Gheto

Gheto

Messaggioda Berto » dom dic 08, 2013 5:11 am

Gheto (ghetto)
viewtopic.php?f=44&t=84

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... NFVjg/edit


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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... /Gheto.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... heto-c.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... eguro2.jpg

http://it.wikipedia.org/wiki/Ghetto
...
Il termine ghetto deriva dal Ghetto di Venezia del XIV secolo. Prima che venisse designato come parte della città riservata agli ebrei, era una fonderia di ferro (???) (dal veneziano geto, pronuziato ghèto dai locali ebrei Aschenaziti di origine tedesca, inteso come getto, cioè la gettata di metallo fuso ???), da cui il nome. Alcuni affermano che la parola derivi da borghetto, "piccolo borgo" o dall'ebraico get, letteralmente "carta di divorzio".[senza fonte]
Dall'esempio del Ghetto di Venezia il nome venne trasferito ai vari quartieri ebraici. In Castiglia erano chiamati Judería e nei paesi catalani call. Vale la pena di notare che il quartiere ebraico di Venezia (il Ghetto), era una parte ricca della città, abitata da mercanti e prestatori di denaro. Ai non ebrei non era permesso di vivere nel Ghetto di Venezia, e i suoi cancelli venivano chiusi di notte. A differenza della vicina Mantova dove più di 2.000 ebrei venivano rinchiusi la sera nel ghetto, Vespasiano Gonzaga a Sabbioneta dette rifugio alla popolazione di religione ebraica, non ghettizzandola.


http://it.wikipedia.org/wiki/Ghetto_di_Venezia
... I primi insediamenti di ebrei nel Veneto sono molto antichi risalendo al IV-V secolo. La comunità si incrementò in seguito all'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492. Centinaia di migliaia di persone cercarono rifugio in Portogallo, Turchia e Italia.
A Venezia la comunità crebbe e si organizzò, godendo un clima di relativa tolleranza, finché il Consiglio dei Pregadi (Senato) dispone il 29 marzo 1516 che tutti gli ebrei dovessero obbligatoriamente risiedere nel Ghetto (successivamente detto Ghetto Nuovo). Nasce così un'istituzione che verrà poi ampiamente applicata anche nel resto d'Europa.
Nel corso del '500 vennero edificate varie sinagoghe, una per ogni gruppo di omogenea provenienza. Così sorsero la Schola Grande Tedesca, la Schola Canton (rito ashkenazita), la Schola Levantina, la Schola Spagnola e la Schola Italiana. Gli edifici costituiscono tuttora un complesso architettonico di grande interesse.
Poiché la comunità prosperava e si espandeva gli edifici divenivano, con successive sopraelevazioni, di notevole altezza, anche sette piani, caso unico in Venezia. Per legge, infatti, agli Ebrei non era consentito costruire nuovi edifici. L'unica soluzione d'espansione era dunque costruire sopraelevazioni ad edifici già esistenti. Robuste porte chiudevano i due ingressi del Ghetto Nuovo e ogni sera gli abitanti dovevano rientrare e rimanere rinchiusi fino al mattino successivo. ...

http://www.parodos.it/news/ghetto_di_venezia.htm



Porton del gheto de Gorisia:

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http://upload.wikimedia.org/wikipedia/c ... orizia.jpg

http://it.wikipedia.org/wiki/Comunit%C3 ... di_Gorizia
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » gio apr 10, 2014 8:04 am

La peste nera e ła persecusion de łi ebrei ente l’Ouropa de ‘l XIV° secolo

A xe ente sto secolo ke a Venesia migra da l’ara jermanega a Venesia on mucio de ebrei, persegoità a caouxa de la peste ... e dovaria esar anca l’ora en cu nase la voxe gheto forse a Venesia:

http://www.sansepolcroliceo.it/olocaust ... raico.html

Breve storia del ghetto ebraico

Con la parola ghetto si definisce un'area di emarginazione e segregazione riservata agli Ebrei, caratterizzata dall'isolamento attraverso una barriera fisica con ingressi controllati.
In senso più lato il ghetto può anche essere una zona abitativa (senza barriere fisiche ) dove vivono gruppi di popolazione accomunati dalle stesse caratteristiche (razziali, economiche, professionali, culturali, ecc. ). E' importante precisare, però, che questi ultimi tipi di ghetto sono concentrazioni spontanee ad esempio quelli nati durante l'età pre-industriale. Il loro unico scopo è quello di protezione e difesa degli interessi particolari; soltanto alla fine del Medioevo nacquero i ghetti propriamente detti.
Con la cristianizzazione dei popoli europei iniziò ad affermarsi l'idea di tenere separati gli ebrei dal resto della popolazione al fine di evitare il "contagio", cioé per preservare i fedeli cristiani da un possibile proselitismo ebraico. In realtà esisteva anche un vero e proprio timore di contagio fisico legato alla visione dell'ebreo come "diverso".
Queste forme di "giudeofobia" si manifestarono solo in piccola parte durante il Medioevo poichè la separazione degli ebrei dai non ebrei era improponibile da parte della chiesa che voleva garantire la libertà di culto al popolo giudaico in quanto testimone vivente del messaggio divino. Un'alta esigenza era di vitale importanza per la società medioevale: gli ebrei erano abili operatori economici e quindi risultava estremamente dannoso privare la collettività di quei servizi fiscali necessari effettuati per la maggior parte dal popolo ebreo. Se queste esigenze non potevano essere compromesse allora si fece ricorso ad altri mezzi: gli ebrei dovevano portare un segno di riconoscimento, non si potevano sposare o avere relazioni sessuali con i cristiani e addirittura gli venne impedito di frequentare gli stessi luoghi pubblici, gli ebrei dovevano restare rinchiusi durante i giorni della Settimana Santa, e così via.
Le prescrizioni contro gli ebrei aumentarono significativamente sia nel mondo cristiano che in quello islamico trasformando in obbligo la loro libera scelta di installarsi in un determinato quartiere. Anche se la segregazione degli ebrei avveniva sotto costrizione, nel Medioevo non si verificò mai una vera e propria ghettizzazione, infatti la clausura non era controllata dall'esterno e alcuni vivevano ancora in quartieri popolati perlopiù da cristiani e conservando i propri luoghi di culto.
Certamente la pressione della Chiesa per una più accurata separazione tra Ebrei e Cristiani andava accentuandosi, il passo decisivo fu compiuto con il concilio di Breslavia (1266) che, a Gniezno, instituì il primo quartiere fisicamente separato per gli ebrei. Comunque le richieste dei pontefici per la clausura obbligatoria non vennero soddisfatte ovunque, ma là dove non arrivava la Chiesa i "ghetti" venivano instituiti dai poteri civili sotto la spinta delle masse popolari o sollecitati dal clero locale.
Ormai le segregazioni coatte di ebrei si assomigliavano sempre più a quelle che sarebbero state realizzate nel sedicesimo secolo. In Spagna già dal duecento iniziarono a sorgere quartieri ebraici distinti: nel 1243 Giacomo di Aragona ordinò agli ebrei di Terragona di concentrarsi in un unico quartiere. Di lì a poco in tutta la penisola iberica si accentuarono le persecuzioni, le prime espulsioni di massa fino ad arrivare ad una vera e propria "ghettizzazione" che fu promulgata nel 1480 da Ferdinando il Cattolico e Isabella. Dodici anni più tardi gli ebrei furono espulsi dalla Spagna o costretti a convertirsi. Come in Spagna anche gli ebrei tedeschi e francesi seguirono la stessa sorte evitando, però, l'espulsione.
Nei paesi arabi, al contrario di quelli europei, non si era quasi mai sostenuto l'esigenza di seperare gli "infedeli" sebbene esistessero "quartieri ebraici" (così definiti solo perché la maggioranza della popolazione che vi risiedeva era costituita da ebrei), venivano chiamati "shara" in Tunisia e Algeria e "mahallat Yahud" in Persia. Questi non erano circondati da mura e non escludevano la mescolanza di ebrei con il resto della popolazione. Solo nella prima metà del 1400 comparvero nei paesi arabi i veri e propri ghetti, ma si trattava comunque di casi isolati (Marrakesh, Mekness, Fez e alcune città dello Yemen).



http://it.wikipedia.org/wiki/Peste_nera
Per peste nera si intende, in data odierna, la grande pandemia che uccise tra un terzo e un quarto della popolazione europea - di circa 100 milioni di abitanti - durante il XIV secolo. Nel Medioevo non era utilizzata questa denominazione, ma si parlava della grande moria o della grande pestilenza. Furono cronisti danesi e svedesi a impiegare per primi il termine morte nera (mors atra, che in realtà deve essere intesa come "morte atroce") riferendolo alla peste del 1347-53, per sottolineare il terrore e le devastazioni di tale epidemia.
...
Già prima della pandemia vi furono avvisaglie di crisi: a partire dal 1290, in molte parti d'Europa, vi furono lunghi periodi di carestia, provocati principalmente dal raffreddamento del clima, la cosiddetta piccola era glaciale, che perdurò a fasi alterne fino alla prima metà del XIX secolo. Delle ricerche sui prezzi dei cereali a Norfolk, in Inghilterra, mostrano che tra il 1290 e il 1348 vi furono 19 anni di raccolti scarsi. Ricerche analoghe svolte in Linguadoca segnalano 20 anni di produzione agricola insufficiente tra il 1302 e il 1348. Dal 1315 al 1317 la Grande carestia infuriò in tutta l'Europa settentrionale, e anche gli anni 1346 e 1347 furono anni di carestia nel sud dell'Europa. Tra il 1325 ed il 1340 le estati furono molto fresche ed umide, comportando abbondanti piogge che mandarono in rovina molti raccolti ed aumentarono l'estensione delle paludi esistenti.
...
Si pensava anche che la peste venisse portata da gruppi marginali come le streghe e gli ebrei; questi ultimi erano da sempre perseguitati perché accusati di deicidio o regicidio, cioè dell'uccisione di Gesù considerato rispettivamente in quanto Dio e in quanto re mistico della società cristiana. Il fatto che la società ebraica e la società cristiana fossero in pratica reciprocamente separate facilitava le persecuzioni. Le streghe erano perseguitate poiché accusate di parteggiare per il demonio e di avere con questo rapporti carnali nel corso di rituali chiamati sabba durante i quali tra l'altro avrebbero sacrificato bambini bevendo il loro sangue. C'erano anche altre ipotesi sul diffondersi della peste come congiunzioni astrali sfavorevoli e punizioni divine. La medicina dell'epoca non aveva fatto grandi passi avanti rispetto ai tempi dell'impero romano, così i medici, basandosi sulle conoscenze di Ippocrate e Galeno, i due più importanti medici dell'antichità, pensavano di poter guarire dalla peste eliminando dal corpo l'humus negativo, tagliando una vena al paziente e facendone uscire del sangue; in realtà, però, anche questo contribuiva al diffondersi del contagio e soprattutto all'indebolimento del paziente, facilitandone la morte.
Gli uomini di fede ritenevano che la peste fosse stata mandata da Dio come punizione, perciò organizzarono preghiere collettive, processioni, movimenti quali i flagellanti. Ciò contribuì ad alimentare l'epidemia: tali eventi collettivi si rivelarono un'ottima occasione per veicolare l'agente patogeno per via respiratoria.
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La persecusion de li ebrei

L'autorità della Chiesa e dello Stato crollò molto rapidamente, anche per l'inefficacia delle misure messe in campo contro il contagio. Boccaccio, nel Decameron, annota: E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d'adoperare.

A soffrire maggiormente di questa perdita di autorità fu chi si trovava a margini della società medievale. Soprattutto in Germania l'epidemia fu accompagnata da una gravissima persecuzione degli ebrei, probabilmente la più grave fino alla Shoah.

I pogrom ebbero inizio quanto la popolazione esasperata individuò negli ebrei i colpevoli della catastrofe. Le autorità tentarono di arginare le violenze. Già nel 1348 papa Clemente VI definiva "inconcepibili" le accuse che gli ebrei diffondessero la peste avvelenando i pozzi, perché l'epidemia infuriava anche dove non c'erano ebrei, e laddove vi erano ebrei, anch'essi finivano vittime del contagio.

Il papa invitava il clero a porre gli ebrei sotto la sua protezione. Clemente VI vietò di uccidere ebrei senza processo e di saccheggiare le loro case. Le bolle papali ebbero effetto solo ad Avignone, mentre altrove contribuirono ben poco alla salvezza degli ebrei. Lo stesso vale per la regina Giovanna I di Napoli che, nel maggio 1348, aveva diminuito i tributi dovutile dagli ebrei che vivevano nei suoi possedimenti provenzali, per compensare le perdite dovute ai saccheggi subiti. Nel giugno dello stesso anno i funzionari reali vennero cacciati dalle città della Provenza, fatto che illustra la debolezza della tutela degli ebrei causata dalla perdita di autorità dei monarchi.
L'accusa che gli ebrei avvelenassero fonti e pozzi cominciò a circolare agli inizi del 1348: in Savoia alcuni ebrei, inquisiti, sotto tortura avevano ovviamente ammesso questo reato. La loro confessione si diffuse rapidamente in tutta Europa, e scatenò un'ondata di violenze, soprattutto in Alsazia, in Svizzera e in Germania. Il 9 gennaio 1349, a Basilea, venne uccisa una parte degli ebrei che vi abitavano. Il consiglio cittadino della città aveva allontanato i più agitati tra quelli che istigavano alla violenza, ma la popolazione si rivoltò, costringendo gli amministratori a togliere il bando e a cacciare gli ebrei. Una parte di loro venne rinchiusa in un edificio su di un'isola sul Reno, cui poi venne dato fuoco. Anche a Strasburgo il governo cittadino aveva tentato di proteggere gli ebrei, ma venne esautorato dalle corporazioni. Il nuovo governo si mostrò tollerante verso l'annunciato massacro, che ebbe luogo nel febbraio 1349, quando la peste ancora non aveva raggiunto la città. Vennero uccisi 900 ebrei, sui 1884 residenti a Strasburgo.
Si discute sul ruolo dei flagellanti nei pogrom. Si riteneva che, ancora prima dell'arrivo della peste, essi avessero istigato la popolazione contro gli ebrei in città come Friburgo, Colonia, Augusta, Norimberga, Königsberg e Ratisbona. La ricerca più recente è però del parere che i flagellanti siano stati una "comoda giustificazione" (Haverkamp).
Nel marzo 1349, 400 ebrei di Worms preferirono appiccare il fuoco alle loro case e morirvi che finire nelle mani della folla in rivolta. Lo stesso fecero in luglio agli ebrei di Francoforte. A Magonza gli ebrei si difesero, e uccisero 200 dei cittadini che li stavano attaccando. Ma alla fine anche a Magonza, che all'epoca era la più grande comunità ebraica d'Europa, gli ebrei si suicidarono incendiando le proprie case. I pogrom proseguirono sino alla fine del 1349. Gli ultimi ebbero luogo ad Anversa e Bruxelles. Quando la peste cessò, ben pochi ebrei erano rimasti in vita tra Germania e Paesi Bassi.
...

http://www.unisi.it/ricerca/dip/let_mod ... toria.html
"L’emigrazione degli ebrei tedeschi, iniziatasi con le stragi sanguinose che colpirono le comunità ebraiche delle valli del Reno e della Mosella, durante le prime Crociate, si volse da principio verso l’Europa Orientale. Dopo le Crociate, la situazione degli ebrei nei paesi tedeschi peggiorò in maniera catastrofica. Sotto il regno di Federico II essi furono accusati di omicidio rituale a Fulda e in altri comuni (1235) e dopo la morte dell’imperatore, durante l’interregno (1254-1273), gli ebrei furono massacrati in numerose città germaniche".
...
VENEZIA
"Gli ebrei per i quali in origine fu fondato il Ghetto provengono in gran parte, più o meno direttamente, dalla Germania. Lo provano a sufficienza i nomi di alcuni di loro. […] Si trovano stampate a Venezia, in questo periodo [metà del XVI sec.], alcune opere in lingua tedesca, ma in caratteri ebraici".
Nel Ghetto veneziano, gli ebrei di origine tedesca "continuarono a predominare, per numero se non per censo o per importanza, fino all’età di decadenza della Comunità".
[Cecil Roth, Gli ebrei in Venezia, Cremonese, Roma, 1932].
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » mar set 02, 2014 2:01 pm

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/604.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/605.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... boerio.jpg



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ghetto,
s. m. ‘rione dove, in alcune città, erano costretti ad abitare gli ebrei’ (1516, M. Sanudo XII 72 (Geto) e 391 (Ghetto)), fig. ‘ambiente chiuso, non accessibile’ (1952, in una trad. di A. Rose: LN LIII, 1992, 85; da questa accez. si sono sviluppati i der. ghettizzare (1976, “Roma”: Quarantotto) e ghettizzazione (1975, F. Mezzetti: LN XLIX, 1988, 71)) nel senso politico di ‘isolare, emarginare certi gruppi sociali’.

Venez. ghèto, propr. ‘getto’ (???), dal n. dell'isola (dove già esisteva una ‘fonderia’, ghèto in dial. ???), nella quale furono ristretti gli Ebrei. Troppo precise le concordanze storiche (documentata assegnazione degli Ebrei veneziani nell'isola), cronologiche (nessuna precisa attest. prec. al ricordato avvenimento) e linguistiche (ghèto ‘getto’, anche nella grafia ant., che può ingannare, geto, confermata da attuali continuatori di iectum e iectare in alcuni dial. del Veneto sett.) per rifiutare questa spiegaz., proposta da E. Teza negli AIV LXIII (1903-04), II, pp. 1273-1286. ?????

Bibliografia:
Anche sulla scorta delle sintetiche indicazioni di U. Fortis - P. Zolli, La parlata giudeo-veneziana, Assisi-Roma, 1979, p. 59, in nota, si segnalano i principali studi dedicati alla discussa etimologia di questa vc. oltre a quella prescelta. Dal talmudico ghet ‘(carta di) ripudio’ (R. Giacomelli in AR XVI, 1932-33, 556-563, XVII, 1933-34, 415-420 e XIX, 1935-36, 443-450 ed è ant. proposta: “Ghetto è voce Caldea, che significa libello di repudio; onde noi diciamo Ghetto per intender luogo di gente segregata, e repudiata dal commercio degli altri huomini. Gli Ebrei quando vogliono dire alle loro mogli che le gastigheranno col repudiarle dicono: Ti manderò al Ghet”: 1688, Note al Malmantile 242). Dal ted. gehegt ‘chiuso’ (J. A. Hoffe e F. J. Beranek: cfr. LN XXI, 1960, 39). Dal fr. ant. gue(a)t ‘guardia’, indicando, dapprima, il nome della guardia addetta alla sorveglianza del ghetto (S. A. Wolf in “Beiträge für Namenforschung” XII, 1961, 280-283, respinto ib. XVI, 1965, 38-40). Dal genov. getto ‘diga, gettata’, dove sarebbero stati posti nel 1492 i primi Ebrei profughi dalla penisola iberica (J. B. Sermoneta in “Tharbis” XXXII, 1963, 195-206 – cfr. RD I, 1975, 465 – e negli Studi... in memoria di Cecil Roth, Roma, 1974, pp. 187-201).

Gehegt
http://www.mydict.com/Wort/gehegt
http://de.wikipedia.org/wiki/Gehege
http://it.dicios.com/deit/gehege


Dalla versione web del Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani.
http://www.etimo.it/?pag=hom
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http://www.etimo.it/?term=ghetto
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » dom feb 08, 2015 12:23 am

Cfr.co:

Gheto Torcolo

Via Ghetto Torcolo a Sabion de Cologna Veneta

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... orcolo.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... colo-1.jpg

Ghe xe na Via Torcolo a Cologna Veneta, ke calke “doto” enbriago e entorcolà de miti el gà spegà cusita:
“denominazione tipicamente veneziana, per indicare un vicolo molto stretto, come se si trovasse tra le piastre di un torchio”; pecà ke a Venesia, me par, ke de Cali diti Torcoli no ghin sipia gnanca ono (forse podaria esarghe o esarghe stasto on Cal del Torcolo):

A Ilaxi (entel veronexe), Via Gheto:
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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... laxi-1.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... -Ilaxi.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... npenta.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/350.jpg
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » dom feb 08, 2015 12:25 am

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Re: Gheto

Messaggioda Berto » ven feb 12, 2016 4:10 pm

Gheder hafradā

IL RECINTO DI SEPARAZIONE SECONDO GLI ISRAELIANI
20/11/2003

http://www.limesonline.com/cartaceo/il- ... i?prv=true

Il muro in costruzione tra Israele e Territori è al centro di un aspro dibattito nello Stato ebraico. Dalla protezione contro le incursioni degli attentatori suicidi alla barriera di difesa demografica, le diverse interpretazioni di un progetto controverso.

«SOLITARIA GIACE LA CITTÀ E NEL SUO cuore un muro». Così descrivono la città di Gerusalemme i versi di una famosissima canzone di Naomi Shemer, scritta nel 1967, proprio alla vigilia della famosa guerra dei Sei giorni, con riferimento ovviamente alle mura ottomane della Città Vecchia. Ma negli ultimi mesi in molti, in Israele, hanno ripensato a quei versi, citandoli in trasmissioni televisive e in fiumi di parole versate nella stampa israeliana, con un riferimento, non certo altrettanto poetico, a quello che ormai sembra essere diventato, assieme al «problema Arafat», l’unico punto fermo del programma di governo di Ariel Sharon: il cosiddetto «muro di separazione».

Il nome del progetto più comunemente diffuso in ebraico è gheder hafradā, ovvero recinzione di separazione, e, sebbene la sua realizzazione sia ancora poco più che a metà del corso, l’obiettivo pare proprio sia stato raggiunto, già solo considerando i vari nomi con cui gli israeliani lo chiamano, lasciando intendere chiaramente le loro opinioni al proposito. La maggior parte degli israeliani lo conosce come recinto di separazione, ma i suoi più strenui sostenitori amano chiamarlo anche bi ṭ aḥon, cioè recinzione …



In volo sul Muro, identità di Israele
Magdi Allam, sul Corriere della Sera 29 naggio 2006
Il «recinto di separazione» aiuta a definire le due realtà nazionali

http://www.nostreradici.it/recinto-Israele.htm

Dall'alto, colpisce la costruzione a forma di testuggine delle città israeliane. Le case in prima linea dispiegate a semicerchio come scudi levati a protezione della retrovia. Concepite come delle roccaforti che devono essere sempre pronte a difendersi da un nemico onnipresente che le assedia da ogni lato. Un insieme urbanistico compatto e rinchiuso su se stesso. In stridente contrasto con il panorama che offrono le città italiane, distribuite a goccia sull'insieme del territorio, con una distribuzione abitativa in cui prevale la separazione e la distinzione del singolo, anziché l'unione e l'omogeneità della collettività.

La paura dell'aggressione terroristica che permea la vita degli israeliani in ogni sua manifestazione e in ogni suo minimo dettaglio ha impresso il suo indelebile marchio nella progettazione urbanistica. Era inevitabile che questo muro della paura, a fronte della crescita del livello della minaccia, dalla sua dimensione psicologica interiore si trasformasse in una realtà oggettiva esteriore. Che gli israeliani non chiamano «wall», muro, come è in voga tra i suoi critici, e neppure «barrier», barriera, come usano le Nazioni Unite, ma semplicemente «fence», recinto. Per la precisione «recinto di sicurezza anti-terrorismo». Perché correttamente al 94% consta di tralicci e reti metalliche facilmente rimovibili. Soltanto il 6% del tracciato è costituito da un muro in cemento, esclusivamente laddove si è ritenuto indispensabile separare fisicamente dei centri israeliani e palestinesi contigui.

Da bordo di un piccolo elicottero dell’«Israel Project» la vista dell'insieme del «recinto di sicurezza», che una volta completato si svilupperà per 670 km, non offre quell'immagine criminalizzante accreditata da gran parte dei mass media internazionali. Soprattutto quando, cifre alla mano, si prende atto che la sua costruzione ha salvato innumerevoli vite umane, sia israeliani sia palestinesi. E' sufficiente considerare che nel 2005 le vittime israeliane per attentati terroristici sono calate a 45, rispetto alle 117 del 2004, il 60% in meno. Nello stesso periodo, secondo i dati della Mezzaluna rossa palestinese, i palestinesi uccisi in azioni militari israeliane sono calati a 255, rispetto agli 881 del 2004, il 62% in meno.

La separazione fisica tra israeliani e palestinesi si è resa inevitabile nel momento in cui è apparso del tutto evidente il fallimento di un progetto di pacifica convivenza basato sul mantenimento dello status quo. Che si presentava come una inestricabile contiguità e compenetrazione territoriale, urbanistica, demografica ed economica.

Ricordo come la prima volta che mi recai in Israele nel gennaio del 1988, all'indomani dell'esplosione della prima Intifada delle pietre, era praticamente impossibile individuare il confine tra Gerusalemme e, rispettivamente, Betlemme e Ramallah. Perché vi era una continuità abitativa e un'assenza di confini naturali, eccezion fatta per i posti di blocco israeliani che cominciavano a spuntare per controllare il territorio. Una realtà che aveva fatto immaginare a Abba Eban, l'ex ministro degli Esteri israeliano, e anche al suo successore Shimon Peres, che si potesse dar vita a una sorta di Benelux mediorientale, creando un'entità politico-economica integrata tra Israele, la Giordania e il futuro Stato palestinese. Un sogno che si è tragicamente infranto dopo il tradimento di Arafat nel 2000, che ha privato i palestinesi di un'opportunità storica per avere il loro Stato.

Chi di voi sa che il 75% della popolazione israeliana è rinchiusa nella stretta fascia costiera che va da Hadera a Ashdod, ampia non oltre 10 chilometri? Un ghetto nel ghetto che lo stesso Abba Eban definì la «Auschwitz di Israele», dato l'assedio e la minaccia di morte costante che grava sullo Stato ebraico. Come non comprendere la priorità della sicurezza di Israele?

Piaccia o meno,ma il tanto diffamato «muro» non solo ha salvato tante vite umane, ma rappresenta la base certa di un'identità nazionale, per gli israeliani e per i palestinesi, che finora non aveva un riferimento territoriale. Non perché il «muro» costituisce il tracciato dei confini definitivi, ma perché per la prima volta permette di individuare concretamente dei confini. La separazione fisica è un passaggio inevitabile, un trauma che non si è potuto evitare, per consentire ai due popoli di accreditare una identità nazionale chiaramente autonoma e definitiva, ponendo delle nuove basi per accettarsi come Stati indipendenti, ma non più nemici.


Muri, termini e confini, segni de Dio
viewtopic.php?f=141&t=1919
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » sab mar 12, 2016 8:50 pm

El Gheto de Venesia festexa i 500 ani
https://www.facebook.com/lanuovadivenez ... 2680615696

Nel 1516 il Senato della Serenissima decise di confinare gli ebrei veneziani in un unico quartiere.
Nacque una "perla nascosta" di Venezia che ancora oggi mantiene intatta la sua identità e i suoi gioielli artistici.
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » lun mar 14, 2016 6:26 pm

Il rabbino che vuole dare un Nobel a Venezia
di Vera Mantengoli - 13 marzo 2016

http://www.lavocedinewyork.com/lifestyl ... di-venezia

Fuggito da Tripoli all'età di 10 anni, Scialom Bahbout conserva la memoria storica di una comunità che è stata cruciale nella storia del dialogo tra le religioni. Mentre la città si appresta a celebrare i 500 anni del Ghetto, il rabbino chiede un Nobel per la pace a Venezia

Venezia dovrebbe ricevere il Nobel per la Pace perché è sempre stata il punto di incontro tra culture diverse. A parlare è il Rabbino Capo Rav Scialom Bahbout, originario di Tripoli e, dall’età di 10 anni, residente in Italia.

Scialom Bahbout ha conseguito il titolo di Rabbino a 21 anni, ma prima di svolgere questo incarico a tempo pieno, è stato per 35 anni professore di Fisica alla Facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma. Dopo Bologna, Napoli e Roma, da un anno è alla guida della Comunità ebraica di Venezia, formata da circa 500 persone. Come 500 sono gli anni che il Ghetto di Venezia festeggerà il 29 marzo con una serie di iniziative di cui abbiamo parlato con Rav Scialom Bahbout che ci ha raccontato anche di progetti per la valorizzazione della cucina ebraica e ha lanciato un messaggio di pace per Israele e Palestina.
comunità ebraica di venezia


Che ruolo ha la Comunità ebraica di Venezia oggi?

“Questa comunità è tra le più piccole esistenti, ma è anche quella con il patrimonio storico e culturale tra i più antichi al mondo. Qui si parla di secoli e secoli di storia. Inoltre Venezia ha avuto un ruolo centrale per la stampa. Molte edizioni di libri sacri sono stati stampati qui per la prima volta. Insomma, Venezia è una pietra miliare della storia ebraica”.

Qual è l’origine degli ebrei che vivono nella Comunità ebraica di Venezia?

“I primi ad arrivare sono stati gli ashkenaziti, dalla Germania. Poi, dopo il decreto di Granada del 1492 fatto dai re cattolici di Spagna, sono arrivati gli ebrei dalla penisola iberica, chiamati sefarditi. Poi, nel 1541, giunsero a Venezia gli ebrei espulsi dal Regno di Napoli, quindi dal Mezzogiorno e dalla Puglia. Immaginatevi come doveva essere il Ghetto nel 1516, quando si sono ritrovati a dover convivere ebrei provenienti da luoghi diversi, quindi con una propria cultura. Questo dà l’idea del lungo processo di integrazione che è avvenuto nei secoli e di come oggi a Venezia la Comunità ebraica sia perfettamente integrata”.

Quali progetti ha in mente per il futuro?

“Per quanto riguarda la Comunità ebraica vorremmo, per esempio, valorizzare il settore del cibo perché potrebbe diventare un motore di sviluppo e di innovazione. La Silicon Valley è un posto piccolo, ma da lì provengono grandi idee innovative. Lo stesso potrebbe avvenire a Venezia. Tra le idee c’è quella di puntare sul cibo. A proposito, proprio nel cibo si vede l’integrazione tra ebrei e veneziani. Molti piatti oggi considerati veneziani sono anche israeliani. Un esempio? Le sarde in saor o i bigoi in salsa sono piatti che si ritrovano nella nostra cultura, come anche i dolci con le uvette. Sicuramente le uvette sono un ingrediente importato che da noi è sempre stato di uso quotidiano. C’è anche da dire che la prima forma di certificazione dei cibi viene dagli ebrei. Kosher significa certificazione, autorizzazione. Insomma, c’è una cultura del cibo ebraico che può essere riscoperta”.


Che cosa si aspetta dalle celebrazioni dei 500 anni?

“Le celebrazioni richiamano sempre qualcosa collegato al passato, ma invece vorrei che si pensasse al futuro. Ovvero, conoscere il passato con lo scopo di trasformarlo in qualcosa di attivo per il futuro, in modo da restituire all’intera città quel respiro internazionale che rappresentava e che può ancora rappresentare Venezia in tutto il mondo, non solo per noi ebrei”.

È da qui che nasce l’idea di dare a Venezia il Nobel per la pace?

“Non ho ancora scritto formalmente la proposta, ma lo farò sicuramente. Certo, Venezia per sua stessa natura ha questa missione di unire culture diverse e lo dimostra con la sua storia. In questo periodo si parla di continuo di terrorismo. Venezia è una città che da sempre è predisposta a un incontro tra Oriente e Occidente e potrebbe essere concretamente un simbolo di pace”.
comunità ebraica di venezia


Il Ghetto di Venezia sembra una piccola isola di pace. Come si vive da qui la questione palestinese?

“Seguiamo quello che succede, anche da distanti. La situazione attuale non porta a nulla. Anche mettendo la questione su un piano di vantaggi, c’è qualcosa da guadagnare da questa guerra? A che cos’ha portato l’ultima Intifada dei coltelli? A nulla. La pace è l’unica soluzione e sarebbe anche l’unico vantaggio per tutti, ma bisogna essere in due per farla. A mio parere, se i palestinesi fossero stati e fossero più lungimiranti potrebbero vedere Israele come un grande alleato. Un esempio è quando Israele ha abbandonato le zone agricole di Gaza che erano organizzate e avviate. Invece di continuare a coltivarle sono state distrutte. Per quanto riguarda Israele credo invece che dovrebbe conoscere meglio la cultura araba. Insomma, israeliani e palestinesi potrebbero diventare alleati, creare un mercato comune e questo sarebbe vantaggioso per entrambi. Nessuno ci ha ancora lavorato bene. L’unica volta che un accordo di pace era quasi riuscito, parlo del protocollo dell’autonomia di Gaza e Gerico del 1994 con il primo ministro israeliano Ehud Barak, Yasser Arafat non ha firmato. Questa è comunque la direzione”.

Pensa sia possibile?

“È difficile, ma quello che è difficile non è impossibile. Insomma, non si possono buttare in mare gli ebrei! Io stesso con la mia famiglia sono fuggito dalla Libia nel 1958, a 10 anni, a causa dei conflitti che rendevano impossibile continuare a vivere lì. Siamo scappati da un giorno all’altro, con le chiavi della casa di Tripoli in mano, ma non ci siamo più tornati e io mi ricordo perfettamente la mia casa. L’unica cosa che ci siamo portati via è stato un pianoforte perché mia sorella non poteva stare senza e mia mamma non voleva privarla di questo strumento. Siamo andati a Torino, poi mia sorella ha sposato un veneziano e mi ha preceduto. Racconto questo per dire che ci sono stati anche tanti ebrei costretti ad andarsene, ma in nessun caso si può pensare che eliminare l’altro sia la soluzione”.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » mar mar 15, 2016 12:12 pm

524 ANNI FA INIZIAVA LA DISPERSIONE DEGLI EBREI SEFARDITI E IL CALVARIO DEI MARRANI

https://www.facebook.com/ProgettoDreyfu ... =3&theater



Il 14 marzo del 1492 Isabella I di Castiglia, detta la Cattolica, decretava che gli ebrei e i musulmani avrebbero dovuto accettare la conversione al cattolicesimo pena la cacciata dalla Spagna, che fu poi attuata il 31 dello stesso mese. Molti ebrei fuggirono verso i paesi della costa mediterranea, mentre altri finsero di convertirsi salvo poi osservare la religione ebraica di nascosto. Questi, chiamati "Marrani" (in spagnolo "maiali"), se scoperti venivano messi al rogo, così come i "Moriscos", i musulmani che si comportavano allo stesso modo. False speranze vennero date anche a chi abbracciò realmente la religione cattolica: anche i convertiti più fedeli vennero di fatto discriminati e rinchiusi in quartieri chiamati "Juderias".

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... -ebrei.jpg




Pieno d'inesattezze. Il Decreto di Alhambra fu EMESSO il 31 Marzo 1492, e dovemmo partire entro 120 giorni. INFATTI, si fa cenno persino nel diario di Colombo, in modo MOLTO strano, al fatto che stava partendo "proprio quando gli ebrei, che si apprestano a commemorare la DISTRUZIONE DELLA CASA (in Ebraico si chiama cosí la distruzione del Tempio!), sono costretti a lasciare la Spagna". Tali espusioni non erano né rare né originali, ma qui si parlava di un numero elevatissimo di persone, superiore persino al numero di ebrei MASSACRATI DAI CROCIATI in Europa mentre partivano per Gerusalemme.


Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... brei-1.jpg
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Re: Gheto

Messaggioda Berto » sab mar 19, 2016 9:34 pm

El jeto/geto/getto nol ghe entra par gnente, no ghè entel lesego del mestiero del fonditor sto nome par endegar la fabrega metalurxega, i nomi endoe ke se fonde li se ciama fornaxa, fonderia, fuxina/fucina ma no jeto; ente la fonderia a ghè on spasio endoe ca se mete le forme ke se beve el metalo fuxo cavà dal forno ke lè el scanso o canton o reparto dei jeti ma el posto el se ciama fondaria o fuxina.

No se cata ente gnaon'altra parte del Veneto, de l'ara tałega e de l'Ouropa on posto kel gapie el nome jeto/geto/getto endoe ca ghe fuse stà na fabrega o na ofiçina de fuxion dei metałi.



SOLO QUEO CHE ME XE' CAPITA' SOTO MAN: EL STRADARIO DEL TASSINI NOMA': CURIOSITA' VENEXIANE, OSSIA DENOMINAZIONE DELLE ORIGINI DEI NOMI DELLE STRADE DI VENEZIA".
BONA LETURA ... (de Jijo Xanon)

Ghetto Novissimo (Ponte, Calle del) ai SS. Ermagora e Fortunato. Vedi Ghetto vecchio.

Ghetto Nuovo (Ponte, Calle del) a S. Girolamo. Vedi Ghetto vecchio.

Ghetto Vecchio a S. Geremia. Qui si stendeva anticamente un tratto di terreno, chiamato il getto, o il ghetto, perché, come scrive il Temanza nelle Illustrazioni all’Antica Pianta di Venezia, era la sede delle pubbliche fonderie, ove si gettavano le bombarde, e del magistrato presidente alle stesse.
Tali fonderie esistevano fino dal secolo XIV, leggendosi in una Parte del 29 maggio 1306: “Cum tempore quo diminuta fuerunt salaria, fuisset diminutum salarium Nicolao Aymo qui est officialis ad Ghettum” ecc.

Avevano cessato d’esistere però nei primordii del secolo XV, poiché nel 1458 un Gasparino De Lon, avente l’età di 50 anni, citato come testimonio in una contesa giurisdizionale fra il parroco di S. Geremia, e quello dei SS. Ermagora e Fortunato, dopo aver detto che il luogo “ideo vocabatur el getto quia erant ibi ultra duodecim fornaces, et ibi fundebatur aes”, soggiunse che si ricordava d’aver veduto quelle fonderie nella sua puerizia, e che “erant deputati tres domini ad eundem locum et offitium, prout sunt ad alia ofitia, et erant scribanus et alii qfliciales, et vivebant centum personae quodammodo ex illo offitio”.

Dal documento medesimo si rileva che il ghetto era chiuso tutto all’intorno, e che, per mezzo d’una porticella, e d’un piccolo ponte attraversante il rivo, passavasi ad un terreno vicino, ove solevansi accumulare le macerie delle fornaci.
Anche questo secondo riparto, o per la vicinanza al primo, o perché là pure si fossero in seguito stabilite alcune fonderie (???), si disse il ghetto, ed ebbe l’aggiunta di nuovo affine di contraddistinguerlo dall’altro, che prese il nome di vecchio.
Perciò il Sabellico circa il 1490 così scrisse:... “sublicium... Hieremiae pontem revise, ubi cum trascenderis, ad laevam flectito. Hic subito dextera occurrit aerficina vetus, patrio sermone jactum vocant, locus hodie magna ex parte dirutus. Ex ea insula in campum undique aedficiis clausum ponte trascenditur. Est is undique ut insula circumfluus; recentiorem jactum nominant. Tenuis rivus Hieronjmi aram inde dividit”.
Tanto il Ghetto Vecchio, che il Nuovo si destinarono nel 1516 per abitazione agli Ebrei, ed essendo stata Venezia forse la prima città a voler divisi gli Ebrei dai Cristiani, od almeno trovandosi gli Ebrei più numerosi a Venezia che altrove, il nome Ghetto divenne celebre così da passare a tutti gli altri luoghi di terraferma, e degli altri stati eziandio, ove i figli d’Israello vennero costretti ad abitare insieme.
Ai medesimi poi nel secolo XVII si concesse un terzo riparto prossimo agli altri due, il quale, usandosi già la voce ghetto ad indicare un luogo destinato a soggiorno degli Ebrei, assunse la denominazione di Ghetto Novissimo.
Esposta così la vera etimologia della voce suddetta, che alcuni erroneamente vogliono derivare dal caldeo ghet (gregge) oppure dall’ebraico nghedad, e siriaco nghetto (congregazione, sinagoga) diremo due parole sulle vicende dell’Ebraica nazione in Venezia.
Si conosce dal Gallicciolli che fino dal 1152 aveva stanza fra noi.
Probabilmente da principio abitava alla Giudecca. Nel secolo XIV, abusando dell’usure, venne confinata nella terra di Mestre. In seguito richiamossi, ma con condotta limitata ad un numero determinato d’anni, la quale, mediante l’oro sborsato al Governo, di tempo in tempo rinnovavasi. Gli Ebrei nel 1534 costituirono un’Università, composta di tre nazioni, denominate Levantina, Ponentina, e Tedesca, a cui nel 1722 si preposero gli Inquisitori sopra l’ Università. Anticamente erano soggetti a rigorisissime discipline. Dovevano portare un segnale che li distinguesse dai Cristiani, e questo consisteva ora in una O di tela gialla, ora in una berretta gialla, ora in un cappello coperto di rosso. Sorpreso un Ebreo a giacere con una donna cristiana, se quella fosse stata meretrice, pagava, per legge 19 luglio 1429, cinquecento lire, e rimaneva prigione per sei mesi; se non fosse stata donna di partito, stava in carcere per un anno, e pagava parimenti lire cinquecento. Non potevano gli Ebrei esercitare alcun’arte nobile, eccetto la medicina, e nemmeno alcun’arte manuale. Era ad essi severamente vietato da principio di acquistare case, od altri possessi. Dovevano finalmente, come abbiamo riferito, abitare nel Ghetto, le cui porte venivano chiuse dal tramonto al levare del sole, essendovi guardie e barche armate all’intorno per impedire ogni contravvenzione.

Ghetto Vecchio e Ghetto Nuovo (Ponte di) a S. Girolamo.
Questo Ponte è così denominato perché sta fra il Ghetto Vecchio, ed il Ghetto Nuovo, unendoli insieme.


Xa ghemo fato de li pasi en vanti par profondir la coestion!

Tali fonderie esistevano fino dal secolo XIV, leggendosi in una Parte del 29 maggio 1306: “Cum tempore quo diminuta fuerunt salaria, fuisset diminutum salarium Nicolao Aymo qui est officialis ad Ghettum ” ecc.

???

http://www.etimo.it/?term=fucina
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http://www.etimo.it/?term=officina
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http://www.etimo.it/?term=officio
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http://www.etimo.it/?term=fondere
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http://www.etimo.it/?term=fusione
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http://www.etimo.it/?term=geto
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http://www.etimo.it/?term=getto
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http://www.etimo.it/?term=gettata
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http://www.etimo.it/?term=gettare
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http://www.etimo.it/?term=gettone
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So sta rancura o rancurada o racolta de moti del 1500 a Venesia, al łe voxi geto/getto, gheto/ghetto no ghè na çitasion ke ła sipia referia o referesta o ke ła remande a i “geti/getti” de łe fonderie de fero o de bronxo, gnanca ono de łi docomenti o carte ocià dal Cortelàso ła rewarda el mondo de ła fonderia ... stranio vero, come mai ?

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/604.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 11/605.jpg



Fin’a déso a ghemo catà tri carte co sora scrito tri nomi difarenti:


1) na carta o doc de ‘l 1306 ke ła porta el moto en latin Ghettum
Tali fonderie esistevano fino dal secolo XIV, leggendosi in una Parte del 29 maggio 1306: “Cum tempore quo diminuta fuerunt salaria, fuisset diminutum salarium Nicolao Aymo qui est officialis ad Ghettum” ecc.


2) na carta del 1458 endoe se cta el moto getto en veneto venesian
Avevano cessato d’esistere però nei primordii del secolo XV, poiché nel 1458 un Gasparino De Lon, avente l’età di 50 anni, citato come testimonio in una contesa giurisdizionale fra il parroco di S. Geremia, e quello dei SS. Ermagora e Fortunato, dopo aver detto che il luogo “ideo vocabatur el getto quia erant ibi ultra duodecim fornaces, et ibi fundebatur aes”, soggiunse che si ricordava d’aver veduto quelle fonderie nella sua puerizia, e che “erant deputati tres domini ad eundem locum et offitium, prout sunt ad alia ofitia, et erant scribanus et alii qfliciales, et vivebant centum personae quodammodo ex illo offitio”.


3) na carta de ‘l 1490 ke la porta el moto jactum
so na conta del Sabellico:
(1490) ' Est is undique insula circumfluus, recentiorem jactum nominant' ...

4) pi tardi łe carte łe porta ła nomansa ghetto/gheto ke me par el se stabiłixe e ke no vegna doprà altri moti difarenti.
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