Spiritualità e religiosità non sono la stessa cosa

Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » ven mar 31, 2017 2:23 pm

Spiritualità e/o religiosità

Nella Nostra aetate hanno usato il termine religiosità, secondo me è un termine limitato perché la religiosità riguarda la spiritualità organizzata e non comprende la spirituialità naturale e universale, presente in ogni creatura e che tutte le unisce;
inoltre la religiosità con le sue varietà interpretative della spiritualità spesso si conflige e mette gli uomini l'uno contro l'altro in una competizione mortale.


Nostra aetate
https://it.wikipedia.org/wiki/Nostra_aetate

La dichiarazione Nostra aetate (letteralmente, Nel nostro tempo) è uno dei documenti del Concilio Vaticano II. Pubblicata il 28 ottobre 1965, tratta del senso religioso e dei rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non-cristiane. La sua prima bozza, denominata Decretum de Judaeis (letteralmente, Decreto sugli Ebrei) fu completata nel novembre 1961.

La dichiarazione è un documento piuttosto breve, composto di cinque punti:

un'introduzione;
il riconoscimento del senso religioso nella vita di ciascun uomo;
la stima riservata alle genti dell'islam;
il vincolo che lega il Cristianesimo all'ebraismo;
il principio della fratellanza universale e dell'amore.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » dom apr 02, 2017 9:16 am

Giovanni Calvino
https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Calvino

I libro: la conoscenza di Dio

Il I libro si apre con l'affermazione che «Quasi tutta la somma della nostra sapienza [...] si compone di due elementi e consiste nel fatto che conoscendo Dio ciascuno di noi conosca anche se stesso»: poiché dal sentimento della nostra limitatezza «siamo condotti a riconoscere che in Dio solamente c'è vera luce di saggezza, forza stabile, ricchezza di ogni bene, purezza di giustizia», deriva che «la conoscenza di noi stessi [...] non solo ci stimola a conoscere Dio, ma anzi deve guidarci, quasi per mano, a trovarlo» (I, 1, 1).

Stabilito come vi sia «un legame reciproco tra la conoscenza di Dio e quella di noi stessi e l'una sia in relazione con l'altra» (I, 1, 3), Calvino afferma che la conoscenza di Dio è innata: tutti gli uomini hanno «in sé, per naturale sentimento, una percezione della divinità» (I, 3, 1) anche quando questo «germe di religione» degeneri in idolatria.
La religione non è dunque l'invenzione «di alcuni furbi per mettere la briglia al popolo semplice» anche se ammette che uomini «astuti e abili hanno inventato non poche corruzioni per attirare il popolino a forme di insensata devozione e per spaventarlo onde divenisse più malleabile» (I, 3, 2). Se «la sua essenza è incomprensibile e la sua maestà nascosta, ben lontano da tutti i nostri sensi», se pure Dio si manifesta tuttavia attraverso la creazione che è «un'esposizione o manifestazione delle realtà invisibili» (I, 5, 1), «sebbene la maestà invisibile di Dio sia manifestata in questo specchio, noi tuttavia non abbiamo gli occhi per contemplarla finché non siamo illuminati dalla rivelazione segreta dataci dall'alto» (I, 5, 13).

Si conosce Dio in modo retto solo attraverso la Scrittura, in quanto in essa viene conosciuto «non solo come creatore del mondo avente autorità e responsabilità su tutto ciò che accade, ma anche come redentore nella persona del nostro Signore Gesù Cristo» (I, 6, 1).
Ma chi garantisce dell'autenticità della Scrittura, «che sia pervenuta sana e intera fino al nostro tempo? Chi ci persuaderà ad accettare un libro e respingerne un altro senza contraddizione?» (I, 7, 1). Non è la Chiesa ad avere «il diritto di giudizio sulla Scrittura, come se ci si dovesse attenere a quello che gli uomini hanno stabilito per sapere se è parola di Dio oppure no» perché questa, come afferma Paolo (Ef. 2, 20), è fondata sugli apostoli e sui profeti e dunque se «il fondamento della Chiesa è rappresentato dalla dottrina che ci hanno lasciata i profeti e gli apostoli, occorre che tale dottrina risulti certa prima che la Chiesa cominci ad esistere» (I, 7, 2). Solo Dio stesso è testimone di se stesso e la sua parola avrà fede negli uomini solo se «sarà suggellata dalla testimonianza interiore dello Spirito. È necessario dunque che lo stesso Spirito che ha parlato per bocca dei profeti entri nei nostri cuori e li tocchi dal vivo onde persuaderli che i profeti hanno fedelmente esposto quanto era loro comandato dall'alto» (I, 7, 4).

Alberto Pento
È su questa spiritualità innata e naturale che si innestano le religioni con le loro fedi, credenze, ideologie, teologie, dogmi, rivelazione, interpretazioni del divino, dello spirito divino, di Dio. E queste intepretazioni costituiscono l'idolatria.
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » ven apr 07, 2017 9:18 pm

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 1435827468

Alberto Pento
Ovviamente non si tratta di D-o ma dell'interpretazione che danno gli uomini di D-o e come si può osservare essa varia storicamente, geograficamente, etnicamente, ecc.. Le tre "religioni monoteiste" aventi la radice abramitica comune, sono chiaramente tre interpretazioni differenti, per me inconciliabili. Tutte le religioni che fanno della loro interpretazione di D-o, Dio stesso, sono culti e fedi idolatre. Affinché gli uomini possano trovare una spiritualità comune devono uscire dalle loro religioni e tornare indietro ove vi è la radice spirituale comune, prima ancora di Noè e delle sue leggi universali. Personalmente ritengo l'ebraismo la religione meno idolatra tra le tre e la più vicina alla spiritualità universale, la più umana e ragionevole, un culto della vita come vita sulla terra. L'Islam è la più idolatra e disumana, infatti è quella che produce più orrorre e terrore che nega la vita sulla terra per affermare quella dopo la morte nel paradiso. Un errore del rav, autore del libro, secondo me, è quello di mettere queste tre "religioni" sullo stesso piano e considerarle, in nome del dialogo interreligioso e del politicamente corretto, tutte sante e portatrici di fraternità e di pace; lo stesso grande errore di Bergoglio che ci porta la morte in casa, ci impedisce di difenderci e che non salva nemmeno dalla persecuzione, dalla morte e dallo sterminio i cristiani rimasti nei paesi a egemonia mussulmana e gli ebrei di Israele e quelli in giro per il mondo.
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » ven apr 07, 2017 9:22 pm

???

Se Dio è buono, perché permette il male? Risponde San Tommaso
Calendar 7 aprile 2017

http://www.uccronline.it/2017/04/07/se- ... an-tommaso

Un Dio buono, perché permette il male? La domanda è ineludibile, scuote l’anima di tanti credenti dubbiosi e non credenti. Eppure, a chi vive una fede profonda, l’esistenza del dolore e del male, anche quello cosiddetto ingiusto o innocente, non reca scandalo, non porta obiezione. Perché?

Ne abbiamo parlato tante volte, scindendo innanzitutto il male commesso per un uso sbagliato della libertà da parte dell’uomo da quello verso il quale l’uomo non ha apparenti colpe (disastri naturali, malattie ecc.). Se nel primo caso la responsabilità è umana ed è la conseguenza del peccato originale e del dono della libertà -di fare il bene, ma anche il male- che Dio ci ha donato, nel secondo caso si può dire che, è vero, Dio permette il male. Lascia una certa libertà alla natura, consente che gli uomini malvagi sbaglino, non impedisce le ingiuste avversità della vita.

Perché? Perché da esso trae sempre, misteriosamente, un bene maggiore. Ha dimostrato di agire così nell’evento centrale della storia umana: dopo l’immensamente ingiusta passione di Gesù Cristo, Dio ha usato la croce per il bene più grande della resurrezione, della vittoria sulla morte per tutti gli uomini. Dio ha permesso la croce come condizione di un bene superiore.

Un approfondimento di questo è arrivato recentemente dal teologo padre Angelo Bellon, quando ha spiegato che non sempre siamo non responsabili del male che tocca la nostra vita: «Il male ce lo diamo da noi stessi, privandoci della sua grazia, che la sacra Scrittura presenta come scudo, come corazza, come protezione. Quando fai qualcosa di male, ti privi della benedizione divina. In questo senso nella Sacra Scrittura si legge che “chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19,4). Ed è per questo che Giovanni Paolo II ha detto che il peccato è sempre un atto suicida (Reconciliatio et Paenitentia 15)». Ma, a volte, ha proseguito, «anche i giusti e i santi devono passare attraverso tante tribolazioni. Ecco la motivazione che ne dà San Tommaso: “La cura circa i tralci buoni consiste nel renderli ancora più fruttuosi: ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto […], ossia perché cresca nella virtù, cosicché i suoi quanto più sono puri, tanto più portino frutti» (Commento al Vangelo di San Giovanni 15,2). Nella Bibbia, non a caso, la fede dei protagonisti viene continuamente messa alla prova da Dio, a cominciare da Mosè, da Maria (Lc 3,35, Mt 2,13-14, Lc 1,32-33) da Pietro e dagli apostoli.

Il bene maggiore che Dio ricava dal male può anche essere, insegna Tommaso d’Aquino, una fede più matura, più consistente che dona quindi maggior respiro alla vita e apre la porta della salvezza. «Le prove servono a purificare la fede», spiega padre Bellon, «se ben accolte, radicano maggiormente in Dio. Mai come in quei momenti si avverte che solo lui è il nostro Salvatore. Le prove servono a tenerci uniti a Dio, ad aprirci a Lui, a confidare solo in Lui. E in questo modo permettono a Dio di esprimere in noi la sua onnipotenza divina».

È un’esperienza che tutti possono sperimentare, compresi i non credenti. Abbiamo già parlato dell’ateo militante Scott Coren, che si è convertito a causa di una malattia che ha colpito sua figlia. Piuttosto che chiudersi nel dolore, ne ha cerato un senso e, trovatolo, lo ha comunicato anche a sua figlia. Ed è pieno di testimonianze di persone che, a causa della malattia, hanno visto rifiorire la loro vita quando hanno accolto la croce ed oggi, scandalosamente, guardano al male ricevuto come condizione per un bene maggiore: aver trovato il Significato della loro vita, sia nella salute che nella malattia.

Val la pena riprendere ampia parte di una bella e recente omelia di Papa Francesco, rivolta alle vittime del terremoto: «Nel mistero della sofferenza di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo. Da una parte c’è la precarietà della nostra vita mortale, oppressa da un male antico e oscuro. Dall’altra c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, con l’aiuto di Dio, solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza. Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere sfiduciati a piangerci addosso per quel che succede; non cediamo alla logica inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è “l’atmosfera del sepolcro”; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore, la via dell’“Alzati! Alzati, vieni fuori!”. E’ questo che ci chiede il Signore, e Lui è accanto a noi per farlo».
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » mer apr 12, 2017 1:16 pm

«Le stelle? Rimandano al destino dell’uomo», parola dell’astrofisico Bersanelli
Calendar 12 aprile 2017

http://www.uccronline.it/2017/04/12/le- ... bersanelli

«Da sempre le stelle rimandano al destino dell’uomo. Anche per Van Gogh rimasero fino alla fine il segno di un’ultima speranza possibile. Confidò che “la speranza è nelle stelle”, le sue tante raffigurazioni notturne nascono da “un bisogno tremendo di – userò la parola – religiosità, per questo alla sera vado fuori e dipingo le stelle”». L’eminente astrofisico italiano, Marco Bersanelli, si conferma capace di unire magistralmente scienza, arte e filosofia, rendendolo -almeno ai nostri occhi- uno dei più interessanti scienziati italiani.

Ordinario di Astrofisica all’Università di Milano, dov’è anche direttore della Scuola di Dottorato in Fisica, Astrofisica e Fisica Applicata, il prof. Bersanelli è membro del Planck Science Team ed è tra i responsabili scientifici della missione spaziale Planck dell’ESA, nonché autore di circa 300 pubblicazioni scientifiche. Da poco ha pubblicato Il grande spettacolo del cielo (Sperling & Kupfer 2016), volume nel quale ha raccolto riflessioni personali, citazioni di suoi colleghi e di poeti ed artisti che si sono lasciati sedurre dalla bellezza del cosmo.

«È paradossale», ha spiegato in un’intervista recente, «oggi la tecnologia ci permette di scrutare le profondità dell’universo a un livello inconcepibile anche solo pochi decenni fa, eppure questa è la prima generazione che ha perso l’abitudine di esporsi alla meraviglia del cielo stellato. Non ci stupiamo più di quel che ci circonda». Senza dubbio la cultura scettico-materialista di cui siamo purtroppo figli ha contribuito enormemente alla disillusione con cui affrontiamo la vita e al disinteresse per le questioni ultime, per il gusto del bello e del vero. Il cielo stellato, ad esempio, che pochissimi vedono abitando nelle luminose e benestanti città occidentali, suscita raramente qualche domanda sul senso dell’esistenza.

Eppure sono incancellabili le pagine di Leopardi che «a soli quindici anni scrisse un trattato di storia dell’astronomia, la “più sublime, la più nobile tra le scienze fisiche”», ha spiegato Bersanelli. «Nel cosmo secondo lui si rispecchiava la domanda ultima dell’uomo, sul significato della sua vita e del mondo, come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. E d’altra parte Leopardi aveva colto come nell’essere umano c’è qualcosa di più grande dell’intero universo, che non può essere ridotto a nessuna misura. La ragione riconosce che ci sono eventi che i numeri non possono spiegare: come la nascita di un bambino, davanti a cui anche un miliardo di anni luce rimarrà sempre e soltanto un numero». Infatti, ha proseguito l’astrofisico, «il motore che sta sotto la passione con cui gli scienziati si muovono in questo campo è poter svelare qualcosa di un ordine dato, che non abbiamo fatto ed esiste prima di noi. Non è un caso che la Chiesa abbia attivamente sostenuto l’astronomia, tanto che la Specola Vaticana è uno dei più antichi osservatori al mondo. Nella tradizione cristiana la bellezza della natura e del cielo in particolare è il segno per eccellenza della grandezza del Creatore».

L’astrofisico ha anche approfittato per ridimensionare l’eccitazione di qualche tempo fa della scoperta di sette piccoli pianeti “simili” alla Terra, notizia che puntualmente esce ogni anno sui quotidiani. «C’è stato un eccessivo clamore mediatico. Alcuni pianeti erano già noti e non è vero che sono paragonabili alla Terra, hanno solo alcune grossolane caratteristiche simili. La presenza di acqua non è sufficiente per dire che sono “abitabili”. E di pianeti extrasolari di questo tipo ne sono stati censiti già a migliaia. Se non altro però questa notizia ha spinto molti ad interrogarsi sul grande mistero dell’universo, è fondamentale anche dal punto di vista educativo imparare a lasciarsi interrogare e stupire dalla realtà, anche solo da una falce di Luna».

Il grande chimico e fisico Robert Boyle, arrivò a scrivere: «Quando con i telescopi io esamino le vecchie stelle e i pianeti di recente scoperta, quando con microscopi eccellenti discerno la sottigliezza inimitabile di singolare fattura della natura, e quando, in una parola, con l’aiuto di coltelli anatomici e la luce di forni chimici, io studio il libro della natura, mi ritrovo spesso ad esclamare con il Salmista: “Quanto son numerose le tue opere, o Signore! Tu le hai fatte tutte con sapienza”».



https://youtu.be/x685ZCX1hiA
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » gio apr 27, 2017 7:37 pm

NON abbiamo più bisogno della Bibbia per spiegare l’universo.

https://www.facebook.com/zio.Ferdinando ... 4436824620

Invece abbiamo la scienza. Non abbiamo bisogno del rituale sacro per controllare il destino umano. Al suo posto abbiamo la tecnologia. Quando ci ammaliamo, non abbiamo necessità di pregare. Abbiamo i medici, la medicina e la chirurgia. Se siamo depressi c’è un’alternativa al conforto della religione: gli antidepressivi. Quando siamo sopraffatti dal senso di colpa, possiamo scegliere la psicoterapia al posto del confessionale.
Per coloro che cercano la trascendenza ci sono i concerti rock e gli incontri sportivi. Quanto alla mortalità umana, la cosa migliore da fare, come ci dicono le rubriche giornalistiche di consigli, è non pensarci troppo spesso. Le persone possono nutrire dei dubbi sull’esistenza di Dio, ma sono ragionevolmente sicure che se non lo si infastidisce, lui non infastidirà noi.

Quello che i sostenitori del laicismo hanno dimenticato è che l’Homo sapiens è un animale in cerca di un significato. Se c’è una cosa che le grandi istituzioni del mondo moderno non fanno è il fornire un senso. La scienza ci spiega il come ma non il perché. La tecnologia ci dà potere ma non è in grado di guidarci su come usarlo. Il mercato ci offre delle scelte ma ci lascia privi d’istruzioni su come fare quelle scelte. Lo Stato democratico liberale ci dà la libertà di vivere come vogliamo ma per principio rifiuta di guidarci su come scegliere.

Scienza, tecnologia, libero mercato e stato democratico liberale ci hanno dato la possibilità di raggiungere risultati senza precedenti nella conoscenza, nella libertà, nell’aspettativa di vita e nell’abbondanza. Essi sono tra i risultati più importanti della civiltà umana e devono essere difesi e tenuti in gran conto. Ma non rispondono, e non possono rispondere, alle tre domande che ogni individuo riflessivo si porrà a un certo momento della sua vita: Chi sono? Perché sono qui? Come devo vivere?
Queste sono domande per le quali la risposta è normativa, non descrittiva; sostanziale, non procedurale. La conseguenza è che il XX secolo ci ha lasciato con il massimo della scelta e il minimo di significato.



Francesco Totaro
Io non ho mai disturbato la religione, ma lei ha sempre disturbato me, fin da neonato

Alberto Pento
Il senso della vita è chiarissimo e sta nella vita stessa con il suo bene e con il suo male e la sua spiritualità naturale, elementare e universale. Se uno cerca sensi o significati diversi, se li deve inventare così nascono le idiozie religiose e le idolatrie che producono milioni di morti e immani sofferenze.

Però la Bibbia serve ed è un bel racconto che può essere paragonato a tanti libri di storia, di antropologia, di diritto, di etnologia, di psicologia, di politica, di sociologia, di spiritualità, di mitologia, anche di astronomia e di storia dell'evoluzione interpretata come creazione , ... e serve moltissimo per il suo contenuto umano e di storia dell'esperienza umana.
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » gio apr 27, 2017 7:43 pm

???

La liquida amoralità: l’unica scelta coerente senza Dio
Calendar 27 aprile 2017

http://www.uccronline.it/2017/04/27/la- ... -senza-dio

Se Dio non esiste allora non può esistere il fondamento della morale, non si può parlare di valori, di diritti, né di un Bene e di un Male assoluti: solo un debole e capriccioso relativismo estremo. A riconoscerlo è innanzitutto Joel Marks, filosofo laico dell’University di New Haven, nel suo Manifesto amorale: «Ho fatto la sconvolgente scoperta che i fondamentalisti religiosi hanno ragione: senza Dio, non c’è moralità. L’ateismo implica l’amoralità, e poiché io sono un ateo, devo quindi abbracciare l’amoralità».

Ma indirettamente lo ha confermato, messo alle strette, anche l’attivista Matt Dillahunty, ex presidente della Atheist Community di Austin (Texas): «Il campo di concentramento nazista di Dachau è stato oggettivamente un male? Non lo so, non lo so. Si potrebbe dire che l’Olocausto è stato ovviamente un male perché non ha fatto il bene delle vittime, il problema è che le persone decidono loro stesse cosa è il bene. Se sono allevate nel darwinismo sociale del regime nazista potrebbero credere che l’Olocausto è stato il meglio per il benessere della società nel suo complesso». La sospensione di qualunque giudizio di merito (il “non lo so” di Dillahunty) è l’approdo obbligato.

Se non c’è nulla e Nessuno preesistente l’uomo, allora non possono esservi alcun Bene e Male preesistenti, indipendenti dall’uomo stesso. Tutto è una mera opinione la quale, però, ha lo stesso valore dell’opinione contraria. Chi decide, infatti, chi ha ragione? Perché dovrei scegliere il bene se ne ricavo uno svantaggio personale, essendo questa l’unica vita che ho da vivere? «Non esistendo la verità», ha scritto il filosofo Emanuele Severino, «il rifiuto della violenza rimane una fede che, appunto, non può avere più verità della fede (più o meno buona) che invece crede di dover perseguire la violenza e la devastazione dell’uomo» (C.M. Martini, In cosa crede chi non crede?, Liberal 1996, p.26).

Nel 2011 il filosofo americano William Lane Craig ha anche confutato l’argomento principale di coloro che, comprensibilmente, rifiutano di dover abbracciare l’amoralità come unica posizione coerente alla loro non fede. Appoggiandosi a Platone, infatti, affermano che l’esistenza del Bene sia una sorta di idea auto-sussistente, un’entità in sé e per sé. Il bene esisterebbe, semplicemente. La giustizia, la misericordia, l’amore, la tolleranza, esisterebbero in se stessi privi di fondamento. Ma «questa visione», ha spiegato Lane Craig, «è semplicemente incomprensibile. Cosa significa che il valore morale della giustizia auto-sussiste? Capisco cosa significa dire che qualche azione è giusta, ma i valori morali sembrano essere proprietà delle persone, quindi è difficile capire come la giustizia possa esistere solo come una sorta di astrazione».

Inoltre, è un punto di vista debole poiché mantiene nel relativismo e non implica affatto alcun obbligo morale. «Supponiamo, per amor di discussione, che i valori morali come la giustizia, l’amore, tolleranza, sussistano per conto proprio. Perché questo dovrebbe porre un obbligo morale su di me? Perché l’esistenza di questo regno delle idee dovrebbe rendermi misericordioso? Chi o che cosa stabilisce un tale obbligo?». Va anche notato, inoltre, che se si assume questo punto di vista, «vizi morali come l’avidità, l’odio e l’egoismo presumibilmente esistono anch’essi come astrazioni. In assenza di un Legislatore morale, nessuno mi obbliga ad allineare la mia vita ad una serie di idee astratte piuttosto che all’altra. In assenza di una Legge morale data, la morale atea platonista è priva di qualsiasi base di obbligo morale». Si ritorna dunque da capo.

L’esistenzialista Jean-Paul Sartre ammise: «Senza Dio svanisce ogni possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile, non sta scritto da nessuna parte che il bene esiste, che bisogna essere onesti, che non si deve mentire» (in L’esistenzialismo è un umanismo, 1945). Senza Dio, tutto è permesso. Ma la conseguenza più devastante del dover abbracciare l’amoralità e il relativismo estremo è che la vita si immerge «in una selva di irriducibile pluralità», ha spiegato il filosofo francese Philippe Nemo, direttore del Centro di ricerche in Filosofia economica presso ESCP Europe. L’«assenza di una visione unificatrice» condanna all’affermare che il «non-Senso sarebbe l’unico e vero Senso. Almeno le grandi catastrofi come la Shoah dovrebbero aver fatto ragionare l’uomo moderno: se infatti non esiste un Bene assoluto, che senso ha parlare di un Male assoluto? E se non c’è un Male assoluto che senso ha, alla fin fine, condannare la Shoah?». Così, le attività umane legate al non-senso, «private di un ancoraggio trascendente, si disperdono in un assurdo moto browniano, che condanna l’uomo a tentare di creare un senso su misura, sulla scia di una preoccupazione parziale che egli ben percepisce, comprendendo, a ragione, che tutte le piccole cose di cui si occupa finiranno nell’abisso, non essendo assicurate a qualcosa di più grande» (P. Nemo, La bella morte dell’ateismo moderno, Rubbettino 2016, p. 129, 130)

L’amore alla coerenza dovrebbe quindi portare ad ammettere che, senza un fine trascendente, la vita è inevitabilmente ridotta all’assurda liquida del soggettivismo morale e, quindi, del nichilismo. Eppure, aggiunge il filosofo Nemo, «l’intima coscienza di ogni uomo sa che questa mancanza di senso è un errore», un’ingiustizia verso la natura umana che aspira l’infinito, brama il Senso e percepisce continuamente l’esistenza di valori oggettivi e di un Bene e di un Male necessari, e a sé preesistenti.
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » sab mag 06, 2017 8:28 am

La fede vera non ha bisogno di rivelatori e di essere artificialmente indotta con culti religiosi e non esiste per miracolo o per grazia divina particolare, essa esiste di per sé in modo naturale nel cuore di ogni creatura, è lì latente e di cui spesso si è inconsapevoli, ma basta solo disvelarla alla coscienza e poi essa non scomparità più e resterà sempre presente anche nella coscienza.
Sono le fedi false delle religioni, artificialmente indotte, che hanno bisogno di pratiche assurde per tenerle presenti e attive nella coscienza; pratiche che sempre generano ossessione e fanatismo. È la falsità che per farsi verità necessita della violenza e delle assurdità proprie dell'ossessione e del fanatismo che come nel caso più evidente dell'Islam producono soltanto orrore e terrore.
La vera fede è innata, naturale e universale e contiene tutti i valori spirituali essenziali ed è comune a tutte le creature e a tutto il creato e non è altro che il sentire, l'intuire, spesso inconsapevole e la coscienza della presenza del Creatore o di Dio nel creato, in noi, ossia in tutte le cose, in tutti i luoghi e in ogni tempo.
Essa non ha bisogno di profeti, di rivelatori, di libri, di culti, di riti, di cerimonie, di preghiere, di formule magiche, di miracoli, di canti, di adorazioni, di sacrifici, di martiri, di alcuna professione di fede, di alcun giuramento, ad essa non servono preti o sacerdoti, nemmeno chiese o templi, o luoghi particolari, tantomeno dei santi che operano miracoli.



Religione e religiosità come ossessione, come grave malattia, grave disturbo della mente e dell'anima o psico-emotivo
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 141&t=2527

Cosa ci sarà mai di spirituale in questa gente, in questo culto politico-religioso dell'orrore e del terrore, nel loro pregare idolatra e ossessivo?
Immagine
https://www.filarveneto.eu/wp-content/u ... lamica.jpg

E questa mostruosità demenziale, gli idolatri la chiamano religiosità o spiritualità
https://www.facebook.com/38627251508204 ... 3504684282


L' assurda, irragionevole e idolatra eresia cristiana
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 199&t=2589

Immagine
https://www.filarveneto.eu/wp-content/u ... tore-1.jpg



Il Papa bugiardo e l'infernale alleanza con l'Islam
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 188&t=2378

Bergoglio, il Papa che ha santificato Maometto, il Corano e Allah, tradendo Cristo, i cristiani, la fede cristiana, gli ebrei e ogni non mussulmano della terra

Santificare Maometto è un crimine contro l'umanità

Santificare Maometto equivale a santificare le sue gesta, le sue guerre, i suoi omicidi, i suoi stermini e tutti i suoi crimini, dichiarandoli perciò giusti, motivati e costituenti il bene, il sommo bene;

al contempo la santificazione del carnefice Maometto e di tutti i suoi crimini comporta la demonizzazione e la criminalizzazione di tutte le sue vittime, di tutti i diversamente religiosi che si sono opposti a Maometto e che Maometto ha cacciato, depredato, ridotto in schiavitù, assassinato e sterminato, quindi equivale a dichiarare come male gli ebrei, i cristiani, gli zoroastriani, i mazdei, i politeisti e tutti gli altri diversamente religiosi e pensanti che hanno difeso la loro libertà, la loro religione e cultura, il loro ordinamento politico e civile, i loro beni e che si sono opposti alla presunzione, all'arroganza, alla pretesa di Maometto di essere l'ultimo profeta di Dio e perciò l'autorità politico-religiosa a cui tutti dovevano sottomettersi;

tutto ciò implica anche che quanto hanno fatto i seguaci di Maometto o maomettani, lungo i 1400 anni da Maometto ad oggi, imitandolo in tutto e per tutto nelle parole e nelle sue gesta, contro tutti i non mussulmani e i diversamente pensanti, sia stato sempre e sia tutt'ora un bene, il sommo bene e perciò giusto e da continuare a perseguire.


Il maomettismo e i maomettani o l''Islam e gli islamici sono una minaccia, una offesa, un'ingiuria, un pericolo per l'umanità intera
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 188&t=2667

La demenza irresponsabile di Bergoglio, dei suoi vescovi e dei falsi buoni che fanno del male e che non rispettano i nostri diritti umani
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 132&t=2591

Dialogo interreligioso - la Nostra Aetate e l'Islam
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =24&t=2561
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » mer ago 09, 2017 9:29 pm

Un pensiero e un sentire che si "avvicina" all'aidolismo, alla spiritualità naturale e universale ad un credere innato che non è religiosamente orientato verso una qualsivoglia interpretazione del divino o idolo e proprio di tutte le creature della terra e del Creato; pur restando legato alla idolatria cristiana del credere che Cristo fosse e sia Dio.


La nuova Chiesa di Karl Rahner.
Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo. : News dell'Osservatorio
12 luglio 2017
Silvio Brachetta

http://www.vanthuanobservatory.org/ita/ ... i-al-mondo

Il cardinale Giuseppe Siri aveva riassunto nella «concezione del soprannaturale non-gratuito» il nucleo dell’errore teologico di Karl Rahner. Lo scrive in Getsemani, nel 1980, per i tipi della Fraternità della Vergine Maria.
In altre parole, per Rahner il soprannaturale è legato «necessariamente» alla natura umana: ma, in questo caso, la grazia non sarebbe più gratuita; non sarebbe più un dono; non potrebbe più essere accettata o rifiutata liberamente dall’uomo. Insomma, una sorta di soprannaturale imposto da Dio all’uomo.


Una gratuità obbligatoria.

Se fosse vero quanto sostiene Rahner – afferma Siri – si giungerebbe «all’inutilità dell’atto di fede», poiché «nella mia essenza c’è Dio». Non devo accettarlo o rifiutarlo: Dio fa già parte di me, che lo voglia o meno. Il teologo tedesco non si rese conto, evidentemente, che con tale assunto «tutti i principi, tutti i criteri e tutti i fondamenti della fede» sono stati «messi in questione e si sfaldano».

Ma il problema non è l’opinione di un teologo eterodosso. È dimostrabile che le suggestioni rahneriane abbiamo coinvolto e sovvertito gran parte della teologia degli ultimi sessant’anni. Rahner «sembra aver vinto», scrive Stefano Fontana nel suo ultimo saggio, dedicato al «teologo che ha insegnato» alla Chiesa «ad arrendersi al mondo». Non è un’esagerazione: «da un’inchiesta – scrive Fontana – condotta nell’immediato postconcilio alla Pontificia Università Lateranense emerse che per i seminaristi, che lì studiavano teologia, il più grande teologo cattolico di tutti i tempi fosse non San Tommaso d’Aquino o Sant’Agostino, ma Karl Rahner».

Un Dio atematico

Fontana descrive la parabola del pensiero rahneriano inserita fatalmente nel metodo moderno di fare filosofia e, quindi, teologia. È un metodo che Fontana aveva anche già esposto nel suo saggio precedente “Filosofia per tutti” (Fede & Cultura, 2016) e che consiste nell’assumere, di volta in volta, una certa forma del «trascendentale moderno»: il filosofo o il teologo della modernità, cioè, non concepisce più un rapporto diretto con la realtà da conoscere, ma pensa che «l’uomo veda il mondo attraverso degli occhiali dai quali non può liberarsi». Questi occhiali sono le forme a priori della conoscenza di un qualsiasi oggetto, che però lo modificano e lo limitano, rendendo impossibile ogni certezza o conclusione su di esso. L’oggetto della conoscenza diviene così, fosse un tavolo o Dio stesso, mai completamente comprensibile, mai conosciuto con sicurezza.

Rahner non fugge da questa prassi e da questa logica. Il paio di occhiali con cui legge ogni aspetto della realtà (Dio compreso) si chiama – scrive Fontana – «buco della serratura». Ogni pensatore della modernità ha, in fondo, un suo apriorismo gnoseologico. Quello di Rahner è tale per cui «Dio si rivela nel buio che precede e circonda il buco della serratura». Si rivela in modo atematico, cioè privo di contenuti. Quello al di là del buco, invece, è il mondo dell’esperienza, delle parole umane. Ma che rapporto possono avere quest’esperienza e queste parole con la verità? Un rapporto equivoco, fatto di dubbio e d’incertezza, perché ogni criterio di giudizio è colto al di qua della serratura, dove mi trovo io e si trova Dio, ma dove c’è solo silenzio e buio. È come misurare delle lunghezze con un metro deformato. Non si potrà mai pervenire all’estensione delle cose, per via di un difetto iniziale dovuto allo strumento di misura. Le cose corrispondono alla realtà oggettiva e lo strumento deformato sta nell’uomo, che è la realtà soggettiva.

Rahner trae queste convinzioni dall’apriorismo di Kant, ma è soprattutto in Heidegger che fonda la propria gnoseologia: precisamente nel principio – scrive Fontana – secondo cui «l’uomo, che si chiede cosa sia l’essere, è dentro il problema e quindi non c’è conoscenza di un oggetto che non sia anche soggettiva». Si tratta di una resa incondizionata all’opinione, al «punto di vista» personale. Se, inoltre, il soggetto è difettoso, lo diviene anche l’oggetto, il mondo, Dio, la mia esperienza nel mondo, la verità del mondo e di Dio.

Scompare la natura umana

Ben altri insegnamenti provengono dalla filosofia classica, dalla teologia cattolica e dal magistero della Chiesa. Da Platone a San Tommaso d’Aquino non si è mai insinuata la tentazione di dire che l’uomo non potesse accedere alla verità, seppure in modo imperfetto. Il trascendentale classico è ben diverso da quello moderno: è ricco di contenuti e di speranza nella capacità conoscitiva umana; pone il criterio del giudizio sul mondo oltre il cosmo; accetta l’aiuto di un Dio che si rivela e parla; non ha problemi d’individuare la reale vocazione della persona oltre la fisica, oltre il fenomeno, situando nella metafisica l’orizzonte umano proprio.

A ben vedere, l’errore di Rahner individuato da Siri – circa il soprannaturale legato alla natura umana – è forse l’ultimo da prendere in considerazione, poiché scomparsa la metafisica, scompaiono anche i contenuti relativi ai concetti di natura, di essenza e di sostanza. È ancora possibile concepire, nel pensiero rahneriano (o moderno in genere), una natura umana? Fontana dice di no: nella prospettiva del teologo tedesco «diventa difficile adoperare ancora il termine “natura”». Nella visione esistenzialista di Heidegger e di Rahner «l’uomo non ha natura» in quanto «è un essere storico». L’essere, nel tempo e nella storia, si fluidifica e ‘diviene’ senza sosta, laddove la natura classica poggia, al contrario, su una verità stabile. Con la caduta della natura, quindi, cade a ruota la legge naturale e qualsiasi discorso sulla soprannatura. Non ci sono due livelli in Rahenr (natura e soprannatura) – scrive Fontana – ma «un unico livello, quello della storia, che è insieme storia sacra e storia profana». Qua s’inserisce anche il pensiero di Hegel.

I cristiani anonimi

Inseguendo inoltre le suggestioni della teologia protestante novecentesca, il rahnerismo giunge così a prospettare una «deellenizzazione» del cristianesimo, laddove l’ellenizzazione era stato l’uso, da parte della teologia, delle categorie filosofiche greche. Non vi è più una dottrina con cui discernere il tempo presente e su cui organizzare una prassi. Viceversa, la prassi ha il primato assoluto e ogni conclusione (se mai ce ne fosse una) dovrebbe sempre seguire il divenire storico. Tutto allora è assorbito dallo storicismo: la dottrina, il dogma, l’insegnamento. Tutto diventa relativo ai tempi e ai costumi. Tutto è questionabile, interpretabile – continua Fontana. Tutto evolve: persino la Rivelazione, che si dà nell’immanenza della storia e non è mai da intendersi come conclusa.

In continuità con il protestantesimo, la fede viene privata delle categorie razionali e si pone, così, in antitesi con la ragione. Non solo: per il fatto di avere un accesso alla religione mediante il trascendentale a priori, tutti gli uomini sono accomunati nella Rivelazione, tutti sono equidistanti dalla verità. Non serve più una Chiesa che insegni e nemmeno un’opera di evangelizzazione. Secondo Rahner, tutti gli uomini – scrive Fontana – «sono cristiani, o cristiani-anonimi», ovvero «cristiani che non sanno di esserlo». Il compito del cristiano battezzato o del chierico non è più, dunque, quello di «governare, insegnare e santificare» qualcuno, ma quello di «ascoltare» e «accogliere» il non credente.

Il dogma non è più una parola definitiva

Se è ancora da verificare fino a che punto il rahnerismo abbia intaccato il tessuto della Chiesa, c’è l’evidenza di quanto le suggestioni delle nuove correnti teologiche siano coincidenti con il pensiero di Rahner. E una tale evidenza porta ad «affermare che tutte le teologie del progressismo teologico del postconcilio trovino in Karl Rahner il loro padre». C’è un unico comun denominatore dietro la priorità che molti vescovi danno all’azione pastorale, alla svalutazione del tomismo, al dialogo a tutti i costi, al primato dell’esperienza atematica, alla predilezione per il linguaggio del mondo, al concetto di concilio (o di sinodo) dove prevale l’azione del convenire sui contenuti effettivi degli incontri.

Fontana porta l’esempio del cardinale Walter Kasper, molto attivo all’ultimo Sinodo della famiglia, la cui formazione è del tutto rahneriana. Per Kasper, il moderno metodo teologico non deve più partire dai dogmi, ma deve anzi «vedere il dogma come intermedio tra la Parola di Dio e la situazione di vita della comunità cristiana». Non più un dogma «visto come qualcosa di definitivo», ma una pura espressione linguistica, che si deve piegare alla situazione reale della persona e alle mutate percezioni storiche.

La cosa che maggiormente colpisce in Ranher, tuttavia, è che «nei suoi confronti non è stata emessa nessuna condanna, nonostante i numerosi e fondamentali punti contrari alla dottrina cattolica». Giovanni XXIII lo chiamò al Concilio Vaticano II come perito. Qualcosa non torna.


Stefano Fontana, “La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo”, Fede & Cultura, 2017, pp. 109, euro 13,00



Karl Rahner (Friburgo in Brisgovia, 5 marzo 1904 – Innsbruck, 30 marzo 1984) è stato un gesuita e teologo tedesco, cattolico, fra i protagonisti del rinnovamento della Chiesa che portò al Concilio Vaticano II.
https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Rahner




Il gesuita Karl Rahner, l’eresiarca del XX secolo
Fonte web

http://www.parrocchie.it/correggio/asce ... r_2014.htm
INTRODUZIONE

Ho terminato la lettura di un libro in lingua originale, cioè l’inglese americano, intitolato A Critical Examination of the Theology of Karl Rahner, SJ, scritto dallo studioso texano Robert C. McCarthy, pubblicato nel 2001. È stato molto faticoso, perché ho dovuto usare moltissimo i vocabolari cartacei e quelli on-line, ma ne è valsa la pena. L’opera di McCarthy, purtroppo, in Italia non è mai stata pubblicata e, sicuramente, non sarà pubblicata neppure in futuro.

Secondo McCarthy, l’intelligentissimo padre gesuita Karl Rahner ad un certo punto della sua vita, cominciò letteralmente a disprezzare la “Chiesa di sempre” e la “fede di sempre”. Non credette più alla Rivelazione del Dio che si abbassa fino alla sua creatura prediletta, l’uomo. Considerò la “vecchia fede” del tutto inadeguata all’uomo moderno e si mise all’opera per “conformare” la teologia cattolica alla modernità. Rahner, in pratica, non cercò più – come invece dovrebbe fare ogni cattolico, specialmente un sacerdote – di convertire l’uomo a Dio, ma di adattare Dio all’uomo.

«Il padre Rahner ha detto che la teologia suole dare l’impressione, oggi giorno», ha spiegato un discepolo del gesuita tedesco, «di dar risposte mitologiche o almeno non scientifiche… Il teologo solo può superare questo… partendo dall’uomo e dalle sue esperienze». Rahner, dunque, non “partiva” da Dio, ma dall’uomo.

Basandosi, in questo senso, sulle “esperienze dell’uomo”, in particolare di quello moderno, Rahner scopre la sua dottrina del “soprannaturale esistenziale”. L’uomo moderno non può, né deve, considerarsi “segnato dal peccato”; anzi, deve necessariamente ritenersi buono, bravo e bello. L’uomo può smettere di credere al vecchio dogma cattolico del peccato originale. Non ha più bisogno di credere che il soprannaturale, la Grazia di Dio, siano al di sopra della natura umana. Non esiste, in realtà, il peccato originale, né i suoi nefasti effetti sulla natura dell’uomo. Esiste invece una natura umana imperfetta, la quale può, evolvendosi, diventare perfetta, se non addirittura tendere alla divinizzazione.

Rahner, partendo dalla concezione meravigliosa, senza macchia, che l’uomo moderno deve avere di sé, raggiunge rapidamente le più temibili eresie moderne, che costituiscono la base dell’apostasia contemporanea: il rifiuto del soprannaturale e la negazione del peccato originale.

Rahner, come teologo e soprattutto come sacerdote, non poteva salire senza macchia, secondo McCarthy, dopo tale assurda demolizione, delle dottrina cattolica di base. Questa è, sempre secondo l’autore texano, la spiegazione della quasi impenetrabile oscurità del più famoso gesuita del XX secolo, e della sua invenzione di strambe teorie come il “soprannaturale esistenziale” e il “cristianesimo anonimo”. In ciò che il maestro è scuro, a schiarire ci pensano i suoi discepoli. E molti discepoli di Rahner sono diventati vescovi e principi della Chiesa (Carlo Maria Martini, Karl Lehmann, Walter Kasper, Reinhard Marx, Robert Zollitsch, etc…).

Se dunque l’uomo, seguendo il pensiero rahneriano, viene al mondo non condannato dal peccato, ma solo con quell’incompletezza che tende alla perfezione, addirittura alla divinizzazione, che bisogno ha di redenzione o di un Redentore? Per Rahner l’uomo diventa perfetto, persino divino, con l’evoluzione, non con la Grazia. Gesù di Nazaret è l’uomo che più di ogni altro è riuscito a perfezionare, ad evolvere, la natura umana, divinizzandola. Per il gesuita tedesco, infatti, non è in discussione il fatto che Cristo sia Dio, anzi, ne era convintissimo. La tragedia è che, per Rahner, Gesù Cristo non è il Dio vivente fatto uomo, ma l’uomo che si è fatto Dio.

Mediante questa “dottrina gnostica” di Dio che non discende fino alla natura umana, trasfigurandola per mezzo della sua Grazia, ma dell’uomo che si “evolve”, s’impossessa della natura divina, Rahner mette assieme, in un modo molto contorto, religione e filosofia moderna (Hegel, Heidegger e Kant), ma di fatto nega e rifiuta l’Incarnazione e la Redenzione.

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BIBLIOGRAFIA
“La svolta antropologica di Karl Rahner”, di P. Cornelio Fabro (Editrice del Verbo Incarnato)
“Karl Rahner – Il Concilio tradito”, di P. Giovanni Cavalcoli (Fede & Cultura)
“Saggio sull’etica esistenziale formale di Karl Rahner”, di P. Tomas Tyn (Fede & Cultura)
“Vera e falsa teologia – Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’ambigua filosogia religiosa”, di mons. Antonio Livi (Casa Editrice Leonardo da Vinci)



Conferenza 3a del Prof. P. Serafino M. Lanzetta, FI.
La critica di Tomas Tyn all'etica di Karl Rahner. Conferenza di P. Serafino M. Lanzetta FI

Fonte web

“Leggete Rahner. Voi non capirete molto ma è importante che lo leggiate lo stesso”. Con questo appello ironico ai suoi studenti, alcuni anni fa, un professore di teologia sintetizzava in modo mirabile due aspetti fondamentali del pensiero di Karl Rahner, teologo gesuita del xx secolo, morto nel 1984: la difficoltà di comprendere fino in fondo il suo pensiero dovuta ad un linguaggio ostico e, nello stesso tempo, la rilevanza di un teologare che lo ha reso uno dei più celebrati soloni della teologia degli ultimi tempi.

UN LINGUAGGIO DIFFICILE

I professori Rahner e RatzingerQuello del linguaggio rahneriano non è un problema indifferente. In un articolo sull’Osservatore Romano del 28 Dicembre del 2009, F. G. Brambilla, preside della facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, lo definisce “tormentata lingua”, tale da renderlo meno leggibile rispetto ad altri teologi. Capire esattamente la portata del suo pensiero non è semplice per chi non si occupa di teologia a tempo pieno (e spesso anche per chi se ne occupa). Non si tratta, infatti, del solito linguaggio da professore teutonico disseminato di termini vigorosi: Christliche Weltanschauung, Formgeschichte, etc. In Rahner è operante invece lo scontro quotidiano tra il desiderio, esplicitato dallo stesso teologo, di rendersi comprensibile all’uomo comune e l’incapacità quasi strutturale di riuscire ad esprimersi in un modo tale da poterlo raggiungere. Una vera eterogenesi dei fini, se leggiamo quello che confessò a Vittorio Messori: “Non sono mai stato un teologo chiuso agli influssi esterni. Se studiavo un argomento è perché dalla mia attività pastorale, dai miei contatti con la gente, mi rendevo conto che quell’argomento faceva problema; che qualcuno poteva essere aiutato da una ricerca”.

UN TEOLOGARE ONNICOMPRENSIVO

Rahner ancora giovane gesuita, indossava ancora un clergymen. Fra poco dismetterà e per sempre i segni esteriori del suo sacerdozio

Sulla grandezza della sua riflessione teologica non ci sono dubbi. Pensiamo, ad esempio, a quello che gli deve la teologia trinitaria. Rahner ha formulato l’assioma “La Trinità economica è la Trinità immanente e viceversa”, mostrando che è solo a partire dalla sua manifestazione nella storia – con la rivelazione di Cristo – che possiamo sapere qualcosa del Dio Uno e Trino così come è in sé. La Commissione Teologica Internazionale, nel documento Desiderium et cognitio dei del 1981, ha reso più esplicito questo assioma, evitando alcuni seri rischi. Giustamente, però, Luis Ladaria, attualmente segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha sottolineato che “sono chiare le coincidenze con il modo di esprimersi di Rahner. E’ sua l’intuizione che in fondo si accetta”. E non è solo la teologia trinitaria ad essergli debitrice. Rahner fu chiamato come teologo perito al Concilio Vaticano II e presto divenne un personaggio chiave nell’assise conciliare. Inoltre, basta dare uno sguardo alla sterminata bibliografia del gesuita (circa 4000 scritti) per capire che egli si è occupato di molteplici settori della teologia: Sulla teologia della morte, La gerarchia nella Chiesa, Ascesi e mistica nei Padri della Chiesa, La Trinità, Le dimensioni politiche del cristianesimo, Il sacerdote e la fede oggi, Corso fondamentale sulla fede, Eucaristia, Sul battesimo, etc. E lo ha fatto sempre in modo significativo e mai scontato.

LA SVOLTA ANTROPOLOGICA DI RAHNER

Il padre Cornelio Fabro. Parlò per primo di “svolta antropologica” in RahnerE’ stato il padre stimmatino Cornelio Fabro, nel 1974, ad usare l’espressione “svolta antropologica” in relazione alla teologia di Rahner. Uno dei primi, anche, ad esprimere una critica nei confronti dell’osannato gesuita. Rahner parte dall’uomo per il suo discorso su Dio. Egli, infatti, “era persuaso che il dato della fede va messo in rapporto fin quasi a rinascere nell’esperienza che l’uomo ha di sè. Dunque l’antropologia ha da portare alla teologia un contributo fondamentale” (A. Bertani, Jesusn.4 Aprile 2004). Fondamentale, certo, ma anche deleterio nel momento in cui la teologia si ritrova a dover dipendere da questa. Scrive Rahner: “La teologia oggi deve assolutamente tener conto di tutte le scienze antropologiche moderne, che non esistevano in passato, così come deve conoscere e rispettare l’uomo nella prospettiva delle scienze naturali moderne”. In una simile affermazione c’è un che di sinistro: il tono stesso. Sembrerebbe quasi sostenere l’impossibilità per il discorso teologico di essere articolato senza il contributo vincolante dei dati delle moderne scienze antropologiche. Non sembra qui di risentire l’eco della mai sopita tentazione di voler ridurre Dio alla “misura” dell’uomo? Infatti, padre Giovanni Cavalcoli, un teologo domenicano che ha criticato la teologia rahneriana, spiega: “InRahner l’uomo si ripiega sulla sua illimitata autocoscienza perché egli ha assolutizzato se stesso”.

PADRE DEL RELATIVISMO?

In un articolo su Il Foglio del 2009, intitolato in modo molto significativo Rahner, maestro del Concilio, di Martini e della coscienza relativa, Roberto De Mattei presenta la figura del teologo tedesco come “padre del relativismo teologico contemporaneo”. Un relativismo che drammaticamente è cresciuto in maniera esponenziale dopo il Concilio Vaticano II. Non sono però i documenti conciliari i responsabili di questa deriva ecclesiale. Nel discorso alla curia romana del 2005, Papa Benedetto XVI ha spiegato, infatti, che sono state due le ermeneutiche di questo grande evento: una – quella “della riforma” – che, pur nel silenzio ha prodotto buoni frutti; l’altra – quella “della discontinuità e della rottura” – che ha interpretato il Vaticano II come evento che rompe con il passato preconciliare e la Tradizione. Il già citato padre Cavalcoli non ha dubbi su chi sia uno degli indiziati maggiori all’origine di questa “ermeneutica della discontinuità”: proprio Rahner, perché egli “ha concepito il progresso come rottura, come contraddizione col passato di una tradizione cristiana sacra e perenne” operando non “in nome di una sana modernità, ma di un rinnovato modernismo peggiore di quello dei tempi di san Pio X” (Radici Cristiane, n. 47, Agosto-Settembre 2009). Al teologo tedesco, padre Cavalcoli ha dedicato pure un libro dal titolo emblematico: K. Rahner. Il Concilio tradito, che rincara la dose.

PERICOLOSE DERIVE DOTTRINALI?

Il padre dell’esistenzialismo Martin Heidegger: Una pericolosa passione di Rahner.

Heinz J. Vogels – che certo non può essere considerato un tradizionalista – ha messo in evidenza i principali pericoli insiti nella teologia rahneriana: Padre, Figlio e Spirito Santo visti come tre modi di manifestarsi di un’unica Persona divina e non come tre Persone distinte (modalismo); Gesù Cristo solo espressione storica del Padre, non Persona divina preesistente (adozionismo); mancato riconoscimento del carattere di persona dello Spirito Santo; una rischiosa tendenza a vedere operante in Gesù Cristo un’unica energia (monoenergismo) e un’unica volontà (monotelismo), quella divina, mettendo in ombra la componente umana; la maternità divina di Maria messa implicitamente in discussione; affermazione della capacità dell’uomo di auto-redimersi. Anche ad una rapida occhiata, è possibile comprendere che qualcosa non va nella teologia dell’illustre gesuita. E non dimentichiamo, infine, l’attrazione fatale di Rahner per Heidegger, padre dell’esistenzialismo che, come ricorda Messori in Vivaio, Edith Stein riteneva non adatto ad un cristiano perché negava l’esistenza di Dio così come lo intende la fede cattolica. Pur nella grande fama riconosciuta al teologo tedesco, c’è, dunque, in Rahner il pericolo implicito di una teologia che, portata all’estreme conseguenze, conduca su binari che si discostano dall’ortodossia cattolica. Non sarebbe il primo caso, nella storia della Chiesa, di un teologo che, pur mantenendo se stesso all’interno della fede cattolica, ha di fatto, suo malgrado, dato il via a rovinose deviazioni dottrinali che hanno poi ripercussioni gravissime nella vita spirituale dei fedeli, e prima ancora nei seminaristi e dunque nei futuri sacerdoti.

UN USO MODERATO PER “NON NUOCERE GRAVEMENTE ALLA SALUTE” DELL’ANIMA

Karl Rahner negli ultimi anni. Sempre giacca e cravatta. Morì nel 1984Torniamo all’appello del professore con cui abbiamo aperto questo scritto: “Leggete Rahner. Voi non capirete molto ma è importante che lo leggiate lo stesso”. Le sue parole si persero nell’aria mite di un pomeriggio. Nel corso degli anni, però, alla luce di questi nuovi studi, sono ritornate in mente. Anche perché, nel frattempo, quel professore, che era pure prete, ha lasciato l’abito sacerdotale ed è convolato a nozze con una donna, con la quale aveva da tempo una relazione segreta. Ci sarebbe da chiedersi: una pagina di Rahner al giorno toglie la vocazione di torno? Lasciamo perdere una facile ironia: la teologia rahneriana non merita un simile trattamento.

Una considerazione è tuttavia obbligatoria, a questo punto. In un’epoca in cui le scomuniche sono quasi del tutto scomparse, in cui l’imprimatur, come il saluto, non si nega a nessuno, in cui i teologi cattolici – alcuni fedeli all’ortodossia e altri “allegramente disinvolti” nei confronti di questa – raggiungono facilmente, con i mezzi di comunicazione odierni, l’ignaro popolo cattolico, sarebbe necessario se non altro un punto fermo. Quale? Che almeno una voce autorevole, in ogni seminario, facoltà teologica, istituto di scienze religiose, si prendesse la briga di premettere qualche “avvertenza” e un invito “a non abusare” di certi teologi per “non nuocere gravemente alla salute” della vita spirituale. Non il ripristino di un moderno Indice – che indurrebbe anzi ad una maggiore attenzione verso pagine tanto suadenti quanto pericolose – ma qualche chiara “istruzione per l’uso” per mettere al sicuro la fede di chi si accosta a questi celebrati quanto ambigui teologi. Non sarebbe anche questo amore per il prossimo?


Liberiamo l'Europa dai sensi di colpa, dai miti e dai pregiudizi
viewtopic.php?f=92&t=2669

Idolatria e spiritualità naturale e universale
viewtopic.php?f=24&t=2036
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Spirtoałetà e rełijoxetà no łe xe ła mema roba

Messaggioda Berto » lun mar 26, 2018 6:34 pm

Europa al capolinea post-cristiano

26 Marzo 2018

https://www.ilfoglio.it/il-foglio-inter ... k.facebook

Già nel 1799 Novalis avvertiva il rischio di una crisi epocale, rimpiangendo nel suo “La Cristianità, ossia l’Europa”, i “bei tempi in cui l’Europa fu terra cristiana”. Il suo saggio non fu accolto benissimo, tanto da essere pubblicato quasi trent’anni più tardi, nel 1826. La desacralizzazione del continente, da allora, non si è mai arrestata. Nel 2000, anno in cui si discuteva dell’inserimento del riferimento alle radici giudaico-cristiane nella Costituzione europea, l’allora cardinale Joseph Ratzinger disse che, prima che un concetto geografico, l’Europa era cultura e storia. Che l’Europa abbia perso la propria fede, insomma, non è una novità, ma la conferma definitiva arriva da un articolo del Guardian che indaga la crescita dei cosiddetti Nones, le persone senza affiliazione religiosa. La maggior parte dei giovani europei non crede in nessun Dio, ha perso ogni senso del sacro. Secondo il sondaggio citato dal Guardian, effettuato dalla St. Mary University Twickenham di Londra, l’Europa sta marciando dritta verso una società post-cristiana. In Repubblica ceca il 91 per cento dei giovani tra i 16 e i 29 anni dichiara di non avere affiliazioni religiose. In Estonia, Svezia e Olanda, la percentuale scende (di poco) tra il 70 e l’80 per cento. I paesi più religiosi sono la Polonia, dove soltanto il 17 per cento dei giovani adulti si definisce “non religioso”, e la Lituania, con il 25 per cento. Intervistato dal quotidiano britannico, il responsabile della ricerca, Stephen Bullivant, ha detto che “la religione è moribonda”.

L’ateismo sta diventando la norma, anche se ci sono delle divergenze significative. “Paesi vicini, con una storia simile, hanno profili estremamente differenti”, specifica Bullivant. Si prendano i due paesi più religiosi e i due, all’opposto, più atei: Polonia e Lituania, Repubblica ceca ed Estonia. Si tratta in tutti e quattro i casi di stati post comunisti, che però affondano le proprie radici su identità differenti, anche nel modo in cui la transizione dal regime sovietico è stata affrontata. Fra chi si dichiara credente, però, non tutti affrontano la propria dimensione spirituale allo stesso modo: praticanti ce ne sono sempre meno. Il sondaggio della St. Mary’s University, effettuato da un centro di ricerca intitolato – non a caso – a Benedetto XVI, non considera l’Italia (su cui Bullivant ha promesso un aggiornamento dei dati) ed evidenzia come soltanto in Polonia, Portogallo e Irlanda più del 10 per cento dei giovani vada a messa almeno una volta alla settimana. Molti giovani europei “dopo il battesimo non hanno più varcato la porta di un edificio di culto”.

Senza considerare poi l’immigrazione: nel Regno Unito per esempio, i dati vanno tarati considerando le persone che arrivano da fuori: un cattolico su cinque non è nato in Gran Bretagna. E poi ci sono i musulmani, che hanno un tasso di natalità e “un’affiliazione religiosa” molto più alti. L’Europa ormai è una terra senza Dio, e senza il cristianesimo, di cui si perde traccia anche nei paesi che storicamente hanno rappresentato la cultura europea: in Francia i cristiani adulti sono soltanto il 26 per cento, il 20 in Germania. Cosa sarà l’Europa, se sottomessa al politically correct o a un nuovo Dio, non si può dire. Per la sopravvivenza delle nostre radici forse, sarà comunque troppo tardi.



Gino Quarelo
Mi dispiace ma non condivido questo articolo idolatra. Dio non va confuso con gli idoli delle religioni. Perdere l'idolo religioso non è perdere Dio che è una dotazione naturale universale e coincide con la vita stessa di ogni creatura e dell'intero universo e non si può mai perdere. Perdere la religiosità idolatra non è perdere Dio e una diminuzione umana, ma è una liberazione e una crescita esponenziale dell'umanità e della spiritualità non religiosa. Non mi si dica per favore che i maomettani sono dei credenti in Dio e che l'avranno vinta perché sono più credenti degli europei; quello dei maomettani non è Dio ma il peggiore degli idoli, l'idolo dell'orrore e del terrore, l'idolo della morte contro il quale l'uomo di buona volontà, l'uomo spirituale vero non deve contrapporre un'altro idolo ma solo la sua umanità e i suoi valori di libertà, dignità, responsabilità. Alla disumanità dell'idolo Allah l'uomo universale di buona volontà deve contrapporre la forza della sua umanità e dei suoi valori umani universali.
La forza viene dalla buona e vera umanità, dai suoi valori naturali e dalla spiritualità universale; gli idoli sono un'impaccio per la buona umanità.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Berto
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