Dio, Deus, Divos, Deivos, Theos, Zeus, Jove, Giove, Javhè

Dio, Deus, Divos, Deivos, Theos, Zeus, Jove, Giove, Javhè

Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 9:37 am

Dio, Deus, Divos, Deivas, Deivos, Theos, Zeus, Jove, Giove, Javhè
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 9:38 am

Dio
https://it.wikipedia.org/wiki/Dio

Con il termine Dio si intende indicare un'entità superiore dotata di potenza straordinaria variamente denominata e significata nelle diverse culture religiose.
Lo studio delle sue differenti rappresentazioni e del loro procedere storico è oggetto della scienza delle religioni quindi, ad esempio, della storia e della fenomenologia della religione.
L'esistenza, la natura e l'esperienza di Dio sono oggetto di riflessione delle teologie e di alcuni ambiti filosofici come la metafisica, ma si riscontra anche in altri ambiti culturali, come la letteratura o l'arte, non necessariamente collegati con la pratica religiosa.



I nomi utilizzati per indicare questa entità superiore dotata di potenza straordinaria sono numerosi tanto quanto numerose sono le lingue e le culture, con le loro origini.

???
Nelle lingue di origine latina come l'italiano (Dio), il francese (Dieu) e lo spagnolo (Dios), il termine deriva dal latino Deus (a sua volta collegato ai termini, sempre latini, di divus, "splendente", e dies, "giorno") proveniente dal termine indoeuropeo ricostruito *deiwos. Il termine "Dio" è connesso quindi con la radice indoeuropea: *div/*dev/*diu/*dei, che ha il valore di "luminoso, splendente, brillante, accecante", collegata ad analogo significato con il sanscrito dyáuh. Allo stesso modo si confronti il greco δῖος e il genitivo di Ζεύς [Zeus] è Διός [Diòs], il sanscrito deva, l'aggettivo latino divus, l'ittita [b]šiu[/b].

Nelle lingue di origine germanica come l'inglese (God), il tedesco (Gott), il danese (Gud), il norvegese (Gud), lo svedese (Gud), sono relazionati all'antico frisone, all'antico sassone e all'olandese medievale Got; all'antico e al medievale alto germanico Got; al gotico Gut; all'antico norvegese Guth e Goth nel probabile significato di "invocato". Maurice O'Connell Walshe[2] lo relaziona al sanscrito -hūta quindi *ghūta (invocato). Quindi forse da relazionare al gaelico e all'antico irlandese Guth (voce) e all'antico celtico *gutus (radice *gut).[3]

Nella lingua greca, antica e moderna, il termine è Theós (Θεός; pl. Θεοί Theoí). L'origine è incerta.[4] Émile Benveniste, tuttavia, nel suo Le Vocabulaire des institutions indo-européennes[5] collega theós a thes- (relazionato sempre al divino)[6] e questo a *dhēs che si ritrova nel plurale armeno [b]dikc[/b] (gli "dèi", -kc è il segno plurale). Quindi per Émile Benveniste: «è del tutto possibile - ipotesi già avanzata da tempo - che si debba mettere in questa serie Theós 'Dio' il cui prototipo più verosimile sarebbe proprio *thesos. L'esistenza dell'armeno dikc 'dèi' permetterebbe allora di formare una coppia lessicale greco armena[7]».

In ambito semitico il termine più antico è ʾEl (in ebraico אל), corrispondente all'accadico Ilu(m) (cuneiforme accadico B010ellst.png) e al cananaico ʾEl o ʾIl (fenicio El phoenician.jpg), la cui etimologia è oscura anche se sembrerebbe collegata alla nozione di "potenza".[8]

Nell'ambito della letteratura religiosa ebraica i nomi con cui viene indicato Dio sono: il già citato ʾEl; ʾEl ʿElyon (ʿelyon nel significato di "alto" "più alto"); ʾEl ʿOlam ("Dio Eterno"); ʾEl Shaddai (significato oscuro, forse "Dio Onnipotente"); ʾEl Roʾi (significato oscuro, forse "Dio che mi vede"); ʾEl Berit ("Dio dell'Alleanza"); ʾEloah, (plurale: ʾElohim , meglio ha-ʾElohim il "Vero Dio" anche al plurale quindi; ha per distinguerlo dalle divinità delle altre religioni o anche ʾElohim ḥayyim, con il significato di "Dio vivente"); ʾAdonai (reso come "Signore").
Il nome che appare più spesso nella Bibbia ebraica è quello composto dalle lettere ebraiche י (yod) ה (heh) ו (vav) ה (heh) o tetragramma biblico (la scrittura ebraica è da destra a sinistra): traslitterato quindi come YHWH, il nome proprio del Dio di Israele.[9] Gli ebrei si rifiutano di pronunciare il nome di Dio presente nella Bibbia, cioè י*ה*ו*ה (tetragramma biblico) per tradizioni successive al periodo post-esilico e quindi alla stesura della Torah. L'Ebraismo insegna che questo nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. Tutte le moderne forme di Ebraismo proibiscono il completamento del nome divino, la cui pronuncia era riservata al Sommo Sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme. Poiché il Tempio è in rovina, il nome non è attualmente mai pronunciato durante riti ebraici contemporanei. Invece di pronunciare il tetragramma durante le preghiere, gli ebrei dicono Adonai, cioè "Signore". Nelle conversazioni quotidiane dicono HaShem (in ebraico "il nome", come appare nel libro del Levitico XXIV,11) quando si riferiscono a Dio. Per tale ragione un ebreo osservante scriverà il nome in modo modificato, ad esempio come D-o. Gli ebrei oggi durante la lettura del Tanakh (Bibbia ebraica) quando trovano il tetragramma (presente circa 6000 volte) non lo pronunciano.

Nell'ambito della letteratura religiosa arabo musulmana il nome di Dio è Allāh (الله) riservando il nome generico di ilāh ( إله; nel caso del Dio unico allora al-Ilāh il-Dio) per le divinità delle altre religioni. Il termine arabo Allāh viene probabilmente dall'aramaico Alāhā[10]). Nel Corano, il libro, sacro dell'Islam, l'Essere supremo rivela che i suoi nomi sono Allāh e Rahmān (il "Misericordioso"). La cultura islamica parla di 99 "Bei Nomi di Dio" (al-asmā‘ al-husnà), che formano i cosiddetti nomi teofori, abbondantemente in uso in aree islamiche del mondo: 'Abd al-Rahmān, 'Abd al-Rahīm, 'Abd al-Jabbār, o lo stesso 'Abd Allāh, formati dal termine "'Abd" ("schiavo di"), seguito da uno dei 99 nomi divini.

Nella lingua sumerica il grafema distintivo della divinità è Cuneiform sumer dingir.svg (dingir), probabilmente inteso come "centro" da cui la divinità si irradia.[11]

Nella cultura religiosa sanscrita, fonte del Vedismo, del Brahmanesimo e dell'Induismo, il nome generico di un dio è Deva ( देवता) riservando, a partire dall'Induismo, il nome di Īśvara (ईश्वर, "Signore", "Potente", dalla radice sanscrita īś "avere potere") alla divinità principale.[12] Il termine Deva è correlato, come ad esempio il termine latino Deus, alla radice indoeuropea già citata richiamante lo "splendore", la "luminosità". In tale alveo la divinità femminile si indica con il nome di Devī, termine che indicherà con la Mahādevī (Grande Dea) un principio femminile primordiale e cosmico di cui le singole divinità femminili non sono che manifestazioni.[13]

Nella cultura religiosa iranica preislamica il termine utilizzato è l'avestico Ahura ("Signore") che corrisponde al sanscrito [b]Asura[/b];[14] acquisendo il nome di Ahura Mazdā ("Signore Saggio" persiano اهورا مزدا) l'unico Dio del monoteismo zoroastriano.[15]

Il carattere cinese per "Dio" è 神 (shén). Esso si compone al lato sinistro di 示 ( shì "altare" oggi nel significato di "mostrare") a sua volta composto da 丁 (altare primitivo) con ai lati 丶 (gocce di sangue o di libagioni). E a destra 申 (shēn, giapp. shin o mōsu) sta per "dire" "esporre" qui meglio come "illuminare", "portare alla luce". Quindi ciò che dall'altare conduce alla chiarezza, alla luce, Dio. Rende il sanscrito deva e da questo deriva sia il lemma giapponese di carattere identico ma pronunciato come shin sia quello coreano 신 (sin) e il termine vietnamita thân. Anche il tibetano lha. Quindi 天神 (tiānshén, giapp. tenjin, tennin, coreano 천신 ch'ŏnsin vietnamita thiên thần: Dio del Cielo) dove al già descritto carattere 神 si aggiunge 天 (tiān, giapp. ten) col significato di "cielo", "celeste", dove si mostra ciò che è in "alto" è "grande" (大 persona con larghe braccia e grandi gambe ad indicare ciò che è "largo", "grande"). va indicato, infine, il nome Geova, nome che danno a Dio, appunto, i testimoni di Geova, setta protestante di origine cristiana.
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Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 9:39 am

Giove
https://it.wikipedia.org/wiki/Giove_(divinit%C3%A0)

Giove (latino Iupiter o Iuppiter, accusativo Iovem, o Diespiter) è il dio/divinità suprema (cioè il re di tutti gli dèi), della religione e della mitologia romana i cui simboli sono il fulmine e il tuono: dio latino simile alla divinità mitologica della religione greca Zeus o Tinia in quella etrusca. Viene indicato come figlio di Saturno e Opi.


Zeus
https://it.wikipedia.org/wiki/Zeus
Zeus (in greco antico: Ζεύς, Zéus) nella religione greca è il re, sovrano degli dèi e dei sovrani[1], il capo di tutti gli dèi, il capo dell'Olimpo, il dio del cielo e del tuono. I suoi simboli sono la folgore, il toro, l'aquila e la quercia.

Figlio del titano Crono e di Rea, era il più giovane dei suoi fratelli e sorelle: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Nella maggior parte delle leggende o miti era sposato con Era (protettrice del matrimonio e dei figli), anche se nel santuario dell'oracolo di Dodona come sua consorte si venerava Dione (viene raccontato nell'Iliade che Zeus sia il padre di Afrodite, avuta con Dione). È comunque famoso per le sue frequentissime avventure erotiche extraconiugali, tra cui si ricordano anche alcune relazioni omosessuali, come con Ganimede o con Euforione.

Il frutto dei suoi numerosi convegni amorosi furono i suoi molti celeberrimi figli, tra i quali Apollo e Artemide, Hermes, Persefone, Atena, Dioniso, Perseo, Eracle, Elena, Minosse e le Muse. Secondo la tradizione da Era, la moglie legittima, ebbe Ares, Ebe, Efesto e Ilizia. Tali rapporti amorosi venivano consumati da Zeus anche sotto forma di animali (cigno, toro, ecc.), infatti tra i suoi enormi poteri egli aveva anche quello di tramutarsi in qualsiasi cosa volesse.

La figura equivalente a Zeus nella mitologia romana era Giove, mentre in quella etrusca era il dio Tinia. Zeus ha anche molte analogie con il norreno Odino e lo slavo Perun.


Tinia
https://it.wikipedia.org/wiki/Tinia
Tinia o Tin (secondo alcune versioni d'epoca romana si registra anche Tunia) è la più importante divinità etrusca, marito di Thalna o di Uni, corrisponde allo Zeus greco o al Giove romano.
Insieme a Menrva e Uni formava una potente triade divina, che dominava il pantheon etrusco.


Jahvè
https://it.wikipedia.org/wiki/Yahweh
Yahweh (anche Yahveh[1], in italiano anche Jahvè[2] o Iahvè[3]; pronuncia Iavè, /jaˈvɛ*/[4][3]) è il nome proprio in ebraico con cui viene indicato il dio, nell'antico testamento, del popolo ebraico. Originariamente venne descritto dalla Bibbia come un dio potente e creatore (Genesi, 1), ma anche legato da un patto con la famiglia di Giacobbe: severo nel punire le colpe, attento verso i penitenti, viene descritto in diverse fasi sia come un dio locale che come un dio universale.

Il nome in questa forma "Yahweh" (e altre) rappresenta una moderna versione accademica dell'ebraico biblico יהוה, parola composta da quattro lettere (yodh, he, waw, he, in qualche modo corrispondenti alle lettere dell'alfabeto latino YHWH, o JHVH) e perciò detta "tetragramma". La lingua ebraica (a tutt'oggi) è dotata di lettere dal valore consonantico, mentre la vocalizzazione (variabile e importante ai fini del significato delle parole) è indicata ortograficamente attraverso altri segni diacritici, notazioni vocaliche introdotte in epoca storica molto più tarda delle consonanti, perché adottate dai Masoreti intorno alla seconda metà del I millennio d.C.[5] Mentre è indiscusso che il nome del dio ebraico è indicato nella Bibbia con le quattro lettere summenzionate, resta incerta la sua pronuncia e oggetto di dibattito sia tra gli studiosi, sia tra i fedeli delle diverse confessioni che fanno riferimento al "Dio di Abramo".

Gli ebrei evitavano di pronunciarne il nome per non profanarlo ("non nominare il nome di Dio invano", terzo comandamento secondo la tradizione ebraica, secondo comandamento secondo la tradizione cattolica), mentre nella Bibbia è reso per iscritto soltanto con il tetragramma e quindi la pronuncia del nome è a tutt'oggi incerta: gli ebrei talvolta usavano il termine Adonai, che significa "Signore", uso poi ripreso dai cristiani. Gli ebrei continuano ad utilizzare forma "Adonai" per designare il dio di Israele. La House of Yahweh di Yisrayl Hawkins utilizza il nome di Yahweh per designare il corretto nome del dio. I Testimoni di Geova, invece preferiscono continuare ad usare il termine Yehowah, italianizzato in "Geova". I cristiani hanno preferito il termine Kyrios ("Signore", in lingua greca) ovvero Dominus ("Signore", in lingua latina), tant'è che nel Nuovo Testamento il termine non viene mai usato, non essendo presente negli originali greci, mentre compare circa 7.000 volte nell'Antico Testamento.

Le chiese cristiane, compresa la cattolica, pur avendo usato in passato sia il termine Yahweh (o Yahwè) sia il termine Geova (più raramente), oggi usano solo sporadicamente il termine Yahwè nella lettura di passi biblici dell'Antico Testamento e in alcuni canti religiosi. I Testimoni di Geova, fanno un uso costante ed abituale del nome "Geova". Il termine Yahweh viene talora abbreviato in Yah o Jà (ad esempio allelu-jà, che significa "lode a Yahweh"). L'italiano Gesù deriva in ultima analisi, attraverso la mediazione greco-latina, dall'aramaico Yehošuah e che pacificamente significa "Yehowah è salvezza", molto simile (e corrispondente per significato) al nome ebraico Yĕhowašūà, reso in italiano come Giosuè, il che farebbe dubitare della correttezza della vocalizzazione prevalentemente prescelta per il tetragramma (sarebbe un caso di apofonia).
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Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 9:39 am

???

Da Le origini delle lingue europee di Mario Alinei, volume I da p. 618

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 290004.jpg


4.4. Il presunto nome PIE (protoindoeuropeo) di «dio»

La teoria tradizionale assegna molta importanza alla presenza in una vasta area IE di un nome *deiuos «dio» IE, (P. 185-186), derivante dalla nozione di *diēus- «cielo» e *diues- «giorno». ???

Questo anche perché la nozione di «dio-cielo» appare spesso associata a quella di «padre», come mostrano anticoindiano dyauh pita, greco zeū páter, latino Ju(p)piter (da un vocativo *diu-piter), umbro iuvepatre, illirico Dei-patyros, da cui si ricostruirebbe un PIE *dyēus pətēr (P. 184; cfr. Mallory [1989, 128]).

A questa serie appartengono anche il luvio tatiš Tiwaz (con un altro nome per «padre») e, più notevole, antico russo Stribog (da stryi «zio paterno», a sua volta da *ptr «padre», e bog «dio»), nome di una divinità pagana slava. [Gamkrelidze e Ivanov 1984, 692, 455 n. 53], letteralmente «dio zio».
Forse presente anche nelle venetiche iscrizioni come : “eppetaris e jupetaris/iupetaris” (?).
Su questa base ci si fonda per sostenere che i PIE avevano una religione uranica e patriarcale, tipicamente pastorale.

Fin dagli inizi degli studi storico-religiosi, infatti, sia il passaggio da «cielo» a «dio», sia la concezione del «dio padre», sono stati ricondotti all'ideologia dei pastori guerrieri.
In epoca moderna, Raffaele Pettazzoni e i successivi studiosi hanno confermato questa analisi, che correla le religioni di tipo uranico e patriarcale all'economia pastorale.
Sono infatti i pastori che utilizzano nella tecnica riproduttiva dell'allevamento la scoperta del ruolo del padre, e quindi la mettono in primo piano anche sul piano ideologico (la cultura pastorale è la prima cultura preistorica che può essere definita «maschilista»!).
E sono i pastori che indirizzano la loro attenzione ideologica al cielo, anziché alla terra, perché la scoperta del ruolo inseminante del maschio nella riproduzione porta questi gruppi a mettere in secondo piano, ideologicamente, la funzione della madre terra, il cui grembo riceve il seme e lo riproduce, e a portare in primo piano il ruolo del maschio, che in questa chiave mitologica è il cielo che insemina la terra con la pioggia e la ingravida.

Alla «terra-madre» (erede della Grande Madre del Paleolitico Superiore), prima si aggiunge poi si contrappone così il «cielo-padre» (del Neolitico pastorale e agricolo che raggiunge la sua maggior caratterizzazione nell’età dei metalli, in particolare del ferro).
Questa analisi è in sé del tutto corretta, ma la sua applicazione alla teoria tradizionale IE ha prodotto errori notevoli e diversi.
Il primo errore della Gimbutas e dei suoi seguaci, come abbiamo visto più volte, è di aver trascurato l'osservazione che l'IE non mostra soltanto il cielo padre, ma anche la terra madre.
Il contrasto fra le due ideologie è all' interno della società IE, e non fra IE e pre-IE.
Tutte le lingue IE conservano tracce della vecchia ideologia, quella totemica e matrifocale del Paleolitico, e delle sue trasformazioni nel Neolitico.
All'inizio del Neolitico i pastori sono soltanto una delle due specializzazioni tecnologiche fondamentali della società, così come nel Paleolitico si contrappongono (per modo di dire) cacciatori maschi e raccoglitrici femmine. Solo in un secondo momento, i pastori diventano un gruppo autonomo che tende a distaccarsi dalla comune matrice neolitica, per assumere posizioni egemoniche.
Questa lenta transizione non può essere avvenuta senza una lotta fra le due ideologie, il cui esito finale è l'affermazione generalizzata dell'ideologia e dell'organizzazione patriarcale, con la profonda trasformazione delle idee religiose, ad opera dei gruppi pastorali.

II secondo errore è quello di non aver tenuto conto del fatto fondamentale che la religione pastorale basata sul dio padre celeste non è tipicamente IE ma è universale.

Per restare vicini all'Europa, basti ricordare la religione pastoralpatriarcale semitica («Padre nostro che sei nei cieli (...)»), e tutta la serie di divinità celesti e patriarcali precristiane o premusulmane, uraliche e altaiche, alcune delle quali ancora del tutto trasparenti nel lessico contemporaneo (ne vedremo delle attestazioni nel XIX capitolo). Quindi, dalla presenza di aspetti celesti e patriarcali nei dati linguistici IE non si può tirare nessuna conclusione su una «religione IE».
Il terzo errore è di non aver potuto distinguere, per la cronologia troppo bassa, fra almeno quattro diverse fasi, di cui le ultime tre assai ravvicinate fra loro.
La sola parola veramente PIE è quella per «cielo».
Questa è la prima fase, comune a tutta l'area.
La seconda fase è quella in cui nasce la nozione di un «cielo divinizzato», che può essere collocata solo dopo l'inizio delle manifestazioni religiose, nel Paleolitico Superiore se non addirittura nel Neolitico, quando gli elementi uranici fondamentali del ciclo agricolo passano in primo piano, e quando l'unità IE non esiste ormai più da almeno alcune decine di millenni;
la terza fase è quella di un «dio antropomorfo», e questa non può essere che dell'età dei Metalli, in quanto il processo di antropomorfizzazione, con il quale tutte le divinità del vecchio pantheon paleolitico e neolitico tendono ad assumere fattezze umane implica la stratificazione sociale e la proiezione in cielo di rapporti sociali di subordinazione totale.
Non ci può essere concezione di divinità iperantropomorfiche (cioè sovrumane) senza l'antefatto sociale della creazione di un'élite dominante, con poteri di vita e di morte sugli altri uomini.
Solo alla fine di questo processo, sia pure a breve distanza, con l'inizio della dominanza maschile, può nascere infine il concetto di «dio-padre».
Proprio per il loro carattere recente, né il passaggio da «cielo» a «dio», né tanto meno l'associazione dio-padre, possono quindi essere PIE.
D'altra parte, anche gli specialisti hanno recentemente notato che la figura del padre celeste sta all'apice della religione latina e greca, ma è marginale nella religione indiana (e in parte anche in quella venetica/veneta, dove la divinità più importante è la femminile Reithia), per cui si suppone un fenomeno di contaminazione fra religioni diverse [Mallory 1989, 129].

Una conferma di questa analisi viene dalla differenziazione dei nomi di «dio» in area IE.
Questi altri nomi di «dio» si lasciano interpretare molto meglio come prime lessicalizzazioni che non come tarde innovazioni, che avrebbero sostituito il suo «vero nome», come pretende la teoria tradizionale.
La verità è molto più semplice: là dove la componente pastorale fu particolarmente importante, ha avuto luogo il passaggio da «cielo» a «dio-padre».
Questo passaggio può essere avvenuto nelle diverse aree IE anche indipendentemente, così come esso è avvenuto anche in area semitica, altaica e uralica, dove il «dio celeste» è anche diventato la figura religiosa dominante.
Fra l'altro, è interessante notare che la differenza nei nomi di «dio» nelle varie lingue europee era stata notata fin dall'alba dell'osservazione scientifica.
Così come Dante aveva distinto le lingue “dette romanze” dai nomi del «sì» (lingua del sì, lingua d'oc, d'oil), nel Rinascimento, il filologo “Scaligero” (1540-1609 ? forse łe date scrite da Alinei xe sbajà) aveva suddiviso le lingue europee in quattro gruppi proprio sulla base della parola per «dio»: latino deus, tedesco Gott, greco theòs e slavo bog.
Vediamo questi quattro tipi più in dettaglio [cfr. Buck 1949, § 22.12]:
(1) il tipo * deiuo-s «dio», che risale alla radice PIE *die u- , *diu- ecc. «cielo» e «giorno» (P. 183): greco Zeus, (genitivo Diós), latino Iuppiter (dal vocativo, cfr. Zeú Páter), gen. Iovis, antico latino Diovis, venetico Deivos (vedasi iscrizioni), antico indiano dyau-, antico latino deivos, latino deus, italiano dio, francese dieu, spagnolo dios, rumeno zau/zeu, antico irlandese dia, gallese duw, bretone doue, antico islandese tīvar (pl.), Tyr, anglosassone Tig, gen. Tiwes, antico alto tedesco Zīo, lituano dievas, lettone dievs, antico prussiano deiws, antico indiano deva-, avestico daeva-, antico persiano daiva- «demonio», ebraico Jahwé;
(2) lo slavo '' bogъ, dalla radice IE *bhag- «distribuire le parti (da mangiare)» (P. 107) : antico slavo bogъ, avestico baya-, antico persiano baga-, antico indiano bhaga- «dispensatore di beni», bhaj- «dividere», «distribuire, condividere», greco -phàgos «che mangia»;
(3) il gr. theós di origine incerta;
(4) il germanico *guđa- probabilmente dalla radice ghau-«chiamare» (P. 413) : gotico gu-, antico islandese goð, guð, anglosassone god ecc.

Vista nell'ottica della TC, questa documentazione prova che i diversi gruppi IE, ormai separati, hanno utilizzato materiali lessicali IE diversi per motivare la nuova concezione del dio antropomorfo, e che in questa scelta si sono lasciati guidare da fattori etnoculturali di estremo interesse, se studiati come prima facies, e non come «sostitutivi» di un presunto nome originario.
Ecco le osservazioni più rilevanti, che potranno essere approfondite da ulteriori ricerche.
(1) La concezione del «dio padre celeste» si ritrova, senza concorrenti o in una posizione primaria, solo in area celtica, germanica settentrionale, italica, greca e baltica.
In queste aree l'archeologia documenta, proprio come dovremmo aspettarci, anche la forte presenza di culture pastorali (asce da combattimento).
Come vedremo nel secondo volume, per la TC queste culture sono IE, già completamente differenziate fra di loro.
(2) La perdita del carattere celeste nelle (dubbie) attestazioni slave (dove indicherebbe uno spirito malvagio) e in quelle sicure arie, dove il «dio celeste» è relegato al rango di un demone «pagano» [Devoto 1962, 311] rappresenta una trasformazione di segno negativo.
Questa rafforza l'ipotesi che si tratti di un fenomeno di diffusione, di provenienza occidentale.
(3) In area germanica, come ha visto Devoto [ibidem, 310], il «dio celeste» dei pastori guerrieri è attestato soprattutto al nord, mentre al sud è prevalsa la rappresentazione del dio «evocato», *ghuto-, da *ghau, con un forte richiamo alla coscienza individuale.
Ora, l'archeologia mostra che le culture delle asce da combattimento sono caratteristiche del nord dell'area germanica, mentre a sud la cultura che ha plasmato la popolazione germanica è quella neolitica della LBK, una delle prime culture neolitiche europee, con forti caratteristiche individuali, e nella TC già legata all'individualità germanica.
(4) In area slava, dove la motivazione del dio antropomorfo è «distributore di beni» (cfr. il teonimo frigio Bagaios [ibidem, 311]) abbiamo a che fare con una concezione egualitaria e «giustizialista» del dio, che si adatta molto bene alle culture neolitiche slave, fra le più stabili e più conservatrici d'Europa, come mostrerò nel secondo volume. Poco importa che questa nozione sia stata introdotta dall'avestico baga, anticopersiano baga.
(5) Se in area greca la presenza di Zeus conferma l'importanza del dio celeste pastorale, occorre anche ricordare che a Zeús fa concorrenza la nozione di theós, di etimologia controversa (?).

Ricordiamo brevemente le principali etimologie proposte [DELG, s.v.], tutte poco convincenti: Pokorny (259, 269) e Devoto (310) proponevano un fumoso collegamento con latino fumus, greco thymós, e quindi la radice IE *dheues-, *dhus-, *dhues-; Buck [1949, § 22.12] suggeriva IE *dhé «fare, porre» in un'accezione religiosa, non meglio definita; de Saussure, più originale, il greco theîon «zolfo».
Per una nuova ipotesi, si potrebbe tener conto soprattutto del dualismo religioso greco, messo alla luce da Raffaele Pettazzoni e da Ambrogio Donini [1964, 1391].
Il capitolo del libro di Donini dedicato a questo problema si intitola appunto «Le due religioni della Grecia», ed è tutto dedicato al contrasto fra religione matrifocale (in Donini ancora «matriarcale» ) e patriarcale, e aveva già intravisto che il dualismo religioso greco non era l'equivalente dell'opposizione fra IE e pre-IE, bensì rappresentava un dualismo interno alla società greca stessa.
Partendo da questa premessa, si potrebbe opporre Zeus come espressione delle elite di origine pastorale, a una divinità dei ceti subordinati, ancora legati alle ideologie di tipo matrifocale.
Un possibile collegamento potrebbe essere allora fatto con la radice PIE (ProtoIndoEuropea) *dhe(i)- «nutrire, poppare» (P. 241), che appare in greco thénion «latte», tithénē «nutrice», titthē «mammella», thelys «che nutre, femminile», thēlamón «nutrice», thēlé «mammella», latino fēmina, fēlō, filius, fētus, fētāre, fecundus ecc.
La radice si collega ancora con *dhé-, *dhe - dhe- «vezzeggiativo infantile per i vecchi parenti» (P. 235), attestato in greco theios «zio», theia «zia» (*thē-os, *thē-a), tēthe «nonna», tēthis «zia», teonimo Thétis, illirico deda «nutrice», lituano dėdė, dėdis «zio», anticoslavo dědъ «nonno», tedesco deite, teite, svizzero däddi «padre, vecchio», russo djádja «zio» ecc.
La formazione più vicina a theós sarebbe, in tal caso, quella di *theîos «zio» e «divino», il tipico fratello materno o zio avunculare che nelle società matrifocali e matrilineari fa le veci del padre, ancora ignoto.
In questo caso, dietro theós si nasconderebbe una théa «Grande Madre allattatrice», parallela a Thétis, e ancora totemicamente vicina a qualche animale-nutrice, come in oiōnós theá «la dea uccello».

E utile sottolineare che nell'ambito della teoria tradizionale non si vede come ci sarebbe il tempo, fra l'età del Ra-me e l'età del Bronzo, per far scomparire la religione pastorale del dio padre celeste da alcune aree, e farla sostituire di gran carriera con altre religioni completamente diverse.
Nella TC (teoria della continuità) non ci sarebbe bisogno di far scomparire la religione pastorale: essa nascerebbe e resterebbe vitale solo in alcune aree, mentre nelle altre si svilupperebbero altre religioni.
Il tempo sarebbe quello fra Neolitico ed età del Bronzo.

La TC vedrebbe insomma l'affermazione della concezione pastorale del «dio padre celeste» esclusivamente là dove
si erano affermate le culture pastorali (e quindi non solo in area IE, ma anche in quelle semitica, uralica e altaica ecc.), mentre nelle aree dove più forte e radicato era stato lo sviluppo delle culture neolitiche più propriamente agricole — come la LBK della Germania meridionale, le culture di Sesklo in Grecia, quelle di Karanovo in area slava, ecc. le religioni di matrice matrifocale preagricola e agricola avrebbero contrastato la futura ideologia patriarcale.

Non mi azzardo per ora a identificare il focolaio dal quale il termine *deiuo-s «dio» si sarebbe diffuso nel resto dell'area. Ma vorrei sottolineare che secondo il principio unitaristico l'ipotesi della diffusione è del tutto verosimile. Penso all'attuale diffusione mondiale di termini come Allah, Gesù Cristo, Budda, Confucio e simili, cristiano, cattolico, protestante, Islam, mussulmano, buddista, zen ecc. papa, pope, rabbino, guru, muezzin, lama ecc.

Non mi soffermo su un altro pseudoproblema della supposta «religione IE»: quello della concordanza fra il flamen latino e il brahman indiano, altro cardine della tesi tradizionale sulla religione IE comune.
Come tutti i manuali di archeologia, da Childe in poi, oggi chiariscono, la specializzazione sacerdotale richiede l'esistenza di un notevole surplus produttivo, che serva a mantenere la nuova casta, e quindi una società stratificata, che può cominciare al più presto alla fine del Neolitico. I due termini vanno visti come concordanza casuale, o come sviluppo parallelo da una comune motivazione originaria, come del resto si ipotizza anche in ambito tradizionale (P. 154).
Non esiste una religione PIE, per la semplice ragione che quando gli IE sono uniti non possono avere ancora religione, e quando iniziano a seppellire i morti sono già separati e quindi adoperano nomi diversi per la sepoltura. Esistono invece, a partire dal Paleolitico Medio e Superiore, successive ideologie, che si possono sviluppare in modo analogo anche in aree diverse partendo da basi culturali comuni, e sono naturalmente anche suscettibili di diffusione.

5. Conclusione
Ciò che spero di aver mostrato è che l'ipotesi della continuità può illuminare di nuova luce non solo il problema
delle origini del linguaggio e delle diverse famiglie linguistiche, ma anche, molto più tardi, il ruolo dei diversi gruppi linguistici nella diffusione delle innovazioni tecnologiche e ideologiche nel resto d'Europa: come il ruolo celtico nella diffusione della ruota raggiata, il ruolo delle aree delle culture guerriere pastorali dell'Europa tardo neolitica ed eneolitica nella diffusione dell'ideologia del dio padre celeste, il ruolo dell'area greca come tramite del Neolitico mesopotamico nella diffusione dell'aratro.
Ciascuna delle nuove analisi, se riuscita, potrà fornire spiegazioni utili non solo alla linguistica, ma anche alle altre scienze preistoriche.
Se sono riuscito nel mio intento, spero che gli specialisti dei diversi phyla linguistici, molto più ferrati di me negli aspetti fonetici e morfologici specifici di ciascun'area, accettino la prospettiva di lavorare con la nuova ipotesi di lavoro, riesaminando nel nuovo quadro cronologico offerto dalla TC la ricchissima documentazione IE, uralica, altaica e afroasiatica prodotta dalla comparatistica.
Nei prossimi due capitoli, gli ultimi del libro, cercherò di illustrare gli stessi fatti preistorici attraverso due altri prismi linguistici: quello della stratigrafia nascosta nel lessico latino, e quello della stratigrafia ancora visibile nei dialetti viventi.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Dio, Deus, Divos, Deivos, Theos, Zeus, Jove, Giove, Javhè

Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 9:40 am

Lingua venetica:

Deivos (Osts Katusiaios donasto atraes termonios deivos)
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Divo
https://it.wikipedia.org/wiki/Divo
Con il termine divo ci si riferisce perlopiù ad un personaggio reale o immaginario la cui caratteristica principale sia una indiscussa notorietà mediatica. L'attuale uso deriva dal fatto che in antico il termine aveva un significato religioso e veniva riferito a personaggi divinizzati. In senso proprio, infatti, "divo" e il corrispettivo femminile "diva" derivano dagli omologhi termini latini divus e diva, cioè "divino" e "divina".
Presso i Romani l'attributo "divo" era assegnato a quegli uomini di particolare importanza che fossero riconosciuti pubblicamente dopo la morte tra le divinità. In particolare per tutta l'età imperiale il Senato procedette a riconoscere come divini molti degli Imperatori attraverso pubbliche cerimonie di apoteosi (o divinizzazione), massima espressione del culto imperiale, nel corso delle quali la cremazione all'aperto dei resti mortali o di un simulacro del principe simboleggiava la sua ascensione tra gli dei della religione romana: da quel momento l'imperatore, divenuto divus, poteva essere soggetto diretto del culto religioso. Esempi di tale pratica furono, tra gli altri, il Divo Giulio, il Divo Augusto, il Divo Antonino, etc.
L'espressione ricorre anche nel famoso incipit dell'Iliade: Cantami o diva... ("cantami o [Musa] divina...") (...) il divo Achille ("Achille di stirpe divina"): traduzione Monti, I.1, I.9. Qui, però, il riferimento alla divinità di Achille è legato alla sua discendenza divina dalla ninfa Teti.
L'uso della divinizzazione, sebbene con modalità diverse da quella romana, è tratto comune a molte delle civiltà antiche.


Dio
https://it.wikipedia.org/wiki/Dio

I nomi utilizzati per indicare questa entità superiore dotata di potenza straordinaria sono numerosi tanto quanto numerose sono le lingue e le culture, con le loro origini.

Nelle lingue di origine latina (de area afin al latin e no de derivasion dal latin) come l'italiano (Dio), il francese (Dieu) e lo spagnolo (Dios), il termine deriva dal latino Deus (a sua volta collegato ai termini, sempre latini, di divus, "splendente", e dies, "giorno") proveniente dal termine indoeuropeo ricostruito *deiwos. Il termine "Dio" è connesso quindi con la radice indoeuropea: *div/*dev/*diu/*dei, che ha il valore di "luminoso, splendente, brillante, accecante", collegata ad analogo significato con il sanscrito dyáuh. Allo stesso modo si confronti il greco δῖος e il genitivo di Ζεύς [Zeus] è Διός [Diòs], il sanscrito deva, l'aggettivo latino divus, l'ittita šiu.

Nelle lingue di origine germanica come l'inglese (God), il tedesco (Gott), il danese (Gud), il norvegese (Gud), lo svedese (Gud), sono relazionati all'antico frisone, all'antico sassone e all'olandese medievale Got; all'antico e al medievale alto germanico Got; al gotico Gut; all'antico norvegese Guth e Goth nel probabile significato di "invocato". Maurice O'C Walshe lo relaziona al sanscrito -hūta quindi *ghūta (invocato). Quindi forse da relazionare al gaelico e all'antico irlandese Guth (voce) e all'antico celtico *gutus (radice *gut).

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Nella lingua greca, antica e moderna, il termine è Theós (Θεός; pl. Θεοί Theoí). L'origine è incerta. Émile Benveniste, tuttavia, nel suo Le Vocabulaire des institutions indo-européennes collega theós a thes- (relazionato sempre al divino) e questo a *dhēs che si ritrova nel plurale armeno dikc (gli "dèi", -kc è il segno plurale). Quindi per Émile Benveniste: «è del tutto possibile -ipotesi già avanzata da tempo- che si debba mettere in questa serie Theós 'Dio' il cui prototipo più verosimile sarebbe proprio *thesos. L'esistenza dell'armeno dikc 'dèi' permetterebbe allora di formare una coppia lessicale greco armena».

In ambito semitico il termine più antico è ʾEl (in ebraico אל), corrispondente all'accadico Ilu(m) (cuneiforme accadico ...) e al cananaico ʾEl o ʾIl (fenicio El phoenician.jpg), la cui etimologia è oscura anche se sembrerebbe collegata alla nozione di "potenza".

Nell'ambito della letteratura religiosa ebraica i nomi con cui viene indicato Dio sono: il già citato ʾEl; ʾEl ʿElyon (ʿelyon nel significato di "alto" "più alto"); ʾEl ʿOlam ("Dio Eterno"); ʾEl Shaddai (significato oscuro, forse "Dio Onnipotente"); ʾEl Roʾi (significato oscuro, forse "Dio che mi vede"); ʾEl Berit ("Dio dell'Alleanza"); ʾEloah, (plurale: ʾElohim , meglio ha-ʾElohim il "Vero Dio" anche al plurale quindi; ha per distinguerlo dalle divinità delle altre religioni o anche ʾElohim ḥayyim, con il significato di "Dio vivente"); ʾAdonai (reso come "Signore"). Il nome che appare più spesso nella Bibbia ebraica è quello composto dalle lettere ebraiche י (yod) ה (heh) ו (vav) ה (heh) o tetragramma biblico (la scrittura ebraica è da destra a sinistra): traslitterato quindi come YHWH, il nome proprio del Dio di Israele[9]. Gli ebrei si rifiutano di pronunciare il nome di Dio presente nella Bibbia, cioè י*ה*ו*ה (tetragramma biblico) per tradizioni successive al periodo post-esilico e quindi alla stesura della Torah. L'Ebraismo insegna che questo nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. Tutte le moderne forme di Ebraismo proibiscono il completamento del nome divino, la cui pronuncia era riservata al Sommo Sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme. Poiché il Tempio è in rovina, il nome non è attualmente mai pronunciato durante riti ebraici contemporanei. Invece di pronunciare il tetragramma durante le preghiere, gli ebrei dicono Adonai, cioè "Signore". Nelle conversazioni quotidiane dicono HaShem (in ebraico "il nome", come appare nel libro del Levitico XXIV,11) quando si riferiscono a Dio. Per tale ragione un ebreo osservante scriverà il nome in modo modificato, ad esempio come D-o. Gli ebrei oggi durante la lettura del Tanakh (Bibbia ebraica) quando trovano il tetragramma (presente circa 6000 volte) non lo pronunciano.

Nell'ambito della letteratura religiosa arabo musulmana il nome di Dio è Allāh (الله) riservando il nome generico di ilāh ( إله; nel caso del Dio unico allora al-Ilāh il-Dio) per le divinità delle altre religioni. Il termine arabo Allāh viene probabilmente dall'aramaico Alāhā). Nel Corano, il libro, sacro dell'Islam, l'Essere supremo rivela che i suoi nomi sono Allāh e Rahmān (il "Misericordioso"). La cultura islamica parla di 99 "Bei Nomi di Dio" (al-asmā‘ al-husnà), che formano i cosiddetti nomi teofori, abbondantemente in uso in aree islamiche del mondo: 'Abd al-Rahmān, 'Abd al-Rahīm, 'Abd al-Jabbār, o lo stesso 'Abd Allāh, formati dal termine "'Abd" ("schiavo di"), seguito da uno dei 99 nomi divini.

Nella lingua sumerica il grafema distintivo della divinità è Cuneiform sumer dingir.svg (dingir), probabilmente inteso come "centro" da cui la divinità si irradia.

Nella cultura religiosa sanscrita, fonte del Vedismo, del Brahmanesimo e dell'Induismo, il nome generico di un dio è Deva ( देवता) riservando, a partire dall'Induismo, il nome di Īśvara (ईश्वर, "Signore", "Potente", dalla radice sanscrita īś "avere potere") alla divinità principale. il termine Deva è correlato, come ad esempio il termine latino Deus, alla radice indoeuropea già citata richiamante lo "splendore", la "luminosità". In tale alveo la divinità femminile si indica con il nome di Devī, termine che indicherà con la Mahādevī (Grande Dea) un principio femminile primordiale e cosmico di cui le singole divinità femminili non sono che manifestazioni.
Nella cultura religiosa iranica preislamica il termine utilizzato è l'avestico Ahura ("Signore") che corrisponde al sanscrito Asura; acquisendo il nome di Ahura Mazdā ("Signore Saggio" persiano اهورا مزدا) l'unico Dio del monoteismo zoroastriano.

Il carattere cinese per "Dio" è 神 (shén). Esso si compone al lato sinistro di 示 ( shì "altare" oggi nel significato di "mostrare") a sua volta composto da 丁 (altare primitivo) con ai lati 丶 (gocce di sangue o di libagioni). E a destra 申 (shēn, giapp. shin o mōsu) sta per "dire" "esporre" qui meglio come "illuminare", "portare alla luce". Quindi ciò che dall'altare conduce alla chiarezza, alla luce, Dio. Rende il sanscrito deva e da questo deriva sia il lemma giapponese di carattere identico ma pronunciato come shin sia quello coreano 신 (sin) e il termine vietnamita thân. Anche il tibetano lha. Quindi 天神 (tiānshén, giapp. tenjin, tennin, coreano 천신 ch'ŏnsin vietnamita thiên thần: Dio del Cielo) dove al già descritto carattere 神 si aggiunge 天 (tiān, giapp. ten) col significato di "cielo", "celeste", dove si mostra ciò che è in "alto" è "grande" (大 persona con larghe braccia e grandi gambe ad indicare ciò che è "largo", "grande").

http://www.etimo.it/?term=divo
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Da Le orexeni de ła coultura ourpea de Xane Semeran

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Gìоvе: v. Zeus.
La bаsе Ju- di Juppiter fu costantemente data come corrispondente dell’ “insignificante” vedico Dyáuh, e del greco Ζεύς, col colorito significato di " cielo luminoso " : quеstе omologie cominciano a perdere la loro vernice e scoprono ıl semplicismo con cui furono concepite.
L'omonimia di Ju- е di Dyáuh, *Dуеu- è tutt'altro che dimostrata; i Greci e i Romanı antichissimi indicarono con Zeus e соn Giove solo, semplicemente, il tempo atmosferico: l’attributo costante di queste divinità è la folgore; anzi, i loro nomi, con basi diverse, esprimono lo stesso elementare motivo: l’acqua del cielo, la pioggia fecondatrice; in Jove riemergono le basi originarie che suonano come accadico ūwu ūmu (tempesta, giorno, ` Sturm: als Göttertitel oft; Тag '), semitico jaum, incrociatosi con la nоtа base corrispondente ad accadico -wû (mû: acqua, ' water ').
A riprova valga l'omerico Ζήν Ζηνα che corrisponde ad accadico zennu, zinnu (pioggia, ' rain '), zanānu (piovere, ' to rain '), zunnu (‘rain’). Del concetto di "cielo" per gli antichi italici è ipostasi Semo, corrispondente ad accadico šamû (cielo, ' heaven ', ' Himmel '), ugaritico samû, o sаwû, ebraico šāmajim, arabo samā’.

Samas
https://it.wikipedia.org/wiki/%C5%A0ama%C5%A1
Sin
https://it.wikipedia.org/wiki/Sin_%28divinit%C3%A0%29



Zeus (v. anche Lessico etim. greco e latino)
Pestalozza dimostrò che Zeus cretese muore e risorge come Marduk, l'antichissimo dio solare, 1a figura centrale della cosmogonia bаbilоnеsе.
Ζεύς, beotico e laconico Δεύς, venne accostato antico indiano dyāúh (cielo, giorno), genitivo Δι[ι]ος, sanscrito divah; l'ittita ha *šiuš , šiun(i). Il miсеnео Diwe richiama accadadico zīwu (zīmu : splendore, apparizione divina, luce degli astri, “luster, appearance, glow, said of gods, with ref. to light”), ma Ζεύς, come l'ittita *šiuš, corrisponde ad accadico šаwû (šamû : cielo, “Himmel”, greco σαυη, v. Sollberger, «Iraq », 24, 68) dа identificare con accadico šаwû (pioggia, “Rеgеn”) : la voce riappare nella designazione dell'italica divinità Semo, ipostasi del cielo piovoso che favorisce i seminati.

Ma per svelare i misteri di tutte le valenze semantiche che il dio nasconde nel suo nome, occorre partire dаllе forme Ζήν (dial. Ζάν Ζηνα, cretese Δηνα Τηνα etc.) e meditare la fondamentale osservazione del Patroni che dyaus pitar, della religione vedica, è creazione dei filologi.
Gli attributi di Giove, quali νεφεληγερέτα (adunatore di nembi), χελαινεφής (dalle nere nuvole), Ôμβροιος (dispensatore i pioggia), χεραύνιος (il dio del fulmine) sono fra i più antichi riferiti al dio.

Il Patroni è stato il più acuto scrutatore del significato e del valore originario di tale divinità, il dio del cielo annuvolato e tempestoso, che egli identifica con l’etrusco Tin. A conferma del significato originario di accadico šаwû (pioggia), Ζήν Ζηνα) richiama realmente accadico zīnu, (pioggia, ' rain ', A , 21, 123), zаnānu (piovere, “to rain “, ibid, 41 sgg.), zāninu (dispensatore i beni, provvido : attributo i divinità, referring to gods : “provider”, ibid., 45 sgg.): zīnu (pioggia) è anche base del nomе Tinia, il Giove Pluvio etrusco.
Е occorre scorgere nuovi sincretismi di motivi remoti, perché tale nome banalizza quello dell’accadico Sin, il più importante dio della triade astrale, il padre di Šаmаš (il sole) e di Ištār, dea della guerra e dеll'аmоrе.
Sin è nome derivato dal sumero Zu-en, ipostasi della luna, è il dio della vegetazione, dell’agricoltura, delle piogge, della vita, è il giudice e che emette sentenze, il dio dei sogni ominosi, è il re fra gli dei e conferisce la regalità.
Ma аd accadico zаnānu (piovere) occorre ancora accostare il nome ella divinità elamitica Zana.
Va richiamato accadico , l'uccello della tempesta, emblema del dio della guеrrа.
Come la forma micenea Dive, il latino divus, dies, dius, greco δίος, si richiamano ad accad. zīwu (splendore), zīmu: v. osco Diúveí.



http://www.url.it/donnestoria/testi/creta/marija.htm

Da Marija Gimbutas, Il Linguaggio della Dea

Capitolo 15 La Madre Terra

§ 5 Collina e pietra (omphalos) come metafora della Madre Terra Gravida
“Le colline sacre sono state oggetto di culto fino al XX secolo.
La Madre Terra era celebrata sulla sommità dei monti coronata con grandi pietre.
Queste pratiche sono testimoniate nella Creta minoica e moderna a sud, nelle isole britanniche a ovest, e nell’area baltica orientale, in vari periodi storici.
Per esempio, la collina sacra Rambynas sul Nemunas, nella Lituania occidentale, è nominata fin dal XIV secolo. Ancora nel XIX secolo le coppie di sposi vi facevano offerte per chiedere fertilità in famiglia e nei campi.
Secondo una fonte del XVI secolo, le donne che vanno a Rambynas a chiedere fertilità devono essere molto pulite (Balys 1948: 21, Gimbutas 1958: 95).

Le pietre della Madre Terra dotate del potere di concedere la fertilità alle donne sterili hanno una superficie levigata. In Germania e nei paesi scandinavi una pietra piatta con le superfici levigate è chiamata Brautstein, o pietra della sposa.
Le giovani spose vi sedevano sopra o vi si strusciavano per avere fertilità.
La glissade, “scivolata” in francese, praticata segretamente in Francia nel XVIII e XIX secolo, richiedeva il contatto delle parti posteriori con la pietra. Le pietre inclinate si prestano meglio a questo scopo. La continua ripetizione della cerimonia da parte di numerose generazioni ne ha levigato le superfici.

Strofinare l’ombelico nudo o lo stomaco contro un menhir e in particolare contro una sporgenza, una protuberanza rotonda o un’irregolarità della pietra, assicurava matrimonio, fecondità e un parto felice (Sébillot 1902: 79 segg.).
Una protuberanza rotonda e perfino un’irregolarità su un menhir erano considerate il punto in cui l’energia divina era concentrata: in altre parole, un omphalos.
L’usanza è ampiamente documentata in Europa e nel Vicino Oriente, e ovunque è definita “antica”.

Grosse pietre con le superfici piatte dedicate a Ops Consiua/Consiva, Dea romana della Fertilità della Terra, erano tenute in buche scavate nella terra (sub terra) coperte con la paglia.
Venivano scoperte solo una volta l’anno alla festa del raccolto (Dumézil 1969: 293-96).
Circa 1500 anni dopo, la stessa tradizione si registra nell’Europa settentrionale.

In Lituania, gli annali dei gesuiti del 1600 descrivono grosse pietre piatte interrate e coperte di paglia; erano chiamate Deives, “Dee” (Annuae Litterae Societatis Jesu, anno 1600; cit. da Greimas 1979: 215).
La pietra dunque è la Dea in persona.

Il folclore europeo ha ricordi di colline magiche che si aprono se si bussa.
Una bella signora conduce l’eroe del racconto alla collina e bussa tre volte o conosce una formula magica per aprirla; la collina si apre e dentro siede una Regina in pieno splendore (Duerr 1978: 209).
È la Dea preistorica della Fertilità della Terra, la Regina che possiede i segreti della vita delle piante.


http://it.wikipedia.org/wiki/Opi_(divinit%C3%A0)
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 9:40 am

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 10:04 am

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Senofane
https://it.wikipedia.org/wiki/Senofane
Senofane critica l'antropomorfismo religioso, quale si trova nei poemi di Omero e di Esiodo e quale, del resto, era comune patrimonio delle credenze religiose del suo tempo:

"Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dei tutto quello che per gli uomini è oggetto di vergogna e di biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi... i mortali credono che gli dei siano nati e che abbiano abito, linguaggio e aspetto come loro... gli Etiopi credono che (gli dei) siano camusi e neri, i Traci, che abbiano occhi azzurri e capelli rossi ...ma se buoi, cavalli e leoni avessero le mani e sapessero disegnare... i cavalli disegnerebbero gli dei simili a cavalli e i buoi gli dei simili a buoi...". In realtà, "uno, dio, tra gli dei e tra gli uomini il più grande, non simile agli uomini né per aspetto né per intelligenza... tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero sente... senza fatica tutto scuote con la forza del pensiero... sempre nell'identico luogo permane senza muoversi, né gli si addice recarsi qui o là."

Da tutto questo si ricava la concezione di un dio-universo e nient'altro si può dire della sua concezione della divinità e dell'essere, diversamente da tarde interpretazioni che vogliono fare di Senofane un precursore della scuola eleatica e il maestro di Parmenide. Egli è legato alla scuola ionica di Mileto, quella di Talete, Anassimandro e Anassimene, a cui egli aggiunge uno spirito, che si potrebbe definire laico, di critica alle concezioni religiose correnti. Non a caso sostiene che "il certo, nessuno lo ha mai colto né ci sarà nessuno che possa coglierlo, sia per quanto riguarda gli dei che per ogni cosa. Infatti, se pure ci si trovasse a dire qualcosa di vero, non lo si saprebbe per esperienza diretta; noi possiamo avere solo opinioni", aggiungendo che "non è che da principio gli dei abbiano rivelato tutto ai mortali, ma col tempo, cercando, gli uomini trovano il meglio".

In queste ultime affermazioni si rileva uno spirito di concretezza razionalistica sui limiti della conoscenza umana ma anche la consapevolezza che non da interventi soprannaturali l'uomo può acquisire conoscenza o costruire la propria cultura.

Oltre a schierarsi contro i valori propri del mito e della epopea omerica, affermò contrariamente ai valori in voga tra i contemporanei, la netta superiorità dei valori spirituali quali la virtù, l'intelligenza e la sapienza, sui valori puramente vitali, come la forza e il vigore fisico degli atleti. Da quelli la città ha ordinamenti migliori e felicità maggiore che non da questi."Perché vale di più la nostra saggezza che non la forza fisica degli uomini e dei cavalli[...] Difatti, che ci sia tra il popolo un abile pugilatore o un valente nel pentatlo o nella lotta [...], non per questo ne è avvantaggiato il buon ordine della città.




betilo
https://it.wikipedia.org/wiki/Betilo
Il betilo o (bétile - bethel) è una pietra a cui si attribuisce una funzione sacra in quanto dimora di una divinità o perché identificata con la divinità stessa. Il termine "betilo" (latino "Baetylus", greco "Baitylos") deriva infatti dall'ebraico Beith-El che significa "Casa di Dio". L'adorazione del betilo viene detta "Litolatria".
Le forme del betilo possono essere molto varie (conica, piramidale, antropomorfa, cilindrica, prismatica, triangolare, ecc.); sono collocati di norma in posizione verticale. I più famosi bethel al mondo sono i monoliti dell'Isola di Pasqua. L'origine dei betili è legata probabilmente agli antichi popoli orientali. Si sa che venivano innalzati da Sumeri, fra le popolazioni che vivevano in Mesopotamia, Semiti, Siro-Palestinesi e che probabilmente si diffusero in tutta Europa con le migrazioni e le conquiste di queste popolazioni.

I betili si differenziano a seconda della zona di diffusione. L'adorazione delle pietre è ancora comune presso molte civiltà primitive e rimase a lungo anche fra le popolazioni di lingua greca, soprattutto dell'Asia Minore. Si annetteva inoltre una particolare importanza ai meteoriti, ossia a pietre che erano state viste cadere dal cielo luminose; sembra che anche la reliquia nella Kaʿba fosse in origine un meteorite. Presso i Romani, invece, il culto delle pietre non era molto diffuso. Esisteva il cosiddetto "Giove Lapide", una pietra che probabilmente in origine era considerata sede di uno spirito divino, ma che in età classica veniva considerata un semplice simulacro dello spirito di Giove. Pessinunte, un'antica città della Frigia, era famosa per il tempio che custodiva il simulacro di pietra nera di Cibele, il quale fu poi portato solennemente a Roma nel 204 a.C. in obbedienza a un responso dell'oracolo di Delfi. Un altro famoso betilo si trovava a Emesa (Siria), e fu trasportato a Roma dall'imperatore Eliogabalo nel 220.

http://www.treccani.it/enciclopedia/bet ... -Antica%29


Pietra di magnesia -litos di Talete
https://it.wikipedia.org/wiki/Teorema_di_Talete

litos magnetis
http://www.fisicamente.net/FISICA_1/index-1810.pdf

materiali magnetici
http://www.treccani.it/enciclopedia/mat ... taliana%29



Deucalione e Pirra
https://it.wikipedia.org/wiki/Deucalione_e_Pirra
Il mito di Deucalione e Pirra è la variante greca del mito del diluvio universale, avvenimento menzionato in quasi tutti i culti e le religioni asiatici, europei ed africani. Deucalione e Pirra, rispettivamente figli di Prometeo e Epimeteo, erano due anziani coniugi senza figli. Gli dei permisero loro di salvarsi dal diluvio che si sarebbe abbattuto sulla terra in modo che facessero rinascere l'umanità.
Su ciò che avviene dopo il diluvio esistono due versioni, che comunque portano allo stesso epilogo.
Secondo una prima versione essi hanno, come premio per la loro virtù, diritto ad un desiderio, ed essi chiedono di avere con loro altre persone. Zeus consiglia allora ai due superstiti di gettare pietre dietro la loro schiena, e queste non appena toccano terra si mutano in persone, in uomini quelle scagliate da Deucalione, in donne quelle scagliate da Pirra.
Secondo un differente racconto l'idea di gettare pietre deriva da una profezia dell'oracolo di Temi, che indicava ai due di lanciare dietro di loro "le ossa della grande madre". Essi comprendono allora che l'oracolo si riferisce alla Terra, ricordiamo che entrambi sono figli di Titani, e che le ossa della Terra sono le pietre, quindi se le lanciano alle spalle e queste si tramutano in uomini e donne ripopolando la terra.
Il mito è spesso collocato nell'Epiro, sull'Etna o in Tessaglia.
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Spirtoaƚetà da ƚa pristoria, shamaneixmo e coxmołoja shamana
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IL COSMO SECONDO GLI ABORIGENI AUSTRALIANI

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Megaliti
https://it.wikipedia.org/wiki/Megalito
Un megalito è una grande pietra o un insieme di pietre usate per costruire una struttura o monumento senza l'uso di leganti come calce o cemento. Il termine megalito proviene dall'unione di due parole del greco antico: μέγας, traslitterato megas, cioè "grande" e λίθος, lithos, che significa "pietra".
I megaliti presentano forme e strutture diverse, anche se si possono individuare alcune tipologie fondamentali come il menhir, un masso grezzo o appena sbozzato, conficcato nel terreno e il Dolmen caratterizzato da due o più pietre verticali ed una orizzontale posta come copertura. Esistono inoltre strutture megalitiche ben più complesse, con vere e proprie fortificazioni: è l'esempio dell'acropoli di Alatri e dei nuraghi in Sardegna. Sempre in Sardegna è possibile trovare altre costruzioni megalitiche utilizzate come tombe: le Tombe dei giganti.

Dolmen
https://it.wikipedia.org/wiki/Dolmen
Il dolmen è un tipo di tomba megalitica preistorica a camera singola e, insieme al cromlech (come Stonehenge in Gran Bretagna) e il menhir, costituisce il tipo più noto tra i monumenti megalitici. La realizzazione dei dolmen viene collocata nell'arco di tempo che va dalla fine del V millennio a.C. alla fine del III millennio a.C.
In Estremo Oriente l'uso del dolmen si prolungò fino al I millennio a.C.
I Dolmen sono costituiti da due o più piedritti verticali che sorreggono uno o più lastroni orizzontali (piatta banda o architrave). La costruzione era in origine ricoperta, protetta e sostenuta da un tumulo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Stonehenge
Stonehenge (pietra sospesa, da stone, pietra, ed henge, che deriva da hang, sospendere: in riferimento agli architravi) è un sito neolitico che si trova vicino ad Amesbury nello Wiltshire, Inghilterra, circa 13 chilometri a nord-ovest di Salisbury. È composto da un insieme circolare di grosse pietre erette, conosciute come megaliti.



El piłastro del mondo


Le stełe de Göbekli Tepe

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http://it.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6bekli_Tepe
Göbekli Tepe (trad. collina tondeggiante in turco, Portasar in armeno, Girê Navokê in curdo) è un sito archeologico, situato a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell'odierna Turchia, presso il confine con la Siria, risalente all'inizio del Neolitico, (Neolitico preceramico A) o alla fine del Mesolitico.
Vi è stato rinvenuto il più antico esempio di tempio in pietra: iniziato attorno al 9500 a.C., la sua erezione dovette interessare centinaia di uomini nell'arco di tre o cinque secoli. Le più antiche testimonianze architettoniche note in precedenza erano le ziqqurat babilonesi, datate 5000 anni più tardi.
Intorno all'8000 a.C. il sito venne deliberatamente abbandonato e volontariamente seppellito con terra portata dall'uomo.
...
Le raffigurazioni di animali hanno permesso di ipotizzare un culto di tipo sciamanico, antecedente ai culti organizzati in pantheon di divinità delle culture sumera e mesopotamiche.

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http://de.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6bekli_Tepe
http://en.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6bekli_Tepe
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Dio, Deus, Divos, Deivos, Theos, Zeus, Jove, Giove, Javh

Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 10:27 am

Le stełe mongołe

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Panorama di un complesso monumentale e tombale con le "steli a cervo", caratteristica iconografia dell'arte animalista delle steppe (1° mill. a.C.)

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http://www.terranea.it/archeo/mongolia01.htm
"Cervi del cielo
I secoli hanno corroso le pietre fin quasi a cancellare le immagini e soltanto il sole riesce a evocarle gettando ombre sottili sui bassorilievi delle stele piantate nella steppa. Dai confusi segni emergono allora teorie di cervi al "galoppo volante", in un tripudio di curve calligrafiche. Gli animali, disposti l'uno al di sopra dell'altro, hanno i corpi lanciati verso un piccolo Sole disegnato appena sopra una doppia linea orizzontale, corna arabescate come vele gonfie e zampe appena accennate. In basso, la composizione è chiusa da un fregio orizzontale. Il movimento non potrebbe essere reso con maggiore eleganza, ma il vero soggetto di queste stele è l'Universo, visto in una concezione tripartita: il mondo superiore (il Sole), il mondo inferiore (indicato dal fregio in basso) e il mondo di mezzo animato dai cervi lanciati verso pascoli celesti. Sono le "pietre dei cervi", lastre alte tre metri sistemate a palizzata intorno a tombe del primo millennio avanti Cristo, ingombre di grandi massi divelti. Sono una decina in questa valletta verde dove due famiglie di nomadi hanno portato tende e cavalli. Ma non le riconoscono come tombe e non mostrano alcun timore superstizioso, così accendono focolari al riparo dalle antiche pietre. Eppure quelle lastre incise conservano l'anima arcaica delle popolazioni mongole e i miti raccontano che la Madre di tutte le tribù fu proprio una cerva; ecco perchè quegli animali scolpiti non sono veri animali, ma "figli della dea-cerva", uomini che galoppano nell'aria in cerca di eternità."

Immagini e testo tratti da "I dinosauri del deserto dei Gobi", Marsilio Erizzo, Venezia, 1992.

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Kurgan, Shiti, Sarmati, ... iraneghi o turco altaeghi ?
viewtopic.php?f=134&t=943

Sciti e Sarmati: iraneghi o turco altaeghi ?
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... FNYmc/edit
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Orexeni turco altaeghe de łe coulture nomadego-pastorałi
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... tjWE0/edit
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Da ste statue stełe andropomorfe a se capise ben ke i morti de łe tonbe dite Kurgan dei pastori goerieri de łe stepe a cavało, come anca i Sarmati i łi Shiti e i Cimeri (Cimmeri) łi fuse de orexente turco altaega, altro ke endouropei e iraniani o iraneghi e tanti łi xe migrà ente tuta l'Ouropa:

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Messaggioda Berto » dom mag 21, 2017 10:27 am

Le statue stełe (o statue-menhir)

http://it.wikipedia.org/wiki/Statue_stele

Le statue stele (o statue-menhir) sono monumenti in pietra, di tipo antropomorfo, che rientrano nel fenomeno del megalitismo, comune alle popolazioni pre-protostoriche dell'Europa a partire dal III millennio a.C.. Le statue-stele sono presenti in molteplici culture europee, dall'Europa centro-orientale sino alla Spagna, nell'arco alpino (da Aosta al Trentino), oltre che in Corsica e in Sardegna. Nella penisola italiana le statue-stele più antiche sono localizzate in un'area al confine tra Liguria e Toscana, in Lunigiana, oltre che in Puglia settentrionale.
In Italia per secoli sono state distrutte in quanto ritenute divinità pagane e non esiste documentazione certa su quante siano state rinvenute fino al XVIII secolo.


Carta catamenti

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http://www.statuestele.org

L’esperienza dell’altro. Scambi e relazioni transculturali nella preistoria e nella protostoria della regione alpina centrale."
http://www.emscuola.org/labdocstoria/Pu ... h/Fr06.htm
Umberto Tecchiati:

§ 4. Trasmissione delle idee. Culto e ideologia

L’idea che l’incontro tra culture diverse abbia portato con se l’acquisizione di idee, credenze religiose e altri aspetti del mondo ideologico delle comunità preistoriche e protostoriche, è implicito per così dire nella trattazione che, molto sommariamente, si è potuto condurre nei §§ precedenti sugli aspetti propriamente materiali di questo incontro. Come già notava Bagolini “man mano che procediamo nel tempo verso di noi, l’immagine si fa meno sfocata, più ricca di dettagli di vita, ma pur sempre priva di qualche cosa di essenziale che solo il documento storico o l’analisi etnografica dal vivo dei popoli tradizionali attuali possono dare”.
Un discorso organico sulla trasmissione delle idee, o sulle idee stricto sensu non può essere fatto per ogni epoca, ma solo per alcune, cosicché non è possibile tracciare un quadro evolutivo, o almeno diacronico, di questi aspetti. Le informazioni sono molto carenti soprattutto per le epoche più antiche. Il mondo ideologico che ruota intorno alla rappresentazione di figure femminili in pietra o osso, o alla riproduzione più o meno stilizzata di animali, caratteristica del Paleolitico superiore, sopravvive in area atesina fino al mesolitico e al primo neolitico come documentano i manufatti “d’arte” del Riparo Gaban (38) presso Trento, e rimandano a un vasto areale europeo. A contatti con il mondo ideologico balcanico-danubiano, e a credenze “religiose” certamente molto dissimili da quelle tardo-paleolitiche o mesolitiche, rimandano invece le figure femminili in osso o terracotta caratteristiche soprattutto del pieno neolitico dell’Italia settentrionale, documentate ancora una volta al Riparo Gaban (39), dove si data al neolitico antico, e a Stufles, quartiere di Bressanone, in associazione con ceramica della cultura dei Vasi a Bocca Quadrata..
Non è chiaro quale fosse il senso di marcia di questa diffusione, ma è fondato ritenere che in area alpina atesina tali influssi provenissero direttamente dalla cultura padana dei Vasi a Bocca Quadrata.
Una lacuna di grande estensione cronologica, legata alla generale scarsità della documentazione archeologica, riguarda il tardo neolitico, e cioè in sostanza buona parte del IV millennio a.C. Se nel novero delle manifestazioni di culto dobbiamo considerare anche gli aspetti del rituale funerario, vale la pena citare una piccola necropoli di incinerati recentemente scavata a Barbiano in Val d’Isarco (altipiano del Renon), datata con il metodo del carbonio 14 all’incirca a cavallo della metà del IV millennio a.C. La rarità di sepolcreti o anche di singole sepolture databili a questo periodo rende problematica una ricerca dei confronti utili a un inquadramento culturale del fenomeno. E’ tuttavia significativo osservare che il rito della cremazione appare complessivamente estraneo alla ritualità funeraria dell’area alpina meridionale, almeno fino alla media e recente età del bronzo, quando i processi formativi della cultura dei campi d’urne, a nord delle Alpi, inducono vasti fenomeni di diffusione della cremazione. Per tutto il neolitico, l’età del rame e gran parte dell’età del bronzo l’inumazione, o tutt’al più l’inumazione di resti riesumati (deposizione secondaria) appare prevalente, cosicché il caso di Barbiano deve essere visto come un fenomeno eccezionale, legato a contatti con cerchie esterne, o alla penetrazione a sud dello spartiacque alpino di piccoli gruppi di immigrati.
Dati di maggiore ampiezza quantitativa e qualitativa si riferiscono invece all’età del rame (fine del IV-fine del III millennio a.C.), e soprattutto alle fasi piene e terminali di essa (tra 3000 e 2200 circa a.C.), quando la diffusione, anche in area alpina atesina, delle statue stele antropomorfe, deve essere intesa appunto come circolazione e trasmissione di idee tra gruppi diversi, quanto agli esiti della cultura materiale, ma certamente affini nella sostanza della vita spirituale e della mentalità.
Lastre di pietra squadrate e decorate con figurazioni simboliche (armi, elementi dell’abbigliamento, oggetti d’adorno etc.), le statue stele antropomorfe, così chiamate perché richiamano sinteticamente alla figura umana, rientrano nel più ampio fenomeno del megalitismo e caratterizzano vaste aree d’Europa dal Mar Nero alla Penisola Iberica e dall’Inghilterra al Mediterraneo (40).
In Italia Settentrionale le statue stele sono principalmente diffuse in Lunigiana, in Val d’Aosta e in Lombardia (Valcamonica e Valtellina) (41), mentre un gruppo denominato “atesino” si sviluppa con un notevole addensamento di resti in Trentino e in Alto Adige (42).
Gli oggetti rappresentati, in particolare le armi, confrontati con oggetti reali rinvenuti negli scavi archeologici, permettono di datare le statue stele al III millennio a.C.
Sul fenomeno delle statue stele antropomorfe esiste una nutrit letteratura, alla quale si rimanda per ulteriori approfondimenti . In questa sede importa sottolineare come la realizzazione di tali monumenti in pietra di norma locale porta ad escludere una importazione di oggetti finiti. Bisogna insomma ammettere che la loro fabbricazione dipenda dalla diffusione di idee, forse veicolate da “artisti” (o sacerdoti?) in continuo spostamento. La ricorrenza della raffigurazione di armi (pugnale, alabarda, ascia, arco e frecce) almeno sulle statue stele “maschili”, allude da un lato all’esistenza di un permanente clima di bellicosità, dall’altro ad una gerarchizzazione della società in cui il personaggio più importante è quello meglio armato, che possiede più armi, e quindi più potere, ed è in grado di redistribuire direttamente le armi ai suoi compagni. Questo elemento è ben distinguibile nei santuari (per es. Arco, o Lagundo) (43) in cui le statue stele maschili si differenziano tra statue ricche di raffigurazioni di armi e statue in cui compare solamente un pugnale. In questo quadro si inseriscono suggestivamente, a titolo di rappresentazione di società stabilmente differenziate oltre che in base al censo, anche al sesso e all’età, statue stele femminili e statue stele asessuate o di “infanti”.
Il fenomeno non riguarda solamente la piena età del rame caratterizzata dalla diffusione di statue stele con pugnale “remedelliano” (dalla necropoli di Remedello Sotto nel bresciano), ma, come dimostra la statua stele di Velturno (44), con rappresentazione di un pugnale tipo “Ciempozuelos” caratteristico degli assemblaggi della cultura del Vaso Campaniforme, anche la tarda età del rame.
In questa età, che poniamo tra la metà del III millennio a.C. e la formazione, intorno al XXIII-XXII sec. a.C., delle prime culture dell’antica età del bronzo, la circolazione di idee, oltre che di tecniche e di prodotti legati alla metallurgia del rame, deve essere stata molto intensa.
Un’ampia lacuna riguarda ancora, circa la conoscenza di aspetti legati alla trasmissione delle idee, buona parte dell’età del bronzo (il II millennio a.C.). Solamente in momenti tardi o finali di questa età, la diffusione di luoghi di culto incentrati sul “rogo votivo” (Brandopferplatz), spesso situati in alta montagna, apparentemente anche connessi alla ritualità funeraria (cremazione), pare indicare l’esistenza di un sostrato religioso comune, almeno in ampie porzioni dell’arco alpino centrale, che si riconosceva nella venerazione di remote divinità uraniche.



La scheda: Statue, stele e coppelle

http://www.valsenales.com/it/escursioni ... ologici/a6
Il menhir di Laces risalente al III millennio a.C. ritrovato nel 1992 nella chiesa "Di nosta Signora Al Colle" a Laces.Mentre per la maggioranza dei reperti archeologici si è in grado di definirne abbastanza precisamente età e funzione, per le statue stele, le statue menhir, e le coppelle questi dati sono ancora abbastanza enigmatici. ( Le statue menhir sono monoliti dalla forma naturale, le statue stele sono massi intenzionalmente modellati dall'uomo ed hanno forme e caratteristiche antropomorfe). Ne sono state trovate in molte regioni europee ma volendoci limitare all'arco alpino possiamo citare la val d'Aosta, la Valcamonica e la Valtellina, Sion nel Vallese ed il Trentino-Alto Adige. Nella nostra provincia ne sono venute alla luce 11, e ben sei di esse in ambito venostano. Le si fanno risalire alla fase finale del neolitico, in quel periodo detto eneolitico, parola composta da aeneus = di bronzo e lithikos = di pietra. Un periodo di transizione tra l'uso di oggetti di pietra e l'inizio dell'uso dei metalli. Oggetti che forse proprio per il loro valore e la loro importanza venivano appunto scolpiti sulle stele. Queste statue venivano erette in luoghi particolari ma non sappiamo per quale motivo, erano forse dipinte e disposte in cerchio, sembra escluso che volessero rappresentare divinità: molto più probabilmente raffiguravano persone dotate di grande carisma, dei condottieri; insomma erano una sorta di monumenti ad eroi, come quelli che adornano ancora oggi le nostre piazze! Poi all'improvviso questa cultura è stata spazzata via, le stele spezzate o divelte e quindi scomparse. Per le coppelle il discorso è ancora più incerto, anche se ne esistono migliaia in tutto l'arco alpino. Nella provincia di Bolzano se ne trovano a centinaia, concentrate in modo particolare nella conca di Bressanone e in val Venosta. In molti casi non è neppure possibile stabilirne l'antichità per non parlare poi del loro uso, sul quale sono sorte decine di teorie: calendari astronomici, culto dei morti, indicatori di vie... Sta di fatto che anche lungo alcuni degli itinerari da noi suggeriti ne troveremo diverse, da quelle grandi solo pochi centimetri a quelle della grandezza di un cranio, collegate tra di loro da canalette o croci, singole o in gruppi, su massi isolati o sulla soglia di edifici. Chissà, forse anche quelle conche per l'acqua benedetta che si trovano nei nostri cimiteri si rifanno alle più antiche coppelle. Comunque sia, coppelle e menhir esistono, attirano e affascinano e forse un giorno saremo in grado di capire le storie che questi, per ora, muti testimoni di pietra ci raccontano.


Menhir statue stele sarde

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Statue stełe lunijana

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Statue stełe area alpina

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Statue stełe Val Senales

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Statua steła de Bagnoło entel bresan

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Statua steła alto Garda

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Statue stełe Daunie

http://it.wikipedia.org/wiki/Stele_daunie
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Statue stełe ara françoxa

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Statue stełe ara Corsega

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Petit-Chasseur-presso-Sion-datata-al-2700
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Stele-da-Hamangia-Baia-Romania
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