dividendo l’opinione pubblica honkonghese. Se quella ufficiale, a partire dalla governatrice Carrie Lam, stigmatizza il gesto e mette in guardia la popolazione dall’adottare idee estremiste, almeno una parte del dissenso omaggia l’omicida-suicida con fiori sul luogo dell'attentato e messaggi di elogio sui social network in cui lo si definisce un “martire”. Prossimamente si potrà assistere a gesti di emulazione? Può darsi, comunque la reazione della Cina non si è fatta attendere.

L’azienda per cui Leung lavorava, la Vitasoy, per aver espresso cordoglio e aver inviato le condoglianze alla famiglia del suo ex responsabile acquisti, è stata posta sotto embargo. Il boicottaggio, rilanciato da tutti i social media cinesi, sta costando all’azienda produttrice di bibite la sua più grave perdita in Borsa di sempre. Anche questa è una nuova forma di repressione: alla Cina non occorre chiudere d’autorità (sulle aziende di Hong Kong il controllo è ancora indiretto), ma basta un boicottaggio nazionale per ottenere praticamente lo stesso effetto.

L’arresto del gruppo di aspiranti terroristi dinamitardi, invece, fa intravvedere uno scenario molto peggiore. Se quegli attentati fossero andati in porto, infatti, anche molti civili avrebbero perso la vita. E a prepararli c’erano anche ragazzini di 15 anni. Questa scoperta non ha fatto altro che spingere ancor di più la tendenza securitaria del governo di Carrie Lam. Ora la governatrice preme perché anche gli insegnanti e i genitori siano molto più vigili sui loro allievi e figli. Aumentando ulteriormente lo spionaggio e il controllo reciproco.

Perché Hong Kong, che non ha alcuna tradizione di terrorismo, sta prendendo questa china? La prima spiegazione che si può abbozzare è la reazione alla mancanza di libertà. Nel momento in cui il dissenso, non solo non può più essere rappresentato in parlamento (nel Consiglio Legislativo), ma non può più essere espresso nelle manifestazioni e in un quotidiano dell’opposizione, la reazione “istintiva” resta quella della lotta armata. Ma il “come” di questa lotta armata è impressionante: l’azione suicida, la strage di civili, metodi che solitamente associamo al terrorismo jihadista.

Il problema va oltre alla mancanza di spazi di espressione del dissenso, va ricercato in un vero impazzimento collettivo, a questo punto. Motivato da cosa? Non solo da un prolungato e duro periodo di pandemia e relative restrizioni (più blande di quelle italiane, a dire il vero), ma dalla trasformazione in appena due anni di un Paese libero in una dittatura totalitaria. La metamorfosi, avvenuta soprattutto durante la pandemia, quando la gente non poteva neppure più protestare, non è ancora completa. Ma è molto visibile anche nei simboli: la scolaresca di un asilo che esegue la cerimonia dell’alzabandiera della Repubblica Popolare, la polizia locale che marcia col passo dell’oca, la scomparsa di tradizionali manifestazioni fra cui la veglia annuale per le vittime di Tienanmen. Questa è solo la superficie di quel che sta avvenendo, nei prossimi anni assisteremo sicuramente a molti più arresti di oppositori politici e culturali e probabilmente ad un’erosione della stessa libertà di religione. La storia verrà riscritta, così come le notizie cominceranno ad essere censurate e distorte per conformarsi alla visione del mondo di Pechino.

In questo incubo totalitario, gli honkonghesi stanno precipitando molto più in fretta del previsto. La Cina ha violato gli accordi internazionali, nella dichiarazione congiunta con il Regno Unito, secondo cui il sistema di Hong Kong avrebbe dovuto essere assorbito pienamente in quello cinese solo dopo 50 anni dalla restituzione, dunque dal 2047. Chi abita nell’enclave ex britannica pensava di aver almeno mezzo secolo di respiro. Invece non ha avuto a disposizione neppure la metà di quegli anni. Per di più, a Hong Kong tutti sanno cosa sia il sistema totalitario cinese, anche se lo hanno osservato solo dall’esterno, dai racconti dei fuggitivi, da un osservatorio solo apparentemente libero, privilegiato e protetto. Tutti, dunque, sanno cosa li aspetta quando questa metamorfosi sarà completata. E c’è veramente da impazzirci.
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Re: Russia, Europa, USA e Cina

Messaggioda Berto » mar lug 20, 2021 7:48 pm

Mike Pompeo: Il nostro impegno interrotto con la Cina
L’amministrazione Trump aveva bisogno di invertire le politiche fallimentari
20 luglio 2021

https://osservatorerepubblicano.com/202 ... n-la-cina/

A luglio il Partito Comunista Cinese ha celebrato il suo centesimo anniversario con un familiare sfarzo totalitario: esibizioni di armamenti militari, gioventù esultante e una repressione a livello nazionale dei dissidenti per garantire la “sicurezza politica”. Il culto della personalità che il segretario generale del PCC Xi Jinping ha assiduamente costruito per se stesso era anch’esso in piena mostra, poiché il non eletto leader supremo della Cina ha tenuto un discorso indossando una tunica scialba comunemente chiamata “abito di Mao”. Il simbolismo che Xi stava cercando di trasmettere al popolo cinese con il suo abito era ovvio: io sono uguale per importanza al presidente Mao come leader. Per il resto del mondo, il messaggio del discorso di Xi era altrettanto evidente: Qualsiasi forza straniera che tenta di “fare il prepotente, opprimere o sottomettere” la Cina “sarà certamente malconcia e insanguinata nello scontro con la Grande Muraglia d’Acciaio costituita da 1,4 miliardi di cinesi”.

Alcuni potrebbero liquidare queste parole come pura retorica, ma dobbiamo prenderle sul serio. Le azioni di Xi da quando ha preso il potere corrispondono al suo linguaggio – e anche di più. Un secolo dopo che il Comintern di Vladimir Lenin ha contribuito a fondare il PCC, esso continua a sposare la stessa filosofia marxista-leninista che è servita come giustificazione intellettuale distorta per brutalizzare il popolo cinese nel 20° secolo – milioni di persone sono state uccise sotto il dominio maoista – e nel 21° – testimonia il genocidio in corso contro i musulmani uiguri nella provincia cinese dello Xinjiang. Questa ideologia è anche il fondamento della continua spinta del PCC affinché la Cina sostituisca l’America come la vera grande potenza mondiale e stabilisca il modello di governo del PCC come la norma per tutte le nazioni.

Il colore ideologico della celebrazione del centenario del PCC ha quindi riaffermato un’altra verità: l’amministrazione Trump ha fatto bene a rompere con una politica di quasi 50 anni di impegno americano inqualificabile con la Cina. Sostituendo l’ottimismo puro con uno scetticismo acuto, l’amministrazione Trump ha iniziato un necessario, storico cambiamento per proteggere meglio la sicurezza americana, la prosperità e le libertà dalle predazioni di Pechino – un cambiamento che deve continuare.

È importante tracciare il contesto del perché il nostro radicale e potente cambiamento fosse così urgente. Dopo il completamento della presa di potere del PCC sulla Cina continentale nel 1949, gli Stati Uniti e la Cina hanno avuto pochi contatti bilaterali durante i primi anni della guerra fredda. Infatti, l’interazione più significativa dell’America con la Cina prima degli anni ’70 è stata la lotta nella Guerra di Corea. Come tutti i regimi comunisti, il regime cinese era profondamente sospettoso di qualsiasi influenza straniera all’interno dei suoi confini ed era altrettanto timoroso di mandare i suoi pensatori più talentuosi fuori dal paese. Alla base della segretezza maoista e del massacro della Cina di metà secolo c’era l’ideologia marxista-leninista del PCC, che cercava non solo di far divorare la Cina al comunismo, ma anche di abbattere gli Stati Uniti. Come scrisse Mao, “Popoli di tutto il mondo, unitevi ancora più strettamente e lanciate un’offensiva sostenuta e vigorosa contro il nostro nemico comune, l’imperialismo statunitense, e i suoi complici!”

Nel 1967, Richard Nixon, un esperto combattente della Guerra Fredda che presto si sarebbe candidato con successo alla presidenza, articolò la sua intenzione di promuovere l’impegno con il regime di Pechino come mezzo per indurlo a cambiare. Nel suo fondamentale articolo per Foreign Affairs di quell’anno, Nixon scrisse: “Il mondo non può essere sicuro finché la Cina non cambia. Quindi il nostro obiettivo… dovrebbe essere quello di indurre il cambiamento”.

Ma gli eventi che si verificarono durante l’amministrazione Nixon portarono il presidente, e il suo principale consigliere di politica estera Henry Kissinger, a cambiare le basi di quell’impegno. Piuttosto che costringere il leopardo del PCC a cambiare la pelliccia, l’obiettivo divenne quello di sfruttare l’aiuto cinese per raggiungere gli obiettivi politici e di politica di Nixon. Essendosi candidato nel 1968 per porre fine al coinvolgimento americano in Vietnam, Nixon voleva l’aiuto cinese per spingere i Viet Cong a sedersi al tavolo per un’uscita americana negoziata. Nixon vedeva la Cina anche come un mezzo utile per fare pressione sull’Unione Sovietica, all’epoca in contrasto con la Cina per questioni di confine, tra le altre cose. Infine, credeva che l’apertura della Cina sarebbe stato un momento clamoroso per aumentare il suo favore in vista delle elezioni presidenziali del 1972. Così la diplomazia Nixon-Kissinger dei primi anni ’70, culminata nello storico viaggio del presidente a Pechino nel 1972, era, nel suo nucleo, non ideologica ma transazionale.

Ma dopo le dimissioni di Nixon nel 1974, i leader americani non si sono chiesti seriamente se – o come – la politica “modello” di impegno con la Cina dovesse continuare. Avrebbero dovuto farlo. Mentre il PCC costruiva il suo potere, noi dormivamo. Anche se Deng Xiaoping ha permesso una limitata liberalizzazione economica a partire dalla fine degli anni ’70, non era meno determinato di Mao nello stabilire la Cina come una potenza internazionale in grado di sfidare il mondo libero e diffondere il modello di governo del PCC. Disse infamemente: “Nascondi la tua forza, aspetta la tua occasione”. In altre parole, accumulare potere in vista di scatenarlo al momento giusto.

Questo è esattamente quello che è successo nei successivi quattro decenni. Mentre l’Occidente si apriva alla Cina, e viceversa, il PCC si rafforzava silenziosamente sfruttando i suoi contatti con il mondo. Le imprese occidentali desiderose di accedere ai mercati cinesi firmavano allegramente accordi di joint-venture con aziende statali cinesi, mettendo così tecnologie sensibili nelle mani dell’Esercito Popolare di Liberazione. La Cina ha messo gli Istituti Confucio che servono la propaganda nei campus americani, e ha segretamente inserito gli ufficiali del PLA nei programmi di laurea STEM americani, permettendo loro di rubare facilmente le conoscenze lì depositate. Il PCC ha richiesto la censura delle rappresentazioni negative della Cina sul grande schermo come il prezzo per l’ammissione di Hollywood nei mercati cinesi – un compromesso comune tra le industrie che fanno affari con Pechino.

Se vi chiedete perché l’Occidente non abbia respinto più duramente queste manipolazioni, è perché gli abusi a breve termine sono stati tollerati in previsione di una trasformazione a lungo termine. Dopo la Guerra Fredda, molti pensatori occidentali hanno calcolato che il commercio globale e gli investimenti con la Cina avrebbero prodotto il tipo di liberalizzazione politica che le politiche di glasnost e perestroika di Mikhail Gorbaciov avevano innescato in Unione Sovietica e nel blocco orientale alla fine degli anni ’80. Come ha detto il presidente Clinton nel sostenere l’ammissione della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio: “L’adesione all’OMC… non creerà una società libera in Cina da un giorno all’altro, né garantirà che la Cina giochi secondo le regole globali. Ma nel tempo, credo che muoverà la Cina più velocemente e più lontano nella giusta direzione, e certamente lo farà più del rifiuto”.

È stato un cattivo calcolo. Lungi dal democratizzare, il PCC ha visto le rivoluzioni democratiche degli anni ’80 e ’90 come istruttive su come non esercitare il potere. I leader del partito pensavano che quando Gorbaciov cedeva di un centimetro sulle libertà politiche, il popolo russo avanzava di un chilometro. Il risultato è stato la fine dell’esperimento comunista in Russia nel 1991 e l’espulsione del regime sovietico dal potere – un risultato che i leader del PCC vogliono evitare a tutti i costi. Invece di essere trasformato dal capitalismo o da qualche magico arco della storia, il partito ha massacrato i manifestanti in piazza Tienanmen, ha sventrato la libertà in Tibet, ha tenuto in prigione dissidenti come Liu Xiaobo e oggi ha costruito uno stato di sorveglianza orwelliano. Hong Kong, una volta libera, è ora solo un’altra città comunista, con la libertà di stampa e le altre libertà cancellate. E l’adesione al WTO, nello specifico, è stato un enorme fallimento della politica americana, poiché il sogno del presidente Clinton di dare libertà al popolo cinese ha semplicemente distrutto posti di lavoro americani e ha dato potere al Politburo cinese.

Il PCC è anche diventato più aggressivo nello sfidare il potere americano. Dall’inizio del suo regno, nel 2012, Xi ha avviato una spinta per modernizzare il PLA e costruire le forze nucleari e missilistiche del paese. Nel 2015, il segretario generale Xi è stato accanto al presidente Obama nel Giardino delle Rose e ha fatto vuote promesse che la Cina avrebbe smesso di militarizzare le isole nel Mar Cinese Meridionale. Eppure i leader americani hanno fatto poco per scoraggiare l’aggressione e l’illegalità del PCC.

Diplomaticamente, la Cina ha lavorato per indebolire la leadership americana diffondendo il “socialismo con caratteristiche cinesi” all’estero. Il PCC ha sventolato tangenti e diritti di accesso ai suoi mercati di fronte ai leader stranieri, e ha svolto attività di propaganda segreta, nella speranza di ottenere influenza e costruire una rete di stati vassalli la cui lealtà si inclinava verso Pechino più che verso Washington e i suoi alleati del mondo libero. Il principale progetto della Cina in questo senso è l’iniziativa Belt and Road da molti miliardi di dollari, progettata per consolidare il controllo cinese sui progetti infrastrutturali e sulle arterie internazionali del commercio – porti, ferrovie, ecc. Allo stesso modo, il PCC ha sovvenzionato il gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei per mettere l’infrastruttura 5G in qualsiasi paese che l’accetterà, attirando così le nazioni in un patto del diavolo di attrezzature a buon mercato in cambio del fatto che il PCC sia collegato ai loro sistemi tecnologici. Tali accordi mettono in pericolo gli interessi commerciali e di sicurezza nazionale americani.

Prima della sua morte nel 1994, il presidente Nixon commentò che temeva di aver “creato un Frankenstein” con la sua apertura alla Cina. Cinquant’anni da quando l’impegno senza riserve è diventato la stella polare strategica dell’America, è difficile non essere d’accordo con lui. Una politica lasciata in vigore troppo a lungo non è riuscita a cambiare il partito comunista cinese o a rafforzare la sicurezza americana.

Quasi paradossalmente, è stato un uomo d’affari americano che è diventato la voce più importante per affermare che l’impegno senza riserve dell’America con la Cina – che assomigliava molto ad una capitolazione – non ha consegnato ciò che aveva promesso. Quando Donald Trump ha corso per la presidenza nel 2016, ha chiesto la fine degli abusi commerciali cinesi – manipolazioni che hanno comportato la distruzione degli agricoltori americani con barriere commerciali, abusando dello status di “paese in via di sviluppo” presso l’OMC, e rubando grandi quantità di proprietà intellettuale alle aziende americane. Ha favorito l’iniezione di un po’ di necessaria reciprocità nella relazione: Era finito il tempo in cui Pechino poteva sfuggire alle conseguenze per fare danni economici all’America, imbrogliare gli accordi internazionali, e in generale cercare di soppiantare gli Stati Uniti come leader globale.

Quella stessa prospettiva alla fine ha plasmato l’intera politica cinese dell’amministrazione Trump. Il Dipartimento della Difesa ha intensificato le esercitazioni navali nel Mar Cinese Meridionale, ha iniziato una modernizzazione delle forze nucleari statunitensi e ha iniziato a parlare di far ospitare tali capacità agli alleati regionali in Asia. Il Dipartimento della Difesa ha anche preso provvedimenti per rafforzare la nostra presenza militare nell’Indo-Pacifico, mentre il Dipartimento di Giustizia ha iniziato a reprimere più duramente che mai il furto di proprietà intellettuale cinese e le attività di spionaggio.

Al Dipartimento di Stato, abbiamo imposto nuove misure reciproche sull’accesso dei diplomatici cinesi ai campus universitari e chiuso il covo di spie a Houston che fungeva da consolato cinese. Abbiamo fatto pressione con successo su più di 60 paesi per bandire dalle loro reti 5G i fornitori non affidabili come Huawei. Abbiamo approvato più vendite di armi che mai ai nostri amici di Taiwan. Sotto la mia direzione, gli Stati Uniti sono diventati il primo paese al mondo a dichiarare come genocidio il trattamento barbaro delle minoranze nello Xinjiang. E, per la prima volta dal 1949, un’amministrazione presidenziale statunitense ha detto coraggiosamente che il partito comunista cinese non rappresenta il popolo cinese – l’ultima cosa che il repressivo PCC vuole che il suo popolo ed il mondo sentano.

Per tutte le preoccupazioni sul ruolo dell’America nel mondo sotto il presidente Trump, la verità è che l’America ha affermato una leadership audace sulla questione di politica estera più urgente del nostro tempo. Il PCC sotto Xi e i suoi quadri rappresenta la più grande minaccia esterna al nostro stile di vita, e noi abbiamo iniziato l’arduo lavoro di rendere sicuro il nostro paese contro di esso. Il cambiamento bipartisan così iniziato, è, credo, qui per rimanere. Abbiamo dato all’amministrazione Biden un’enorme quantità di leva per continuare una politica dura, e la sua squadra di politica estera sarebbe sciocca ad ammorbidire varie linee di impegno in cambio di qualcosa come un “accordo Potemkin” sul cambiamento climatico che il PCC non onorerà mai.

Oggi i leader cinesi non credono più che il mondo trascurerà semplicemente la loro coercizione, l’aggressione e le bugie, specialmente con la copertura COVID del partito che ha gettato benzina sul fuoco della sua stessa credibilità. Ma il PCC crede ancora di essere in guerra. È in guerra con il resto del mondo per il potere e la supremazia, in guerra con l’Occidente per schiacciare la nostra ideologia di libertà, e in guerra con l’unica superpotenza che può contrastare le sue ambizioni. Cerca il dominio commerciale e militare nei regni connessi, dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori alla genetica e altro ancora. E userà ogni strumento nel suo arsenale per eseguire il suo piano di battaglia, dalle campagne di disinformazione e le operazioni di influenza alle tradizionali capacità di potenza militare.

La leadership americana, e solo la leadership americana, può negare a Xi i suoi obiettivi. Praticare un impegno non qualificato, comprare gingilli fabbricati, gestire la ricchezza cinese e vendere giostre ai cittadini cinesi a Shanghai Disneyland non hanno funzionato e non funzioneranno nel far cambiare il PCC. L’America ha preso le armi in questa grande causa di proteggere il mondo libero dalla minaccia cinese. Se noi e i nostri alleati occidentali continuiamo su questa nuova strada – se non torniamo alle politiche fallimentari degli ultimi decenni – prevarremo.
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