Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)

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Messaggioda Berto » dom gen 03, 2016 10:18 pm

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Re: Deivos

Messaggioda Berto » lun gen 04, 2016 9:17 am

Divo
https://it.wikipedia.org/wiki/Divo
Con il termine divo ci si riferisce perlopiù ad un personaggio reale o immaginario la cui caratteristica principale sia una indiscussa notorietà mediatica. L'attuale uso deriva dal fatto che in antico il termine aveva un significato religioso e veniva riferito a personaggi divinizzati. In senso proprio, infatti, "divo" e il corrispettivo femminile "diva" derivano dagli omologhi termini latini divus e diva, cioè "divino" e "divina".
Presso i Romani l'attributo "divo" era assegnato a quegli uomini di particolare importanza che fossero riconosciuti pubblicamente dopo la morte tra le divinità. In particolare per tutta l'età imperiale il Senato procedette a riconoscere come divini molti degli Imperatori attraverso pubbliche cerimonie di apoteosi (o divinizzazione), massima espressione del culto imperiale, nel corso delle quali la cremazione all'aperto dei resti mortali o di un simulacro del principe simboleggiava la sua ascensione tra gli dei della religione romana: da quel momento l'imperatore, divenuto divus, poteva essere soggetto diretto del culto religioso. Esempi di tale pratica furono, tra gli altri, il Divo Giulio, il Divo Augusto, il Divo Antonino, etc.
L'espressione ricorre anche nel famoso incipit dell'Iliade: Cantami o diva... ("cantami o [Musa] divina...") (...) il divo Achille ("Achille di stirpe divina"): traduzione Monti, I.1, I.9. Qui, però, il riferimento alla divinità di Achille è legato alla sua discendenza divina dalla ninfa Teti.
L'uso della divinizzazione, sebbene con modalità diverse da quella romana, è tratto comune a molte delle civiltà antiche.


Dio
https://it.wikipedia.org/wiki/Dio

I nomi utilizzati per indicare questa entità superiore dotata di potenza straordinaria sono numerosi tanto quanto numerose sono le lingue e le culture, con le loro origini.

Nelle lingue di origine latina (de area afin al latin e no de derivasion dal latin) come l'italiano (Dio), il francese (Dieu) e lo spagnolo (Dios), il termine deriva dal latino Deus (a sua volta collegato ai termini, sempre latini, di divus, "splendente", e dies, "giorno") proveniente dal termine indoeuropeo ricostruito *deiwos. Il termine "Dio" è connesso quindi con la radice indoeuropea: *div/*dev/*diu/*dei, che ha il valore di "luminoso, splendente, brillante, accecante", collegata ad analogo significato con il sanscrito dyáuh. Allo stesso modo si confronti il greco δῖος e il genitivo di Ζεύς [Zeus] è Διός [Diòs], il sanscrito deva, l'aggettivo latino divus, l'ittita šiu.

Nelle lingue di origine germanica come l'inglese (God), il tedesco (Gott), il danese (Gud), il norvegese (Gud), lo svedese (Gud), sono relazionati all'antico frisone, all'antico sassone e all'olandese medievale Got; all'antico e al medievale alto germanico Got; al gotico Gut; all'antico norvegese Guth e Goth nel probabile significato di "invocato". Maurice O'C Walshe lo relaziona al sanscrito -hūta quindi *ghūta (invocato). Quindi forse da relazionare al gaelico e all'antico irlandese Guth (voce) e all'antico celtico *gutus (radice *gut).

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Nella lingua greca, antica e moderna, il termine è Theós (Θεός; pl. Θεοί Theoí). L'origine è incerta. Émile Benveniste, tuttavia, nel suo Le Vocabulaire des institutions indo-européennes collega theós a thes- (relazionato sempre al divino) e questo a *dhēs che si ritrova nel plurale armeno dikc (gli "dèi", -kc è il segno plurale). Quindi per Émile Benveniste: «è del tutto possibile -ipotesi già avanzata da tempo- che si debba mettere in questa serie Theós 'Dio' il cui prototipo più verosimile sarebbe proprio *thesos. L'esistenza dell'armeno dikc 'dèi' permetterebbe allora di formare una coppia lessicale greco armena».

In ambito semitico il termine più antico è ʾEl (in ebraico אל), corrispondente all'accadico Ilu(m) (cuneiforme accadico ...) e al cananaico ʾEl o ʾIl (fenicio El phoenician.jpg), la cui etimologia è oscura anche se sembrerebbe collegata alla nozione di "potenza".

Nell'ambito della letteratura religiosa ebraica i nomi con cui viene indicato Dio sono: il già citato ʾEl; ʾEl ʿElyon (ʿelyon nel significato di "alto" "più alto"); ʾEl ʿOlam ("Dio Eterno"); ʾEl Shaddai (significato oscuro, forse "Dio Onnipotente"); ʾEl Roʾi (significato oscuro, forse "Dio che mi vede"); ʾEl Berit ("Dio dell'Alleanza"); ʾEloah, (plurale: ʾElohim , meglio ha-ʾElohim il "Vero Dio" anche al plurale quindi; ha per distinguerlo dalle divinità delle altre religioni o anche ʾElohim ḥayyim, con il significato di "Dio vivente"); ʾAdonai (reso come "Signore"). Il nome che appare più spesso nella Bibbia ebraica è quello composto dalle lettere ebraiche י (yod) ה (heh) ו (vav) ה (heh) o tetragramma biblico (la scrittura ebraica è da destra a sinistra): traslitterato quindi come YHWH, il nome proprio del Dio di Israele[9]. Gli ebrei si rifiutano di pronunciare il nome di Dio presente nella Bibbia, cioè י*ה*ו*ה (tetragramma biblico) per tradizioni successive al periodo post-esilico e quindi alla stesura della Torah. L'Ebraismo insegna che questo nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. Tutte le moderne forme di Ebraismo proibiscono il completamento del nome divino, la cui pronuncia era riservata al Sommo Sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme. Poiché il Tempio è in rovina, il nome non è attualmente mai pronunciato durante riti ebraici contemporanei. Invece di pronunciare il tetragramma durante le preghiere, gli ebrei dicono Adonai, cioè "Signore". Nelle conversazioni quotidiane dicono HaShem (in ebraico "il nome", come appare nel libro del Levitico XXIV,11) quando si riferiscono a Dio. Per tale ragione un ebreo osservante scriverà il nome in modo modificato, ad esempio come D-o. Gli ebrei oggi durante la lettura del Tanakh (Bibbia ebraica) quando trovano il tetragramma (presente circa 6000 volte) non lo pronunciano.

Nell'ambito della letteratura religiosa arabo musulmana il nome di Dio è Allāh (الله) riservando il nome generico di ilāh ( إله; nel caso del Dio unico allora al-Ilāh il-Dio) per le divinità delle altre religioni. Il termine arabo Allāh viene probabilmente dall'aramaico Alāhā). Nel Corano, il libro, sacro dell'Islam, l'Essere supremo rivela che i suoi nomi sono Allāh e Rahmān (il "Misericordioso"). La cultura islamica parla di 99 "Bei Nomi di Dio" (al-asmā‘ al-husnà), che formano i cosiddetti nomi teofori, abbondantemente in uso in aree islamiche del mondo: 'Abd al-Rahmān, 'Abd al-Rahīm, 'Abd al-Jabbār, o lo stesso 'Abd Allāh, formati dal termine "'Abd" ("schiavo di"), seguito da uno dei 99 nomi divini.

Nella lingua sumerica il grafema distintivo della divinità è Cuneiform sumer dingir.svg (dingir), probabilmente inteso come "centro" da cui la divinità si irradia.

Nella cultura religiosa sanscrita, fonte del Vedismo, del Brahmanesimo e dell'Induismo, il nome generico di un dio è Deva ( देवता) riservando, a partire dall'Induismo, il nome di Īśvara (ईश्वर, "Signore", "Potente", dalla radice sanscrita īś "avere potere") alla divinità principale. il termine Deva è correlato, come ad esempio il termine latino Deus, alla radice indoeuropea già citata richiamante lo "splendore", la "luminosità". In tale alveo la divinità femminile si indica con il nome di Devī, termine che indicherà con la Mahādevī (Grande Dea) un principio femminile primordiale e cosmico di cui le singole divinità femminili non sono che manifestazioni.
Nella cultura religiosa iranica preislamica il termine utilizzato è l'avestico Ahura ("Signore") che corrisponde al sanscrito Asura; acquisendo il nome di Ahura Mazdā ("Signore Saggio" persiano اهورا مزدا) l'unico Dio del monoteismo zoroastriano.

Il carattere cinese per "Dio" è 神 (shén). Esso si compone al lato sinistro di 示 ( shì "altare" oggi nel significato di "mostrare") a sua volta composto da 丁 (altare primitivo) con ai lati 丶 (gocce di sangue o di libagioni). E a destra 申 (shēn, giapp. shin o mōsu) sta per "dire" "esporre" qui meglio come "illuminare", "portare alla luce". Quindi ciò che dall'altare conduce alla chiarezza, alla luce, Dio. Rende il sanscrito deva e da questo deriva sia il lemma giapponese di carattere identico ma pronunciato come shin sia quello coreano 신 (sin) e il termine vietnamita thân. Anche il tibetano lha. Quindi 天神 (tiānshén, giapp. tenjin, tennin, coreano 천신 ch'ŏnsin vietnamita thiên thần: Dio del Cielo) dove al già descritto carattere 神 si aggiunge 天 (tiān, giapp. ten) col significato di "cielo", "celeste", dove si mostra ciò che è in "alto" è "grande" (大 persona con larghe braccia e grandi gambe ad indicare ciò che è "largo", "grande").

http://www.etimo.it/?term=divo
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Da Le orexeni de ła coultura ourpea de Xane Semeran

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Gìоvе: v. Zeus.
La bаsе Ju- di Juppiter fu costantemente data come corrispondente dell’ “insignificante” vedico Dyáuh, e del greco Ζεύς, col colorito significato di " cielo luminoso " : quеstе omologie cominciano a perdere la loro vernice e scoprono ıl semplicismo con cui furono concepite.
L'omonimia di Ju- е di Dyáuh, *Dуеu- è tutt'altro che dimostrata; i Greci e i Romanı antichissimi indicarono con Zeus e соn Giove solo, semplicemente, il tempo atmosferico: l’attributo costante di queste divinità è la folgore; anzi, i loro nomi, con basi diverse, esprimono lo stesso elementare motivo: l’acqua del cielo, la pioggia fecondatrice; in Jove riemergono le basi originarie che suonano come accadico ūwu ūmu (tempesta, giorno, ` Sturm: als Göttertitel oft; Тag '), semitico jaum, incrociatosi con la nоtа base corrispondente ad accadico -wû (mû: acqua, ' water ').
A riprova valga l'omerico Ζήν Ζηνα che corrisponde ad accadico zennu, zinnu (pioggia, ' rain '), zanānu (piovere, ' to rain '), zunnu (‘rain’). Del concetto di "cielo" per gli antichi italici è ipostasi Semo, corrispondente ad accadico šamû (cielo, ' heaven ', ' Himmel '), ugaritico samû, o sаwû, ebraico šāmajim, arabo samā’.

Samas
https://it.wikipedia.org/wiki/%C5%A0ama%C5%A1
Sin
https://it.wikipedia.org/wiki/Sin_%28divinit%C3%A0%29



Zeus (v. anche Lessico etim. greco e latino)
Pestalozza dimostrò che Zeus cretese muore e risorge come Marduk, l'antichissimo dio solare, 1a figura centrale della cosmogonia bаbilоnеsе.
Ζεύς, beotico e laconico Δεύς, venne accostato antico indiano dyāúh (cielo, giorno), genitivo Δι[ι]ος, sanscrito divah; l'ittita ha *šiuš , šiun(i). Il miсеnео Diwe richiama accadadico zīwu (zīmu : splendore, apparizione divina, luce degli astri, “luster, appearance, glow, said of gods, with ref. to light”), ma Ζεύς, come l'ittita *šiuš, corrisponde ad accadico šаwû (šamû : cielo, “Himmel”, greco σαυη, v. Sollberger, «Iraq », 24, 68) dа identificare con accadico šаwû (pioggia, “Rеgеn”) : la voce riappare nella designazione dell'italica divinità Semo, ipostasi del cielo piovoso che favorisce i seminati.

Ma per svelare i misteri di tutte le valenze semantiche che il dio nasconde nel suo nome, occorre partire dаllе forme Ζήν (dial. Ζάν Ζηνα, cretese Δηνα Τηνα etc.) e meditare la fondamentale osservazione del Patroni che dyaus pitar, della religione vedica, è creazione dei filologi.
Gli attributi di Giove, quali νεφεληγερέτα (adunatore di nembi), χελαινεφής (dalle nere nuvole), Ôμβροιος (dispensatore i pioggia), χεραύνιος (il dio del fulmine) sono fra i più antichi riferiti al dio.

Il Patroni è stato il più acuto scrutatore del significato e del valore originario di tale divinità, il dio del cielo annuvolato e tempestoso, che egli identifica con l’etrusco Tin. A conferma del significato originario di accadico šаwû (pioggia), Ζήν Ζηνα) richiama realmente accadico zīnu, (pioggia, ' rain ', A , 21, 123), zаnānu (piovere, “to rain “, ibid, 41 sgg.), zāninu (dispensatore i beni, provvido : attributo i divinità, referring to gods : “provider”, ibid., 45 sgg.): zīnu (pioggia) è anche base del nomе Tinia, il Giove Pluvio etrusco.
Е occorre scorgere nuovi sincretismi di motivi remoti, perché tale nome banalizza quello dell’accadico Sin, il più importante dio della triade astrale, il padre di Šаmаš (il sole) e di Ištār, dea della guerra e dеll'аmоrе.
Sin è nome derivato dal sumero Zu-en, ipostasi della luna, è il dio della vegetazione, dell’agricoltura, delle piogge, della vita, è il giudice e che emette sentenze, il dio dei sogni ominosi, è il re fra gli dei e conferisce la regalità.
Ma аd accadico zаnānu (piovere) occorre ancora accostare il nome ella divinità elamitica Zana.
Va richiamato accadico , l'uccello della tempesta, emblema del dio della guеrrа.
Come la forma micenea Dive, il latino divus, dies, dius, greco δίος, si richiamano ad accad. zīwu (splendore), zīmu: v. osco Diúveí.
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Re: Deivos

Messaggioda Berto » lun gen 04, 2016 9:24 am

http://www.url.it/donnestoria/testi/creta/marija.htm

Da Marija Gimbutas, Il Linguaggio della Dea

Capitolo 15 La Madre Terra

§ 5 Collina e pietra (omphalos) come metafora della Madre Terra Gravida
“Le colline sacre sono state oggetto di culto fino al XX secolo.
La Madre Terra era celebrata sulla sommità dei monti coronata con grandi pietre.
Queste pratiche sono testimoniate nella Creta minoica e moderna a sud, nelle isole britanniche a ovest, e nell’area baltica orientale, in vari periodi storici.
Per esempio, la collina sacra Rambynas sul Nemunas, nella Lituania occidentale, è nominata fin dal XIV secolo. Ancora nel XIX secolo le coppie di sposi vi facevano offerte per chiedere fertilità in famiglia e nei campi.
Secondo una fonte del XVI secolo, le donne che vanno a Rambynas a chiedere fertilità devono essere molto pulite (Balys 1948: 21, Gimbutas 1958: 95).

Le pietre della Madre Terra dotate del potere di concedere la fertilità alle donne sterili hanno una superficie levigata. In Germania e nei paesi scandinavi una pietra piatta con le superfici levigate è chiamata Brautstein, o pietra della sposa.
Le giovani spose vi sedevano sopra o vi si strusciavano per avere fertilità.
La glissade, “scivolata” in francese, praticata segretamente in Francia nel XVIII e XIX secolo, richiedeva il contatto delle parti posteriori con la pietra. Le pietre inclinate si prestano meglio a questo scopo. La continua ripetizione della cerimonia da parte di numerose generazioni ne ha levigato le superfici.

Strofinare l’ombelico nudo o lo stomaco contro un menhir e in particolare contro una sporgenza, una protuberanza rotonda o un’irregolarità della pietra, assicurava matrimonio, fecondità e un parto felice (Sébillot 1902: 79 segg.).
Una protuberanza rotonda e perfino un’irregolarità su un menhir erano considerate il punto in cui l’energia divina era concentrata: in altre parole, un omphalos.
L’usanza è ampiamente documentata in Europa e nel Vicino Oriente, e ovunque è definita “antica”.

Grosse pietre con le superfici piatte dedicate a Ops Consiua/Consiva, Dea romana della Fertilità della Terra, erano tenute in buche scavate nella terra (sub terra) coperte con la paglia.
Venivano scoperte solo una volta l’anno alla festa del raccolto (Dumézil 1969: 293-96).
Circa 1500 anni dopo, la stessa tradizione si registra nell’Europa settentrionale.

In Lituania, gli annali dei gesuiti del 1600 descrivono grosse pietre piatte interrate e coperte di paglia; erano chiamate Deives, “Dee” (Annuae Litterae Societatis Jesu, anno 1600; cit. da Greimas 1979: 215).
La pietra dunque è la Dea in persona.

Il folclore europeo ha ricordi di colline magiche che si aprono se si bussa.
Una bella signora conduce l’eroe del racconto alla collina e bussa tre volte o conosce una formula magica per aprirla; la collina si apre e dentro siede una Regina in pieno splendore (Duerr 1978: 209).
È la Dea preistorica della Fertilità della Terra, la Regina che possiede i segreti della vita delle piante.


http://it.wikipedia.org/wiki/Opi_(divinit%C3%A0)
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Re: Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)

Messaggioda Berto » lun gen 04, 2016 6:15 pm

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Re: Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)

Messaggioda Berto » lun gen 04, 2016 6:40 pm

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Re: Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)

Messaggioda Berto » lun gen 04, 2016 6:42 pm

atraes termonios

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atrium, ii, n.
1 atrio, grande sala della casa romana, dopo il vestibolo, HOR., PLIN. e a.; per metonimia anche = casa, palazzo, LIV., OV.;
2 atrio, portico di templi, CIC. e a.


Rabin (rabbino)
https://it.wikipedia.org/wiki/Rabbino
...
La posizione di rabbino ufficiale di una comunità, il mara de'atra ("maestro del luogo"), è state in genere considerata nei responsa in tal modo.
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Re: Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)

Messaggioda Berto » lun gen 04, 2016 7:08 pm

Stełe de confin, termeni, kudurru - Edicołe e capitełi


http://it.wikipedia.org/wiki/Kudurru
Il kudurru era un tipo di documento in pietra utilizzato come pietra di confine e come registro delle concessioni di terra ai vassalli dei Cassiti nell'antica Babilonia tra il XVI e il XII secolo a.C.. La parola in lingua accadica significa "frontiera" o "confine" (cf. ebraico גדר "gader", recinto, limite; arabo جدر "jadr", جدار "jidar" 'muro'; pl. جدور "judur"). I kudurru sono le sole opere d'arte rimaste del periodo di dominazione dei Cassiti in Babilonia, con esempi esposti al Louvre e al Museo Nazionale Iracheno.
I kudurru registravano le concessioni di terra dal re ai vassalli come memoria della sua decisione. L'originale veniva conservato in un tempio mentre la persona a cui era concessa la terra riceveva una copia di argilla da usare come pietra di confine per confermarne la proprietà legale.
I kudurru potevano contenere immagini simboliche di divinità che proteggevano il contraente e il contratto, maledicendo la persona che avrebbe rotto il contratto. Alcune di queste opere avevano anche un'immagine del re che concedeva la terra. Quando contenevano molte immagini i kudurru venivano incisi su grandi lastre di pietra.

http://en.wikipedia.org/wiki/Kudurru
http://en.wikipedia.org/wiki/Stele_of_Meli-%C5%A0ipak
http://en.wikipedia.org/wiki/Enlil-b%C4 ... nt_kudurru
http://en.wikipedia.org/wiki/Marduk-apla-iddina_II

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Pa 14 (çepo/çepo/cippo/asta parałełepipeda, stełsa de confin, termene)

A) .e.n.to.l.lo.u.ki / te.r.mo.n .........B) [-]etiio.s. / te.u.te.r.s
A) entollouki termon B) [-]edios teuters

Teuters, teuta, touta, totam, touto, toutatis, tuath, teutoni, tote, tutore, ...
viewtopic.php?f=86&t=141
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... FXREE/edit

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*Padova 20: fugioi upos edioi epe taris
fugioi uposedioi epetaris
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Re: Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)

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Re: Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)

Messaggioda Berto » lun gen 04, 2016 7:09 pm

Massebah e asherah

http://www.magnoliabox.com/tag/Canaanite

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http://www.sapere.it/enciclopedia/massebah.html
sf. ebraico. Pietra di forma allungata eretta nei santuari cananei e consacrata alla divinità; talvolta faceva corpo unico con l'altare ed era collocata ai lati di esso. Nella Bibbia invece la maṣṣebah era una “pietra del ricordo” o un monumento funebre, ma già il Deuteronomio ne vietava l'uso nel timore che il popolo attraverso la maṣṣebah identificasse Yahwèh con il Baʽal cananeo.

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http://www.arcalog.com/the-ma-al-ku-and-ma-lik
http://www.netours.com/content/view/106/29

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Asherah

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http://it.wikipedia.org/wiki/Asherah_%28palo_sacro%29
L'asherah era un palo sacro eretto nei luoghi di culto cananei per onorare la dea madre ugaritica Asherah, consorte del dio El. La relazione tra i riferimenti letterari all'asherah e i ritrovamenti archeologici in Giudea di figurine a pilastro è oggetto di dibattiti accademici.

Le asherim erano oggetti di culto collegati alla venerazione di Asherah, intesa come consorte di Baal, come attestato da iscrizioni da Kuntillet Ajurd e Khirbet el-Qom, e come tali oggetto di contrasto tra culti in competizione. La qualifica di «palo» suggerisce che il materiale di costruzione fosse il legno, ma John Day osserva che «non viene mai detto esattamente di cosa si trattasse». Il ruolo di una asherah descritto nei testi fu probabilmente riscritto e reinterpretato dai seguaci di Esdra, al ritorno degli Ebrei dall'esilio babilonese e con la scrittura della fonte sacerdotale. Se da una parte è vero che ci fu un movimento che si opponeva alla venerazione della dea nel Tempio di Gerusalemme al tempo del re Giosia, questo non sopravvisse a lungo al suo regno, in quanto i successivi quattro re biblici «fece[ro] ciò che è male agli occhi del Signore» (Secondo libro dei Re, 23:32, 37; 24:9, 19). Altre esortazioni vennero da Geremia. L'interpretazione tradizionale del testo biblico vuole che gli Israeliti abbiano importato elementi pagani come l'asherah dai vicini Cananei; le moderne interpretazioni accademiche suggeriscono invece che la religione popolare israelita fosse stata politeista da sempre, e che siano stati i profeti e i sacerdoti che denunciarono le asherim ad essere gli innovatori.

http://it.wikipedia.org/wiki/Asherah
Asherah (ugaritico: ..., 'ṯrt; ebraico: אֲשֵׁרָה), nella mitologia semitica è la Grande Madre semitica, che compare in un grande numero di fonti tra cui testi in accadico come Ashratum/Ashratu e in ittita come Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s). Asherah è generalmente considerata coincidente con la dea ugaritica Athirat (nome è più correttamente traslitterato come ʼAṯirat).
Il Libro di Geremia, scritto attorno al 628 a.C., contiene un probabile riferimento ad Asherah quando usa il titolo "regina dei cieli" nei capitoli 7 e 44.
Nei testi ugaritici antecendeti al 1200, Athirat è quasi sempre indicata col suo titolo completo, rabat ʼAṯirat yammi (ugaritico: ...; rbt ʼaṯrt ym), «Signora Athirat del Mare» o, in maniera più completa, «Colei che cammina sul mare». Questo nome ricorre dodici volte nell'Epica di Ba'al.[1] Diversi traduttori e commentatori ritengono che il nome derivi dalla radice ugaritica ʼaṯr, «falcata», imparentata alla radice ebraica ʼšr dallo stesso significato.

L'altro suo epiteto divino era qaniyatu ʾilhm (ugaritico: ..., qnyt ʾlm) che si potrebbe tradurre con «creatrice degli dèi (Elohim)».[1]

Nei testi ugaritici Athirat è la consorte del dio El; vi è anche un riferimento ai 70 figli di Athirat, presumibilmente gli stessi 70 figli di El. Nei documenti ugaritici Athirat e Astarte (ʿAshtart) sono chiaramente distinte, sebbene in fonti non-ugaritiche tarde la distinzione tra le due dee vada sparendo, o a causa di errori di scrittura o per un possibile sincretismo. In quanto sposa di El/Ilu, Athirat è detta Elath («Dea», la forma femminile di El; si veda Allat) o Rabit (Signora) e Qodesh/Kedes «La Santa».

In alcune liste divine accadiche Ashratum appare come una delle mogli del dio Amurru. In maniera contraddittoria, Ashtart è ritenuta collegata alla dea mesopotamica Ishtar, talvolta rappresentata come la figlia di Anu, mentre nei miti ugaritici Ashtart è una delle figlie di El, la controparte semitica occidentale di Anu.

Presso gli Ittiti, questa dea compare come Asherdu(s) o Asertu(s), la consorte di Elkunirsa (dal titolo ugaritico El-qan-arsha, «El creatore della Terra») e madre di 77 o 88 figli.
Nelle lettere di Amarna un re degli Amorriti è chiamato Abdi-Ashirta, «Servo di Asherah».[3]

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