Angoane/anguane, salbanei e strie

Angoane/anguane, salbanei e strie

Messaggioda Berto » gio dic 05, 2013 8:25 am

Angoane/anguane, salbanei e strie
viewtopic.php?f=44&t=49

Cfr. co:

gałexe angaws
bretone ankou
area ladina aquana
guascone guitana


Fate, Moire, Parke, Norne, Matronae, Angoane
Pora Reitia Sainatei Vebelei
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... dtd1U/edit
Immagine

Reitia, porai, sainatei, vebelei
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... lQMEU/edit
Immagine
Egetora Pora Reitia Sainatei Vebelei e Nerka ???
viewforum.php?f=164

La Baketa majega de Reitia, dita anca Ciave de Reitia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 8xdHc/edit
Immagine
Sa xeło sto angagno dito “ciave de Reitia”?
viewtopic.php?f=171&t=911
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Re: Angoane

Messaggioda Berto » dom gen 12, 2014 6:46 pm

El pristorego Santoario veneto de Lagołe de Calalso col so lagheto de łe angoane
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... k0MDg/edit

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... Lagole.jpg

Egetora Pora Reitia Sainatei Vebelei e Nerka ???
viewforum.php?f=164
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Re: Angoane

Messaggioda Sixara » dom gen 12, 2014 9:24 pm

ANGOANE :D

A ghe xe anca le Dòne Selvareghe e le vien ciamà anca Anguane, Angane, Agnis, Fane, Vivane.. dipende da le xone; cueste no ' i è bòne come le Dive, o mejo a volte i è bone a volte i è cative, ma soradetuto no le se marida mai on Salvarego ma le se zerne on òmo.
" Il nome Anguana può derivare dal latino popolare 'aquana', con il significato di ninfa d'acqua ( Prati); oppure da 'anguis' - serpente-, la forma sotto la quale, spesso si nasconde . ' Lis Aganis stan simpri donje l'aghe, si bagnavin tal riuc', tal clar di lune, simpri ta l'aghe. Se un lis viot ' i fasin bocjatis, e ridin' ( N. Cantarutti, Credenze soprannaturali in Friuli, UD, 1950). Le Angoane sono belle e buone per alcuni giorni, durante i quali abitano 'il bus da li anguani' e scendono a lavare i panni nel torrente Colvera e li distendono sul greto. Altre volte sono bisce d'acqua : un uomo era caduto nell'acqua dove c'era una anguana, questa lo ha salvato e portato fra di loro. L'uomo fu poi curato dall' Anguana e si innamorò di lei; allora l'Anguana lo trasportò, nel sonno fuori della grotta e lo abbandonò al suo destino. ( Cantarutti, cit.)
Le leggende germaniche narrano la loro bellezza di ninfe d'acqua rese ancora più belle da una cintura magica. La tradizione le presenta con un viso splendente ma dotate di lunghe mammelle che gettavano dietro le spalle per allattare i piccoli che portavano in una cesta, attaccata al dorso.
R.Battaglia in un suo saggio sulle divinità paleovenete afferma che queste credenza " che si perdono in un passato molto lontano possono fornire un indizio sulla diffusione che ebbe il culto delle acque nei tempi preistorici e protostorici". A Lagòle di Calalzo fu scoperto un importante santuario situato su un rilievo roccioso (...) più in basso si stendono dei laghetti di acque sulfuree-ferruginose e si scorgono caverne che la tradizione
indica come rifugio delle Lagane ( Angoane).
(...) Nel Veneto gli episodi con protagoniste le Anguane si raccontavano fino agli anni venti e si indicano ancora adesso grotte e covoli dove hanno abitato : a Quinzano ( VR) le Sengie de le Anguane, a Lugo le Grotte delle Anguane, in Val Brutta a Crosara ( VI) esiste el Pieron de le Angoane, in val Canale ( Pasubio) si vede el Buxo de le Angoane, a Crespano del Grappa si incontra la Caverna dele Femene. (...) sul lago di Garda ( Lazise e Pacengo) le Angoane vivono fra i canneti delle rive e cantano e danzano al chiaro di luna. I diavoli le insidiavano ma non riuscivano a prenderle senza l'aiuto dell'uomo.
In Veneto esiste la credenza che alcune Fate ( in genere tutto il popolo fatato) coltivano il desiderio di possedere bambini di razza umana. Infatti scambiano i loro figli, di solito brutti e deformi, con un bimbo bello degli uomini (...) talvolta il piccolo scambiato rimane per anni fra i fatati e viene scambiato soltanto quando avrà imparato le arti magiche. Sarà infatti mago o indovino e sarà chiamato col nome di Sostituto.
Coltro, cit. pp.56-59
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Re: Angoane : Creature d acoa

Messaggioda Sixara » dom gen 12, 2014 9:27 pm

Altre creature d'acqua

Le Mianines vivono nei torrenti di montagna che scendono dalla Marmolada; si nutrono di rugiada e miele, vengono a riva nei giorni di pioggia, vestono di candore e camminano sulle acque tenendosi per mano; nelle notti di luna piena attirano i viandanti e li trascinano con loro sotto le acque. E' ciò che accade nel lago di Subiòlo poco lontano da Valstagna. Sopra l'emissario vi è un ponticello e se qualcuno lo attraversa di notte sente continui zufolii, appunto dei subiòi. Si dice che siano prodotti dalle Fate e il falegname Marco Marcolini lo può ben testimoniare se, in una notte di luna piena, tornando da moroxa quando fu sul ponticello, si sentì chiamare : creature di luce uscivano dall'acqua e lo invitavano a scendere con loro. (...) secondo la mitologia nordica le fate delle acque - le Ondine - sono le 9 figlie del dio del mare Algir e di Ran, sorella e sposa del dio; da noi abitano i laghetti di montagna, timide e belle, nutrono ( anca lore!) il desiderio di sposare un mortale. I riflessi del lago di Carezza sono dovuti all'amore di una Ondina per l'arcobaleno che pregò insistentemente di scendere fino a lei. L'arcansielo esaudì il desiderio dell'ondina che lo accolse e lo trattenne sciogliendo i suoi colori nell'acqua. Anche nel lago di Caldaro vivono le ondine che escono di tanto in tanto a offrire doni ai passanti notturni.
Anche le Pelne sono ondine, trasformate in verdi colombe da un incantesimo. Sono timide, fuggono la presenza dell'uomo, ma non possono allontanarsi dall'acqua; solo se raggiunte in volo si trasformano in donne con cui scambiare qualche parola. Hanno una voce melodiosa e possiedono un canto fatale , che le spinge a calarsi nei laghetti dolomitici e a sciogliersi nell'acqua senza più tornare colombe o donne.

Altre creature :
le Fade come le anguane vengono considerate a volte buone a volte cattive, possono trasformarsi in animali a loro piacimento, purtroppo coltivano l'insana abitudine di mangiare carne umana ... qualche volta si sposano con gli uomini, ma a causa delle loro abitudini i matrimoni non finiscono mai bene. C'è chi ritiene che le Fade siano delle Strie, oppure spiriti di donne morte di parto. (...) nonostante queste abitudini, sono vestite di bianco ( nella valle del Brenta sono dette Fade Bianche)...i loro rifugi sono le grotte e si occupano abitualmente di lavare e stendere biancheria, le loro lenzuola si possono scorgere stese da una parte all'altra della Valbrenta, sulle cime della Valsugana, sui Colli Euganei fra Arquà e Baron. (...) I montanari furono istruiti dalle Fade nella tecnica di lavorazione del latte burro e formaggi; le fade facevano parlare gli animali ma rovinavano i vestiti appesi dalle donne; rubavano riso farina e polli...
le Fanciulle delle nevi le Bèle Putèle appartengono anch'esse alla tribù delle Fade, amano il freddo e le temperature rigide, abitano le cime e scendono in basso per aiutare i greggi e le mandrie che salgono agli alpeggi. Avvisano pastori e mandriani delle tempeste e il loro compito è di tutelare i ghiacciai e i nevai delle montagne. Sono governate da una regina delle Nevi che vive sulla cima dell'Antelao sulle dolomiti ampezzane, chiamata Samblana o Sambiana.
Anche le Diale appartengono alla famiglia delle Fade ma queste hanno i piedi caprini ( come certe anguane). ( ...) hanno il potere ditrasmettere con il loro sguardo luminoso sentimenti impossibili da esprimere, salvano i viandanti dispersi sui monti... aiutavano i montanari nei lavori, specie durante la fienagione, ... amano gli animali e sullo Stelvio i cacciatori deponevano su di un mucchio di pietre della selvaggina per propiziarsi il 'permesso' delle Diale. Nell'Alto -Tirolo vivono le loro cugine le Selighen Fraulein.
Simili alle Fade sono le Genti Beate - Sealagen Lute ( in ted. Seligen Leute) che vivono nell'area cimbra; queste sono sempre giulive e contente, stendono i loro bucati attraverso le valli Fraselle e Revolto, dalla Grol al Campostrini, lanciando grida acute per smarrire gli uccelli che vanno a sporcare il loro bucato.
Infine le Krivòpete/Crivapete che vivono in Friuli e assomigliano più alle Vampire che alle Anguane in quanto queste succhiano il sangue ( solo alle donne però perchè degli uomini hanno paura), hanno anch'esse la caratterisitca conformazione del piede da capra, temono gli uomini e allora le donne di casa che rimanevano sole in casa dopo l'Angelus esponevano un paio di braghe davanti alla porta e così le Crivopete non potevano entrare.

D. Coltro, Gnomi, anguane e basilischi, Cierre ed. VR, 2006
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Re: Angoane e salbanei

Messaggioda Berto » lun mar 24, 2014 8:29 pm

Da:
viewtopic.php?f=28&t=720

Fernando Bandini, Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994

Sta lingua
Sta lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.

Me nona
la ga imparà sta lingua da le anguane
che vien zo da le grote
co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.

Me nona
se ga levà na note co le anguane
par vegnere in sità.
Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.

La domandava el nome de na strada,
scoltando na sirena
la xe rivà in filanda.
«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…

Sta lingua
la so ma no la parlo,
la xe lingua de morti.


No volevo
No volevo scapare,
no volevo molarte,
mondo de corse, mondo
de viole e de pan-cuco.

Magnavo questo e quele:
dolsi le viole, l’altro
un pocheto pì agrin.

Me resta in boca i giorni:
un sole che se insogna de aquiloni,
un vento che fa festa
soto le còtole de le putele.

E l’anema la resta
incateià a la rete de la corte
co la roèia de le campanele.
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Re: Angoane/anguane e salbanei

Messaggioda Berto » lun mar 24, 2014 9:25 pm

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Re: Angoane/anguane e salbanei: L angoàna-màma

Messaggioda Sixara » gio ago 14, 2014 9:18 am

La mama-angoàna

Na olta on paron el se ga maridà la so serveta. La jèra n angoàna ma lù nol lo savea mìa. Prima de maridarse, ela la ghe dixe :
Te ghè da farme la promesa de no' tocarme mai col roèso de la man - e lù ghe risponde : Se l è solo ke pa sta roba cuà... ma nol ghe domanda altro.
El matrimonio l andava bèn e ghe jèra nati do bei putìni.
On bel dì, el marìo el torna indrìo presto dal laoro el l cata so-mojère ke la gramolava el pan, e la jera tuta on suore. L òmo el ghè ndà darente e l ga sugà el vixo col roèso de la man.
La dòna l è sparìa. E l òmo lè restà da lù solo co i do putìni.
Però, co l tornava caxa a la sìra el li catava tuti bèi néti e contenti.
Ke bravi ke i xe i me putìni - el pensava fra lù e lù - so-mama la i gà tirà su propio bèn. E nol ghe faxea tanto caxo a ste robe cuà... podopo a ghè vegnù el dubio:
Ma ki xe ke ve dà da magnare? - el ghe domanda.
La mama - i ghe risponde.
E lù el ghe pensa sora... el vorìa savere come ke le xe ste robe ma anca el ga paura de saverle tute... finke el se decide e l ghe torna a domandare :
Ma indoè ke la se sconde la mama?
Soto na pièra - i ghe dixe i putìni.
El jèra curioxo de savere, de vedare e cusì, on bel dì el torna caxa de sconton; el verze la porta de paca e l vede on serpente, na bìsa, ke la sercava de scapar zo pal buxo del seciàro.
Subito l à ciapà on legno e l la ga copà. Come ca se fa te sti caxi cuà, co le bìse, co le ponteghe..
Da kel dì, co l tornava caxa el catava senpre pì na dexolatsion : i fiòli onti, famà e la caxa pièna de polvare.

Fonte: R.MECENERO,Crespadoro, Vicenza,1979.
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Re: Angoane/anguane e salbanei

Messaggioda Berto » mer ago 27, 2014 7:51 pm

Da: Le origini delle lingue d’europa, del glottologo Mario Alinei:

Immagine


Le Aquane e i Silvani ladini (non solo ladini)

pp 914-915-916-917

6. Evoluzione ideologica

Il mito ladino delle Aquane e dei Silvani, uno dei più autentici e poetici della mitologia popolare europea, anche per lo stupendo e maestoso ambiente naturale in cui emerge, contrappone Aquane come donne delle acque e Silvani come uomini delle selve, ma allo stesso tempo li unisce come mariti e mogli, abitanti della stessa terra e partecipi delle stesse vicende.

Nella sua prima valenza, che è quella letterale e certamente anche la più antica, il mito delle Aquane e dei Silvani è quindi il mito della prima specializzazione del lavoro come essa si è evoluta nel Mesolitico: donne raccoglitrici, vicine alle acque dove meglio e più fitte crescono le piante, e dove meglio possono accudire alle loro altre mansioni fondamentali (cura dei bambini e del corpo, manutenzione delle prime suppellettili, provviste d'acqua, cottura); e uomini cacciatori, nel fitto dei boschi.

Il mito, tuttavia, per essere tale, dovette nascere dopo che questa prima specializzazione del lavoro aveva cessato di essere attuale, quindi quando essa venne messa in crisi dalle rivoluzionarie trasformazioni neolitiche.

Per la sua severità, l'ambiente alpino (come del resto quello marittimo), da un lato aveva contribuito a rendere i suoi abitanti più attenti a distinguere l'autentico dal falso, dall'altro a conservare intatti i valori ideologici della caccia e raccolta così come questi erano stati incarnati dai gruppi mesolitici, che continuavano quasi immutate le tradizioni di caccia e raccolta del Paleolitico, ed erano stati i primi ad avventurarsi in montagna dopo lo scioglimento dei ghiacci.

Questa riflessione ci permette, anzitutto, di identificare A q u a n e e S i l v a n i ladini come i primi abitanti delle Alpi, di epoca mesolitica, e in secondo luogo di datare la formazione del mito all'epoca dell'arrivo del Neolitico, che nelle Alpi ebbe luogo nel Calcolitico, circa 3000 a.C.

La datazione, inaspettatamente precisa, non solo porta il mito abbastanza vicino a noi (cinquemila anni per un mito non è molto), ma permette anche di meglio comprenderne la successiva evoluzione, che si realizza nelle fiabe e nelle leggende, oltre che in tutta una serie di sviluppi semantici.

Rinviando, per i dettagli, alle mie ricerche [Alinei 1984c; 1985a] e soprattutto a quelle delle nuove generazioni di studiosi [v. per es. Kindl 1983; 1986], l'evoluzione del mito delle Aquane e dei Silvani si lascia schematizzare in questo modo:

A) per quanto riguarda la semantica, in alcune aree dialettali il termine aquana appare nel significato di «strega» o di «fata», che sono tipiche evoluzioni e specializzazioni, sia nel bene che nel male, che gli esseri magico-religiosi (neutri o ambivalenti nelle ere precedenti) subiscono nel corso delle età dei Metalli, e soprattutto nel Bronzo/Ferro.
Lo stesso, e ancora più nettamente, si può dire per Silvanus, che lungo tutto l'arco alpino appare trasformato in un «folletto» o nell'«incubo notturno».

B) Per quanto riguarda la fiabistica, le principali fasi elaborative del mito che si lasciano identificare sono essenzialmente quattro, di cui la terza in due diverse ed opposte varianti:

1) La prima fase, come già detto, mostra le Aquane come «raccoglitrici», mentre i Silvani sono «cacciatori», accompagnati da un cane: è la fase mesolitica, durante la quale cacciatori e raccoglitrici si insediano per la prima volta nelle alte vallate alpine, dove vivono il «passaggio» dalla caccia a raccolta all'agricoltura.

2) Nella seconda fase, le Aquane sono descritte come esperte «coltivatrici» (Reitia nel disco di Auronzo che innaffia l'orto officinale dove si trovano le erbe medicinali e magiche) , che conoscono tutti i segreti dell'agricoltura.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ngoana.jpg

Analogamente, i Silvani diventano «pastori», sempre accompagnati da un cane.
È la fase mesolitica, durante la quale, probabilmente, nacque il mito stesso, per essere successivamente rielaborato in chiave neolitica. Le due fasi, infatti, spesso si sovrappongono, tanto che perfino nei testi latini Silvanus appare ancora sia come dio mesolitico dei boschi e della caccia che come dio neolitico dei pascoli e dei pastori.

La documentazione archeologica (iscrizioni votive, altari), che risale all'epoca romana, registra – come era da attendersi – solo la fase dominante, del culto dei pastori.

3a) In una prima variante – di segno maschile – della terza fase, l'ideologia neolitica subisce una profonda trasformazione in chiave patriarcale. Questa trasformazione traspare per esempio nella tradizione orale ampezzana, dove le Aquane appaiono trasformate in «serve» di un dio Silvano, solare e unico, ciò che appunto deve riflettere le trasformazioni socioeconomiche in senso patriarcale del Calcolitico. La stessa trasformazione è provata dalla documentazione latina, che ci mostra come nel pantheon latino, accanto a Silvanus – uno degli di indigetes – appaiano marginalmente anche delle Silvanae, compagne di Silvanus e a lui assimilate, mentre non vi è alcuna traccia di Aquana. In altri termini, abbiamo una forma di assimilazione e di «censura» in chiave patriarcale.

3b) Nella variante di segno femminile della terza fase – che non appare affatto in Latino mentre è documentata dai dialetti e dagli etnotesti – raramente appare una Silvana, mentre appaiono spesso degli Aquani (Aivani, Vivani di Val di Fassa e Livinallongo).

Ciò dimostra il maggiore ruolo della «matrifocalità» nella realtà vissuta dal basso delle società ladine, rispetto alla letteratura latina, riflesso di uno stadio patriarcale vissuto dal ceto dominante.

Se è ovvio che la leggenda dell'aiuto magico delle Aquane (Vivane) nella battaglia dei Fassani e Fodom contro i Trevisani non può nascere da un contesto storico – entro il quale l'aiuto militare di un gruppo femminile sarebbe del tutto impensabile – occorre concludere che esso – come il mito delle Amazzoni – nasce da realtà sociali preistoriche di segno matrifocale.

4) La quarta ed ultima fase è quella testimoniata dalla trasformazione semantica di Aquane e di Silvani, rispettivamente, in «folletti» e «incubi», «fate» e «streghe», tipica del Bronzo/Ferro. Che poi l'evoluzione di questo sistema mitologico abbia avuto luogo a partire dalla fine del Neolitico – e non abbia niente a che fare con la romanizzazione – è anche indicato dalla sua differenziazione geografica: Val Gardena e Val Badia mostrano ancora un rapporto paritetico fra Aquane e Silvani; Val di Fassa e di Livinallongo mostrano forme di resistenza all'invadenza patriarcale; la grande conca ampezzana mostra l'asservimento delle Aquane all'ideologia patriarcale.

Se la romanizzazione fosse la causa di queste trasformazioni, esse sarebbero mescolate. Più importante, non si vede come la romanizzazione avrebbe potuto creare – valle per valle – dei rapporti variabili con Aquane, che la tradizione romana neanche conosceva. L'unica alternativa è che il mito delle Aquane e dei Silvani sia nato unitario nella Ladinia dolomitica di epoca tardo-mesolitica, alcuni millenni prima della fondazione di Roma, e che le sue trasformazioni siano avvenute, valle per valle, in tempo reale.
La La "romanizzazione" le ha trovate in loco, e ce le ha tramandate (xe come dir ke le gà seità a existare ne li secoli traversando anca li ani diti romani).


Cfr. co:

Euganei/ Eugani/ Ougagni/Ogagni
viewtopic.php?f=134&t=515
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Re: Angoane/anguane e salbanei : El Pexarol

Messaggioda Sixara » gio ago 28, 2014 3:26 pm

El Pexarol
Na olta i pastori i dormiva te le bàite, desora de le cùce, on lèto fato de pài piantà n tèra e tòle inciodà te na coalke maniera, co n stramàso de foje pardesora. I se coerzeva co de le pèle o de le stràse, se i ghea fredo.
De nòte, ogni tanto, a ndava catàrli on omìn picinìn; el se ranpegava desora la cucia e l se sentava propio so l stomego de l òmo indormesà ke nol jèra pì bòn da respirare. El jèra El Pexarol, on foleto col baretìn roso, ke l vegnea col scuro cofà n incubo.
Pa pararlo via bixognava xvejarse e dàrghene, ma no jèra mìa fàsie parké la sensasion de stofegarse ca te dava el Pexarol la pexava sol sòno e te parea de cascare zo, senpre pì zo, de ndare a fundi tel scuro pì scuro. A te vegnea l afàno e lù, el Pexarol ke l se la ridea, devegnendo lù, cusì picinìn,senpre pì pexo, ma péxo...
Na nòte, on pastore el ghea provà stare xvejo, ma el jera cusì stràco, e le piègore intorno de lù ke le dormiva le ghe faxea on senso de solitudine, invese de farghe conpagnia, là te la Vàle indoe ke l cèlo el pare cascare co tute le stéle drento tei fòsi pièni de acoa. A ghe parea scoaxi ke l greje, fermo soto la luxe de la luna, el faxese parte de la tèra cofà i àlbori e le càne.
E lù, fermo anca lù, ke l spetava.
Ma là 'torno mexanote, te sè, a ghe vièn on bèro de sòno ma subito ke l se gà inskrimìo : el ghea visto el baretìn roso de cao de la cucia. Elora el spèta - fermo imobile - ke l Pexarol el se rànpega longo de i pali e col lo ga vù a tiro el ga molà na xlèpa cusì forte, ma cusìta forte ke l lo ga robaltà de cao de la cucia.
Dopo, col se gà ciapà on fià da l spauràso el ghea provà sercarlo, co le man ca ghe tremava, fra n mèxo a le coèrte... ma gnente. El scoltava anca co la récia se l sentiva calcòsa ... ma gnente.
Gnente. No l ga pì visto né sentio gnente.
A parea ke l Scuro de la nòte el se lo ghése magnà, El Pexarol.

Fonte: D.COLTRO, Padroni, bestie e cristiani,Vittorio Veneto,1981.
( trad.mia)
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Re: Angoane/anguane e salbanei: L angoàna e la late

Messaggioda Sixara » ven set 26, 2014 12:00 pm

L angoàna e la late
Gnente me gavì dà, gnente ve go domandà
On tale ca se ciamava Fuxareti dei Langari el volea maridarse parké el ghea bixogno de na dòna n caxa e po', n òmo ke nol se marida el deventa vècio prima del tenpo.
E cusì el vede sta toxa foresta ke la se ciamava Puì-Puà. I se ghea conosesti la prima volta te uno dei paexeti de la vàle; la serviva te n ostarìa ke lù el se fermava senpre co l andava n volta. El so mestière el jèra caretiere de monte o de vàle e tuti I lo conoséa pal so cavàlo bianco.
E insoma el se marìda co sta toxata ma nol lo savea mìna ke la jèra n angoàna : somàma la staxea te la Caverna de le Guandane, pa la via de Campodalberto.
Na sìra col tornava ndrio da Crespadoro, el pàsa pardavanti de la Caverna e l sente na oxe :
Carrettiere dal bel cavallo bianco, dite a Puì-Puà che sua madre sta per morire!.
Co l è rivà caxa soa subito ke l ghe lo conta a so-mujère, ma ela no la dixe gnente e la finìse de spareciare. Podopo la se mete drìo a la late, come el so solito, ke le angoàne - se sà - i è stà lore a insegnarghe ai òmeni a laorare la late pa fare el formàjo e l bùro.
Ma de bòta la se ferma e la varda el siero:
Cueo mejo l è restà drento te le sfése! - la dixe.
La se tira sù, la fà trè jri tornovia de la tòla dixendo
Niente mi avete dato, niente vi ho domandato, ma sarete colpito dalla sfortuna.
E la sparìse.
Da kel dì là, la fameja dei Fuxareti l è stà perseguità da la sfortuna.

Fonte: R.MECENERO,Crespadoro, Vicenza, 1979
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