Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » mar gen 23, 2018 11:32 am

Libertà, spiritualità e religione, scienza, caso e fede
viewtopic.php?f=141&t=2657
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » mar gen 23, 2018 11:52 am

???

Come il Cristianesimo ha cambiato la politica economica
ATTIVITÀ DI COMMISSIONI E COMITATI

http://www.vatican.va/jubilee_2000/maga ... 78_it.html

COME IL CRISTIANESIMO HA CAMBIATO LA POLITICA ECONOMICA

Michael Novak

Cosa ha apportato Gesù Cristo ad Atene e Roma che ha alterato il concetto della politica economica? La domanda suona alquanto strana. È una domanda insolita. Tuttavia, proprio per la sua novità, suggerisce un modo diverso per guardare la storia politica. Consentitemi di proporre alla vostra considerazione la seguente tesi: almeno sette contributi apportati dai pensatori cristiani, meditando sulle parole ed opere di Gesù Cristo, hanno modificato la visione della buona società proposta dagli scrittori classici della Grecia e Roma, ed hanno reso possibili alcune moderne aspettative. Affronterò l'argomento in modo soddisfacente per gli onesti pensatori laici. Non occorre credere in Gesù Cristo per condividere le mie affermazioni.

1. Il primo contributo di Gesù fu quello di avvicinare il Giudaismo ai Gentili; e in almeno tre aspetti chiave, il Giudaismo ha modificato i concetti allora in vigore nell'area del Mediterraneo circa la politica economica. In primo luogo, da Gerusalemme, crocevia fra tre continenti verso l'Oriente e l'Occidente, il Nord ed il Sud, Gesù affermò il riconoscimento dell'unico Dio, il Creatore. In secondo luogo, il termine "Creatore" implica una persona libera; suggerisce che la creazione fu un atto libero, non un atto scaturito da una necessità. Fu un atto dell'intelligenza; il Creatore sapeva cosa stava facendo, ed Egli lo volle; «Egli vide che era cosa buona». Da questa nozione del Dio Unico-Creatore scaturiscono alcuni corollari dell'azione umana.

Fatti a immagini di Dio, noi dovremmo essere attenti e intelligenti. In ricerca senza sosta.
Siccome Dio ci ama, noi dobbiamo ricambiarlo con il nostro amore. Fin dal momento in cui ci ha creati Egli sapeva ciò che stava facendo, e lo volle fare, perciò abbiamo tutti i motivi per confidare nella Sua comprensione e nella Sua volontà. Dato che Egli ci ha fatti a Sua immagine, potremmo ben dire con Jefferson: «Il Dio che ci ha dato la vita ci ha dato la libertà». Confidate nella libertà.
Ad un certo momento, il tempo fu creato da Dio, il quale dette una direttiva da seguire: «Costruite il Regno di Dio... nella terra e nel cielo». Comprendete che la storia ha un inizio, e una fine nella quale la nostra vocazione si sviluppa, nel nostro pellegrinaggio sia personale che sociale.

In terzo luogo, proseguendo quest'ultimo punto, come molti studiosi hanno notato, l'idea di "progresso", così come quella di "creazione", non è una idea greca e neppure romana. I greci preferivano il concetto di una necessaria processione del mondo dal Primo Inizio. Concepivano la storia come un ciclo con un ritorno senza fine. Il concetto di storia come una categoria diversa da quella della natura è ebraico piuttosto che greco.

Quali sono le implicazioni per l'economia politica che scaturiscono dal fatto che la storia comincia con un atto libero del Creatore, che ha fatto gli esseri umani a Sua immagine, e che ha dato loro fin dal primo respiro sia l'esistenza che l'impulso verso la libertà e la comunione?

2. La rivelazione che Dio è Trino: Padre, Figlio e Spinto Santo. Quando Gesù parlava di Dio, Egli parlava della comunione di tre persone in una. A differenza dei greci (Parmenide, Platone, Aristotele), che parlavano di Dio o dell'Intelletto come di Uno che vive isolatamente e solitariamente, Gesù ha insegnato ai cristiani che Dio è comunione di tre persone. In altre parole, il mistero, della comunità è un tutt'uno con il mistero dell'essere. Così, l'Occidente contemplò il fatto che siamo parte del lungo processo di una comunità umana nel tempo; e che siamo, per grazia di Dio, uno insieme ad un altro ed a Dio. Esistere è sempre qualcosa che meraviglia; e la comunione universale lo è ancora di più. Questo punto di vista della comunità ha insegnato, all'Occidente che le persone raggiungono il loro vero sviluppo, soltanto in comunità con gli altri.

Per quanto si possa raggiungere un elevato sviluppo, colui che si richiude in se stesso, come persona totalmente isolata, tagliata fuori dagli altri, è visto come una specie di mostro. Cattolici, ebrei e socialisti hanno sottolineato questa mezza verità. Il punto di vista personalistico ha insegnato all'Occidente che una comunità che rifiuta il riconoscimento della personalità degli individui spesso li utilizza come pretesto per "il bene comune", piuttosto che trattare le persone come fini a se stesse. Tali comunità sono coercitive e tiranniche. I protestanti, i cattolici personalisti e i liberali hanno accettato questa mezza verità.

3. L'uguaglianza-unicità (non l'uguaglianza-identicità) dei figli di Dio. Nella Repubblica di Platone i cittadini venivano divisi in questo modo: alcuni erano d'oro, altri un po' più numerosi erano d'argento, e la stragrande maggioranza di piombo. Questi ultimi avevano l'animo degli schiavi, ed erano fatti per essere schiavizzati. Soltanto le persone d'oro erano trattate come fini a se stessi. Per il Giudaismo e il Cristianesimo, invece, Iddio che ha fatto ogni singola creatura l'ha dotata di valore e dignità, per quanto debole e vulnerabile essa sia. «Quello che fate al più piccolo di essi, l'avrete fatto a me». Iddio identifica Se stesso con il più umile e il Più vulnerabile. Il nostro Creatore conosce ognuno di noi per nome, e capisce la nostra individualità con maggiore chiarezza di quanto facciamo noi stessi. Ognuno di noi rispecchia, un piccolo frammento dell'identità di Dio. Se uno di noi si perde, l'immagine di Dio che si doveva riflettere in lui si perde, e la Sua immagine viene distorta in tutta la sua stirpe.

Il Giudaismo e il Cristianesimo asseriscono una fondamentale uguaglianza agli occhi di Dio per tutti gli uomini, qualunque sia il loro talento o condizione, sociale. Questa uguaglianza scaturisce dal fatto che Dio penetra in ogni condizione, onore o situazione sociale che possa differenziare in superficie l'uno dagli altri. Egli vede al di là di queste differenze Egli vede dentro di noi. Egli ci vede nella nostra unicità, ed è proprio quella unicità quella che Egli valuta. Noi possiamo definire questa uguaglianza come unicità. Dinanzi a Dio, noi abbiamo lo stesso valore nella nostra unicità, non perché siamo la stessa cosa, ma perché ognuno di noi è differente. Questo concetto è del tutto diverso da quello del moderno "progressismo" o dal concetto socialista di uguaglianza-identicità. La nozione cristiana non è una nozione di appiattimento. Tanto meno si compiace dell'uniformità.

Lungo la propria storia, il Cristianesimo così come il Giudaismo hanno prodotto società gerarchiche. Pur riconoscendo che tutti gli umani sono uguali in quanto ogni singolo individuo vive e agisce sotto il Giudizio di Dio, il Cristianesimo esalta anche le differenze che vi sono fra noi. Dio non ci ha fatti uguali in talenti, abilità, vocazione, mestiere, ricchezza, o grazia.

Uguaglianza-unicità non è la stessa cosa che uguaglianza-identicità. La prima riconosce il nostro diritto ad avere un'unica identità e dignità. La seconda appiattisce ciò che è unico nell'uniformità. "Così", i movimenti moderni come il Socialismo hanno deturpato l'originale impulso cristiano di uguaglianza. Così come il Cristianesimo, i movimenti socialisti moderni rifiutano la divisione stratificata di Platone dei cittadini in oro, argento e piombo. Ma la loro spinta materialistica li ha condotti ad appiattire le persone verso il basso, per piazzarli tutti allo stesso livello.

4. Compassione. È vero che virtualmente tutti i popoli si preoccupano di coloro che sono nel bisogno. Tuttavia, nella maggior parte delle tradizioni religiose, questi movimenti del cuore sono limitati a qualcuno della propria famiglia, stirpe o nazione. In alcune culture antiche, i giovani venivano addestrati ad essere duri e insensibili alla pietà, per poter essere sufficientemente crudeli con i nemici. Il Terrore era lo strumento utilizzato per tenere gli estranei lontano dal territorio della tribù. In principio (sebbene non sempre nella pratica), il Cristianesimo contrastò queste limitazioni, incoraggiando l'impulso di protendersi verso gli altri, in particolare verso il più vulnerabile, verso il povero, l'affamato, lo sventurato, verso coloro che sono in prigione, disperati, malati, e tutti quelli che soffrono. Insegnò agli uomini ad amare i propri nemici. Questa è la "solidarietà" che Rorty percepisce come necessaria per la modernità. In nome della compassione, il Cristianesimo cerca di umiliare il potente, e di fare che il ricco si preoccupi per il povero. Non si limita a distogliere l'uomo dall'ideale del guerriero, ma gli presenta come modello Cristo, perché divenga un nuovo tipo di uomo: il cavaliere che riconosce un codice di compassione, il gentiluomo. Insegna al guerriero che deve essere mite, umile, pacifico, benevolo e generoso. Introduce una nuova e feconda tensione fra il guerriero e il gentiluomo, fra la magnanimità e l'umiltà, fra la gentilezza e la fiera ambizione. Nietzsche contestava falsamente che il Cristianesimo portava alla femminilizzazione del maschio. Esso invece ha contribuito alla formazione dei gentiluomini.

5. Comunità universale, incarnala nella comunità (locale). Il Cristianesimo ha insegnato alle creature umane che alla base degli imperativi della storia vi sono la giustizia, la pace della comunità, e fra tutte le persone di buona volontà nell'intero pianeta. Questa fu l'impulso che mosse il Sacro Romano Impero, malgrado ingenuamente fosse concepito come Impero. Il Cristianesimo propose un nuovo ideale per la politica economica: l'intera stirpe umana come una famiglia universale, creata dallo stesso unico Dio, esortando ad amare quel Dio.

Inoltre, allo stesso modo, il Cristianesimo (come il Giudaismo prima di esso) è anche la religione di un particolare tipo di Dio. Non quel dio che guarda tutte le cose da una altezza olimpica, bensì il Dio di un popolo eletto e, nel caso del Cristianesimo, un Dio che si è incarnato. Il Dio cristiano fu portato nel grembo di una donna, in mezzo ad un popolo particolare, in una precisa intersezione di tempo e spazio, e allevato in una comunità locale praticamente sconosciuta agli altri popoli del pianeta. Il Cristianesimo è una religione del concreto e dell'universale. Attenta agli uomini, al particolare, al concreto, e ad ogni singola intersezione di spazio e tempo; il suo Dio è il Dio di quella «alba colorata che si prolunga» del poema di Gerard Manley Hopkins, della «prudenza» di San Tommaso d'Aquino, e del rispetto delle nationes dell'Università di Parigi. Il suo Dio è il Dio dei singoli, il Dio che divenne Egli stesso un uomo singolo. E allo stesso modo, il Dio cristiano è il Creatore di tutto.

Con Edmund Burke, il Cristianesimo vede il bisogno di porre la propria attenzione su ogni «piccolo gruppo» della società, su colui che ci è più vicino, sulla famiglia. In pari modo, il Cristianesimo dirige la propria attenzione verso le piccole comunità così come verso quelle più ampie. Il Cristianesimo vieta loro di essere soltanto parrocchiali o xenofobi, ma ammonisce anche contro il divenire indiscriminatamente universalisti, appartenenti a un solo mondo, gnostici che pretendono di essere puri spiriti distaccati da tutti i limiti concreti della carne. Il Cristianesimo ci istruisce circa il precario bilancio fra il concreto e l'universale nella nostra propria natura. Questo è il mistero della cattolicità. In questo senso, il Cristianesimo va oltre le concezioni contemporanee dell'«individualismo» e del «collettivismo».

6. «Io sono la Verità». La difesa dell'intelletto. La Verità è qualcosa di importante. Il Creatore di tutte le cose ha il totale discernimento di ogni cosa. Egli sa cosa Egli ha creato. Questo dà alla debole e modesta mente delle creature umane la vocazione di esercitarsi senza sosta, per poter addentrarsi nelle misteriose pieghe del l'intelligibilità che Iddio ha scritto nella Sua creazione. La meditazione su questo tema nel corso di diversi secoli, secondo Alfred North Whitehead, ha preparato il terreno alla scienza moderna. Ogni cosa nel creato è in principio comprensibile: in effetti, in ogni momento ogni cosa è capita da Lui che è eterno e allo stesso tempo simultaneamente presente in ogni cosa. (In Dio non vi è storia, né passato-presente-futuro. Nel Suo discernimento della realtà, tutte le cose sono come simultanee).

John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti, scrisse che nel darci una nozione di Dio come la Fonte di tutta la verità, e il Giudice di tutto, gli ebrei deposero al cospetto della razza umana la possibilità della civilizzazione. Dinanzi all'inequivocabile Giudizio di Dio, la Luce della Verità non può essere sviata dalle ricchezze, dall'abbondanza o dal potere temporale. Armati di questa convinzione, gli ebrei e i Cristiani sono in grado di impiegare il loro intelletto e di ricercare senza timore le cause delle cose, i loro rapporti, i loro poteri e i loro propositi. Questa comprensione della Verità rende liberi gli uomini. Il Cristianesimo non insegna che la Verità è un'illusione basata sulle opinioni di quelli che detengono il potere, o semplicemente una razionalizzazione degli interessi di potere in questo mondo. Il Cristianesimo non è disfattista, e di certo non è neanche totalitaristico. Il suo impegno per la Verità al di là dei propositi umani è, in effetti, una contestazione di tutti gli schemi totalitaristici e di tutti i cinismi nichilistici.

Per di più, nel porre la Verità (con la V maiuscola) in Dio, totalmente al di là dei nostri poveri poteri di comprensione, il Cristianesimo conferisce potere alla ragione umana. Lo fa invitandoci a usare le nostre teste nel miglior modo possibile, per discernere le evidenze che ci danno l'opportunità di avvicinarci alla Verità nel modo in cui le creature umane la possono raggiungere. Consente alle creature umane di avere coscienza della propria finitudine allo stesso tempo della propria partecipazione all'infinito.

La nozione di Verità è cruciale per la civiltà. Come Tommaso d'Aquino riteneva, la civiltà è costituita dal dialogo. Le persone civilizzate persuadono gli altri mediante argomenti. I barbari usavano la violenza per assoggettare gli altri. La civiltà richiede dei cittadini che riconoscano di non possedere la verità, ma di essere posseduti da essa, fin dove è possibile per loro. La Verità è molto importante, è più grande di ognuno di noi. Perciò, gli uomini devono imparare determinate condotte civilizzatrici come essere rispettosi e aperti verso gli altri, ascoltatori attenti, cercando di capire gli aspetti della Verità che ancora non hanno percepito. Perché la ricerca della Verità è vitale per ognuno di noi, gli uomini devono ragionare con gli altri, esortare gli altri ad andare avanti, rilevare le deficienze degli argomenti altrui, e aprire la strada verso una maggior partecipazione alla Verità per ognuno di noi. In questo contesto, la ricerca della Verità ci fa non soltanto umili ma anche civili. Ci insegna perché riteniamo che ogni persona ha una dignità inviolabile: perché ognuno è fatto a immagine del Creatore per attuare il nobile gesto della comprensione: riflettendo, scegliendo, amando. Queste nobili attività delle creature umane non possono essere represse senza reprimere con loro l'immagine di Dio. Ogni repressione è doppiamente peccaminosa. Essa viola l'altra persona, ed è un'offesa contro Dio.

Una delle ironie del nostro tempo è che la grande corrente filosofica dell'Illuminismo non crede più nella ragione. Gli illuministi hanno rinunciato alla loro fiducia nella vocazione della Ragione dei cinici, dei postmoderni e dei filosofi destrutturalisti (Socrate li definiva sofisti), ritengono che non vi sia Verità, che tutte le cose siano relative, e che le grandi realtà della vita sono il potere e l'interesse. Così arriviamo a un passaggio ironico. I figli dell'Illuminismo hanno abbandonato la Ragione, mentre quelli che loro consideravano non illuminati e viventi nel buio, i popoli di fede ebrea e cristiana, rimangono ancora come i migliori difensori della Ragione. I credenti ebrei e cristiani fondano la loro fiducia nella ragione nel Creatore di ogni ragione, e la loro fiducia nella comprensione in Uno che comprende ogni cosa Egli abbia fatto - e in più -, la ama. Non vi può essere civiltà della ragione (o dell'amore) senza fede nella vocazione della ragione.

7. Giudizio-Risurrezione. Il Cristianesimo insegna realisticamente non solo le glorie delle creature umane - se siano stati creati a immagine di Dio - ma anche i loro peccati, debolezze, e le loro tendenze al male. Il Giudaismo e il Cristianesimo non sono utopistici; cercano di capire gli uomini così come sono fatti, come Dio li vede con i loro peccati e con le virtù che Egli ha donato loro. Questa elevata consapevolezza del peccato è stata molto importante per i Padri fondatori americani. Il Cristianesimo insegna che in ogni momento il Dio che ci ha fatti giudica come agiamo nell'esercizio della nostra libertà. E la prima parola del Cristianesimo in questo contesto è: «Non temere. Non aver paura». Il Cristianesimo insegna che la Verità è ordinata alla misericordia. La Verità non è, grazie a Dio, ordinata prima di tutto alla giustizia. Se la Verità fosse ordinata alla giustizia in senso stretto, nessuno di noi sarebbe salvo. Dio è giusto, sì, ma il miglior nome per Lui non è giustizia, ma misericordia. (La radice latina di questa parola fornisce l'idea con maggior chiarezza: Misericordia deriva da miseriscor dare il proprio cuore ai miserabili, agli infelici). Questo nome di Dio, Misericordia, secondo San Tommaso d'Aquino è il nome che più si addice a Dio. Dinanzi alla nostra miseria, Egli apre il Suo cuore. Charles Pèguy scrisse: «Nel cuore del Cristianesimo c'è il peccatore».

Il giorno del Giudizio è la Verità sulla quale è fondata la civiltà. A prescindere dalle correnti di opinione del nostro tempo o di ogni tempo; o da cosa possano fare o dire i potenti e i governanti; dalle forti pressioni che riceviamo dalle nostre famiglie, dagli amici e dalla cultura; così come a prescindere da qualunque condizionamento, noi saremo sottoposti al Giudizio di Uno che è infallibile, che conosce ciò che c'è in noi, e conosce i moti delle nostre anime con molta più chiarezza di quanto possiamo conoscere noi stessi. Nella Sua Luce, siamo chiamati a osservare l'onestà nelle nostre vite, e il nostro rispetto verso la Luce che Dio ha impresso in ogni vita umana. Su queste basi le creature umane possono asserire di avere diritti inalienabili, dignità, e valore infinito. Questi sette contributi sono alla radice della civiltà Giudeo-Cristiana, quella che oggi viene chiamata genericamente "civiltà occidentale".

Da essi sono derivate le nostre più profonde nozioni di verità, libertà, compassione, progresso e giustizia. Queste sono le energie più potenti che fermentano la nostra cultura, come il lievito fermenta l'impasto, come un seme che cade sulla terra e morendo diventa poi un rigoglioso albero che distende i suoi rami.


Gino Quarelo
Se così fosse come si spiega tutto ciò:

I primati dello stato italiano e dell'Italia in Europa e nel mondo
viewtopic.php?f=22&t=2587

Mostruosità italiane o italiche
viewtopic.php?f=196&t=2524
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » mar gen 23, 2018 12:02 pm

???

Dario Antiseri, L’invenzione cristiana della laicità
Rubbettino, Catanzaro 2017, pp. 124. (Igor Tavilla)

http://www.disciplinefilosofiche.it/rec ... 017-pp-124

In L’invenzione cristiana della laicità, edito da Rubbettino nella collana ‘Le nottole di minerva’, Dario Antiseri – docente di metodologia delle scienze sociali presso la Libera Università Internazionale degli Studi ‘Guido Carli’ di Roma – licenzia un’agile somma del pensiero cristiano-liberale il cui intento, però, non è riduttivamente antologico o retrospettivo, bensì programmatico. L’autore raccoglie testimonianze e offre ragioni a supporto di una posizione culturale e politica (nel senso più nobile del termine), che pur avendo contribuito a fondare l’identità del nostro paese e, più in generale, della civiltà occidentale, appare negletta e marginale nel dibattito attuale, compressa tra fondamentalismo neoliberista e statalismo conservatore bipartisan.
Il saggio è strutturato in tre parti. Nella prima, Per uno Stato “forte ma non affaccendato”, l’autore si propone di restituire alla concezione liberale della società il suo autentico significato, confutando l’opinione tendenziosa, ma largamente diffusa – la “grossolana fola” per usare le parole di Luigi Einaudi (p. 15) – secondo cui il liberalismo implicherebbe l’assenza dello Stato, uno sregolato laissez faire-laissez passer o addirittura il darwinismo sociale. Ispirandosi ai pensatori ‘ordo-liberali’ della Scuola di Friburgo, Antiseri sostiene che la libertà di mercato esige a propria garanzia uno Stato di diritto solido, uno stato forte “ma non affaccendato” (Wilhelm Röpke), capace di porre un argine alle tendenze monopoliste e garantire la protezione della proprietà, della libertà e della pace.
Il fallibilismo epistemologico è uno dei presupposti fondamentali della società aperta. Dietro ogni pretesa veritativa assoluta si cela sempre una tentazione totalitaria. La consapevolezza del carattere fallibile e congetturale della conoscenza umana – guadagno speculativo del liberale Karl Popper – si traduce nella vocazione democratica al dialogo e alla libera discussione. Con Friedrich A. von Hayek, Antiseri prende atto “che noi, oltre che fallibili, siamo anche ignoranti” (p. 25). Esiste, infatti, una quantità enorme di conoscenze contingenti – le cosiddette “conoscenze delle circostanze particolari di tempo e di luogo” – disperse tra milioni e milioni di individui, conoscenze non propriamente scientifiche, in quanto non formalizzabili in una legge, ma indispensabili alla soluzione di problemi concreti. Trattandosi di un sapere non centralizzabile e non pianificabile dall’alto, ad ogni individuo dev’essere riconosciuta la libertà “di agire in base alla sua particolare conoscenza, sempre unica, almeno in quanto si applica a circostanze particolari”, permettendogli “di utilizzare le sue capacità individuali e le sue occasioni entro i limiti a lui noti e per uno scopo individuale” (p. 25).
Lo spirito d’iniziativa individuale può concorrere in campo sociale alla formazione di associazioni spontanee, altrimenti dette “corpi intermedi” o “sotto-società”, che operano – in nome del principio di sussidiarietà orizzontale – in vista del pubblico interesse. La libera competizione (dal latino cum-petere: cercare insieme, in modo agonistico, la soluzione migliore) tra idee, proposte politiche e merci è vista dal liberale come il fondamento di ogni progresso scientifico politico ed economico. Al contrario, l’assenza di concorrenza rallenta lo sviluppo e alimenta fenomeni socialmente dannosi come la corruzione e il clientelismo. La rivalutazione morale dell’imprenditore – che una vulgata inveterata e faziosa ha dipinto come uno sfruttatore che approfitta del lavoro altrui per accumulare ricchezza –, passa anzitutto dal riconoscimento dell’altruismo che anima lo spirito d’impresa. Con George Gilder, autore di Human Capital (1997), Antiseri ricorda che “il capitalismo non inizia con il prendere ma con il dare” (p. 37), con il libero dono che l’imprenditore fa delle proprie ‘virtù’, quali accortezza, abilità e ingegno, alla comunità.
Nella seconda parte, Perché il destino dell’Europa è legato al messaggio cristiano, Antiseri riflette sulla compatibilità tra laicità dello Stato e messaggio cristiano, rivendicando, in risposta a quanti dubitano di essa, la matrice cristiana dello Stato di diritto. Fu il cristianesimo a desacralizzare il potere politico, a sancire cioè che lo Stato non è l’Assoluto (“Kaysar non è Kyrios”), sottoponendo lo Stato allo stesso processo di demistificazione che portò, in seguito, alla desacralizzazione del mondo naturale e all’avvento della scienza moderna.
A conferma di ciò, Antiseri richiama l’esempio di alcuni illustri esponenti del pensiero liberale che hanno saputo coniugare la loro cattolicità con una piena laicità: Antonio Rosmini (1797-1855), per il quale la persona rappresentava un valore morale irriducibile, e la proprietà “una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro: nella qual sfera niun altro può entrare” (p. 65); Alessandro Manzoni (1785-1873), che a giusta ragione si definì “laico in tutti i sensi”, fautore, qual era, del primato della coscienza in materia religiosa, e avverso alla strumentalizzazione della religione in senso politico, come pure all’ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato; Lord Acton (1834-1902), il quale affermava la coscienza come legge di auto-governo, la libertà come fine e mai come mezzo, il primato dell’individuo sulla massa, degli interessi eterni dell’individuo su quelli temporali; Don Luigi Sturzo, fondatore del partito popolare, di cui Gaetano Salvemini ebbe a scrivere: “è un liberale. Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre” (p. 83); Wilhelm Röpke, che riconosceva alla base dell’economia di mercato solide fondamenta etiche: “autodisciplina, senso di giustizia, onestà, fairness, cavalleria, moderazione, spirito di colleganza, rispetto della dignità umana, salde norme morali, sono tutte qualità che gli uomini debbono già possedere quando vanno al mercato e competono nella concorrenza” (p. 92).
Alla libertà d’insegnamento è dedicata la terza parte del saggio. Dati alla mano, questo diritto – sancito dalla risoluzione del 14 marzo 1984 della Comunità europea – viene di fatto disatteso nel nostro paese. Il primato educativo dello Stato vive di pregiudizi come quello secondo il quale soltanto la scuola statale sarebbe in grado di formare coscienze libere da preconcetti, mentre quella cattolica inibirebbe ogni spirito critico. Questo luogo comune, oltre ad essere verificabilmente falso – si pensi al fulgido esempio di Don Lorenzo Milani – tradisce l’aspirazione, caratteristica di ogni Stato etico, di plasmare le menti dei cittadini secondo i propri fini. Antiseri si esprime con inequivocabile durezza circa “i danni del monopolio statale dell’istruzione”. “Il monopolio dell’istruzione è la vera, acuta, pervasiva malattia della scuola italiana. Il monopolio statale nella gestione dell’istruzione è negazione di libertà”, in quanto comprime alternative culturali e valoriali, oltre che appiattire l’insegnamento su una “squallida uniformità” (Bertrand Russell); “è in contrasto con la giustizia sociale”, in quanto penalizza tutti coloro – in primis i soggetti socialmente svantaggiati – i quali, intendendo avvalersi dell’insegnamento presso una scuola non statale, sono costretti a corrispondere oltre alle tasse dovute allo Stato, per un servizio di cui non usufruiscono, una retta per la scuola non statale; “devasta l’efficienza della scuola”, in quanto l’assenza di competizione va a incidere sulla qualità del servizio erogato e favorisce, da ultimo “l’irresponsabilità di studenti, talvolta anche quella di alcuni insegnanti e, oggi, pure quella di non pochi genitori” (p. 97).
Fatte salve l’obbligatorietà e la gratuità del servizio, il sistema scolastico, come il mercato, può trarre solo giovamento da un regime concorrenziale. “L’istruzione, come tutte le cose, – scriveva Alexis de Tocqueville – ha bisogno, per perfezionarsi, vivificarsi, rigenerarsi all’occorrenza, dello stimolo della concorrenza” (p. 100). La libertà d’insegnamento, a favore della quale si espressero anche pensatori di matrice socialista o comunista come Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, potrebbe essere garantita dal cosiddetto “buono-scuola”, un ‘voucher’ che le famiglie o gli studenti aventi diritto sarebbero abilitati a spendere presso l’istituzione scolastica in cui intendono formarsi.
La necessità di promuovere un’istruzione di qualità emerge oggi con forza ancor maggiore, in un frangente in cui la televisione sembra compromettere l’autonomia di giudizio degli individui – secondo quanto affermato Gadamer – e minare le fondamenta stesse della convivenza civile inducendo – come ha rilevato Popper – assuefazione alla violenza. Premesso che in uno Stato di diritto l’esistenza di molteplici emittenti private rappresenta un valore in sé, l’autore ritiene che il servizio pubblico radio-televisivo abbia il dovere di garantire il pluralismo, rendere trasparente il dibattito politico e sollecitare una sensibilità interculturale. Perché ciò possa accadere, Antiseri auspica che il servizio pubblico venga sottratto alla lottizzazione partitica e alla bieca logica commerciale che insegue l’audience ad ogni costo. Ciò potrebbe stimolare le stesse emittenti private a fornire un servizio di qualità migliore ai loro telespettatori.
Con una prosa appassionata e vibrante di una forte carica ideale, che trae alimento da una nobile tradizione di pensiero e azione, l’autore sollecita la riflessione su temi di attualità da cui dipende il futuro politico, economico e sociale della nostra democrazia. C’è da augurarsi che le obiezioni alla proposta di Antiseri, che certamente non mancheranno, siano formulate con la stessa chiarezza e lo stesso rigore. Il dibattito pubblico ne trarrebbe grande giovamento.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » gio gen 25, 2018 8:59 am

Gli esaltatori del cristianismo fanno derivare ogni elemento positivo presente e caratterizzante la "civiltà" e il "mondo" occidentale dall'azione singola di questa ideologia e fede religiosa e dalle sue organizzazioni e istituzioni ecclesiasiali o chiesastiche: dal progresso tecnico scientifico (agricoltura, università, scienza, architettura, arte, medicina), all'evoluzione socio politica, dalla speculazione filosofica all'arte; non vi sarebbe ambito dove il cristianismo non abbia agito e portato i suoi frutti e benefici, sia da solo che in combinata con il giudaismo e il classicismo greco-romano.

Io vorrei si tenesse conto anche degli elementi negativi e che poi si verificasse ben bene se veramente questi elementi caratteristici e positivi del mondo-civiltà occidentale siano proprio un portato del cristianismo e non invece un prodotto di altre forze sotterranee parallele e magari in contrasto con il cristianismo stesso e per lo più trascurate dalla considerazione degli studiosi:


1) conflittualità in ambito ebraico con la nascita dell'antigiudaismo verso l'ortodossia farisiaca che con l'estendersi del cristianismo ai non ebrei e alla sua enorme crescita quando è divenuto religione di stato dell'impero romano è stata la fonte principale della persecuzione degli ebrei per migliaia di anni;
2) la cristianizzazione forzata delle popolazioni altro religiose, dette pagane, con le relative persecuzioni e stermini;
3) l'evangelizziazione e il missionarismo complici dell'imperialismo e del razzismo coloniale;
4) la conflittualità religiosa e politica europea per molti secoli;
5) la formazione della casta clericale divinizzata scelta direttamente da Dio, casta aristocratica presuntuosa, arriogante, intoccabile e parassitaria in Italia ... sul cui esempio si sono formate le caste sociali, intelettuali e politiche italiane che hanno impedito e impediscono a tutt'oggi la realizzazione di una societa democratica rispettosa verso tutte le sue categorie di cittadini e al contempo di un ordinamento istituzionale e di una gestione politica a democrazia diretta come in Svizzera;
6) la disumanizzazione e lo svilimento sprezzante della vita terrena a favore della presunta vita celeste;
7) la deresponsabilizazzione dell'uomo di buona volontà a favore della raccomandazione, del clientelismo, del servilismo, ...
8) la nefasta e nefanda alleanza con le ideologie sociali, politiche e religiose totalitarie e di massa come il comunismo e il maomettismo;
9) la perversione pedofila del clero cattolico come conseguenza della castità/celibato forzati;
10) ...


In lavorazione
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » gio gen 25, 2018 8:47 pm

Il disprezzo per la vita, per il creato, per la vita terrena che poi è l'unica vita vera e reale.

L’ascetismo paolino introdusse nel cristianesimo una forma aberrante e psicotica di penitenza

http://apocalisselaica.net/l-ascetismo- ... itenza-161

La parola ascetismo (dal greco áskesis: esercizio, allenamento), era in origine riferita all’ambito atletico, inteso come irrobustimento del corpo. Ma con Platone questo termine mutò completamente significato, e con un totale capovolgimento semantico prese ad indicare il ferreo dominio delle passioni, la mortificazione del corpo, la rinuncia ad ogni forma di mondanità e di gioia di vivere. Nei Vangeli non troviamo traccia di una simile teoria. Gesù, non l’ha né predicata né praticata. Anzi, leggiamo che i farisei lo trattavano da gaudente perché ignorava i digiuni e partecipava con gioia ai banchetti. Quindi questa forma aberrante e psicotica di penitenza è una invenzione di Paolo.

Nelle sue Lettere, egli si scaglia con delirio contro il corpo, da lui chiamato la “carne”, considerato la sede del peccato, e impone al cristiano di «spossare e asservire il corpo», di «ucciderlo» (1 Cor. 9,27; Galati, 5,24; Romani, 8,13; Colossesi 3,5), in quanto esso è un «corpo di morte» e «odio contro Dio» (Romani, 7,18; 7,24; 8,6 sgg. Dobbiamo solo a lui l’introduzione nel cristianesimo, di cui è l’assoluto inventore, di questa forma disumana e mostruosa di rinuncia alle gioie della vita e ai sani istinti del corpo. Le turpitudini che egli attribuisce all’uomo sono talmente tante da farlo ritenere più malvagio degli animali allo stato brado. Quindi la vita del cristiano, per contrastare la sua degradazione, doveva incentrarsi nell’ascesi.

La Chiesa, fin dalle sue origini, ha accettato in pieno queste sue aberrazioni e ha considerato l’uomo il più infimo degli esseri viventi, un verme immorale e degradato, perennemente in preda alle nefandezze più perniciose e incapace da solo di perseguire la salvezza. Ecco perché per i Padri e Dottori della Chiesa (Basilio, Gregorio di Nissa, Lattanzio, Origene, Tertulliano e così via) il mondo andava inteso come una valle di lacrime e la vita terrena un “letamaio”. Si doveva sempre vivere nel lutto e nella penitenza, vestiti di stracci e coi capelli incolti. Nella Chiesa primitiva, e per tutto il Medioevo, la fuga dal mondo, l’astinenza, la rinuncia ai sensi e alla corporeità, la mortificazione più ossessiva, una vita ininterrotta di penitenza e di pensieri fissati sul mea culpa, erano l’imperativo categorico non solo di molti ecclesiastici ma anche del popolo minuto. San Basilio, dottore della Chiesa, proibiva ai cristiani qualsiasi divertimento, anzi persino il riso e le gioie più innocenti della vita. San Gregorio di Nissa paragonava l’intera esistenza umana ad un “letamaio” e considerava peccaminoso anche odorare il profumo di un fiore o contemplare la bellezza di un tramonto.


Una religione così non è una buona religione ma un male dello spirito
viewtopic.php?f=199&t=2590
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » gio gen 25, 2018 9:01 pm

Antisemitismo cristiano

Il conflitto cristiani ebrei e l'antigiudaismo (poi antisemitismo e oggi antisionismo e antisraelismo) nasce all'interno dell'ebraismo, come conflitto tra ebrei cristiani ed ebrei non cristiani già al tempo di Cristo Gesù, e ovviamente quando il cristianismo è uscito dall'ambito ebraico ed è divenuto la religione dominante degli imperi romani d'occidente e d'oriente la parte cristiana allargatesi ai non ebrei è divenuta enorme ed il suo peso sproporzionato cosicché gli ebrei non cristiani sono rimasti schiacciati e molti sono morti.

Idiozie e odio contro Israele e gli ebrei
viewtopic.php?f=197&t=2662


Giuseppe Dossetti e l'antisemitismo in maschera
Niram Ferretti
17/01/2018

http://www.progettodreyfus.com/avvenire ... isemitismo


Il 4 gennaio scorso Avvenire pubblica un articolo d’antan di Giuseppe Dossetti dal titolo emblematico, “Antisionista non significa antisemita”. Perché lo fa? Evidentemente perché si riconosce nelle posizioni espresse dall’autore, le quali ruotano intorno a certi topoi immarcescibili di coloro i quali-siccome essere antisionista non significa essere antisemita-sarebbero autorizzati a utilizzare contro lo Stato ebraico tutto il repertorio nero e criminalizzante che per secoli è stato usato contro gli ebrei, e al quale la Chiesa, nella sua lunga storia, ha dato un contributo devastante. Ma ascoltiamo la voce dell’autore:

“Alcuni dei dogmi più indiscussi su cui sinora si è fondata l’opinione occidentale relativa al conflitto mediorientale, debbono proprio essere rifiutati. Si deve rifiutare, per esempio, che lo Stato sionista, così come è nato e sinora si è configurato, possa tollerare nel proprio interno l’esistenza di una popolazione araba. È ora che proclamiamo chiaramente che questo non è possibile. Sinora noi stessi, per venti e più anni, su questo punto siamo stati reticenti. Ci siamo anche noi lasciati intimidire nella memoria dell’Olocausto e dal ricatto che qualunque manifestazione di antisionismo equivale all’antisemitismo, del quale i cristiani si sono resi più volte colpevoli. Anche noi, alla fine, non siamo arrivati a separare il puro dall’impuro. Cioè ben altro è il piano dell’ebraismo in quanto religione dei Padri; e invece il piano di una concrezione politica, il «sionismo realizzato», intrisa di grossolani errori, di smisurate violenze e ingiustizie, e adesso di sacrilegi sanguinosi”.

Dossetti, con affermazione perentoria, si sottrae al “ricatto” che eserciterebbe la memoria della Shoah, ovvero che non sia possibile criticare Israele dopo di essa perché se no si verrebbe accusati di antisemitismo.

Deve davvero essere stato un ricatto di scarsa presa se fin da subito, dopo la Guerra dei Sei Giorni, dal 1967 in poi, Israele è stato costantemente fatto oggetto, fino ai nostri giorni, di una demonizzazione senza pari rispetto a qualsiasi altro stato democratico, demonizzazione confezionata dagli stati arabi con l’ausilio dell’Unione Sovietica e di cui l’ONU è stato cassa di risonanza assai efficace. Fu lì, infatti, che, dietro ben altro ricatto, quello subito dall’Europa da parte dei potentati arabi con la crisi petrolifera del 1973, Yasser Arafat venne legittimato come unico portavoce della “causa palestinese” e invitato a parlarci nel 1974, durante una seduta plenaria in cui, riferendosi a Israele in modo denigratorio come l’”entità sionista” lo presentò al pubblico come il frutto guasto dell’imperialismo e del razzismo. E da allora si è poi provveduto, in un orgia apicale di diffamazione a trasformarlo in stato razzista, nazista, genocida, praticante l’apartheid. Ora, tutto questo, probabilmente non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, tuttavia gli assomiglia molto, basandosi com’è sul suo stesso presupposto base, la colpevolezza dell’ebreo e la sua mostrificazione. Dossetti stesso, finalmente sottratto al ricatto, ci aiuta a “separare il puro dall’impuro”, nobilitando l’ebraismo biblico come “religione dei Padri” e bollando il sionismo come impresa criminosa, “intrisa di grossolani errori, di smisurate violenze e ingiustizie e adesso di sacrilegi sanguinosi”.

Il Lutero di “Gli ebrei e le loro menzogne” avrebbe annuito. Ma certamente Dossetti non era antisemita, si limitava solo a traslare su Israele le accuse e le invettive che la Chiesa ha rivolto agli ebrei nel corso di secoli e secoli. Nel suo caso si deve essere trattato di azione irriflessa, di pregiudizi inconsci. Tuttavia, come si può non pensare nel leggere il riferimento ai “grossolani errori” al fondamentale e gigantesco errore teologico dell’ebraismo, secondo la prospettiva cristiana, nel non avere accettato la messianicità di Gesù? e “le smisurate violenze” e i “sacrilegi sanguinosi”, come fanno a non evocare le accuse di omicidio, avvelenamenti, profanazioni e sacrifici umani, nello specifico quelli nei confronti dei bambini cristiani che, costituendo vere e proprie leggende nere, ricorrevano nel Medioevo come accuse rivolte agli ebrei? Accuse che oggi, sono ancora in voga nell’ambito della pubblicistica antisemita islamica che le ha fatte proprie ereditandole in blocco dall’antisemitismo occidentale.

Quindi sì, si può essere antisionisti, riciclando con disinvoltura quello stesso vocabolario dell’antigiudaismo cristiano classico, sottraendosi al “ricatto” esercitato (questo non è dichiarato ma è implicito) dagli ebrei e dalla loro pressione sull’opinione pubblica. Pressione come si è visto, assai tenue, visto l’enorme successo conseguito dalla diffamazione perpetua di Israele. E’ vera tuttavia una cosa, essere antisionisti non significa automaticamente essere antisemiti. Basta un accorgimento per evidenziarlo, che però Dossetti evita, e Avvenire pure nel riciclare questo suo scritto. Basterebbe, per esempio, affermare che il sionismo come movimento di emancipazione di un popolo al fine di configurarlo come nazione autonoma, non sia legittimo in quanto tale e che gli ebrei avrebbero dovuto restare sempre confinati alla diaspora. Bisognerebbe poi spiegare perché avrebbe dovuto essere loro negato di tornare a vivere pacificamente su una terra che gli ha dato origine come popolo e a cui culturalmente, storicamente e spiritualmente sono sempre stati legati. Ma questo è un altro discorso e non è quello di Dossetti legittimato da Avvenire, una mera foglia di fico.


http://www.nostreradici.it/antisemitismo-Fiamma.htm
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » gio gen 25, 2018 9:31 pm

La perversione pedofila del clero cattolico come conseguenza della castità/celibato forzati

Castità e pedofilia
viewtopic.php?f=141&t=2713
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » sab gen 27, 2018 9:22 am

La casta dei prescelti da Dio, degli apostoli, dei pastori di uomini e di popoli, del clero, dei santi e dei venditori di miracoli, dei vicari di Cristo Dio.

D-o non fa miracoli; i miracoli sono assurdità magiche e idolatre
viewtopic.php?f=201&t=2491


Credere nei miracoli comporta il credere nella provvidenza divina, nella manna dal cielo, nell'intermediazione dei santi e degli sciamani;
nella raccomandazione delle caste di intermediari prezzolati, di presunti illuminati ed eletti dall'idolo;
deresponsabilizza l'impegno, il sacrificio, la buona volontà umana e castra l'uomo di buona volontà.
Credere nei miracoli favorisce le dittature, le teocrazie, i regimi totalitari, allontana dalla democrazia e dalla sovranità popolare di tutti e di ognuno.

Per me due sono i miracoli possibili e veri la Creazione in atto ad opera di D-o e quello che quotidianamente compiono le sue creature tra cui l'uomo di buona volontà;
credere ad altri miracoli non fa bene all'uomo, gli toglie responsabilità e buona volontà e lo allontana da D-o, quello vero e naturale che non che non ha nulla che fare con gli idoli miracolosi delle religioni.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » sab gen 27, 2018 9:24 am

La grande presunzione degli idolatri cristiani
viewtopic.php?f=199&t=2625

Le due grandi condizioni perché sia possibile l’esistenza della scienza sono, innanzitutto, che nell’universo regni l’ordine e non il caos e che le leggi regolatrici di quest’ordine siano intelliggibili da parte dell’intelletto umano. Ma dove e quando nascono queste convinzioni sull’Universo? E perché soltanto nell’Europa cristiana si sviluppò il metodo scientifico?

http://www.uccronline.it/2010/11/23/lor ... stianesimo

In questo dossier (continuamente aggiornato) affronteremo le risposte e scopriremo, facendoci guidare da eminenti storici della scienza, che all’origine della scienza moderna c’è la visione cristiana del mondo.

Introduzione
La scienza non nasce nella cultura greca e antica
La scienza non nasce nella cultura islamica
La scienza non nasce in Oriente
La scienza nasce nell’Europa cristiana
Conclusione
...


Alberto Pento
Ricordiamo a questi presuntuosi idolatri cristiani che la scienza come esperienza e conoscenza accompagna l'umanità fin dalle sue origini e che ciò che nasce/si sviluppa/si forma/prende corpo in età moderna non è la scienza ma la sua variante sperimentale che è solo un affinamento della scienza dovuto all'apporto dell'esperienza/conoscenza accumulata e allo sviluppo della tecnologia ispettiva e analitica d'approfondimento.


Il metodo scientifico, o metodo sperimentale
https://it.wikipedia.org/wiki/Metodo_scientifico
Il metodo scientifico, o metodo sperimentale, è la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esso consiste, da una parte, nella raccolta di dati empirici sotto la guida delle ipotesi e teorie da vagliare; dall'altra, nell'analisi matematica e rigorosa di questi dati, associando cioè, come enunciato per la prima volta da Galilei, le «sensate esperienze» alle «dimostrazioni necessarie», ossia la sperimentazione alla matematica.
Nel dibattito epistemologico si assiste in proposito alla contrapposizione tra i sostenitori del metodo induttivo e quelli del metodo deduttivo. L'approccio scientifico è valutato diversamente anche in base al suo campo di applicazione, ossia se si riferisce alle scienze naturali, o viceversa a quelle umanistiche (nel primo caso si parla di «scienze dure», nel secondo di «scienze molli»).
Sebbene la paternità ufficiale del metodo scientifico, nella forma rigorosa sopra definita, sia attribuita storicamente a Galileo Galilei, da cui anche il nome metodo galileiano, studi sperimentali e riflessioni filosofiche in merito hanno radici anche nell'antichità, nel Medioevo e nel Rinascimento.



Il metodo empirico era il metodo antico che precede quello sperimentale
https://it.wikipedia.org/wiki/Empirismo


MEDICINA MESOPOTAMICA
http://web.tiscali.it/azetawebnet/Medic ... otamia.htm
Un territorio ampio quasi come l'Italia, delimitato dai due biblici fiumi Tigre e Eufrate. I greci lo chiamarono "Mesopotamia", cioè "valle tra due fiumi".
Fu sede di una splendida civiltà, e costituì insieme all'Egitto il maggior centro culturale del vicino Oriente.

Fu abitata e dominata da varie popolazioni: ai Sumeri (1728-1686 a.C.), con capitale Ur (150 miglia a sud di Babilonia) seguirono gli Accadi, e poi i Babilonesi, con capitale Babilonia (Babele) e gli Assiri con capitale Ninive (300 miglia a nord di Babilonia).
Il re babilonese Hammurabi codificò una complessa serie di leggi, tra le quali facevano spicco quelle relative all'esercizio della medicina e della chirurgia .
Venticinque secoli dopo la distruzione di Ninive, sir Layard, archeologo inglese, scoprì trentamila tavolette di creta incise con caratteri cuneiformi, che permise la decodificazione del linguaggio assiro; 800 tavolette riguardavano l'arte medica, il che consentì di apprendere notizie di prima mano sulle condizioni della medicina in Mesopotamia.

Un altro documento di enorme importanza é il "Codice di Hammurabi", che riporta leggi che regolano l'attività dei medici, dei quali stabilisce addirittura gli onorari e le ammende:
Art. 221. Se un medico riduce un osso rotto di un uomo, o cura i suoi intesitni malati, il paziente dovrà dargli 5 sicli d'argento.
Art. 218. Se un medico opera un signore per una grave ferita con un coltello di bronzo e ne determina la morte; se apre un ascesso (nell'occhio) di un uomo con un coltello di bronzo e distrugge l'occhio dell'uomo, gli si dovranno tagliare le dita.

Agli inizi, l'arte medica era affidata a tre categorie di sacerdoti, dei quali solo una aveva a che fare direttamente con il malato:
baru si occupava della diagnosi, della prognosi e delle cause delle malattie;
ashipu era l'esorcista che scaccia i demoni della malattia;
asu (= guaritore) era il vero medico che trattava il paziente, somministrandogli i farmaci.
Questi sacerdoti venivano istruiti nei templi, e apprendevano la loro dottrina dai sacri testi scritti su tavolette d'argilla. Molti di essi divennero famosi e ricchissimi, e venivano anche chiamati a consulto dai Paesi vicini.
Si trattò essenzialmente di una medicina religiosa, anche se non disgiunta da un sano empirismo. Difatti, non conoscendosi la maggior parte delle cause delle malattie, queste venivano considerate come il castigo degli dei o dei demoni per chi ha peccato; d'altra parte, colui che riusciva a indurre la guarigione era considerato come dotato di poteri sovrannaturali. Gli stessi poteri magici venivano riconosciuti a tutto ciò che in qualche modo guariva: erbe, pozioni, empiastri.
Il simbolo della medicina -quel "caducèo" che è giunto sino ai giorni nostri- era portato da Ningischdiza, Signore dei Medici". Secondo la leggenda, il serpente attorcigliato al bastone aveva mangiato la pianta del vivere eterno, e aveva immediatamente perduto la pelle e riacquistato il suo aspetto giovanile. Il serpente era quindi simbolo di rigenerazione e di guarigione da ogni male.
All'alto numero di demoni corrispondeva ovviamente un numero altrettanto rispettabile di malattie. dagli scritti dei medici mesopotamici risulta una lunga lista: febbri, peste (mutanu), epilessia (bennu) malattie della pelle, del cuore e veneree, ittero e reumatismo. Altre malattie furono il morbillo, il colera, la dissenteria, l'epatite infettiva e la lebbra.
Molto frequenti erano anche le malattie trasmesse da insetti, che infuriavano durante i mesi della caldissima estate. Le stesse mosche dominavano dovunque, passeggiando indisturbate nelle narici, sulle labbra, sui cibi e sulle stoviglie, e provocando affezioni intestinali e oculari. L'aspetto di mosca del demone Nergal deporrebbe per il fatto che già a quel tempo si aveva nozione che alcune malattie sono trasmesse dagli insetti.
La diagnosi era una questione prioritaria. E i medici mesopotamici disponevano di "prontuari" ben precisi:
Il malato di tubercolosi tossisce frequentemente, il suo sputo è denso e talvolta contiene sangue, la respirazione dà il suono come di un flauto. La sua carne è fredda, ma i suoi piedi sono caldi, egli suda molto e il cuore è molto inquieto.
Le cognizioni dei Sumeri, degli Assiri e dei Babilonesi circa la diagnosi e la prognosi delle malattie non erano quindi tanto lontane dalla realtà. Per esempio: "Quando il corpo di un uomo è giallo e la sua faccia è gialla e lui stesso soffre di dimagramento, il nome della malattia è.....itterizia".
Ma la diagnosi era basata più che non sull'esame del malato, sull'esame dei visceri (prevalentemente del fegato) degli animali sacrificati durante i riti propiziatori. L'aruspicina raggiunse in Mesopotamia alti gradi di perfezione: lo stesso termine deriva dalla parola ‘har’, che vuol dire appunto ‘fegato’.
In pratica, l'aruspice scriveva i suoi quesiti su di una tavoletta d'argilla, che deponeva ai piedi della stanza del dio. Indi l'assistente sgozzava l'animale. L'aruspice isolava il fegato, osservava il "palazzo del fegato", cioè la loggia epatica, asportava l'organo e l'ispezionava accuratamente: la superficie, i lobi, le vie biliari, la colecisti, le arterie, le vene superficiali.
Il razionale di questa pratica era in sostanza questo. Il dio che accetta il sacrificio di un animale si identifica con l'anima di questi: ed è quindi possibile leggere le sue intenzioni nel fegato dell'animale essendo quest'organo così ricco di sangue da costituire il centro della vita e dell'anima.
L'aruspicina raggiunse una tale notorietà che nei secoli successivi fu continuata ed estesa non solo al resto del Medio-oriente ma anche alle civiltà mediterranee, in particolare agli Etruschi.
I medici mesopotamici disponevano di un ricco bagaglio terapeutico, costituito da circa 250 medicamenti vegetali e 120 minerali, che venivano somministrati sotto forma di decotti, infusi, polveri, fumigazioni, irrigazioni, instillazioni, supposte, ovuli e clisteri.
Per la loro preparazione si impiegavano vini, grassi, olii, miele, cera e latte. Forse gli Assiri e i Babilonesi avevano già qualche idea della cronobiologia, in quanto le applicazioni di questi medicamenti avvenivano non in un'ora qualsiasi del giorno, a caso, ma in ore ben prestabilite, per lo più dettate dagli astri.
Ciascun farmaco era dotato di una ben precisa azione terapeutica. Tra i medicamenti più noti figurano: alloro, aloe, anice, cannabis, cassia, olio di ricino, mirra, mirto, melograno, olivo, papavero, senape. Molto diffusa era anche l'Atropa belladonna, che nei millenni successivi troverà larga diffusione nel resto del mondo.
La proprietà della pianta di rendere "più profondo" lo sguardo (in virtù della sua azione midriatica, cioè di allargamento della pupilla) fu subito apprezzata dalle belle dame delle Corti europee, il che le valse appunto l'appellativo di belladonna. Nel 1860 Peter Squires, un abile farmacista londinese, allestì un linimento a base di belladonna utile contro le nevralgie, riesumando in tal modo l'antica indicazione che della pianta i medici assiri e babilonesi già facevano qualche migliaio di anni prima.
I medici utilizzavano lo zolfo contro la scabbia, la cannabis nella depressione psichica e nelle nevralgie. In caso di polmonite ricorrevano all'applicazione locale di cataplasmi di semi di lino. Tra i farmaci di origine minerale figuravano l'allume, il rame, la creta, la magnetite.
La chirurgia era generalmente limitata al trattamento delle ferite e delle fratture, ma era anche rivolta ai calcoli e agli ascessi. A Ninive sono stati reperiti alcuni bisturi di bronzo, seghe, trapani.

Come per altre civiltà anche lontanissime, l'odontoiatria era molto praticata anche in Mesopotamia. Anzi, le tavolette di Assurbanipal che trattano di questa disciplina possono essere considerate il più antico trattato di Odontoiatria di cui si sia a conoscenza. Anche i medici mesopotamici credevano che la carie dentale fosse provocata dai vermi.
Contro il mal di denti esistevano numerosi medicamenti, come la mandragora, la senape, il papavero e la cannabis. I semi di giusquiamo venivano applicati alla gengiva dolente e fissati con mastice di gomma.
Anche le protesi dentarie raggiunsero una certa perfezione.
Insomma, pur con le ovvie limitazioni anche la medicina mesopotamica raggiunse livelli di conoscenza e di applicazione pratica notevolmente apprezzabili. Ma con la caduta di Ninive e di Babilonia essa subì un ferale colpo d'arresto.
Con queste città fu sepolta anche quella scienza medica che s'era lentamente formata e consolidata in Mesopotamia nei quattro millenni della sua storia. Poi, i Persiani ed altri popoli la "reinventarono", facendone una medicina propria.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Il mito della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana

Messaggioda Berto » sab gen 27, 2018 11:39 pm

Le radici germaniche dell'Europa e il pregiudizio antigermanico in Italia tutto racchiuso nell'epiteto Barbari.


Alla fine dell'Impero romano d'Occidente (anno 476 d.C.) , l'Europa occidentale che per circa 6 secoli è stata "romanizzata" inizia il lungo periodo di "germanizzazione" durato quasi 1000 anni, ad opera di migranti goti, visigoti, longobardi, sassoni, franchi, angli, svevi, normanni/vichinghi provenienti dall'Europa del nord e dell'est che non era mai stata conquistata dai romani e soggetta al dominio politico militare romano.
Però tale periodo caratterizzante il medioevo viene del tutto trascurato, omesso e travisato.

Perché i paesi interessati dalla riforma protestante: anglicana, luterana e calvinista; etnicamente germanici a o forte componente germanica come la Gran Bretagna e la Svizzera sono tutti paesi meno indebitati, più democratici e civili (con nessun mafioso, meno ladri e parassiti, meno bugiardi e corrotti, più responsabili e giusti) dell'Italia con la sua cattolicità romana e le sue radici greco-romane?

???
https://it.wikipedia.org/wiki/Barbaro
In questo periodo barbare per antonomasia furono quelle popolazioni (Vandali, Eruli, Unni, Visigoti, Ostrogoti, Goti, ecc.) che dalle loro terre di origine, solitamente localizzate nell'Europa settentrionale, scesero a ondate nell'Impero.
Questi barbari approfittarono della crisi in cui già versava l'Impero e ne accelerarono la decadenza fino alla dissoluzione: oltre alle guerre, ai saccheggi e alle distruzioni, finirono con il fondare dei veri e propri stati, spezzando l'antica unità dell'Impero e dando inizio ai regni romano-barbarici.



La germanizzazione dell'Europa

La germanizzazione dell'Europa inizia alla fine dell'Impero Romano quando vi furono le migrazioni (o forse invasioni come raccontano?) dei Goti (Visigoti e Ostrogoti) dei Longobardi, dei Sassoni, dei Franchi, degli Angli, dei Normanni, degli Alemanni-Bavaresi-Tirolesi nell'area poi detta Cimbrica, dei Mocheni, dei Walser.
I germani presero in carico l'Europa distrutta dai romani e iniziò la ricostruzione dell'Europa medievale.

???
https://it.wikipedia.org/wiki/Regni_romano-barbarici
Il periodo successivo alla deposizione dell'ultimo imperatore Romolo Augusto e alla fine dell'Impero romano d'Occidente del 476 d.C. vide l'instaurazione di nuovi regni, detti regni romano-barbarici (oppure latino-germanici o romano-germanici): essi si erano andati formando nelle ex province romane a partire dalle invasioni del V secolo e, inizialmente, furono Stati formalmente dipendenti dall'Impero romano d'Oriente (i capi barbari erano al contempo reggenti per il monarca di Costantinopoli e sovrani dei loro rispettivi popoli), pur essendo di fatto completamente autonomi.

???
https://it.wikipedia.org/wiki/Medioevo
Il Medioevo è una delle quattro grandi età storiche (antica, medievale, moderna e contemporanea) in cui viene tradizionalmente suddivisa la storia dell'Europa nella storiografia moderna. Comprende il periodo dal V secolo al XV secolo. Segue la Caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 476 e precede l'Età moderna. Il termine "Medioevo" compare per la prima volta nel XV secolo in latino e riflette l'opinione dei contemporanei per cui tale periodo avrebbe rappresentato una deviazione dalla cultura classica, in opposizione al Rinascimento.


Germani
viewtopic.php?f=134&t=524

Federigo II de Xvevia e ła nasida de l'ogneversedà
viewtopic.php?f=136&t=2044

L’ogneversetà veneta ła xe nasesta a Pava e no a Venesia
viewtopic.php?f=147&t=631

Comun, Arengo, Mexoevo, Istitusion
viewtopic.php?f=172&t=273
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 33083
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

PrecedenteProssimo

Torna a Spiritualità e religione

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite

cron