Vivere e convivere contro natura

Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » mer apr 10, 2019 6:58 am

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La fine dell'Occidente: come l'immigrazione di massa uccide culture e identità
2018/07/30

https://oltrelalinea.news/2018/07/30/la ... VV2jB7jWPs

È stata dura, per me, lasciare il Partito Repubblicano, ma volevo tentare di costruire un partito che rappresentasse le mie vedute e i miei valori, perché sentivo che il Partito Repubblicano li rappresentava sempre meno. Tuttavia, alla fine della campagna elettorale del 2000, capii che il mio progetto non avrebbe avuto successo. Mentre la campagna elettorale andava avanti pensavo “non andrò granché, ma almeno raccoglierò qualche voto”. Temevo che sulla mia tomba avrebbero scritto: “Qui giace Pat Buchanan. Ha fatto eleggere Al Gore”.

Così ho iniziato a pregare: “Signore, non lasciare che scrivano questa cosa sulla mia tomba”. E sapete cosa accadde? Una voce uscì dalle nuvole e mi disse: “Patrick, dal momento che hai condotto una vita relativamente buona, ti farò un favore, solo per questa volta. Ti aiuterò a sconfiggere Al Gore e ad eleggere George W. Bush… sai quegli ebrei di Palm Beach County che ami così tanto? Tutti i sondaggi dicono che voteranno per Al Gore, ma in realtà voteranno te, e di conseguenza George Bush verrà eletto presidente”. Poi aggiunse: “Ma Patrick, se provi ancora a fare una cosa del genere, non ti aiuterò più”. E così, nel 2000, la mia avventura politica si è conclusa.

A quel punto, ho deciso che era giunto il tempo di dire tutta la verità sulla condizione del nostro paese e della civiltà occidentale. La tesi di “La morte dell’occidente” è semplicemente questa: l’occidente sta morendo. Non c’è un solo paese occidentale, un solo paese europeo, eccetto l’Albania musulmana, dove il tasso di nascite sia sufficiente per tenere il paese in vita. Entro la metà di questo secolo, la popolazione europea declinerà al punto che sarà come se tutti gli abitanti di Belgio, Olanda, Svezia, Danimarca, Norvegia e Germania messi insieme sparissero completamente. La popolazione europea crollerà di 128 milioni di abitanti.

L’età media, nell’Europa del 2050, sarà di 50 anni. Un decimo degli europei avrà più di ottant’anni. Mentre la popolazione invecchia e muore, il posto vuoto lasciato dai loro figli è riempito dall’immigrazione di massa proveniente dal nord Africa, dal Medio Oriente e dal sud dell’Africa. Perché l’Europa mantenga, nei prossimi cinquant’anni, lo stesso rapporto lavoratori-pensionati (5 a 1), è necessario che importi oltre un miliardo di immigrati – quanto la popolazione della Cina.


RUSSIA E TEXAS
La Russia aveva, due anni fa, 147 milioni di abitanti; ora ne ha 145 milioni. Entro metà secolo, ne avrà 114. Ho ottenuto le statistiche da Joe Chamie delle Nazioni Unite. Gli ho detto di calcolare la popolazione alla fine del secolo tenendo in considerazione l’attuale tasso di nascite. Secondo lui, la Russia nel 2100 avrà 80 milioni di abitanti. La Russia asiatica è grande quanto gli Stati Uniti, ma ha una popolazione di soli 10 milioni di abitanti. Stanno invecchiando e morendo. Quelle terre sono state sottratte alla Cina quando la Cina era debole. Quando io ero alla Casa Bianca sotto Nixon, nel 1969, c’erano scontri tra le truppe russe e cinesi lungo i fiumi Ussuri e Amur. L’area dove ora si trova Vladivostok fu presa alla Cina nel 1860. Quei russi stanno ormai invecchiando, e i cinesi si riprenderanno tutto. Come lo faranno? Non per forza militarmente. Lo faranno nello stesso modo in cui noi abbiamo preso il Texas.

Nel 1821, il governo messicano si è detto: “Abbiamo questa terra vuota su a nord, invitiamo gli americani”. Questi dovevano solo fare due cose: convertirsi al cattolicesimo e giurare fedeltà al Messico. Nel 1835 c’erano 3.000 messicani e 30.000 americani nel Texas. Così, quando il Generale Santa Anna prese il potere a Mexico City, gli americani hanno cacciato l’esercito messicano e dichiarato l’indipendenza. Ecco come abbiamo vinto contro il Messico. Ed è così che la Cina riprenderà la Russia orientale. A metà di questo secolo, gli abitanti dell’Alaska guarderanno oltre lo stretto di Bering e non vedranno dei vecchietti russi, ma dei giovani e prestanti pionieri cinesi.

Abbiamo 35 milioni di ispanici negli USA – il 13% di una popolazione enorme. Tra il 1950 e il 1960 erano l’uno per cento di una popolazione che era la metà di quella attuale. Quali sono le differenze tra l’attuale immigrazione negli Stati Uniti e quella presente al tempo dei nostri genitori? Primo: quasi tutti i nostri predecessori sono venuti qui legalmente. Mezzo milione di messicani entra negli Stati Uniti illegalmente ogni anno. Secondo: quando i nostri nonni sono arrivati, volevano essere americani, imparare la lingua, conoscere la storia, adottare gli eroi. I messicani che arrivano oggi sono persone che lavorano duro, ma sono fieramente messicani.

Non vogliono diventare americani. Mantengono la lingua spagnola, guardano la televisione in spagnolo, ascoltano la radio in spagnolo, fanno avanti e indietro tra gli USA e il Messico. Vogliono la doppia cittadinanza. Culturalmente e socialmente vogliono essere messicani, ed economicamente vogliono essere americani, per i nostri alti standard di vita. E’ così che nasce la balcanizzazione. Due culture, due lingue, come succede tra gli israeliani e i palestinesi. I nuovi immigrati provengono da paesi dove il multiculturalismo viene esaltato, vogliono mantenere la propria identità e le proprie preferenze etniche separate.

Una popolazione in crescita ed in espansione è il segno che una specie è in salute, proprio come una popolazione in calo e morente è il segno che una specie è in pericolo. Le persone di discendenza europea sono passate dal 25 al 16 per cento della popolazione mondiale, ed in ogni paese occidentale la popolazione autoctona sta morendo. Il trend è iniziato a metà degli anni ’60, quando il baby boom che era durato dal 1946 al 1964 stava ormai esaurendosi.

LA CONTROCULTURA E’ LA COLPEVOLE
Cos’è avvenuto negli anni sessanta? La controcultura. Una generazione si è ritrovata nei campus universitari nel 1964. Era l’anno di Mario Savio. Era l’inizio di una controcultura antiamericana, anticristiana e antioccidentale. Nel 1967, la celebre intellettuale Susan Sontag disse che “la razza bianca” era “il cancro della storia umana”. L’idea era che l’occidente non fosse solo una civiltà condannata, ma anche responsabile della schiavitù, dell’imperialismo, del colonialismo e del patriarcato – tutti i mali del mondo, con la benedizione della chiesa cristiana. Una controcultura tremendamente ostile sorse in antitesi alla cultura e alla civiltà occidentale. Affascinò gli intellettuali, ma non ottenne successo in politica.

Politicamente, ebbe successo il movimento conservatore. Dopo il 1964, Richard Nixon vinse le elezioni, e quel successo elettorale coinvolse 49 stati nel 1972. Dopo che questo movimento è caduto a pezzi, nel 1980 è arrivato Ronald Reagan, vincendo in 44 stati. Con la vittoria di Reagan, avevamo sconfitto il comunismo in Unione Sovietica. Ma anche se stavamo vincendo la Guerra Fredda, stavamo perdendo la guerra culturale in patria. Quello che era rappresentato da George McGovern (droga libera, amnistia, aborto) stava prevalendo tra i giovani. Questa controcultura è oggi dominante tra i media americani, Hollywood e televisione. Abbiamo tutta questa arte blasfema. Nelle scuole superiori danno i preservativi ai ragazzini. Se qualcosa del genere fosse successo negli anni ’50, sarebbero stati linciati, o messi in prigione.

Questa rivoluzione culturale, che ha mosso guerra contro la cultura tradizionale in America, ha trionfato tra le elite. Nè Reagan né Nixon potrebbero vincere in 49 stati oggi. Con questa cancerogena controcultura, la nazione e il popolo iniziano a morire. T.S. Eliot diceva che, quando la religione muore, la gente scopre che non c’è alcun motivo per vivere. Hilaire Belloc ha scritte “L’Europa è la Fede, e la Fede è l’Europa”. Il cristianesimo, fondamentalmente la religione dell’occidente, sta morendo in Europa. Negli USA ci sono diverse confessioni religiose: ebraismo ortodosso, mormonismo, battisti, evangelici, cattolici tradizionalisti. Ma, nel complesso, la fede è morta in un grande segmento della popolazione, ed è la stessa parte di popolazione che sta morendo.

Come risultato di ciò, sempre più donne hanno zero, uno, o al massimo due bambini. In molti paesi europei il tasso di nascite è di 1.1 bambini per donna. È solo la metà del tasso di nascita che servirebbe per tenere questi paesi in vita. Per la salvezza dell’occidente, per preservare la civiltà occidentale, serve un enorme cambiamento che va ben oltre la politica.

LA DIFESA DEI CONFINI
Nei prossimi cinquant’anni, il Terzo Mondo crescerà per l’equivalente di 30 o 40 Messico. Alla fine del secolo, i bianchi e gli europei saranno circa il tre per cento della popolazione mondiale. Questa è ciò che io chiamo la morte dell’occidente. Vedo nazioni morire. Vedo i popoli morire. Vedo la civiltà morire. È sotto attacco nei nostri stessi paesi, da parte del nostro stesso popolo. I discendenti di Mario Savio la stanno attaccando, e anche la gente che arriva dalla Cina e dal Messico. Cosa significa per loro “la migliore generazione”? Iwo Jima, Valley Forge, il discorso di Gettysburg, cosa significano per loro? Nei nostri college non si insegna la storia americana. In uno studio hanno fatto un test di storia a 550 tra i migliori laureati d’America.

Solo un quarto di loro sapeva che era il generale americano a Yorktown. Solo un terzo sapeva che la frase “of the people, by the people, for the people” proveniva dal discorso di Gettysburg. Tuttavia, il 99% era in grado di identificare Beavis and Butthead, e il 98% Snoop Dogg. Nessuno ha ancora sfatato questi numeri che ho fornito, in tutte le interviste che ho fatto. Non li ho inventati io. Il novanta per cento di questi provengono dalle Nazioni Unite, l’altro dieci per cento dal New York Times, che di certo non è un giornale pro-Buchanan.

Se necessario, bisogna dichiarare una moratoria su tutta l’immigrazione proveniente negli Stati Uniti. Si dovrà, se necessario, mettere le truppe americane ai confini per difenderli. Perché facciamo di tutto per difendere i confini di Kosovo, Kuwait e Corea del Sud, quando i confini degli Stati Uniti sono indifesi? La storia dovrebbe essere insegnata ai bambini fin dal primo giorno, dall’asilo all’università. Queste idee sono necessarie se vogliamo mantenere il nostro paese come lo conosciamo. Solzhenistsyn ha detto che Dio ha creato ogni nazione con un volto unico. Una nazione deve essere conservata. La grande battaglia che dobbiamo combattere è quella di preservare il carattere, l’identità, l’indipendenza e la sovranità degli Stati Uniti d’America.

(Pat Buchanan nel 2002 – Traduzione di Federico Bezzi)



“IUS SOLI” E DISPREZZO DELL’INDIVIDUALISMO
MATTEO CORSINI

https://www.miglioverde.eu/ius-soli-e-d ... 9EgvLR0lMh 4

Periodicamente un fatto di cronaca riporta in auge il dibattito sullo ius soli. Il PD del neo segretario Zingaretti si è riproposto di introdurre lo ius soli per legge, cosa che non ha fatto la scorsa legislatura per evitare di perdere la maggioranza di governo. Come sempre, ci sono priorità formali e priorità sostanziali. Generalmente all’atto pratico sono le seconde a guidare le azioni delle persone. E ciò vale in modo direttamente proporzionale al grado di idealismo che si professa a parole.

Come sempre in questi casi, le interviste e le opinioni si moltiplicano. E ovviamente c’è chi, a prescindere da come la si pensi in materia, si lascia andare a considerazioni che a me paiono basate su null’altro che sul disprezzo dell’individuo. Per esempio Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le scienze del Matrimonio e della Famiglia (tanta roba!), arriva a fare dichiarazioni come queste:
“Si parla di ius soli e ius sanguinis, anche se per me la parola più giusta sarebbe ius migrandi, il diritto di tutti di abitare la Terra pensata come casa comune di tutti e non esclusivo diritto di qualcuno. Così, del resto, parlavano i padri della Chiesa”.

Un conto è invitare le persone a essere accoglienti nei confronti del prossimo. Altra cosa è imporre loro di esserlo, istituendo uno ius migrandi che, data la realtà dei fatti del mondo di oggi, finirebbe per comportare inevitabilmente la violazione del principio di non aggressione. Senza una chiara definizione e protezione del diritto di proprietà privata, per di più in un’epoca in cui lo stato sociale nei Paesi di destinazione ha raggiunto un’estensione senza precedenti nella storia, parlare di ius migrandi avrebbe inevitabilmente come risvolto pratico un gigantesco free riding sui servizi di welfare.

Ma per Monsignor Paglia non è questo, tra le altre cose, a preoccupare chi è contrario, bensì “un grande individualismo. Le paure ci sono eccome, ma vanno interpretate sul serio. Guai a scaricarle tutti sugli immigrati. L’uomo non è fatto per la solitudine: così, del resto, inizia anche il racconto delle Genesi. Egli è un essere sociale, un essere di linguaggio, d’incontro. Ma oggi viviamo nell’era di un nuovo individualismo che si avvita su sé stesso, slegato da vincoli e doveri che non siamo quelli attinenti all’io. Narciso è il primo santo del calendario. Ma tanti io non producono un noi, anzi si trovano davanti l’immensità del vuoto.”
Premesso che utilizzare l’individualismo con accezione negativa rischia a mio parere di finire in contraddizione con l’affermazione, tra l’altro inconfutabile, che ogni individuo è unico, il fatto che l’uomo sia “un essere sociale, un essere di linguaggio, d’incontro” non significa che debba esserlo con chi pare agli altri e come pare agli altri.
Ogni uomo deve avere il diritto di intrattenere relazioni volontarie con gli altri, ma non il dovere. Ognuno può sollecitare gli altri a fare questa o quella cosa, ma se ciò si traduce in un’imposizione si finisce per ledere il principio di non aggressione in nome di un diritto inventato. Non occorre essere narcisisti per rendersi conto che nessun diritto può essere tale se il suo esercizio da parte di qualcuno comporta un onere involontario per altri.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » dom apr 14, 2019 4:32 am

Ecco a cosa porta la demenziale demonizzazione con l'accusa calunniosa di razzismo che Bergoglio, la CEI e certi suoi vescovi praticano


Svezia, il paradiso umanitario ostaggio degli immigrati
L’inchiesta del Messaggero racconta il naufragio del modello “porte aperte” nel paese dei sessanta ghetti impenetrabili da autorità e polizia

https://www.tempi.it/svezia-il-paradiso ... ciZ8bfrbjk


Luglio 2017: Dan Eliasson, capo della polizia svedese, rompe il muro di omertà del governo e si rivolge ai cittadini con un appello in tv: «Aiutateci, aiutateci!». Eliasson racconta che le aree sfuggite al controllo dell’autorità di Stato e “vietate” alle forze dell’ordine sono ormai diventate 61, sono sempre più estese e 23 di queste, attorno alle città più grandi, sono considerate «particolarmente rischiose». Commissariati chiusi e controllo demandato a 200 gang, perfino le ambulanze chiedono di entrarci con le attrezzature da zona di guerra. Settembre 2018, la superdemocrazia umanitaria da 10 milioni di abitanti si contra con le statistiche inquietanti dell’anno precedente: 320 sparatorie, 110 omicidi e 7.226 stupri denunciati, il 10 per cento in più del 2016. Il 36 per cento delle donne dichiara di sentirsi in pericolo al calare della notte, e i verbali di polizia danno loro ragione: le denunce di violenze sessuali sono triplicate fra il 2012 e il 2016, interessando così il 4,1 per cento di tutte le donne, contro l’1,4 per cento di sei anni prima.

CRIMINI SESSUALI E IMMIGRAZIONE DI MASSA

Aprile 2019, Mario Ajello e Andrea Bassi, inviati del Messaggero, raggiungono Stoccolma e iniziano una lunga inchiesta che aggiorna la narrazione dello Stato vetrina della social democrazia e del progressismo, dove insieme all’hockey sul ghiaccio lo sport nazionale è diventato lo stupro di gruppo: «Secondo i dati del Consiglio nazionale per la prevenzione del crimine, nel 2017 ci sono state 73 aggressioni sessuali per ogni 100 mila abitanti, il 24 per cento in più che negli anni passati. Un’inchiesta della tv svedese Svt ha riportato come il 58 per cento dei condannati per crimini sessuali sia nato fuori dai confini dell’Unione europea. Paulina Neuding, una giornalista svedese di fama internazionale, è stata accusata di xenofobia per aver collegato l’aumento dei crimini sessuali alla migrazione di massa».

L’ASSURDO CASO DELLO STAGISTA

Come spiega ai giornalisti Angry Foreigner, blogger seguitissimo in Svezia, rifugiato di guerra e arrivato dalla Bosnia nel paese da bambino, «qui c’è il pregiudizio che ogni svedese sia un oppressore e ogni immigrato sia un oppresso. (…) Il solo interrogarsi sui problemi dell’accoglienza è considerato razzismo». Valga su tutti il caso riportato dai giornalisti accaduto al Centro per l’immigrazione della cittadina di Trollhattan, dove un ragazzo islamista ammesso a uno stage ha denunciato la dirigente al centro anti-discriminazioni, colpevole di aver porto la mano presentandosi, «La mia religione mi vieta di avere contatti di questo tipo con una donna». Risultato: il Comune per non essere tacciato di razzismo paga 30 mila corone svedesi (3.500 euro) allo stagista.

LITTLE MOGADISCIO E L’EMERGENZA CASE

«Si arriva all’assurdo, nel Paese dei sepolcri imbiancati, di parole come quelle dell’ex primo ministro conservatore Fredrik Reinfeldt: “La Svezia, senza l’influenza delle culture degli immigrati, sarebbe solo barbarie”. Si tratta evidentemente di un politico che non ha mai preso la metro di Stoccolma» scrivono gli inviati. Che a sette stazioni dal centro raggiungono Rinkeby, la poco rassicurante Little Mogadiscio, così viene chiamata la zona (c’è anche Little Damasco, dominata dalla mafia siriana), dove è impossibile per un bianco passare inosservato. Nel paese che per Mona Sahlin, ex leader dei socialdemocratici, «gli svedesi devono essere integrati nella nuova Svezia multiculturale» e «chi torna dalla jihad, dopo aver combattuto con l’Isis, va riabilitato dandogli una terapia, una casa e un lavoro» l’arrivo massiccio degli immigrati ha fatto esplodere la bolla immobiliare: «Le famiglie hanno un passivo che ha raggiunto l’88 per cento del prodotto interno, ma soprattutto il 186 per cento del loro reddito. I mutui sono al 70 per cento erogati a tasso variabile, così un aumento del costo del denaro rischia di mettere in ginocchio sia chi ha sottoscritto i prestiti sia le banche che li hanno erogati». Solo gli immigrati riescono a spuntarla sulle lunghissime liste di attesa per accedere alle case popolari con affitti calmierati: a Malmö, il Comune ha stabilito di dare la priorità ai cosiddetti nuovi arrivati svedesi e così ha deciso di acquistare 56 appartamenti per ospitarli.

UN «SISTEMA GIURIDICO PARALLELO»

L’inchiesta prosegue nei sessanta ghetti impenetrabili dove per stessa ammissione del Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità vige un «sistema giuridico parallelo». Alcuni mesi fa, raccontano i giornalisti, un tribunale svedese si è pronunciato secondo i principi della sharia, quando la Corte ha deciso che una donna abusata da suo marito non poteva che mentire su queste violenze: la giuria ha rimproverato la donna di aver coinvolto la polizia invece di risolvere il problema consultando la famiglia del marito. E l’Onu ha spedito una missione accusando la Svezia di razzismo. «Proprio le parole che qui nessuno vuole sentirsi dire. Ma che fotografano la nuova realtà, tranne che agli occhi di chi non s’è mai spinto oltre la fermata Rissne della metro e preferisce conservare le false certezze del progressismo d’antan».


ALL'ALBERGO ABUSIVO IN VIA STAEL A MILANO ,SOLO GLI ACCREDITATI POSSONO ENTRARE,MEGLIO ANCORA SE DELINQUENTI AGLI ARRESTI DOMICILIARI!
Guardate ed ascoltate attentamente, soprattutto la rabbia, l'odio,il risentimento, essere poi affrontato da una Donna !!!! La mia stima a Silvia Sardone.

Silvia Sardone aggredita da un immigrato: "Donna di me..a. Sei una putt..."

La consigliera regionale del Gruppo Misto Silvia Sardone, si è recata in via Da Stael a Milano per un sopralluogo in una palazzina occupata. La donna è stata spintonata, insultata e minacciata da un marocchino: “Sei una me… di donna. Una putt…”. Il tutto sarebbe avvenuto nel pomeriggio di lunedì 8 aprile. A raccontare la vicenda è stata la stessa Sardone, come riportato da Libero. Nel palazzone vivono prevalentemente pakistani e marocchini.

Il racconto di Silvia Sardone
“Ho svolto un sopralluogo e ho scoperto l’esistenza di un vero e proprio albergo illegale per clandestini. Ognuno ha la propria camera con tanto di numero e nome scritto in arabo” ha detto. Stando al suo racconto, nell’alloggio abusivo vivono circa 130 persone, compresi bambini, nella maggior parte senza documenti. Il marocchino che avrebbe aggredito la Sardone ha rivelato di essere agli arresti domiciliari, pena che starebbe scontando proprio all’interno dell’edificio. “Questi sono i personaggi che la sinistra tollera e di fatto lascia liberi di perpetrare reati previsti dal codice penale come le occupazioni abusive” ha commentato la consigliera.

Insultata e minacciata
Durante la sua visita, la Sardone sarebbe stata minacciata e ricoperta di insulti.

Un uomo l’avrebbe addirittura inseguito fino all’esterno dicendo che quella era casa sua e lei non poteva entrare. “Ecco cosa succede quando si svela lo scandalo dell’illegalità che sta dietro all’accoglienza senza freni – ha continuato la consigliera -. Sono stata insultata e minacciata solo perché volevo vedere, con i miei occhi, l’illegalità in uno stabile privato a Milano. Questi buchi neri sono inaccettabili”.
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Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » dom apr 14, 2019 4:32 am

Franco Cardini: Quando lo storico diventa cantastorie
Niram Ferretti
22 Agosto 2017

http://www.linformale.eu/franco-cardini ... 7-0IC17nTs

Franco Cardini, apologeta indefesso dell’Islam e antiameriKano hardcore non ci delude mai. Il suo filoislamismo è la fioritura tardiva di semi gettati in gioventù, quando il burbanzoso storico fiorentino era un seguace di Jean Thiriart, ardente ammiratore del Reich, condannato a tre anni per collaborazionismo e fondatore della Giovane Europa, l’organizzazione che aveva come scopo quello di sganciare il vecchio continente dagli Stati Uniti e dal Patto Atlantico.

Da quegli ardori giovanili bruni con tinteggiature nere Cardini passò poi ad un forte afflato per l’ex Unione Sovietica dove dimorò per qualche tempo. La luce palingenetica del Corano non splendeva ancora scintillante ma era prossima a venire. D’altronde, tra fascismo, comunismo e Islam è sempre stata presente una indubbia somiglianza di famiglia, già apprezzata da Adolf Hitler, al quale non erano sfuggite le consonanze organiche tra Volk e Umma. Per quanto riguarda il fascismo, fu invece la Sceriffa di Massaua, discendente dell’imam Alì, a proclamare Mussolini protettore e difensore dell’Islam. Ed ecco che Cardini, in una splendida intervista concessa recentemente al Secolo XIX, ci fornisce ancora una volta la sua fiction sulla storia sempre più assomigliante a un grande e gustoso romanzo d’appendice con tocchi da romanzo criminale, in cui il criminale non è da scoprire a fine testo ma è subito annunciato dall’inizio, è l’Occidente, e la vittima il terzomondo martoriato.

Ma assaggiamone degli estratti:

“Da quando, mezzo millennio orsono, è iniziato il colonialismo e quindi la globalizzazione (perché essa è iniziata allora) questo principio è stato costantemente violato. Ora siamo arrivati alla fase del redde rationem e l’imponente afflusso di migranti nel ricco Occidente ne è una delle espressioni più vistose. Il nemico da battere, lo ripeto, è questo ingiusto sistema economico: esso ha innegabilmente reso prospero l’Occidente, ma ha generato uno squilibrio che è ormai improcrastinabile curare, anche nel nostro stesso interesse. Invece, in Occidente, ci siamo concentrati di volta in volta su altri nemici che ci hanno distratto da quello più feroce: dapprima, tutto il male del mondo era causato dal nazismo e dal fascismo, poi, caduti quei regimi, tutte le colpe furono dell’Unione Sovietica e del comunismo; finito l’impero sovietico e il tramontato il comunismo, ora si è passati al fondamentalismo islamico (fingendo di non sapere che è stato tenuto a battesimo dalle potenze occidentali) e, più in generale, all’Islam”.

Respirare, calma, dolcemente. Così era scritto sul biglietto che teneva tra le mani Herman Goering durante il processo a Norimberga. Sì, tocca respirare e farlo dolcemente. Ecco individuato il nemico, lo stesso che anche Bergoglio, il papa peronista tanto amato da Cardini (Peron è un altro amore del suddetto), ci ha indicato perentorio. E’ la sperequazione economica, la povertà causata dal Weltmarket. Il nemico “più feroce” è questo. La logica catallattica, la sua intrinseca iniquità. Adam Smith e con lui Von Hayek, Von Mises, e altri cantori del capitalismo, dovrebbero essere trascinati in una fantasmatica Norimberga cardiniana e pagare il fio. Altro che Goering e Alfred Jodl. D’altronde, già Lutero aveva individuato nel denaro lo sterco del demonio. Cosa possono mai essere al cospetto del capitalismo il nazismo, il fascismo, il comunismo? Passatempi per ragazzi violenti con idee rigeneratrici un po’ troppo spinte in là, mentre il capitalismo è intrinsecamente mortifero, non irradiando benessere per tutti, privilegiando una parte del mondo e l’altra meno, ammassando fortune e provocando povertà. Non ha forse esso inaugurato, come scriveva il barbuto profeta ebreo che degli ebrei aveva vergogna “il tempo della corruzione generale e della venalità universale, nel quale regna “il bellum omnium contra omnes”? Non si tratta di “Un Moloch che pretende il mondo intero come vittima a lui spettante”?

Come battere il “nemico più feroce” Cardini non ce lo spiega. Certo ci avevano già provato fascismo e nazismo e comunismo ad aizzarsi contro Pluto, le banche, e i Signori delle banche per liberare l’uomo dal giogo della sperequazione finanziaria. L’esito non arrivò. Il capitalismo è un Leviatano difficile da abbattere, forse perché tutto sommato produce buoni risultati anche se è vero, non produce il paradiso in terra, e a Cardini tutto questo non sta bene.

Il suo cuore buono duole, duole. Guarda ai poveri, agli immigrati, soprattutto musulmani. Anche la mano di Bergoglio il papa che ha deciso di trasformare la Chiesa in una grande ONLUS, si stende su di loro, con attenzione particolare. Cardini è bergogliano nel midollo, come nel midollo Bergoglio è peronista. Ma ascoltiamo di nuovo il professore.

“Che l’Islam sia una minaccia sta ormai diventando un dogma laico, diffuso dai Signori della Paura, i quali – per fini economici, ma anche in vista di vantaggi politici ed elettorali – sfruttano le insicurezze e i timori delle persone istigando all’odio. I loro metodi vanno smascherati”.

Gli va riconosciuto un gusto netto e chiaro per le figure archetipe, per le contrapposizioni manichee, come si rispetta in ogni feuilleton, dai Tre Moschettieri ai Protocolli dei Savi di Sion. “I Signori della Paura” sono evocativi, ricordano sinistramente i Saggi ebrei convenuti a Praga a complottare per dominare il mondo. Sì, vanno smascherati. Cardini è indomito, deciso. Peccato che invece di smascherare fa esattamente il suo contrario, maschera, apparecchia tutto un Carnevale, una festa dell’inganno. Lo fa ormai da anni, lo continua a fare.

«Le tecniche di questi Signori paiono ispirate al romanzo “Il montaggio” di Vladimir Volkoff: si spigola fra i fatti di cronaca mettendo in fila eventi orribili, snocciolando uno dopo l’altro nomi, fatti, date così da dare l’impressione che i musulmani siano ovunque e sempre una minaccia. Ogni fatto di cronaca nera, anche minimo, il cui protagonista è un musulmano, viene ingigantito e proposto a modello. Si passa quindi senza scrupolo alcuno dalla presentazione analitica e casistica, fondata magari su un numero circoscritto di episodi, a un’indebita generalizzazione sulla base di una arbitraria selezione degli eventi proposti come esemplari: si descrive un albero ma lo si presenta come fosse uno qualunque di una foresta di centomila alberi tutti uguali. E così non si riconoscono, consapevolmente e colpevolmente, le migliaia di casi di onesti musulmani che vivono pacificamente nelle nostre città e che stanno cercando (concediamo del tempo) o hanno già trovato il modo di essere bravi musulmani non solo in Europa, ma d’Europa. Queste migliaia di persone inappuntabili non fanno notizia, si parla pochissimo di loro. Eppure esistono! Così come esistono, ma sono quasi del tutto trascurati, i molti pronunciamenti, incontri, documenti in cui i musulmani condannano apertamente l’uso della violenza in nome di Dio e prendono le distanze dal terrorismo. I mass media hanno una responsabilità enorme. La disinformazione genera squilibri gravi che danneggiano la democrazia».

Dunque Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza, Rouen, Orlando, Manchester, Barcellona sarebbero un “numero circoscritto di episodi”, un festival del sangue occasionale, una increspatura sul mare pacifico dell’Islam buono dove galleggiano placide le migliaia, e perché no, i milioni di “inappuntabili”. Quanto ai “molti pronunciamenti”, gli “incontri” e ai “i documenti” in cui (attenzione al generico plurale) “i musulmani” condannerebbero apertamente “l’uso della violenza” prendendo “le distanze dal terrorismo”, si tratta di uno scampolo del romanzo senza alcun rapporto con la realtà.

Se non per qualche pronunciamento sbrigativo e di ufficio in cui si rilancia la vulgata dell’Islam buono e viene profferita l’amenità che “loro”, i terroristi, non sarebbero veramente musulmani, non vi alcun pronunciamento ufficiale e rappresentativo da parte di esponenti di grande rilievo del mondo islamico che abbia avuto risonanza mondiale o sia servito come base per manifestazioni nelle piazze, sdegni diffusi e reiterati, prese di distanza nette e radicali.

Tutte le volte in cui è stata fatta “una arbitraria selezione degli eventi”, ovvero Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza, Rouen, Londra, Manchester, Barcellona sarebbero per Cardini “una arbitraria selezione degli eventi”, le “migliaia di persone inappuntabili” sono rimaste inappuntabilmente a galleggiare nelle acque placide della loro moderata e silenziosa indifferenza. Taciti guerrieri. Al Cardini dal cuore sanguinante per l’Islam martoriato e gli immigrati, questo basta.

Nell’intervista lo storico falsario procede poi a rifilare una sua patacca preferita, sempre la stessa, a riscrivere la storia per chi non l’abbia letta. Così l’intervistatore compiacente porge l’atout all’intervistato. “Europa e Islam sono nemici da sempre: questa è una delle affermazioni che circolano con maggior insistenza; ma, lei afferma, non è fondata”, e lui risponde:

«Persino non pochi libri di storia in uso nelle nostre scuole sostengono questa tesi. È falsa. Quello compreso tra il 1200 e il 1500, pur segnato da numerose guerre, è stato uno dei periodi più gloriosi della civiltà europea. È stato il tempo delle grandi cattedrali, della nascita delle università, di importantissime acquisizioni scientifiche, di uno straordinario sviluppo dell’arte. Tutto ciò avvenne grazie a una grande floridezza economica che, nata sotto l’impulso operoso dei comuni, delle repubbliche marinare, delle città mercantili europee, fu determinata in gran parte dai costanti, intensi traffici con il vicino Oriente musulmano».

Qui lasceremo parlare direttamente Raymond Ibrahim, già direttore associato del Middle East Forum, a cui porgemmo su queste pagine la seguente domanda circa un anno fa citando direttamente lo storico fiorentino.

“Gli apologeti dell’Islam ci dicono che l’Islam è parte integrante dell’Occidente in quanto, quando era ancora un impero ha aiutato a formare la nostra cultura con le sue innovazioni. Qui in Italia un noto storico, Franco Cardini, recentemente ha affermato che “l’Islam è alla base della modernità”. Qual è il suo punto di vista?

“Questa visione è solo un altro esempio di come la vera storia dell’Islam e dell’Europa sia stata meticolosamente distorta e deformata in modo da glorificare l’Islam e umiliare quella che è stata l’Europa cristiana. La realtà e la storia, documentate dai più celebri storici dell’Islam, ci raccontano qualcosa di molto diverso, ben noto ai bambini europei di una volta, ma che adesso è diventato un tabu riconoscere. La guerra o il jihad contro l’Europa è la vera storia dell’Islam e dell’Occidente. Solo un decennio dopo la nascita dell’Islam nel settimo secolo il jihad detonò dall’Arabia. Due terzi di quella che allora era la cristianità venne conquistata permanentemente e molta della sua popolazione passata a fil di spada o costretta a convertirsi, così che oggi quasi nessuno si rende conto che la Siria, l’Egitto e tutto il Nord Africa una volta erano i centri del cristianesimo. Poi ci fu il turno dell’Europa. Tra le nazioni e i territori che vennero attaccati o finirono sotto il dominio musulmano ci furono il Portogallo, la Spagna, la Francia, l’Italia, la Svizzera, l’Austria, l’Ungheria, la Grecia, la Russia, la Polonia, la Bulgaria, Cipro, la Croazia, la Lituania, la Romania, l’Albania, la Serbia, l’Armenia, ecc.

Nel 846 Roma venne saccheggiata e il Vaticano venne dissacrato da razziatori arabi musulmani. Circa seicento anni dopo, nel 1453, l’altra grande basilica della cristianità, Santa Sofia venne conquistata definitivamente dai turchi musulmani. Le poche regioni europee che fuggirono dall’occupazione musulmana in virtù della loro lontananza a settentrione includono la Gran Bretagna, la Scandinavia e la Germania. Ciò non significa, ovviamente, che non furono attaccate dall’Islam. Infatti, all’estremo nord dell’Europa, in Islanda, i cristiani usavano pregare Dio che li salvasse dal “terrore turco.

In breve, per circa un millennio, l’Islam ha posto nei confronti dell’Europa cristiana e per estensione alla civiltà occidentale, una minaccia esistenziale quotidiana. In questo contesto quale è l’utilità nel sottolineare le anomalie? Anche quella eccezione periferica che gli accademici occidentali cercano di trasformare nella regola, la Spagna islamizzata, è stata recentemente smascherata da Dario Fernández Morera nel suo Il Mito del Paradiso Andalusiano”.

Ma nella fiction cardiniana tutto ciò è espunto, e al suo posto riluce un magnifico affresco di cultura, armonia, pace. Per tacere, naturalmente, del fatto che durante il dominio islamico ebrei e cristiani erano considerati dhimmi, sudditi inferiori i cui diritti erano unicamente garantiti dai loro protettori sulla base della loro ottemperanza al pagamento della jizia, la tassa, o pizzo, con cui erano tutelati dalla violenza da parte di chi li proteggeva. Ci sono altre perle, naturalmente come quella sulle crociate interpretate come antefatto del…colonialismo. Il misfatto è sempre, inevitabilmente, bianco.

“Le crociate – considerate come difesa contro un Islam aggressivo e sanguinario – vennero usate dagli occidentali quasi come antefatto giustificativo del loro dominio, ossia per dare giustificazione morale al colonialismo. Giova però ricordare che la prima grande espansione musulmana, iniziata nel VII secolo – contrariamente a quanto molti credono – si verificò con pochissima violenza (come ho diffusamente spiegato nel mio libro): i popoli si lasciarono conquistare, l’Islam ebbe vita facile nella sua espansione a causa della debolezza dell’impero persiano e di quello bizantino il quale, pur glorioso, a quell’epoca era in forte crisi. Bisogna inoltre rammentare che talora i cristiani imposero il proprio credo con la spada: si pensi a Carlo Magno o all’Ordine Teutonico dell’Europa nordorientale del medioevo. In conclusione, chi sostiene che Europa e Islam siano da sempre nemici e che ciò sia sempre avvenuto per colpa totale o prevalente dell’Islam mostra di conoscere assai poco la storia”.

Insomma, una delle più grandi imprese colonialiste e imperialiste al mondo, quella islamica, e di cui sopra Raymond Ibrahim ha elencato sommariamente le tappe, sarebbe stata in realtà una impresa “poco violenta”. “I popoli si lasciarono conquistare” docilmente, mentre “bisogna ricordare talora i cristiani imposero il proprio credo con la spada”.

La dolcezza conquistatrice dell’Islam e la violenza guerriera del cristianesimo è il corrispettivo ideologico della violenza colonizzatrice dell’Occidente e dell’arrendevolezza delle vittime del terzo mondo. Cardini non conosce requie, l’allucinazione ha preso il sopravvento, ha corroso i fatti, liquidato per sempre la realtà. Resta solo la colpa occidentale da additare e in modo particolare il suo inespiabile suggello, il profugo, l’immigrato, da custodire e amare senza esitazione. Sarà lui a farci espiare le nostre colpe, ad additarci il Sol dell’Avvenire.
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Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » dom apr 14, 2019 4:33 am

Quanti pregiudizi, questi ideologi dello Ius soli
Anna Bono
26-03-2019

http://www.lanuovabq.it/it/quanti-pregi ... o-ius-soli

La tragedia sventata di 51 bambini a San Donato ha dato adito alla solita strumentalizzazione per promuovere lo Ius soli, la cittadinanza italiana alla nascita, solo due anni dopo che la riforma era stata bocciata. Un'idea apparentemente altruista, sostenuta anche da monsignor Paglia, che cela infiniti pregiudizi

C’è qualcuno a cui importa davvero dei bambini? Soprattutto dei 51 bambini che hanno rischiato di essere bruciati vivi, intrappolati su un autobus da un uomo in preda all’odio? Di loro sembra che non importasse abbastanza alla ditta di trasporti, inspiegabilmente all’oscuro del passato pauroso dell’uomo a cui affidava la vita dei bambini.

Non importa abbastanza a certi personaggi di cui i mass media riportano i commenti: “sono fatti (riferendosi all’atto di terrorismo in questione) che vanno compresi, nel senso di comprenderne la ragione” (Livia Turco); “la follia criminale del cittadino italiano Ousseynou Sy è l'esito di una contrapposizione isterica che manifesta ostilità agli immigrati additandoli come privilegiati” (Gad Lerner); l’attentatore è un pazzo che però riflette gli “odi di un’epoca: quello dei governi contro gli immigrati neri, dei sovranisti contro i globalisti, degli estremisti ebrei e cristiani contro i musulmani, delle grandi città contro le periferie” (Francesco Merlo).

Che l’attentato e i bambini che l’hanno subito sarebbero strumentalizzati per motivi politici e ideologici si è capito quando quasi tutti si sono disinteressati di uno di loro, Riccardo, quello, italiano, che ha raccolto da terra il cellulare, per concentrarsi su Rami, il bambino straniero che con quel cellulare ha telefonato ai carabinieri. L’attentato è stato infatti sfruttato per rilanciare la battaglia per lo ius soli, l’attribuzione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri.

Monsignor Vincenzo Paglia tra gli altri, in una intervista rilasciata il 25 marzo al quotidiano La Repubblica, la rivendica con i soliti argomenti: è un dovere concederla per il bene del paese, altri stati già la prevedono, è un atto di giustizia…

In replica ai suoi argomenti vale quanto si è più volte detto nel 2017 quando la legge sullo ius soli è stata presentata in parlamento e respinta (vedi, ad esempio, I veri razzisti sono i fondamentalisti dello ius soli): i figli di stranieri possono chiedere e ottenere la cittadinanza italiana raggiunta la maggiore età e nel frattempo non sono né marginalizzati né tanto meno discriminati come invece si sostiene. Anche nel 2017 si accusava di razzismo e xenofobia chi si opponeva alla legge. Ma qualcuno aveva replicato, tra le altre obiezioni, che porre il problema della cittadinanza italiana per nascita solo da quando i bambini “esclusi” sono praticamente tutti africani e asiatici rivelava un atteggiamento forse inconsapevole, ma ben reale di superiorità e di disprezzo nei confronti di alcune nazionalità dalle quali si riteneva era giusto “liberare” i figli senza colpa degli stranieri.

Questo stesso atteggiamento si ritrova oggi in chi propone di concedere a Rami la cittadinanza italiana come “premio” per il suo coraggio: come se, appunto, essere cittadini italiani valesse più che essere cittadini marocchini.

Anche altre affermazioni di monsignor Paglia nell’intervista citata richiedono una replica. Il dovere dell’accoglienza, secondo monsignor Paglia, si sposa provvidenzialmente, nel caso dell’Europa, con l’esigenza di forze nuove. È il consueto argomento avanzato dagli “immigrazionisti” secondo i quali gli stranieri compensano una crescente scarsità di forza lavoro destinata ad aggravarsi. L’Europa invecchia – dicono – non fa figli, servono milioni di immigrati. L’obiezione è che, se mai sarà vero, non lo è per il momento, soprattutto in Italia dove il tasso di disoccupazione è al 10,5%, il tasso di disoccupazione giovanile, di nuovo in aumento, è al 33% e dove ogni anno decine di migliaia di giovani emigrano in cerca di lavoro: oltre 244.000 giovani di età superiore a 25 anni, il 64% con titolo di studio medio-alto, hanno lasciato l’Italia negli ultimi cinque anni.

“E invece si ha paura – commenta monsignor Paglia – si parla di ius soli e ius sanguinis anche se per me la parola giusta è ius migrandi, il diritto di tutti di abitare la Terra come casa comune di tutti”. Il problema, aggiunge, è l’individualismo che produce un vuoto e che bisogna contrastare con un cambio di mentalità, un ritorno al valore della prossimità e della fratellanza: “guai a scaricare tutte le paure sugli immigrati”.

Si vede che monsignor Paglia è all’oscuro dei fatti o non li apprezza. Un pregiudizio gli impedisce di capire che gli italiani non riversano le loro paure sugli stranieri e tanto meno sugli immigrati, ma invece temono, a ragione, le conseguenze economiche, sociali e culturali dei flussi migratori illegali che in quattro anni hanno portato in Italia almeno mezzo milione di stranieri, arrivati senza documenti, quasi tutti chiedendo asilo per evitare di essere respinti. Temono questi immigrati illegali che, salvo una piccola percentuale, hanno mentito sulle ragioni che li hanno spinti a lasciare i loro paesi. Li temono perché, che ottengano o meno una forma di protezione internazionale, dopo il periodo più o meno lungo durante il quale sono assistiti in tutto dovrebbero integrarsi nel tessuto sociale ed economico del nostro paese e invece, salvo pochi, non ci riescono, perché non trovano un lavoro regolare o non lo cercano. Rimediano allora lavorando in nero o dedicandosi ad attività illegali. Nessuno sembra rendersi conto, inoltre, neanche monsignor Paglia, del danno che gli emigranti illegali arrecano a chi vorrebbe emigrare legalmente, che viene lasciato indietro perché il posto di lavoro che avrebbe potuto ottenere viene occupato da chi ha aggirato leggi nazionali e internazionali per raggiungere illegalmente l’Europa.


Ius soli e cittadinanza
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Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » dom apr 14, 2019 4:35 am

L’ignoranza di Papa Bergoglio. Vuol fare impropriamente il professore di sociologia e non sa far bene il Papa.
Carlo Franza
2019/04/12

http://blog.ilgiornale.it/franza/2019/0 ... EDxNqYBiO4

Beh, il vaso è colmo, come sento dire fra i cattolici.
Sproloquiare, parlare a vanvera, senza cognizione di causa, forse in malafede. Papa Bergoglio se le attira tutte. Dimostra una vasta ignoranza nonostante sia gesuita e sia stato eletto Papa ( con il divieto dei suoi superiori gesuiti che non lo volevano vescovo) e dimostra di essere lontano mille miglia dalla cultura di Papa Benedetto XVI, non solo mio Papa, ma Santo per acclamazione popolare. Sabato 6 aprile papa Bergoglio ha ricevuto in udienza docenti e allievi del collegio San Carlo di Milano. Jorge Mario Bergoglio ha risposto a quattro domande, tra cui quella della professoressa Silvia Perucca su società multietnica e identità. Quella che segue è una trascrizione del video di Vatican News del 6 aprile 2019 -durata 2’07”. La risposta di Bergoglio a una domanda su società multietnica e identità… è assai curiosa e offensiva dei fatti e della storia d’Italia, tanto è vero che quanto riportato ufficialmente sul Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede non corrisponde in contenuti rilevanti a quanto documentato originariamente da ‘Vatican News’.

“Non avere paura. E qui tocco una piaga. Non avere paura dei migranti. ‘Ma, Padre, i migranti …’ – I migranti, siamo noi! Gesù è stato un migrante. Non avere paura dei migranti. ‘Ma sono delinquenti!’ – Anche noi, ne abbiamo tanti, eh: la mafia non è stata inventata dai nigeriani; è un … un valore ”nazionale”, eh? La mafia è nostra, made in Italia, eh: è nostra. Tutti siamo… abbiamo la possibilità di essere delinquenti. I migranti sono coloro che ci portano ricchezze, sempre. Anche l’Europa è stata fatta da migranti! I barbari, i celti, tutti questi che venivano dal Nord e hanno portato le culture, si è accresciuta così, con la contrapposizione delle culture. State attenti a questo, oggi: c’è la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti”.

Parole difficili da gestire -queste del Papa argentino-, desolanti per il panorama di ignoranza, genericità e superficialità che svelano. Paiono chiacchiere più da bar che da Sala Clementina. Ha scritto Stilum Curiae: “Primo : parlare della mafia come di un “valore nazionale” italiano è una sciocchezza colossale. Chissà se Bergoglio ha mai sentito parlare della Mafia Cinese, della Mafia Irlandese, della Mafia Ebraica e delle Società Segrete della Costa occidentale dell’Africa, molte delle quali intrise di magia ed esoterismo, con rituali anche sanguinari, che hanno trasmesso la loro eredità alla Mafia (o alle Mafie, visto che ne esistono diversi tipi) nigeriana? Per non citarne che alcune. Ed essendo argentino, dovrebbe sapere che cosa è stato lo Zwi Migdal, l’organizzazione gestita da un gruppo di ebrei argentini che dai primi del ‘900 ha messo in piedi il più grande traffico di prostituzione dell’America Latina”.

Non sa Papa Bergoglio che il termine “mafia” proviene, guarda un po’, dall’arabo; altri studiosi farebbero risalire la parola ancora più in là nel tempo e nello spazio, pensando a un’influenza dall’arabo “maḥyāṣ” (smargiasso) e dal corrispondente sostantivo “maḥyaṣa”. Altrettanto convincente l’idea secondo cui la derivazione sarebbe, piuttosto, “mo’a­fiah”, che letteralmente designa un’azione o un comportamento arrogante”. Pensate che la mafia deriva proprio dai prediletti (dal Pontefice in carica) musulmani, di cui Papa Bergoglio difende l’immigrazione a gogò nel nostro Paese.

Ignorare che la Mafia (come la Camorra, la ‘Ndrangheta e la Sacra Corona Unita ) abbia un’origine storica e sociale regionale e circoscritta ad alcune parti d’Italia è offensivo, oltre che per l’intelligenza, verso altre regioni e culture della penisola. Bergoglio parla così perché nota il crollo verticale degli affari della Chiesa e delle organizzazioni ad essa collegate dovuto al blocco del traffico di esseri umani verso le nostro coste, gli costa un po’ non solo a lui ma a tutta la consorteria che gli gira attorno ad iniziare dal Cardinale Bassetti & C. E comunque il riferimento alla Mafia da parte di Bergoglio che è stato eletto al Soglio di Pietro grazie al lavoro della “Mafia di San Gallo” (fonte ineccepibile: il card. Danneels) non pare di buon gusto. Dire che la mafia non è stata inventata dai nigeriani significa escludere la mafia nigeriana che ormai stringe l’Italia, e dire -parole di Bergoglio- che tutti siamo delinquenti, vuol dire che la Chiesa Cattolica è gestita oggi dalla delinquenza che fa di ogni erba un fascio. E ormai non c’è predica giornaliera di Bergoglio che non parli di migranti, e anche qui cala giù lo strafalcione che Gesù era un migrante. Nulla di più falso. Secondo la narrazione dei due vangeli di Matteo e di Luca, raccolta dalla successiva tradizione cristiana, il luogo di nascita è Betlemme di Giudea (Mt 2,1; Lc 2,4,7), mentre Nazaret di Galilea è il luogo dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza, guadagnandosi l’epiteto di Nazareno. Durante la sua vita pubblica invece la sua residenza più frequente era probabilmente a Cafarnao ( Mt 4,13 e passim). Gesù nacque a Betlemme in virtù del censimento indetto dall’Imperatore Augusto, al tempo di Quirinio (vedi Censimento di Quirinio). Il censimento di Quirinio fu disposto dal governatore romano Publio Sulpicio Quirinio nelle province di Siria e Giudea nel 6 d.C., quando i possedimenti di Erode Archelao passarono sotto diretta amministrazione romana. Nel Vangelo secondo Luca (2,1-2) viene nominato un “primo censimento” di Quirinio realizzato “su tutta la terra” dietro ordine dell’imperatore Augusto, in occasione del quale avvenne la nascita di Gesù a Betlemme al tempo di re Erode (morto probabilmente nel 4 a.C.).

Ha parlato Bergoglio da ignorante già in passato. A Eugenio Scalfari dichiarò che “non esiste un Dio Cattolico”, e lo dice proprio lui che dovrebbe essere il Papa dei cattolici. Il 16 giugno 2016, aprendo il Convegno della Diocesi di Roma, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, se ne uscì affermando che Gesù, nell’episodio dell’ adultera, “fa un po’ lo scemo”; poi aggiunse che Gesù – sempre nell’ episodio in cui salvò la donna dalla lapidazione – “ha mancato verso la morale” (testuale anche questo). Infine addirittura che Gesù non era uno “pulito”, e con questo non si sa che intendesse. E il mio pensiero è riandato a quel titolo “ Il diavolo in Piazza San Pietro” del vaticanista Aldo Maria Valli. Monsignor Antonio Livi a chi gli chiedeva se in tv e nella maggior parte dei media, per commemorare i cinque anni del pontificato di Francesco, non si sono sentite voci critiche o per lo meno non sono state interpellate… ha detto: “ Dimostra che l’ eresia è al potere . E abbiamo canonizzato anche l’ ignoranza”. Peggio di così era impossibile immaginare un papa! Volgare, ignorante nella Dottrina (non ha neanche conseguito il dottorato in teologia) e nella storia non conosce nemmeno il latino (e neanche l’inglese). Non crede in un Dio cattolico (parole sue) e, secondo me, in nessun Dio, pugni a chi gli offende la mamma, calci ai corruttori (sempre parole sue), braccia ciondoloni, e pronto a schernire e staccare le mani giunte di un giovanissimo chierichetto. Vendicativo e sprezzante verso coloro (vescovi, sacerdoti, giornalisti) che osano criticarlo. Gesto ignobile quello di aver spedito il Cardinale Burke in un isolotto della Micronesia, non parliamo, poi, della persecuzione disgustosa nei confronti dei Francescani dell’Immacolata e del suo fondatore ultranovantenne Padre Manelli.




Mafia ebraica e traffico di prostitute: la storia dimenticata dello Zwi Migdal
Giulia Morpurgo
28 giugno 2018

https://www.joimag.it/mafia-ebraica-tra ... uenosaires

Buenos Aires, Argentina, 1930

Il grande processo è appena finito. Il giudice Manuel Rodriguez Ocampo ha comminato lunghe pene ai 108 imputati. Si interrompono così le attività dello Zwi Migdal, l’organizzazione gestita da un gruppo di ebrei argentini che dai primi del ‘900 ha messo in piedi il più grande traffico di prostituzione dell’America Latina. Una vittoria per tanti, ma soprattutto per Raquel Liberman, la donna che, con la sua testimonianza, ha reso possibile il processo.

Raquel Liberman è stata una delle tante donne che ha sofferto per colpa dello Zwi Migdal, l’organizzazione ebraica che, dietro l’apparenza di organizzazione di mutuo soccorso, ha gestito dall’Argentina un fruttuoso giro di bordelli tra gli anni ‘60 dell’Ottocento e il 1930. I suoi membri illudevano giovani donne indigenti dell’Europa dell’Est che, credendo di partire per sposarsi, si avventuravano in Sud America, dove venivano sfruttate come prostitute.

Nora Glickman, docente di Letteratura Spagnola al Queens College New York, racconta in un libro come, in un’epoca in cui la prostituzione non era illegale in Argentina e in cui molti immigranti erano uomini senza legami familiari nel paese, l’affare dei bordelli fosse senz’altro redditizio. A giocare un ruolo fondamentale fu lo Zwi Migdal, fondato nel 1906 e così chiamato dal nome del suo fondatore, Luis Zwi Migdal.

Si ritiene che nel 1929 vi fossero 500 magnaccia nell’organizzazione Zwi Migdal, in grado di controllare 2000 bordelli e sfruttare 30.000 donne, riferisce lo scrittore Ernesto Goldar. Basata a Buenos Aires, ma con filiali in Brasile, Sudafrica, India, Cina e Polonia, l’organizzazione aveva un giro d’affari di circa 50 milioni di dollari l’anno, secondo le ricerche della giornalista canadese Isabel Vincent. Nel suo libro sull’organizzazione criminale, cita la descrizione di un contemporaneo dello Zwi Migdal che definisce la struttura come una “piovra, che si colloca in una posizione quasi inarrivabile”.

La storia di Raquel Liberman

Raquel Liberman aveva solo 22 anni quando sbarcò nel 1922 nel porto di Buenos Aires, secondo quanto riporta la sua biografia nel Jewish Womens’s Archive. La Liberman arrivò dalla Polonia con i due figli piccoli per raggiungere suo marito Yaacov Ferber, che si era trasferito in America Latina l’anno precedente. Solo un paio di mesi dopo, si ritrovò vedova, dopo che Ferber morì di tubercolosi.

Dovendo crescere dei figli e non conoscendo lo spagnolo, la Liberman pensò che l’unica speranza rimasta fosse far affidamento sui mercanti ebrei di Buenos Aires. Lasciato il villaggio di Tapaquè, dove viveva la famiglia del marito, ritornò nella capitale. Ma mentre pensava di poter lavorare come sarta, come faceva in Polonia, si ritrovò a fare la prostituta. Anni dopo, la sua attività incrociò la strada dello Zwi Migdal e del suo traffico.

A differenza di quanto accadde nel caso della Liberman, le operazioni dello Zwi Migdal iniziavano tendenzialmente in Europa. Magnaccia ebrei approcciavano giovani ragazze di famiglie modeste di città dell’Est e di aree rurali. Si presentavano come ricchi uomini d’affari e spiegavano alle famiglie delle ragazze che cercavano una sposa o una giovane donna che li seguisse nelle loro occupazioni domestiche, racconta la giornalista canadese Vincent. I genitori facevano partire le figlie pensando di dar loro un futuro migliore. In realtà le stavano mandando a prostituirsi.

Sophia Chamys viveva alla fine del XIX secolo in uno shtetl vicino a Varsavia quando conobbe, ancora tredicenne, Isaac Boorosky nella Piazza del Castello Reale. Le disse che stava cercando una ragazza che lo aiutasse nella casa della madre. Boorosky era in realtà un membro dello Zwi Migdal. I genitori di Sophia la lasciarono andare, sentendosi ancora più convinti riguardo alle scelte sul futuro della figlia quando Boorosky disse che voleva sposarla e organizzò precipitosamente un matrimonio informale, con la scusa che doveva partire per affari in Sud America con la nuova moglie.

Sophia Chamys morì a soli 18 anni, dopo aver passato gli ultimi cinque anni della sua vita a prostituirsi tra Buenos Aires, Rio de Janeiro e la Polonia, sotto il rigido controllo di Boorosky o di altri suoi “collaboratori”.

Quando Raquel Liberman aveva iniziato a prostituirsi a Buenos AIres, godeva di uno status più elevato rispetto a quello di Sophia Chamys. La Liberman doveva dare solo una percentuale dei suoi guadagni al suo protettore Jaime Cissinger in cambio di protezione, racconta Glickman. Nel 1927, quando la Liberman riuscì a guadagnare abbastanza soldi per comprarsi la libertà, aprì un negozio di antiquariato nella centralissima Avenida Callao, una delle lunghe strade che ancora oggi attraversano verticalmente Buenos Aires.

Raquel Liberman nel 1919, quando ancora viveva in Polonia. (Credit: Nora Glickman, The Jewish White Slave Trade and the Unknown Story of Raquel Liberman)

Un po’ dopo, Liberman sposò José Salomon Korn nella sinagoga di Avenida Cordoba. La giovane coppia non sapeva all’epoca che quel palazzo era la sede principale dello Zwi Migdal e che Korn era uno dei suoi protettori. Anche il suo matrimonio era in realtà una farsa.

Poco dopo essere diventata la signora Korn, Liberman fu obbligata dal marito a tornare a lavorare di nuovo in un bordello. Korn, oltre a lei, sfruttava molte altre donne. La Liberman chiese aiuto a un altro imprenditore ebreo che conosceva, Simon Brutkievich, non sapendo che Brutkievich era in realtà il presidente dello Zwi Migdal. Alla Liberman non rimase altra scelta: doveva cercare aiuto da un’altra parte.

All’epoca, la resistenza della comunità ebraica locale contro lo Zwi Migdal era organizzata in associazioni, intente a stabilire una distanza tra loro e i magnaccia “impuri” che praticavano un commercio che minacciava il sistema morale ebraico. Glickman ricorda che tra di loro c’erano la Soprimitis e la Ezrat Nashim. La prima associazione forniva agli immigranti ebrei in argentina consigli su come combattere questo traffico impuro, mentre l’altra operava nel porto di Buenos Aires e informavano le giovani donne che viaggiavano da sole sul rischio di essere avvicinate dai magnaccia.

Il verdetto finale

Ma nessuna di queste associazione poteva aiutare Liberman meglio delle autorità. La notte di Capodanno del 1929 la donna si presentò a Julio Algasaray, vice commissario della polizia di Buenos Aires, per raccontargli la sua storia e diventare un’informatrice. Da anni Algasaray aspettava che qualcuno venisse da lui a testimoniare raccogliendo informazioni e prove sull’organizzazione criminale. Tutto era finalmente pronto perché iniziasse un processo.

434 membri dello Zwi Migdal furono chiamati a deporre davanti al giudice Rodrigue Ocampo. Solo 108 furono condannati, ma questo processo fu un punto di non ritorno per lo Zwi Migdal. Da quel giorno, infatti, i bordelli iniziarono a chiudere e i magnaccia a essere espulsi e incarcerati.

La battaglia legale contro lo Zwi Migdal, che aveva corrotto molti funzionari pubblici, sembrò ad Algasaray il confronto tra “un Lillipuziano ed Ercole”.
Diversi magnaccia dello Zwi Migdal riuscirono a rifugiarsi in paesi limitrofi come Uruguay e Brasile, sfuggendo a qualsiasi forma di punizione.

Per quanto riguarda la Liberman, ebbe poco tempo per rallegrarsi. Neanche lei riuscì a tornare in Polonia come avrebbe voluto. Il suo certificato di morte rivela infatti che attorno alle 13 del 7 aprile 1935 morì di cancro alla tiroide nell’ospedale Argerich di Buenos Aires. Lo Zwi MIgdal aveva trasformato l’Argentina, terra in cui aveva sognato di vivere felice e contenta con il primo marito, in un incubo di prostituzione e sfruttamento.
Copertina di un quotidiano di Buenos Aires, dopo il verdetto contro lo Zwi Migdal a, 1930 (Credit: Diario Critica)
Copertina di un quotidiano di Buenos Aires, dopo il verdetto contro lo Zwi Migdal, 1930 (Credit: Diario Critica)



Zwi Migdal: Il racket delle prostitute ebree
2018/02/18

http://www.kolot.it/2018/02/18/zwi-migd ... tute-ebree

Dall’Europa Orientale al Sud America. Non solo “Keyla la rossa” di Singer

Quella che Isabel Vincent racconta in Corpi e anime è una storia vera e terribile, che trova le proprie radici nella tragedia dell’antisemitismo, e che tuttavia ci regala anche una luminosa speranza. “Corpi e anime” recupera infatti dalla vergogna e dall’oblio il destino di alcune giovani donne ebree, nate e cresciute nell’Europa Orientale, le quali, per sfuggire alla straziante miseria e ai pogrom, abbandonarono i villaggi e i ghetti urbani confidando in una sorte migliore. Finirono purtroppo nelle mani della Zwi Migdal, un’organizzazione criminale interamente costituita da malviventi ebrei, che fino al 1939 avviò molte giovani alla prostituzione, destinandole alle case di tolleranza che gestiva a New York, in Sudafrica, in India e in Sudamerica. Seguendo dalla Polonia al Brasile le tracce di tre di queste ragazze, Sophia Chamys, Rachel Liberman e Rebecca Freedman, “Corpi e anime” ci racconta una vicenda straordinaria e commovente. Perché Sophia, Rachel, Rebecca e le altre polacas, seppur ridotte in schiavitù, sfruttate e oltraggiate, seppero affrontare la loro sorte con dignità e fermezza: mantennero vivo il loro sentimento religioso, malgrado l’ostracismo della stessa comunità ebraica verso queste donne immorali, e costruirono una rete di solidarietà, la ‘Società della Verità’ fondata sull’amore, sul timor di Dio e sulla fiducia reciproca.

Tra la fine dell’800 ed i primi anni del ‘900 l’Argentina era appena uscita dal periodo turbolento delle guerre d’ indipendenza dalla Spagna e delle successive lotte interne tra le diverse fazioni che videro contrapporsi Buenos Aires alle altre province, che non volevano perdere la propria autonomia in favore della capitale, vero fulcro dominante di un paese che stava trovando una propria identità politica ed un proprio sviluppo economico.

L’economia argentina, favorita da una estesa rete ferroviaria che collegava tutte le regioni del paese con la capitale, ebbe un rapido sviluppo tra il 1880 ed il 1930, quando le sue merci venivano esportate verso i mercati europei.
In quel periodo la popolazione aumentò di sette volte, provocando un vero stravolgimento nella fisionomia culturale del paese.

La storia argentina dei primi cinquant’anni del ‘900 è caratterizzata dapprima da una forte crescita economica, che segnò la mentalità nazionale e l’ambiente urbano della capitale, dove affluirono migliaia di emigrati europei.

In quegli stessi anni, con i flussi migratori si sviluppò con forza uno dei commerci più crudeli che segna la storia di quel paese: la tratta delle bianche.

A questo commercio si dedicarono con particolare ferocia ed interesse gruppi di immigrati ebrei, già segnati dalle origini del nazismo.

Quelli che si dedicarono a questo lavoro si costituirono in un’associazione, la “Zwi Migdal” che gestiva circa tremila bordelli, quasi tutti nella capitale. A Rio de Janeiro, nel 1913, molte delle 431 case di tolleranza della città erano controllate da ebrei affiliati all’organizzazione.

I responsabili della tratta delle bianche furono attirati dalla Rio di fine secolo, giunti lì per eludere i controlli delle autorità di Buenos Aires, intuendo rapidamente il potenziale del mercato del vizio commercializzato in quella che all’epoca era una città sempre più industriale e dove si mescolarono agevolmente ai nuovi immigrati.

Naturalmente gli ebrei non erano i soli ad approfittare delle ragazze povere e a detenere il monopolio sulla tratta delle bianche perché all’epoca altre bande criminali di varie religioni e nazionalità avevano fatto la stessa cosa per decenni .

Seppure secondo gli storici, giapponesi e cinesi svolsero il ruolo di maggior rilievo in quello che divenne eufemisticamente noto come “il Traffico”, ciò che contraddistinse la “Zwi Migdal” fu il suo concentrarsi su donne e ragazze ebree indigenti che venivano indotte con l’inganno a contrarre matrimoni religiosi. Quando partivano dai porti europei, la maggior parte delle giovani che si ritrovavano poi a fare le prostitute a Rio de Janeiro, Buenos Aires e New York, si credeva in procinto di raggiungere i rispettivi mariti in America. Molte di loro non superarono mai lo shock legato alla consapevolezza che i “mariti” erano in realtà protettori che avevano già “sposato” molte altre ragazze per lo stesso scopo. Tuttavia, le documentazioni dimostrano anche che molte, al contrario, sapevano quale destino le aspettava in America. Alcune divennero persino abili tenutarie di bordello e reclutatrici per conto della “Zwi Migdal”.

Numerose organizzazioni antischiaviste cercarono di fermare il Traffico. Avvisarono le autorità statunitensi e piazzarono nei porti alcuni loro rappresentanti incaricati di mettere in guardia le fanciulle sui pericoli della tratta delle bianche. Ma questi sforzi da parte della comunità internazionale furono vani. Il Traffico traeva vigore dall’estrema povertà che, all’inizio del secolo, pervadeva le comunità ebraiche dell’Europa orientale. Molte delle ragazze ebree reclutate per la prostituzione provenivano da ghetti urbani sovrappopolati o da shtetl rurali disperatamente poveri.

La prima tappa di questa catena di montaggio del vizio erano le “case di istruzione” in cui le donne e le ragazze appena arrivate imparavano il mestiere; gestite da tenutarie spesso sposate con figure di spicco del mondo malavitoso, erano sparse in tutto lo scalcinato distretto a luci rosse nel centro di Rio. Una volta arrivata in città, una nuova recluta poteva restare in una casa d’istruzione anche per due settimane. L’ “istruzione” consisteva nel convincerle in tutti i modi ad accettare quel lavoro; venivano percosse e sfruttate finché, apparentemente, acconsentivano a fare le prostitute. In seguito venivano portate a “lavorare alla finestra”, ovvero a mettere in atto l’arte dell’adescamento sporgendosi dalle finestre dei bordelli, “una rosa tra i capelli, un’altra in mano, sorridendo ai giovanotti di passaggio”.

Le “mense” loro destinate erano altrettanto squallide.

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento a Rio c’erano tre cucine clandestine di questo tipo, allestite come mense dell’esercito, dove le prostitute mangiavano oppure dove i pasti venivano preparati per poi essere recapitati nei vari postriboli.

L’elaborata infrastruttura faceva in modo che le donne introdotte clandestinamente in America dall’Europa orientale fungessero da importanti rotelle dell’ingranaggio di quelle che erano efficientissime imprese basate sullo sfruttamento. In un destino parentale fra povere, alcune riuscivano a ritagliarsi un ruolo di partnership con i propri sfruttatori, infierendo su ragazze disgraziate come loro, acquisendo, probabilmente, la stessa ferocia dei loro aguzzini.

Le ragazze che rifiutavano di obbedire o osavano denunciare i protettori alla polizia erano spesso vittime di un trattamento crudele: alcune venivano seviziate, altre uccise.

Il reporter francese Albert Londres, fu molto attento al fenomeno e a documentare in quale modo gli sfruttatori europei introducessero clandestinamente in Argentina queste ragazze.

Le autorità si preoccupavano essenzialmente della folla cenciosa che viaggiava nella stiva. Erano quelli i nuovi arrivati problematici, da chiudere immediatamente dietro il cancello metallico verde dell’ ostello per gli immigrati. Avevano i pidocchi? Quale genere di malattie stavano introducendo in Argentina? Avevano denaro? Un lavoro? Amici o parenti nel paese? Come intendevano sopravvivere? Ma ben poche delle nuove arrivate destinate alla prostituzione finivano nell’ostello per gli immigrati dove forse sarebbero state salvate da una vita di schiavitù nei fatiscenti bordelli che fiancheggiavano il porto a La Boca, letteralmente la bocca del Rio de la Plata.

”La Boca: la Bocca di Buenos Aires. Il più meridionale dei tre grandi porti del mondo. Per arrivare alla Boca bisogna fare altri tre chilometri. Osservate la mappa: vedrete che le donne che sono lì non potrebbero effettivamente scendere più in basso di così. La Boca è la fine del mare. (…) La Boca è come una coscienza che, appesantita di tutti i peccati morali e trascinata a riva, sopravvive alle maledizioni del mondo” (Albert Lourdes).

ìInizialmente, molte di coloro che si ritrovarono poi nelle case chiuse di La Boca giungevano in Argentina come clandestine, spacciandosi per lavandaie quando s’imbarcavano nei porti europei. Forse erano prive di documenti di viaggio e minorenni. Senza dubbio quasi tutte si credevano dirette in Sudamerica per lavorare come sartine o commesse. Ben poche sapevano quale destino le attendeva.

Quando il transatlantico attraccava a Buenos Aires, un gruppetto di passeggiatrici e sfruttatori

Si rivolgevano a loro con domande in yiddish, indirizzate alle giovani donne stanche e intontite che sbarcavano da sole, per attirare la loro attenzione.

L’opera di reclutamento era davvero facile? Le poverine finivano cosi di buon grado nei postriboli? Giungevano così in fretta a fidarsi ciecamente di costoro?

ìI protettori “venivano a vederle, a esaminarle, a tastarle accuratamente, perché un dente marcio o un lineamento deformato da un incidente facevano diminuire più o meno considerevolmente il valore intrinseco dell’oggetto”. Un vero e proprio mercato dove non era insolito che le autorità locali, per esempio alti papaveri della politica o giudici che erano sul libro paga dei papponi, si dedicassero a un piccolo tour delle aste per poter visionare in anteprima la nuova “merce” giunta dall’Europa. Normalmente il banditore parlava ad alta voce mentre le donne erano costrette a sfilare nude nella stanza, “queste infelici fanciulle, come Frine, esibite davanti a questo areopago di persone meschine”. In quel “mercato mobiliare costituito da donne”, come lo definì un quotidiano locale, gli spettatori erano incoraggiati ad “avvicinarsi alle schiave per tastarne le forme oppure esaminare certe parti anatomiche onde determinare il loro valore per i bordelli”. Alcuni compratori si comportavano come se si trovassero a un’asta di bestiame, ghermendo il seno delle povere tutte, infilando loro le dita in bocca per esaminarne i denti e tirando loro i capelli.

Le vergini spuntavano il prezzo più alto, di solito tra le trecento e le quattrocento sterline, una somma cospicua nell’Argentina fin de siècle. Naturalmente il prezzo era giustificato: un “esemplare” grassottello, avvenente e virginale valeva tanto oro quanto pesava e, in qualche mese di lavoro, poteva guadagnare più del triplo del suo prezzo d’acquisto.

Unica differenza per gli sfruttatori era considerato lo stato gravidico della donna poiché nessuno di essi desiderava sobbarcarsi il fardello rappresentato dall’acquisto di una donna incinta. Ci sarebbero state spese ospedaliere o parcelle per l’aborto. Naturalmente le si poteva facilmente detrarre, come tutte le altre spese, dai guadagni delle prostitute ma alla fin fine una ragazza gravida non costituiva un prodotto pregiato. Non come una vergine che, a prescindere dall’aspetto fisico, poteva essere pagata cifre astronomiche.

A Rio de Janeiro, la rete di postriboli controllata dagli sfruttatori provenienti dall’Europa orientale era organizzata in modo impeccabile. I protettori univano le loro risorse finanziarie per assoldare un esercito di cuochi, tenutarie, avvocati e altri dipendenti il cui unico scopo era far sa che l’attività dei loro bordelli procedesse senza intoppi.

Il distretto a luci rosse era dominato, a quei tempi, da ex schiave di colore che si erano date alla prostituzione. Una donna di colore ultracinquantenne nota nel mondo della malavita come Barbuda, dominava i cosiddetti bordelli delle schiave; specializzata nello sfruttare “schiave nere giovani e belle” da lei acquistate negli anni in cui la schiavitù era ancora autorizzata. Tra le dipendenti era famosa per la sua brutalità, imponendo “castighi barbari” a quelle che rifiutavano di cooperare.

Anche se le schiave di colore rappresentavano il punto di forza dei quartieri a luci rosse di Rio, l’afflusso di nuovi immigrati e la ricchezza in rapida crescita dell’élite bianca provocò un’enorme domanda di prostitute straniere.

La maggior parte delle donne di piacere ebree lavorava nelle cosiddette case da cinquanta cent e da un dollaro che, per usare le parole del Bureau di igiene sociale di New York, erano semplicemente “inadatte all’abitazione umana”.

Le meretrici ebree erano per lo più destinate alla clientela proletaria, “di solito scaricatori di porto, camionisti, spazzini, carbonai, soldati e marinai, immigrati giunti di recente e con bassi standard morali, e operai di ogni genere”.

Lavoravano come schiave, soggette a quello che un ispettore definì il “brutale” trattamento dei protettori. Il registro contabile di un bordello da cinquanta cent attesta che una certa prostituta ricevette 273 uomini in due settimane, “una media di 19 al giorno (il suo picco fu 28 inun solo giorno) , fruttando alla casa 136,50 dollari”. Altre due donne dello stesso postribolo ricevevano tra i 120 e i 185 uomini a settimana, con una di loro che soddisfò 49 clienti in un unico giorno.

Naturalmente, quasi tutte soffrivano di malattie veneree di ogni genere. Gli studi d’igiene condotti nella città agli inizi del secolo scorso mostrano che circa l’ottanta per cento delle prostitute di Manhattan aveva una malattia trasmessa per via sessuale che spesso le portava alla morte, una morte solitaria e priva di ogni conforto.

Quelle che assistevano ai loro funerali sicuramente temevano la stessa fine tanto che ad un certo punto, decisero di impedire che anche a loro toccasse lo stesso destino.

“In vita sopportavano umiliazioni, abusi ed emarginazione, ma la morte era diversa. La mattina di buon’ ora, quando nei bordelli regnava il silenzio, quante di loro restavano sveglie a pensare alla morte nell’angusto letto dall’intelaiatura metallica, accanto a un cliente che russava? L’idea di mori re non le tormentava, era il rischio di farlo senza dignità che le ossessionava. Qualcuno si sarebbe ricordato di loro? Ci sarebbe stata una lapide con il nome sulla loro tomba? Qualcuno avrebbe recitato il Qaddish per loro?”.

Le prostitute e gli schiavisti coinvolti nella tratta delle bianche nell’America latina erano rigorosamente banditi dalla comunità ebraica rispettabile, l’unica che avrebbe potuto aiutarle.

Costrette alla schiavitù sessuale lontano da casa ed evitate proprio dai loro simili, le prostitute ebree di Rio de Janeiro fondarono quindi una propria organizzazione religiosa e caritatevole che non ha precedenti storici in nessuna parte del mondo.

L’organizzazione nacque come confraternita funeraria volta ad assicurare un’adeguata sepoltura ebraica alle sue iscritte, che nel 1916 avevano già acquistato l’appezzamento a Inhauma per farne il loro cimitero e prima degli anni Quaranta comprarono un edificio al centro di Rio che trasformarono in sinagoga e uffici amministrativi.

Benché il suo nome ufficiale, tradotto dal portoghese, fosse Associazione filantropica e funeraria ebraica, la maggior parte dei suoi membri la chiamava con il suo nome ebraico, Chesed Shel Errmess, “Società della Verità”. Le donne che ne facevano parte si definivano “sorelle” e quelle che costituivano il consiglio direttivo divennero note come “sorelle superiori”.

In concorrenza a questa, anche i protettori fondarono organizzazioni benefiche e religiose di mutuo soccorso dirette da loro stessi ma in realtà per assicurarsi una prosperità duratura e conquistare un prestigio che non si sarebbero mai visti concedere all’interno di comunità di ebrei perbene. A New York i principali responsabili di questa “tratta”, che possedevano e gestivano i bordelli del Lower East Side in cui lavoravano prostitute dell’Europa orientale, formarono nel 1896 l’Associazione benefica indipendente che, fondata come società finalizzata al commercio e ai servizi funebri, nel suo periodo di maggior successo guadagnava più di un milione di dollari netti grazie al commercio di carne umana nella sola New York.

Ma l’organizzazione creata dalle donne a Rio de Janeiro era unica perché fondata non dagli oppressori bensì dalle oppresse. “L’aspetto straordinario di questa vicenda è che in nessun’ altra parte del mondo le prostitute, soprattutto ebree, si sono riunite per creare una propria associazione religiosa” (Zevi Ghiivelder) che mantennero in vita per più di mezzo secolo.

Fu proprio nei primi anni del Novecento che alcune di loro cominciarono a parlare della creazione di una loro società funeraria, un progetto davvero radicale per un gruppo di donne emarginate decise a metterlo in atto da sole.

Il 10 ottobre 1906, una prostituta chiamata Mathilde Huberger convocò una riunione straordinaria in un fatiscente bordello nei pressi del porto. Lei e le altre otto polacas che vi si presentarono sapevano a stento leggere e scrivere, ma in qualche modo riuscirono ad abbozzare il progetto per un’organizzazione che chiamarono Associazione ebraica benefica e funeraria. Avevano scopi davvero ambiziosi: oltre ad aprire una sinagoga intendevano fondare una scuola religiosa per i loro figli, e con le quote mensili che il direttivo avrebbe raccolto dalle iscritte si sarebbe istituito un fondo speciale volto a fornire alle donne tutto quello di cui potevano avere bisogno durante la vecchiaia: farmaci con prescrizione medica, visite di specialisti, cure ospedaliere e shabbat.

Anche Sophia Chamys, Rachel Liberman e Rebecca Freedman, le tre donne ebree di cui racconta la Vincent, erano giovani donne ebree cresciute nell’Europa Orientale e anche loro per sfuggire alla miseria , abbandonarono i villaggi e i ghetti cittadini, alla ricerca di una sorte migliore.
Anche loro furono ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi, come accade a migliaia di altre donne ebree. Giudicate impure dalla comunità semitica ed espulse dalle sinagoghe, venne loro rifiutata la sepoltura ebraica..
Seppur oltraggiate e sfruttate, Sophia, Rachel e Rebecca, affrontano la loro sorte con fermezza e dignità mantenendo viva la loro fede.

Il racconto che fa l’autrice, ci riporta a quella moltitudine di polacas arrivate con il piroscafo, ignare della propria sorte; a Sophia Chamys che, tredicenne, non aveva mai conosciuto un uomo come quello che credette suo marito e anni dopo, in Brasile “quando raccontò la sua storia alla polizia, ricordava ancora il profumo dell’olio di lavanda che lui usava sui capelli e la sensazione che le davano i suoi fazzoletti di seta sulla pelle. Ma soprattutto ricordava le sue mani, cosi eleganti e lisce, come quelle di un bambino. Nello shtetl alla periferia di Varsavia, dove lei divideva con i genitori e la sorella minore una casetta dal tetto di paglia con una sola stanza, tutti avevano mani da lavoratore: deformi, perennemente screpolate, bruciate dal sole e coperte di vesciche indurite” e che forse credeva davvero di essere arrivata in quel paese, incredibilmente ricco e fiabesco, chiamato America.

Le morti erano molto frequenti fra le polacas e Rebecca Freedman si offrì di lavare i loro cadaveri

“In qualità di ebree pie, tutte le prostitute avrebbero dovuto essere ansiose di collaborare al tahara, la purificazione e preparazione rituale dei cadaveri alla sepoltura, ma la verità è che ben poche di loro avevano il coraggio di rimanere ferme accanto ai corpi afflosciati e nudi delle colleghe per lo più giovani donne – stesi sul tavolo di marmo bianco nella casetta accanto al cimitero. Ben poche riuscivano a costringersi a ripulire da sangue secco ed escrementi le vittime di un omicidio o a fissare troppo attentamente l’espressione tormentata delle suicide, molte delle quali sembravano affrontare la morte con l’intontimento sbigottito di sempre, gli occhi sgranati come se avessero davvero compreso l’orrore del loro atto solo quando ormai era troppo tardi.

Per alcune l’odore putrido della carne in decomposizione era semplicemente troppo. Impregnava i vestiti, si insinuava sotto la pelle, rivoltava lo stomaco. Ecco perché erano cosi grate a Rebecca e non si interrogavano mai sulle sue motivazioni, sulla sua ossessione per la purificazione.

La donna maneggiava i cadaveri con grande solerzia e profondo rispetto. Con dita pazienti staccava la garza incrostata di sangue dalle ferite da coltello, chiudeva delicatamente gli occhi itterici delle vittime della febbre gialla, sfilava gli indumenti cenciosi fradici di sudore, lisciava con acqua e una spazzola i lunghi capelli arruffati, toglieva addirittura il sudiciume da sotto le unghie. A quel punto, con l’aiuto di un’altra donna, versava l’acqua contenuta in varie caraffe di terracotta allineate sotto il tavolo di marmo, svuotandole sul corpo della defunta. Sapeva che questo simboleggiava il miqwè o bagno rituale finale a cui si sottoponevano le donne ortodosse dopo ogni ciclo mestruale.

Per anni immaginò che l’acqua lavasse via la vergogna e le sofferenze delle ragazze degli shethl, le fanciulle venute così volentieri in America a cercare fortuna solo per ritrovarsi completamente inermi e sole.

Esisteva forse un destino peggiore che morire di febbre gialla, in miseria, su un materasso puzzolente in un bordello di scandole così lontano da casa? Sì. Per un ebreo era di gran lunga peggio morire senza dignità e con l’anima macchiata.

Quante prostitute ebree erano spirate senza la redenzione finale delle acque? Quante erano morte impure?”.

Rebecca Freedman non era presente alla prima riunione della Società della Verità, ma non aveva alcuna importanza. I suoi servigi e la sua ossessiva dedizione all’ente le valsero il rispetto delle donne, che sarebbero giunte a definirla la loro regina.

Rebecca Freedman non è sepolta nel cimitero delle prostitute a Inhauma. Quando morì, nel 1984, la Società della Verità era ormai scomparsa da tempo e non restava nessuno che potesse seppellirla nel camposanto che era diventato il simbolo della sua lotta. Quasi tutte le sue amate sorelle erano scomparse già da molti anni. Rebecca, che viveva ai margini della società, lottando per conquistare la dignità e il diritto di praticare la sua religione, riposa tra gli ebrei “perbene” nel cimitero ebraico di Caju.

Purtroppo le cose raccontate in questo libro, basate su documenti ed una ricerca precisa, non ci allontanano molto dalla realtà delle odierne schiavitù cui le donne sono sottoposte.

Pur essendo passato ormai più di un secolo, giovani donne dei paesi dell’Europa dell’est vengono indotte al mestiere di prostitute e subiscono gli stessi violenti maltrattamenti, quando non se ne ritrovino i cadaveri.

All’ epoca dei fatti narrati non solo povertà ma anche, o inoltre, l’antisemitismo, convogliarono una moltitudine di ebrei/e fuori dai propri paesi.
All’interno di questi gruppi di uomini, disposti a tutto per cogliere un benessere facile, la prima azione che si compì fu lo sfruttamento verso il più debole.

Nel caso di genere, verso le donne si è compiuta (e si compie) una vera e propria azione criminale e discriminatoria che appare difficilmente estirpabile alle radici della storia.

La miseria è la prima imputata, responsabile all’origine di questo percorso; ma una volta che essa conduce verso il degrado e lo sfruttamento, le cose assumono una luce ancora più sinistra. Quello che colpisce ancora è la scala di potere che si forma fra oppressori ed oppressi nella gestione dello sfruttamento.

Si stabilì, infatti anche fra le sfruttate, una sorta di leadership e alcune di esse si offrirono come collaboratrici dei malfattori nell’adescamento prima, nell’obbligo all’esercizio di prostituzione poi, infine nel controllo totale della persona.

Un ciclo vizioso: la società contro gli ebrei, gli ebrei contro le ebree, le nere contro le bianche, le ebree inserite nel giro contro le giovani reclute…una sorte di gironi infernali che in questo libro si evincono con molta crudezza.

Eppure, nonostante tutto e alla fine, l’unica forma di solidarietà che queste donne riescono a mettere in atto è proprio fra di loro, quando prendono coscienza che davanti alla morte sono tutte, indistintamente, sole e abbandonate come cani sul ciglio della strada.

L’autrice si sofferma nel raccontare come, nonostante quell’immane tragedia, la loro “Società della verità”, nacque, si organizzò e crebbe; essa consenti, se non di eliminare il dolore dell’esclusione, di recuperare almeno la dignità umana.

Ed è tutto ciò che rende tragico ma anche straordinario il racconto di Isabel Vincent.

CORPI E ANIME
Il tragico destino di tre donne ebree
di Isabel Vincent
Garzanti Editore
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » mar mag 21, 2019 1:31 pm

Il vescovo di Ventimiglia “avverte” la Chiesa: «Sugli sbarchi ha ragione Salvini»
martedì 21 maggio 2019
Elsa Corsini
https://www.secoloditalia.it/2019/05/il ... ne-salvini

«Non ho cambiato idea sulla solidarietà verso chi si trova in una situazione di bisogno immediato, come nel caso degli immigrati sugli scogli nel 2015, ma già allora nutrivo perplessità sul multiculturalismo, su una società ridotta a semplice sommatoria di culture ed etnie, senza un’identità forte». A parlare è il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, Antonio Suetta, che quattro anni fa aveva soccorso sugli scogli di Ventimiglia i migranti respinti al confine con la Francia. Oggi non rinnega quei soccorsi ma denuncia il rischio di «una multiculturalità, da tanti spesso invocata e auspicata, per annacquare e sminuire la matrice cristiana dell’Europea». Un piano “ideologico” per affossare l’identità occidentale. È il filo rosso di una lettera aperta di quattro pagine,”Un voto per l’Europa critico e costruttivo”, anticipata dal Secolo XIX, che monsignor Suetta dedica all’appuntamento del 26 maggio.

Il vescovo, intervistato dal Quotidiano.net, si sfila dalla vulgata cattolica anti-salviniana di queste ore. Dopo la levata di scudi del segretario di Stato vaticano contro il comizio del leader leghista a Milano, il prelato dice di trovare “normale ”che un cristiano invochi l’aiuto di Dio, della Madonna e dei santi. «Dal mio punto di vista non trovo nulla di blasfemo o irrispettoso nel gesto del ministro che si professa credente. Parlava di Europa, ha baciato il rosario e invocato la benedizione di Dio e dei santi. È perfettamente compatibile con i convincimenti che dice di avere», sottolinea il vescovo di Ventimiglia.

Favorevole anche alla linea dei porti chiusi del Viminale? «Premesso che quando le tesi si portano avanti con degli slogan si rischiano incomprensioni, ritengo che un conto sia aiutare il prossimo nell’emergenza, un altro è organizzare in maniera stabile un’attività di soccorso in mare». Tra i doveri di uno Stato – ricorda monsignor Suetta – c’è anche quello di governare i flussi migratori con umanità, verità e senso delle proporzioni. Nell’ottica di una redistribuzione dei migranti fra i Paesi dell’Unione è comprensibile che si chieda di indirizzare le navi anche verso altri porti europei o comunque di condividere l’accoglienza con altre nazioni. Anche perché non tutti i profughi vogliono restare in Italia». Parole chiare anche sull’accoglienza senza se e senza ma del mondo cattolico e perplessità sul variegato mondo del volontariato: «Sono certo che la Chiesa ha fatto e fa molto con grande umanità e retta intenzione. Rimane il rischio che alcune realtà “solidali” possano utilizzare il fenomeno migratorio per altri scopi: impoverire l’Africa per lasciarla alla mercé di certi potentati; favorire uno stravolgimento dell’identità europea attraverso l’approdo di masse umane disomogenee».

Si parte col Papa e il comizio col rosario: «Non giudico le scelte di Salvini», dice Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, ad Agorà su Rai Tre, riguardo il rosario che Matteo Salvini porta con sé. «È bene che si tenga il Papa fuori dalla politica – specifica Meloni – pur senza aver sempre condiviso tutte le scelte, come quella dell’elemosiniere. L’elemosiniere doveva andare a riattaccare spina a Lambert, a cui stavano staccando le spine della vita perché tetraplegico, contro il parere dei genitori. Volevo vedere che andava a riattaccare quelle spine».

L’intervista si sposta poi sui temi europei, il sovranismo, gli immigrati da fermare col blocco navale, l’idea di una confederazione di stato sovrani, la famiglia dei conservatori che “sarà fondamentale per un’altra maggioranza in Europa”. E il governo? «Io lavoro per un’alternativa, oggi chi vuole creare questa alterantiva non deve votare i partiti di maggioranza, altrimenti rafforza questo governo…». E dopo, in caso di crisi di governo? La Meloni vede il voto subito: «L’ultimo governo di responsabilità è stato quello di Monti, meglio andare al voto. Sempre favorevole a elezioni, vale la pena andare a votare anche due mesi pur di avere un governo che resti in piedi per 5 anni».
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Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » dom giu 02, 2019 8:03 am

"Immigrazione e multiculturalismo Il silenzio degli «accoglienti»"
Da Il Corriere del 25/05/2019
Ernesto Galli della Loggia

https://alleanzacattolica.org/immigrazi ... t.facebook

Vi sono libri importanti in ragione del loro argomento e del modo in cui esso viene trattato, oppure in ragione di qualche peculiarità del loro autore, e vi sono libri, poi la cui importanza dipende da un’altra ragione ancora: dal clamore straordinario o all’opposto dal silenzio sospetto che li accoglie. Il libro di Raffaele Simone L’ospite e il nemico (Garzanti) ha la singolarità di segnalarsi per tutti e tre i motivi ora detti: non solo perché tratta di un tema chiave come la grande migrazione dal Sud del mondo di cui l’Europa è la meta da anni, ma perché il tema stesso, a differenza di tante altre pubblicazioni analoghe, è svolto in modo quanto mai documentato e soprattutto con una totale spregiudicatezza; infine perché dell’uscita del libro nessuno ma proprio nessuno ha mostrato di accorgersi. Un silenzio davvero singolare per non autorizzare un dubbio: e cioè che il mainstream culturale devoto al politicamente corretto — il Club Radicale come viene definito in queste pagine — abbia così voluto punire chi mostrava di non tenere alcun conto delle sue fisime e dei suoi tabù. Soprattutto perché chi osava tanto era uno studioso come Simone — il quale, lo ricordo, professionalmente è un linguista — la cui produzione di saggistica politica si è sempre mossa in una prospettiva schiettamente di sinistra. E che dunque oggi al suddetto Club deve essere apparso un transfuga, un traditore.

Che cosa sostiene di così scandaloso per il benpensante progressista il libro di cui stiamo parlando? Innanzitutto un criterio di metodo: «Non c’è nessun immigrato, in quanto persona, leggiamo, che visto da vicino, non susciti compassione e impulso al soccorso (…). Ma si possono osservare i fenomeni collettivi persona per persona?». Simone non ha dubbi: non è possibile. L’immigrazione verso l’Europa è un evento di una tale vastità potenziale che, incontrollato, non potrebbe che condurre questa parte del mondo a un’autentica catastrofe, più o meno analoga a quella rappresentata a suo tempo dalle invasioni barbariche. Si tratta di una presa di posizione niente affatto ideologica: infatti è davvero impressionante, in proposito, la vasta e varia documentazione, la quantità di notizie, di dati, di fatti di cronaca, circa le conseguenze negative già in atto o assai prevedibili contenute nel libro. Il cui autore, proprio perciò, sottolinea come siano a dir poco sorprendenti lo «spesso clima di ipocrisia e di falsità», «la sceneggiatura irenico-umanitaria» e la «sconsiderata rilassatezza» delle politiche migratorie praticate finora: attuate «quasi tutte — si aggiunge — contro il parere del popolo». Ce n’è abbastanza, come si vede, per giustificare la censura decretata al libro dal Club Radicale.

Sono due i principali obiettivi della polemica di Simone, dura quanto lucidamente argomentata. Il primo è l’insulsa colpevolizzazione che da tempo l’Europa va facendo del proprio passato, alimentando un vero e proprio odio di sé che in particolare il suo ceto politico-intellettuale e la sua scuola non si stancano di accrescere, costruendo l’idea di un debito che il continente sarebbe oggi chiamato giustamente a pagare, ad espiazione delle sue passate malefatte verso i popoli del Sud del mondo, sotto forma per l’appunto di un indiscriminato obbligo di accoglienza.

Ne è nata una vera e propria «cultura del pentimento e della discolpa» ormai diffusa in tutta la sfera pubblica occidentale, che conduce a considerare ad esempio come delittuosa «islamofobia» ogni pur ragionata valutazione critica della religione e della cultura islamiche. Arrivando, ad esempio, perfino al caso di indagini di polizia che in più occasioni tacciono l’origine islamica dell’indagato per il timore d’incorrere nell’accusa di razzismo. Secondo Simone si tratta di un indirizzo ideologico che, appunto per la «bramosia di penitenza» di cui si sta parlando, tende alla fine a cancellare il carattere fondamentale dell’identità europea, fondata sull’assoluta peculiarità del binomio Cristianesimo-Illuminismo e dei suoi mille esiti positivi rispetto a qualunque altra cultura. Sfidando il politicamente corretto l’autore ha il coraggio di porsi una domanda decisiva: «Cosa vogliamo preservare da qualunque rischio di alterazione? (…) Ci sono valori europei (corsivo nel testo) che bisogna assolutamente proteggere?».

Il secondo dei due principali bersagli del libro è la latitudine tendenzialmente indiscriminata del concetto di accoglienza, che è stato il criterio morale di fondo a cui il politicamente corretto occidentale si è fin qui sentito in dovere di guardare, sia pure con le inevitabili incertezze e contraddizioni del caso.

Ricordando come nell’antichità indoeuropea ospite e nemico fossero indicati dalla stessa parola (ne è rimasta traccia in latino: hospes/hostis) Simone fa una distinzione assai importante. Un conto è il diritto all’ospitalità, cioè ad essere accolto temporaneamente in un luogo e con il beneplacito dell’accogliente — secondo il modello così diffuso in moltissime culture — un conto ben diverso è il presunto diritto a stabilirsi dove uno vuole, indipendentemente dalla volontà (e dal numero!) di chi in quel luogo abita da tanto tempo, avendovi magari profuso da generazioni lavoro e cura per renderlo ciò che esso è oggi. Senza dire che quando parliamo di ospitalità intendiamo da sempre quella riservata ad una sola persona o ad un piccolo gruppo, non di certo a una massa. In questo caso sembra davvero più appropriato parlare al limite di invasione anziché di ospitalità.

Presumere che esista un diritto all’accoglienza illimitata comporta logicamente né più né meno che teorizzare la cancellazione virtuale dei confini: cioè di qualcosa che l’autore stesso definisce «una necessità etologica dei gruppi umani».

Naturalmente nessun «accogliente» ha il coraggio politico e intellettuale di trarre una simile conseguenza dalla propria posizione. La retorica serve per l’appunto a rimediare a questa falla dispiegando le sue armi, quelle che Simone chiama per l’appunto le «retoriche dell’accoglienza» (da «siamo stati tutti migranti e siamo tutti meticci» a «dall’arrivo dei migranti abbiamo da trarre solo vantaggi» e così via seguitando). Retoriche che egli smonta una per una, con precisione, con i fatti, ragionando. Un libro assolutamente da leggere, insomma, non foss’altro che per discuterlo: proprio come al Club Radicale non piace mai fare con chi non la pensa come lui.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Vivere e convivere contro natura

Messaggioda Berto » lun lug 15, 2019 6:33 am

Bergoglio: “non siamo noi che decidiamo chi è il nostro prossimo”
domenica, 14, luglio, 2019

http://www.imolaoggi.it/2019/07/14/berg ... zwYsSE8BRo

“Dopo aver raccontato la parabola, Gesù si rivolge di nuovo al dottore della legge che gli aveva chiesto ‘Chi è il mio prossimo?’, e gli dice: ‘Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?’. In questo modo opera un rovesciamento rispetto alla domanda del suo interlocutore, e anche alla logica di tutti noi. Ci fa capire che non siamo noi che, in base ai nostri criteri, definiamo chi è il prossimo e chi non lo è, ma è la persona in situazione di bisogno che deve poter riconoscere chi è il suo prossimo, cioè ‘chi ha avuto compassione di lui’.

Questa conclusione indica che la misericordia nei confronti di una vita umana in stato di necessità è il vero volto dell’amore. È così che si diventa veri discepoli di Gesù e si manifesta il volto del Padre: ‘Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso’. È così che il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo diventa un’unica e coerente regola di vita”


Alberto Pento
Manipolazione demenziale (ideologica e fanatica, insensata) per togliere a/espropriare/privare l'individuo, la persona della facoltà, del diritto alla libertà e alla sovranità di valutare, decidere, scegliere, del libero arbitrio (privandolo anche della sua natura umana con tutto ciò che implica) e con la persona anche la sua comunità e lo stato di cui è cittadino sovrano.
In altre parole secondo questo Papa l'uomo dovrebbe essere solo oggetto passivo della volontà altrui e subire tutto e non un sopggetto attivo che esercita il suo libero arbitrio secondo la sua natura umana, i suoi bosogni, le sue scelte.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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