Venezia Marittima, Rivoalto-Venezia e Bisanzio

Re: Venezia Marittima, Rivoalto-Venezia e Bisanzio

Messaggioda Berto » mar giu 30, 2020 8:07 pm

???

Ricordiamoci che stiamo creando la IV repubblica veneta. La prima durò almeno 1100 anni. La seconda, la Municipalità, disastrosa, pochi mesi, nel 1797, mentre la repubblica di Manin, la Repubblica di San Marco dal 17 marzo 1848 al 22 agosto 1849.
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 3609531384

SEI CONCETTI PER SEI MINUTI PER L’INDIPENDENZA VENETA
di PAOLO L. BERNARDINI
https://www.miglioverde.eu/sei-concetti ... ofj_vrC6PQ
Il giorno 6 ottobre, a Ospedaletto Euganeo, si è tenuto un convegno di “Liberamente”, “think tank sull’indipendentismo veneto” . Per motivi familiari non ho potuto essere presente all’evento, ma ho inviato questo mio testo, che sono lieto di pubblicare qui. Carissime, carissimi, per motivi personali non posso partecipare di persona a questo importante evento, e me ne dolgo. Ma vorrei solo, nei sei minuti che mi spettano, ribadire, per prima cosa, la mia assoluta fede nella bontà dell’indipendenza del Veneto. E vorrei mettere a punto solo alcuni concetti, chiarire alcune posizioni, che immagino saranno abbondantemente discussi oggi. L’indipendenza del Veneto deve essere vista come META FINALE di un processo che potrebbe svolgersi in molti modi, anche attraverso la conquista di porzioni sempre più nette di autonomia. Ma occorre sempre distinguere, concettualmente, tra autonomia e indipendenza: non necessariamente la prima porta alla seconda, ma soprattutto, non necessariamente quelli che si battono per la prima, ovvero l’autonomia, credono veramente nell’indipendenza. Molto spesso, e non…

Alberto Pento
Non è vero che la prima repubblica veneta durò 1100 anni, nemmeno per i veneziani; poi bisogna aggiungere che non fu una repubblica a sovranità di tutti i veneti ma solo dell'aristocrazia veneziana e che per la maggior parte dei veneti questa repubblica di cui erano sudditi durò solo 400 anni e non 1100.

Alberto Pento
La storia va raccontata giusta e non va alterata e falsificata, poiché dalla sua maggiore corrispondenza alla complessità del ver,o dipendono le maggiori probabilità e possibilità di riuscire a farla evolvere in meglio.

Caterina Dei Tanesco
Allora specifichi Lei..

Alberto Pento
La forma repiovegana del stado veneto lagounar ła scuminsia co Venesia ła deventa on comoun a partir dal 1143

https://it.wikipedia.org/wiki/Commune_Veneciarum

Il Commune Veneciarum (latino per "Comune di Venezia") è il titolo con cui dal 1143 venne designato il governo della città di Venezia e della sua Repubblica. Il comune, similmente agli altri Comuni medievali si basava sul potere dell'assemblea popolare, a Venezia chiamata Concione, rappresentativa degli uomini liberi, e su un sistema di assemblee da questa derivate: Maggior Consiglio, Minor Consiglio, Consiglio dei Pregadi, Quarantia. A differenza che nelle altre città italiane, però, a Venezia permanevano alcune vestigia proprie del precedente istituto monarchico incarnato dal Doge, per limitare il potere del quale le assemblee vennero sviluppate. Il gruppo dirigente dei maggiorenti del Comune venne nel tempo a raccogliersi attorno al nucleo delle antiche famiglie patrizie, creando un nuovo patriziato mercantile che con la Serrata del Maggior Consiglio del 1297 di fatto si appropriò del potere esautorando l'assemblea popolare.

In nome del Commune continuò tuttavia ad operare il massimo organo di rappresentanza della sovranità dello Stato - costituito dal Doge, dal Minor Consiglio e dai capi della Quarantia - sino a che nel 1423 con l'abolizione della Concione si pose fine anche all'ultimo residuo degli istituti comunali e l'organo supremo prese il nome di Serenissima Signoria.

Prasiò la Repiovega Veneta arestogratega no ła ga vesto 1100 ani ma 654.


Alberto Pento
Le lagoune venete de ła Venetia et Histria al termene de l'enpero roman d'oçidente łe jera pasà soto el domegno de l'enpero roman d'oriente, soto Bixansio e Ravena endoe ke stava l'exarca.

El primo çentro de poder połedego veneto łagounar xe stà Gravo, dapò Eraclea, podopo Matemauco e pì tardi Rivoalto ke lomè entel XII° secoło el ga canvià el so vecio nome ente coeło novo de Venesia.

Par i primi tre secołi VI,VII, VIII łe lagoune łe xe stà soto Bixansio: el "Magister Militum" e podopo i Doxe łi jera funsionari bixantini.
Dal IX secoło al XII° ghe xe stà el dogado o monarkia dei doxe, endependenti da Bixansio.

Dal XII° secoło, co el dogado monarkego el se ga canvià en dogado comounal e dapò ente on dogado arestogratego, al XVIII° ghe xe stà ła Repiovega Venesiana e a partir dal XIV-XV secoło ghe xe stà ła Repiovega Veneta a domegnansa venesiana.

El Stado Venesian (e veneto) endependente (rexime dogal monarkego e dogal repiovegan comunal e dapò aregogratego) lè durà suxo 1000 ani e ła Repiovega Venesiana e Veneta suxo 654 ani.

No se pol confondar łi ani de RivoaltoVenesia, co łi ani del domegno bixantin, co łi secołi del Stado Veneto Venesian endependente da Bixansio e co coełi de łi do reximi dogal monarkego e dogal comounal repiovegan arestogratego.

No se pol dir kel Stado venesian lè durà 1500 ani e ke ła Repiovega Venesiana arestogratega lè durà 1100 ani, parké no xe vero.


Alberto Pento
Anche le altre città venete erano comuni e si autogovernavano pur essendo inserite in un contesto di relazioni politiche che facevano riferimento al Sacro Romano Impero germanico, mentre Venezia faceva riferimento all'Impero Bizantino.

Alberto Pento
Sintesi cronologica di storia dell'area veneta a partire dalla fine dell'impero romano e all'arrivo delle migrazioni germaniche

Alberto Pento
Da ła Venesia de mar bixantina a ła Repiovega Veneta venesiana
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 137&t=1783

Alberto Pento La forma repiovegana del stado veneto lagounar ła scuminsia co Venesia ła deventa on comoun a partir dal 1143

https://it.wikipedia.org/wiki/Commune_Veneciarum

Il Commune Veneciarum (latino per "Comune di Venezia") è il titolo con cui dal 1143 venne designato il governo della città di Venezia e della sua Repubblica. Il comune, similmente agli altri Comuni medievali si basava sul potere dell'assemblea popolare, a Venezia chiamata Concione, rappresentativa degli uomini liberi, e su un sistema di assemblee da questa derivate: Maggior Consiglio, Minor Consiglio, Consiglio dei Pregadi, Quarantia. A differenza che nelle altre città italiane, però, a Venezia permanevano alcune vestigia proprie del precedente istituto monarchico incarnato dal Doge, per limitare il potere del quale le assemblee vennero sviluppate. Il gruppo dirigente dei maggiorenti del Comune venne nel tempo a raccogliersi attorno al nucleo delle antiche famiglie patrizie, creando un nuovo patriziato mercantile che con la Serrata del Maggior Consiglio del 1297 di fatto si appropriò del potere esautorando l'assemblea popolare.

In nome del Commune continuò tuttavia ad operare il massimo organo di rappresentanza della sovranità dello Stato - costituito dal Doge, dal Minor Consiglio e dai capi della Quarantia - sino a che nel 1423 con l'abolizione della Concione si pose fine anche all'ultimo residuo degli istituti comunali e l'organo supremo prese il nome di Serenissima Signoria.

Prasiò la Repiovega Veneta arestogratega no ła ga vesto 1100 ani ma 654.

Alberto Pento
Il ducato della Venezia Marittima, Rivoalto-Venezia, l'impero della Serenissima e Bisanzio
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =49&t=2803


Alberto Pento El Dogado o Ducato lè n’istitudo monarkego e no repiovegan.
http://it.wikipedia.org/wiki/Ducato_(feudo)

Un ducato è un territorio, un feudo, o un dominio governato da un duca o da una duchessa.
Storicamente, i ducati del Sacro Romano Impero, compresi quelli dell'Italia settentrionale, divennero gradualmente sovrani, mentre quelli dell'Europa Occidentale (Spagna, Francia, Gran Bretagna) così come quelli dell'Italia meridionale (Stato Pontificio, Regno di Napoli, Regno di Sicilia) rimasero vassalli diretti del regno.
Tradizionalmente, un Granducato, come ad esempio la Toscana, il Lussemburgo, la Finlandia e la Lituania, era generalmente indipendente e godeva della piena sovranità territoriale.

Quando i Longobardi conquistarono l'Italia, la divisero amministrativamente in ducati. L'Italia settentrionale era divisa in vari ducati (Ducato del Friuli, Ducato di Ceneda, Ducato di Treviso, Ducato di Vicenza, Ducato di Verona, Ducato di Trento, Ducato di Parma, Ducato di Persiceto, Ducato di Reggio, Ducato di Piacenza, Ducato di Brescia, Ducato di Bergamo, Ducato di San Giulio, Ducato di Pavia, Ducato di Torino, Ducato di Asti, Ducato di Tuscia, Ducato di Milano e Ducato di Ivrea), che furono soppressi con la conquista franca nel 774 ovvero trasformati in contee, secondo l'uso carolingio.
Nell'Italia centromeridionale i Longobardi avevano, invece, istituito solo due ducati di grandi dimensioni: il Ducato di Spoleto ed il Ducato di Benevento. Il secondo fu conquistato dai Normanni nel 1053, il primo fu inglobato nello Stato della Chiesa nel 1198.

Nel frattempo, a partire dalla fine del VI secolo, le città marinare che appartenevano all'Impero Bizantino furono organizzate in ducati semi-autonomi. Si trattava del Ducato di Amalfi, del Ducato di Sorrento, del Ducato di Napoli, del Ducato di Gaeta e soprattutto del Ducato di Venezia. I primi quattro di questi ducati furono conquistati dai Normanni nell'XI secolo, mentre Venezia si trasformò in Repubblica. Ducato bizantino era anche il Ducato romano, che fu il primo nucleo dello Stato Pontificio (Donazione di Sutri, 728).

Nel 1059 lo stato normanno degli Altavilla ricevette dal Papa il titolo di Ducato di Puglia e di Calabria. Quando, poi, nel 1130 lo stato venne elevato, sempre dal Papa, a Regno di Sicilia, il titolo di duca di Puglia e Calabria fu spesso conferito all'erede al trono.

A partire dal 1395, le maggiori Signorie dell'Italia centrosettentrionale cominciarono ad ottennere il titolo ducale dall'Imperatore o dal Papa, ed in seguito lo ottennero sempre più territori, ormai di fatto sovrani. Complessivamente i ducati eretti dopo il 1395 furono i seguenti: Ducato di Milano, Ducato di Mantova, Ducato di Sabbioneta, Ducato del Monferrato, Ducato di Parma, Ducato di Guastalla, Ducato di Ferrara poi Ducato di Modena, Ducato di Mirandola, Ducato di Firenze poi Granducato di Toscana, Ducato di Lucca, Ducato di Massa, Ducato di Urbino, Ducato di Camerino, Ducato di Castiglione del Lago, Ducato di Castro, Ducato di Sora, Ducato di Salci. Inoltre il Ducato di Savoia aveva la sovranità sul Piemonte.
Infine, possono essere equiparate a ducati anche la Repubblica di Venezia e la Repubblica di Genova, in quanto il loro capo di stato portava il titolo di doge.
Nello Stato Pontificio e nei regni di Napoli e Sicilia rispettivamente il Papa ed il re concedevano il titolo di duca come titolo di nobiltà, inferiore a quello di principe. Questi ducati erano dei feudi che, tuttavia, non ebbero alcuna autonomia politica.


Alberto Pento
Naseda del Comoun de Venesia
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =137&t=629

El Comoun Venesian e ła Concio
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 137&t=1835

Alberto Pento
Venezia e l'area lagunare o Venezia Marittima non hanno il monopolio della veneticità, non sono mai state più venete delle altre città venete, della terraferma veneta come Verona, Vicenza, Belluno, Rovigo, Treviso e Padova.
Quando alla fine dell'Impero romano la terra veneta è stata divisa in due parti, soggette: una a dominio romano bizzantino e l'altra a dominio longobardo germanico, la maggior parte dei veneti, 4/500mila, risiedevano nella terraferma e probabilmente solo da 1/8 a 1/10 circa, 50mila, si trovava in area lagunare.
I veneti hanno continuato ad essere tali anche nelle città venete interessate alla migrazione e al dominio longobardo germanico che è durato 930 anni e che ha ridisegnato e reimprontato la struttura sociale, culturale, urbana e politica delle città venete, 6 su 7 e quindi di gran parte della terra veneta.
Se ai veneti terrestri, in 930 anni, si sono aggiunti i migranti goti, longobardi, sassoni, franchi e normanni, svevi, alemanni, bavaresi e tirolesi, ecc.; ai veneti lagunari, più o meno nello stesso periodo si sono aggiunti i migranti dal mondo bizantino, i primi dogi del ducato marittimo erano greco-armeni, poi si sono aggiunti migranti istriani, dalmati, albanesi, slavi vari e altri da tutti i domini bizantini e veneziani continentali e del Mediterraneo.

Quindi la storia dei veneti non si può ridurre a quella di Venezia e del periodo in cui la terraferma veneta era suddita e dominio della città lagunare veneziana.
Non si possono cancellare né disprezzare i 930 anni di storia non veneziana delle città venete, ove si è formata la democrazia comunale e prima che a Venezia, da cui poi le basi delle repubbliche democratiche moderne e più civili come quella svizzera. Non dimentichiamo che la prima università veneta si è formata nella Padova veneta dei Carraresi di origine germanica e non a Venezia.

Chi insiste con l'esaltazione di Venezia e con il dispregio e la sottovalutazione della storia, della cultura, della veniticità dei veneti non veneziani delle città venete della terraferma, non è un buon veneto, non fa un buon servizio ai veneti tutti, alla loro coscienza storica, alla loro unità politica e a una loro possibile indipendenza all'interno di un continente europeo federato.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Venezia Marittima, Rivoalto-Venezia e Bisanzio

Messaggioda Berto » mar giu 30, 2020 8:08 pm

Venezia dalla sua fondazione, per secoli non si chiamò Venezia ma Rivoalto e per secoli si sviluppò dapprima come insediamento marginale dell'area lagunare e poi come centro politico del Ducato bizantino; crescendo economicamente e politicamente all'interno dell'impero bizantino e grazie a Bisanzio.

Fu solo nel XII o XIII secolo (?) che Rivoalto assunse il nome di Venezia, quando divenne indipendente da Bisanzio e concorrente di Bisanzio nell'egemonia politico-commerciale.
L'assunzione del nome Venezia rimarca l'appartenenza di questa città e di queste terre lagunari all'area veneta e al contempo l'indipendenza politica dal dominio dell'Impero bizantino e da Bisanzio.
Le lotte con Bisanzio, motivate anche da contrasti religiosi tra il cristianismo cattolico romano e quello ortodosso greco-armeno bizantino, indebolì l'Impero Romano d'Oriente al punto che i maomettani nel 1453 conquistarono Bisanzio e posero termine al suo impero.
Dalla fine dell'Impero di Bisanzio iniziò anche la lenta fine dell'Impero della Serenissima con la perdita graduale di quasi tutti i domini/possedimenti di mare passati all'Impero Ottomano.
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Re: Venezia Marittima, Rivoalto-Venezia e Bisanzio

Messaggioda Berto » mar giu 30, 2020 8:10 pm

La democrazia italiana è come un prodotto adulterato
30 giugno 2020
Enzo Trentin

https://blogdiet.wordpress.com/2020/06/ ... dulterato/

A settembre ci saranno delle elezioni con vari candidati che, speranzosi di “conquistare un posto al sole”, si scapicolleranno a promettere mari e monti; tuttavia il popolo (solamente nominalmente sovrano) si è reso conto che gli hanno venduto la democrazia come un prodotto adulterato, che produce il contrario di quello che promette.
Come scritto da Robert P. Murphy: «Non c’è niente che garantisca che le buone idee vinceranno sulle cattive idee. Ma ciò che è certo è che la prevalenza di idee errate nel campo dell’economia (e non solo in quella. Ndr) minaccia la civiltà stessa».
Sin dall’antichità Mala tempora currunt sed peiora parantur. Chi in gioventù ha seguito studi classici sarà sicuramente incappato nella riforma costituzionale di Kleisthenes, che consistette in una serie di modifiche apportate da costui alle istituzioni della polis di Atene nel 508-507 a.C.; questa riforma contribuì a un avvicinamento della politica ateniese alla democrazia, avvicinamento che venne poi consolidato da Pericle.
Nella costituzione di Clistene l’assemblea generale di tutti i cittadini, l’ecclesia, eleggeva i magistrati o curava il loro sorteggio; amministrava il sorteggio dei membri della bulé; gestiva le finanze; dirigeva la politica estera dello Stato; dichiarava lo stato di guerra. Insomma, non esistevano i partiti politici come oggi li conosciamo. La vox populi ammonisce: «Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.»
L’idea di partito non rientrava nemmeno nella concezione politica francese del 1789, se non come quella di un male da evitare. Ma giunse il momento del club dei giacobini. Era questo, inizialmente, soltanto un luogo di libera discussione. A trasformarlo non fu una qualche specie di meccanismo fatale: fu soltanto la pressione della guerra e della ghigliottina a farne un partito totalitario. Le lotte tra fazioni nel periodo del Terrore (similmente alle lotte contemporanee) furono governate dal pensiero così ben formulato dal sovietico Michail Pavlovič Tomskij: «Un partito al potere e tutti gli altri in prigione». Così, sul continente europeo, il totalitarismo è il peccato originale dei partiti.
Il fatto che esistano non è in alcun modo un motivo per conservarli. Soltanto il bene è un motivo legittimo di conservazione. Il male dei partiti politici salta agli occhi. La questione da esaminare è se ci sia in essi un bene che abbia la meglio sul male e renda così la loro esistenza desiderabile. E l’attuale fase politica italiana non depone a favore della loro esistenza. Chi sostiene che più partiti sono una garanzia per la democrazia, con tutta probabilità è uno che non vive del proprio lavoro, bensì di rendite politiche.

Il bello è che a proporre una democrazia libera dai partiti fu non un dittatore, ma Simone Weil. Incaricata, nel 1943, dal governo di Charles De Gaulle in esilio a Londra, durante la 2^ guerra mondiale, di elaborare una forma di costituzione per la Francia futura, essa pensò in modo radicalmente nuovo. A come garantire la libertà da ogni limite; e l’esistenza di partiti era, per lei, il limite più insidioso. Essa sosteneva che se individui appassionati, inclini per via della passione al crimine e alla menzogna, si compongono allo stesso modo in un popolo vero e giusto, allora è bene che il popolo sia sovrano. Una costituzione democratica è buona se per prima cosa realizza nel popolo questo stato di equilibrio, e soltanto in seguito fa in modo che le volontà del popolo siano eseguite.
Da sottolineare che con l’espressione “democrazia” ci riferiamo alla forma di governo nella quale la sovranità appartiene al popolo; vedasi l’Art. 1, Comma 2, della Costituzione italiana. Nei sistemi democratici, infatti, la sovranità, cioè il potere di comandare, nasce dalla volontà popolare e si concretizza nelle forme di una Costituzione condivisa e sottoscritta da tutti i cittadini. In Italia, per esempio, le forme dell’attuale democrazia sono state definite dalla Charta entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Un documento contraddittorio, datato, impregnato di ideologia catto-comunista, e mai votata dal popolo “sovrano”.
In Svizzera, invece, “Cantone” significava Stato autonomo; la Costituzione è approvata tramite voto popolare, perché si è voluto sottolineare come si tratti in effetti di una Repubblica sovrana e indipendente. Naturalmente entro i limiti stabiliti dalla Costituzione federale, che viene approvata anch’essa dal popolo.

Demo diretta
La Landsgemeinde (parola tedesca per comunità rurale) è un’istituzione di democrazia diretta e un processo partecipativo che viene tutt’oggi ancora utilizzata nei cantoni svizzeri dell’Appenzello Interno e di Glarona.

L’autorità del popolo, in democrazia, non dipende affatto da sue presunte qualità sovrumane come l’onnipotenza e l’infallibilità. Dipende invece dalla ragione esattamente contraria, dall’assunzione cioè di tutti gli uomini, e del popolo tutto intero, come necessariamente limitati e fallibili. Questo punto a prima vista sembra contenere una contraddizione che deve essere chiarita. Come ci si può affidare alla decisione di qualcuno, come gli si può attribuire autorità, quando gli si riconoscono non meriti e virtù, ma vizi e manchevolezze?
La risposta sta nella generalità, per l’appunto, dei vizi e delle manchevolezze. La democrazia in generale, si fonda su un assunto essenziale: che i pregi e i difetti di uno siano anche di tutti. Se si negasse questa uguaglianza nel valore politico, non avremmo più democrazia, cioè il governo di tutti su tutti; avremmo invece qualche forma di autocrazia cioè il governo di una parte (i migliori) sull’altra (i peggiori). Se dunque tutti sono uguali nei vizi e nelle virtù politiche o ciò che è lo stesso, se non esiste alcun criterio generalmente accettato attraverso il quale si possano stabilire gerarchie di merito e di demerito, noi non abbiamo alcuna possibilità di attribuire l’autorità ad altri che a tutti insieme. Per la democrazia, l’autorità del popolo non dipende quindi dalle sue virtù ma deriva – è necessario concordare su questo – da un’insuperabile mancanza di meglio.
Populismo? «In qualità di giuristi abbiamo il nostro bel filo da torcere per trovare una definizione materiale di populismo», afferma Andreas Glaser, professore di diritto all’università di Zurigo e co-direttore del Centro per la democrazia di Aarau (zda). «Dato che non può essere realmente misurato, quello che ci rimane, spesso, è un’ampia scelta di definizioni. La maggior parte di queste concorda sul fatto che si tratta di uno stile politico che contrappone una “élite” moralmente fallita a un “popolo” oppresso, ignorato o defraudato.»
Secondo Aristotele (384 a.C.-322 a.C.) che non era un democratico, l’aspetto caratterizzante della democrazia è che in essa il criterio del numero prevale su quello del giusto: i poveri perciò prevalgono sui ricchi. Il fatto che poi, come fu tipico della democrazia ateniese, le magistrature venivano sorteggiate, va a discapito della competenza.


Ma nella Repubblica di Venezia anche questo aspetto fu superato.


Nel corso della sua storia la Serenissima assunse diversi nomi. Ai suoi albori durante l’VIII secolo la sudditanza di Venezia all’Impero Bizantino era esplicita, il doge infatti era chiamato Dux Venetiarum Provinciae. La Serenissima acquisì de facto l’indipendenza nell’840 in seguito alla firma del Pactum Lotharii. In questo accordo commerciale stipulato tra Venezia e il Sacro Romano Impero il doge fu definito Dux Veneticorum, capo dei veneti, e lo Stato da lui amministrato assunse il nome di Ducato di Venezia (in latino: Ducatum Venetiae). A partire dal 1109 in seguito alla conquista della Dalmazia e della Croazia il doge divenne formalmente Venetiae Dalmatiae atque Chroatiae Dux. Questo nome continuò ad essere utilizzato fino al XVIII secolo, epoca in cui il doge divenne “serenissimo”, ma già tra il X e il XII secolo il doge era detto “gloriosissimo”. In quest’epoca il doge era ancora considerato alla stregua di un re, anche se eletto dall’Arengo. A partire dal XV secolo i documenti in latino furono affiancati dalla lingua veneta e, nell’epoca delle signorie, anche il Ducato di Venezia si trasformò nella Signoria di Venezia (in veneto: Signoria de Venexia) che nel trattato di pace del 1453 con Maometto II è l’Illustrissima et Excellentissima deta Signoria de Venexia. Nel corso dei secoli poi, oltre a mutare il suo nome in Repubblica di Venezia, assunse altre denominazioni come Stato Veneto o Repubblica Veneta.
Fino alla sua caduta il 12 maggio 1797 ad opera di Napoleone Bonaparte, moltissime magistrature avvenivano per sorteggio. Il Maggior Consiglio era costituito da tutti gli uomini nobili di almeno venticinque anni d’età iscritti nel libro d’oro e deteneva il potere legislativo ed elettivo. Inizialmente composto da circa quattrocento membri, la sua dimensione aumentò notevolmente in seguito alla Serrata del Maggior Consiglio, tanto che nel XVI secolo ad una seduta parteciparono 2.095 nobili e nel 1527 gli aventi diritto a sedervi arrivarono a 2.746.
Qualcuno l’ha definita una repubblica oligarchica, tuttavia le famiglie dei Nobil Homini (abbreviazione N.H. o in veneziano arcaico Nobilhomo) garantivano una classe dirigente per il governo della città e dello Stato. Un corpo dirigente che faceva obbligatoriamente il proprio “apprendistato” attraverso una numerosa serie di incarichi (molti dei quali per sorteggio) che non si potevano rifiutare, salvo il pagare una sanzione pecuniaria. Una prova della libertà che vi si godeva consisteva nell’essere governati e nel governare a turno.

In realtà, il giusto in senso democratico consiste nell’avere uguaglianza in rapporto al numero e non al merito, ed essendo questo il concetto di giusto, di necessità la massa è sovrana e quel che i più decidono ha valore di fine ed è questo il giusto: in effetti dicono che ogni cittadino deve avere parti uguali. Di conseguenza succede che nelle democrazie i poveri siano più potenti dei ricchi perché sono di più, e la decisione della maggioranza è sovrana.

È questo, dunque, un segno della libertà che tutti i fautori della democrazia stabiliscono come nota distintiva della Costituzione. Un altro è di vivere ciascuno come vuole, perché questo, dicono, è opera della libertà, in quanto che è proprio di chi è schiavo vivere non come vuole. Ecco quindi la seconda nota distintiva della democrazia; di qui è venuta la pretesa di essere preferibilmente sotto nessun governo o, se no, di governare e di essere governati a turno: per questa via contribuisce alla libertà fondata sull’uguaglianza. Posti questi fondamenti e tale essendo la natura del governo democratico, le seguenti istituzioni sono democratiche: i magistrati li eleggono tutti tra tutti; tutti comandano su ciascuno e ciascuno a turno su tutti: le magistrature sono sorteggiate o tutte o quante richiedono esperienza e abilità; le magistrature non dipendono da censo alcuno o minimo; lo stesso individuo non può coprire due volte nessuna carica o raramente o poche, a eccezione di quelle militari [Aristotele si riferisce alla carica di stratego che non era sottoposta ai normali vincoli delle altre magistrature. Ndr]; le cariche sono di breve durata o tutte o quante è possibile [Aristotele, Politica, VI, 2]
A questo punto due sono gli strumenti da attivare a garanzia di un corretto funzionamento della democrazia: 1) avere strumenti di democrazia diretta di facile e tempestiva attivazione, non già come esercizio compulsivo, bensì principalmente come deterrenza; 2) la verifica della “competenza” ad accedere al sorteggio.
Uno dei modi potrebbe essere il superamento preventivo di un esame per verificare l’aderenza del candidato al sorteggio con la conoscenza adeguata per la responsabilità che il sorteggio impone.
IDEA, un gruppo di ricerca svedese, ritiene che i periodi in cui i populisti riescono ad accedere al governo siano periodi in cui molti aspetti della salute democratica, come la libertà di espressione o l’impegno della società civile, sono in declino.
Ebbene, come al solito quando si tratta di politica, la Svizzera è in una situazione piuttosto singolare in questo dibattito: se da un lato il Paese è spesso visto come un modello di stabilità e campione mondiale della democrazia (diretta), dall’altro è anche molto populista. E lo è da tempo.
Come ha fatto la Confederazione a evitare l’instabilità politica e l’infiammata retorica associata ai movimenti populisti di altri Paesi occidentali? Potrebbe dipendere dalla democrazia diretta, dicono gli esperti.
Da un lato, la democrazia diretta in realtà incoraggia il populismo permettendo l’inserimento nell’agenda politica di idee che in un sistema diverso sarebbero bloccate. Nella CH i cittadini possono proporre emendamenti costituzionali, e votano fino a quattro volte l’anno su iniziative popolari e referendum. Possono così aggirare l’interesse delle élite.
Ma la democrazia diretta tempera il populismo per lo stesso motivo, ossia con la richiesta costante del contributo dei cittadini nel processo politico. Gli elettori svizzeri, avvezzi a votazioni e deliberazioni a scadenze regolari, hanno molte possibilità di far sentire la loro voce. Così, i problemi politici “emergono più velocemente, più chiaramente, e devono essere risolti”, dice l’analista Claude Longchamp.
Infine, giocano un ruolo anche la cosiddetta “formula magica”, ossia il fatto che la composizione del governo svizzero rappresenta tutto il Paese proporzionalmente, e il governo adotta le decisioni in modo consensuale.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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