Veneto e Aostria

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Messaggioda Berto » gio gen 02, 2014 10:23 pm

La “Radetzky March”, che non piace ai patrioti del “Bordello Italia”

http://www.lindipendenza.com/la-radetzk ... llo-italia

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di ROMANO BRACALINI

Anche quest’anno ho seguito il Concerto di Capodanno da Vienna, conclusosi com’è tradizione con la Marcia di Radetzky. Il concerto della Filarmonica di Vienna, diretto dal maestro Daniel Baremboim, ha avuto ancora una volta la magia di riportare alla mente il mondo calmo e ordinato della Mitteleuropa, di cui fece parte anche il Lombardo-Veneto; un mondo che nostalgicamente contrasta per stile e concezione col “bordello” italiano.

Un susseguirsi di emozioni e di immagini che hanno appunto il loro momento culminante nella trascinante “Radetzky Marsch”, diretta argutamente da Baremboim e ritmata entusiasticamente dal pubblico in teatro. Contro la marcia di Radeztky hanno regolarmente protestato ad ogni inizio d’anno i “patrioti” italiani che avrebbero voluto che l’orchestra di Vienna la cancellasse dal suo programma di Capodanno. Il motivo era che la marcia offendeva i sentimenti degli italiani. Niente di più cretino. Al provincialismo si aggiungeva il ridicolo. Sarebbe come abolire le opere “patriottiche” verdiane per non offendere gli austriaci. Se l’identità italiana è debole, o inesistente, non è colpa di Radeztky che sul campo di battaglia sconfisse più volte i vili e fiacchi italiani e Johann Strauss lo celebrò giustamente come il più popolare eroe dell’Impero, dopo il principe Eugenio. Radetzky non è stato il mostro descritto dalla propaganda italiana che non ha trovato metodi meno ripugnanti e falsi per denigrare un prode soldato.

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Nel 1848, allo scoppio delle Cinque Giornate,Radetzky disponeva di un esercito di 16.000 uomini, pochi ma sufficienti a soffocare la rivolta popolare milanese se solo avesse fatto uso dell’artiglieria. Avrebbe potuto farlo, non lo fece perché, disse, non voleva passare per un novello Barbarossa. Uscendo dal Castello la sera della quinta giornata, ossia il 22 marzo, giunto a Porta Romana, sulla strada che lo avrebbe ricondotto nel Quadrilatero, si voltò verso la città che abbandonava giurando che sarebbe presto ritornato. Mantenne la promessa sconfiggendo il debole Carlo Alberto a Custoza e rientrando a Milano ad agosto dello stesso 1848, mentre i borghesi voltagabbana si toglievano il tricolore dal bavero e gridavano “Viva Radetzky”. Non ebbe gli stessi scrupoli morali l’oscuro generale piemontese Bava Beccaris, che non s’era distinto in nessuna campagna del risorgimento, il quale nel 1898, esattamente mezzo secolo dopo, prese a cannonate il popolo di Milano, accusato dal capo del governo marchese Di Rudinì, siculo di pelo rosso, di volere la rivoluzione secessionista. Magari. Ma non era vero. Il popolo milanese protestava per le tasse, per il caro pane, per la fame. Non bisognerebbe mai perdere di vista i migliori esempi della storia, come quando nel 1814, sotto i francesi, i milanesi insorsero contro l’oppressione fiscale dando l’assalto al palazzo di Giuseppe Prina, ministro delle finanze, lo massacrarono e lo scaraventarono dalla finestra.

Il dominio austriaco ha lasciato tracce profonde nella città, nel costume, nella civiltà dei comportamenti, che col tempo e sotto l’influenza italiana, si sono affievoliti. Le tasse erano gravose ma restavano sul territorio.Venezia rinacque sotto la buona politica territoriale di Vienna. Maria Teresa aveva introdotto il catasto del quale ancora oggi non c’è traccia in gran parte del Sud Italia. Le grandi istituzioni culturali milanesi e lombarde risalgono all’epoca austriaca: il Teatro alla Scala, la Biblioteca di Brera, il Palazzo Reale, la Villa Reale di Monza. Solo dopo la definitiva partenza degli austriaci dalla Lombardia, nel 1859, i milanesi si accorsero di ciò che avevano perduto. Avevano rinunciato alla civile Austria per darsi alla torva e levantina Italietta, famosa in Europa come fedifraga e ladra di terre.

Pur ammettendo che nessun popolo ha maggiori diritti di un altro, Carlo Cattaneo riconosceva che se un popolo raggiunge traguardi più avanzati di incivilimento vuol dire che ha caratteri originari che lo distinguono dagli altri. Era il caso dell’Austria. Con l’Austria, prima del 1848, quando poi il Piemonte regio si impadronì della vittoria del popolo milanese, Cattaneo pensava di poter usare il linguaggio della ragione e non quello delle armi, e proponeva si rinunciasse ad ogni progetto insurrezionale per indurre il governo austriaco a concedere le riforme richieste. Restava fermo nel proprio convincimento, contrario alle “opere di violenza”, anche quando erano in gran parte conflitti per la libertà. Era convinto, senza sbagliare, che ai lombardi convenisse più la civilissima Austria che l’Italia della gabola e della truffa. Gli avessero dato retta, la Lombardia e il Veneto, riuniti sotto un unico scettro, avrebbero continuato a far parte dell’Impero e di un patrimonio di civiltà comune.

Radetzky appartiene alla storia, legittimamente anche alla nostra. Parlava perfettamente italiano, amava Milano, abitava in via Brisa, una piccola strada che incrocia l’attuale corso Magenta, amava le partite a carte, la buona tavola, le osterie popolari; conviveva con una milanesona, la Giuditta Meregalli, che faceva la stiratrice. Ogni mattina andava a piedi, senza scorta, fino al Castello e all’ingresso i mendicati gli andavano incontro ed egli, uomo di buon cuore, dava un obolo a tutti. Morì nel 1858 e volle restare a Milano, finchè gli avvenimenti politici glie lo consentirono. I suoi resti vennero traslati a Vienna nel 1859, quando la Lombardia, con il solito imbroglio italiano, venne annessa al Piemonte.

Leonardo Sciascia diceva che Milano è diversa perché ha avuto Maria Teresa e il dominio austriaco, lo diceva da siciliano; Napoli è quella che è perché ha avuto gli spagnoli e i Borboni. La differenza si vede. Stoffa diversa.
Radeztzy era il leale difensore dell’Impero, di gran lunga il più civile e tollerante del nefasto regno d’Italia. Bava Beccaris è stato dimenticato, Radetzki vive nella memoria e nella devozione degli antichi ex sudditi dell’Impero.


Comenti: =============================================================================================================================

Alberto Pento
2 Gennaio 2014 at 9:04 pm #
No so se mi sbaglio, ma mi pare che il Ducato di Milano (poi Lombardia Austriaca per 90 anni), non sia mai stato invaso dagli austriaci ma sia divenuto austriaco per via dinastica, a seguito della fine della guerra di successione spagnola.
Se le cose stavano in questi termini gli austriaci non erano degli invasori bruti di cui liberarsi.
Più tardi dopo l’invasione di Napoleone (questa si che fu invasione) ritornò all’Austria divenendo parte del Lombardo-Veneto e in tal periodo si verificò lo scontro con l’espansionismo savoiardo mascherato da Risorgimento Italiano che nella realtà dei fatti fu più un mortamento e un immiserimento di tutta la penisola italica.

Heinrich
3 Gennaio 2014 at 6:53 pm #
Esatto. Il Ducato di Milano era parte del Sacro Romano Impero sin dall’annessione carolingia del Regno Longobardo (774), e l’unico periodo che la Lombardia passò fuori dalla giurisdizione germanica furono i 166 anni di sciagurata dominazione spagnola (1540-1706), ovvero in seguito alla malaugurata decisione dell’Imperatore Carlo V di inserire la Lombardia nelle terre affidate al figlio Filippo I, Re di Spagna, per aumentarne potere e prestigio in Europa…decisione alquanto illogica, visto che sarebbe stato più sensato lasciarla, come il resto delle terre imperiali, al fratello Ferdinando, già Arciduca d’Austria e Re di Boemia ed Ungheria, se non altro per continuità territoriale ed affinità culturale.
Il periodo spagnolo infatti portò catastrofi nell’amministrazione sociopolitica ed economica del Ducato, che né Maria Teresa né Francesco Giuseppe riuscirono a sanare del tutto.

Roberto
2 Gennaio 2014 at 2:08 pm #
Non diciamo idiozie, Milano era relegata dall’Austria a città provinciale e periferica, mentre con l’unità d’Italia ha potuto avvalersi del dominio politico del triangolo industriale, e dell’incredibile quanto assurda priorità economica che l’Italia diede da quel giorno alle regioni del Nord-Ovest rispetto al resto del paese. Non dimentichiamo il drenaggio di risorse economiche monetarie dal Sud, e addirittura le chiusure dell’industrie meridionali fatte al momento dell’unità d’Italia a favore del Nord. (Si legga la storia di Pietrarsa ad esempio, al momento dell’unità l’unica fabbrica Italiana in grado di produrre locomotive, e inspiegabilmente fatta dismettere dal governo sabaudo, con tanto di trasferimento dei macchinari produttivi al Nord)

Se c’è qualcuno che deve ringraziare l’unità d’Italia sono i milanesi più di tutti gli altri… senza l’Italia Milano non sarebbe Milano! Se c’è qualcuno che ha seri motivi di rimpiagere i vecchi sovrani sono sicuramente i meridionali.


Sandi Stark
2 Gennaio 2014 at 9:48 am #
La Madonnnina fu eretta per ordine e con i soldi di Maria Teresa, anche se gli italiani diffusero cartoline della Madonnina con il tricolore in mano, ai tempi della Prima Guerra Mondiale.
Uno dei vari esempi della differenza di civilità: dal testo di “An der schönen blauen Donau” di Johann Strauss, partitura immancabile al concerto di Capodanno insieme alla Radetzky:

“… da Est un anelito di pace per tutti i fratelli in tutti i tempi…”

Dal testo della Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, livornese reisdente a Cerignola, l’opera è una storia di corna, tradimenti, uomini che picchiano le donne, che si mordono gli orecchi tra di loro, che si sfidano a duello ma si uccidono alle spalle:

“…. ahhhhhhh, hanno ucciso compare Turiddu!!!!”

Heinrich
2 Gennaio 2014 at 10:19 am #
Radetzky prese anche pubblicamente a calci nel sedere uno dei propri figli quando questi, rivolgendosi arrogantemente ad un milanese, disse “lei non sa chi sono io”.


Sandi Stark
2 Gennaio 2014 at 8:04 pm #
A dire il vero, la presa di Forte Marghera fu effettuata da truppe miste, delle quali una significativa parte era composta dal 45° Reggimento Sigismondo del Lombardo Veneto, che arruolava veronesi e rodigini, che ebbero un morto e tre feriti.

Il resto degli assedianti era composto dalla Brigata del conte Floriano Macchio nativo di Zara. Anche questa formazione non era composta interamente da “truppe regolari austriache” perchè era composta da:

1° battaglione volontari di Vienna
18° reggimento grenzer del Banato (troppo lungo da spiegare cos’erano i grenzer)
14° reggimento Harbosky
2 squadroni del 4° Dragoni
6 cannoni
3 lanciarazzi

Se poi a Lei piace la versione di comodo, che i poveri insorti di Venezia volevano l’Indipendenza nel 1848, questo non è vero o se è vero in parte, va tenuto conto che Daniele Manin era un traditore filo sabaudo, tanto è vero che finì i suoi giorni nominato Presidente della Società Nazionale italiana dal Re d’Italia, ossia quella che organizzava le congiure nei territori da annettere.

Esiste parecchia corrispondenza in proposito, esistono i manifesti del “Comitato” dei veneziani che spronavano i triestini ad annettersi anche loro ai Savoia (non assolutamente ad essere indipendenti), esistono le cronache che diversi membri del Comitato passavano il tempo a gozzovigliare, sfidarsi a duello tra di loro e pretendere dai cittadini tasse assurde che non potevano più permettersi di pagare.

Esistono cronache che non proprio tutti i veneziani accolsero male il rientro delle truppe austriache e del Lombardo Veneto, certamente non quelli che erano stati vessati dal “Comitato”.

A proposito, esistono manifesti dello stesso tenore (tasse assurde) a proposito del “Comitato” milanese, mentre quello bresciano dovette apporre manifesti per invitare i cittadini a denunciare chi entrava nelle loro case per rapinarli a nome del Comitato. Quei benpensanti avevano infatti liberato tutti i detenuti e li avevano dotati di coccarde tricolori, mentre ad aiutare i “Comitati” accorrevano i peggiori gaglioffi da ogni parte della penisola ed anche avventurieri da altre parti d’Europa.

Di indipendenza di Venezia si parlerà in seguito, ci sono articoli di fuoco di Cavour che in caso contrario minaccia di metterla a ferro e fuoco, ci sono le lettere tra Napoleone III ed i diplomatici austriaci e tedeschi che auspicavano per il Veneto una soluzione come quella del Lussemburgo, ossia di un territorio indipendente cuscinetto, protetto dalle altre potenze. Ed un tanto riguarda Venezia, perchè Verona era stata sempre lealista per l’Impero e le sue campagna insorsero solo un anno dopo l’occupazione sabauda, mezzo bellunese rimase austriaco fino al 1918 come alcuni comuni del vicentino e del bresciano, senza parlare del Tirolo meridionale che iniziava a Borghetto, circa 20 km sotto Rovereto, più o meno a metà del Lago di Garda. Ma quello era “Austria storica”, tutto un’altro discorso rispetto al Veneto.


angelo
2 Gennaio 2014 at 5:11 pm #
sono perfettamente in assonanza col il Prof Bracalini.
Gli austriaci tra le varie opere terminarono il naviglio ,iniziarono i lavori per la navigazione del fiume Adda fino al lago di Como (via Lecco), istituirono strutture come quella per gli orfani di ambo i sessi ( Martinitt e Stelline ). Limitarono lo sfruttamento dei minori nelle fabbriche ,resero obbligatorio lo studio fino al termine delle elementari , aiutarono l’ Università di Pavia, l’obbligo di un trattamento umano nelle carceri e un difensore d’ ufficio per gli imputati ( in Piemonte esisteva ancora la condanna per squartamento sulla pubblica piazza ). La borghesia milanese volle lo stato sabaudo perché le leggi imposte dagli austriaci contro lo sfruttamento dei lavoratori , specialmente minori, non erano contemplate nell’ ordinamento piemontese e quindi si poteva a man bassa fare profitti enormi ( vi sono molti libri in cui sono raccolti i risultati delle indagini commissionate dai funzionari del Lombardo Veneto )….Per riconoscenza i milanesi si ricordarono dell’ Imperatrice Maria Teresa dedicandole Il nome di una via in un vicolo sconosciuto a livello di poco più di un orinatoio Ps. Istituirono pure la scuola di Arti e mestieri …Meditate gente e meditate pure su chi riempendosi la bocca di federalismo ci ha portato in bocca al lupo ( in mala fede , prezzolati o fin troppo ingenui al limita dell’ idiozia ? )


Heinrich
2 Gennaio 2014 at 6:40 pm #
Inoltre industrializzarono la già eccellente manifattura tessile e l’agricoltura del riso, che pur essendo già da qualche secolo affermate e prospere, erano ancora a livello artigianale; rendendole le punte di diamante dell’economia lombarda.


gianfranco lillo
2 Gennaio 2014 at 4:50 pm #
A quell’epoca lo stato “italiano” era il Piemonte, rifugio del peggior fecciume liberal-monarchico fatto da individui che, più che patrioti, erano volgari delinquenti, deletori, lardi, banditi, a cominciare da Cavour per finire al tracagnotto criminale di guerra e bandito V.E. II…vuole dire che il Piemonte era mafioso già da allora?
Fa lo stesso errore di Bracalini, chiama i piemontesi italiani e non piemontesi, quali effettivamente erano, mentre possiamo dire, senza ombra di smentita, che i piemontesi erano e sono FRANCESI e non italiani .
Santa propaganda mistificatrice!


Heinrich
2 Gennaio 2014 at 6:51 pm #
Il sistema “mafioso” inteso come politica ladra, vessatrice e truffatrice, e di commistione tra poteri politici e borghesia, che poi saranno uno dei caratteri distintivi dello Stato italiano, sì, erano già caratteristica dello Stato sabaudo.
Il resto del “sistema mafioso” i Savoia lo incontrarono in piccola parte nella borghesia milanese, ma soprattutto nei latifondisti duosiciliani, ma questo “Stato nello Stato” era una eredità spagnola.

Che poi i Savoia fossero la riproposizione in piccolo ed in peggio dei Borbone, penso che siamo tutti d’accordo, visto che la dinastia transalpina ha causato danni da mala-gestione ovunque ha regnato, soprattutto in Spagna, ma anche in Francia…paradossalmente nel regno di Napoli e Sicilia è dove i Borbone hanno governato meno peggio.
Ma da qui ad etichettare tutti i piemontesi quali “francesi” ed equipararli ai loro sovrani, ce ne passa, anche perché ricordo che in quel periodo della corona sabauda faceva parte anche la Sardegna, e sfido chiunque ad andare a dire ad un sardo che è un “francese ladro e mafioso”.
Tra l’altro quasi metà del Piemonte attuale era territorio lombardo abitato da lombardi…
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Re: Veneto e Aostria

Messaggioda Berto » dom lug 20, 2014 7:44 pm

http://www.nuovavicenza.it/2012/03/viva ... o-beggiato

La battaglia di Lissa fu uno scontro navale della terza guerra di indipendenza italiana, che si svolse il 20 luglio 1866 nel mare Adriatico, nelle vicinanze dell’isola di Lissa (Vis), tra la marina dell’Impero Austriaco e la Regia Marina del Regno d’Italia. Fu la prima grande battaglia marina in cui vennero impiegate navi a vapore corazzate e l’ultima nella quale vennero eseguite manovre deliberate di speronamento. La battaglia fece parte della guerra austro-prussiana, considerata per l’Italia come terza guerra d’indipendenza, con l’Italia alleata della Prussia. L’obiettivo principale italiano era quello di conquistare il Veneto sottraendolo all’Austria e scalzare l’assoluta egemonia navale austriaca nell’Adriatico.
La marina austriaca, fino al 1849 chiamata Österreich-Venezianische Marine o Marina Austro-Veneta, era in effetti formata in gran parte da marinai veneti, triestini, istriani e dalmati, provenienti quindi, ad eccezione di Trieste, da territori appartenuti a lungo alla Repubblica Veneta. Spesso i comandi venivano dati usando la lingua veneta, e lo stesso comandante austriaco Wilhelm von Tegetthoff, così come gli altri ufficiali austriaci, sul ponte di comando parlava in veneto, che aveva imparato quando frequentava il Collegio Marino di Venezia. Le flotte erano composte da un insieme di navi a vela, navi a motore (a vapore) e navi corazzate che combinavano anch’esse vele e motori a vapore. La flotta italiana, costituita da 12 corazzate e 17 vascelli lignei, superava in numero la flotta austriaca, composta rispettivamente da 7 navi corazzate e 11 in legno. Una sola nave, italiana, l’Affondatore, aveva i cannoni montati in torri corazzate invece che lungo le fiancate (in bordata). Di conseguenza la battaglia di Lissa fu considerata a quel tempo, come è spesso considerata da molti storici moderni, l’ultima grande vittoria militare della Serenissima Repubblica veneta.
I marinai veneti, dopo la vittoria, gridarono “Viva San Marco”. E’ questo il senso dell’ultimo libro di Ettore Beggiato “Lissa, l’ultima vittoria della Serenissima (20 luglio 1866)” (Il Cerchio, euro 15,00). Beggiato è un vicentino (è nato a Campiglia dei Berici nel 1954), consigliere regionale dal 1985 al 2000, assessore dal 1993 al 1995, è stato promotore di alcune leggi, tra le quali: 15/94 Valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria e nella Dalmazia; 73/94 Promozione delle minoranze etniche e linguistiche del Veneto; 25/95 Interventi regionali per i veneti nel mondo; 14/00 Iniziative per la conoscenza della civiltà paleoveneta. E’ il padre della legge regionale del 2007 “Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto”, ha promosso la stampa del Manuale della grafia veneta unitaria, l’istituzione dell’Archivio di documentazione e ricerca sull’emigrazione veneta, il gemellaggio Veneto Istria. Ha pubblicato “1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco” (2009), con altri autori “L’unità divisa. 1861-2011: parla l’Italia reale (2010), “Il senno di poi. L’unità d’Italia vista 150 anni dopo” (2011) e “Andreas Hofer e l’insorgenza antinapoleonica in Italia” (2011). “E’ significativo – scrive Beggiato – che quel “Viva San Marco” gridato dai marinai veneti che combattevano per l’Austria, emerga da una battaglia navale che vede gli “italiani” avversari dei nostri veneti e che venga gridato il 20 luglio 1866, cinque anni dopo dopo quel 17 marzo 1861 che la proaganda nazionaltricolore ha disperatamente cercato di far passare come l’anniversario dell’unità d’Italia: una fantomatica unità, che fu, nei fatti, una guerra di espansione di casa Savoja. Ma noi veneti, ripeto e sottolineo, nel 1861 non facevamo parte del Regno d’Italia, noi non c’eravamo. Ma tutto questo è stato rimosso dalla storia ufficiale: i Veneti non hanno e non possono avere una “loro” storia. E’ quanto emerge dai libri della scuola italiana e da quanto viene “insegnato” nelle università venete, o meglio, nelle università italiane nel Veneto. E allora mi viene in mente quanto scriveva un poeta catalano, Raimon Sanchis: “Ti rendi conto, amico / da molti anni ormai, / ci nascondono la nostra storia, / dicono che noi non ne abbiamo; / che la nostra storia è la loro storia”. Ti rendi conto, amico, che noi veneti dobbiamo ritrovare la forza di gridare “Viva San Marco”, di far sventolare la nostra bandiera veneta, di riappropriarci della nostra storia, della nostra identità, della nostra lingua, del nostro futuro?”.
“Questo lavoro di Ettore Beggiato – scrive nella prefazione Eva Klotz - è un ardente riconoscimento per la sua patria veneta, un apprezzamento per la marineria veneziana e un entusiastico incitamento a scoprire e rivegliare la storia della Serenissima. E’ vero che i marinai della Ferdinand Max (una delle navi corazzate austriache della battaglia) salutarono l’affondamento del Re d’Italia (nave italiana) gridando Viva San Marco, è vero che a bordo delle navi austriache si parlava veneto, ma questo accadeva perché il veneto era la lingua franca della marineria adriatica e perché la Marina asburgica era l’erede della marina della Serenissima”.
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