Muri, termini, confini e barricate

Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » dom giu 02, 2019 8:11 am

"Immigrazione e multiculturalismo Il silenzio degli «accoglienti»"
Da Il Corriere del 25/05/2019
Ernesto Galli della Loggia

https://alleanzacattolica.org/immigrazi ... t.facebook

Vi sono libri importanti in ragione del loro argomento e del modo in cui esso viene trattato, oppure in ragione di qualche peculiarità del loro autore, e vi sono libri, poi la cui importanza dipende da un’altra ragione ancora: dal clamore straordinario o all’opposto dal silenzio sospetto che li accoglie. Il libro di Raffaele Simone L’ospite e il nemico (Garzanti) ha la singolarità di segnalarsi per tutti e tre i motivi ora detti: non solo perché tratta di un tema chiave come la grande migrazione dal Sud del mondo di cui l’Europa è la meta da anni, ma perché il tema stesso, a differenza di tante altre pubblicazioni analoghe, è svolto in modo quanto mai documentato e soprattutto con una totale spregiudicatezza; infine perché dell’uscita del libro nessuno ma proprio nessuno ha mostrato di accorgersi. Un silenzio davvero singolare per non autorizzare un dubbio: e cioè che il mainstream culturale devoto al politicamente corretto — il Club Radicale come viene definito in queste pagine — abbia così voluto punire chi mostrava di non tenere alcun conto delle sue fisime e dei suoi tabù. Soprattutto perché chi osava tanto era uno studioso come Simone — il quale, lo ricordo, professionalmente è un linguista — la cui produzione di saggistica politica si è sempre mossa in una prospettiva schiettamente di sinistra. E che dunque oggi al suddetto Club deve essere apparso un transfuga, un traditore.

Che cosa sostiene di così scandaloso per il benpensante progressista il libro di cui stiamo parlando? Innanzitutto un criterio di metodo: «Non c’è nessun immigrato, in quanto persona, leggiamo, che visto da vicino, non susciti compassione e impulso al soccorso (…). Ma si possono osservare i fenomeni collettivi persona per persona?». Simone non ha dubbi: non è possibile. L’immigrazione verso l’Europa è un evento di una tale vastità potenziale che, incontrollato, non potrebbe che condurre questa parte del mondo a un’autentica catastrofe, più o meno analoga a quella rappresentata a suo tempo dalle invasioni barbariche. Si tratta di una presa di posizione niente affatto ideologica: infatti è davvero impressionante, in proposito, la vasta e varia documentazione, la quantità di notizie, di dati, di fatti di cronaca, circa le conseguenze negative già in atto o assai prevedibili contenute nel libro. Il cui autore, proprio perciò, sottolinea come siano a dir poco sorprendenti lo «spesso clima di ipocrisia e di falsità», «la sceneggiatura irenico-umanitaria» e la «sconsiderata rilassatezza» delle politiche migratorie praticate finora: attuate «quasi tutte — si aggiunge — contro il parere del popolo». Ce n’è abbastanza, come si vede, per giustificare la censura decretata al libro dal Club Radicale.

Sono due i principali obiettivi della polemica di Simone, dura quanto lucidamente argomentata. Il primo è l’insulsa colpevolizzazione che da tempo l’Europa va facendo del proprio passato, alimentando un vero e proprio odio di sé che in particolare il suo ceto politico-intellettuale e la sua scuola non si stancano di accrescere, costruendo l’idea di un debito che il continente sarebbe oggi chiamato giustamente a pagare, ad espiazione delle sue passate malefatte verso i popoli del Sud del mondo, sotto forma per l’appunto di un indiscriminato obbligo di accoglienza.

Ne è nata una vera e propria «cultura del pentimento e della discolpa» ormai diffusa in tutta la sfera pubblica occidentale, che conduce a considerare ad esempio come delittuosa «islamofobia» ogni pur ragionata valutazione critica della religione e della cultura islamiche. Arrivando, ad esempio, perfino al caso di indagini di polizia che in più occasioni tacciono l’origine islamica dell’indagato per il timore d’incorrere nell’accusa di razzismo. Secondo Simone si tratta di un indirizzo ideologico che, appunto per la «bramosia di penitenza» di cui si sta parlando, tende alla fine a cancellare il carattere fondamentale dell’identità europea, fondata sull’assoluta peculiarità del binomio Cristianesimo-Illuminismo e dei suoi mille esiti positivi rispetto a qualunque altra cultura. Sfidando il politicamente corretto l’autore ha il coraggio di porsi una domanda decisiva: «Cosa vogliamo preservare da qualunque rischio di alterazione? (…) Ci sono valori europei (corsivo nel testo) che bisogna assolutamente proteggere?».

Il secondo dei due principali bersagli del libro è la latitudine tendenzialmente indiscriminata del concetto di accoglienza, che è stato il criterio morale di fondo a cui il politicamente corretto occidentale si è fin qui sentito in dovere di guardare, sia pure con le inevitabili incertezze e contraddizioni del caso.

Ricordando come nell’antichità indoeuropea ospite e nemico fossero indicati dalla stessa parola (ne è rimasta traccia in latino: hospes/hostis) Simone fa una distinzione assai importante. Un conto è il diritto all’ospitalità, cioè ad essere accolto temporaneamente in un luogo e con il beneplacito dell’accogliente — secondo il modello così diffuso in moltissime culture — un conto ben diverso è il presunto diritto a stabilirsi dove uno vuole, indipendentemente dalla volontà (e dal numero!) di chi in quel luogo abita da tanto tempo, avendovi magari profuso da generazioni lavoro e cura per renderlo ciò che esso è oggi. Senza dire che quando parliamo di ospitalità intendiamo da sempre quella riservata ad una sola persona o ad un piccolo gruppo, non di certo a una massa. In questo caso sembra davvero più appropriato parlare al limite di invasione anziché di ospitalità.

Presumere che esista un diritto all’accoglienza illimitata comporta logicamente né più né meno che teorizzare la cancellazione virtuale dei confini: cioè di qualcosa che l’autore stesso definisce «una necessità etologica dei gruppi umani».

Naturalmente nessun «accogliente» ha il coraggio politico e intellettuale di trarre una simile conseguenza dalla propria posizione. La retorica serve per l’appunto a rimediare a questa falla dispiegando le sue armi, quelle che Simone chiama per l’appunto le «retoriche dell’accoglienza» (da «siamo stati tutti migranti e siamo tutti meticci» a «dall’arrivo dei migranti abbiamo da trarre solo vantaggi» e così via seguitando). Retoriche che egli smonta una per una, con precisione, con i fatti, ragionando. Un libro assolutamente da leggere, insomma, non foss’altro che per discuterlo: proprio come al Club Radicale non piace mai fare con chi non la pensa come lui.
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » ven giu 14, 2019 7:46 pm

Gli intellettuali "meglio tardi che mai" su migranti e scuola
14 giugno 2019

https://www.panorama.it/news/politica/m ... NpCkXsw-nY

Funziona più o meno così. Una mattina l’intellettuale progressista si sveglia e avverte un brivido in tutto il corpo. Un’inaspettata eccitazione lo pervade, si sente euforico: ha appena avuto un’illuminazione. Si è reso conto che l’umanità è afflitta da un problema urgente, una questione che deve assolutamente essere risolta nel minor tempo possibile. A quel punto, si precipita a scrivere: un articolo, un pamphlet, un saggio breve. Tutto va bene pur di far dono al mondo della sua intuizione. C’è un solo, insignificante problema: quella stessa intuizione, quell’identica illuminazione altri l’hanno avuta prima dell’intellettuale progressista. Anni prima, magari. Decenni, talvolta. Il nostro eroe, però, non si dà per vinto. Anzi: se ne frega proprio. Lui ha partorito la sua trovata, questo è l’importante. Se poi altri lo hanno preceduto, e magari sono stati anche più efficaci, beh, è irrilevante. Del resto è cosa nota: finché non ottengono l’approvazione della sinistra del pensiero, le idee non hanno peso, non meritano d’essere considerate.
Prendiamo, tanto per fare un esempio, la questione migratoria. La scorsa settimana, sul Corriere della Sera, è comparso un rovente articolo di Ernesto Galli della Loggia. Il celebre professore si lamentava del silenzio con cui è stato accolto dal milieu culturale italico un volume di straordinaria rilevanza. «Colpisce la significativa mancanza di reazioni al saggio di Raffaele Simone L’ospite e il nemico» recitava il titolo dell’invettiva di Galli della Loggia.
Ma di che cosa tratta questo imprescindibile tomo, e perché è stato ignorato dai recensori gallonati? Lo rivela lo stesso professore: «Tratta di un tema chiave come la migrazione dal Sud del mondo». Fantastico: un libro sugli immigrati, argomento di stringente attualità. Riassumendone il contenuto, spiega Galli della Loggia: «Presumere che esista un diritto all’accoglienza illimitata comporta logicamente né più né meno che teorizzare la cancellazione virtuale dei confini: cioè di qualcosa che l’autore stesso definisce “una necessità etologica dei gruppi umani”».
Proviamo a riassumere. Galli della Loggia si lamenta perché il libro di Raffaele Simone ha goduto di scarsa visibilità nonostante si tratti di un tomo denso di verità che gli italiani debbono conoscere. Queste verità riguardano l’immigrazione. La quale, ci dice Simone, è un grosso problema che non si può affrontare accogliendo tutti. Anzi: ci vogliono limiti, confini. Bisogna difendere i valori occidentali altrimenti la nostra millenaria civiltà rischia di sparire. Ecco, di fronte a tutto ciò uno pensa: scusate, ma sono circa vent’anni che autori conservatori, identitari, di destra, chiamateli come volete, dicono le stesse identiche cose. Le hanno dette per primi, hanno fornito dati a sostegno delle proprie tesi e non solo non sono stati ascoltati, ma sono pure stati derisi e accusati di essere razzisti e fascisti. E adesso, anno 2019, arriva un distinto intellettuale di sinistra a spiegarci che l’invasione è un dramma e noi dovremmo pure correre a adorarlo? Siamo seri. Il fatto è che ci arrivano sempre dopo, ma quando ci arrivano pretendono che le masse si sciolgano per l’emozione. Intendiamoci: siamo molto felici che illustri pensatori progressisti facciano i conti con la realtà e abbiano il coraggio di sfidare il politicamente corretto. Talvolta, però, sarebbe gustoso scorgere un poco di umiltà.
Sull’immigrazione, la difesa dei confini e i rapporti con l’Islam si sono misurati fior di autori: Ida Magli, Oriana Fallaci, Alain De Benoist, Claudio Risé solo per citarne alcuni. Quel genio francese di Jean Raspail aveva previsto l’invasione migratoria in un romanzo del 1973, Il campo dei santi. Nel nostro Paese hanno dovuto pubblicarlo le edizioni di Ar, altrimenti nessuno se lo sarebbe filato. Di più: chi, in tempi più recenti, ha osato prendere di petto questi argomenti è stato marchiato a fuoco. Intollerante, maestro della paura, nazista, xenofobo… Poi, baldanzosi, arrivano gli intellettuali «democratici» e, tutto è concesso. Spunta Federico Rampini (tra tutti probabilmente il più onesto) a prendere di mira le élite cosmopolite e sradicate. Spunta Carlo Formenti a immaginare una specie di sovranismo di sinistra. Benvenuti, amici, vi aspettavamo. Prendiamo un

altro caso. Sempre sul Corriere, il brillante Goffredo Buccini ha dedicato un reportage quasi letterario a Torre Maura, sobborgo romano i cui cittadini hanno protestato con rabbia contro l’assegnazione di alloggi popolari ai rom. Mentre la sollevazione era in corso, i giornali di sinistra si sbizzarrivano. Accusavano gli abitanti di Torre Maura di essere razzisti, manipolati da Casapound, fascisti. Poi guarda che succede: quasi due mesi dopo, il prode inviato del Corriere scende nella periferia e scopre un signore, elettore del Pd, di nome Sergio. «Sergio, che vota pure Pd, era in mezzo ai ribelli aizzati da Casapound, strillando in favore della telecamera che quei rom “potevano bruciarli a Torre Angela” (precedente domicilio dei poveretti)» scrive Buccini. Capito? Il signor Sergio, piddino, gridava «bruciate i rom». Chiosa di Buccini: «Ciò non fa di lui un razzista». Tutto torna. Se sei di sinistra, puoi dire che i rom vanno bruciati. Se ti dichiari progressista, puoi scoprire mesi dopo che sì, in effetti la convivenza con i rom è un problema e il razzismo non c’entra. Da destra te lo avevano ripetuto in tutti i modi che le cose stavano così, ma non sei stato a sentire. A un certo punto, passati giorni e giorni, ti accorgi che avevano ragione gli altri, ma fai finta di nulla: hai avuto l’illuminazione e tutti si devono genuflettere di fronte a tanta intelligenza. Va così più o meno in tutte le circostanze. Da tempo immemore conservatori e sovranisti spiegano che la proliferazione dei «diritti» delle minoranze è pericolosa, e come sempre sono stati vilipesi o censurati.
Ma ecco che arriva il liberal americano Mark Lilla, pubblicato in Italia da Marsilio, a spiegare che le rivendicazioni delle varie minoranze fanno perdere di vista l’interesse della maggioranza, e tutta l’intellighenzia va in brodo di giuggiole. Vogliamo cambiare radicalmente campo? Parliamo della tecnologia e del Web. La «nuova destra» tuona contro lo strapotere delle macchine più o meno da quarant’anni. Nel frattempo, gli illuminati progressisti hanno celebrato la Silicon Valley, la potenza democratica della Rete, le varie primavere arabe nate sui social network. Adesso, però, i libri anti tecnologici spuntano come funghi: da Aldo Cazzullo che dice al figlio: «Metti via quel cellulare!» a Christian Rocca che grida: «Chiudete internet!», i maestri del pensiero hanno capito che l’ubriacatura digitale è un brutto guaio. E ci danno lezioni. Ma prendiamo un’altra questione rilevante: la scomparsa dell’autorità. Da Concita De Gregorio ad Andrea Camilleri, passando per vari altri numi tutelari della sinistra, c’è la gara a stracciarsi le vesti per le sorti della scuola pubblica. I professori non sono rispettati, non si studia più la storia… Che strano: prima ci avevano detto che bisognava abbattere l’autorità, buttare i professori giù dalla cattedra, mollare le polverose nozioni e portare l’attualità in classe. E ora vengono a piangere perché la scuola è un disastro? Ci avevano detto che il patriarcato andava abbattuto, che il modello di società verticale andava sgretolato, e oggi ci troviamo sommersi dai saggi del renzianissimo filosofo Massimo Recalcati sull’evaporazione della figura paterna? Sarà pure che solo gli stupidi non cambiano idea. E, lo ammettiamo, anche noi abbiamo modificato posizioni, pensieri e opinioni. Talvolta, basterebbe semplicemente un po’ più di umiltà. Basterebbe dire: ehi, ci siamo arrivati anche noi, magari ora si può dialogare. Invece la spocchia, a sinistra, continua a regnare sovrana. E allora viene da pensare: talvolta, meglio mai che tardi.
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » mar ott 15, 2019 8:34 pm

Le frontiere salvano i popoli e le civiltà
Marcello Veneziani
MV, Panorama n. 31 (2019)

https://www.marcelloveneziani.com/artic ... le-civilta

“Le frontiere uccidono” titolava una copertina recente de L’Espresso. È vero se pensiamo ai vopos che uccidevano i loro connazionali, i tedeschi dell’est che tentavano di varcare la frontiera per fuggire dal regime comunista. Se non sbaglio è stato l’ultimo capitolo in Europa di persone uccise perché volevano saltare il muro o il filo spinato. Ed era la frontiera di casa loro.

A ben vedere, le frontiere che impediscono di entrare clandestinamente non sono malefiche perché salvaguardano popoli e territori, leggi, regole e cittadinanza, diritti e doveri; invece sono malefiche le frontiere che impediscono di uscire, come le cortine di ferro di tutti i regimi comunisti. Quelle si, furono frontiere criminogene che trasformavano le nazioni in prigioni e gli stati in carcerieri.

Ma dietro quel titolo e quella campagna contro le frontiere c’è un’ideologia, anzi c’è L’Ideologia del nostro Sconfinato Presente Globale. La riassume l’antropologo Michel Agier nella stessa rivista: “L’unica speranza è liberare il mondo dai confini” in modo da consentire “la libera circolazione delle persone”. Senza limiti.

Ma questo è il sunto della predica che ci propina ogni giorno la Fabbrica Mondiale dell’Opinione Corretta e che ha trovato in Carola Rackete la sua ultima testimonial, con tutto lo strascico di protettori e tifosi. È l’ideologia no border, morte ai confini, abbattiamo i muri e le frontiere di ogni tipo – tra popoli, tra territori, tra stati, tra sessi, tra culture. È il Racconto Unico e Globale recitato ogni giorno come un rosario dell’uniformità, da stampa e propaganda, declamato dal Papa e da cantanti, artisti, intellettuali, opinionisti e bella gente.

Nell’ideologia no border confluiscono più eredità: l’Internazionale socialista e comunista, il cosmopolitismo di matrice illuminista e massonica, il filone catto-umanitario, la filantropia e il capital-liberismo del Mercato Globale.

Ma di mezzo c’è un passaggio. È l’utopia eco-pacifista e anarco-permissiva fiorita tra il ’68, l’Isola di Whight e Woodstock nell’estate del ’69, che fu l’apoteosi del mondo hippie. Libero amore, libera droga, niente limiti e confini.

Quel clima trovò il suo manifesto ideologico in una celebre canzone del ’71, Imagine di John Lennon. Fu la bibbia di quei mondi. Non è un caso che la sigla di chiusura del comunismo in Italia sia stata proprio la canzone di Lennon, suonata a un congresso di Rifondazione comunista al posto dell’Internazionale. Lenin lasciò il posto a Lennon.

È una gran bella canzone, Imagine, ma le sue parole sono il manifesto del nichilismo presente e dell’ideologia No border in purezza, come la miglior cocaina. Leggiamo le sue parole: “Immagina che non ci sia il paradiso…e nessun inferno… Immagina la gente vivere per l’oggi… Immagina che non ci siano più patrie… Nessun motivo per cui morire e uccidere, nessuna religione, niente proprietà…E il mondo sarà una cosa sola”. È condensata in pochi versi l’Ideologia no border d’oggi: la negazione del senso religioso, dell’amor patrio e dei legami famigliari; il dominio assoluto del presente sul passato, sul futuro e sull’eterno, il pacifismo come fine della storia e risoluzione della politica, lo sradicamento globale e l’unificazione del pianeta, senza più frontiere.

Ma se si vive solo per l’oggi, senza più motivi degni per vivere e per morire, se non ci aspettano cieli e inferni, se non c’è più dio né patria né radice, perché poi lamentarsi se il mondo si riduce a un immenso spurgatorio e noi siamo i relativi materiali in transito, frutto di una liberazione che somiglia a un’evacuazione? È questo il senso ultimo della società liquida? Quell’utopia è piuttosto l’estinzione dell’umanità nel fumo e nella polvere dei desideri; al suo posto c’è un gregge vagante e belante in perpetua transumanza, che si vive addosso, senza storia e senza avvenire, senza confini e senza civiltà, guidati solo dall’io voglio.

Ma se al mondo togli le frontiere, togli le norme che regolano i popoli, abolisci gli stati e gli ordinamenti giuridici ad essi connessi, le tasse e i servizi, togli le garanzie di libertà e di sicurezza per i suoi cittadini, salta tutto. Salta la civiltà, che è fondata proprio sulla linea di frontiera tra il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, il mio e il tuo, il naturale e il culturale. La libertà smisurata si rovescia nel suo contrario, e tramite l’anarchia conduce inevitabilmente al dispotismo, come insegnò Platone già 24 secoli fa. La libertà ha bisogno di confini, necessita di limiti, altrimenti sconfina, prima a danno della libertà altrui e poi annega nel caos universale. La libertà, come la dignità e la civiltà, si fonda sulle differenze. E ogni differenza delimita un’identità.

La frontiera è il presupposto inevitabile per riconoscere l’altro, per confrontarsi e per dialogare. Il confine è il riconoscimento reciproco dei limiti. Del resto, il male peggiore per i greci era l’hybris, la tracotanza, il delirio di chi viola la misura e i confini. Per disintossicarsi da questa devastante utopia no-border consiglio di leggere almeno due libri, Elogio delle frontiere di Régis Debray (ed. Add) e Dismisura di Olivier Rey (ed. Controcorrente).

Perduti Marx e Rousseau, che sopravvive come piattaforma nella caricatura grillina, perduto il socialismo di Lenin e di Gramsci, resta Lennon e l’Ideologia No Border ridotta a Imagine, anzi a imaginetta e spacciata come il toccasana per l’umanità. Resta immutata l’indole utopista, ma scende enormemente di livello. Immagina che bello, un mondo di replicanti a ruota libera…
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » mar ott 15, 2019 8:34 pm

Lo storico David Frye: "Le civiltà prosperano grazie ai muri"
Roberto Vivaldelli - Mar, 15/10/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... jQKbP26f6A

I muri e le barriere hanno modellato le nostre civiltà, rendendole più sicure e prospere. Lo spiega in un libro edito da Piemme lo storico americano David Frye

Piaccia o meno agli Open Borders di mezzo mondo, le civiltà nel corso della storia hanno prosperato grazie all'esistenza dei confini, dei muri e delle barriere.

Sì, tutte quelle "protezioni" che gli accoglienti cosmopoliti dipingono come simboli reazionari e "disumani", quasi a far intendere che la patente di "umanità" ce l'hanno solo loro. Che i muri e le difese consentano alle civiltà di crescere e prosperare in pace sembrerebbe quasi una banalità, per la gente comune, ma per i progressisti e i "cittadini del mondo" non è così. A spiegare questo semplice ma fondamentale concetto, ora, non è un "pericoloso sovranista" come il Presidente Usa Donald Trump ma uno storico affermato come David Frye, docente di storia antica presso la Eastern Connecticut State University, che ha pubblicato il saggio:
Muri. Una storia della civiltà in mattoni e sangue edito da Piemme.

Come si legge nella scheda di presentazione, per migliaia di anni, l'umanità ha vissuto dentro e dietro a muri. Muri di confine, città fortificate, barriere hanno separato e protetto le popolazioni dal nemico, dall'estraneo, o semplicemente dall'ignoto. Per migliaia di anni, gli uomini hanno costruito muri, li hanno assaltati, ammirati e oltraggiati. Grandi mura sono apparse in ogni continente, hanno accompagnato il sorgere di città, nazioni e imperi, eppure il loro ruolo è poco studiato nei libri di storia. Sollevate dall'incombenza di stare sempre all'erta, dietro mura e confini le civiltà hanno potuto dedicarsi alla letteratura, all'arte, alla cultura, alle scienze. Prosperare, insomma. Gli uomini, liberi dalle armi, si sono rivolti ad altre occupazioni, alleggerendo le donne da molti lavori pesanti. I popoli non protetti da mura, viceversa, erano destinati a un taciturno militarismo, dove un uomo non era altro che un guerriero.

Nel suo libro, David Frye scrive che "nessuna invenzione nella storia umana ha avuto un ruolo maggiore (rispetto ai muri) nel creare e modellare la civiltà". Come spiega lo storico in un'intervista rilasciata al National Geographic, l'esigenza di erigere barriere e muri nasce da lontano. "L'antico bisogno umano di sicurezza è uno dei fondamenti della vita e deve essere raggiunto prima di poter avere altre cose - spiega -. Furono i muri a dare alla gente la sicurezza di sedersi e pensare. È difficile immaginare un romanzo scritto in un mondo in cui ogni uomo è un guerriero. Fino a quando una società non raggiunge la sicurezza, non può pensare ad altro che ai pericoli che la circondano". Un bisogno e una necessità che rimangono attualissimi, come spiega Frye, perché in tutto il mondo i Paesi stanno costruendo - anche ora - muri e barriere. "In tutto - osserva - oltre 70 paesi diversi hanno fortificato i loro confini".

Oggi, sottolinea, i muri vengono eretti per prevenire l'immigrazione, il terrorismo o il flusso di droghe illegali. Ma c'è una connessione comune, che è l'idea di tenere fuori gli estranei. E in passato? "Le prime erano mure cittadine che ebbero origine con le primissime città come Gerico, la città della Bibbia, che fu costruita attorno decimo millennio a.C., 12.000 anni fa. Era una città murata e, successivamente, quasi tutte le città del mondo antico furono murate" afferma lo storico. Tant'è vero che dentro e fuori le mura, spiega sempre Frye, si svilupparono stili di vita molto diversi. Quando i muri protettivi sorsero in tutto il mondo, influenzarono il modo in cui le persone vivevano, lavoravano e combattevano. E più di ogni altro singolo fattore, i muri sono stati i diretti responsabili dell'ascesa della civiltà. Ma solo ora stiamo iniziando a riconoscere la loro importanza.

Altro che Open Borders, assenza di confini o altre amenità care ai progressisti, dunque: la sicurezza è sinonimo di prosperità e civiltà. Lo dice la storia dell'umanità. Chi sostiene il contrario tifa il caos e barbarie.
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » ven gen 24, 2020 8:52 pm

Il muro dell’idiozia
di Marcello Veneziani.
La Verità 9 gennaio 2019

https://www.facebook.com/alfio.visalli1 ... 1173753434

La parola d’ordine del Cretino Planetario per farsi riconoscere e ammirare è: vogliamo ponti, non muri.
Appena pronuncia la frase, il Cretino Planetario s’illumina d’incenso, crede di aver detto la Verità Suprema dell’Umanità, e un sorriso da ebete trionfale si affaccia sul suo volto. Non c’è predica, non c’è discorso istituzionale, non c’è articolo, pistolotto o messaggio pubblico, non c’è concerto musicale, film o spettacolo teatrale che non sia preceduto, seguito o farcito da questa frase obbligata.
L’imbecille globale si sente con la coscienza a posto, e con un senso di superiorità morale solo pronunciando quella frase. Il cretino planetario diverge solo nella pronuncia, a seconda se è un fesso napoletano, un bobo sudamericano o un lumpa siculo. In Lombardia c’è un’espressione precisa per indicare chi si disponeva ai confini per mettersi al servizio dei nuovi arrivati, dietro ricompensa: bauscia.
Il cretino planetario ripete sempre la stessa frase, sia che parli di migranti che di ogni altra categoria protetta. Lui è accogliente, come gli prescrivono ogni giorno i testimonial del No-Muro, il Papa, Mattarella e Fico che ogni giorno guadagna posizioni nel Minchiometro nazionale, l’hit parete dedicata a chi sbatte la testa contro il muro.
Il pappagallo globale marcia contro i muri, più spesso ci marcia, ma la parola chiave serve per murare il Nemico, per separare dall’umanità evoluta ed accogliente i movimenti e le persone che s’ispirano all’amor patrio, alla sovranità nazionale, alla civiltà, alla tradizione. L’appello ad abbattere i muri e a stendere ponti è ormai ossessivo e riguarda non solo i popoli e i confini territoriali ma anche i sessi e i confini naturali, le culture e i comportamenti, le religioni e le appartenenze, e perfino il regno umano dal regno animale. Dall’Onu al golden globe, dalla predica al talk show e alla canzone, l’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso.
Ora, io vorrei prima di tutto osservare che i muri più infami che la storia dell’umanità conosca, non sono i muri che impediscono di entrare ma i muri che impediscono di uscire. Come sono, necessariamente, i muri delle carceri e come fu, l’ultimo grande, infame Muro che la storia conobbe, a Berlino. E che non edificò nessun regime nazionalista o sovranista, nessun dittatore e nessun Trump ma il comunismo. Chi tentava di superare quel muro e quel filo spinato per scappare dalla sua terra, era abbattuto dai vopos. Nessun regime autoritario o nazionalista ha mai avuto la necessità di innalzare un muro per impedire che la popolazione scappasse. Né si conoscono esodi di popolo paragonabili a quelli dove ha dominato il comunismo.

Se vogliamo restare in Italia, e a Roma in particolare, c’è solo un muro nel cuore della Capitale che non si può varcare, e sono proprio le Mura Vaticane dove il Regnante predica al mondo ma non a casa sua di abbattere i muri e accogliere tutti. E comunque i muri più famosi, i muri del pianto e della vergogna, non appartengono alla cristianità. Detto questo, a coloro che amano la civiltà e la tradizione, l’amor patrio e la sovranità nazionale, si addice piuttosto il senso del confine. Perché confine significa senso del limite, senso della misura, soglia necessaria per rispettare le differenze, i ruoli, le identità e le comunità. Tutti i confini sono soglie, sono porte, che si possono aprire e chiudere, che servono per confrontarsi sia nel colloquio che nel conflitto, comunque per delimitare o arginare quando è necessario. La società sradicata del nostro tempo ha perso il senso del confine, e infatti sconfinano i popoli, i sessi, le persone, si è perso il confine tra il lecito e l’illecito. Sconfinare è sinonimo di trasgredire, delirare, sfondare. La peggiore maledizione per i greci era l’hybris, lo sconfinamento, la smisuratezza, il perdersi nell’infinito. Il confine è protezione, sicurezza, è umiltà, è tutela dei più deboli, non è ostilità o razzismo. Vi consiglio di leggere L’elogio delle frontiere di Régis Debray. Ai più modesti, consiglio l’elogio dei muri di Alberto Angela che non mi risulta un ufficiale delle SS.
Senza muri non c’è casa, non c’è tempio, non c’è sicurezza. Senza muri non c’è pudore, intimità, protezione dal freddo, dal buio e dall’incognito. Senza muri non c’è senso della misura, riconoscimento del limite e dei propri limiti. Senza muri non c’è bellezza, non c’è fortezza, non c’è fondazione delle città, non c’è erezione di civiltà. Non a caso le città eterne nascono da Romolo che tracciò i confini, non da Remo che li violò. I muri sono i bastioni della civiltà, gli ospedali della carità, le biblioteche della cultura, le pareti dell’arte, il raccoglimento della preghiera.
Se il cretino planetario non lo capisce, in compenso lo capiscono bene gli anarchici di Tarnac che colsero nel muro abbattuto la vittoria del caos e dell’anarchia: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre un sistema di valori a un altro, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre, cittadino da straniero, insomma vero da falso, giusto dall’ingiusto, normale da anormale” (Gouverner par le Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation, 2008).
Le città senza confini perdono la loro identità, come le persone che perdono i loro lineamenti. Non capovolgete l’amore per la famiglia in omofobia, l’amore per la propria patria in xenofobia, l’amore per la propria civiltà in razzismo, l’amore per la propria tradizione in islamofobia. E l’amore per i confini in muri dell’odio. Ma tutto questo il Cretino Planetario non lo sa.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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