Vin - el vin (no lè na envension de i romani)

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Messaggioda Berto » dom dic 01, 2013 7:32 am

Vin - el vin (no lè na envension de i romani)
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El vin ente ła tera veneta

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... tUUGM/edit

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El vin

Messaggioda Berto » dom dic 29, 2013 2:37 pm

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El vin

Messaggioda Sixara » gio gen 02, 2014 9:01 pm

El vìn l è interesante cofà alimento : se capìse , vardando indrio a la cultura del vìn, ke l è una dee prime trasformazion ke l òmo el fa so na pianta. Uno de i primi interventi de l èsere umano ca pensa :
" Senza dunque sapere quando la vite cominciò a essere addomesticata e il vino a essere fatto fermentare, l'una in quanto pianta coltivata e l'altro in quanto manufatto lasciano intravedere in filigrana l'azione del pensiero umano e dunque il possesso di conoscenze e l'elaborazione di tecniche, un sapere che manipola la natura per renderlo fruibile, per quanto talora con conseguenze nefaste." ( P.Scarpi,Il senso del cibo,Palermo, Sellerio, 2005).
Conseguenze nefaste..
la Bibia xe pièna de epixodi indoe ke l vìn el gà conseguenze nefaste, ma anca tuta la mitoloja greca no la skerza, sibèn ke , secondo la storiografia, el vìn l è on prodoto de la civiltà greca ( nò romana ke i romani i lo ciàpa par naltro verso el vìn, i lo intende n maniera difarente da i greci, almanco a scumizio, co la Grecia la ghe consegna " lo splendore e la gloria del culto di Dioniso" e lori i dixe- nò grazie ke no semo bòni de jestirlo).
Parké l vìn, a pensarghe bèn, nol xe on alimento; te pòi fare benon senza, l è mìa el pàn.. elora da senpre, fin dal scumizio l è calcosa de superfluo. Ma el superfluo el deventa necesario co te vè dentro n certe aree ke no le xe nò cuee de la vita normale, de tutaldì.
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Re: El vin (no lè na envension de li romani)

Messaggioda Sixara » ven gen 17, 2014 5:04 pm

Nò, no' lè na invension de li romani.. diria propio de nò.

Paolo Scarpi tel capitolo Civiltà del vino e spazio mitico-rituale nel mondo antico el lo definise on marcatore culturale ke sibèn l sia prexente da l scumizio de la storia umana "... nessuna delle civiltà ... ha prodotto una mitologia 'enoica' comparabile a quella dell'antica Grecia ." Te na cultura ke la fa uxo del vìn - el prodoto 'pensà' pitosto ke l ùa stesa - el vìn deventa " un oggetto trasfigurato, efficace per le sue 'proteine' simboliche che sono attive su di un corpo non meno simbolico, quale è quello della cultura e della società."

L è stà la cultura greca dognimodo a " codificare questa rete simbolica in una grammatica e una sintassi mitologica e rituale, successivamente consegnate alla civiltà latina e cristiana."
Col vìn bixogna saverghe fare : " ... perché era il dono di un dio ambiguo in grado di viaggiare fra i territori in cui l'immaginario mitologico aveva suddiviso il mondo... Dioniso e il vino potevano rivelarsi un pericolo e, se non tenuti sotto il dovuto controllo potevano aprire un varco verso gli spazi della non-cultura."

Da indove pasavelo el limite, el confìn fra i òmeni ( i unici ca podea definirse tali : i greci) e i barbari selvadeghi de le altre tère?
"Se il vino era stato il dono migliore che gli dei avessero potuto fare agli uomini, bisognava comunque berne con misura, anche nei simposi. la prima bevuta doveva essere in onore delle Cariti, delle Ore e del fremente Dioniso; la seconda in onore di Afrodite ed ancora di Dioniso ma non ci si doveva avventurare a scolare la terza coppa, perché il brindisi sarebbe stato in onore di Hybris, la dismisura e di Ate, l' accecamento della mente. E' solo con misura che ci si può accostare alla 'dolce bevanda', così da poter poi ritornare a casa, accanto alla propria sposa, ma superare la misura e bere una terza razione del vino dolce come il miele, acceca l'intelletto, scatena l'ira nel petto e alla fine rovina la festa. ( Ateneo, II,36d)".

Elora una vabèn, do anca.. ma la terza nò. Però el vìn se pòe anca smisiarlo co l miele, co l acoa ( de mare).. i barbari Sciti inveze i lo bevea puro e difati dire 'bere il vino alla moda scita', voleva dire : inbriagarse cofà i sciti.
Aristotele el dixe ke pa bevare el vìn senza dàno bixogna magnare del cavolo e difati i Sibariti i magnava prima cavolo e dopo i ghe bevea sù finké i volea, anca i ejziani i faxea cusì e se dixe, ke basta somenare cavoli soto a la végna pa sbasarghe el grado al vìn.
Ma se ncora nol bastava : " a chiusura del banchetto e prima di dare avvio al simposio, si levava un brindisi in onore di Zeus Sotér ( Salvatore), cominciando con un vino vecchio segnato dalla fioretta. Non era un caso che il brindisi fosse levato in onore di Zeus Salvatore, il garante dell'ordine cosmico, perché il dono di Dioniso, il vino, portava sempre con sè il rischio della regressione nella barbarie e della follia che si poteva scatenare improvvisa e colpire gli uomini, riconducendoli al livello delle bestie, nel tempo pre-cosmico del prima mitico, quando essi non erano ancora uomini."

Elora in Atene i faxea le Antesterie dedicà a Dioniso, na spece de Carnevale e la jèra l ocaxion pa bevare el vìn nòvo. La durava tre dì : el primo el jèra dito Pithoigia " perché sturavano le botti, pithoi, con il vino nuovo".
I ghe portava sti asaji de vìn-nòvo, inmisià co la acoa, al santoario de Dioniso e i ghe vegnea oferti al dio e dopo tuti i podea bevarghene, parké el vìn dopo l oferta el jèra de-sacralizzato e se podea finalmente bevarlo, sibèn ke l restava pur senpre on pharmakon ( medicina ma anca veleno)
El dì dopo, dito Choes, i 'boccali' se faxea na gara a ki ke bevea pì n prèsia el so bocale de vìn. El premio el jèra on 'otre' de vìn. A la sìra i faxea on banchetto e tuti i se portava drio la so roba da magnare e da bevare e l ospite el ghe metea solo ke le ghirlande de fiori, i profumi e i dessert. La jèra na roba stranba parké i parlava mìa fra de lori: i stava tuti sìti a magnare e bevare n conpagnia ma n silenzio.
El terzo jorno, Chytrai le Marmitte o le Pentole, a ghe jèra l oferta de na zuppa de verdure, na minestra còta te le marmite o pegnate, Chytrai a punto. L oferta la se faxea a Ermete Infernale par placare i Morti. El jèra el magnare de i Morti e nisùn, dei vivi, podea magnarghene.
I spiriti de i morti, kel dì là, i caminava pa la cità liberamente, finké verso sìra a se sentiva on sìgo : Kere, defunti, andatevene, le Antesterie sono finite!.

Kere.. morti ndè via, parpiasere, ke le Antesterie iè finie.. ( e anca el vìn xe finìo.. :D )
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Re: El vin (no lè na envension de li romani)

Messaggioda Berto » lun gen 20, 2014 10:03 pm

Ensaketà, ciuco, enpionbà, enbriago, coto, kirolin, fato

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Re: El vin (no lè na envension de łi romani)

Messaggioda Berto » mar dic 09, 2014 4:09 pm

Bevande, fermenti, vini ed ebbrezze.

http://www.ied-svt.it/sussidi-lezioni-2 ... d-ebbrezze

Charles Baudelaire, ne I Paradisi Artificiali, definisce il vino:
“questa voce dello spirito che non è intesa se non dagli spiriti”.

Preambolo.
Ma, più in generale, che cosa sono le bevande?
Sono liquidi nutritivi che si bevono soprattutto per dissetarsi e spesso per piacere.
Gli animali non bevono che l’acqua, a parte i mammiferi, uomini compresi, che da cuccioli bevono anche il latte per potersi nutrire.

Analisi sensoriale del vino

L’acqua è una bevanda di origine minerale.
Il latte e le bevande lattee, miele compreso, con cui si prepara l’idromele, sono di origine animale. Anche il sangue animale è una bevanda soprattutto mescolato al latte o ad altre bevande. L’idromele, invece, è probabilmente la bevanda fermentata più antica e senz’altro quella che fu più popolare. Lo si trova ovunque ci siano delle api, dall’Egitto alla Scandinavia.
Tutte le altre bevande sono di origine vegetale.
Sono preparate a partire dalla frutta, dai grani, cereali in particolare, dalle foglie, dalle scorze, dalle radici, dalle infiorescenze delle diverse specie di piante. I procedimenti per arrivare a produrre queste bevande sono diversi, per pressione, centrifugazione, infusione, macerazione, fermentazione, distillazione, percolazione, eccetera.

L’acqua è la bevanda più diffusa, non apporta nessun elemento nutritivo e nessun elemento energetico.
Qualche volta, come nelle acqua così dette minerali, contiene dei sali.
Tutte le altre bevande possono apportare delle calorie sotto forma soprattutto di zuccheri e di alcol, delle proteine e delle materie grasse.

Tra le bevande sono annoverati anche i liquidi alimentari, come gli oli, gli aceti, i brodi, le zuppe liquide e i potage.
Certe bevande, di contro, sono così ricche di componenti nutritive che sono a cavallo tra una bevanda e un alimento, per esempio, le cioccolate o il kéfir.
Ci sono poi bevande al limite delle medicine, come le infusioni.

In genere le bevande si assumono nei bicchieri, nelle tazze, o in altri recipienti che possono contenerle, e si consumano da sole, durante i pasti, prima di essi o dopo.
Per molte bevande è importante la temperatura di servizio che può essere calda, a temperatura ambiente o refrigerata.

Oggi, nei laboratori di fisiologia applicata, sia per fini scientifici che commerciali, e studiata sia la risposta fisiologica, metabolica e ormonale nell’assunzione di liquidi, che le risposte psicosensoriali che possono influenzare l’assunzione volontaria.

*********
Prima d’iniziare a parlare del vino, dell’alcool e della degustazione delle bevande, un avvertimento che potete anche ignorare, ma non potete non conoscere.

L’alcool ingerito, salvo in rarissimi casi, fa sempre male. In nessuna sua forma gli altri componenti che con lui, in genere, formano una bevanda, possono giustificare la sua ingestione.

Il consumo di vino, soprattutto se è elevato, vale a dire più di qualche bicchiere a pasto, provoca effetti tossici, in particolare per il fegato.
L’alcool etilico, inoltre, è cancerogeno per diversi organi e tossico per l’embrione.

Chi afferma il contrario mente e chi mente in genere lo fa per due motivi, per tornaconto o per ignoranza.
Non dimenticatevi che il vino è una delle voci dell’agro-alimentare tra le più consistenti.
Non solo è quella che genera più reddito, ma è anche quella che più facilmente contribuisce a modellare gli “stili di vita” delle élite. Dunque, la loro emulazione, con il conseguente risvolto economico, politico e sociale.
Questa nota, più in generale, vale per tutte le sostanze che alterano il NSC.

Con questo, naturalmente, non voglio condannarvi ad essere astemi, anche perché questa parola merita una spiegazione.
Questa espressione fu utilizzata all’origine dalla chiesa, si applicava ai preti che un’avversione per il vino impediva loro di farne uso durante la celebrazione della messa.
Per questo erano dispensati dal berlo. La decisione fu approvata dai calvinisti, ma mandò su tutte le furie i luterani che considerarono questa dispensa un sacrilegio. Non a caso Lutero era un gran bevitore di birra e Calvino un asceta.
La parola, poi, divenne di uso generale nel XVIII secolo.
Dal punto di vista etimologico l’astemio è colui che si priva del temetum.
Il temetum come il merum erano nella Roma antica i vini puri usati per le libagioni sacre, capaci
Di provocare il furor, vale a dire la potenza guerriera e la follia. Cioè, fa uscire dall’uomo ciò che egli non vuole dire.
Detto questo, andiamo avanti.

**********

Analisi sensoriale del vino

L’origine del vino si confonde con la storia stessa dell’uomo, come tutte le sostanze psico-attive, e spesso affonda nelle tecniche terapeutiche tradizionali, quali quelle dello sciamanesimo.
Possiamo affermare che scoprono le sostanze psicotrope solo i popoli che le cercano e che ogni popolo cerca quelle che gli sono più congeniali culturalmente.
Non a caso la cucina delle sostanze psicotrope naturali condensa millenni di errori e di esperimenti.
C’è poi anche da considerare che nelle società tradizionali l’effetto delle sostanze psicotrope corrisponde quasi sempre ad una rappresentazione della divinità o all’epifania di qualche essere mitologico.

Le sostanze psicotrope naturali, come i cactus San Pedro o peyotl (Il primo spontaneo in Ecuador e Perù e in genere in tutte le regioni andine, contiene mescalina, il secondo diffuso soprattutto nel Messico settentrionale.)
Le radici di iboga, un arbusto molto grande che cresce in Gabon, Camerun e Congo e produce effetti euforizzanti e afrodisiaci, oggi usato nei processi di disintossicazione da oppio o eroina.
Le foglie di tabacco, coca, marijuana, l’infiorescenza della canapa, o hascich.
Le liane come la Yage, una specie di vite di cui si beve il decotto della corteccia, molto diffusa in Brasile, Colombia ed Ecquador, e soprattutto i frutti e i cereali fermentati, come l’uva, i fichi, la segale, il riso, solo in rari casi hanno qualcosa a che vedere con la tabella delle sostanze stupefacenti o psicotrope del Ministero della Salute.

Di contro, invece, gli dei, che da queste sostanze prendono vita, s’inverano, hanno sempre una personalità psicotica, favoriscono l’atarassia, come l’oppio, la frenesia, come l’iboga, l’euforia come l’alcool e l’hascich, o inducono alle allucinazioni, come il peyotl.
(L’atarassia è un concetto elaborato dalle filosofie dell’esistenza, come l’epicureismo o lo scetticismo, indica l’assoluta imperturbabilità davanti alle emozioni e alle passioni.)
Gli psicotropi naturali sono raramente degli “alimenti”, in genere sono succhi, e sono bevuti come tisane, oppure, fumati o masticati.
La parola alcol deriva dall’arabo al kohl, un’espressione che serve ad indicare sia lo spirito del vino, che il fard per abbellire gli occhi, così… come non vedere nell’alcol qualcosa che abbellisce la visione e trasforma il modo di guardare il mondo?

Tra l’altro, nelle culture in cui gli psicotropi sono considerate delle sostanze magiche, queste hanno la capacità di:
“far vedere”,
di “far viaggiare” nello spazio o nel tempo,
di “insegnare delle tecniche”,
di “guarire”.
Solo il vino, invece, non serve che a dimenticare.

En passant.
Anche gli animali – a modo loro – cercano l’ebbrezza.
I miei gatti, per esempio, amano la Nepeta cataria, cioè, l’erba gatta. Li fa sognare e stimola il loro comportamento sessuale. Vediamo qualche caso.
Il fenomeno più vistoso è quello legato al locoismo (dall’inglese Locoween), cioè dell’erba pazza, un erba selvatica dei campi che fa impazzire mucche, muli, cavalli pecore e, perfino, i conigli, molto diffusa in America.
Gli elefanti hanno una vera passione per l’alcol e divorano molti frutti fermentati, soprattutto di palma.
I babbuini, invece, si inebriano con i frutti rossi delle Cycadaceae. Sono piante simili alle palme, ma di fatto sono piante antichissime che hanno conosciuto i dinosauri, molto vicine alle conifere.
I mandrilli del centro Africa, come gli uomini, mangiano le radici allucinogene dell’iboga. Così fanno anche i cinghiali.
Infine le renne. Quelle siberiane si drogano con l’amanita muscaria, il fungo allucinogeno per definizione.
A questo proposito c’è qui una strana alleanza tra animali ed uomini. Siccome il principio aattivo dell’amanita muscaria finisce nell’orina in Siberia c’è una gara tra renne ed uomini a bersi le orine, della propria specie e dell’altra. A questa gara, tra l’altro, partecipano anche gli scoiattoli e le mosche, ma queste probabilmente senza volerlo.

Nelle società tradizionali o, come si diceva un tempo, primitive, l’uso delle sostanze psicotrope è legato alla nozione di metamorfosi, cioè, di trasformazione più o meno evolutiva da qualcosa a qualcosa d’altro.
Se lo spirito è anche dentro una pianta, allora, deve esistere un ponte tra l’universo vegetale e quello animale.
(Da qui la credenza di molte società sciamaniche che la specie umana deriva da certi vegetali, che i viaggi a ritroso dello sciamano, attraverso la tappa animale, possono vedere.)

Nella stessa tradizione greca, Dioniso, il dio delle vigne, il dio-vino, spesso è rappresentato nella sua natura vegetale che è quella del grappolo d’uva.

Dal punto di vista del food-design l’alcol ha, oggi, molti significati culturali tra i quali spiccano, da una parte, quello di mediatore culturale, dall’altra, di panacea sociale.

Come mediatore culturale esprime le difficoltà di molti uomini e donne a posizionarsi nell’ambito di una cultura che privilegia le classificazioni sociali e su queste classificazioni impone una scelta. Si è bambini o grandi, uomini o donne, morti o vivi, ricchi o poveri, fortunati e sfortunati, pro o contro, dicotomie che sono, allo stesso tempo, fondamentali e risibili.

L’alcol come panacea consente, al pari dei sogni, di sostituire il determinato con il possibile. Mette a nudo le sconfitte della vita corrente, ma consente la persistenza della speranza.

Se poi pensiamo all’alcol sotto l’aspetto della psicologia sociale esso ci appare come uno strumento di teatralizzazione della scena sociale.
Una scena sulla quale esalta i processi primari, quelli che regolano la vita culturale e la coesistenza tra l’oggettivo e il soggettivo o se preferite, tra l’azione e il sentire.

**********
Non sono stati i greci ad inventare il vino, tuttavia essi hanno fatto molto per questa bevanda. Gli hanno attribuito un dio, Dioniso, rendendola una bevanda immortale.

Di fatto, ancora oggi non sappiamo con precisione di dove sia originaria la vitis vinifera, cioè, l’unica pianta che produce i grappoli con i quali facciamo il vino.
La Bibbia (Genesi, 9, 20s.) fa risalire la cultura della vite e il vino a Noè, che è separato da Adamo ed Eva da sole dieci generazioni ed è descritto come un ubriacone ed anche molto famoso, perché lo stesso dice il Cantico dei Cantici. A suo favore S. Ambrogio scrive che Noè coltivò la vite cercando il voluttuario perché Dio gli avrebbe dato il necessario.
Un altro grande ubriacone biblico è Loth, nipote di Abramo, che beve si ubriaca ed ha una relazione incestuosa con le sue due figlie.
Va tenuto presente però che, nell’Eclestiastico, la vite è un simbolo di sapienza.
Ancora oggi il sabato ebraico inizia con un atto di benedizione che si fa salmodiando mentre si beve un sorso di vino da un unico bicchiere passato da mano in mano tra i membri della famiglia.
(En passant. Il vino Kasher non deve contenere ingredienti proibiti come grassi, vitamine, conservanti ricavati da animali proibiti. Non deve essere corrotto da sostanze lievitanti. Deve essere lavorato esclusivamente da ebrei.)
Sempre a proposito della Bibbia c’è in Isaia una nota sui Cananei, che vivevano in quella regione che comprende grossomodo Libano, Palestina, Israele, Siria e Giordania, soggiogati dagli israeliti che però assorbirono la loro lingua e parte della loro religione.
Si racconta di una cerimonia detta marzeah, una cerimonia bacchica e orgiastica durante la quale costoro “ barcollano per il vino e le bevande inebrianti, hanno allucinazioni, (e) sulle loro tavole c’è vomito dappertutto…”.

Il Libro dei proverbi dice, “(il vino) morde come un serpente, pizzica come una vipera” (24).

Una nota. Quello che qui diremo sul vino si basa su due forme di testimonianza.
– le fonti letterarie ed epigrafiche dirette e indirette, cioè notizie riportate da altre opere.
– i ritrovamenti dell’archeologia rurale, soprattutto per quanto riguarda la coltivazione delle viti e dell’uva e gli strumenti per la loro lavorazione.
Per esempio, sono numerose le evidenze archeologiche sulla produzione del vino testimoniata dai pigiatoi in pietra o dalle parti in pietra dei torchi. Così come sono importanti per comprendere il commercio del vino e il suo trasporto le anfore, contenitori che con i loro timbri ed epigrafi consentono spesso di determinare la datazione e le città di provenienza.
Dato poi il carattere ideologico-religioso del consumo del vino nel mondo antico è di notevole interesse il vasellame usato soprattutto durante i banchetti.
Un altro indicatore interessante si ritrova, poi, nelle tombe, in particolare maschili, costituito dall’associazione anfora-cratere-kylix.
I crateri erano recipienti di notevoli dimensioni usati per mescolare il vino con l’acqua.
I kylix – da cui il latino calix, calice, era il recipiente più comune per bere a forma di coppa piatta con gambo e piede circolare.

La vite, anche se non sappiamo di che tipo, cresceva già in Europa a partire dalla fine del Miocene, cinque milioni di anni fa, lo provano alcune impronte di foglie di vite nel tufo trovate vicino a Montepellier.

Per convenzione e a stare alle tracce più antiche, i primi documenti sulla vite coltivata risalgono a settemila anni fa e la collocano nel Caucaso meridionale, tra la Turchia, l’Armenia e l’Iran.
Di contro, i primi documenti sul vino sono egiziani e risalgono a circa tremila anni fa, in particolare, ci sono dei basso-rilievi, di duemila e cinquecento anni fa, che mostrano delle scene di vendemmia e di pigiatura.
Semi di un grappolo d’uva che possiamo definire provenienti da una vite prae-vinifera sono stati trovati a Castiona, in un sito mesolitico, vicino Mantova. Hanno più di seimila anni.
Nel 1996, nel villaggio neolitico di Hajji Firuz Tepe, sui monti Zagros, nell’Iran settentrionale, sono state scoperte sei giare di circa trenta centimetri d’altezza, una delle quali conteneva una sostanza secca, resinata, proveniente da grappoli d’uva schiacciati.

Documenti sulla coltivazione della vita sono stati rinvenuti nel sito dell’antica Ebla, una cittadina vicino ad Aleppo in Siria.
Mentre la citazione più antica sul commercio del vino via mare risale al secondo millennio prima dell’era comune e si riferisce alle città-stato di Canaan, che lo spedivano attraverso l’antico porto di Ugarit, in Siria, ai confini con la Turchia.
Oggi, per riassumere, si tende a fissare l’età del vino e, soprattutto, la sua produzione su larga scala a circa quattromila anni fa. Sono comunque date da considerare con cautela.

La storia viticola nel Mediterraneo italiano ha un inizio letterario: Il canto IX dell’Odissea.
Dalla descrizione dell’isola dei Ciclopi e dell’ubriacatura di Polifemo si comprende che nel Mediterraneo c’erano perlomeno due viticulture.
Quella orientale, che produceva vini forti e scuri, quale il vino di Ismaro prodotto in Tracia regalato ad Ulisse da Marone e che fa ubriacare Polifemo perché non era abituato a questi vini ad alta gradazione.
Quella rappresentata dall’isola dei Ciclopi, oggi identificata con la zona di Aci Trezza, in Sicilia. Era una viticoltura quasi spontanea fondata sulla raccolta dell’uva selvatica.
Del resto, il culto mistico di Dioniso (Bacco) non si diffonde nell’Italia meridionale se non dopo la seconda guerra punica.
Dioniso è il dio della forza produttiva della natura, il portatore della civiltà e l’amante della pace.
Egli compare sempre assieme alle Baccanti, che sono donne a lui devote, che suonano i tamburelli e i cimbali e si abbandonavano a danze sfrenate.
Danze destinate ad invocare la fertilità dei campi e ad esaltare lo spirito religioso dell’uomo. In breve, sono le protagoniste di feste a scopo propiziatorio che oggi conosciamo come baccanali.
Con l’avvento del cristianesimo queste feste divennero religiose, molte delle quali in forma di processione come ringraziamento per i buoni raccolti.
In questo senso, per fare un esempio, la festa della Madonna del Pollino è una festa che s’innesca su un baccanale, esattamente come la festa di Piedigrotta a Napoli.

Il vino prodotto allora era assolutamente diverso da quello che conosciamo oggi. A causa della bollitura a cui veniva in genere sottoposto era sciropposo, dolce e molto alcolico. Ecco perché si allungava con l’acqua e lo si speziava o lo si tagliava con il succo di bacche rosse, come quelle di rovo.

Le vigne allo stato selvaggio o, lambrusche, erano diffuse sia in Europa che nelle Americhe, quelle americane sono poi evolute verso la specie fox grape, quella i cui acini hanno un vago sentore di volpe e che noi chiamiamo uva americana.
...
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Re: Vin - el vin (no lè na envension de łi romani)

Messaggioda Berto » sab feb 07, 2015 9:20 pm

Cheno, Keno (etimoloja)
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Ensaketà, coto, ciuco, enpionbà, enbriago, bàla, ...
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Re: Vin - el vin (no lè na envension de łi romani)

Messaggioda Berto » mer mar 25, 2015 2:21 pm

Scoperta la casa vinicola più antica del mondo: ha 6mila anni

http://www.repubblica.it/esteri/2011/01 ... 11084756/1

11 gen 2011

Un'unità completa per la produzione del vino di 6.100 anni fa, la più antica conosciuta finora, è stata scoperta in una caverna in Armenia.



Il vino dell’Arca (di Noè) riscoperto dagli italiani

4 AGOSTO 2012
http://divini.corriere.it/2012/08/04/il ... i-italiani

«Ricomincio dalle anfore, come quelle della cantina più antica del mondo trovata vicino a Zorah, la mia azienda. In Armenia il vino si faceva già migliaia di anni fa. Poi, con l’Unione sovietica, tutto è cambiato». Zorik Gharibian era un imprenditore milanese della moda. È diventato il primo nuovo vignaiolo armeno. Con un progetto tutto italiano. Il suo vino è già in alcuni ristoranti stellati di Londra, fra poco arriverà anche qui. La cantina è ai piedi del Monte Ararat, dove Noè, secondo la Bibbia, approdò con l’Arca, dopo il diluvio universale.
Quando l’ayatollah Khomeini affondò la monarchia persiana, il ragazzino armeno Zorik venne mandato da Teheran a Venezia. Il padre pasticcere lo fece studiare al collegio dei mechitaristi, bibliografi e tipografi nel monastero impreziosito da Tiepolo e Palma il Giovane all’isola di San Lazzaro, amata da Lord Byron. I genitori di Zorik lasciarono l’Iran per gli Stati Uniti, seguendo le tracce della diaspora armena, causata dal genocidio voluto dall’Impero Ottomano nel 1894. Il ragazzino con «la Persia e Venezia nel cuore» dal collegio si trasferì a Milano. Con in mente i versi del poeta armeno Daniel Varujan, anche lui studente dai mechitaristi a Venezia prima di essere assassinato: «Naufragare, se è necessario, nei fuochi celesti / conoscere nuove stelle, l’antica patria perduta». Ora il viaggio di ritorno è terminato, il filo che lo unisce alle radici si è riannodato. Con 20 mila bottiglie di Karasi, un Areni in purezza. Un vitigno rosso e antico, l’Areni, mai intaccato dalla filossera, quindi super autoctono, con più di 3.000 anni di storia. Un simbolo di rinascita per i 3 milioni di armeni che vivono in patria e gli altri 6 milioni nel mondo, compresi nomi celebri come le famiglie del tennista Andre Agassi, della star Cher e del cantante Charles Aznavour.
Nel secolo scorso, il governo sovietico cercò di aumentare il consumo di vino (ma di scarsa qualità) per limitare quello della vodka in Russia. Vennero aperte cantine di Stato in Armenia, Ma quando Mosca, dopo l’indipendenza di Yerevan nel 1991, bloccò le importazioni di vino, il settore crollò: si è passati da 35 mila a poche migliaia di ettari coltivati a vigneto. Solo da qualche anno una manciata di cantine punta su un salto di qualità.
«Noi siamo partiti nel 2004 — racconta il neo vignaiolo, 47 anni —. Abbiamo trovato un terreno a 1.375 metri d’altezza. Perché non ho scelto una zona più facile? Ho girato per anni nel Chianti. Poi il gusto dell’avventura mi ha portato in Armenia, dove la terra si può ancora comprare a prezzi modici, tra i monasteri che sono pieni di simboli di uva e vino».
Proprio in un monastero del tredicesimo secolo sono stati acquistati i vigneti, piantati in 15 ettari a Rind. Poi è stata costruita la cantina, che ancora non è ultimata, a quattro chilometri dalla grotta dove due anni fa sono stati trovati una pressa per l’uva e un tino per il vino poi trasferito nelle giare, la più antica azienda vinicola del mondo, che per gli archeologi ha almeno 6.100 anni.
«Procediamo piano piano, tutto è iniziato dal punto zero, perché non esiste una rete armena che ci aiuti, dalla tecnologia, alla pulizie, fino alle spedizioni, è tutto nuovo e complicato». Dall’Italia sono arrivati due «costruttori» di vini: l’agronomo Stefano Bartolomei e l’enologo Alberto Antonini, una coppia di toscani che si è formata alla corte di Antinori.
La vendemmia, anche a causa dell’altitudine, si fa a ottobre avanzato, dopo un’estate con temperature simili di giorno al nostro Sud ma che di notte precipitano anche di 20 gradi.

La cantina di 6.100 anni fa

«Per anni abbiamo sperimentato, prove e analisi per decidere come affinare il vino. Una parte è stata fatta invecchiare in barriques armene, un’altra in barriques francesi, una parte in contenitori in acciaio — spiega Zorik — l’ultima nelle anfore interrate, come si faceva qui nella notte dei tempi. Le anfore hanno entusiasmato. Alla fine abbiamo assemblato il vino, un unico blend. Totalmente diverso dagli altri, speziato, ha l’eleganza di un Pinot noir e la struttura di un Sangiovese». «Maturo, ben strutturato e dai sapori selvaggi», l’ha descritto Jancis Robinson, critica del Financial Times. «Un patriarca», per Bob Tyrer, wine-writer del Sunday Times. E Jamie Goode, wine columnist del Sunday Express, l’ha definito «delizioso».
«A Londra il vino dell’Arca ha superato ogni aspettativa», fa il bilancio Gharibian. Nelle enoteche il Karasi si trova ora a 20-21 sterline, 24 euro.
«Mi occupavo di moda, creavo collezioni chiavi in mano, dalla scelta del tessuto alla distribuzione, per grandi catene. Ora giro il mondo per il vino, tutte le energie sono in questo progetto che resterà di piccole dimensioni, mai di massa, al massimo 100 mila bottiglie l’anno». Ha capito di avercela fatta quando il suo vino è entrato dalla porta principale della nuova Armenia. «Il presidente Serzh Sargsyan durante i ricevimenti ufficiali fa servire nostre bottiglie, per la prima volta dopo anni di vini francesi e italiani. E cresce l’interesse dalla Russia e dagli altri Paesi dell’Unione sovietica, come la Bielorussia, ovunque ci sia una comunità armena che aspetta il “vino dell’Arca” per ripensare all’antica patria perduta».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Vin - el vin (no lè na envension de łi romani)

Messaggioda Berto » sab apr 04, 2015 9:14 pm

«La xe na vixeła enprià (fosił) a so seguro»

http://www.larena.it/stories/Home/47591 ... ono_sicuro
SAN GIOVANNI ILARIONE. Luciano Vanzo, 80 anni suonati, grande appassionato di paleontologia, «riscopre» un reperto che teneva in cantina. L'impronta della pianta, che ha 50 milioni di anni era racchiusa in una lastra recuperata a Bolca: «Massalongo scoprì foglie di vite fossile non la vite»

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... abolca.jpg


Bolca etimołoja
viewtopic.php?f=45&t=1125
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Re: Vin - el vin (no lè na envension de łi romani)

Messaggioda Berto » sab apr 04, 2015 9:20 pm

Racconto persiano sull’origine del vino
Persian tale on the wine’s origin
http://samorini.it/site/mitologia/alcol ... e-del-vino

Al re Jamshid piaceva molto l’uva, che cresceva solamente d’estate. Una volta egli ordinò che una grande quantità d’uva fosse depositata in una giara per essere consumata in inverno. Controllando la giara dopo un po’ di tempo, egli si accorse che il succo dell’uva era fermentato. Pensando che si fosse trasformato in un liquido velenoso, fece apporre sulla giara un’etichetta con la scritta “veleno”, e ordinò che fosse collocata in un angolo nascosto del magazzino reale, in modo da essere fuori dalla portata di mano di chiunque.
Un’ancella della corte reale venne a sapere della giara velenosa. Dato che soffriva di una pesante emicrania, pensò di suicidarsi al fine di liberarsi definitivamente di questo dolore. Si recò furtivamente nel magazzino reale, e bevve una certa quantità del contenuto di quella giara, ma, con sua sorpresa, trovò che la bevanda, invece di ucciderla, la addormentò dolcemente e, al risveglio, l’aveva guarita.
L’ancella comunicò il fatto al re Jamshid, il quale fu molto compiaciuto per questa scoperta. Il re e i suoi cortigiani si misero ad usare la bevanda nei momenti di gioia e allegria. Il vino fu chiamato shâh daroo, cioè “vino reale”, per il fatto che fu scoperto dallo shàh, il re.
Si dice che in Persia ancora oggi il vino viene a volte chiamato zeher-i-khoosh, cioè “veleno piacevole”, per il fatto d’essere stato inizialmente considerato un veleno dal re Jamshid.

Da: Modi J. Jiavanji, 1927, Wine among the ancient Persians, Asiatic Papers, 3: 231-246, p. 233.



Miti greci sulle origini della vite e del vino
Greek myths on the origins of the grapevine and the wine

http://samorini.it/site/mitologia/alcol ... ite-e-vino

Internamente alla cultura greca si è soliti associare il vino a Dioniso e in effetti diversi miti ellenistici sull’origine del vino vedono coinvolta questa figura del pantheon olimpico. Tuttavia, né Dioniso era inizialmente associato al vino (si veda ad esempio Samorini & Camilla, 1995), né la scoperta del vino è contemporanea all’arrivo di questa divinità presso i Greci. Come dimostrano i dati archeobotanici, la scoperta del vino è di gran lunga antecedente la formazione della cultura greca classica e anche arcaica.


Leggenda sul madhu dell’India
Legend on the Indian madhu
http://samorini.it/site/mitologia/alcol ... -sul-madhu

In India, dai fiori carnosi dell’albero del madhu, mahwa o mahua, Madhuca longifolia var. latifolia (Roxb.) A. chev. (un suo sinomio è Madhuca indica Gmel.), famiglia delle Sapotaceae, i nativi distillano da tempo immemorabile un tipo di liquore, chiamato mahuwa. Questo albero, alto sino a 20 metri, è usato anche per le sue proprietà medicinali ed è guardato con riverenza.

Presso diverse popolazioni indiane, i lattanti morti sono sepolti alla radice di un albero di mahua, poiché si ritiene ch’essi succhieranno il liquore dell’albero e verranno così nutriti come se prendessero il latte della loro madre. Anche il corpo di un adulto può essere seppellito sotto un albero di mahua, in modo che l’albero possa dargli un rifornimento di liquore per il suo viaggio nel l’altro mondo (De Vries, 1989: 418).


Miti egizi sulla vite e il vino
Egyptian myths on grape and wine
http://samorini.it/site/mitologia/alcol/miti-egizi-vino
Presso gli antichi Egiziani, il vino fu usato per scopi religiosi sin dall’Antico Regno, e avendo assunto una forte valenza religiosa e sociale, furono elaborati miti che indicavano una sua origine autoctona (sebbene le sue reali origini siano esterne alla cultura egizia, probabilmente localizzate nella regione della Transcaucasia e datate attorno al VII millennio a.C.; cfr. McGovern, 2004).
Secondo Hellanico “fu nella città di Plintine, in Egitto, dove si scoprì per la prima volta la vite” (Ateneo, Deipnosofisti, I, 34a). Secondo un’altra tradizione, fu Osiride a scoprire nei pressi di Nisa la vite e fu “il primo a bere il vino, dopo aver inventato il trattamento specifico richiesto dal frutto della vite; insegnò poi a tutti gli altri uomini la coltivazione della vite, l’uso del vino, l’arte della vendemmia e della conservazione” (Diodoro Siculo, Biblioteca, I, 15).
In un passo dove tratta dei culti di Heliopolis, Plutarco ci ha tramandato un arcaico mito egiziano sull’origine della vite, che faceva derivare la bevanda dal sangue di uomini sacrilegi che avevano osato combattere gli dei:

“L’uso del bere sorse a datare dal regno di Psammetico; prima non bevevano vino, né lo usavano nelle libazioni come qualcosa di gradito agli dei; anzi, al contrario, credevano ch’esso fosse il sangue di coloro che avevano combattuto un tempo contro gli dei, appunto perché da costoro, caduti e mescolati alla terra, erano spuntate, secondo la credenza, le viti, Ed ecco perché l’ubriacarsi toglie loro il senno e li rende vittime di allucinazioni: poiché s’impregnano del sangue dei loro antenati. Tali, i racconti che Eudosso narra nel secondo libro del suo Giro della terra, colti proprio dalla bocca dei sacerdoti” (Plutarco, De Iside et Osiride, VI; dalla versione a cura di V. Cilento, 1962, Sansoni, Firenze).

Un mito d’origine della vite e del vino di pura origine egiziana appare in un papiro conservato al Louvre (E. 17110, XIII.15-XIV.21), noto come Papiro Jumilhac e datato al I secolo a.C., dove è riportata un’originale variante del mito dei due Occhi di Horo e la leggenda delle due colline chiamate “Le casse di Horo”; colline realmente presenti nel nòmo (provincia) XVIII dell’Alto Egitto. Pur trattandosi di uno scritto tardo del periodo tolemaico, il Papiro Jumilhac parrebbe contenere temi mitologici più arcaici. Il racconto si inserisce nel noto tema della lotta fra Seth e Horo per la conquista del trono di Osiride, rimasto vacante per via dell’uccisione di questi da parte di Seth. I due occhi-ugiat di Horo rappresentano il sole e la luna, ed è da questi occhi, seppelliti nel terreno per opera di Iside, che nasce il primo tralcio di vite:

Seth si mise in collo le due casse, dentro le quali si trovavano i due occhi-ugiat, dopo che i nemici dell’Occhio di Horo le ebbero rubate per lui; le depose su questa montagna, e dopo essersi trasformato in un grande coccodrillo, si pose accanto alle casse. (…) Di notte Anubi si recò fino alle Casse, dopo essersi trasformato in serpente, e coi due coltelli che teneva in mano tagliò le loro estremità; prese i due occhi-ugiat che si trovavano dentro le Casse e, avendoli riposti in due casse di papiro, se ne fuggì con esse e le seppellì a nord di questo luogo. (…)
In seguito Iside andò a vedere gli occhi-ugiat che erano stati sepolti in questo luogo da suo figlio Horo-Anubi; tutt’e due insieme trovarono che (gli occhi) erano spuntati là come una pianta d’uva; Iside e suo figlio Horo ne fecero un vigneto, e Iside disse a Horo suo figlio: “Fa’ che ci sia un’abitazione, qui, accanto (agli occhi-ugiat), per vivificarli, restituirli all’esistenza e rimetterli al loro posto, perché è grazie ad essi che tu hai la vista, e quindi bisogna sorvegliarli”. Così suo figlio Horo vi fece costruire un castello; Iside vi si installò accanto a loro, e li annacquò per farli vivere, ed essa restò con loro.
Ella pregò dio per loro, e rivolse una supplica a suo padre Ra, stando sulla terrazza di questo castello: “Restituisci gli occhi a mio figlio Horo e fa che si levi sul trono di suo padre”. Suo padre Ra udì le sue preghiere e le sue suppliche e disse a Thot: “Siano esaudite tutte le sue domande, perché le sue parole sono dolci (bnr)”. E fu così che venne in esistenza la palma (bnr) dell’Alto Egitto, che è una ipostasi di Iside, poiché somiglia a una donna inchinata”.
Furono restituiti a Horo i suoi occhi e Ra gli disse: “Appari sul trono di tuo padre Osiride”. Così (il luogo) viene chiamato a tutt’oggi il “Castello di Colei che prega dio” (= Iside), dove spuntò un vigneto che esiste a tutt’oggi.
Quanto al vigneto, è il disegno (di belletto) che circonda gli occhi per proteggerli; quanto all’uva, è la pupilla dell’occhio di Horo; quanto al vino che se ne fa, sono le lacrime di Horo. Ci sono stati perciò viti e vino nella provincia di Duanaui fino a tutt’oggi e Anubi fino ad oggi li raccoglie come offerta per suo padre Osiride, signore di Duanaui; infatti in questo luogo furono restituiti a Horo i suoi occhi e la funzione di suo padre (Bresciani, 1999: 509-511).

Riferimenti bibliografici
Bresciani Edda, 1999, Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Einaudi, Torino.
McGovern E. Patrick, 2004, L’archeologo e l’uva. Vite e vino dal Neolitico alla Grecia arcaica, Carocci, Roma.
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