Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

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Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 10:43 am

Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal
Idolatria e spiritualità naturale e universale

viewtopic.php?f=24&t=2036


L'idołatria monodeista ke ła ga ła prexounsion de esar ła vera speretoałetà par mi no lè na bona spirtoałità, tanto manco coeła terorista de Maometo e de l'ixlam.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 10:48 am

???

L'ateo crede... Ma non sa se Dio esiste
André Comte-Sponville
2 dicembre 2015
http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/L ... iste-.aspx

Siamo talmente abituati, dopo venti secoli di Occidente cristiano, a vivere in società dove la sola spiritualità socialmente disponibile è sempre stata una religione (nel caso specifico, il cristianesimo, sia per la Francia sia per l’Italia), che abbiamo finito con il credere che “religione” e “spiritualità” siano sinonimi – nel qual caso il titolo del mio intervento sarebbe non solo paradossale, ma contraddittorio.

Se “spiritualità” fosse soltanto un altro modo per designare la religione, nel senso occidentale del termine (come credenza in un unico dio o in molti dèi), l’idea stessa di una spiritualità non religiosa sarebbe una contraddizione in termini. Ma e proprio questa sinonimia che io contesto. “Religione” e “spiritualità” non sono sinonimi, ne vanno messe sullo stesso piano. Queste due nozioni funzionano piuttosto come la specie e il genere: le religioni costituiscono una certa specie, o più specie, del genere spiritualità, ma tra le molte possibili, alcune delle quali fanno tranquillamente a meno di qualsiasi Dio personale, anzi di ogni forma di trascendenza. Basta fare un passo indietro – tanto nel tempo, pensiamo solo alle pratiche sapienziali degli antichi greci, quanto nello spazio, verso l’Oriente buddhi-sta, confuciano o taoista – per scoprire che sono esistite, ed esistono ancora, immense spiritualità che non sono affatto teismi. E in questa corrente spirituale, essa stessa molteplice e variegata, che mi iscrivo. Che cos’è la spiritualità? Avrò occasione di ritornare più avanti sulla questione, ma, per farla breve, mi accontenterò per il momento di una definizione minimale: la spiritualità e la vita dello spirito.

L’etimologia parla chiaro: le due parole, “spirito” e “spiritualità”, derivano dal latino spiritus, che designa anzitutto il soffio vitale e, in seconda battuta, l’ispirazione, il genio, l’arguzia, l’esprit. Ora, gli atei, per quanto ne so, non hanno meno spirito degli altri. Perché dovrebbero avere meno spiritualità? Perché dovrebbero interessarsi meno alla vita spirituale? Per quanto mi riguarda, me ne sono sempre interessato. Così e stato ai tempi della mia adolescenza, quando ero un cristiano praticante; ma da quando ho smesso di credere in Dio, la spiritualità mi interessa persino di più, il che potrebbe apparire paradossale e ci conduce al cuore del nostro tema. Chi ha una religione, ha anche la spiritualità che la caratterizza. Ma chi non appartiene a una religione? Sembra privo di risorse spirituali, specialmente in Occidente. Motivo in più per rifletterci sopra. Riassumo la mia posizione in una frase: io sono un ateo non dogmatico e fedele. Per- ché ateo? Questa e la domanda più semplice: perché non credo in alcun Dio. Permettetemi di non soffermarmi sulle ragioni del mio non credere; farlo mi allontanerebbe dal tema del mio ragionamento, che non è la metafisica, ma la spiritualità. Perché ateo non dogmatico?

Perché riconosco evidentemente che il mio ateismo non è un sapere. Come potrebbe esserlo? Nessuno sa, nel senso vero e forte del verbo “sapere”, se Dio esiste o no. Dipende molto dalla domanda che mi viene rivolta. Se mi si chiede: «Lei crede in Dio?», la risposta e estremamente semplice: «No, non ci credo». Ma se uno mi chiede: «Esiste Dio?», la risposta e necessariamente più complicata, perché, per onesta intellettuale, devo cominciare con il dire che non ne so nulla. Nessuno lo sa. Lo dico anche nel mio libro: se qualcuno vi dice: «So per certo che Dio non esiste», non avete a che fare con un ateo, ma con uno sprovveduto. La verità e che non lo si sa. Parimenti, se incontrate qualcuno che vi dice: «So che Dio esiste», è uno sprovveduto che ha la fede, e che, scioccamente, confonde la fede con il sapere. Ma nella confusione tra fede e sapere io vedo un duplice errore: un errore teologico, perché in ogni teologia che si rispetti (quantomeno nella teologia cristiana) la fede è una grazia, mentre il sapere non può esserlo; e un errore filosofico, perché confonde due nozioni differenti, quella di credenza e quella di sapere. In breve, io non so se Dio esiste o no; io credo che non esista.

Un ateismo non dogmatico e un ateismo che ammette il proprio status di credenza, nel caso specifico di credenza negativa. Essere atei non dogmatici significa credere (anziché sapere) che Dio non esiste. Ma perché ateo non dogmatico e fedele? Ateo fedele perché, per quanto ateo, resto legato con tutte le fibre del mio essere a un certo numero di valori – morali, culturali, spirituali – molti dei quali sono nati nelle grandi religioni e, nel caso specifico dell’Europa, nella tradizione giudaico- cristiana (a meno che non si ritenga auspicabile rinnegare la propria storia). Questo e uno dei punti che mi separano dal mio amico Michel Onfray, o che separano lui da me. Non è perché sono ateo che volterò le spalle a 2.000 anni di civiltà cristiana o a 3.000 anni di civiltà giudaico- cristiana.

Non è perché non credo più in Dio che rifiuterò di riconoscere la grandezza, quantomeno umana, del messaggio evangelico. Una spiritualità senza Dio è una spiritualità della fedeltà piuttosto che della fede e dell’amore in atto piuttosto che della speranza. Potrei fermarmi qui, ma mi resterebbe la sensazione di non avere toccato l’essenziale. Ho detto all’inizio che la spiritualità è la vita dello spirito. Bene. Ma se si assume la parola in un’accezione così ampia, ogni fenomeno umano finisce per ricadere sotto l’ombrello della spiritualità: la morale e l’etica, certo, ma anche le scienze e i miti, le arti e la politica, i sentimenti o i sogni. Tutto ciò appartiene alla vita dello spirito in un senso ampio (nelle sue dimensioni cognitive, psichiche o affettive), a quella che, per chiarezza, si potrebbe definire la vita psichica o mentale (dal greco psiche e dal latino mens, due parole che si possono tradurre anche con il termine «spirito», ma in campi semantici molto differenti da quelli che derivano dal latino spiritus). Ora, non è affatto a questi ambiti che si pensa quando si parla di vita spirituale.

Meglio prendere allora la parola «spiritualità » in un senso più stretto (sebbene, paradossalmente, più aperto), facendone una specie di sottoinsieme della nostra vita mentale o psichica. La definizione che propongo è la seguente: la spiritualità è la vita dello spirito, ma in particolare nel suo rapporto con l’infinito, l’eternità, l’assoluto. Questo significato mi sembra conforme all’uso e alla tradizione. La nostra vita spirituale è il nostro rapporto finito con l’infinito, il nostro rapporto temporale con l’eternità, il nostro rapporto relativo con l’assoluto. Così definita, la spiritualità, nel suo punto estremo, culmina in ciò che si suole chiamare mistica.



Alberto Pento

L'aidolo è il vero credente, colui che nega gli idoli delle religioni ma che non nega D-o poiché sa che D-o non può essere negato né affermato dall'uomo in quanto è lo spirito che anima l'universo intero e sta all'origine e al fine di tutte le cose e di tutte le creature, mentre gli idolatri i credenti negli idoli sono i veri non credenti e atei che negano D-o;

l'ateo tradizionale di fatto non nega D-o anche se dice di negarlo, poiché D-o non dipende dall'uomo e non può essere negato né affermato, per ciò, ciò che l'ateo tradizionale può negare è il D-o delle varie religioni che sono soltanto idoli, le loro interpretazioni del divino assunte come D-o o al posto di D-o;
l'ateo tradizionale è più un agnostico che un negatore di D-o;

i veri negatori di D-o non sono gli atei tradizionali che negano gli idoli ma sono gli idolatri di tutte le religioni che al posto di D-o hanno messo la loro interpretazione del divino che è divenuta il loro idolo.



Aidolo = non credente negli Idoli ma credente in Dio, come Ateo è chi non crede in Dio.
La differenza tra l'Ateo e l'Aidolo è che l'Aidolo crede in Dio ma non crede nelle divinità delle religioni che egli considera tutte degli Idoli. L' Ateo in realtà, a ben guardare, non negherebbe Dio in assoluto ma soltanto gli Dei o Dii delle religioni che l'Aidolo considera Idoli.
Un tempo si credeva che Dio fosse solo la divinità delle religioni e pertanto colui che non riconosceva loro alcuna divinità si diceva Ateo;
oggi si può pensare e credere a Dio, come spirito valore e dotazione naturale e universale indipendente dalle religioni, dalle loro interpretazioni del divino subordinate alle loro rispettive rivelazioni, profeti e incarnazioni.
Se si libera Dio dal presuntuoso monopolio delle religioni, l'Ateo non ha più alcuna ragione di negare Dio e pertanto si trasformerebbe in Aidolo e le religioni tutte verrebbero considerate culti idolatri.
In tal modo non vi sarebbero più ostacoli alla spiritualità e alla fratellanza universale e si superebbero tutti i conflitti religiosi e politico religiosi.
Dio, o causa prima, il Creatore o principio e fine di tutte le cose e di tutte le creature, dell'intero Universo e dell'uomo, esiste da sempre e non soltanto a partire dalle rivelazioni religiose, dai loro profeti e dalle loro divinità incarnate.
Dio non è una invenzione delle religioni; le religioni hanno inventato solo gli Idoli, assumendo come Dio le loro idolatre e presuntuose interpretazioni di Dio.
L'uomo non può in alcun modo interpretare e definire Dio, l'uomo non può creare Dio ma solo idoli.
Le rivelazioni religiose sono tutte presunzioni idolatre.
La vera rivelazione divina è naturale e universale, è la vita stessa e sta nel cuore di ogni creatura e nel nucleo di tutte le cose.
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 10:54 am

Il politeismo religioso e il monoteismo religioso non sono altro che i due aspetti storici e apparentemente contrastanti dell'idolatria e se il politeismo religioso è pura tradizione pagana, il monoteismo religioso entra a pieno titolo in questa tradizione idolatra che è umanissima e universale.
Ciò che distingue l'idolo o falso dio delle varie religioni dal dio vero e universale è la sua trasformazione da entità che è aldilà di ogni mistero e di ogni sacralità in una entità misteriosa e sacra cioè conoscibile e manipolabile dagli uomini o da una minima parte iniziatica e castuale di loro.
La rivelazione divina delle varie religioni è proprio il momento e il luogo in cui avviene questa trasformazione idolatra del divino.
Nessuna rivelazione sfugge a questa paradossalità.
Ed è in questa assurdità idolatra che nascono i dogmi religiosi e la stessa violenza religiosa per imporli e difenderli.
Dare una definizione, un volto, una immagine, una voce a Dio o Divinità è trasformare questa entità indefinibile e universale in un idolo e questa trasformazione sta alla base ed è l'inizio di ogni religione o ideologia o dottrina religiosa.


Spiritualità e religiosità non sono la stessa cosa
viewtopic.php?f=24&t=2454
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 10:58 am

Falbe credense, łi abuxivi e łi uxurpadori de Dio
viewtopic.php?f=24&t=1780

Ver creanza par i credenti no vol dir lasarghe a sti abuxivi de Dio el dirito de uxurpar Dio el creador de l'ogniverso e de pararlotorno o manipolarlo a so piaxemento come sel fuse on so monopolio.
Avere rispetto per i credenti non vuol dire lasciare a questi abusivi il diritto di usurpare il creatore dell'universo e di manipolarlo a suo piacimento come se fosse un loro monopolio.

Dirse popoło ełeto, farse pasar par Dio o par ła voxe de Dio lè lomè prexounsion e superbia, on gran pecà e na gran bastiema.
Dirsi popolo eletto, farsi passare per Dio o per la voce di Dio è soltanto presunzione e superbia, un grande peccato e una grande bestemmia.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... nadori.jpg

Fetiço (feticcio) o fatiço/fatiso (artefato, falso, falbo)
viewtopic.php?f=24&t=1513

Mi no ghe credo
https://www.facebook.com/minoghecredo

El tenpio o ła caxa de ła lebartà e de ła no credensa, de ła raxon e del spirto ogniversal, dedegà a Ipasia, a Bruno Jordan, Jrołamo Savonaroła, Arnaldo da Brèsa, a Oriana Fallaci, a łi apostati e a tuti łi raxianti/ereteghi (tra cu Cristo, no dexmenteghemose ke anca Cristo el jera n'eretego, n'ebreo raxiante):
viewtopic.php?f=24&t=1383

False credense e superstision xlameghe
viewtopic.php?f=188&t=1936

Miracołi veri e falbi
viewtopic.php?f=24&t=1687
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 11:01 am

Dio nol pol esar altro ke al de łà de ogni mistero e de ogni sagrałetà
viewtopic.php?f=24&t=1940

Dio lè aldełà de ogni mistero.
El mistero lè na cognosensa de łi inisiadi ai misteri, ma Dio lè aldełà dei misteri, no ghe xe mistero endoe ke Dio el se xvełe o rivełe.
Gnaon omo el pol cognosar Dio, ma tuti łi omani łi xe en Dio e ła vida mema lè anemà dal spirto de Dio. Gnaon omo el pol definir e determenar Dio ma Dio el defenise e el determena tute łe creadure. Altro no se pol dir!
El Dio definio dai omani ente tute łe relijon de ogni tenpo, sia come somexa ke come voxe o paroła no lè altro ke on idoło, na bastiema, na enterpretasion omana de Dio, na falsa copia de Dio.
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 11:01 am

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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 11:02 am

Carta ogneversal dei diriti rełijoxi e spirituałi
viewtopic.php?f=24&t=1788

Universal Charter of spiritual and religious rights - Carta Universale dei diritti spirituali e religiosi
https://www.facebook.com/Universal-Char ... 0521202715


Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ementi.jpg
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 12:04 pm

È giusto dire che "Dio non è cattolico"?
http://www.aleteia.org/it/religione/int ... 0999171072
Religione 17.11.2014
L'attributo «cattolico» è una caratteristica della sola Chiesa?

"Dio non è cattolico". Cosa vuole dire questa espressione utilizzata dal cardinale Carlo Maria Martini in suo volume del 2008 e da Papa Francesco nel corso di una intervista con Eugenio Scalfari? Lo abbiamo chiesto al teologo padre Gianluigi Pasquale OFM Cappuccini, che è docente presso la Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Lateranense e dirige tre Collane editoriali: «Filosofi Italiani del Novecento» (Lateran University Press, Città del Vaticano), «I Mistici Francescani» (Edizioni Francescane di Padova) e «Le Lettere di Padre Pio» (Edizioni San Paolo di Cinisello Balsamo, Milano).

Nelle “Conversazioni notturne a Gerusalmme” il cardinale Carlo Maria Martini sostiene che Dio possa anche non essere tradizionalmente “cattolico”. In che senso?

Padre Pasquale: L’attributo «cattolico», che a partire dal semantema greco è da intendersi «secondo il tutto, katà (secondo) olòn (il tutto)» costituisce una delle quattro caratteristiche che definiscono la Chiesa in quanto tale: in ordine essa è una, santa, cattolica e apostolica. A voler essere filologicamente precisi, dunque, l’attributo «cattolico» non può essere applicato al nome di Dio, non essendone una sua declinazione. Detto in altre parole, l’aggettivo «cattolico» inerisce alla Chiesa, non a Dio, come l’essere «frizzante» inerisce, eventualmente, all’acqua, non alla roccia. Qui, a suo tempo, lo Stagirita avevo semplificato cose, che noi vorremmo adesso troppo ingenuamente rendere complicate. Ma non lo sono. Pena creare un ossimoro. Nel pregevole volume del compianto Cardinale Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, a cura di Georg Sporschill (Mondadori 2008), poi, non viene mai affermato che «Dio possa anche non essere […] cattolico». Al contrario, lo scrivente legge: «Gli uomini si allontanano dai [...] dieci comandamenti e si costruiscono una propria religione; questo rischio esiste anche per noi. Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo» (pp. 66-67). La mens del porporato torinese è chiara: chi si allontana dall’osservanza dei dieci comandamenti – che stando alla mentalità ebraica assicurano all’uomo la siepe sicura restando all’interno della quale si è salvi – «de-finisce» Dio, limitandolo, alla propria, forse miope, visione; in tedesco, per gli addetti ai lavori, si direbbe alla propria «Weltanschauung» (visione del mondo). Ora, proprio perché il Dio di Gesù Cristo «è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo» (p. 67), egli desidera rendersi presente in ogni creatura per il solo fatto che essa è in carne – alla pari del figlio di Dio – cosa che avviene grazie dalla «cattolicità della Chiesa» la quale, infatti, abbraccia tutte le razze, culture, diversità, tempi e stagioni. Come ho avuto modo di dimostrare durante una conferenza che ho tenuto alla sezione romana del C.I.P.A. (Centro Italiano di Psicologia Analitica) a Roma lo scorso 28 Maggio in occasione della Presentazione della monumentale biografia per antonomasia del Cardinale gesuita scritta da Marco Garzonio (Il Profeta, Mondadori, pp. 471), lavoro che mi obbligò a rileggere molte opere del Nostro, Martini è molto perspicuo: «non puoi rendere Dio cattolico», poiché lo è già, grazie alla sua più iridescente creatura che la Chiesa è. Voler estrapolare un significato contrario all’affermazione di Martini, significa attuare un’operazione doppiamente pericolosa: leggere il suo pensiero in una maniera molto superficiale e, per gli addetti, ai lavori, scardinare il principio di non-contraddizione, che scardinabile non è, soprattutto per le proposizioni linguistiche verbali. Ora, leggere il pensiero martiniano in maniera superficiale è un’arte che lasciamo, eventualmente, a chi è costretto a farlo in treno. Far dire a Martini ciò che non ha mai detto, sorvolando il principio di non-contraddizione che tiene ferma qualsiasi parola nella sua propria verità, significa chiedere a noi filosofi e teologi l’impossibile.

Quando Papa Francesco dice a Scalfari: "Io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio", cosa vuol dire?

Padre Pasquale: Anche l’affermazione di Papa Francesco va interpretata tenendo presente che l’attributo «cattolico» è una caratteristica della Chiesa, non di Dio. Il Santo Padre ha ragione di ribadire che «esiste Dio» e, infatti, precisa tutti i nomi attributivi che la fede cattolica, leggendo fedelmente la Sacra Scrittura, ha imparato ad utilizzare per “chiamare” Dio sono: «il Padre, Abbà, la luce, il Creatore». È impressionante la lucidità con la quale Papa Francesco – non a caso pure lui Gesuita – si inserisce, nel dibattito con Scalfari – all’interno della più genuina e mai interrotta «professione di fede» della Santa Chiesa Cattolica quando, nel Credo diciamo: «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero», parlando di Gesù Cristo, ma per converso, dichiarando l’essenza di Dio, visto che tutto ciò che sappiamo di Dio ci è stato rivelato dal suo Figlio Gesù Cristo (Dei Verbum n. 2). Ora, trattasi di un’operazione anche teoreticamente più semplicistica affermare «io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti» – come arguisce Eugenio Scalfari –, senza anche dichiarare il ciò che costituisce la sostanza la cui forma gli enti assumerebbero dall’Essere. Eppure, questa smagliatura brachilogica di ragionare trova una sua minimale spiegazione perché anche il credente sarebbe costretto a sillabarla così se Dio non si fosse rivelato in Gesù Cristo e, per questo, di lui possiamo dire che è Padre, luce, Creatore. Il credere in Dio fa riposare la mente. Il non credere la fa esplodere perché l’uomo, trascendentale di se stesso, è spinto, lo voglia o no, al trascendente.

E' sbagliato dire che esiste un unico Dio per tutte le fedi religiose?

Padre Pasquale: La risposta alla terza domanda è molto più importante perché mi offre la possibilità di precisare, in sintesi, la dottrina «cattolica» in merito alle religioni non cristiane. Lo schema è quadripartito: esiste una posizione teocentrica, cristocentrica inclusivista, cristocentrica esclusivista, ecclesiocentrica. La prima afferma che è sufficiente credere in Dio per salvarsi, indipendentemente dal nome. Dà, quindi, per presupposto che esista un unico Dio, senza sillabarne il nome. Ma esiste un «Dio senza nome»? Visto che non c’è nulla di più grande al mondo che rispondere a quella domanda che nessuno si pone. La seconda (cristocentrismo inclusivista) afferma che tutti si possono salvare in Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo e degli uomini, anche di quelli che vivono inconsapevolmente in altri riti religiosi, come potrebbe essere una mamma che in Papua Nuova Guinea – soltanto per ricorrere a un qualsiasi esempio – fa di tutto per allattare il suo bambino pur non avendo mai sentito parlare di Gesù Cristo: essa, non battezzata, si comporta da cristiana senza sapere di esserlo. È – direbbe un altro famoso Gesuita quale fu Karl Rahner (1904-1984) – una «cristiana anomina». Il cristocentrismo esclusivista afferma che ci si salva se e soltanto se si viene battezzati in Gesù Cristo ed era particolarmente in voga ai primordi della Riforma protestante. Infine, vi è l’ecclesiocentrismo, secondo cui ci si salva soltanto se si fa parte ex-professo della Chiesa, cattolica, o ortodossa o protestante. La sana dottrina della Chiesa Cattolica da sempre – non solo dal Concilio Vaticano II – ha fatto proprio il cristocentrismo inclusivista, perché ha sempre parlato di un «battesimo di desiderio» – quando non fosse possibile ottenere quello per immersione o per infusione – e di un «desiderium naturale videndi Deum». Ora, Papa Francesco con un linguaggio perfettamente in linea alla Tradizione ha ribadito ciò che la Chiesa ha sempre professato, addirittura precisando «credo in Gesù Cristo, sua [di Dio] incarnazione», inibendo, quindi, qualsiasi possibilità che esista un unico Dio per tutte le fedi religiose. Ovvero: sì, e porta il nome di Gesù Cristo. Il gheriglio teoretico di tutta la questione sta qui: in quale vero Dio potrebbe credere un uomo che pensa e che opera il bene se non in quel Dio che, compromettendosi in modo irreversibile proprio con l’uomo, si è incarnato nel suo unico Figlio, in quella stessa carne di cui noi siamo fatti? Un francescano, come lo scrivente, “sente” come propria la veridicità pulsante di tutta questa affermazione, utilizzando questa metafora: quando nasce un bambino, in quegli occhi Dio Padre ha già intravisto gli occhi del suo proprio Figlio in una luce che è lo Spirito, perché ognuno di noi nasce in carne. Tutto ciò registra ancora di più la necessità e l’importanza del battesimo – e, quindi, dell’annuncio missionario cristiano, come giustamente ha ribadito San Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio – perché solo nel battesimo quella mamma della Papua Nuova Guinea capisce che nel dare il latte al figlio, non solo sfama il figlio, ma, nel farlo, è amata da Dio e Dio, in questo senso, “protegge” quel filo d’amore affinché rimbalzi meritoriamente nell’eternità e non resti un alcunché “di fatto” invano.

Padre Gianluigi Pasquale puntualizza poi: «Vorrei concludere con due ultime osservazioni. La prima è questa: anche quella teologia che potesse sembrare la più difficile, in realtà viene “esaurientemente” compresa dalla semplicità di vita delle mamme e dei papà quando, chiudendo alla sera gli occhi ai loro bambini, capiscono che Dio sta nell’incrocio dei loro sguardi con quello del proprio bimbo. Quello sguardo potrà avere un nome “anonimo”, ma il tutto ci riesce più semplicemente intuibile se lo sguardo viene sintonizzato con il “vagito di Betlemme”, con quel Bambino che nacque in carne come tutti i nostri pargoli».

La seconda osservazione, prosegue il docente della Pul, è questa: «Colui che dinanzi a certe affermazioni dell’attuale Pontefice volesse estrapolare una filigrana teologicamente aliena dalla Tradizione costante della Chiesa e alla fine metafisica che regge tutta la dottrina cristiana è colpito da una “magna hallucinatio” (ossia è abbagliato) da quel pensiero liquido e debole che – se posso permettermi di superare Zygmunt Bauman (*1925) – è il mero risultato dello stare tutto il giorno con gli occhi davanti allo schermo al plasma di uno smartphone assieme a una specie di concentrato di verità derivato dalla sintesi di opinioni che uno si fa dai vari blog. Chi è entrato in questo liquame del pensiero, però, ha già rinunciato ad essere un homo sapiens: sa vedere, non leggere, sa sentire, non comprendere. E così arriva ad essere convinto che Martini o Bergoglio abbiano detto che «Dio non è cattolico». Peccato, queste persone sono state «vinte» da quel mondo virtuale che le fa scivolare sulla «virtualità» di una buccia di banana, così allogena alla realtà divina di quella mamma che ogni sera va a letto preoccupata di come sfamare, curare e guarire il suo bimbo. Ossia nell’attuare i tre «verbi» più utilizzati da Gesù. Francesco (d’Assisi) «uomo cattolico e tutto apostolico» (Fonti Francescane) lo aveva compreso per bene».

Se xe par coeło Dio no lè gnanca roman!


Ernesto Balducci: il superamento delle religioni
https://www.youtube.com/watch?v=SEJKjlU ... e=youtu.be
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 12:09 pm

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Mi dispiace Ismail Chahir (non suicidarti) ma per me Dio, il vero Dio di tutti gli uomini della terra, di ogni tempo e di ogni luogo, il creatore dell'universo, non invia profeti, il Dio dei profeti è soltanto un idolo, l'idolo creato dalla presunzione dei profeti delle varie religioni che scambiano l'intuizione della rivelazione divina cioè un riflesso, un bagliore di Dio per Dio, che equivale a scambiare una goccia d'acqua per l'oceano o un atomo per tutto l'universo. Allah non è soltanto una parola, un nome per indicare il Dio generico e generale di tutti gli uomini ma è anche voce per indicare il Dio particolare di Maometto, del Corano e dell'islam, allo stesso modo che Cristo è il Dio dei Cristiani e per me questi sono tutti idoli. I profeti, per me sono soltanto degli invasati presuntuosi. Infatti nel caso di Allah, se togli il terrore politico-religioso che lo sostiene, esso sparisce, esso svanisce come uno spettro e un Dio che sparisce non può che essere un idolo. Allo stesso modo dei miracoli per i Cristiani, senza miracoli Cristo Dio appare come uomo e Dio sparisce. Il vero Dio esiste a prescindere dai profeti, dai miracoli, dal terrore e da ogni religione della terra.
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Re: Idołatria e spirtoałetà natural e ogniversal

Messaggioda Berto » mar dic 08, 2015 8:29 am

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