I primati dello stato italiano in Europa e nel Mondo

I primati dello stato italiano in Europa e nel Mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:28 pm

I primati dello stato italiano e dell'Italia in Europa e nel Mondo
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Questa è l'Italia ed il suo stato dopo i mitizzati e cantati " Risorgimento (con i suoi falsi miti unitario romano e rinascimentale fatto passare per elemento unitario ma che unitario non fu mai), Resistenza Rossa e Repubblica della Casta con la sua Costituzione ademocratica"


Il mito risorgimentale e le sue falsità italico-romane
viewtopic.php?f=139&t=2481

Il mito della resistenza italiana
viewforum.php?f=178

L'orrenda costituzione italiana
viewtopic.php?f=139&t=2412

Lo stato italiano con il suo falso nazionalismo di epoca romana, il suo mai morto imperialismo romano rinnovatosi nel cattolicesimo romano, le sue caste, le sue plebi e le sue corporazioni parassitarie, feroci, voraci e irresponsabili ci sfrutta e ci uccide da sempre.


Altro che santi, poeti e navigatori!
Ladri, bugiardi, ipocriti, traditori, parassiti, irresponsabili, vili, farabutti, mafiosi e assassini.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:29 pm

Elenco dei primati negativi italici, dell'Italia che si crede paese civile e culla della civiltà mondiale

1
È lo stato meno democratico dell'occidente, con una delle peggiori costituzioni, l'inno nazionale più violento e le caste più irresponsabili, privilegiate, parassite, bugiarde e prepotenti dell'Europa occidentale;
2
lo stato italiano ha il debito pubblico più alto dell'occidente dopo quello greco;
3
ha l'amministrazione pubblica più assenteista, fannullona, irresponsabile e corrotta dell'occidente;
4
con l'amministrazione politica più castuale, corrotta, irresponsabile, parassitaria e costosa dell'occidente;
5
e l'amministrazione della giustizia più inefficente, arbitraria e corrotta dell'occidente;
6
è il paese più mafioso dell'occidente con le sue: mafia, camorra, andrangheta, sacra corona unita, mafia cinese, mafia nigeriana, mafia islamica, mafie politiche e amministrative;
7
il paese ove si pagano più imposte e tasse rispetto alla quantità e alla qualità del servizi ricevuti;
8
è il paese dove la maggior parte dei cittadini veramente produttivi versano più contributi pensionistici in cambio di pensioni più basse e più tassate, e non adeguate al costo della vita; con il più alto numero di ingiustificate pensioni d'oro, doppie e triple pensioni, baby pensioni e false pensioni d'invalidità;
9
dopo i paesi dell'est e della Grecia è il paese con più poveri e disoccupati della UE e di tutto l'occidente;
10
è il paese dove i salari e le paghe da lavoro dipendente sono le più basse di tutto l'occidente rispetto al costo della vita, nonostante vi siano le maggiori associazioni sindacali e i maggiori partiti politici che si professano difensori dei lavoratori; nonostante il primo articolo della Costituzione italiana stabilisca che la "Repubblica è fondata sul lavoro" e nonostante sia il paese più cattolico dell'occidente la cui dottrina sociale dovrebbe avere tra i suoi valori principali quello di difendere il lavoro e i lavoratori;
11
è il paese dopo la Grecia con il maggior numero di parassiti e di privilegiati che vivono del lavoro e delle imposte degli altri cittadini;
12
è il paese dell'occidente con il maggior numero di morti per incidenti stradali e dove ti uccidono maggiormente sulle striscie pedonali mentre attraversi la strada;
13
l'Italia è al 77esimo posto per libertà di stampa;
14
è tra gli ultimi in Europa in fatto d'istruzione; dove le università sono il regno dei baroni e dove si vendono le lauree;
15
è tra i 4 peggiori pagatori europei ai fornitori di materie e servizi, le cui imprese sono fatte fallire, gli imprenditori costretti alla disperazione e i lavoratori alla disoccupazione;
16
è tra i paesi europei dove maggiormente i cittadini sono costretti a proteggere le loro case e i loro ambienti di lavoro, negozi e attività produttive, con recinzioni, protezioni blindate, impianti di allarme, cani da guardia, telecamere e servizi di sorveglianza;
17
è il paese dell'occidente dove i cittadini sono tra i meno tutelati e garantiti dalle leggi sulla legittima difesa,; dove il cittadino è gravemente impedito e ostacolato nell'esercizio naturale del diritto universale alla legittima difesa della sua persona, della sua casa, dei suoi beni;
18
è il paese più litigioso d'Europa e col maggior numero di avvocati che contribuiscono ad aumentare questa litigiosità e la malagiustizia;
19
è il paese della raccomandazione, dell'irresponsabilità, dell'immeritocrazia, dei privilegi, della violazione dei diritti, delle caste e delle clientele parassitarie;
20
è il paese con le banche più truffaldine e ladresche del mondo;
21
a noi veneti e friulani lo stato italiano ha portato la miseria e l'esodo biblico ottocentesco,, la prima guerra mondiale che ci ha distrutti; la grande depressione economica del I e del II dopoguerra; le grandi migrazioni novecentesche; depressione e corruzione morale;
22
fin dove arriva la corruzione del sistema italico;
23
sanità pubblica tra le peggiori dell'occidente, generalmente da Roma in giù con qualche caso di orrore speculativo anche al nord;
24
ipocrisie, incoerenze e assurdità italiche:
fratellanza italica adoperata/usata per rubare e per affermare privilegi, nascondere, sminuire e negare doveri e diritti; solidarietà con gli altri, con tutti ma non con te;
finta democrazia e realtà castuale;
tortura e trattamenti disumani da parte dello stato e dei suoi apparati;
manipolazioni e menzogne mediatiche e scolastiche;
femminicidio, maschicidio, infanticidio;
gender;
...
25
parassitismo economico;
26
tra i paesi peggiori dell'occidente come rispetto dell'ambiente e smaltimento dei rifiuti;
27
Roma, città capitale da sempre la città più corrotta dell'occidente; Roma e il suo storico imperialismo politico romano che continua nel cattolicesimo, come Regno Universale della Chiesa Romana = Regno di Cristo;
28
è il paese occidentale dove vi è l'evasione più alta: quella "buona" da necessità o "legittima" difesa e per sottrarre una parte dei profitti e del reddito alla voracità predatoria del fisco italico parassita; e quella cattiva da elusione e avidità;
29
è il paese dell'occidente dove dei criminali razzisti e carnefici come gli zingari vengono fatti passare per vittime;
30
è il paese dove si favorisce l'immigrazione clandestina con l'accoglienza indiscriminata di africani, asiatici, islamici a spese dei diritti, delle risorse, della sicurezza, della vita e del futuro dei cittadini italiani ed europei; violazione criminale dei nostri diritti umani con il concorso della Chiesa Cattolica e del Papa romano;
31
è lo stato occidentale dove si violano maggiormente i valori, i doveri e i diritti umani universali, in particolare dei nativi italici, degli stessi cittadini italiani;
32
i parassiti irresponsabili, i ladri e i bugiardi del nazionalismo italiano della sinistra grillina e della destra fascista e leghista usano l'Europa e la Germania come capri espiatori per nascondere e coprire le malefatte italiche di cui sono anch'essi sono responsabili;
33
i giovani italiani senza lavoro o malpagati sono costretti a migrare e a morire via dalla loro terra come questi due veneti, mentre lo stato italiano dilapida le risorse degli italiani per importare e mantenere centinaia di migliaia di clandestini; cose che non capitano in nessun'altra parte del mondo;
34
capita in Italia
35
realtà italiana e cristianismo cattolico romano
36
come gli italiani trattano i veneti
37
la mancanza di libertà nell'informazione e la manipolazione dell'informazione
38
le falsità e/o gli abbagli del Gioberti
39
i nuovi parassiti
40
...

Il fondo sovrano della Norvegia




...

Bruno Bozzetto Italia e Ouropa
http://www.youtube.com/watch?v=XkInkNMpI1Q
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:30 pm

???

I 42 PRIMATI NEGATIVI DELL’ITALIA IN EUROPA
Sergio Rizzo, Corriere della Sera 20/5/2014, 20 maggio 2014
http://www.cinquantamila.it/storyTeller ... 0002274350


ROMA — Per dare la misura dell’abisso che la crisi ha scavato fra l’Italia e la Germania basterebbero due numeri: i 941.500 posti di lavoro che noi abbiamo perduto e il milione 684.200 che loro invece hanno guadagnato.
Tutta materia, questa, per chi sostiene che in Europa è arrivato il momento di farla finita con l’austerity alla tedesca; e si prepara, dicono i sondaggi, a mandare un segnale forte e chiaro alle elezioni di domenica prossima. Se non fosse che il rapporto appena sfornato dall’ufficio studi della Confartigianato descrive un Paese che arranca rispetto a tutti gli altri partner continentali per ragioni ben più profonde della politica di rigore nei bilanci pubblici. Un’Italia che scivola sempre più in basso in tutte le classifiche, dovendo fare i conti con problemi strutturali mai affrontati e risolti. Soltanto così si può spiegare perché nei principali indicatori economici e sociali presi in esame nel documento in questione, dall’occupazione alla spesa pubblica fino ai tassi di abbandono scolastico e all’uso di Internet, il nostro Paese presenti valori al di sotto della media dell’eurozona in ben 42 casi su 50.

Prendiamo quello che nelle ultime settimane ci ha tristemente proiettato di nuovo all’attenzione delle cronache giudiziarie europee: la corruzione.
Per l’autorevole Transparency international l’Italia occupa la casella numero 69 su 177 nazioni. Da quando l’indice viene misurato, nel 1995, anno in cui in Italia si celebravano molti processi di Mani pulite, abbiamo perduto ben 36 posizioni in graduatoria. Fra i Paesi dell’eurozona la sola Grecia è dietro di noi, all’ottantesimo posto. Semplicemente avvilente il confronto con la Germania, dodicesima fra i più virtuosi.

Ed è perfino tedioso sottolineare come questa poco edificante performance italiana abbia certamente a che fare pure con una burocrazia lenta e oppressiva. Perché se è vero che il costo del personale della pubblica amministrazione (10,5% del Pil) è in linea con la media del Continente, e nettamente inferiore a quello della Francia (13,3%), la differenza è tutta nell’efficienza. Da noi una disputa commerciale davanti al giudice civile si risolve mediamente in 1.185 giorni, contro i 547 dell’eurozona e i 394 della Germania. E se paradossalmente siamo oggi più veloci della media dell’area euro nella tempistica per avviare un’attività (6 giorni contro 11) e registrare una proprietà (16 giorni contro 31), restiamo al palo quando si tratta di ottenere una licenza edilizia (233 giorni a fronte di 167) o pagare le tasse (269 ore contro 187). Per non parlare dei tempi di pagamento dei fornitori da parte della pubblica amministrazione, che nonostante gli sforzi viaggiano ancora al ritmo gasteropode di 170 giorni, 124 in più rispetto alla Germania e 90 ai Paesi euro. Ancora: secondo Paese manifatturiero continentale, l’Italia impiega 37 giorni per esaurire una procedura di import-export, a fronte di 16 in Germania e 21 nell’eurozona. Il costo dell’energia per le piccole e medie imprese è da noi superiore del 30,1%. Paghiamo il gasolio per autotrazione mediamente il 17,4 per cento in più. E trasportiamo su rotaia appena il 12,2% delle merci, contro il 15,4 nell’eurozona e il 18,4 nell’intera Unione.

È la fotografia, secondo il presidente della Confartigianato Giorgio Merletti, di un Paese «ancora troppo poco europeo a poche settimane dall’inizio del semestre di presidenza».
Sintomo drammatico, l’andamento dell’occupazione: giovanile e non. In Italia i ragazzi di età compresa fra i 15 e i 24 anni che lavorano sono il 16,3%: metà delle media dei Paesi euro, attestata al 31,4%. I giovani sotto i trent’anni che hanno un’attività lavorativa e contemporaneamente seguono percorsi formativi sono il 3,4%, a fronte del 14,4% nell’eurozona. Il tasso di abbandono scolastico è di quasi quattro punti superiore alla media europea: circa il doppio della Germania. Paese nel quale il livello di scolarizzazione degli adulti è triplo del nostro.

E l’uso delle nuove tecnologie? Oltre un terzo degli italiani (34%) non ha mai navigato su Internet, quota che si riduce a meno di un quinto (19,8%) nell’eurozona. Mentre i nostri connazionali che hanno rapporti telematici con la pubblica amministrazione sono il 10%, contro il 23% europeo.
Difficile dunque stupirsi, di fronte a questi dati, se negli ultimi dieci anni la nostra produttività è diminuita dello 0,9 per cento mentre quella dell’eurozona aumentava del 6,9 per cento.

E se la nostra crescita è da un ventennio la più bassa d’Europa, mentre la ricchezza prodotta da ciascun italiano (25.600 euro) risulta inferiore di 3 mila euro a quella dell’eurozona (28.600) e di quasi 8 mila a quella tedesca (33.300). Certo, sono numeri che non possono tenere conto dell’impatto dell’economia sommersa, che qui supera un quinto del Pil (21,1%), rispetto a una media dei Paesi euro pari al 14,4%: dato peraltro fortemente condizionato dal peso dell’Italia. Ma di questo non si può certo andare fieri. ???
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:31 pm

1
È lo stato meno democratico dell'occidente, con una delle peggiori costituzioni, l'inno nazionale più violento e le caste più irresponsabili, privilegiate, parassite, bugiarde e prepotenti dell'Europa occidentale;
...


L'orrenda costituzione italiana
viewtopic.php?f=139&t=2412
La Costituzione Italiana sancisce l'espropriazione della sovranità dei cittadini o popolare, da parte di una casta di eletti selezionata dai partiti, senza alcun vincolo di mandato.
La chiamano democrazia rapprentativa e indiretta ed è la seconda fonte del male italiano dopo il suo portato storico risorgimentale fallimentare con i suoi falsi miti unitari.
Il confronto va fatto con i paesi variamente democratici e federali dell'occidente: Svizzera (il più democratico), Austria, Germania, paesi scandinavi, Olanda, Inghilterra, USA e Canada


Casta ademocratica italico europea
viewtopic.php?f=92&t=2362

Il mito risorgimentale e le sue falsità italico-romane
viewtopic.php?f=139&t=2481
Ecco cosa ci ha portato il Risorgimento italiano e il suo Stato unitario a noi veneti:
fame, miseria, emigrazione con esodo biblico, deprivazione e arretramento economico, la nefasta rinascita dell'imperialismo romano, guerra con distruzione e morte, sottosviluppo, corruzione amministrativa e politica, mafia ed altre organizzazioni criminali, falsificazione della nostra storia, induzione al disprezzo etno razzista verso noi stessi e la nostra gente, inciviltà italica con le sue caste e istituzioni ademocratiche ed il suo fascio-comunismo, l'arroganza romana, l'ipocrisia democristiana, la falsa fratellanza con il suo parassitismo statale, romano, etnico e sociale, il ladrocinio bancario, la finanza truffaldina, l'industria assistita ...



Il tricolore, l'Inno di Mameli e il nazionalismo italiano
viewtopic.php?f=139&t=338

Ieri hanno festeggiato il tricolore, quel sacro feticcio

http://www.lindipendenza.com/il-tricolo ... o-feticcio

di GILBERTO ONETO

In occasione del secondo compleanno de “L’Indipendenza”, riproponiamo un articolo che ha attinenza con i festeggiamenti avvenuti ieri in Italia.

Secondo la storia patria “ufficiale”, il tricolore italiano ha compiuto 215 anni e ci siamo subiti le omelie “napolitane” sulla sacralità del feticcio e sul suo salvifico ruolo di totem dell’unità nazionale. Come ogni altro simbolo politico e identitario, anche il tricolore italiano nasce da una serie di sovrapposizioni di segni, di casualità e di invenzioni: come tutti i simboli merita rispetto e – per questo – non servono mitizzazioni e sacralizzazioni, non serve farne una reliquia circondata da nuvole di incenso e protetta dai gendarmi. Invece oggi il tricolore – caso pressoché unico al mondo - è difeso da alcuni minacciosi articoli del Codice Rocco e la sua esposizione è oggetto di una serie di disposizioni di legge puntigliose quanto sistematicamente disattese.

Forse è proprio la sua debolezza semiotica ad aver costretto la vulgata patriottica ad avvolgerlo in un’aureola di balle, mistificazioni, omissioni e risibili panzane.

Sul significato dei tre colori si sono sbizzarrite generazioni di poeti e di redattori di sillabari, che hanno tirato in ballo verdi prati, fuoco di vulcani, nevai, sangue, speranza e purezza: i più arditi si sono gettati in acrobatiche citazioni dantesche.

La verità è più prosaica e trova una vasta gamma di spiegazioni che vanno dalla casualità di taluni accostamenti cromatici di uniformi militari, al banale riferimento al tricolore francese o al più “nobile” (ma solo in termini simbolici) richiamo alla cromia massonica. Sono, a questo proposito, proprio i “venerabili fratelli” che in molte occasioni hanno rivendicato la paternità morale e grafica della bandiera. E non è evidentemente un caso che gli stessi colori si trovino nei vessilli di altre loro creature, fra cui il Messico, repubblica massonica per eccellenza.

Anche la sua affermata italianità è piuttosto traballante: il periodo giacobino e poi napoleonico, in cui essa ha trovato la sua genesi, è stipato di decine di altre bandiere simili: bicolori o tricolori che hanno rappresentato una effimera genia di repubbliche e repubblichette. Infatti il bianco-rosso-verde era solo il vessillo degli Stati che hanno interessato la Padania centro-orientale: altrove garrivano altri accostamenti cromatici.

Non ha neppure il monopolio della rappresentanza risorgimentale: tutte le rivolte carbonare utilizzavano altri colori (soprattutto la tricromia rosso-nera-blu), la repubblica romana e Pisacane sventolavano un drappo rosso, a Genova nel 1849 garriva la Croce di San Giorgio, e lo stesso Garibaldi si era confezionato un vessillo nero con un vulcano fiammeggiante ed ha appreso dell’amato tricolore solo durante il suo viaggio di ritorno in Italia, e ha dovuto rimediare in tutta fretta mettendo assieme tovaglie, indumenti e tappezzerie trovate a bordo della nave che lo trasportava.

Spesso si ricorda l’utilizzo del tricolore nelle Cinque Giornate ma si omette di dire che erano i colori dello Stato autonomo che aveva avuto Milano per capitale e che esso veniva utilizzato in forma complementare alla Croce di San Giorgio. Solo i rivoltosi più “politicizzati” avevano coscienza che si trattava del simbolo di un partito politico, la Giovane Italia, che lo aveva adottato qualche anno prima. Carlo Alberto lo ha furbescamente fatto diventare la bandiera del regno per affermare la sua volontà di diventare re dei territori che quarant’anni prima lo avevano preso come contrassegno, e cioè la Padania. Per esorcizzarne le implicazioni mazziniane lo ha “marchiato” con uno scudo di Savoia, agli inizi sproporzionatamente grande.

Solo da allora, esso è diventato bandiera d’Italia seguendo la trasmigrazione del termine, fino a ricoprire l’intera penisola. In seguito esso ne ha accompagnato tutte le avventure, emergendo con più forza nel corso di guerre e avventure dolorose, e – soprattutto – nel mesto cerimoniale che vi ha puntualmente fatto seguito col suo corollario di funerali, ossari, monumenti eccetera. Il fascismo ha aggiunto il nero arrivando alla sublimazione di una quadricromia dalle forti implicazioni ideologiche ma anche funebri, che non a caso è la stessa dei simboli dell’estremismo islamico.

Questo suo passato nazionalista e fascista aveva relegato il tricolore nell’ambito del nostalgismo e – fuori dal quadro politico – a bandiera calcistica, buona solo per gli stadi o per le vittorie della nazionale di football. Esso è stato ripescato di recente solo in funzione anti-autonomista, nel tentativo di promuovere un patriottismo unitarista in grado di opporsi all’ondata di crescita della aspirazioni locali di libertà e vere identità. Non è un caso che esso sia stato riesumato con forza proprio dagli ultimi tre presidenti, per uno dei quali forse anche per una sorta di espiazione di antiche memorie di rosso-bianco-verdi ungheresi.

Per finire, giova ricordare che il tricolore mazziniano è un rarissimo caso di simbolo di partito diventato segno dello Stato conquistato. Era successo con la bandiera rossa diventata segno dell’Unione sovietica e con la svastica diventata vessillo della Germania. La sola divertente differenza è che il partito mazziniano non ha conquistato il potere ma anche questo è un sicuro segno di italica creatività.


La grande menzogna
viewtopic.php?f=139&t=1616

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... gna-kw.jpg



Roma - il mito tra il vero e il falso
viewtopic.php?f=111&t=2355

Medioevo - anni o secoli veneto-germani (circa 900 anni) e nascita dei comuni
viewforum.php?f=136
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:31 pm

2
Lo stato italiano ha il debito pubblico più alto dell'occidente dopo quello greco;


Nuovo record storico per il debito pubblico italiano
2017/05/15

http://www.huffingtonpost.it/2017/05/15 ... a_22086935

Il debito pubblico italiano registra un nuovo record storico. Malgrado gli annunci sull'impegno italiano di lavorare per ridurre il rapporto fra debito e Pil per rispettare gli impegni europei, il debito delle amministrazioni pubbliche in Italia non accenna a invertire la rotta e a marzo scorso ha toccato il punto più alto.

Nel suo bollettino sulla finanza pubblica, la Banca d'Italia rende noto che il debito pubblico italiano è stato 2.260,3 miliardi di euro, in aumento di 20 miliardi rispetto al mese precedente. L'incremento è dovuto al fabbisogno mensile delle amministrazioni pubbliche (23,4 miliardi), parzialmente compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del tesoro (per 2,2 miliardi, a 54,6 miliardi) e dall'effetto complessivo degli scarti e dei premi all'emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all'inflazione e della variazione del tasso di cambio (1,1 miliardi). Con riferimento ai sottosettori, il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 20,3 miliardi, quello delle amministrazioni locali è diminuito di 0,2 miliardi; il debito degli enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.

Il bollettino comunica anche i dati sulle entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato, che confermano il trend di crescita. Nel primo trimestre ammontano a 92 miliardi in crescita del 2,7% rispetto al trimestre 2016 corrispondente. A marzo le entrate tributarie contabilizzate sono state pari a 28,6 miliardi (27,8 nello stesso mese del 2016).



Italia secondo debito pubblico più alto d'Europa dopo la Grecia

http://tg24.sky.it/economia/2017/04/24/ ... uropa.html

Il debito pubblico italiano si conferma il secondo più alto dell'Unione Europea, secondo solo a quello della Grecia. Come emerge dal rapporto eurostat, il debito del nostro Paese è pari a 2.217,909 miliardi di euro, il 132,6% del prodotto interno lordo: due punti decimali in meno rispetto alle stime di febbraio fatte dall'Unione europea. Cala, invece, il deficit per la spesa pubblica: il rapporto deficit/pil è infatti passato dal 2,7% del 2015 al 2,4% del 2016.


Secondo debito pubblico più alto d'Europa

Il debito pubblico italiano è passato dal 132,1% del Pil del 2015 al 132,6% nel 2016, per un valore pari a 2.217,909 miliardi di euro. È il secondo più alto dell'Ue, dietro solo alla Grecia che arriva al 179% del proprio prodotto interno lordo. Notizie più confortanti arrivano, invece, dal rapporto deficit/pil passato dal 2,7% del 2015 al 2,4% del 2016. Questa percentuale è stata rivista di un decimale al rialzo rispetto alle stime fatte dalla Commissione europea nel mese di febbraio. Il rapporto debito/pil, invece, è risultato di due punti decimali più basso rispetto alle stesse previsioni Ue. Considerando il triennio 2013-2016 preso in esame nel rapporto eurostat, l'Italia ha visto aumentare in tre anni il proprio debito pubblico di 3,6 punti percentuali (da 129% a 132,6). Il deficit, invece, è calato di cinque punti decimali passando dal 2,9% del 2013 al 2,4% dello scorso anno, rimanendo quindi ampiamente sotto la soglia dl 3%, indicata come limite invalicabile dalla Commissione.


Nell'area euro diminuiti deficit e debito

In generale, nella zona euro, composta da 19 stati, è emerso un quadro in cui deficit e debito pubblico nel 2016 sono diminuiti rispetto all'anno precedente. Il rapporto deficit/pil è infatti passato dal 2,1% all'1,5%, mentre il rapporto del debito pubblico con il prodotto interno lordo è calato di più di un punto percentuale: dal 90,3% del 2015 all'89,2% del 2016. Anche considerando tutti i paesi appartenenti all'Unione europea (un totale di 28 stati), sono stati registrati cali in entrambi gli indicatori. Il deficit Ue è passato dal 2,4% del 2015 all'1,7% dello scorso anno, mentre il debito dall'84,9% all'83,5%.


Paesi in debito

Oltre all'Italia e alla Grecia, ci sono anche altri Paesi appartenenti alla zona euro che hanno registrato un debito pubblico al di sopra del 100%. Si tratta del Portogallo (130,4%), Cipro (107,8%) e Belgio (105,9%). I debiti pubblici più bassi in rapporto percentuale al pil nel 2016 sono stati, invece, quelli dell'Estonia (9,5%), del Lussemburgo (20%) e della Lettonia (40,1%). Sul fronte deficit, sempre nell'Eurozona, Francia e Spagna hanno superato il tetto del 3% con rispettivamente il 3,4% e il 4,5%. Al contrario, Germania e Grecia hanno registrato un rapporto deficit/pil molto contenuto, dello 0,8% dello 0,7%.




La classifica dei paesi con il debito pubblico più alto del mondo. Dov'è l'Italia?

https://www.forexinfo.it/debito-pubblic ... Italia-FMI


Debito pubblico più alto: la classifica dei paesi peggiori - È del FMI la classifica dei paesi con il debito pubblico più elevato.

L’esame del Fondo Monetario Internazionale non si è concentrato solo sul continente europeo, ma ha guardato ad un panorama più ampio, quello mondiale, per ottenere la classifica dei paesi che hanno un debito pubblico più alto.

Ovviamente la classifica dei paesi peggiori dal punto di vista del debito pubblico deve essere letta con la dovuta cautela, visto che gli stati citati sono molto diversi soprattutto dal punto di vista delle dimensioni e di conseguenza delle spese sostenute.

Prima di mostrare la classifica dei paesi con il debito pubblico più elevato, redatta dal del Fondo Monetario Internazionale, occorre però aver bene chiara la nozione di debito pubblico, ossia quel debito che direttamente o indirettamente appartiene allo Stato.

Come rilevato dal FMI l’Italia si posiziona sul podio della classifica dei paesi con il debito pubblico più alto, ma nonostante questo non è la peggiore in assoluto. Chi viene prima e chi dopo di noi? Ecco di seguito la classifica dei paesi con il più alto debito pubblico al mondo.
FMI: la classifica dei paesi con il debito pubblico maggiore

La classifica seguente è stata redatta dal Fondo Monetario Internazionale che per un’analisi comparativa più efficace e veloce ha riportato tutte le cifre di ogni singolo debito pubblico in dollari americani.

Stati Uniti: 18.237 miliardi
Giappone: 10.557 miliardi
Italia: 2.407 miliardi
Regno Unito: 2.345 miliardi
Francia: 2.173 miliardi
Cina: 1.684 miliardi
Germania: 1.544 miliardi
Olanda: 475 miliardi
Belgio: 435 miliardi
Austria: 305 miliardi
Svezia: 221 miliardi

Ecco qual è la classifica dei paesi con il debito pubblico maggiore. Vale la pena di notare, tuttavia, che i dati sul debito pubblico tedesco e cinese escludono i costi legati alle amministrazioni locali - si stima che calcolando anche queste ultime il debito pubblico della Cina schizzerebbe a più di 5.000 miliardi di dollari.

Debito pubblico/PIL: come cambia la classifica dei paesi peggiori

Come già accennato, la precedente classifica si basa solo ed esclusivamente sul debito pubblico di ciascun paese. Ciò spiega perché siano assenti ad esempio la Grecia e Cipro, due stati altamente indebitati ma dalle dimensioni piuttosto ridotte. Se andassimo a considerare il rapporto debito pubblico-PIL, la classifica dei paesi peggiori al mondo avrebbe tutta un’altra conformazione e il podio sarebbe così costituito:

Giappone: 200%
Italia: 132%
Stati Uniti: 115%

Debito pubblico Italia: a quanto ammonta e chi lo detiene

Come già accennato il debito pubblico dell’Italia è pari a circa 2.400 miliardi di dollari, ma chi detiene il nostro indebitamento? Se volessimo stilare una classifica, al primo posto ci sarebbero gli investitori stranieri con il 30% del debito pubblico italiano nelle tasche. Medaglia d’argento per le banche con il 29% del debito. Un grandino più in basso le assicurazioni italiane con il 21% del debito e la Banca d’Italia con il 15%. Ultimo posto invece per le famiglie con il 5% del debito pubblico d’Italia.




I manipolatori fanfaroni dell'informazione politicamente e ideologicamente asservita che arrivano a far credere che il debito quasi non esista e non incida negativamente sulla nostra vita e sul futuro dei nostri figli e nipoti;
credo che la maggior parte sappia cosa vuol dire avere un debito sul groppone che se non paghi può lsasciarti sul lastrico in mezzo a una strada senza lavoro, alla fame e pronto al suicidio:


L'economia della trasparenza | La storiella del neonato italiano che nasce con un debito di 35mila euro
2014/07/01

http://vitolops.blog.ilsole24ore.com/20 ... 5mila-euro

Debito pubblico, debito pubblico, debito pubblico. Siamo a 2.100 miliardi che, rapportati a un Pil di 1.550, porta il rapporto debito/Pil al 132%. Se il Pil (somma di consumi di famiglie, investimenti di imprese, spesa pubblica e bilancia commerciale) crescesse un po’ di più il rapporto ovviamente si ridurrebbe e saremmo tutti più contenti. Ma il punto che vorrei sollevare in questo post non è tanto il motivo per cui l’Italia fa fatica a far crescere il Pil in questa fase (alla domanda manca la benzina, la moneta, il credito bancario ecc.) ma è un (falso) mito sul debito pubblico.

Spesso sentiamo dire che ogni italiano, appena nato, eredita un macigno sulle spalle che varia a seconda dei periodi storici e che in questo momento si attesta intorno a 35mila euro. Il calcolo che viene eseguito è il seguente. Debito pubblico/popolazione. Quindi se dividiamo 2.100.000.000 per 60.000.000 otteniamo 35mila euro. Secondo questo modo di ragionare ciascun italiano ha un debito pubblico di 35mila euro. Una sorta di onta, di peccato originale con cui convivere fino al giorno in cui la società andrà in paradiso e il debito pubblico non ci sarà più.

Questo ragionamento – che va per la maggiore anche in molti dibattiti televisivi – non corrisponde alla realtà. Per due motivi, estremamente intuitivi e paradossalmente (proprio perché così semplici) non presi in considerazione.

1) il debito di uno Stato non deve essere estinto ma deve essere semplicemente sostenibile e far sì che non produca una mole di interessi eccessiva. Lo dimostra il fatto che ad oggi non ci sono Paesi senza un debito pubblico;

2) ogni debito di qualcuno è il credito di qualcun altro. Non si scappa. Se io ho un mutuo, la banca ha un credito nei miei confronti. Se lo Stato ha un debito, chi detiene quei titoli di Stato non ha un debito ma un credito nei confronti dello Stato. Ebbene, in questo momento il Tesoro ci dice che sono in circolazione titoli di Stato per un controvalore di 1.815 miliardi a fronte di un debito pubblico di 2.089 miliardi (aggiornamento al 30 maggio). Questi 1.815 miliardi sono in mano per circa il 50-60% a banche e assicurazioni italiane, per il 10% a risparmiatori italiani e per la quota restante a investitori non residenti.

Questo significa che banche, assicurazioni, risparmiatori italiani, investitori stranieri non sono in una posizione debitoria nei confronti dello Stato italiano ma hanno un credito e incassano cedole dallo Stato italiano. Quindi il fantomatico italiano che dovrebbe dare 35mila euro allo Stato non solo non deve dargli questi soldi ma, qualora rientri in quel 10% di risparmiatori che hanno investito acquistando titoli di Stato, otterrà a scadenza l’importo investito, maggiorato degli interessi (salvo che lo Stato non dichiari default). Quindi deve ricevere, e non dare, dallo Stato.

E allora perché si parla tanto di debito pubblico? Perché questo genera degli interessi da pagare. Interessi che hanno fatto entrare l’Italia in un circolo vizioso. Dagli anni ’80 – quando c’è stato il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e la Banca d’Italia non ha più potuto controllare i tassi di interesse, né monetizzare il debito – la quota interessi da pagare è balzata alle stelle (del mercato). Da allora sono stati pagati oltre 3mila miliardi di interessi alla schiera dei creditori del debito pubblico, ben superiori all’attuale mole del debito pubblico. Questo è uno dei principali motivi per cui il debito pubblico negli anni ’80 è decollato, come dimostra questo grafico. graficodebitopubblico.

Quindi la storia del neonato italiano che nasce con un peccato originale che oscilla dai 30 ai 35 mila euro non è vera. È una storiella. Ciò che è vero è che per pagare gli interessi sul debito pubblico agli investitori (tra 80 e 90 miliardi di euro l’anno) lo Stato – avendo dei vincoli europei sul deficit e quindi sulla capacità massima di spesa – è costretto a reperire le risorse monetarie all’interno della società, prelevandole dai cittadini attraverso un aumento delle tasse o una riduzione della spesa pubblica. L’attuale riduzione dei tassi, e degli interessi nominali da pagare sul nuovo debito, è senz’altro una buona notizia in prospettiva perché dovrebbe consentire allo Stato – qualora decida di rimanere con gli attuali vincoli di bilancio europei senza rinegoziarli – di avere qualche miliardo in più l’anno, o meglio qualche miliardo in meno l’anno da prelevare ai cittadini.



Corte dei Conti: l'Italia deve ridurre il debito pubblico, non solo per i vincoli Ue
2017-06-27

http://economia.ilmessaggero.it/economi ... 28826.html

Occorre affrontare «il fenomeno della corruzione in una logica sistematica che tenga in adeguata considerazione la diffusività del fenomeno e l'insufficienza delle misure finora apprestate dall'ordinamento». Così il procuratore generale della Corte dei Conti, Claudio Galtieri, nella requisitoria sul rendiconto generale dello Stato. Il sistema dei controlli, spiega, risulta «scarsamente efficace» anche per «contrastare quei comportamenti illeciti i cui effetti negativi sulle risorse pubbliche sono, spesso, devastanti».

«L'elevato livello del debito pubblico», elemento di «maggiore vulnerabilità» dell'Italia, «impone alla politica economica, ben di più di quanto non derivi dai vincoli fissati con le regole europee sui conti pubblici, di proseguire lungo un 'percorso di rientro' molto rigoroso». Lo afferma il presidente di coordinamento delle sanzioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti, Angelo Buscema, in occasione della relazione sul rendiconto generale dello Stato.

In Italia «il recupero della crescita del prodotto interno lordo, dopo una lunga crisi, appare ancora troppo modesto e, soprattutto, in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali Paesi europei», ha sottolineato. Ecco che «il bilanciamento della politica economica e della gestione della finanza pubblica appare particolarmente complesso per l'Italia».

Sul fronte degli acquisti si conferma «la centralità» della Consip nelle politiche di contenimento della spesa «anche se è emersa nel corso degli anni l'esigenza di una verifica dei risultati più rispondenti a dati reali». Lo afferma il presidente di coordinamento delle sanzioni riunite della Corte dei Conti, Angelo Buscema, nella relazione sul rendiconto generale. «Per lo Stato - continua - nonostante l'incremento della spesa mediata da Consip, l'acquisizione di beni e servizi risulta ancora in prevalenza effettuata con il ricorso alla procedure extra Consip».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:31 pm

3
ha l'amministrazione pubblica più assenteista, fannullona, irresponsabile e corrotta dell'occidente;

4
con l'amministrazione politica più castuale, corrotta, irresponsabile, parassitaria e costosa dell'occidente;



Assenteismo in Italia
viewtopic.php?f=94&t=2499



In Italia la corruzione è di “natura pervasiva e sistemica”

http://www.lindipendenza.com/in-italia- ... -sistemica

di FRANCO CAGLIANI

Lo avevamo già scritto, riportando i dati di “Transparency International”. Ma non passa giorno che non arrivino delle conferme. La “natura pervasiva e sistemica” assunta in Italia dal fenomeno della corruzione “porta inevitabilmente ad un indebolimento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella classe politica e nella pubblica amministrazione, a uno svilimento dei principi di buon governo e di etica pubblica, ad una profonda alterazione della cultura della legalità”. E’ quanto si legge nel Rapporto sul primo anno di attuazione della legge 190/2012, pubblicato dall’Autorita’ Nazionale AntiCorruzione.

Da un punto di vista piu’ strettamente economico la corruzione “altera il funzionamento del mercato, penalizzando le imprese sane e limitando o impedendo nuove iniziative imprenditoriali, riduce i flussi di investimenti esteri, distribuisce le risorse pubbliche in modo non efficiente”. Dalle 92 pagine del Rapporto emerge “una sostanziale differenza nella distribuzione tra le regioni che vede una particolare consistenza del fenomeno nelle regioni meridionali e nelle isole”. Dall’analisi delle condanne per i reati di concussione e corruzione passate in giudicato emerge che “dal 2006 al 2011, pur in presenza di una costante prevalenza delle condanne per corruzione rispetto a quelle per concussione, il numero dei condannati per corruzione diminuisce, passando da 1,27 nel 2006 a 0,76 per 100.000 abitanti nel 2011, mentre il numero dei condannati per concussione si triplica, passando da 0,23 nel 2006 a 0,57 per 100.000 nel 2011″. Nel dettaglio, il numero dei condannati per concussione registra un andamento oscillante al Centro, aumenta progressivamente nelle regioni del Nord, quasi triplica dal 2001 al 2011 nel Sud e nelle Isole, dove assume i valori sistematicamente piu’ elevati.

La durata dei processi penali risulta “mediamente piu’ elevata per i reati di concussione che per quelli di corruzione” ma “per entrambi e’ diminuita nel periodo 2007-2011, di circa tre anni per la concussione (da 7,80 a 4,42 anni) e di circa un anno per la corruzione (da 4,87 a 3,72)”. La maggior parte dei citati in giudizio appartiene al settore dell’amministrazione statale, mentre “la quasi totalita’ di appartenenti al livello politico sono sindaci, assessori e consiglieri comunali”. Evidente, nel complesso, “la prevalenza numerica di una micro-corruzione diffusa e caratterizzata da serialita’, rispetto a casi di macro-corruzione meno diffusi ma piu’ gravi: a numerosi e reiterati episodi di corruzione caratterizzati dalla non ingente entita’ della dazione e da una parte attrice appartenente ai livelli intermedi o di base delle amministrazioni fa da contraltare un numero limitato di pratiche corruttive caratterizzate da importi di dazione ingenti erogati ai livelli apicali”.


Italia, anche nel 2013 è tra i paesi più corrotti d’Europa
http://www.lindipendenza.com/italia-anc ... ti-deuropa

L’Italia è ancora percepito come un paese corrotto e nella classifica stilata si piazza al 69esimo su 177 stati esaminati, a pari punteggio con il Kuwait e la Romania, dietro a Montenegro e Macedonia. E’ quanto emerge dal rapporto CPI 2013, l’indice di Trasparency International, che misura la percezione della corruzione nel settore pubblico.

L’ultima posizione e’ occupata dalla Somalia seguita dalla Corea del Nord e dall’Afghanistan. In testa alla classifica dei paesi meno corrotti quelli del Nord Europa: Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia e Svezia.

L’Italia, nonostante occupi uno degli ultimi posti in Europa, è leggermente migliorata rispetto all’anno passato: “Si sono compiuti molti sforzi strutturali per migliorare la trasparenza e l’integrità del settore pubblico – commenta Maria Teresa Brassiolo, Presidente di Transparency International Italia – naturalmente dobbiamo proseguire lo sforzo, ma il messaggio sembra recepito, anche se resta l’uso disinvolto e spesso incompetente delle risorse pubbliche che creano debito, tasse e rabbia”.

Se volete approfondire i dati relativi all’Italia, potete cliccare sulla pagina dedicata del rapporto di Transparency: qui.
http://www.transparency.org/gcb2013/cou ... ntry=italy


Corruzione italo-romana
viewtopic.php?f=22&t=278


Rapporto UE: In Italia rischio corruzione negli appalti pubblici
http://www.lavoripubblici.it/news/2014/ ... 12862.html

05/02/2014 - La Commissione europea ha, recentemente, pubblicato la Relazione dell’Unione sulla lotta alla corruzione. Nell’allegato sull’Italia viene precisato che “i legami tra politici, criminalità organizzata e imprese e lo scarso livello di integrità dei titolari di cariche elettive e di governo sono oggi tra gli aspetti più preoccupanti, come testimonia l’elevato numero di indagini per casi di corruzione, tanto a livello nazionale che regionale”.
Nel documento di 16 pagine predisposto dall’esecutivo comunitario si legge che il 97% degli italiani ritiene che la corruzione sia un fenomeno dilagante in Italia (media UE del 76%) e il 42% afferma di subire personalmente la corruzione nel quotidiano (media UE del 26%) e che la mancanza di fiducia nelle istituzioni pubbliche risulta molto diffusa.
Secondo i dati raccolti dalla Commissione, le figure pubbliche verso le quali vi è maggior sfiducia sono i partiti politici, i politici nazionali, regionali e locali e i funzionari responsabili dell’aggiudicazione degli appalti pubblici e del rilascio delle licenze edilizie.

Il documento contiene uno specifico capitolo sugli appalti pubblici in cui viene precisato che in Italia il ricorso a procedure negoziate (soprattutto senza pubblicazione del bando) è più frequente della media: nel 2010 rappresentava infatti il 14% del valore dei contratti, contro il 6% della media dell’Unione. Questo fattore aumenta il rischio di condotte corrotte e fraudolente.

Viene, anche, precisato che secondo un sondaggio del 2013, per gli italiani la corruzione è un fenomeno diffuso negli appalti pubblici gestiti dalle autorità nazionali (70% degli italiani contro il 56% della media UE) e negli appalti gestiti dagli enti locali (69% degli italiani contro il 60% della media UE).
Nello specifico gli italiani ritengono le seguenti pratiche particolarmente diffuse nelle gare d’appalto pubbliche:
capitolati su misura per favorire determinate imprese (52%);
abuso delle procedure negoziate (50%);
conflitto di interesse nella valutazione delle offerte (54%);
offerte concordate (45%);
criteri di selezione o di valutazione poco chiari (55%);
partecipazione degli offerenti nella stesura del capitolato (52%);
abuso della motivazione d’urgenza per evitare gare competitive (53%);
modifica dei termini contrattuali dopo la stipula del contratto (38%).

Veramente pesante il giudizio della Commissione europea quando afferma che in Italia il settore delle infrastrutture è quello in cui la corruzione degli appalti pubblici risulta più diffusa e che secondo studi empirici, la corruzione risulta particolarmente lucrativa nella fase successiva all’aggiudicazione, soprattutto in sede di controlli della qualità o di completamento dei contratti di opere/forniture/servizi.
Nel caso delle grandi opere pubbliche la corruzione è stimata a ben il 40% del valore totale dell’appalto.

L’alta velocità è tra le opere infrastrutturali più costose e criticate per gli elevati costi unitari rispetto a opere simili. Secondo alcuni studi, l’alta velocità in Italia è costata:

47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli;
74 milioni di euro al chilometro tra Torino e Novara;
79,5 milioni di euro al chilometro tra Novara e Milano;
96,4 milioni di euro al chilometro tra Bologna e Firenze.

Costi veramente enormi rispetto ai:
10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione;
9,8 milioni di euro al chilometro della Madrid-Siviglia;
9,3 milioni di euro al chilometro della Tokyo-Osaka.
In totale, il costo medio dell’alta velocità in Italia è stimato a 61 milioni di euro al chilometro. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici.

Il Rapporto della Commissione europea si coclude con il suggerimento di dare maggiore attenzione ad alcuni aspetti tra i quali:
rafforzare il regime di integrità per le cariche elettive e di governo nazionali, regionali e locali;
rendere più trasparenti gli appalti pubblici, prima e dopo l’aggiudicazione, come richiesto dalle raccomandazioni rivolte all’Italia a luglio 2013.

A cura di Ilenia Cicirello



???
Alessandra Sardoni: “È l’irresponsabilità che ammazza l’Italia”
Alessandra Sardoni è un volto Tv non appariscente che porta sostanza nell'informazione politica. Nel suo ultimo libro, "Irresponsabili", racconta attacchi strumentali e assoluzioni reciproche tra politica, magistratura, informazione. L’alibi perfetto per non fare le cose
di Valeria Montebello
3 Maggio 2017 - 12:19

http://www.linkiesta.it/it/article/2017 ... alia/33923

Alessandra Sardoni è finita in Tv per caso. Non è appariscente. Non semplifica. Le piace la musica classica. E scrive libri. L’ultimo è Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell'innocenza (Rizzoli) che, a detta sua, non è molto ottimista. Anche se, in fondo, Sardoni crede “nel valore delle leadership e nella responsabilità etica e politica”. E parla dei vizi dei politici in Tv che non rispondono subito alle sue domande “o perché sfuggono, o perché hanno una retorica antica”. Della crisi delle élite, quindi del giornalismo: “c'è un garantismo e un giustizialismo a priori, tutti parlano per partito preso e tutti scrivono sempre lo stesso articolo”. E delle donne che hanno paura di parlare di altre donne in pubblico. “È una libertà che non abbiamo, nemmeno quando le intervistiamo”, spiega Sardoni. “Se intervisto una donna devo essere meno aggressiva di quanto sarei con un uomo”. Durante l'intervista non mi è mai venuta voglia di essere aggressiva. Sarà perché Sardoni è finita in Tv per caso. Non è appariscente e non semplifica le cose. O perché le piace la musica classica. E scrive libri non ottimisti. Che in realtà, per lo sforzo di ricostruzione e l'impegno, finiscono per esserlo. Ottimisti.

Sei una non appariscente che sta in Tv. Come ci sei finita?
Per caso. Non avevo mai pensato di condurre un programma, anzi, avrei voluto lavorare in un giornale. All'inizio facevo piccole dirette per il Tg La7, molto diverse dalle maratone di Enrico Mentana. Un'estate decisero di fare un esperimento, Otto e mezzo estate. Giuliano Ferrara aveva scelto Pietrangelo Buttafuoco e aveva pensato che io potessi essere la sua compagna di banco. Mi piaceva fare giornalismo politico, tuttora ritengo di essere una cronista politica parlamentare. E quello era lo spazio che avevo per farlo, quindi andava bene. Poi nel 2012 Mentana mi ha chiesto di condurre Omnibus, alternandomi con Andrea Pancani e Gaia Tortora. Sono spazi di approfondimento serio.

In questo periodo sui giornali si parla spesso di crisi delle élite e del giornalismo che è diventato elitario, incapace di mediare.
Sono anni che diciamo che il giornalismo politico si occupa di cose che alle persone non interessano, in qualche modo dev'essere vero, soprattutto per i più giovani.



Tullio De Mauro, con il quale ti sei laureata in Filosofia del linguaggio, nel "Diario linguistico" scritto per Nuovi Argomenti parlava della funzione innovatrice della Rai negli anni '60, dei programmi per porre rimedio all'analfabetismo o per insegnare alla gente il linguaggio politico…
Nostalgia di quel tempo?

C'è ancora un intento pedagogico nella Tv italiana?
La Rai di quel tempo aveva una funzione educativa reale perché c’era un analfabetismo reale. Adesso hai la rete. Oggi la modalità pedagogica può essere indiretta o affidata a canali molto specializzati. Ci sono dei programmi di questo tipo che funzionano, come quelli di Piero e Alberto Angela.

Ma i programmi Tv "viscerali" sono i più seguiti pare...
Ci siamo autoconvinti che è così, e assecondiamo questa tendenza. Sono gli stessi difetti che attribuiamo alla politica: di diventare sempre più schematica per andare incontro alla “pancia” del paese. Invece lo sforzo di mediazione lo devi fare. Si deve tener conto dei gusti del pubblico -questo è vero anche per la politica-, ma devi anche proporre qualcosa.

Per esempio cosa?
Credo nello sforzo di trovare persone nuove. Ma è difficile: inviti certi personaggi politici perché “sono una faccia”, la gente li riconosce e si ferma. Quando viene uno sconosciuto ci mette un po' ad affermarsi, quindi bisogna fare la fatica d'investire su quella “non faccia”. Ad Omnibus cerchiamo di farlo, anche se in genere va di moda un ospite e tutti lo chiamano. Poi sono anche i partiti a decidere chi mandare in Tv, puoi pure scegliere ma se ti dicono che è quello è quello, fa parte delle scelte di comunicazione del partito, devi adattarti.

Come fai ad evitare il siparietto in cui tutti sanno già cosa dire?
Cerchiamo di mettere insieme persone che siano in grado di ragionare in televisione. Proprio perché prendo sul serio le posizioni dei partiti vorrei che ad esprimerle fossero politici competenti.

Quali sono i peggiori errori dei politici in Tv?
Il non rispondere subito alla domanda, il tergiversare. Lo fanno o perché sfuggono, o perché hanno una retorica antica, quindi partono da lontanissimo e senti che è il retaggio di una vecchia impostazione del linguaggio politico.

Un linguaggio pre-televisivo…
Li vedi che partono “eee...”. Poi mi dà fastidio quando capita che non sono preparati, qualche volta pensano di poter dire la qualunque senza fare uno sforzo. Soprattutto quando trattiamo argomenti complessi ti aspetti che la classe dirigente cerchi di approfondire e di avvicinarsi agli altri. Per poter spiegare le cose alle persone con un linguaggio semplice -questo sì viene da De Mauro- le devi sapere molto bene. Invece spesso hai la sensazione che alcuni politici si muovano a livello dello slogan, o che arrivino con le frasi già preconfezionate dall'ufficio stampa.

Da recita.
A volte non sono in grado di seguire la discussione in studio e si scocciano con me perché dicono che ho già in testa la risposta che dovrebbero darmi.

Che vuoi portarli a dire qualcosa?
Che metto lì un argomento. A volte succede perché già so in che direzione vogliono andare, allora mi viene da dire: “dai ti prego, azzarda!”.

Ti sembra che qualche politico creda in quello che dice?
Sicuramente c'è un problema di visione, di ricette che non si trovano, di studi che non si fanno. Trovo triste che ci siano molte fondazioni ma che nessuna faccia quello che deve: studiare. Più che la malafede il problema è la bassa qualità con cui fanno il loro lavoro di politici.

Voglia solo di farsi vedere?
Voglio sperare che chi sceglie la politica oggi lo faccia per passione. Ma ci sono quelli che lo fanno per fame di una generica notorietà, che potrebbe venirgli da altri settori: spettacolo, Tv, calcio. Per fortuna non è la maggioranza.

Quando viene uno sconosciuto ci mette un po' ad affermarsi, quindi bisogna fare la fatica d'investire su quella “non faccia”. Ad Omnibus cerchiamo di farlo, anche se in genere va di moda un ospite e tutti lo chiamano

C'è un capitolo del libro in cui spieghi che la responsabilità individuale politica ed etica è distinta da quella giudiziaria. E che proprio la responsabilità individuale potrebbe essere la condizione per l'affermazione di leadership trasparenti, efficaci, consapevoli. È un discorso molto razionale e ottimista.
Il libro non è molto ottimista.

Ma ci ho trovato questa scintilla...
Invece, pensa, mi hanno detto che questo libro è disperato, che taglio ogni via d'uscita quando critico l’irresponsabilità dei giudici.

Ma è un impegno serio, di ricostruzione.
La scintilla c'è, perché credo nel valore delle leadership e nella loro responsabilità. Bisognerebbe spezzare il circolo vizioso del doppiopesismo, del “due pesi-due misure”. Come il labirinto che si è creato nei rapporti fra politica e giustizia. Ecco, questo tema in se stesso è un modo per deresponsabilizzarsi, vantaggioso per tutti.

Spiega meglio.
La politica può dire: “faccio quello che voglio tanto il magistrato mi elimina l'avversario”, o anche: “se ho governato male è perché le procure non mi hanno lasciato governare”. Addirittura il politico di turno lo dice prima: “eh, se poi arrivano le procure”. E così ha una specie di sconto sul suo deficit d'azione, di governo. Questo è un lato della questione.

L'altro lato?
I magistrati a loro volta dicono: “se mi deleghi e faccio questo lavoro per te, politico, poi non puoi rendermi responsabile”. E noi giornalisti non siamo da meno. Delle volte, anziché cercare altro, ci accontentiamo della notizia o dell'inchiesta che ci viene scodellata, e che spesso ha un fine solo strumentale.

E che dobbiamo fare?
Non rassegnarci ai vantaggi dell'immobilismo. Il tema del debito pubblico che si è visto nell'epoca di Tangentopoli e ora ritorna, è centrale. Anche l'opinione pubblica ha sete di trovare il colpevole.

È un'idea molto cristiana... Che i colpevoli paghino, che la colpa si possa riassorbire ad opera della volontà.
Da una parte sì.

Cosa scatena la rabbia dell’opinione pubblica?
È da queste ambiguità dei politici, dei magistrati e dei giornalisti che nascono le proteste in piazza, la violenza verbale che si nota in rete.

I Cinquestelle sono di destra e di sinistra. C'è l'uscita di Luigi Di Maio sui rumeni che sembra guardare a un certo tipo di destra, e poi hanno dello statalismo che strizza l'occhio alla sinistra. Pescano nei due mondi destra sinistra per la fascia adulta, e nella rabbia per i giovani

Del Movimento 5 Stelle che pensi? Sono di destra o di sinistra?
Pescano un po' da tutte le parti. C'è l'uscita di Luigi Di Maio sui rumeni che sembra guardare a un certo tipo di destra, e poi hanno dello statalismo che strizza l'occhio alla sinistra. Pescano nei due mondi destra sinistra per la fascia adulta, e nella rabbia per i giovani.

Élite lontane dalla gente. Certi giornali scrivono: “sono i bifolchi a votare per Trump, o per i 5 Stelle. Noi siamo i razionali, gli illuminati, nell'isola felice”.
Non è un'isola felice. In realtà i giornali ora vivono sotto assedio.

Crisi delle élite crisi dei giornali, crisi dei giornali crisi delle élite.
La crisi delle élite è una cosa seria e grave. E noi, in Italia, abbiamo avuto un'élite più debole di quella di altri paesi europei.

Be' c'era una volta un’élite forte anche qui, penso ai tempi di Pasolini.
Sì, la sinistra intellettuale che parlava in modo semplice. Ma oggi il peso degli editoriali -come quelli che scriveva Pasolini- nel dibattito pubblico non è più lo stesso. Adesso i giornali, per il fatto che li leggono meno persone...

Si parlano fra di loro.
E smontano l'autorevolezza della sfera pubblica. Eppure avremmo tutti bisogno di riconoscere che qualcuno è più competente di noi. Non si fa più ed è anche colpa nostra, dei giornalisti.

Colpa, responsabilità...
A meno che uno non voglia vivere in una società narcisista tutta concentrata sul presente, bisogna porsi il problema delle conseguenze, delle responsabilità.

Proprio sulla questione della responsabilità, anzi, della colpa, il Movimento 5 Stelle riscuote consensi.
Lo fanno tutti. La Lega ma anche il Pd, duole dirlo. Il paradosso è proprio questo: si colpevolizzano a vicenda e questo li autorizza ad essere irresponsabili. Oltre a questo circolo vizioso bisognerebbe sbloccare anche il dibattito intellettuale che ormai ha le sue fissità: c'è un garantismo e un giustizialismo a priori, tutti parlano per partito preso e tutti scrivono sempre lo stesso articolo.

Per esempio il caso Consip.
Anche nel caso Consip, alcune delle posizioni erano prese a priori, in maniera politicamente strumentale.

Come si può pensare che la gente si metta a leggere questi articoli tutti uguali, di lotta tra fazioni, mi annoio anch'io...
Dovremmo scrivere articoli capaci di raccontare la storia, perché qui una storia c'è. Un appalto enorme, un reo confesso di corruzione. Però non si può leggere tutto in termini “qualsiasi inchiesta è giustificata” o “qualsiasi inchiesta è ingiustificata”. Forse poter dare un giudizio condiviso su almeno una cosa migliorerebbe la situazione, per esempio: qualcuno si dovrebbe dimettere e siamo tutti d'accordo. Ma sono molto pessimista.

Massacro Diaz: il patto tra destra e sinistra è stato: non si dimette l’allora Ministro dell’Interno Scajola (di destra), non si dimette De Gennaro (di sinistra). Io non credo che De Gennaro abbia dato l'ordine di picchiare e torturare queste persone, però il capo era lui, e una cosa del genere non doveva succedere. In America, a Seattle, Norm Stamper, il capo della polizia, si è dimesso dopo pochi giorni

A proposito di dimissioni: nel primo capitolo parli del massacro Diaz. Saranno proprio quelle dimissioni mancate ad accrescere il potere di Gianni De Gennaro...
In questo caso il capo della polizia non ha pagato un prezzo politico, di responsabilità oggettiva. È stato stipulato un patto consociativo fra il governo di centrodestra e l'ex governo di centrosinistra. Luciano Violante e Massimo D'Alema volevano proteggere De Gennaro, appena nominato capo della polizia, che aveva un rapporto molto stretto con Violante. La sinistra aveva perso le elezioni e si apprestava a una “traversata nel deserto”; sapeva che Berlusconi aveva un grande potere e non voleva rinunciare a una casella così importante come quella in quel momento occupata da De Gennaro. Il patto tra destra e sinistra è stato: non si dimette l’allora Ministro dell’Interno Scajola (di destra), non si dimette De Gennaro (di sinistra). Io non credo che De Gennaro abbia dato l'ordine di picchiare e torturare queste persone, però...

Però…
Il capo era lui, e una cosa del genere non doveva succedere. In America, a Seattle, Norm Stamper, il capo della polizia, si è dimesso dopo pochi giorni. C'è qualcosa che non funziona. Se viene elaborata una copertura politica così complessa è chiaro che il potere si consolida: hai avuto così tanto potere da spingere gli altri a coprirti le spalle.

L'ultimo politico responsabile secondo te chi è stato? Responsabile in senso etico e politico.
Oddio.

Se c'è stato. Perché magari è un'utopia.
Ci sono fatti di sistema, di alternanza. Possiamo dire che Prodi e Berlusconi sono stati responsabili delle loro azioni nel senso che sappiamo quello che hanno o non hanno fatto perché, per la prima volta dal '94, si era creato un meccanismo più maggioritario, una forma di bipolarismo.

E in qualche modo l'opinione pubblica perdona.
Questa è un'altra nostra caratteristica, nulla è mai definitivo, sempre il circuito del doppiopesismo. S'innesca e fa sì che tutti possano tornare in campo. Ci si dimentica del resto.

Le donne che raggiungono una certa posizione politica rinunciano ad una parte della loro femminilità per essere giudicate credibili?
Non lo penso. E non credo sia vero che “le donne sono nemiche delle altre donne”. Sarà capitato anche a te, se esprimi una critica su un'altra donna, c'è sempre un uomo che ti dice con il sorrisetto: “le peggiori nemiche delle donne siete voi donne”.

Questo può succedere anche fra uomini: “lui mi sta simpatico, l'altro è figlio di...”.
Infatti succede. Purtroppo per le donne spesso c'è l'elemento “la metto lì perché è una donna”. L’abbiamo visto con il governo Berlusconi e anche con il governo Renzi, quando dicono: “eh questo governo è il più figo del mondo perché ha messo tante donne al governo”. Molte -alcune sono bravissime- sono state messe lì perché donne, non perché brave. Ancora c'è un esercizio forte del potere maschile.

Bisognerebbe giudicare solo le azioni senza badare ai retroscena, al chiacchiericcio, magari sull'avvenenza, che può condizionare i costumi, i modi, la vita lavorativa di molte...
Prendiamo Paola Severino o Elsa Fornero. Sono donne che si sono fatte largo senza rinunciare alla propria femminilità. Non c'è un discorso pubblico sul fatto che le donne sono molto inibite nel parlare di altre donne pubblicamente. Se intervisto una donna devo essere meno aggressiva di quanto sarei con un uomo per non dare adito all'idea che se lo faccio è perché sono in competizione. È una libertà che non abbiamo, nemmeno quando le intervistiamo.



'Tangentopoli nera', dalle carte segrete di Mussolini arriva la verità sulla corruzione del Ventennio fascista - Le mazzette giravano sotto il Regime, mentre la propaganda inneggiava all'austerità
2016/10/16

http://www.adnkronos.com/cultura/2016/1 ... refresh_ce

Quando c’era Lui, il Duce, non solo i treni arrivavano in orario, ma si poteva lasciare aperta la porta di casa, perché l’ordine e la legalità erano così importanti da valere persino il sacrificio della libertà.

L’immagine di un potere efficiente e incorruttibile, costruita da una poderosa macchina propagandistica, ha alimentato fino a oggi il mito di un fascismo onesto e austero, votato alla pulizia morale contro il marciume delle decrepite istituzioni liberali.

Ma le migliaia di carte custodite nei National Archives di Kew Gardens, a pochi chilometri da Londra, raccontano tutta un’altra storia: quella di un regime minato in profondità dalla corruzione e di gerarchi spregiudicati dediti a traffici di ogni genere. Dalle carte segrete di Mussolini arriva la verità sulla corruzione, la faida interna al partito fascista, le ruberie, i ricatti e gli scandali nell'Italia del Ventennio.

A raccontarla due studiosi Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel saggio "Tangentopoli nera", ora in uscita per Sperling e Kupfer (pagg. 252, euro18). Il primo, saggista, è esperto di archivi anglosassoni; il secondo è un giornalista investigativo, specializzato nella storia segreta italiana.

Così, si scopre che, a Milano, il segretario federale del Fascio, Mario Giampaoli, e il podestà Ernesto Belloni si arricchiscono con le mazzette degli industriali e con i lavori pubblici per il restauro della celebre Galleria, coperti dall’amicizia col fratello di Mussolini.

Il ras di Cremona, Roberto Farinacci, conquista posizioni sempre più importanti tramite una rete occulta di banchieri, criminali e spie. Diventa così il principale antagonista del Duce, che a sua volta fa spiare i suoi maneggi.

Lo squadrista fiorentino Amerigo Dumini tiene in scacco il governo con le carte -sottratte a Giacomo Matteotti dopo averlo assassinato- che provano le tangenti pagate alle camicie nere dall’impresa petrolifera Sinclair Oil.

Utilizzando i documenti della Segreteria particolare di Mussolini e quelli britannici desecretati di recente, gli autori ricostruiscono, con lo scrupolo degli storici e il fiuto degli investigatori, l’intreccio perverso tra politica, finanza e criminalità nell’Italia del Ventennio.

E attraverso alcune storie emblematiche che si dipanano col ritmo di una 'spy story', vengono mostrati i meccanismi profondi e mai completamente svelati delle ruberie, delle estorsioni e degli scandali sui quali crebbe, in pochi anni, una vera e propria "Tangentopoli nera".

Ma i misteri continuano ad essere tanti. Ad esempio quelli dei documenti scomparsi a Roma il 10 giugno 1924: si tratta delle carte della borsa di Matteotti, sottratte da Amerigo Dumini, militare a capo della squadraccia che sequestrò e uccise il politico antifascista. Saranno usati come arma di ricatto contro Mussolini e poi seguiranno Dumini nelle sue peregrinazioni nel mondo.

"A oltre 90 anni dal delitto -spiegano all'Adnkronos i due autori- quelle carte continuano ad essere irreperibili, malgrado decenni di ricerche in Europa e in America, da parte di storici e studiosi. Ma è innegabile che, al giorno d'oggi, siano custodite negli archivi segreti del Naval Intelligence Department, a Londra, e in quelli del Federal Bureau of Investigation e del Dipartimento di Stato statunitense, a Washington". Inglesi e americani, dunque, gli alleati.


Capito, Mattarella? Quanto ci costa: spese pazze al Colle, cifre-record
venerdì 21 luglio 2017

http://direttanfo.blogspot.it/2017/07/c ... spese.html

Altroché sobrietà. Le spese del Quirinale, nonostante gli annunci di tagli, sono aumentate. Nel 2015, infatti, i costi complessivi preventivati erano pari a 344 milioni, nel 2016 erano 343, e quest'anno, secondo quanto si legge nel bilancio di previsione 2017 pubblicato nei giorni scorsi e riportato dal Tempo, il Quirinale spenderà oltre 354 milioni di euro. Inoltre, "tale spesa è prevista in aumento dello 0,86% rispetto al dato iniziale 2016" salendo nei prossimi anni con "un incremento dello 0,91% nel 2018 e dello 0,29% nel 2019"

Solo per il personale, la spesa quest'anno arriverà a quota 112 milioni di euro, in crescita rispetto al 2016, le pensioni del personale in quiescenza ammontano a 94,7 milioni. Nella spesa generale per il personale c'è anche una voce per le consulenze e le collaborazioni del capo dello Stato, che può contare su un fondo di 1,2 milioni di euro. Solo di cerimoniale spenderemo, quest'anno, quasi un milione di euro (880mila euro nel 2016), di cui 95mila in doni e onorificenze. E ancora: 15mila euro per i servizi fotografici, 12 mila euro per la manutenzione delle attrezzature fotografiche, 571mila euro tra agenzie stampa e comunicazione, 108mila euro per le spese telefoniche, 100mila per quelle postali.
C'è poi tutta la parte relativa alla manutenzione degli immobili alla fornitura di beni, per cui è previsto un capitolo di spesa che supera i 12 milioni. E ancora: reclutamento e formazione del personale (225mila euro), gestione dell'autoparco (550mila euro), vestiario e biancheria del personale (180mila euro), materiale di cancelleria (210mila euro), pulizie (1,5 milioni di euro). Infine, il materiale per giardini ci costerà 70mila euro più 180mila per la manutenzione ordinaria e 45 mila per quella straordinaria.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/pol ... rella.html







Vedere capitolo - 19 e 27

19
è il paese della raccomandazione, dell'irresponsabilità, dell'immeritocrazia, dei privilegi, della violazione dei diritti, delle caste e delle clientele parassitarie;

27
Roma, capitale da sempre la città più corrotta dell'occidente;
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:41 pm

5
e l'amministrazione della giustizia più inefficente, arbitraria e corrotta dell'occidente;

A Strasburgo l’Italia raccoglie record negativi sulla giustizia - Siamo il Paese che spende di più per indennizzare i cittadini a causa delle violazioni subite
10/04/2013

http://www.lastampa.it/2013/04/10/ester ... agina.html

Nel 2012 l’Italia ha aggiunto un nuovo record alla lista di primati negativi collezionati nel tempo a Strasburgo sul fronte della giustizia. Dopo essersi aggiudicata per anni la maglia nera come Paese, tra i 47 del Consiglio d’Europa, con il più alto numero di sentenze della Corte per i diritti dell’uomo non eseguite (arrivato ora a quota 2569), è diventata anche lo Stato che spende di più per indennizzare i propri cittadini per le violazioni subite: ben 120 milioni di euro. Una cifra pari a circa cinque volte il contributo annuo versato al Consiglio d’Europa e più del doppio di quanto nel 2012 hanno pagato complessivamente, come indennizzi, tutti gli altri Stati membri dell’organizzazione. Una situazione, stigmatizzata recentemente anche dal ministro Cancellieri, che rispecchia le condizioni in cui versa il sistema giudiziario nazionale e che è stata fotografata dal rapporto annuale del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sull’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti umani pubblicato oggi.

E sempre oggi è arrivata anche la notizia del ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza con cui a Strasburgo è stata condannata lo scorso gennaio per le condizioni in cui vivono i detenuti nelle carceri italiane. Un’azione che, secondo molti osservatori, è destinata nella migliore delle ipotesi solo a guadagnare tempo in vista delle decisioni in arrivo sulle cause intentate da centinaia di detenuti e la necessità di intervenire sulle strutture carcerarie per superare l’emergenza.

Intanto però a Strasburgo l’Italia è finita anche nella top ten dei “sorvegliati speciali” dal Comitato dei ministri, status che il nostro Paese condivide al momento con altri 28 Paesi. Una condizione che sottopone il nostro Paese a uno stretto monitoraggio e alla necessità di fornire costantemente prove inconfutabili sulle misure che sta adottando per sanare criticità abnormi come la lentezza dei processi e la gestione dei rifiuti in Campania. Un problema, quest’ultimo, approdato al Comitato dei ministri dopo che un anno fa la Corte ha condannato il nostro Paese per la «prolungata incapacità delle autorità di assicurare la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti nella regione».

Restano poi sempre aperte questioni come quella delle confische e degli espropri fatti dai comuni, sin dagli anni ’70, ai danni di singoli cittadini e società. A causa di violazioni sistematiche del diritto alla proprietà, l’Italia è stata condannata a pagare, in un solo anno, indennizzi per ben 97 milioni, di cui 49 per la distruzione dell’ecomostro di Punta Perotti e 48 per l’esproprio di un terreno della società Immobiliare Podere Trieste. Mentre sono ancora pendenti davanti alla Corte altri 300 ricorsi sulla stessa materia e molti ancora sono in arrivo. Ma a pesare sulla “bolletta-indennizzi” del 2012 è stata anche la vicenda delle frequenze TV non concesse a Centro Europa 7, costata ai contribuenti 10 milioni di euro.


http://www.repubblica.it/speciali/polit ... -150785318

In Italia la corruzione è di “natura pervasiva e sistemica”

http://www.lindipendenza.com/in-italia- ... -sistemica

di FRANCO CAGLIANI

Lo avevamo già scritto, riportando i dati di “Transparency International”. Ma non passa giorno che non arrivino delle conferme. La “natura pervasiva e sistemica” assunta in Italia dal fenomeno della corruzione “porta inevitabilmente ad un indebolimento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella classe politica e nella pubblica amministrazione, a uno svilimento dei principi di buon governo e di etica pubblica, ad una profonda alterazione della cultura della legalità”. E’ quanto si legge nel Rapporto sul primo anno di attuazione della legge 190/2012, pubblicato dall’Autorita’ Nazionale AntiCorruzione.

Da un punto di vista piu’ strettamente economico la corruzione “altera il funzionamento del mercato, penalizzando le imprese sane e limitando o impedendo nuove iniziative imprenditoriali, riduce i flussi di investimenti esteri, distribuisce le risorse pubbliche in modo non efficiente”. Dalle 92 pagine del Rapporto emerge “una sostanziale differenza nella distribuzione tra le regioni che vede una particolare consistenza del fenomeno nelle regioni meridionali e nelle isole”. Dall’analisi delle condanne per i reati di concussione e corruzione passate in giudicato emerge che “dal 2006 al 2011, pur in presenza di una costante prevalenza delle condanne per corruzione rispetto a quelle per concussione, il numero dei condannati per corruzione diminuisce, passando da 1,27 nel 2006 a 0,76 per 100.000 abitanti nel 2011, mentre il numero dei condannati per concussione si triplica, passando da 0,23 nel 2006 a 0,57 per 100.000 nel 2011″. Nel dettaglio, il numero dei condannati per concussione registra un andamento oscillante al Centro, aumenta progressivamente nelle regioni del Nord, quasi triplica dal 2001 al 2011 nel Sud e nelle Isole, dove assume i valori sistematicamente piu’ elevati.

La durata dei processi penali risulta “mediamente piu’ elevata per i reati di concussione che per quelli di corruzione” ma “per entrambi e’ diminuita nel periodo 2007-2011, di circa tre anni per la concussione (da 7,80 a 4,42 anni) e di circa un anno per la corruzione (da 4,87 a 3,72)”. La maggior parte dei citati in giudizio appartiene al settore dell’amministrazione statale, mentre “la quasi totalita’ di appartenenti al livello politico sono sindaci, assessori e consiglieri comunali”. Evidente, nel complesso, “la prevalenza numerica di una micro-corruzione diffusa e caratterizzata da serialita’, rispetto a casi di macro-corruzione meno diffusi ma piu’ gravi: a numerosi e reiterati episodi di corruzione caratterizzati dalla non ingente entita’ della dazione e da una parte attrice appartenente ai livelli intermedi o di base delle amministrazioni fa da contraltare un numero limitato di pratiche corruttive caratterizzate da importi di dazione ingenti erogati ai livelli apicali”.



Quegli assurdi processi della giustizia militare fra brioche e risse ultrà
Nino Materi - Ven, 20/10/2017

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 54427.html

Sono casi entrati nella giurisprudenza. Che Gino Bramieri avrebbe certo apprezzato. Sentenze vere, ma così comiche da sembrare barzellette.

Condannati due carabinieri che in «servizio d'ordine» allo stadio se le sono date di santa ragione perché opposti tifosi delle squadre in campo.

Denunciato un sottufficiale che aveva scritto con lo spray sul muro della caserma: «Tua moglie è una gran p...».

Alla sbarra un caporale che aveva sottratto dal bancone del bar una brioche e un commilitone che «con mossa repentina ne ha mangiata una parte»: sotto processo entrambi, il primo per furto e il secondo per ricettazione «perché traeva profitto dal furto precedente».

Tenente a giudizio perché «rientrato in camerata entrando dalla finestra», il suo permesso d'uscita non era stato autorizzato.

Sono solo alcune delle sentenze emesse dai giudici militari, il cui «stupidario» dei verdetti che sembrano barzellette risulta particolarmente ampio e variegato. Mantenere in piedi il baraccone della magistratura con le stellette è come tenere aperto un'industria di stufe nel Sahara. Scelte lecite, per carità, ma assolutamente illogiche. Le toghe militari (competenti per i reati commessi da soldati e carabinieri) rappresenta infatti una microcasta - superflua, ma tutelatissima - all'interno della maxicasta delle toghe. Tecnicamente anche i magistrati militari fanno parte di quel potere giudiziario che è, insieme a quello esecutivo e legislativo, uno dei tre capisaldi fondamentali su cui si fonda lo Stato. Ma se poi si va a comparare la magistratura ordinaria con quella militare, la differenza balza subito agli occhi: nel primo caso migliaia di processi all'anno, nel secondo a poche decine.

Uno squilibrio evidente conseguenza del fatto che per gli attuali 48 giudici militari (operativi fra tre Procure di Verona, Roma e Napoli) la materia del contendere è scarsissima e spesso relativa a illeciti «bagatellari» che potrebbero essere assorbiti dai magistrati ordinari, o nei casi più irrilevanti addirittura dai giudici di pace.

Del resto con l'abolizione nel 2005 del servizio di leva obbligatoria, il crollo dei contenziosi era inevitabile, ma la lobby ha tenuto duro. Riuscendo a mantenere tutte le prebende che consentono di fare, con ottimi stipendi e una vita di tutto riposo. Quasi di letargo, a rileggere oggi la coraggiosa confessione del 2007 dell'allora giudice militare Benedetto Manlio Roberti che sull'Espresso dell'8 febbraio scrisse testualmente: «Devo riconoscerlo, rubo letteralmente lo stipendio all'amministrazione (...) È ora di finirla con questa farsa. Qui non si lavora più e questa non è dignità».

Coerentemente a quanto denunciato il giudice Roberti ha chiesto e ottenuto il trasferimento nella magistratura ordinaria diventando nella Procura di Padova uno dei pm più impegnati soprattutto nel settore dei reati ambientali. Altri ex giudici militari colleghi di Roberti hanno seguito il suo esempio, ma molti altri hanno preferito continuare a godersi sonni tranquilli.

Nel 2008 una riforma ha dato un serio taglio all'intero comparto della magistratura militare che però ancora oggi - se pur ridimensionata - continua ad avere un suo autonomo Csm (il Cmm), una sua Anm (l'Anmm), tre Tribunali, un Tribunale di sorveglianza, un Corte di Appello e una Procura Generale presso la Corte di Cassazione. Insomma, un perfetto - quanto pletorico - duplicato del già elefantiaco apparato della magistratura ordinaria.

L'attuale ministro della Difesa, Roberta Pinotti, già 9 anni fa, in un'intervista del 3 giugno al Secolo XIX andava giù duro: «Abbiamo i processi più lenti d'Europa, mancano i giudici e ci permettiamo di mantenere decine di fannulloni forzati(...) Ci sono alcuni magistrati che giudicano indecoroso stare con le mani in mano e altri no. L'accorpamento dei tribunali comporterebbe un risparmio di oltre un miliardo di euro».

Oggi siamo nel 2017 e la casta dei giudici con le stellette non lascia, anzi rilancia: «La giustizia militare è storicamente uno degli orgogli del nostro Paese, nonostante la politica stia facendo di tutto per farci sparire».

Magari lo facesse davvero.
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 6:42 pm

6
è il paese più mafioso dell'occidente con le sue: mafia, camorra, andrangheta, sacra corona unita, mafia cinese, mafia nigeriana, mafia islamica, mafie politiche e amministrative;

Mafie e briganti teroneghi
viewtopic.php?f=22&t=2259


Il sud della penisola italica - i meridionali e la loro grande civiltà
viewtopic.php?f=139&t=2581

Il sud di Sgarbi
https://www.facebook.com/SgarbiVittorio ... 4852321917
Sì sì caro Sgarbi, ma lo stato si sostanzia negli uomini, e al sud negli uomini del sud. La responsabilità e la colpa del degrado del sud è esclusivamente degli uomini e delle donne del sud, di nessun altro.

Truffe all'UE

Fondi Ue, Italia paese delle frodi. La maggior parte al Sud

http://www.lindipendenza.com/fondi-ue-i ... rte-al-sud

Italia, il paese della truffa. The “Italian job” è un must, un’etichetta che hanno affibbiato al “belpaese” un po’ tutti gli altri paesi.
Il fenomeno delle irregolarità e delle frodi nell’utilizzazione dei Fondi comunitari “continua a destare allarme, anche in considerazione del fatto che, tra i sistemi utilizzati, e’ frequente la mancata realizzazione delle attivita’ finanziate”.
E’ quanto emerge dalla relazione annuale della Corte dei Conti su “I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei Fondi comunitari”, che e’ stata inviata al Parlamento.

La Corte sottolinea che, “anche nell’anno 2012, si e’ registrato un incremento complessivo degli importi da recuperare, in gran parte ascrivibili ai fondi strutturali. I programmi maggiormente interessati da irregolarita’ e da frodi sono quelli regionali, con gli importi piu’ rilevanti riferibili a regioni del Mezzogiorno inserite nell’Obiettivo Convergenza”.
Per la magistratura contabile “tale condotta, oltre a essere strumentale all’illecita distrazione dei fondi concessi, danneggia le finalità specifiche dei contributi, che attengono alla riqualificazione professionale dei lavoratori e allo sviluppo delle attività imprenditoriali, e vanifica l’obiettivo di incentivare la crescita nei settori e nelle aree interessate”.
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 7:25 pm

7
il paese ove si pagano più imposte e tasse rispetto alla quantità e alla qualità del servizi ricevuti;


Indice della Libertà Fiscale 2016
http://impresalavoro.org/indice2016

Nel 2015 ImpresaLavoro, avvalendosi della collaborazione di ricercatori e studiosi di dieci diversi Paesi europei, ha elaborato il primo Indice della Libertà Fiscale. Un lavoro, questo, che si proponeva di monitorare la “questione fiscale” in Europa muovendo dall’assunto che la crisi che sta conoscendo il Vecchio Continente è difficilmente comprensibile senza una riflessione seria sul peso che lo Stato ha assunto nella vita dei cittadini e su quanto il prelievo pubblico sulla ricchezza prodotta rischi di essere il vero tratto che distingue la Vecchia Europa da blocchi di paesi decisamente più dinamici e competitivi del nostro.

Nella versione 2016 dell’Indice della Libertà Fiscale, si è scelto di allargare il numero dei paesi esaminati, passando dai dieci ritenuti rappresentativi del 2015 ai 29 di quest’anno. L’analisi di un numero così ampio di economie permette, rispetto a quanto fatto nel 2015, di allargare lo sguardo e di monitorare efficacemente la questione fiscale in pressoché tutti i paesi che compongono il continente geografico europeo. Non solo: emergono in questo modo anche le differenze tra chi sta dentro il sistema dell’Unione Europea e chi sta fuori, tra i paesi che hanno adottato l’Euro e quelli che, invece, hanno scelto di mantenere la propria autonomia monetaria.
Metodologia

L’Indice della Libertà Fiscale è stato realizzato muovendo da sette diversi indicatori, ognuno dei quali analizza e monitora un aspetto specifico della questione fiscale. Il Paese migliore in un determinato indicatore riceve il punteggio massimo attribuito a quel settore. Alle altre economie viene attribuito un punteggio secondo il meccanismo della proporzionalità inversa: più un Paese si allontana dal migliore, meno punti riceve. Si tratta di una scelta che punta a privilegiare le buone esperienze, anzi: le migliori esperienze, presenti in Europa. Questo perché disegnare a tavolino valori di riferimento e su questi analizzare gli scostamenti da un teorico “sistema fiscale perfetto” portava con sé il rischio di traguardarsi costantemente ad un mondo che non c’è. Si è preferito, invece, partire dai livelli di libertà fiscale già raggiunti e definire quelli come benchmark: se in sette economie europee è possibile contenere la tassazione sulle imprese sotto il 30% degli utili prodotti, allora significa che si può ragionevolmente fare anche negli altri paesi.

La somma dei singoli indicatori restituisce, per ogni economia esaminata, il tasso di libertà fiscale elaborato su base 100. Più alto è il valore ottenuto da uno Stato (più vicino a 100) , più i suoi cittadini sono liberi dal punto di vista fiscale. Il ranking che ne deriva divide i paesi in quattro macro aree: paesi fiscalmente molto liberi (oltre 70 punti su 100), paesi fiscalmente liberi (tra 60 e 69 punti), paesi fiscalmente non del tutto liberi (tra 50 e 59 punti), paesi fiscalmente oppressi (sotto i 50 punti).
Gli indicatori

I primi due indicatori, numero di procedure e numero di ore necessarie a pagare le tasse, si riferiscono al carico burocratico che le imprese devono sostenere per essere in regola con il Fisco del loro paese. Questi indicatori attribuiscono al paese migliore 10 punti.

Il terzo indicatore analizza il Total Tax Rate cui sono sottoposte le imprese dei paesi esaminati. Con questo indicatore si identifica la quota di profitti che una media azienda paga ogni anno allo stato sotto forma di tasse e contributi sociali. Al paese con il Tax Rate più basso sono attribuiti 20 punti.

Il quarto indicatore, Costo per pagare le tasse, stima quanto una media impresa debba spendere in procedure burocratiche per essere in regola con il Fisco. Il tempo che le aziende occupano per sbrigare pratiche burocratiche si traduce in un costo diretto, in questo caso di personale, che incide negativamente sulla competitività di un sistema. Si tratta di una sorta di tassa sulle tasse: il peso dello Stato nelle attività imprenditoriali, infatti, va ben oltre il solo valore nominale del prelievo fiscale. Anche il tempo perso è monetizzabile e rende il sistema fiscale di riferimento più o meno libero. Al paese migliore in questo indicatore sono attribuiti 10 punti.

Il quinto indicatore, la Pressione Fiscale in percentuale del Prodotto Interno Lordo, assegna al miglior paese ben 30 punti. Si tratta dell’indicatore più importante, sia in termini di punteggio che sostanziale, perché misura le dimensioni della tassazione complessiva sulla ricchezza prodotta da un paese.

Il sesto indicatore è sempre riferito alla Pressione Fiscale in percentuale al Pil, vista qui in termini dinamici e non statici, e misura quanto il prelievo complessivo è cresciuto dal 2000 ad oggi. E’ un indicatore particolarmente rilevante perché traccia gli sforzi che un paese sta compiendo (o non sta compiendo) per ridurre il peso dell’oppressione tributaria sui propri cittadini. Per capire l’importanza di questo tipo di indicatore basti riflettere sul fatto che un paese come la Svezia, considerato da tutti come la patria di tasse elevate in cambio di migliori servizi, dal 2000 ad oggi ha tagliato la sua pressione fiscale di quasi 6 punti percentuali di Pil. Al miglior paese in questo indicatore vengono attribuiti 10 punti.

Settimo e ultimo indicatore è quello relativo alla pressione fiscale sulle famiglie, intesa come la percentuale di tasse sul reddito familiare lordo che paga un nucleo tipo (due genitori che lavorano con due figli a carico). Al paese più “family friendly” sono attribuiti 10 punti.

Per realizzare questo indice sono stati utilizzati i database Eurostat e Doing Business (Banca Mondiale).

Immagine


Impresa: i Paesi con le tasse più alte del mondo, Italia al 12° posto
https://www.forexinfo.it/Impresa-i-Paes ... -tasse-piu
Quali sono i Paesi nel mondo dove le imprese pagano le tasse più alte? Ce lo dice la classifica del World Economic Forum (WEF), che stila l’elenco dei Paesi in cui le società sono tassate maggiormente.
Nella lista c’è anche l’Italia, sul podio a livello europeo.

Ogni anno il WEF pubblica il suo Global Competitiveness Report sullo stato delle economie dei Paesi di tutto il mondo.

Per la sua analisi, Il WEF prende in considerazione tutta una serie di dati, dalla qualità dell’insegnamento della matematica nelle scuole al tasso d’inflazione in ogni Paese. La raccolta di questi dati restituisce una fotografia della salute economica di ogni nazione del Pianeta.

Uno degli indicatori utilizzati dal WEF è il carico fiscale di un Paese, laddove i punteggi più alti stanno a indicare minore competitività.

Per misurare la pressione fiscale viene usato il “tasso totale d’imposta” della Banca Mondiale. Di cosa si tratta?

L’ammontare complessivo delle tasse è la somma di cinque diversi tipi di imposte e contributi da pagare dopo la contabilizzazione di deduzioni ed esenzioni: le tasse sul profitto o sul reddito delle società, i contributi sociali e le imposte sul lavoro a carico del datore di lavoro, le imposte di proprietà, quelle sul volume d’affari e altre piccole imposte.

In sostanza, si tratta di tutte le tasse applicate sulle imprese, ma non di quelle impartite alle persone che lavorano nelle aziende.

Ecco di seguito la classifica dei 27 Paesi con le aliquote fiscali totali che superano il 50%.
Impresa: i Paesi con il carico fiscale più alto al mondo

27. Giappone, 51,3%
Il Giappone è una delle economie più forti del mondo, pur avendo un tax rate complessivo del 51,3%. In Asia è in quinta posizione tra i paesi con le tasse più alte.

26. Messico, 51,8%
Ultimo tra i Paesi dell’America Latina, il Messico ha un tax rate complessivo del 51,8%. Il tasso di base dell’imposta per le imprese è al 30%.

25. Costa d’Avorio, 51,9%
Con un tax rate al 51,9% la Costa D’Avorio si aggiudica la 25esima posizione in classifica. Le le autorità ivoriane impongono una base fiscale sui profitti delle imprese del 25%, ma il tax rate tocca anche il 30% per le imposte nel settori delle telecomunicazioni, dei medie e dell’IT.

24. Austria, 52%
Dei sei paesi europei in classifica, l’Austria è in lista con tasse del 52%. Il sistema fiscale austriaco presenta alcune peculiarità interessanti. Ad esempio, le coppie sono tassate separatamente anche quando sono sposate.

23. Ucraina, 52,9%
Il tasso d’imposta in Ucraina è al 52,9%. Le aziende ucraine non solo devono fare i conti con la grave situazione geopolitica, ma pagano anche alcune delle più alte tasse d’Europa. Solo quattro paesi del continente hanno un tasso d’imposta totale più alto.

22. Sri Lanka, 55,6%
In Sri Lanka il tasso totale d’imposta è del 55,6%. Il tax rate base per le aziende si attesta al 28%, ma salta al 40% per tutte le aziende del settore del liquore e del tabacco.

21. Belgio, 57,8%
Con il 57,8%, la nazione sede dell’Unione Europea ha il quarto più alto tasso di imposta nella zona euro, e il più alto in assoluto tra le nazioni al di fuori dei “Big Five”.

20. Costa Rica, 58%
Con un tasso d’imposta al 58%, la piccola nazione del centro America è uno dei pochi paesi di quell’area ad avere tasse superiori al 50%. Questo è parte dovuto gli alti livelli di attivismo fiscale degli ultimi anni, che ha portato la classe politica ad aumentare le tasse totali.

19. Spagna, 58,2%
Anche se si trova in 19° posizione, il 58,2% di tax rate assegna alla Spagna il 3° posto per tasso d’imposte totali tra i 5 grandi paesi europei in classifica.

18. India, 61,7%
L’India ha il 61,7% di tax rate, ma il ministro della Finanza Arun Jaitley mira a ridurre il livello d’imposta sulle società indiane di oltre cinque punti percentuali, fino al 25% in quattro anni.

17. Tunisia, 62,4%
In Tunisia le tasse arrivano al 62,4% e anche se ci sono altri Paesi africani più a sud con un tax rate che supera nettamente il 50%, l’aliquota fiscale totale della Tunisia è la seconda più alta in Nord Africa.

16. Benin, 63,3%
Il paese dell’Africa Occidentale ha un’aliquota fiscale del 63,3%. La Banca Mondiale ha dichiarato che le tasse sul reddito delle società in Benin sono del 15,9%, ma una serie di altre imposte vanno ad aumentare in modo significativo il tasso totale applicato alle imprese.

15. Gambia, 63,3%
In Gambia il tasso di aliquota fiscale è del 63,3%. Non possedendo grandi risorse naturali, il Gambia è tra le nazioni più povere del mondo. Qui le imposte sul fatturato sono decisamente più alte delle imposte sul profitto.

14. Ciad, 63,5%
Qui il tax rate è del 63,5%. Come il Gambia, anche l’economia del Ciad è molto debole e si basa esclusivamente sull’agricoltura. Le imposte vanno a colpire i fatturati o i profitti delle aziende a seconda di quale è più alto.

13. Cina, 64,6%
In Cina il tasso d’imposta sulle aziende è del 64,6%. Come molti altri paesi in classifica, la Cina riscuote alcune imposte più alte sul fatturato delle imprese rispetto a quelle sul loro profitto.

12. Italia, 65,4%
L’Italia è nota per il tasso elevato delle sue aliquote fiscali. Si parla del 65,4%, ma in Europa c’è un Paese che la supera.

11. Venezuela, 65,5%
Qui il tax rate è al 65,5%. Sotto l’ex presidente Hugo Chavez il governo del Venezuela ha perseguito un modello evoluto del tax rate, con un drastico incremento delle imposte per le società petrolifere straniere

10. Nicaragua, 65,8%
In Nicaragua il tasso d’aliquota fiscale è molto alto: parliamo del 65,8%. Nel 2012, il Fondo monetario internazionale ha invitato il Paese a ridurre la complessità del suo regime fiscale delle imprese.

9. Francia, 66,6%: prima in Europa
La Francia è una delle nazioni europee in cima alla classifica con il 66,6%, anche se l’attuale governo si è impegnato a riformare il sistema e tagliare le imposte sulle società.

8. Guinea, 68,3%
Tax rate al 68,3% per la Guinea. La maggior parte delle imposte sulle società di Guinea sono pagate attraverso una tassa forfettaria sul fatturato rispetto all’anno precedente.

7. Brasile, 69%
In Brasile il tax rate raggiunge il 69%. L’anno scorso la più grande economia dell’America Latina ha eliminato una tassa del 20% sui libri paga delle aziende come parte di un programma per riformare il sistema fiscale.

6. Mauritania, 71,3%
Le società residenti e quelle controllate in Mauritania sono soggette all’imposta sui loro redditi prodotti in ogni altra parte del mondo. Nel 2013, questo paese agricolo-dipendente, che ha un’aliquota fiscale del 71,3%, ha introdotto una legge per cui le società non residenti in Mauritania ma che operano nel Paese per un periodo limitato di tempo sono soggette a ritenuta del 15%.

5. Algeria, 72,7%
Con il 72,7%, l’Algeria è il Paese con il più alto tasso d’imposta totale nel continente africano.

4. Colombia, 75,4%
La Colombia ha introdotto una nuova imposta sul patrimonio. Anche se è quarto nella classifica mondiale, si tratta del terzo Paese in America Latina per la sua aliquota fiscale totale, che è del 75,4%.

3. Tagikistan, 80,9%
In Tagikistan il tax rate raggiunge quota 80,9%. Il paese dell’Asia centrale ha un tasso fiscale teorico del 2% su tutto il fatturato, che prosciuga una parte significativa dei profitti medi di una società.

2. Bolivia, 83,7%
La tassa del 3% su tutte le transazioni in Bolivia brucia il 60% degli utili delle società, senza prendere in considerazione tutte le altre imposte minori. Il totale delle aliquote fiscali è dell’83,7%, ma in Sud America c’è un Paese che la batte...

1. Argentina, 137,3%
Al primo posto non potevamo che trovare l’Argentina, con un bel 137,3% di tax rate. Sorprendentemente, l’aliquota fiscale totale dell’Argentina supera quindi il 100% dei profitti aziendali. Le tasse sul volume d’affari del Paese rappresentano da sole quasi il 90%, senza contare le imposte sugli stipendi e sulle transazioni finanziarie.


Il record di tasse più alte Italia vergogna d'Europa
La somma di imposte e contributi sulle imprese è al 64,8%, 24 punti oltre la< media Ue.
Siamo al 137° posto al mondo
Francesca Angeli - Ven, 20/11/2015
È il costo del lavoro a far «saltare il banco» per le imprese. Troppo alto il peso delle tasse e dei contributi.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 96730.html


Sul fronte imposte dunque siamo sempre al top. Nessun contribuente italiano aveva dubbi in proposito. L'Italia sale sul podio dell'Europa per il carico fiscale complessivo più pesante in Ue: 64,8% contro una media del 40,6. Per il complesso fra tasse e costo del lavoro siamo ai primi posti anche nel mondo. E così, nonostante la promessa più volte reiterata dal premier Matteo Renzi, il cuneo fiscale di fatto non si sgonfia. A confermare che l'Italia resta un paese di tartassati è il rapporto Paying taxes 2016 di Banca Mondiale e Pwc riferito al 2014. Sono 189 i paesi messi a confronto nello studio sul carico fiscale complessivo, Total Tax Rate, che non va confuso con la pressione fiscale pura perché comprende sia il peso delle tasse sia appunto il peso dei contributi a carico delle imprese. Ed è proprio il costo del lavoro che comprende anche le tasse e i contributi a mettere in ginocchio l'impresa. Difficile essere competitivi in un mercato globale nel quale anche i fratelli europei partono con oltre venti punti di vantaggio che corrispondo alla minore pressione subita dalle imprese europee in media.Nella classifica complessiva l'Italia mantiene la postazione numero 137. Tra i vari indicatori anche quello del tempo, ovvero le ore dedicate al fisco da parte dei contribuenti. Sono addirittura 269 le ore dedicate all'assolvimento dei doveri fiscali, pari a oltre 11 giorni. La media mondiale è di 261 ore ma quella registrata dall'Efta, European free trade association, è 173 ore. Se si guarda alla sola classifica europea l'Italia è in testa seguita dalla Francia con un total Tax Rate del 62,7; poi c'è il Belgio, poco sotto il 60. Sotto il 40 per cento troviamo invece il Regno Unito ma anche Spagna e Germania restano al di sotto del 50 per cento.Il rapporto rappresenta la conferma che il cammino verso una reale diminuzione della pressione fiscale sulle imprese è ancora molto lungo. Anche se nel 2014 il carico fiscale complessivo è calato rispetto agli anni precedenti restiamo sempre il paese più tartassato della Ue. Un dato sottolineato da Fabrizia Lapecorella, direttore generale delle Finanze del Ministero dell'Economia. «L'Italia ha registrato in dieci anni, dal 2004 al 2014, un costante miglioramento degli indicatori con il carico fiscale complessivo per le imprese che è passato dal 76 per cento al 64,8, - dice Lapecorella - Quindi si è ridotto di circa 12 punti percentuali». Lapecorella ha poi assicurato che il tasso diminuirà ancora nei prossimi anni «per impatto di tutta una serie di provvedimenti varati dal governo Renzi» come il taglio dell'Irap. Le aspettative sulle riforme riguardano il futuro. Per il momento siamo sempre i più tartassati.



L’Italia ha dichiarato guerra a chi produce. Difendersi è legittimo

http://www.lindipendenza.com/litalia-ha ... -legittimo

di GUGLIELMO PIOMBINI

Le analisi sociologiche del compianto professor Gianfranco Miglio possono ancora offrire un’importante chiave di lettura degli avvenimenti italiani degli ultimi decenni. «Dove c’è ricchezza – spiegava Miglio – gli uomini cercano d’impadronirsene ad ogni costo e creano giustificazioni ad hoc per la propria rapacità. È questo l’arcano dello “Stato sociale” e di tutte le sue forme degenerative: una parte dell’umanità preferisce organizzarsi (o utilizzare le strutture statali esistenti) per vivere alle spalle degli altri».

Ogni sistema fiscale, infatti, divide la società in due classi contrapposte. Da una parte vi sono coloro che producono le ricchezze (i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato), dall’altra coloro che vivono sui proventi derivanti dalla tassazione di queste ricchezze (la casta politico-burocratica e le clientele assistite). Questa contrapposizione può anche assumere un carattere territoriale, quando gli appartenenti alle due classi sono concentrati prevalentemente in due aree distinte del paese, come in Italia, divisa tra il nord produttivo e il sud maggiormente assistito, o il Belgio, dove i fiamminghi si lamentano degli eccessivi trasferimenti a favore dei valloni.

Quando la tassazione viene portata all’eccesso, l’intero sistema produttivo entra in crisi e si crea una situazione di conflitto tra queste due classi sociali. «In ogni momento storico – osservava Miglio – gli individui di una Comunità politica si dividono naturalmente in produttori e consumatori di tasse. Quando i consumatori di tasse prendono il sopravvento tramite le assemblee politiche e considerano i produttori i propri schiavi fiscali, la struttura parassitaria mette in crisi tutta la Comunità politica. A quel punto o si riforma totalmente il sistema, o ci si rassegna alla rivoluzione che, per definizione, non è pilotabile» (G. Miglio, Federalismo e secessione, Mondadori, 1997, p. 34 e 73).

La crisi in cui si dibatte attualmente l’Italia ha dunque origine nella persecuzione fiscale scatenata dalla casta politico-burocratica contro la classe dei produttori privati, che in pochi anni ha portato a un aumento della pressione tributaria e a un inasprimento dei controlli sulla vita privata dei contribuenti senza eguali nel mondo.

Una guerra immotivata

Ogni aumento delle imposte e della spesa pubblica ha l’effetto di far arricchire e rendere più potente una parte, e di impoverire e indebolire l’altra. Ebbene, dai dati del Fondo Monetario Internazionale risulta che negli ultimi anni in Italia si è verificato un colossale trasferimento di ricchezze dal settore privato al settore statale. Nel 1996 le entrate dello Stato italiano ammontavano a più di 450 miliardi di euro, nel 2003 hanno raggiunto i 600 miliardi, e nel 2013 i 760 miliardi. L’aumento della spesa è stato ancora più rapido di quello delle entrate. La spesa pubblica, che nel 1996 superava di poco i 500 miliardi di euro, ha raggiunto i 600 miliardi nel2001, haquasi toccato i 700 miliardi nel 2005, per poi superare gli 800 miliardi nel 2013.

Questi numeri rivelano che nell’arco di soli quindici-vent’anni, caratterizzati da una bassissima crescita economica, i privati sono stati costretti a suon di minacce, insulti e pesanti intimidazioni a versare nelle mani dei membri dell’apparato statale 300 miliardi aggiuntivi, oltre ai 500 miliardi che già pagavano!
Se escludiamo le esperienze storiche delle rivoluzioni comuniste, probabilmente non si è mai verificata un’espropriazione di ricchezze private così rapida e imponente. Questa guerra scatenata dallo Stato contro l’apparato produttivo del paese, tuttora in corso di svolgimento, non sembra aver alcuna giustificazione razionale, né dal punto di vista economico, né dal punto di vista politico. La decisione delle classi governanti di dare il via all’escalation di tasse e spesa pubblica non ha migliorato il livello qualitativo di nessun servizio pubblico rispetto a vent’anni fa, ma ha aumentato a dismisura le occasioni di spreco e di corruzione, la corsa ai privilegi odiosi e ingiustificati, ha distrutto una larga fetta del tessuto produttivo privato costringendo alla chiusura centinaia di migliaia di piccole imprese, ha provocato l’aumento della disoccupazione e più in generale l’abbassamento del tenore di vita delle famiglie.

Anche dal punto di vista politico questa offensiva fiscale non sembra avere una legittimazione plausibile. La spesa pubblica italiana era considerata eccessiva già negli anni Novanta; pochi ne chiedevano l’ulteriore aumento, nessuno chiedeva di raddoppiarla in meno di vent’anni. Le elezioni politiche, infatti, hanno spesso premiato quei partiti, come Forza Italia o la Lega Nord, che si sono presentati come interpreti di una rivolta antiburocratica e antifiscale. Le loro successive sconfitte elettorali sono state la logica conseguenza della delusione dell’elettorato per il tradimento della “rivoluzione liberale” che era stata promessa. Questo stesso elettorato ha poi condannato senza appello, nelle elezioni politiche del 2008, l’esperienza del governo Prodi, giudicata troppo statalista.
Tutto questo dimostra che in Italia non è mai esistita una domanda di “maggior Stato” tale da giustificare quell’elenco interminabile di nuove tasse introdotte negli ultimi anni, che Leonardo Facco ha riportato nell’articolo Letta fa finta di abbassare le tasse. Voi fate finta di pagarle.

Una guerra unilaterale

L’Italia è stata trasformata in un inferno fiscale per mezzo di una guerra unilaterale, dichiarata e combattuta dalla parte armata e munita del monopolio dei mezzi di costrizione, e subita dalla parte disarmata della società. Ogni guerra fiscale, infatti, è sempre condotta dai potenti e dai privilegiati contro i ceti più indifesi della società. I vincitori di questo scontro finora sono stati i membri della casta (politici e funzionari pubblici), che oggi risultano più numerosi, potenti, ricchi e tutelati. Gli sconfitti sono stati i lavoratori del settore privato, gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, che hanno perso il lavoro, la casa, l’azienda, e sono stati spinti ad emigrare o a suicidarsi.

Sono questi ultimi, infatti, che sopportano per intero il carico fiscale. L’idea che i membri dello Stato paghino le tasse è dal punto di vista economico completamente priva di senso. Chi lavora nel settore pubblico “paga” le tasse solo in maniera fittizia, attraverso una partita di giro contabile. Nella realtà le cose avvengono molto diversamente: lo Stato preleva le risorse che gli servono dal settore privato, e le utilizza per pagare gli stipendi a tutti i propri dipendenti. L’idea che lo Stato possa ottenere delle entrate “tassando” il settore pubblico, che non produce utili ma solo perdite colossali, è assurda e ridicola. La verità è che se domani ogni azienda privata chiudesse, le entrate fiscali dello Stato si azzererebbero, e non ci sarebbero più risorse per mantenere in piedi l’apparato statale.

Non meno pretestuosa è l’idea che le imposte siano necessarie per la fornitura dei servizi pubblici. In realtà lo Stato offre servizi scadentissimi o inesistenti a costi stratosferici, che nessuna persona sana di mente acquisterebbe mai volontariamente sul mercato. È stato calcolato, ad esempio, che per l’istruzione di un alunno lo Stato spende sei volte più di una scuola privata; che la spesa pubblica pro-capite per la sanità permetterebbe di acquistare sul mercato tre assicurazioni sanitarie onnicomprensive a testa più tre check-up completi all’anno; che versando gli ingenti contributi pensionistici in una polizza o in un fondo, un lavoratore privato potrebbe riscuotere, al termine dell’attività lavorativa, una rendita vitalizia dieci volte più cospicua della pensione da fame che gli darà l’Inps.

Se i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato avessero libertà di scelta, e potessero rinunciare ai servizi pubblici trattenendo per sé le imposte pagate, si verificherebbe una fuga generalizzata dallo Stato. Tutti preferirebbero l’aumento del 70 per cento dei propri redditi alla fruizione degli attuali servizi pubblici di infimo livello. A quel punto la totale inutilità dello Stato italiano diventerebbe evidente a tutti. L’intera impalcatura statale e tutte le ideologie che la giustificano crollerebbero come castelli di carta.


L’evasione fiscale come resistenza civile

Purtroppo le classi produttive private, colte di sorpresa dall’attacco virulento sferrato da una classe politica che per anni aveva nascosto le sue reali intenzioni dietro la retorica liberale della lotta all’invadenza dello Stato, appaiono per ora completamente annichilite. Solo in Veneto sono apparsi alcuni segnali di ribellione, ma la stessa cosa non può dirsi per le altre regioni produttive del nord, come ha notato il direttore de L’Indipendenza Gianluca Marchi nell’articolo Lumbard paga e tas. In Lombardia i ceti produttivi appaiono pesti e confusi come pugili suonati sul ring. Probabilmente è sorta la consapevolezza che non sia più possibile modificare l’attuale situazione con gli strumenti “democratici” che mette a disposizione lo Stato nazionale.

Tutto l’ordinamento politico, amministrativo e giudiziario italiano infatti è congegnato in modo da far prevalere sempre l’interesse dei consumatori di tasse su quello dei pagatori di tasse. Nella giurisprudenza civile, amministrativa e costituzionale anche le forme più ingiuste di privilegio diventano automaticamente intoccabili “diritti acquisiti” se vanno a vantaggio dei tax-consumers (come l’illicenziabilità, i vitalizi, le pensioni d’oro, baby, doppie o triple), ma lo stesso non accade quando i vantaggi sono a favore dei tax-payers. Ad esempio, una riduzione fiscale non diventa mai un “diritto acquisito” per il contribuente, e può essere sempre revocata dal potere politico.

È opinione ormai diffusa che tutti i problemi principali del nostro paese (sperperi, corruzione, privilegi, ingiustizie, parassitismo, distruzione dell’etica del lavoro) nascono dal fatto che lo Stato gestisce troppi soldi, non troppo pochi.
Tutte le proposte di riforma costituzionale dovrebbero quindi concentrarsi sui modi per impedire allo Stato di fagocitare troppe risorse alla società, mentre la lotta all’evasione fiscale che assilla la classe politica dovrebbe costituire l’ultima delle priorità. In un sistema privo di meccanismi politici o giuridici capaci di fermare l’invadenza dello Stato, e di fronte a un Leviatano che ogni giorno s’ingrossa sempre di più, l’evasione fiscale può rappresentare invece una delle pochissime forme di resistenza pacifica rimaste a disposizione della società civile.
Per questa ragione la rivolta fiscale dovrebbe essere applaudita da tutti coloro che ancora conservano un minimo di onestà intellettuale e di amore per la propria terra.






Vedere anche capitoli 9, 10, 15, 28:

9
dopo i paesi dell'est e della Grecia è il paese con più poveri e disoccupati della UE e di tutto l'occidente;

10
è il paese dove i salari e le paghe da lavoro dipendente sono le più basse di tutto l'occidente rispetto al costo della vita, nonostante vi siano le maggiori associazioni sindacali e i maggiori partiti politici che si professano difensori dei lavoratori; nonostante il primo articolo della Costituzione italiana stabilisca che la "Repubblica è fondata sul lavoro" e nonostante sia il paese più cattolico dell'occidente la cui dottrina sociale dovrebbe avere tra i suoi valori principali quello di difendere il lavoro e i lavoratori;

15
è tra i 4 peggiori pagatori europei ai fornitori di materie e servizi, le cui imprese sono fatte fallire, gli imprenditori costretti alla disperazione e i lavoratori alla disoccupazione;

28
è il paese occidentale dove vi è l'evasione più alta: quella buona da necessità e per sottrarre una parte dei profitti e del redditto alla voracità predatoria del fisco italico parassita; e quella cattiva da elusione e avidità;
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: I primati dello stato italiano in Europa e nel mondo

Messaggioda Berto » mar apr 18, 2017 7:58 pm

8
è il paese dove la maggior parte dei cittadini veramente produttivi versano più contributi pensionistici in cambio di pensioni più basse e più tassate, e non adeguate al costo della vita; con il più alto numero di ingiustificate pensioni d'oro, doppie e triple pensioni, baby pensioni e false pensioni d'invalidità;


Bolla previdenziale
https://it.wikipedia.org/wiki/Bolla_previdenziale
Si definisce bolla previdenziale o bolla pensionistica, in un sistema pensionistico senza patrimonio di previdenza la differenza tra il debito pensionistico latente e il patrimonio preda, in assenza di un patrimonio di previdenza. Coincide con la somma per tutti gli iscritti ad un sistema pensionistico pubblico del furto intergenerazionale relativo a ciascuno, pensionato o lavoratore attivo.

Nel caso di assenza totale del patrimonio dell'ente previdenziale gestore del sistema pensionistico, la bolla previdenziale coincide con il debito pensionistico latente. La bolla previdenziale si forma all'avvio dei sistemi pensionistici senza patrimonio di previdenza sia nel caso del modello previdenziale universale sia nel caso del modello previdenziale corporativo fascista.

La bolla previdenziale si forma sia con la creazione artificiale di un elevato debito pubblico implicito ovvero di un elevato debito pensionistico latente al quale non corrispondono versamenti di contributi obbligatori per le assicurazioni obbligatorie nel rispetto dell'equilibrio finanziario attuariale, sia con l'utilizzo dei fondi versati per la previdenza per altre spese correnti.

La bolla previdenziale è quindi una costruzione fittizia della politica per giustificare legalmente un elevato livello di spesa corrente primaria per le pensioni, visto che nei sistemi pensionistici pubblici (primo pilastro della previdenza) le pensioni si pagano con le imposte come chiarito nella teoria costituzionale nel diritto della previdenza sociale.

In un sistema pensionistico privato fully funded, l'indice di patrimonializzazione deve essere del 100% o superiore. Il patrimonio di previdenza ha la funzione di trasferire il proprio risparmio previdenziale attuale nel futuro, quando verrà utilizzato per i bisogni del pensionato.

In un sistema pensionistico pubblico con indice di patrimonializzazione nullo o lontano dal 100%, il trasferimento di risparmio è tra generazioni, nello stesso tempo e non nel futuro ed avviene con l'imposizione della tassazione da parte dello Stato. Più le generazioni che si trasferiscono la ricchezza non sono in equilibrio demografico o economico, come ad esempio nella fase di avvio di un sistema pensionistico con il modello previdenziale corporativo fascista più si ha una amplificazione della bolla previdenziale.

Caratteristica fondamentale per la creazione della bolla previdenziale è che chi paga le promesse pensionistica attuali, lo fa nella convinzione che un domani tali vantaggi saranno assicurati anche a lui, anche se ciò è smentito dalla documentazione ufficiale. Il sistema si basa quindi su una asimmetria informativa dovuta all'utilizzo di un gergo finanziario non comprensibile agli utenti e sulle affermazioni rassicuranti degli esperti (politici, sindacati, professori universitari, commissioni parlamentari) sulla sostenibilità del sistema pensionistico in realtà insostenibile per definizione.

Nel caso in cui si manifesta l'evidenza della disparità di trattamento tra le generazioni o dovuta a diversi livelli di tassazione o a diversi livelli delle prestazioni previdenziali, si può compromettere la sostenibilità sociale dei sistemi pensionistici pubblici in quanto gli stessi si basano sulla coesione sociale.


Il 99% delle pensioni degli ex Enel supera i contributi versati
6 maggio 2015

http://www.firstonline.info/News/2015/0 ... UtMDZfRk9M

(Enel in testa) fra il 2000 e il 2014 supera la somma che si otterrebbe con il metodo contributivo, ovvero calcolando l’assegno sulla base dei contributi effettivamente versati. E’ quanto emerge da un’indagine Inps sull'ex Fondo elettrici , che ora è uno dei maggiori fondi speciali gestiti dall’Istituto pubblico e si avvia a chiudere il 2015 con un disavanzo di 1.972 milioni, oltre a un debito di 30 miliardi.

Secondo l’analisi, che rientra nell'operazione "Porte aperte" dell'Inps, il 79% dei trattamenti in essere è più alto del 20-40% rispetto a quanto risulterebbe se fosse calcolato con il metodo contributivo e soltanto una pensione su 100 del Fondo elettrici risulterebbe più generosa con il ricalcolo contributivo.

“Le variazioni sono significative”, scrive l’Inps. Ad esempio, un funzionario andato in pensione a 61 anni nel 2013 titolare, a gennaio 2015, di una pensione lorda mensile di 3100 euro, percepisce una prestazione di 900 euro più alta di quella che avrebbe ottenuto con il ricalcolo contributivo. Il vantaggio aumenta a fronte di età di pensionamento più basse.

I privilegi nelle regole di calcolo della pensione che hanno prodotto questi squilibri sono principalmente due: 1) fino al 1992 la retribuzione usata per il calcolo della pensione era riferita agli ultimi 6 mesi e non agli ultimi 5 anni come per il fondo lavoratori dipendenti; 2) l'aliquota di rendimento era fissata al 2,514%, e non al 2%.

“Il Fondo elettrici è stato istituito nel 1956 – ricorda l’Inps –. Dal 1° gennaio 2000, data di soppressione del fondo, i nuovi lavoratori del settore vengono iscritti al Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti (FPLD), mentre ai lavoratori che facevano già parte del Fondo Elettrici prima di quella data vengono applicate le regole previste per il soppresso fondo, diverse da quelle applicate agli iscritti al FPLD”.

Negli anni, “il Fondo ha conosciuto una progressiva erosione del proprio patrimonio – prosegue l’Istituto –, diventato negativo all’inizio del nuovo millennio ed ha ad oggi un debito complessivo di quasi 30 miliardi. Il Fondo è stato in disavanzo sin da quando confluito nel FPLD. Il disavanzo è peggiorato nel corso del tempo e presumibilmente raggiungerà i 2 miliardi nel 2015, anche perché dal 2000 non ci sono più nuovi iscritti e quindi le entrate contributive tendono progressivamente ad azzerarsi”.

Infine, la legge Monti–Fornero ha istituito un contributo di solidarietà dal 2012 al 2017 a carico degli iscritti e dei pensionati del Fondo, il cui ammontare dipende dal “periodo di iscrizione antecedente all’armonizzazione conseguente alla legge n.335/1995, e alla quota di pensione calcolata in base ai parametri più favorevoli rispetto al regime dell’assicurazione generale obbligatoria”.



Pensioni, "negli altri Paesi Ue tassate il 30% in meno". Pesano no tax area, evasione e balzelli locali
Stefano De Agostini
11 dicembre 2015

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12 ... li/2223574

La Penisola è al quinto posto in Europa per pressione fiscale. Secondo Carla Cantone, segretario del sindacato europeo dei pensionati, su un assegno da 1.500 euro "da noi si pagano 600 euro di tasse, in Germania 60". A Parigi, Berlino, Londra e Madrid sono esentati dalle imposte tutti quelli che ricevono meno di 9mila euro l'anno, in Italia il tetto è a 7.750

Non sarà certo l’unico motivo dell’esodo, ma di sicuro è una buona ragione per fare le valigie: le pensioni italiane sono tra le più tassate d’Europa. In questa poco gratificante classifica, ci piazziamo al quinto posto. Così è presto spiegato il motivo per cui sempre più anziani si trasferiscono all’estero. L’allarme era stato lanciato da Tito Boeri, presidente dell’Inps: lo Stato sborsa un miliardo di euro all’anno per pagare le loro prestazioni previdenziali. Il numero dei pensionati emigrati è passato dai 2.553 del 2010 ai 5.345 nel 2014, raddoppiando nel giro di quattro anni. Fuggono anche da una no tax area ristretta, da un elevato livello di evasione fiscale, dal cumulo di balzelli regionali e comunali. Tutte peculiarità nostrane che determinano l’alta tassazione delle pensioni nel nostro Paese.

Italia quinta in Europa per pressione fiscale sui pensionati – Per avere una dimensione della pressione fiscale che devono sostenere i pensionati italiani, basta guardare le statistiche che fornisce Bruxelles e in particolare il rapporto sull’adeguatezza delle pensioni 2015, messo a punto dalla Commissione europea. Nella classifica che premia “i sistemi più favorevoli in termini di benefici fiscali per i pensionati rispetto ai salariati”, il nostro Paese si piazza al quintultimo posto. Insomma, siamo quinti nell’Unione per pressione fiscale su quanti hanno lasciato il lavoro.
“Negli altri Paesi d’Europa, i pensionati pagano in media il 30% in meno di tasse rispetto all’Italia – spiega Carla Cantone, segretario del Ferpa, il sindacato europeo dei pensionati – Prendiamo una pensione da 1.500 euro. Da noi si pagano 600 euro di tasse, in Germania 60 euro“. A fornire ulteriori numeri, ci pensa un rapporto Confesercenti relativo al 2013, lo stesso anno su cui si basa la ricerca europea. Il documento prende in esame un anziano tra i 65 e i 75 anni, senza familiari a carico, che vive a Roma, con un reddito di circa 20mila euro annui. La pressione fiscale che gravava su questo pensionato era pari al 20,73%. Se avesse abitato in Spagna, avrebbe pagato il 9,5%, nel Regno Unito il 7,2%, in Francia il 5,2%. Fino ad arrivare allo 0,2% della Germania, dieci volte in meno dell’Italia. E in quattro Paesi – Ungheria, Slovacchia, Bulgaria e Lituania – le pensioni sono addirittura esenti da tasse.

Ma in Francia e Spagna la pensione è ancora funzione degli ultimi stipendi – In questo contesto, vanno però ricordate le differenze nel calcolo delle pensioni tra i diversi Paesi in questione. Mentre in Italia è in vigore il sistema contributivo, basato su quanti contributi il lavoratore versa nella sua carriera, Francia e Spagna hanno mantenuto il retributivo, in cui l’assegno è legato al livello delle retribuzioni percepite. In Germania si usa invece un sistema misto, detto a punti. Una via di mezzo che si avvicina di più al contributivo: l’assegno si calcola sulla base dei cosiddetti punti-pensione, acquisiti pagando i contributi e lavorando. Infine, c’è il caso particolare del Regno Unito, dove il sistema pubblico prevede un meccanismo di ripartizione tendenzialmente omogeneo per tutti, ma circa il 50% dei lavoratori può contare su un fondo pensione privato.

L’anomalia della no tax area italiana – Le ragioni di questa disparità vanno ricercate in diversi fattori. Innanzitutto, c’è la questione no tax area. Anche se le tasse per i pensionati italiani sono alte, bisogna dire che i meno abbienti non le pagano. Questo grazie alla cosiddetta no tax area, cioè quel limite di reddito al di sotto del quale i contribuenti sono esentati dalle imposte. Ma anche qui l’Italia dimostra di essere indietro rispetto all’Europa. Lo studio Confesercenti mostra come in Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, un pensionato che nel 2013 aveva un reddito di circa 9mila euro non pagava tasse. In Italia sì. E le imposte erodevano il 9% del reddito. Questo perché il limite della no tax area italiana è più basso rispetto ai partner europei. Da noi sono esentati i pensionati con un reddito fino a 7.500 euro, se non hanno compiuto 75 anni, o fino a 7.750 euro, se si tratta di over 75.
Salta all’occhio anche la disparità rispetto ai lavoratori dipendenti, dove l’asticella arriva a 8mila euro. “E’ un graffio pesante all’uguaglianza – afferma Cantone – La povertà è povera per tutti. Non solo per i lavoratori. Anzi, aggiungo che per un anziano può essere anche peggio, perché deve sostenere le spese non indifferenti per le medicine“. Con la legge di Stabilità 2016, il governo si è impegnato ad alzare di 250 euro le soglie per i pensionati, arrivando a 7.750 euro per gli under75 e 8mila euro per gli over75. Peccato che la norma scatterà solo nel 2017, anche se lo stesso Pd sta lavorando a un emendamento per anticipare la misura al 2016.

Evasione fiscale e addizionali locali, le peculiarità italiane – Poi, viene da sé che in Italia le tasse sui pensionati sono alte perché, in generale, la pressione fiscale è particolarmente elevata. “L’alto livello di tassazione è una caratteristica tipica italiana che riguarda sia i lavoratori sia i pensionati – spiega David Natali, professore di Scienze economiche all’università di Bologna e ricercatore dell’Ose, Osservatorio sociale europeo – E questo dato si collega a un tasso di evasione fiscale superiore rispetto alla media europea. Si tratta di vasi comunicanti: se tutti pagassimo le tasse, le pagheremmo un po’ meno”.
Un’altra particolarità italiana sono le varie addizionali regionali e comunali, che aggravano ulteriormente il carico fiscale sulle spalle dei pensionati. “In Europa, la regola è un solo sistema di calcolo, c’è un’unica tassa – aggiunge Carla Cantone – In Italia invece dobbiamo pagare le tasse al governo nazionale, a quello regionale, a quello comunale”. Un altro particolare che certo non trattiene i pensionati dall’idea di trasferirsi all’estero.

Anche in Europa stanno alzando le tasse sulle pensioni – A questo punto, ci si aspetterebbe che l’Italia seguisse l’esempio dei propri vicini e riducesse le tasse sulle pensioni. E invece accade il contrario. “Con le riforme introdotte nell’ambito della crisi – dice il professor Natali – in molti Paesi si va verso un aumento delle tasse sulle pensioni. E’ il caso della Grecia, del Portogallo, ma anche della Germania: qui ora una parte dell’assegno previdenziale è esentasse, mentre entro il 2040 l’imposizione fiscale riguarderà la totalità dell’importo”. Anche perché un’alta tassazione non implica necessariamente una pensione misera. E il caso italiano lo dimostra. “Il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra la prima pensione e l’ultima retribuzione, in Italia non è basso – prosegue Natali – Per chi comincia a lavorare a 25 anni, rimane in attività per 40 anni e ha un reddito allineato alla media del Paese, in Italia la pensione corrisponde all’80% dell’ultima retribuzione ottenuta. In Germania, questo tasso si ferma al di sotto del 60%. Le pensioni italiane sono tra le più tassate, ma di certo non sono povere”.

Dalle Canarie alla Thailandia, i bonus fiscali per i pensionati – Detto questo, resta il dato dell’esodo dei pensionati dall’Italia. E di sicuro l’alta pressione fiscale non ne scoraggia la fuga. Non a caso, tra le mete preferite di questa migrazione rientrano diversi Stati che offrono una tassazione più leggera. Molti anziani, per esempio, fanno rotta verso le isole Canarie, che fanno parte della Spagna ma godono di un regime fiscale di favore. Tanto per cominciare, l’imposta sul reddito è calcolata sulla base di scaglioni che vanno dal 12% a un massimo del 22,58%. Ma poi interviene tutta una serie di agevolazioni che abbattono ulteriormente gli oneri del contribuente. Ci sono bonus per chi ha figli o il coniuge a carico e importanti sconti per chi apre un’impresa, mentre l’aliquota Iva ordinaria si ferma al 7% e quella per prodotti di lusso arriva al 13,5%. In più, sono previsti sgravi per l’affitto di case che aumentano nel caso di chi abbia superato i 65 anni. L’anziano che emigra nella vicina Tunisia, invece, potrà godere dell’esenzione fiscale sull’80% della propria pensione. Sul restante 20%, pagherà tasse in base a un’aliquota che varia dal 15% al 35% a seconda del reddito. Un aspetto importante per le persone di una certa età è la salute, e in Tunisia ai pensionati italiani è assicurata una copertura medica totale, come avviene all’interno dell’Europa. Anche nel vicino Marocco è prevista una defiscalizzazione dell’80% sulla pensione proveniente dall’Italia.

Dal Mediterraneo al Sud-est asiatico. In Thailandia, la tassazione dei redditi procede per scaglioni, dal 5% a un massimo del 35%. Ma anche in questo caso, sono previste diverse deduzioni, che possono arrivare a un massimo di 120mila bath, circa 3.100 euro. Si applicano per i redditi di attività professionali, per i single e per i contribuenti con coniuge o figli studenti a carico. Si possono dedurre anche gli interessi passivi sui mutui accesi per comprare casa e le donazioni per enti caritatevoli. L’Iva si ferma al 7%. Altra meta gettonata dagli anziani italiani è Panama. Qui, l’attrattiva non è tanto data dagli sgravi fiscali, quanto dalle agevolazioni concesse nelle spese di tutti i giorni. Basta avere un assegno da mille dollari mensili, circa 800 euro, per ottenere il visto come residente pensionato e godere di una serie di sconti, che vanno dal 20 al 30%, su trasporti pubblici, servizi medici, bollette, ma anche ristoranti, hotel e tasse aeroportuali.



Pensionati in fuga dall'Italia: vita da ricchi con la stessa pensione e i risparmi
di Chiara Daina | 11 maggio 2014

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05 ... rmi/955591


Per l’Istat sono 473mila gli over 60 che vivono all’estero, in Paesi dell'Unione europea, ma anche nel Caribe, in Asia e Maghreb. Partono soprattutto per motivi economici, perché stanchi dello stile di vita e di pensioni insufficienti e sono attirati da Stati con un regime fiscale agevolato. La testimonianza a ilfattoquotidiano.it: "La mia seconda vita è a Sofia. Voglio che le mie ceneri siano gettate nel Mar Nero"

L’Italia non è nemmeno un Paese per vecchi. Oggi i pensionati sono in fuga insieme ai giovani. Per l’Istat sono 473mila gli over 60 che vivono all’estero. Gli ultimi a partire lo fanno soprattutto per motivi economici. Nel nostro Paese un pensionato su due prende meno di mille euro al mese. E così fa le valigie chi non vuole rinunciare allo status di un tempo. Chi altrimenti dovrebbe trasferirsi a casa del figlio per arrivare a fine mese. Chi è deluso dalla politica, dallo sfacelo dell’economia, dalla maleducazione delle persone. Chi è in cerca del benessere, lontano da ansie e stress e possibilmente al caldo. Chi dopo la morte del coniuge non ce la fa più a frequentare i soliti luoghi. Costa Rica, Thailandia, Filippine, Colombia, Brasile e Cuba dove, secondo l’Inps, i pensionati italiani da 20 nel 2010 sono passati a 70 dopo l’apertura delle frontiere a gennaio 2013. E ancora Panama, Canarie, Tunisia, Marocco, Capo Verde, Kenya e Bulgaria sono le mete di ritiro più gettonate nell’ultimo anno. Le nuove terre di residenza dove qualcuno desidera perfino essere seppellito.

La gentilezza della Thailandia – “Qui la gente è gentile e ti saluta per strada”, dice Antonio Mammato, 65 anni, che due anni fa ha salutato la costiera amalfitana per trasferirsi a Phuket, in Thailandia (dove vivono 350 pensionati italiani, cioè 200 in più rispetto a tre anni fa). Il senso di sicurezza che avverte per strada lo fa respirare: “Posso lasciare il motorino con il casco nelle zone più affollate e nessuno me lo ruba”. Ingegnere ed ex dipendente comunale: “Ho chiuso lo studio dopo la morte di mia moglie nel 2001. Per ora vivo di risparmi ma sono in attesa della pensione Inpdap, mille euro netti al mese: qui è lo stipendio di un dirigente!”. Antonio vive in un monolocale di fronte all’università, per l’affitto spende cento euro al mese, più 15 euro circa per le bollette, e giura: “La stanza mi serve solo per dormire, il resto del giorno lo passo fuori. Il clima è sempre bello”. E dell’Italia dice: “Sembra un formicaio impazzito. Io non voglio più vivere così”. In Thailandia si può permettere di tutto: “Pago 1,20 euro per un pasto, 2,50 per una camicia e 4/5 per un paio di pantaloni. E 200 euro di tasse all’anno. Ho una bella macchina e vivo nel quartiere più esclusivo dell’isola”. Se fosse rimasto in Italia non avrebbe potuto mantenere lo stile di vita di quando lavorava. Anche la compagnia non gli manca. “Ho tanti amici italiani”.

Come Giovanni Giurlanda, 62 anni, di Padova, ex impiegato di banca, dal 2006 in Thailandia. “Sono partito perché non sopportavo l’idea di starmene da solo con le mani in mano”, racconta Giovanni, divorziato dal 2002. Cosa fa in Thailandia adesso? “Vivo! Ho scoperto uno stile semplice e più naturale: vado in spiaggia e a pescare quasi tutti i giorni, gli abitanti vivono alla giornata e ti trasmettono molta serenità”. Giovanni prende duemila euro di pensione. Si è comprato una casa dove abita con la sua nuova compagna. “Un altro motivo per cui me ne sono andato dall’Italia è l’arroganza delle persone, la poca serietà dei politici e la situazione che non si smuove. Ero stanco di tutto questo, davvero”.

Al sole di Tenerife – La signora Elena, toscana di nascita, nella vita precedente faceva la stilista a Milano. Poi tre anni fa ha voltato pagina, a Tenerife. Oggi studia spagnolo e sta all’aria aperta con le amiche. Perché ha fatto le valigie? “Non per soldi. In Italia soffrivo di mal di schiena. Qui mi sono ripresa: il microclima delle Canarie mi aiuta sia fisicamente sia psicologicamente. Poi, mi creda, non ho più potuto assistere al degrado culturale, alle piccole industrie che chiudevano a favore delle grandi catene. Ai governi vergognosi. È stato troppo umiliante”. Quali sono i vantaggi dell’isola? “Il clima, caldo e non piovoso tutto l’anno, e il fatto di essere nell’Unione Europea con un’impostazione da Paese nordico: burocrazia e sanità efficiente, ordine, pulizia, ambiente curato. Mi fa sentire rispettata”. Pensa di rientrare in Italia? “Mai. Neanche nella tomba. Voglio essere seppellita qui”.

Panama, Costa Rica, Belize: alla ricerca di regimi fiscali agevolati e qualità di vita – “In un anno le richieste di pensionati sono aumentate del 30 per cento – dice Alessandro Castagna, responsabile di Voglioviverecosì, il portale dedicato a chi vuole cambiare vita -. Andalusia e isole Canarie sono le destinazioni più frequenti perché sono abbastanza vicine, fanno parte dell’Unione Europea, godono di un buon sistema sanitario, c’è poca criminalità, burocrazia efficiente e la lingua è facile”. La conferma arriva anche da Massimo Dallaglio di Mollotutto, altro sito web utile per farsi un’idea delle opportunità oltreconfine -. Gli anziani vogliono informarsi sulle mete migliori, sul costo della vita, su come si fa a trasferire residenza e pensione all’estero. Noi abbiamo referenti italiani in loco con cui possiamo metterli in contatto. In generale – precisa Dallaglio – attirano i Paesi con un regime fiscale agevolato, per esempio la Tunisia, dove si sborsa il 25 per cento di tasse sul 20 per cento di reddito. E c’è un accordo che garantisce ai pensionati italiani una copertura medica totale.

Anche in Costa Rica, dopo un pagamento mensile in base al reddito (massimo cento euro), si ricevono le cure completamente gratis. Mentre in Belize, altra nuova meta di ritiro, i vantaggi fiscali vanno dal rimborso di tutte le spese necessarie per il cambio di residenza, allo sconto del 50 per cento su tutte quelle di soggiorno temporaneo sostenute prima di acquistare o affittare una casa, sulle assicurazioni mediche e i biglietti aerei. E a Panama – aggiunge – per chiunque abbia una pensione governativa o corporativa di almeno 700 euro al mese la residenza è quasi automatica”.

“In Tunisia vita da re per chi non ha problemi di salute” – Adriano Martelli, 66 anni, ex infermiere, si è rifatto una vita in Tunisia, raggiunta quattro anni fa. Con la sua pensione, da 900 euro, a Torino si era dovuto trovare un secondo lavoro per sopravvivere. “Da quando sono qui ho guadagnato quindici anni. Non ho mai preso un raffreddore, e ho smesso di prendere le pastiglie per gastrite, mal di testa e pressione, non ne ho più bisogno”. Ha scelto questo Stato perché ci abitavano già degli amici. “Alla fine del mese in Italia non mi rimaneva più niente: 400 euro per un monolocale da 30 metri quadri, poi le bollette e le spese per la macchina”.

A Susa, città turistica tunisina, ha preso in affitto un piano di una casa sul mare: oltre cento metri quadrati, arredato, per 260 euro al mese. E ne spende altri 150 per cibo e detersivi. “Vivo con poco più di 400 euro al mese e faccio una vita da re: ho la donna delle pulizie, otto telefoni cellulari (il prezzo è di circa 20 euro l’uno), una tv, faccio shopping e vado al ristorante almeno due volte alla settimana. Un pasto mi costa circa cinque euro”. Adriano in Tunisia non ha più bisogno dell’auto. “Mi muovo con i pulmini pubblici: si fermano dove vuoi tu, basta alzare la mano. Il biglietto non costa neanche 50 centesimi. Anche i taxi sono economici: un euro per sette chilometri”. Unico neo: la sanità. “Le strutture sono fatiscenti. Consiglio di venire qui soltanto a chi non ha problemi di salute”.

Nel 2013 l’Inps ha registrato 250 pensionati residenti in Tunisia, quasi cento in più rispetto al 2010. Renato Fortino è socio dell’agenzia “Case in Tunisia”, nata nel 2008, che si occupa di assistere in loco chi è intenzionato a stabilirsi nel Paese (dal permesso di soggiorno al trasferimento della pensione, apertura del conto in banca fino ai corsi di francese e arabo). “Nel 60 per cento dei casi si tratta di pensionati che in Italia prendono dai 500 ai 600 euro al mese, reddito che una volta trasferito in Tunisia è lordo e di questo l’80 per cento è defiscalizzato, mentre la base imponibile è solo sul 20 per cento del rimanente (pari a circa il 6/7 per cento). Questo target cerca case in affitto da 180 a 230 euro al mese, di solito con una camera da letto e salone. Ma non ci sono solo i piccoli pensionati – precisa Fortino – Abbiamo seguito anche ex medici, direttori di banca, imprenditori, dirigenti statali, che qui lievitano il loro potere di acquisto. Ultimamente arrivano italiani di mezza età tagliati fuori dal mercato del lavoro che qui provano a reinventarsi: dal maestro di tennis all’istruttore cinofilo e psicologo”.

“Addio Lecco, spargete le mie ceneri nel Mar Nero” – La Bulgaria è l’ennesimo Eldorado per anziani: quelli italiani sono 364 contro i 106 di tre anni fa. Franco Luigi Tenca, 66 anni, è uno di questi. Vive nella capitale, Sofia, da ottobre 2009. Ex camionista di Mandello del Lario, in provincia di Lecco, separato dal 2005 e in pensione dal 2007 con 1200 euro al mese. È stato intervistato dalle Iene e dopo che il servizio è andato in onda, a gennaio, la sua casella di posta elettronica è stata presa d’assalto: 1600 mail in dieci giorni da parte di pensionati, tutti italiani, di cui il 20 per cento già residente all’estero: “Mi hanno scritto dalle Canarie, Francia, Svizzera, Belgio, Germania, Lituania, Sudafrica, Mauritania, Congo, Brasile, Filippine e New York”, dice Franco, ancora incredulo. Gli hanno chiesto di tutto: “Come si sta, dov’è la Bulgaria, quante tasse ci sono, se c’è l’euro, se è vero che l’assicurazione della macchina costa un terzo (vero), quanto tempo serve per avere il trasferimento della pensione lorda e della residenza”. Risposta: “Dipende da quanto impiega il Comune italiano di residenza a mandarti il certificato di cambio di residenza. A me lo hanno spedito dopo 20 giorni ma c’è chi aspetta anche 5 mesi. Comunque qui nel giro di una settimana l’ufficio immigrazione ti fornisce la tua carta d’identità bulgara. Prima però devi presentare un documento di riconoscimento italiano, un contratto di affitto e un conto corrente in una banca locale, che apri subito con 50 euro. Dopodiché vai in ambasciata per l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, cioè l’Aire”.

Nel frattempo Franco è diventato referente per Mollotutto e quasi ogni settimana accoglie gruppi di pensionati che vengono qui per un sopralluogo. “La mia mail è franco.tenca@alice.it. Pubblicatela pure!”. Franco vive con la nuova moglie, una signora bulgara della sua età, in un appartamento in centro di 50 metri quadri, che gli costa al mese 20 euro di affitto: “Mia moglie è inquilina dai tempi del regime comunista e il canone è rimasto uguale”. Altrimenti per un alloggio arredato della stessa superficie si spendono 200 euro. Cinquanta euro in più per 80 metri quadrati. Per le bollette? “40 euro al mese di elettricità e 12 per l’acqua. Qui non c’è il gas, abbiamo il boiler e il piano di cottura elettrico”, spiega Franco. E la spesa? “300 euro al mese per due persone. Anche il fisco non strozza: circa il 18 per cento di tasse e il sei per cento se sei pensionato”. Risultato: “Oggi vivo da nababbo e non più da barbone come in Italia, dove al venti del mese ero costretto ad attingere ai risparmi, che a forza di fare così sarebbero finiti alla svelta”. Svantaggi? “La lingua, ma la gente è cordiale e appena può ti aiuta, mi ricorda gli italiani negli anni ‘60 e ’70”. La Bulgaria è entrata nell’Unione europea nel 2007 ma non ha adottato l’euro: “La moneta è il lev e vale quasi due euro”, risponde Franco alle decine di pensionati che gli continuano a scrivere. Tornerà a Lecco prima o poi? “Assolutamente no. Voglio che le mie ceneri siano gettate nel Mar Nero”.



Ecco i Paesi europei dove si va in pensione prima
Chiara Bussi

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=ADNIlSLB

La più generosa tra i big d’Europa appare la Francia, almeno sulla carta. Qui chi ha iniziato a lavorare prima dei 16 anni può chiedere la pensione anticipata per «lunga carriera». Ottenerla però non è facile, perché occorre rispettare alcuni requisiti molto rigidi. In altri casi, sempre Oltralpe, si può lasciare il lavoro a 57, 58, 59 e 60 anni, a seconda dell’età di inizio dell’attività e dei contributi maturati, mentre l’età legale è di 62. «Indicare un modello - chiarisce però subito Joachim Ragnitz, direttore dell’Istituto Ifo di Dresda esperto di demografia e previdenza - non è possibile, perché ciascun Paese ha messo in campo sistemi diversi a seconda delle tradizioni storiche e degli sviluppi demografici».

Ecco l’assegno per chi esce a 63 anni

Mentre in Italia si discute sull’Ape, il prestito per l’anticipo pensionistico (si veda l’articolo sopra), Il Sole 24 Ore ha compiuto un viaggio virtuale tra i regimi degli altri. Nell’Unione europea - secondo le elaborazioni del Cesifo di Monaco di Baviera sulla banca dati Missoc della Commissione Ue - sono 23 i Paesi (inclusa l’Italia) che attualmente consentono l’anticipo della pensione. In cinque (Danimarca, Svezia, Irlanda, Olanda e Gran Bretagna) non esiste invece attualmente una formula di questo tipo.

Nei Paesi che la prevedono l’allungamento delle aspettative di vita e l’occhio sempre più attento alla sostenibilità dei conti pubblici hanno portato a una stretta dei requisiti negli ultimi anni. «Il periodo contributivo richiesto per il pensionamento anticipato - spiega Anna D’Addio, economista della divisione politiche sociali dell’Ocse - è aumentato per esempio in Belgio, Austria e Slovenia. Diversi Stati (Austria, Belgio, Grecia, Spagna e Croazia) hanno invece innalzato di un paio d’anni l’età minima per poter usufruire dell’anticipo. Altri, come l’Italia, l’hanno legata all’evoluzione dell’aspettativa di vita». Secondo le elaborazioni della Commissione Ue queste tendenze sono destinate a intensificarsi ancora, di pari passo con l’aumento dell’età pensionabile. «Con l’invecchiamento della popolazione che minaccia la sostenibilità dei conti pubblici - spiega Ragnitz - la priorità in Europa non è tanto una più ampia diffusione del pensionamento anticipato, quanto l’allungamento della vita lavorativa. In alcuni casi è possibile però introdurre una certa flessibilità, anche con una penalizzazione dell’assegno». È quello che succede in 14 Paesi europei, dove chi si ritira prima dal lavoro subisce una decurtazione. In 12 di essi, inoltre, è previsto contemporaneamente un bonus per restare al lavoro più a lungo.
Pensioni, anticipo di 3 anni e 7 mesi. Ape a costo zero sotto i 1.200 euro per le categorie disagiate

Restringendo il focus sui big d’Europa, Francia e Germania prevedono un’ampia scelta di opzioni di pensionamento anticipato. La prima, oltre alla possibilità già citata, con la legge del 2014 ha rivisto le regole per le professioni usuranti. Così, come stabiliscono le ultime novità introdotte nel luglio 2015, chi lavora in catena di montaggio o entra a contatto con agenti chimici pericolosi può chiede l’anticipo a 60 anni. I fattori usuranti sono dieci, ciascuno con un punteggio prestabilito. A seconda del livello raggiunto il lavoratore può scegliere tra corsi di formazione, riduzione dell’orario e uscita anticipata. I portatori di handicap possono invece lasciare il lavoro a partire dai 55 anni in presenza di determinati requisiti. Per chi sceglie l’anticipo Parigi prevede una penalità media del 5%, mentre chi resta più a lungo ha un premio della stessa entità.

In Germania possono andare in pensione anticipata senza decurtazioni i dipendenti e gli autonomi che hanno maturato 45 anni di contributi. Una formula frutto di un accordo bipartisan Cdu-Spd nel 2014. «Si è trattato - sottolinea Ragnitz - di una mossa puramente elettorale, in contraddizione con le altre scelte, come il prolongamento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni entro il 2027, e dai costi elevati». La Germania è però il Paese con il più ampio ventaglio di opzioni che consentono un atterraggio più morbido tra lavoro e pensione. Così chi ha maturato 35 anni di contributi può lasciare il lavoro a 63 anni, ma questa volta con un assegno ridotto del 3,6% all’anno. O le donne nate prima del 1952 con almeno 15 anni di contributi che hanno potuto anticipare l’uscita a partire dai 60 anni. E possono contare su un pensionamento anticipato a 63 anni anche i disoccupati, a determinate condizioni. Berlino prevede invece un incentivo del 6% per chi lavora più a lungo. In Spagna, secondo le regole stabilite dalla riforma del 2011 e modificate con il decreto reale del 2013, si può andare in pensione a 63 anni, ma solo con 35 anni di contributi. Con l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni entro il 2027 anche l’età minima per l’anticipo salirà a 65 anni. Madrid registra la riduzione più marcata dell’assegno: tra il 6 e l’8%, seguita da Slovacchia (6,5%) e Portogallo (6%). Per chi resta, invece, il premio varia tra il 2 e il 4 per cento.

E l’Italia? Nel nostro Paese, che vanta il record europeo della spesa pensionistica rispetto al Pil (16,5%), oggi, dopo la legge Fornero e la manovra del 2016, esistono sei opzioni di anticipo. A queste potrebbe presto aggiungersi l’Ape. «Lo strumento - dice Anna d’Addio - deve essere visto come un modo per assicurare una maggiore flessibilità e non come meccanismo per generare più posti di lavoro per i giovani nel lungo periodo liberando quelli occupati dagli anziani. Non c’è infatti alcuna prova tangibile che questo accada in realtà». La capacità della misura di rispondere a una domanda di maggiore flessibilità senza pesare in modo eccessivo sui conti pubblici, aggiunge, «dipenderà anche dal modo in cui sarà effettivamente attuato».




“Pensioni, il furto di Stato ai pensionati”
Umberto Franchi

http://www.loschermo.it/umberto-franchi ... pensionati

LUCCA – In Italia negli ultimi 30 anni hanno “riformato” per ben 8 volte le pensioni… non c’è stato governo di destra o di sinistra che non abbia smontato mattone per mattone la struttura portante del sistema pensionistico conquistato con le lotte operaie e studentesche dell’autunno caldo del 1969. Il fine è stato quello di far sparire un diritto sancito dagli articoli 36 e 38 della Costituzione: chiudere il ciclo lavorativo della propria vita con dignità e serenità. Per questo fine si sono inventate bugie clamorose sul costo pensionistico più alto d’Europa, statistiche mistificanti, falsi buchi di bilancio dell’Inps, fondi privati e pubblici aperti o chiusi, false illusioni…
Oggi si perpetua l’ultima truffa chiamata APE ( anticipo pensioni) dove il lavoratore che ha pagato tutti i contributi e potrebbe andare in pensione in modo dignitoso, deve invece aspettare fino a 67 anni di età (legge Fornero) oppure andare con 3,7 mesi di anticipo dando alle banche ed assicurazioni per tutta la vita (20 anni) una parte della propria pensione : su una pensione di 1500 euro mensile circa 300 euro al “prestito bancario”
Ma perchè si sta perpetrando anche questo misfatto?

Prima considerazione:

– l’ultima legge anticostuzionale ( quella Fornero), ha preso a pretesto il buco dell’INPS per portare la realtà pensionistica allo sfacello dove le pensioni con il nuovo calcolo contributivo sono di entità inferiori del 60 % rispetto al precedente calcolo retributivo, dove l’allungamento dell’età pensionabile in prospettiva supererà i 70 anni di età.; dove i lavoratori che avevano maturato il diritto di andare in pensione con 40 anni di contributi devono aspettare antri 5/6 anni anche se svolgono attività pesanti ed usuranti.
Inoltre la riforma ha creato 480.000 lavoratori “esodati”, per oltre la meta di essi non c’è la possibilità di andare in pensione, non avranno ammortizzatori sociali e nemmeno la possibilità di trovare un altro lavoro, generando casi di disperazione suicida come quello di Giuseppe Bulgarella “un suicidio sulla coscienza di Monti”.
Il governo sostiene che la scelta dell’ API è abbligata altrimenti sarebbero serviti 10 miliardi che sarebbero andati ad incrementare il buco dell’INPS ?

Ma perchè chi governa non dice da cosa dipende oggi il deficit dell’INPS ?
Il motivo è questo :
La legge n. 201 del 2011 ha stabilito l’unificazione tra gli istituti pensionistici dei lavoratori dei settori privati (INPS) con quelli dei settori statali e pubbliche amministrazioni ( Inpdap ed Enpas);
a fine anno anno 2011 le casse dell’INPS che riscuotevano i contributi pensionistici sia dalle imprese private che dai lavoratori, erano attive di 10 miliardi, ma con l’unificazione dell’INPS con Inpdap e Anpas, l’Inps ha iniziato ad andare in deficit, non perchè le pensioni dei lavoratori erano troppo alte… ma a causa dei mancati pagamenti dei contriuti pensionistici a carico sia degli Enti Locali che dello Stato. Cioè lo stato commette un furto, perchè anziché fare pagare i contributi (come alle imprese private) o ripianare il deficit degli Enti locali e della macchina statale che non hanno pagato i contributi assicurativi ai propri dipendenti, preferisce (di fatto) farli pagare ai lavoratori riducendo le prestazioni pensionistiche ed aumentando l’età pensionabile !
Nella fusione (2011) tra Inps e Inpdap Enpas c’èrano già 23,7 miliardi di euro di contributi non pagati dallo stato nel fondo Inpdap, che si è accollato l’INPS andando in deficit.

Quindi va sottolineato che : lo sato attraverso il governo Monti Fornero e dopo con Renzi, prende a pretesto il deficit fittizio per ridurre le pensioni ed aumentare l’età pensionabile dei lavoratori del settore privato dove le casse INPS erano in attivo divenute passive solo per scelta dello stato .

Seconda considerazione:

anche nel 2016 l’Inps prevede di chiudere in rosso di 11,2 miliardi , ma perchè? Sempre per la stessa ragione dei mancati riscossione dei crediti che l’INPS vanta nei confronti dello stato a cui va anche aggiunta tutta la questione dell’assistenza.

Come sappiamo tutti i lavoratori dipendenti, alimentano le casse dell’INPS con una esosa trattenuta mensile sulla busta paga. Quindi i soldi che gestisce l’Inps per le pensioni sono soldi (nostri) di chi lavora… e non dello Stato, ed il medesimo non dovrebbe metterci le mani.
Invece con i soldi che vengono versati dai lavoratori ALL’INPS e che dovrebbero essere utilizzati solo per le pensioni, a causa di una legge dello stato, l’INPS deve pagare anche il TFR del Pubblico Impiego ed il TFR più tre mensilità (all’80%) ai lavoratori delle aziende che fallite senza avere la copertura necessaria alle liquidazioni dei dipendenti;
Non è vero che la spesa per le pensioni in Italia è insostenibile perchè è più alta che nei paesi esteri … Chi afferma questo non dice che : la pensione in Italia è calcolata sulla la cifra lorda e che il pensionato restituisce allo stato circa il 27% della propria pensione tramite una trattenuta IRPF, mentre il calcolo in tutti gli altri Paesi Europei (Francia, Germania, Gran Bretagna) viene effettuato sulla pensione al netto delle trattenute fiscali. Se calcoliamo le entrate per contribuiti all’Inps e le uscite che vengono date ai pensionati al netto, l’INPS avrebbe un utile di circa 27 miliardi l’anno.
Anche per le aziende in crisi che licenziano e mettono i lavoratori in mobilità o in prepensionamento (liberandosi di lavoratori ultra-cinquantenni considerati anziani) , il costo di essi viene addebitato all’INPS. Inoltre l’INPS si fa carico anche delle spese per l’assistenza ai portatori di handicap, non autosufficienti e addirittura della cassa di previdenza dei dirigenti aziendali che a suo tempo fallì. I costi utilizzati per i pagamenti del TFR, dei lavoratori in mobilità, dei prepensionamenti, ed anche gli interventi di assistenza, negli altri Paesi Europei ( sempre citati da chi vuole tagliare le pensioni) fa carico allo Stato, in Italia all’INPS !

Ora lor signori del governo non bastano tutte queste vergogne. Essi evidentemente non ritengono le pensioni come un diritto costituzionale riguardante la retribuzione differita, ed hanno il coraggio di togliere circa il 25% della pensione a chi decidera l’anticipo di 3 anni tramite la restituzione del prestito bancario… non solo , hanno tolto la perequazione semestrale con l’adeguamento al costo della vita, hanno modificato con un decreto una sentenza della Corte Costituzionale che obbligava il governo a rendere il mal tolto ai pensionati (della legge Fornero) che agiva con il blocco delle perequazioni a chi detiene una pensione lorda superiore a tre volte il minimo (1.100 euro netti mensili), rimborsando loro una elemosina… ma la decisione ancora più grave sta ne fatto che il governo Renzi sta pensando di abolire le pensioni di reversibilità concesse ai coniugi dei pensionati deceduti. Pensioni che sono finanziate dai contributi versati e che quindi su questo il governo si appresterebbe ad operare un altro vero furto di Stato !

Ora dobbiamo domandarci, se i conti dell’INPS sono comunque in attivo, se lo Stato spende in assistenza i soldi che i lavoratori hanno dato all’INPS per la propria pensione, se la logica economica ed occupazionale vorrebbe che i lavoratori andassero in pensione prima lasciando i posti ai lavoratori disoccupati e non il contrario… perché i pensionati (che già sono i n pensione) dovrebbero accettare il taglio delle proprie pensioni tramite la non rivalutazione al costo della vita? Perche chi ha matorato 40 anni di contributi per andare in pensione deve accettare il taglio del 25% ? perché i lavoratori Italiani dovrebbero andare in pensione più tardi con pensioni decurtate tramite il contributivo?
La risposta è politica: anche il Governo Renzi vuole fare cassa con i soldi della “povera gente”, senza mettere veramente in discussione tagliando le pensioni ed i redditi vitalizi d’oro, ed i grandi patrimoni.



Italia, costi pensioni più alti d'Europa: spende meno per l'istruzione

http://gds.it/2015/05/23/litalia-ha-la- ... one_359936

VENEZIA. Secondo la Cgia di Mestre l'Italia ha la spesa pensionistica più elevata d'Europa (il 16,8% del Pil, pari a poco meno di 270 miliardi di euro all'anno), mentre è al penultimo posto negli investimenti per l'istruzione (il 4,1% del Pil, che equivale a 65,5 miliardi di euro all'anno). In questo settore solo la Spagna presenta uno score peggiore del nostro (4% del Pil).

La nostra spesa pensionistica, spiega la Cgia, è 4 volte superiore a quella scolastica. Nessun altro Paese dell'area dell'euro presenta uno «squilibrio» così evidente. In Ue, ad esempio, le pensioni costano mediamente «solo» 2,6 volte l'istruzione, in Francia 2,7 volte, mentre in Germania 2,5. «I dati riferiti all'Italia - commenta il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi - sono in parte condizionati dal trend demografico. Tuttavia, non possiamo disconoscere che le politiche di spesa realizzate negli ultimi quarant'anni abbiano privilegiato, in termini macroeconomci, il passato, ovverosia gli anziani, anzichè il futuro, cioè i giovani». In Italia tra il 2003 e il 2013 la spesa pensionistica sul Pil è aumentata di 2,6 punti percentuali, attestandosi a quota 16,8%: è il record europeo, con oltre 4 punti percentuali in più della media registrata nell'area dell'euro. In termini assoluti il costo per le nostre casse pubbliche nel 2013 è stato di 269,89 miliardi di euro. In Italia ci sono circa 16 milioni e mezzo di pensionati, contro i 18,4 milioni presenti in Francia e i 23,5 residenti in Germania. Tuttavia, rapportando il numero di pensionati al numero di occupati, il nostro Paese presenta l'incidenza più elevata di tutta l'Europa: 74,3%.

A fronte di una media continentale del 63,8%, in Francia il dato si attesta al 72,4% e in Germania al 61,6%. Per quanto riguarda l'Istruzione sempre tra il 2003 e il 2013, la spesa per la scuola è scesa dello 0,5%. Solo l'Estonia ha «tagliato» di più (0,6% del Pil). In valore assoluto investiamo 65,5 miliardi di euro all'anno che corrispondono al 4,1% del Pil.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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