Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

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Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:35 pm

Naltri no semo piegore e valtri no si pastori
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:38 pm

Ła casta dei pastori cristian catołego romani

Il buonismo irresponsabile del Papa (Papa Francesco) e dei suoi preti cattolico romani ci porterà al disastro della guerra civile e aun bagno di sangue?
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 2055100274


Cristiani e Muxlim (el cristianixmo el te porta a ła morte a esar copà contro łe leje de Dio)
viewtopic.php?f=141&t=2000
Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... Cristo.jpg
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:39 pm

La chiesa cattolica romana ha bisogno di fiumi sangue, del sangue dei nuovi martiri cristiani, allo stesso modo dell'idolo Allah che si nutre del sangue dei martiri assassini islamici.


http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/18791.html
Nel catechismo della Chiesa cattolica, al n. 2473, troviamo questa descrizione: “II martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede. Il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana, affronta la morte con un atto di fortezza”. Ed è interessante che in questi numeri del catechismo della Chiesa cattolica viene citata quella lettera molto famosa di Sant’Ignazio di Antiochia: “Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio. A nulla mi gioverebbero tutto il mondo e tutti i regni di quaggiù. Per me è meglio morire per unirmi a Gesù Cristo che essere re fino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi, io voglio colui che per noi risuscitò. Il parto è imminente”.



Il sangue dei martiri: un seme
13/02/2013

http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/ ... quotidiano

«È così che "il sangue dei martiri è seme di cristiani"» (Tertulliano, Apologeticus, 50; Catechismo, 852).
Il primo martire della fede è Stefano, uno dei diaconi scelti dagli apostoli per assistere le vedove nella Chiesa. Il suo articolato discorso che precede la sua lapidazione (cf. Atti 7,2-53) è incentrato sui segni e i luoghi della Gloria di Dio. La storia della salvezza è un manifestarsi della Gloria o della presenza di Dio, che però non abita in luoghi costruiti da mani d'uomo, ma in mezzo al suo popolo. Il suo non è un discorso contro il tempio e i luoghi di culto, bensì contro qualsiasi forma di religiosità che tenda a costringere Dio in uno spazio. E, durante il martirio, a Stefano è concesso di contemplare la Gloria in Gesù Cristo, il Signore, seduto alla destra del Padre.
Perché il sangue dei martiri è seme di cristiani? Perché hanno dato la vita per una giusta causa? O perché restano nella memoria delle generazioni future? Senza negare tali motivazioni – che peraltro valgono per tutti i martiri della fede e non soltanto per i cristiani – in occasione del martirio di Stefano l'evangelista Luca adduce la ragione ultima: la loro vita è imitazione originale e irripetibile della passione di Cristo. Per questo le parole finali di Stefano sono quelle di Gesù sulla croce: «Signore, non imputare loro questo peccato» (Atti 7,20; Luca 23,34). Purtroppo, quello dell'imitazione di Cristo è un percorso compromesso nella spiritualità cristiana, perché abbiamo confuso l'imitazione con la riproduzione di una copia con scarso valore rispetto all'originale e l'abbiamo relegata nell'ambito della morale o della volontà. In realtà è l'intimità o l'assimilazione a chi si ama che crea l'esigenza di riprodurre la sua vita nella propria. I martiri completano nella loro carne quel che manca alla passione di Cristo non rispetto al suo sacrificio che è perfetto, bensì a favore del suo corpo che è la Chiesa (Colossesi 1,24). Questa è la sola ragione per cui il sangue dei martiri è seme, come sostiene Tertulliano, e frumento macinato di Dio (Ignazio di Antiochia).



La peggio morte, morire martiri per un'idolo
viewtopic.php?f=201&t=2180
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:40 pm

Questo Papa ha rispetto per i Diritti Umani Universali e per il loro Ordine Naturale o è un manipolatore imperiale di questo Ordine Naturale?

Io penso che questo Papa imperiale e i suoi preti "ufficiali" non abbiano un gran rispetto per me; credo che questa casta di castrati (della castità volontaria) arroganti e presuntuosi, invasati dall'universalità cristiana fanatica, assolutista, teocratica e ademocratica, ci porti direttamente in bocca al Baal islamico assetato del nostro sangue, delle nostre terre, dei nostri beni, della nostra civiltà, della nostra vita.
Il celibato o castità (castrazione volontaria) è una scelta contro natura e genera mostri: genera la pedofilia e il disprezzo per l'esistenza naturale delle creature preferendovi l'innaturalezza del paradiso o regno dei cieli; genera una casta di fanatici eunuchi presuntuosi e arroganti, al servizio di un idolo più che di Dio perché Dio, quello vero, ci ha fatti creature con il dovere di vivere pienamente la condizione, la realtà della creatura e la castrazione volontaria è una violenza alla legge divina e perciò un peccato che genera mostruosità di ogni genere.


Siamo a un passo dalla guerra civile: Stato e Chiesa sono con i clandestini e contro gli italiani
di Magdi Cristiano Allam 22/07/2015

http://www.magdicristianoallam.it/edito ... liani.html

(Il Giornale, 22/7/2015) - Siamo a un passo dalla guerra civile. Lo Stato e la Chiesa, i due poteri secolare e spirituale, si rendono conto che gli italiani non solo non si fidano più di nessuna autorità, ma si sentono traditi e umiliati per il fatto che antepongono l’interesse dei clandestini a quello degli italiani?
Non si era mai visto che i sindacati di Polizia condannino ripetutamente il ministro dell’Interno e dicano di vergognarsi perché vengono obbligati a usare il manganello contro gente perbene. Tutto ciò in un contesto in cui i cittadini, per tutelare legittimamente il valore delle proprie case e per salvaguardare un sistema di vita improntato alla civiltà e alla sicurezza, ormai non si fanno più scrupoli a insorgere contro le decisioni calate dall’alto di ospitare i clandestini sul proprio territorio. Non era mai successo che il ministro dell’Interno licenzi in tronco un prefetto, in realtà colpevole di aver obbedito agli ordini e brutalmente usato come vittima sacrificale per placare gli animi dei sindaci, contrari ad ospitare i clandestini e a dover corrispondere loro quote dei loro bilanci sempre più erosi dalla voracità di uno Stato ladrone. E che dire del prefetto di Roma che considera razzisti gli italiani perché difendono i propri diritti e promette che, a prescindere dall’atteggiamento degli italiani, i clandestini verranno comunque insediati? Quanto al parroco che vieta l’ingresso in chiesa ai razzisti italiani nel nome di Gesù e chiamando in causa Papa Francesco, è la testimonianza dell’orientamento prevalente in seno a questa nuova Chiesa che esalta la povertà quasi fosse la condizione per la santità, incurante del fatto che gli italiani sono condannati ad essere poveri dalla dittatura finanziaria, eurocratica e partitocratica.
È incredibile l’ostinazione con cui lo Stato si mette contro i propri cittadini pur di favorire l’invasione di clandestini. Renzi ed Alfano la considerano come un fenomeno naturale pari alla migrazione degli uccelli, ritengono che sia assolutamente pacifico che se in Libia si scannano l’Italia debba spalancare le porte a tutti coloro che accampano una ragione anziché un’altra per mettere piede nel Paese del Bengodi. In una famiglia, se i genitori dovessero occuparsi e destinare le loro risorse non ai propri figli ma a degli estranei, finirebbero in galera. Eppure questo Stato anziché occuparsi e destinare le risorse degli italiani agli italiani stessi, elargisce a piene mani denari, servizi e diritti a stranieri di cui oltretutto non sappiamo nulla, dal momento che si presentano sprovvisti di documenti e declinano le generalità a piacimento.
Così come è sconvolgente l’atteggiamento di una Chiesa che si limita ad attuare solo la prima parte dell'esortazione di Gesù “ama il prossimo tuo”, trascurando del tutto la seconda parte “così come ami te stesso”, che significa occuparsi legittimamente del proprio bene e salvaguardare il proprio interesse. Ci vorrebbe un concilio per chiarire una volta per tutte il concetto di “prossimo”. Perché mai secondo questo Papa il prossimo è obbligatoriamente chi sbarca a Lampedusa accampando motivazioni arbitrarie e comunque tutte da verificare, quando per tutti gli italiani il prossimo è giustamente il figlio che non avrà mai un posto di lavoro stabile, il padre disoccupato, il nonno che non potendo sopravvivere con una pensione inferiore ai 500 euro è costretto ad allungare le mani nel cassonetto dell’immondizia per cercare degli avanzi commestibili? Possibile che questo Stato e questa Chiesa non si rendono conto che gli italiani non ce la fanno più?



???
Quando Bergoglio filo-islamico attaccava Ratzinger
di Fausto Carioti
22 Agosto 2014
http://www.liberoquotidiano.it/news/ita ... inger.html

Una storia di otto anni fa, accaduta a Buenos Aires, aiuta a capire la posizione adottata da papa Francesco nei confronti dell’Isis, lo «Stato islamico» che ha intrapreso una spietata caccia ai cristiani. Evitando come sempre di nominare l’islam e i fanatici islamisti, Jorge Mario Bergoglio ha invitato a «fermare l’aggressore ingiusto», ma senza «bombardare» né «fare la guerra». Una scelta che non sembra lasciare salvezza alle vittime e per questo è giudicata sterile da molti: credenti (incluso, su queste colonne, Antonio Socci) e non (è il caso di Massimo Cacciari).

In realtà questo intervento è perfettamente in linea con le idee che Bergoglio ha espresso in tanti anni: sempre improntate all’ appeasement, all’accomodamento con quelli che il papa, anche di recente, ha chiamato «i nostri fratelli musulmani». L’episodio più clamoroso risale appunto al 2006, subito dopo il discorso tenuto da Joseph Ratzinger nell’aula magna dell’università di Ratisbona, il 12 settembre. In quell’occasione il papa tedesco aveva citato una frase dell’imperatore bizantino Manuele II: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Parole, spiegò poi Ratzinger, che gli servivano per «evidenziare il rapporto essenziale tra fede e ragione», e che non implicavano identica condanna dell’islam da parte del papa. Ma questa sottigliezza accademica e teologica non fu colta dal mondo islamico, che si scagliò compatto contro Ratzinger, il quale fu anche minacciato di morte.

A colpire il pontefice, però, furono soprattutto le accuse che gli lanciarono alcuni esponenti della Chiesa. Tra questi, l’allora arcivescovo di Buenos Aires. Il futuro papa non parlò in prima persona. A intervenire fu padre Guillermo Marcó, portavoce di Bergoglio. Parlando con l’edizione argentina del settimanale <Newsweek, usò toni durissimi: disse che quella di Ratzinger era stata una dichiarazione «infelice». E ancora: «Le parole del Papa non mi rappresentano, io non avrei mai fatto quella citazione». Concludendo: «Se il Papa non riconosce i valori dell’islam e tutto resta così, in venti secondi avremo distrutto ciò che è stato costruito in vent’anni».

Parlava Marcó, ma tutti sapevano che quelle frasi rappresentavano il pensiero del suo superiore. Così, mentre il papa difendeva le proprie ragioni dinanzi al mondo islamico, una delle voci più influenti della Chiesa latinoamericana, di fatto, si schierava dalla parte dei musulmani. Parole «inaudite», quelle del portavoce di Bergoglio, tanto che dentro le mura leonine «per un pezzo non si è parlato di altro», ha riferito un monsignore al Clarín, uno dei principali quotidiani argentini. Messo di fronte allo scandalo, Marcó sostenne di aver detto quelle cose non come addetto stampa di Bergoglio, ma in qualità di presidente dell’Istituto per il dialogo inter-religoso, altro incarico da lui ricoperto. Giustificazione poco credibile, tant’è che da Roma partirono pressioni sull’arcivescovo affinché lo sconfessasse. «Come è possibile che il suo portavoce abbia fatto simili dichiarazioni e Bergoglio non si senta obbligato a smentirlo e rimuoverlo immediatamente?» domandò al Clarín una fonte vaticana. Il sacerdote, però, rimase al proprio posto. Fu sostituito qualche mese dopo, quando a chiederne la testa, per altre ragioni, fu il ministro dell’Interno argentino, evidentemente ritenuto più importante di Benedetto XVI.

Nel frattempo il Vaticano aveva tolto uno degli uomini di Bergoglio, il gesuita Joaquín Piña, dall’incarico di arcivescovo di Puerto Iguazú: Piña aveva rilasciato alla stampa dichiarazioni simili a quelle di Marcó. Il quotidiano inglese The Telegraph, ricostruendo la vicenda, racconta che da Roma avvisarono Bergoglio che sarebbe stato rimosso anche lui, se avesse continuato a delegittimare Ratzinger. E che Bergoglio reagì cancellando il viaggio che avrebbe dovuto portarlo al sinodo convocato dal papa. La cosa non finì lì. Il 22 febbraio 2011 il nunzio apostolico in Argentina, l’arcivescovo Adriano Bernardini, proprio a Buenos Aires pronunciò un’omelia di fuoco contro i nemici di Ratzinger. Il Santo Padre, disse, è vittima di una «persecuzione», è stato «abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi». Molti di quelli cui si riferiva erano lì, in chiesa, davanti a lui. Bernardini, oggi nunzio in Italia, non è annoverato tra le simpatie di papa Bergoglio.


Manipolazione criminale dei valori e dei diritti umani universali, quando il male appare come bene
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:40 pm

I cristiani ortodossi con i loro preti sposati, difendono la loro terra e la loro gente; invece i preti cattolico romani, castrati per vocazione (castità e celibato) e deturpati dalla pedofilia, non sono legati a nessuna terra e a nessun popolo ma soltanto al regno dei cieli e a un'umanità generica senza alcuna distinzione, identità, cultura, storia, tradizioni, diritti, responsabilità.
Il celibato o castità (castrazione volontaria) è una scelta contro natura e genera mostri: genera la pedofilia e il disprezzo per l'esistenza naturale delle creature preferendovi l'innaturalezza del paradiso o regno dei cieli; genera una casta di fanatici eunuchi presuntuosi e arroganti, al servizio di un idolo più che di Dio perché Dio, quello vero, ci ha fatti creature con il dovere di vivere pienamente la condizione, la realtà della creatura e la castrazione volontaria è una violenza alla legge divina e perciò un peccato che genera mostruosità di ogni genere.


Il termine eunuco, che letteralmente significa "custode del letto" (dal greco εὐνή, "letto", ed ἔχω, nel senso di "custodire"), indica un uomo privo delle facoltà virili per difetto organico o in seguito a evirazione.

http://www.treccani.it/enciclopedia/eun ... _Corpo%29/

La castrazione (v.) veniva praticata, sia come cerimonia iniziatica sia come punizione per adulteri e sacrilegi, tanto nell'antico Egitto quanto nell'India vedica, ed era diffusa, insieme con altri tipi di interventi rituali sugli organi sessuali maschili o femminili - circoncisione e infibulazione (v. circoncisione) - soprattutto in Africa, dalla valle del Nilo al Kordofan, al Sudan occidentale, all'Etiopia meridionale; forme di evirazione si riscontrano inoltre nelle popolazioni dell'area andina preincaica.

Nel mondo greco il più intenso e duraturo caso di tradizione fondata sull'evirazione a noi noto è legato alla leggenda di Cibele, che ha probabilmente origini anatoliche e pare in relazione con tradizioni indiane, vediche o postvediche. La Magna Mater Cibele amava il giovane pastore Attis, che fece gran sacerdote del suo tempio; Attis la tradì però con una ninfa e, dinanzi alla terribile ira della dea, provò paura e rimorso tali da evirarsi con le sue mani. Il giovane morì per la ferita: commossa, Cibele instaurò allora il suo culto, incentrato sulla cerimonia del pino reciso che simbolizzava l'ablazione dell'amato. A tale cerimonia potevano partecipare solo gli eunuchi; sovente, ci si castrava durante la cerimonia dell'ostensione del pino sacro, accompagnata da scene di esaltazione mistica. I sacerdoti di Cibele, detti galli, erano castrati e provenivano di solito dalla terra d'elezione del culto orgiastico della Magna Mater, la Frigia. La castrazione rituale trova in effetti il suo più denso e frequente riscontro in un'area compresa tra la penisola anatolica e la Siria, dove non era solo Cibele a venire adorata da sacerdoti castrati: a Efeso, eunuchi, detti μεγάβυζοι, erano addetti al culto nel tempio di Artemide; a Lagina, in Caria, eunuchi servivano una dea identificata solitamente con Ecate; le divinità siriane Astarte e Atargatis venivano servite da sacerdoti eunuchi.

L'evirazione sacrale è variamente interpretata: come atto di amore sublime e di sacrificio della virilità alla dea, ma anche come gesto che, producendo una sorta di femminilità artificiale, rendeva i suoi fedeli più simili a lei e al tempo stesso li dotava di una potenza superiore, su un piano spirituale e forse extrasensoriale. In questo senso non manca chi interpreta l'evirazione come la riconquista della condizione umana primigenia e perfetta, quella dell'androgino che possiede entrambi i caratteri sessuali. A tale riguardo è da notare che i sacerdoti eunuchi indossavano vesti femminili e che, dalla Siberia alle pianure nordamericane, alla Mesoamerica precolombiana, le culture sciamaniche attribuiscono un valore sacrale agli uomini che si travestono o si atteggiano a donna: ciò collega strettamente facoltà sciamaniche, castrazione reale o rituale e omosessualità. A Roma, il culto di Cibele, come qualunque altro culto a carattere orgiastico, fu inizialmente accolto con ostilità e sospetto. Cibele divenne tuttavia una delle protettrici principali della città e del popolo romano, allorché a essa si attribuì il fatto che nel 204 a.C., durante la Seconda guerra punica, la vittoriosa marcia di Annibale non avesse travolto l'Urbe. Da allora le cerimonie primaverili in onore della dea, che si tenevano tra il 15 e il 24 marzo, furono celebrate con grande fasto; nel corso di esse i galli e i fedeli d'entrambi i sessi si flagellavano e si mutilavano in vario modo (ferendosi in varie parti del corpo), le donne giungevano fino all'amputazione di uno o di tutti e due i seni e gli uomini alla castrazione.

Il dilagare dei costumi d'origine microasiatica - che la cultura ellenistica aveva diffuso in tutto il bacino mediterraneo - determinò una forte richiesta di eunuchi, grazie anche all'ambiguità che li rendeva adatti a qualunque tipo di prestazione sessuale (si riteneva, anzi, che fossero inclini alla mollezza e al piacere). I romani conoscevano tre classi di eunuchi: gli spadones, cui erano state tagliate le gonadi; i thlasiae (dal greco θλάω, "schiaccio"), ai quali esse erano state schiacciate; infine i castrati, cui era stata praticata l'ablazione totale di verga e testicoli. L'uso di castrare giovani schiavi a scopo di lucro (il mercato relativo era florido) o di corruzione sessuale era tanto diffuso nel 2° secolo d.C. che Adriano promulgò al riguardo leggi molto severe. D'altronde, il periodo tra il 2° e il 3° secolo d.C. fu l'età aurea della castrazione a fini religiosi; in particolare l'evirazione sacrale toccò i suoi vertici nel primo quarto del 3° secolo d.C., sotto gli imperatori d'origine siriaca che favorirono il culto della Magna Mater: uno di essi, Eliogabalo, giunse a evirarsi per divenire egli stesso gran sacerdote di Cibele. Il cristianesimo sembra aver mutuato da fonti ellenico-asiatiche la sua alta valutazione della castità (originario dell'Asia Minore era appunto Paolo di Tarso), ed è rimasto celebre il gesto di un padre della Chiesa, Origene, che procedette all'autoevirazione. Attorno alla metà del 3° secolo un cristiano eterodosso, Valesio, fondò presso il Giordano una comunità i cui membri, per seguire alla lettera un passo del Vangelo, rimuovevano dal loro corpo l'organo origine dello scandalo sessuale, cioè si castravano. La setta giunse a tali eccessi da assalire estranei e mutilarli per salvarli dal peccato e, in seguito a ciò, la Chiesa precisò la sua opposizione a qualunque metodo di castità costrittiva. Il Concilio di Nicea condannò, nel 325, l'evirazione, volontaria o meno. Anzi la volontà di reprimere qualunque eresia al riguardo, insieme all'idea che il pontefice dovesse essere con sicurezza uomo fisiologicamente indenne, condusse, nel 9° secolo, la Chiesa romana a introdurre il rito della palpazione dei testicoli del nuovo papa.

L'evirazione, costantemente avversata in Occidente, continuò a esser seguita a Bisanzio, nei paesi islamici e in Cina: dall'abitudine bizantina di avere gli eunuchi come guardiani di ginecei, l'islamismo mutuò la tradizione secondo cui essi erano preposti alla custodia degli harem. Il grande medico Abulcasis (10° secolo), pur sottolineando la proibizione della castrazione per i musulmani, fornisce metodi per lo schiacciamento e l'asportazione dei testicoli, misura adottata soprattutto nei confronti degli schiavi. Al di là dei motivi medici o sociali che potevano determinare la castrazione, essa era praticata in differenti circostanze, anche a fini di punizione o di vendetta. Tra i casi più celebri al riguardo, è da porre quello del filosofo Pietro Abelardo che, in pieno 12° secolo, venne mutilato per punizione dei suoi rapporti con Eloisa. Nel corso del 16° secolo, forse in coincidenza con la polemica tra cattolici e riformati sui temi della castità e del celibato dei sacerdoti, si diffusero contemporaneamente voci relative a pratiche di castrazione. Nel 1565, i luterani di Monaco accusarono i gesuiti di castrare i loro giovani scolari per mantenerne intatta la castità, ma le prove addotte dimostrarono come l'equivoco fosse nato da una cattiva interpretazione di un caso di criptorchidismo. Intanto si diffondeva soprattutto nello Stato della Chiesa, dove il divieto di esibizione delle donne in teatro rimaneva rigoroso, la pratica (illecita, ma seguita a scopo di lucro) di far castrare bambini e adolescenti per mantenerne intatti i caratteri del timbro della voce e impiegarli poi come 'voci bianche'. I musici, o 'evirati cantori' - celebre fra tutti Carlo Broschi, detto il Farinelli, amico del Metastasio -, furono di gran moda tra il 17° e i primi del 19° secolo, allorché la pratica venne dichiarata illegale e come tale perseguita. L'eunuchismo conobbe un revival nella Russia zarista del 18° secolo, con il vasto successo della setta dei radenyi ("flagellanti"), che in un'estasi tra il mistico e l'erotico giungevano non solo alla flagellazione e al digiuno, ma anche alla castrazione. Da questa setta derivarono gli skoptzy ("castrati"), il successo dei quali, sotto il regno di Nicola I (1825-55), fu tale che lo zar fu costretto ad adeguarsi alla scelta della Chiesa cattolica, che condannava solennemente ed esplicitamente l'evirazione volontaria. Nonostante le persecuzioni, la setta era ancora attiva nella prima fase del regime sovietico.

L'evirazione rituale è tuttora seguita in alcune culture tradizionali africane. In India sopravvive ancor oggi, nonostante le proibizioni legali, la setta dei Hijra, fondata nella prima metà del 20° secolo da Dada Guru Sankar, che diffonde la pratica dell'autocastrazione. Essa, però, non si può correttamente ricondurre né alle tradizioni dell'età vedica, né alle consuetudini indiane antecedenti alla conquista britannica del subcontinente.

bibliografia

A.G. labanchi, Gli eunuchi e le scuole del canto del secolo XVIII, Napoli, Guida, 1923.

U. Ranke-Heinemann, Eunuchen für das Himmelreich, Hamburg, Hoffmann und Campe, 1988 (trad. it. Milano, Rizzoli, 1990).
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:41 pm

Perché in Israele queste ignominie e queste brutalità non capitano? Perché in Israele vi è un popolo e uno stato che promana da questo popolo e che si è strutturato e organizzato per difenderlo.
E perché il Dio di Israele non è un Dio universale senza umanità, ma un Dio che ha rispetto dell'umanità e dei suoi popoli.



Viva il Dio di Israele che consente agli ebrei di difendersi e abbasso l'idolo dei cristiani che ci impedisce di difenderci e che ci porta alla morte. Io preferisco morire per difendere la vita sulla terra che morire per difendere quella dell'aldilà. Non ha alcun senso morire per un Dio/Idolo ma ha ogni senso morire per amore della vita, della libertà e dignità sulla terra, della tua terra e della tua gente.

Se gli ebrei di Isarele seguissero l'esempio e le indicazioni del Papa cattolico romano, scomparirebbero nel giro di pochi mesi e la terra d'Israele non esisterebbe più sommersa dalla massa islamica a danno dell'umanità intera.
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:41 pm

Questo Papa ci manca di rispetto, non ha alcun riguardo per la nostra diversità umana, per la nostra storia, la nostra identità, i nostri diritti naturali e civili ... ci considera massa umana soggetta alla legge divina interpretata dal cristianesimo ...

Uomini sradicati dall'umano.
I preti cattolici sono uomini sradicati, il loro voto alla castità e al celibato fa di essi un'umanità castrata, perversa, ... degli invasati come i castrati di Attis, ...
Dio ha creato l'universo come variazione infinità, un divino inno alla diversità, con individualità, comunità, etnie, culture, storie, lingue, identità differenti e tutte legate alla terra, a specifi luoghi dove queste diversità si sono formate, generate, ... e non tenerne conto e trattare tutto come se non esistessero è un peccato mortale, un delitto, una bestemmia contro Dio il Creatore dell'universo, dei cieli e della terra, di tutte le creature e dell'uomo.

Questi preti sradicati non sono un'aristocrazia umana, non sono guerrieri amorevoli di Dio, non sono un casta di santi e un buon esempio di fraternità universale, non sono affatto gli uomini migliori che l'umanità abbia generato e generi, non sono affatto sagge guide umane per i popoli della terra; non sono umanità prediletta di Dio, angeli in terra, sacri rappresentanti di Dio. NO! Sono tutt'altro e spesso paiono servi di satana. No ai preti pastori.
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:42 pm

Ecco cosa dice il Papa cattolico romano Francesco sui preti:

Papa: i sacerdoti, presi “tra gli uomini”, per servirli e stare in mezzo a loro con “sguardo amorevole”
20/11/2015 VATICANO
La famiglia fondamentale “centro di pastorale vocazionale”. “Non sono filantropi o funzionari, ma padri e fratelli. Vicinanza, viscere di misericordia, sguardo amorevole: con questa testimonianza di vita possiamo evangelizzare”. L’importanza dell’attenzione al discernimento vocazionale: “quando mi accorgo che un giovane è troppo rigido, è troppo fondamentalista, io non ho fiducia”.

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa: ... 35940.html

Città del Vaticano (AsiaNews) – I sacerdoti non calano dall’alto, ma sono “chiamati da Dio”, che li prende “fra gli uomini”, per costituirli “in favore degli uomini”, in mezzo ai quali debbono vivere e verso i quali avere “vicinanza, viscere di misericordia, sguardo amorevole”. “Alcuni pensieri” sul “rapporto tra “i preti e le altre persone” sono stati espressi dal Papa nell’udienza data oggi ai partecipanti al convegno promosso dalla Congregazione per il clero in occasione del 50mo anniversario dei Decreti conciliari “Optatam totius” e “Presbyterorum ordinis”, che si conclude oggi alla Pontificia università urbaniana.
“Non si tratta – ha detto Francesco - di una ‘rievocazione storica’. Questi due Decreti sono un seme, che il Concilio ha gettato nel campo della vita della Chiesa; nel corso di questi cinque decenni essi sono cresciuti, sono diventati una pianta rigogliosa, certamente con qualche foglia secca, ma soprattutto con tanti fiori e frutti che abbelliscono la Chiesa di oggi. Ripercorrendo il cammino compiuto, questo Convegno ha mostrato tali frutti e ha costituito una opportuna riflessione ecclesiale sul lavoro che resta da fare in questo ambito così vitale per la Chiesa. Optatam totius e Presbyterorum ordinis sono stati ricordati insieme, come le due metà di una realtà unica: la formazione dei sacerdoti, che distinguiamo in iniziale e permanente, ma che costituisce per essi un’unica esperienza di discepolato”.

“Dal momento che la vocazione al sacerdozio è un dono che Dio fa ad alcuni per il bene di tutti, vorrei condividere con voi alcuni pensieri, proprio a partire dal rapporto tra i preti e le altre persone, seguendo il n. 3 di Presbyterorum ordinis, nel quale si trova come un piccolo compendio di teologia del sacerdozio, tratto dalla Lettera agli Ebrei: «I presbiteri sono stati presi fra gli uomini e costituiti in favore degli uomini stessi nelle cose che si riferiscono a Dio, per offrire doni e sacrifici in remissione dei peccati, vivono quindi in mezzo agli altri uomini come fratelli in mezzo ai fratelli». Consideriamo questi tre momenti: ‘presi fra gli uomini’, ‘costituiti in favore degli uomini’, presenti ‘in mezzo agli altri uomini’”.

“Il sacerdote è un uomo che nasce in un certo contesto umano; lì apprende i primi valori, assorbe la spiritualità del popolo, si abitua alle relazioni. Anche i preti hanno una storia, non sono ‘funghi’ che spuntano improvvisamente in cattedrale nel giorno della loro ordinazione. È importante che i formatori e i preti stessi ricordino questo e sappiano tenere conto di tale storia personale lungo il cammino della formazione. Occorre che essa sia personalizzata, perché è la persona concreta ad essere chiamata al discepolato e al sacerdozio, tenendo in ogni caso conto che è solo Cristo il Maestro da seguire e a cui configurarsi.
Mi piace in questo senso ricordare quel fondamentale ‘centro di pastorale vocazionale’ che è la famiglia, chiesa domestica e primo e fondamentale luogo di formazione umana, dove può germinare nei giovani il desiderio di una vita concepita come cammino vocazionale, da percorrere con impegno e generosità. In famiglia e in tutti gli altri contesti comunitari – scuola, parrocchia, associazioni, gruppi di amici – impariamo a stare in relazione con persone concrete, ci facciamo modellare dal rapporto con loro, e diventiamo ciò che siamo anche grazie a loro”.

“Un buon prete, dunque, è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore. La formazione umana è quindi una necessità per i preti, perché imparino a non farsi dominare dai loro limiti, ma piuttosto a mettere a frutto i loro talenti. Un prete che sia un uomo pacificato saprà diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore. Non è normale invece che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere; non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo. Noi sacerdoti siamo apostoli della gioia, annunciamo il Vangelo, cioè la ‘buona notizia’ per eccellenza; non siamo certo noi a dare forza al Vangelo, ma possiamo favorire o ostacolare l’incontro tra il Vangelo e le persone. La nostra umanità è il ‘vaso di creta’ in cui custodiamo il tesoro di Dio, un vaso di cui dobbiamo avere cura, per trasmettere bene il suo prezioso contenuto”.

“Un prete non può perdere le sue radici, resta sempre un uomo del popolo e della cultura che lo hanno generato; le nostre radici ci aiutano a ricordare chi siamo e dove Cristo ci ha chiamati. Noi sacerdoti non caliamo dall’alto, ma siamo chiamati da Dio, che ci prende ‘fra gli uomini’, per costituirci ‘in favore degli uomini’. Ecco il secondo passaggio. Qui c’è un punto fondamentale della vita e del ministero dei presbiteri. Rispondendo alla vocazione di Dio, si diventa preti per servire i fratelli e le sorelle. Le immagini di Cristo che prendiamo come riferimento per il ministero dei preti sono chiare: Egli è il ‘Sommo Sacerdote’, allo stesso modo vicino a Dio e vicino agli uomini; è il ‘Servo’, che lava i piedi e si fa prossimo ai più deboli; è il ‘Buon Pastore’, che sempre ha come fine la cura del gregge”.

“Sono le tre immagini a cui dobbiamo guardare, pensando al ministero dei preti, inviati a servire gli uomini, a far loro giungere la misericordia di Dio, ad annunciare la sua Parola di vita. Non siamo sacerdoti per noi stessi e la nostra santificazione è strettamente legata a quella del nostro popolo, la nostra unzione alla sua unzione. Sapere e ricordare di essere ‘costituiti per il popolo’, aiuta i preti a non pensare a sé, ad essere autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali, insomma, pastori, non funzionari. Il popolo di Dio e l’umanità intera sono destinatari della missione dei sacerdoti, a cui tende tutta l’opera della formazione. La formazione umana, quella intellettuale e quella spirituale confluiscono naturalmente in quella pastorale, alla quale forniscono strumenti e virtù e disposizioni personali. Quando tutto questo si armonizza e si amalgama con un genuino zelo missionario, lungo il cammino di una vita intera, il prete può adempiere alla missione affidata da Cristo alla sua Chiesa”.
“Infine, ciò che dal popolo è nato, col popolo deve rimanere; il prete è sempre ‘in mezzo agli altri uomini’, non è un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve – magari bene, ma come fosse un mestiere – e poi se ne va a vivere una vita separata. Si diventa preti per stare in mezzo alla gente. Il bene che i preti possono fare nasce soprattutto dalla loro vicinanza e da un tenero amore per le persone. Non sono filantropi o funzionari, ma padri e fratelli. Vicinanza, viscere di misericordia, sguardo amorevole: con questa testimonianza di vita possiamo evangelizzare, far sperimentare la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo e l’amore di Dio che si fa concreto anche attraverso i suoi ministri. Un buon esame di coscienza per un prete è anche questo; se il Signore tornasse oggi, dove mi troverebbe? «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). E il mio cuore dov’è? In mezzo alla gente, pregando con e per la gente, coinvolto con le loro gioie e sofferenze, o piuttosto in mezzo alle cose del mondo, agli affari terreni, ai miei ‘spazi’ privati? La risposta a questa domanda può aiutare ogni prete a orientare la sua vita e il suo ministero verso il Signore”.
“Il Concilio ha lasciato alla Chiesa ‘perle preziose’. Come il mercante del Vangelo di Matteo (13,45), oggi andiamo alla ricerca di esse, per trarre nuovo slancio e nuovi strumenti per la missione che il Signore ci affida. Confido che il frutto dei lavori di questo Convegno – con tanti autorevoli relatori, provenienti da regioni e culture diverse – potrà essere offerto alla Chiesa come utile attualizzazione degli insegnamenti del Concilio, portando un contributo alla formazione dei sacerdoti, quelli che ci sono e quelli che il Signore vorrà donarci, perché, configurati sempre più a Lui, siano buoni preti secondo il suo cuore”.
A braccio, infine, Francesco ha proseguito: “Una cosa che vorrei aggiungere al testo – scusatemi! – è il discernimento vocazionale, l’ammissione al seminario. Cercare la salute di quel ragazzo, salute spirituale, salute materiale, fisica, psichica. Una volta, appena nominato maestro dei novizi, anno ’72, sono andato a portare alla psicologa gli esiti del test di personalità, un test semplice che si faceva come uno degli elementi del discernimento. Era una brava donna, e anche brava medico. Mi diceva: ‘Questo ha questo problema ma può andare se va così…’. Era anche una buona cristiana, ma in alcuni casi era inflessibile: ‘Questo non può’ – ‘Ma dottoressa, è tanto buono questo ragazzo’ – ‘Adesso è buono, ma sappia che ci sono giovani che sanno inconsciamente, non ne sono consapevoli, ma sentono inconsciamente di essere psichicamente ammalati e cercano per la loro vita strutture forti che li difendano, così da poter andare avanti. E vanno bene, fino al momento in cui si sentono bene stabiliti e lì incominciano i problemi’ – ‘Mi sembra un po’ strano…’. E la risposta non la dimentico mai, la stessa del Signore a Ezechiele: ‘Padre, Lei non ha mai pensato perché ci sono tanti poliziotti torturatori? Entrano giovani, sembrano sani ma quando si sentono sicuri, la malattia incomincia ad uscire. Quelle sono le istituzioni forti che cercano questi ammalati incoscienti: la polizia, l’esercito, il clero… E poi tante malattie che tutti noi conosciamo che vengono fuori’. E’ curioso. Quando mi accorgo che un giovane è troppo rigido, è troppo fondamentalista, io non ho fiducia; dietro c’è qualcosa che lui stesso non sa. Ma quando si sente sicuro… Ezechiele 16, non ricordo il versetto, ma è quando il Signore dice al suo popolo tutto quello che ha fatto per lui: l’ha trovato appena nato, e poi l’ha vestito, l’ha sposato… ‘E poi, quando tu ti sei sentita sicura, ti sei prostituita’. E’ una regola, una regola di vita. Occhi aperti sulla missione nei seminari. Occhi aperti”.
“Confido – ha concluso - che il frutto dei lavori di questo Convegno – con tanti autorevoli relatori, provenienti da regioni e culture diverse – potrà essere offerto alla Chiesa come utile attualizzazione degli insegnamenti del Concilio, portando un contributo alla formazione dei sacerdoti, quelli che ci sono e quelli che il Signore vorrà donarci, perché, configurati sempre più a Lui, siano buoni preti secondo il cuore del Signore, non funzionari! E grazie della pazienza.



Celibato dei preti, facciamo chiarezza
di Enrico Cattaneo
01-06-2014

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-cel ... a-9352.htm

Puntualmente la questione del celibato dei preti ritorna sulle cronache dei giornali, e anche nella intervista a Papa Francesco sull’aereo di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa, non è mancata la domanda sui “preti sposati”, dato che, come si sa, gli Ortodossi hanno dei preti sposati, e i ministri protestanti e anglicani – identificabili ‘grosso modo’ con i preti cattolici – sono quasi tutti sposati. La domanda del giornalista sembra poi giustificata dal fatto che in Germania i preti cattolici non aspetterebbero altro che il momento per potersi sposare!

Il Papa risponde chiarendo anzitutto che nelle Chiese cattoliche di rito orientale, già «ci sono dei preti sposati!». E prosegue: «Perché il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta».

Aperta a che cosa? Il Papa non lo dice, e non poteva farlo in una intervista in aereo, necessariamente breve. Perché però le sue parole non si prestino a fraintendimenti, cerchiamo di chiarire alcune cose.

Anzitutto il Papa parla di “celibato”, ed essere celibi, nel senso comune del termine, significa non essere sposati. Nel linguaggio cristiano, però, il concetto di “celibato” è strettamente connesso con quello di “castità” e di “continenza sessuale”. Uno può essere celibe, ma andare a donne, fare lo sporcaccione, ecc. ecc. Quando si dice che un prete deve essere celibe, significa che deve vivere nella castità totale, cioè non solo astenersi da qualsiasi rapporto sessuale, ma anche avere un cuore puro, un cuore libero anche affettivamente, perché è consacrato al Signore. In altre parole, un prete manca al suo impegno di celibato non solo quando va a donne, ma anche quando permette al suo cuore di innamorarsi di una donna, di avere contatti fisici con lei (abbracci, carezze), anche senza arrivare al rapporto sessuale completo. Un prete che ha una “fidanzata”, pur senza andare a letto con lei, manca alla sua promessa di celibato. Per questo stretto legame tra celibato e castità, molti non distinguono più tra celibato (come stato civile) e castità o continenza sessuale (come virtù), e da qui derivano molte confusioni.

Il Papa dunque ha parlato del “celibato” dei preti in senso globale, come stato civile e come virtù, e ha detto che questa è una «regola», aggiungendo che questa regola non è «un dogma di fede». Vediamo di capire meglio.

Esiste nella Chiesa cattolica di rito latino una “regola” o “legge del celibato”. Se si tratta di una “regola”, essa va considerata anzitutto dal punto di vista canonico. Che cosa significa questa regola? Lo dice per la prima volta in modo esplicito il Codice di Diritto Canonico del 1917 (can. 987, § 2), dove si stabilisce che le persone sposate «sono impedite», cioè non possono accedere alla sacra ordinazione. In altri termini, l’essere sposati, l’essere nello stato coniugale, oggi come oggi nella Chiesa cattolica di rito latino, costituisce un “impedimento” canonico alla ricezione del sacramento dell’Ordine. Questo “impedimento” è stato recepito anche dal nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 277 § 1). Si tratta di un impedimento “semplice”, tale cioè che l’ordinazione di un uomo sposato risulta illecita, ma non invalida.

Ora questo “impedimento” non esiste da sempre nella Chiesa cattolica. In effetti, nella Chiesa antica i sacri ministri erano scelti sia tra le persone celibi sia tra le persone coniugate. Non abbiamo delle statistiche (o almeno io non le conosco), ma è certo che molti preti e vescovi fossero coniugati. Per fare qualche esempio, che risale addirittura al tempo apostolico, san Pietro era coniugato, mentre san Giovanni certamente era non solo celibe, ma vergine; san Paolo invece era celibe. Per citare altri nomi abbastanza noti, san Paolino, vescovo di Nola, era sposato; così pure s. Ilario, vescovo di Poitiers e san Gregorio, vescovo di Nissa; s. Agostino aveva una concubina, mentre sant’Ambrogio era celibe (e forse anche vergine).

La cosa da tenere presente – e che non tutti fanno – è che chi veniva ordinato (diacono, presbitero o vescovo), fosse coniugato o celibe, da allora in poi si impegnava a vivere nella perfetta continenza. Chiamo questo “la legge della continenza”: non era una legge scritta, codificata, ma scaturiva dalla natura stessa del ministero apostolico, di cui quello diaconale, presbiterale ed episcopale è un prolungamento. Era evidente che l’imposizione della mani per il ministero conferiva una grazia dello Spirito Santo che rendeva la persona totalmente consacrata a Cristo, per il servizio del Vangelo, dei sacramenti e del popolo santo.

Se l’ordinato era celibe, doveva poi vivere questo stato in vera castità, resistendo a tutte le tentazioni e seduzioni della carne, che pure aveva. Evidentemente, ciò non era possibile senza una vita spirituale intensa, perché la castità da sola non sta in piedi, se non è accompagnata dalla preghiera, dallo spirito di servizio, dall’umiltà, dalla carità. Quanti preti e vescovi celibi nella Chiesa antica sono stati anche arrivisti, intriganti, affaristi, amanti della buona tavola, come testimoniano gli scritti di san Cipriano e di san Giovanni Crisostomo!

Se l’ordinato era coniugato, si poneva un’altra serie di problemi: come vivere la continenza stando con la propria moglie? E costei sarebbe stata d’accordo nel rinunciare al rapporto coniugale? Evidentemente, le spose degli ordinati dovevano vivere la stessa spiritualità dei loro mariti, diventati preti o vescovi. Concretamente, avveniva la separazione dei letti e anche, dove possibile, delle abitazioni. Ad esempio, san Paolino e la moglie Terasia, in vista dell’ordinazione di lui come presbitero, decisero di vivere in perfetta castità, pur abitando vicini nel centro monastico da loro fondato a Cimitile, presso Nola, attorno alla tomba di san Felice martire.

Non tutti però erano dei santi. Accadeva che molti preti continuassero ad avere rapporti coniugali con le loro mogli, sia per debolezza, sia per ignoranza delle norme della Chiesa. In genere ci si fidava dei buoni propositi delle persone, ma se la moglie rimaneva incinta, era chiaro che la castità non era stata rispettata. Per questo motivo a partire dal IV secolo i sinodi che si occuparono di tale questione vietarono espressamente ai sacri ministri sposati di continuare la convivenza con le loro mogli. Così il sinodo di Elvira, in Spagna, all’inizio del IV secolo stabilisce che «il vescovo o qualsiasi altro chierico, abbia con sé solo una sorella o una figlia vergine consacrata a Dio» (can. 27). Se si parla di “figlia”, significa che era sposato. Questa norma è affermata ancora più chiaramente nel can. 33: «Si stabilisce senza eccezioni per vescovi, presbiteri, diaconi [...] questa proibizione: si astengano dall’avere rapporti con le loro mogli e dal generare figli. Chiunque farà ciò sarà per sempre allontanato dallo stato clericale».

Alcuni hanno interpretato questa norma come se il sinodo di Elvira avesse introdotto una novità “da un giorno all’altro”, proibendo quello che prima invece era pacificamente ammesso. Ma tale interpretazione non regge. Emanare un divieto non significa proibire una cosa che prima era permessa, bensì arginare un abuso. Un decreto ancora più solenne è quello del Concilio di Nicea del 325 (I° ecumenico), che dice nel can 3: «Questo grande concilio proibisce assolutamente ai vescovi, presbiteri e diaconi [...] di avere con sé una donna, a meno che non si tratti della propria madre, di una sorella, di una zia e di una persona che sia al di sopra di ogni sospetto».

C’è anche un altro fatto, richiamato proprio da questo canone, che fa pensare che già dai primi secoli i membri del clero fossero in gran parte celibi, ed è il problema delle convivenze. Infatti i preti celibi che non avevano più la madre o non avevano una sorella, da chi dovevano essere accuditi? Alcuni pensarono di prendere in casa una vergine consacrata (le cosiddette virgines subintroductae), per attendere alla faccende domestiche, ma questa era una soluzione per nulla soddisfacente, perché alimentava i sospetti tra la gente. Perciò i vescovi come san Cipriano e san Giovanni Crisostomo condannarono energicamente questa pratica.

In definitiva, dal punto di vista della Chiesa antica, il problema non era se ordinare persone sposate o celibi, ma come vivere autenticamente la castità sacerdotale. L’orientamento prevalente però fu quello di assumere persone celibi, sperando che fossero formate nella virtù. I vari concili medievali che si sono espressi su tale questione, fino al concilio di Trento, constatarono però la difficoltà di avere preti non solo celibi, ma anche capaci di dominare la propria sessualità, per cui spesso vivevano con concubine o addirittura cercavano di sposarsi. Così il concilio Lateranense II (1139) dichiara che se un vescovo, prete o diacono osa contrarre matrimonio, tale matrimonio è invalido. La stessa cosa ripete il concilio di Trento nel 1563 (sess. 24, can. 9). Nonostante queste evidenti difficoltà, la Chiesa latina ha sempre mantenuto la “legge delle continenza”, che di fatto è diventata la “legge del celibato”. Diversamente sono andate le cose nella Chiesa greca, dove a partire dall’VIII secolo, con il Concilio Quininsesto (in Trullo) fu concessa una mitigazione alla legge della continenza, permettendo ai preti e ai diaconi sposati di continuare i rapporti coniugali e quindi di avere figli. Per i vescovi però è rimasta la legge della continenza o celibato.

Riassumendo: la “legge del celibato”, come l’abbiamo spiegata all’inizio, e cioè come norma che per diritto canonico “impedisce” alle persone sposate di accedere al sacramento dell’Ordine, è chiaramente una norma ecclesiastica, cioè fatta dalla Chiesa e non emanante dalla Parola di Dio, che in san Paolo prevede che siano scelte al diaconato, al presbiterato e all’episcopato anche persone sposate, purché lo siano state «una sola volta» e abbiano dato buona prova nell’educazione dei figli (1 Timoteo 3, 2; 3, 12; Tito 5, 6).

La “legge della continenza” invece è, almeno a mio avviso, di origine apostolica e si radica nella figura stessa di Gesù, il quale non si è sposato e ha chiesto ai suoi apostoli una sequela radicale, che comportava un abbandono della vita coniugale a motivo del regno, in accordo con l’eventuale sposa, che da quel momento diventava una “sorella”.

In definitiva, il passaggio dalla stato coniugale a quello sacerdotale è stato ammesso nella Chiesa antica, ma non è ammesso ora nella Chiesa cattolica di rito latino. Invece il passaggio dallo stato sacerdotale a quello coniugale non è mai stato ammesso nella Chiesa, né antica, né moderna, e neppure nelle Chiese Ortodosse. Qui non ci sono “porte aperte”. La ragione è che lo stato sacerdotale è qualcosa di più rispetto allo stato coniugale. Ora si può passare dal meno al più, ma non dal più al meno.

Quindi dire che nella Chiesa antica i preti si potevano sposare è una sciocchezza; dire che i preti Ortodossi si possono sposare è un’altra sciocchezza. Ma anche dire che la “legge del celibato” ci sia sempre stata nella Chiesa è anch’essa una cosa non esatta. Riprendiamo allora le parole del Papa, sperando che ora siano più chiare: «Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa». Il celibato sacerdotale dunque, pur essendo una regola della Chiesa, è però un “dono” prezioso, che la Chiesa cattolica ha maturato nel tempo e che conserva gelosamente perché è il mezzo migliore per tenere alta la spiritualità dei suoi ministri, in conformità con le esigenze del Vangelo.
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:47 pm

Separare sessualità e genitalità è solo castrazione

Figlio della rabbia del ’68, ho scoperto che per essere preti serve esattamente quel che serve per sposarsi, essere uomini.
Testimonianza appassionata di un missionario
22 Maggio 2011 di Padre Aldo Trento

http://www.ilfoglio.it/articoli/2011/05 ... e_c406.htm


Al direttore - Ringrazio il cardinal Piacenza per la “lectio magistralis” impartita ai seminaristi del Piemonte sul tema della affettività e il suo nesso con il celibato che ogni sacerdote è chiamato a vivere come dono e modalità per essere davvero un “amministratore dei divini Misteri”.

È la prima volta che sento un prefetto della congregazione per il Clero parlare in termini così pieni di realismo.
Leggere quelle parole è stato ripercorrere il mio cammino di 40 anni di sacerdozio, cioè di continua e immutata predilezione da parte di Dio nei miei confronti. “Figlio”, come molti della mia età, della rabbiosa contestazione del ’68, ho conosciuto nei primi anni di sacerdozio la ribellione verso una formazione sacerdotale in cui l’umano era visto più come un ostacolo, che l’unico cammino che porta a Cristo.
Più volte molti di noi avrebbero sottoscritto la prima parte del titolo che il suo giornale ha messo per introdurre la “lectio” del cardinale: “Maledetti genitali”. Però quanto accaduto nei seminari in quegli anni era come un grido di aiuto per comprendere quella bellezza che solo più tardi, incontrando monsignor Giussani, avrei incominciato a vivere con gioia.

Il celibato non si può comprendere come un dono dello Spirito Santo alla sua chiesa se non si sperimenta già negli anni della formazione la risposta che monsignor Giussani ha dato molti anni fa a una riunione di sacerdoti che gli chiedevano: qual è la condizione per essere sacerdoti?
E lui rispose: la stessa condizione che per sposarsi, quella di essere uomini. Ed essere uomo per lui significava un io cosciente del proprio destino ultimo, perché solo la familiarità con il destino ultimo realizza in modo adeguato, totalizzante e definitivo qualunque desiderio del cuore umano, qualunque movimento della persona umana nella sua unità ontologica di corpo e spirito. Stando con lui ho vissuto e sperimentato che l’umano non solo non è obiezione, ma la condizione per incontrare la bellezza di Cristo. Così come lo era stato per Zaccheo, l’adultera, la samaritana. Cristo è la compiutezza dell’io.

Stando con lui ho percepito che la la sessualità umana forma parte dell’ontologia umana e che non si può ridurla alla sola genitalità, anche se ne è un aspetto fondamentale. Infatti Dio ha creato l’uomo come essere sessuato maschile e femminile per cui “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”. Questo principio non riguarda solo coloro che sono chiamati a essere una “carne sola” nel matrimonio, bensì ogni essere umano ???.

La sessualità nella sua dimensione mascolina e femminile è l’origine stessa del linguaggio umano, della relazione uomo-donna, io-tu. Per cui qualunque “formazione” o “educazione” che volesse separare queste due realtà complementari e distinte va contro la verità dell’uomo così come Dio l’ha fatto.
Ed è per questo che nessuno, a meno di castrare la propria umanità, può rinunciare o censurare la propria sessualità ???.

Il dogma stesso della Assunzione al cielo della Vergine e quello della risurrezione della carne, è l’affermazione più acuta e bella di questa verità. La Madonna fu assunta in cielo con il suo corpo femminile anche se trasfigurato. Così ho la certezza che un domani vedrò mia madre e mio padre con il loro corpo trasfigurato femminile e maschile. Non posso immaginare che si siano trasformati in angioletti tutti uguali, come quelli fabbricati in serie nei negozi della Val Gardena.
Per questo motivo nessuno può prescindere dalla bellezza della propria sessualità, mentre può rinunciare per un bene più grande all’uso della propria genitalità ???.
Ridurre l’uomo alla genitalità è eliminarla. ???
Allora la questione non è ridurre il celibato al non uso dei genitali o alla virtù della castità, ma scoprire come il celibato è un dono. Chi è il celibe o chi è il vergine se non colui che per una grazia divina è chiamato a vivere in pienezza la propria umanità, vivendo come ha vissuto Cristo, il più bello fra i figli dell’uomo, come ricorda il Salmo 44? ???

Quando penso alla mia vita, con i suoi 40 anni di sacerdozio, quando rivedo i miei 22 anni di missione in cui mi sono imbattuto in mille “tentazioni”, in cui ho sentito l’ardore della carne, della libidine, vedo la bellezza di una lotta, come quella di Giacobbe con l’angelo che alla fine lascia il segno, il segno della mia appartenenza al Mistero.

Il problema non sono i genitali, il problema non è neanche la relazione uomo-donna, ma quella sete di infinito, di eternità, di amore, di felicità, di bellezza, di giustizia, di verità che definisce l’io. “Incontrando Cristo mi sono scoperto uomo”, affermava l’ultimo grande senatore e avvocato dell’impero romano, Vittorino. ???

Vivere il celibato per colui che è vi chiamato, è vivere solo e totalmente per Colui che è il contenuto di ogni respiro umano. È rispondere alla domanda di san Francesco: “Quid animo satis?”.
La verginità, termine infinitamente più bello di celibato, è vivere ogni rapporto con una “distanza dentro”.
Kierkegaard dà una bellissima spiegazione di questa “distanza dentro” in ogni rapporto, commentando la creazione della donna.

Secondo la Genesi, Dio creò la donna da una costola di Adamo, dopo averlo fatto addormentare. Con questa metafora Dio voleva farci capire che cos’è la verginità cioè il valore di ogni rapporto. La costola, cioè la donna, sarà sempre segnata da quell’insondabile desiderio di tornare nel luogo da cui è stata tolta dal Creatore. Così come quel vuoto lasciato dalla costola in Adamo continuerà a desiderare che la costola (la donna) torni nel suo posto originale. Una ferita, una nostalgia che accompagnerà ambedue fino alla morte. La verginità è guardare l’altro come parte di sé ma diversa da sé, guardarlo come dono. Però questo implica una lotta, perché tanto l’uomo come la donna vorrebbero eliminare la distanza, la diversità che sono, seguendo l’illusione che nel possesso reciproco (la costola che torna nel suo posto originale) stia la felicità e la compiutezza di sé. E questa lotta per affermare l’irriducibilità dell’altro è non solo per i celibi, ma anche per gli sposati. Una lotta per affermare l’amore al destino dell’altro. Il celibe è l’uomo chiamato da Dio a ricordare a quanti sono sposati la condizione definitiva a cui tutti siamo chiamati con la morte. E’ il profeta, cioè colui che testimonia il “già” di quella compiutezza affettiva che è il paradiso.

In questo si fa impellente il prendere sul serio quanto il cardinale Piacenza scrive nel secondo punto della conclusione al suo intervento, lì dove afferma “è necessario riconoscere il primato assoluto della Grazia senza la quale non è nemmeno immaginabile una vita realmente casta”.
Cioè non è possibile né per il celibe, né per lo sposato, guardare l’altro come lo guarda Cristo.
La bellezza del celibato è per me evidente in ciò che Dio realizza quotidianamente in me stesso, la gioia di vivere una paternità sconfinata, che diventa opera. La piccola città della carità in cui vivo fu un giorno visitata da un professore di psicologia clinica. Commosso per ciò che vedeva mi domandò: ma qual è il fondamento di questa bellezza umana? Gli risposi: “La divina Provvidenza”. E lui di rimando: “No, padre, la verginità, la sua vita per Cristo, perché solo la verginità costruisce, è capace di paternità”. Allora non si tratta di maledire i genitali, ma di guardare l’uomo nella sua totalità, nella sua bellezza, perché creato a immagine e somiglianza divina. ???
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Re: Naltri no semo piegore e valtri no si pastori

Messaggioda Berto » lun gen 11, 2016 7:49 pm

E sti preti catolego orientali ke se spoxa e ke resta preti sa xeli manco preti?

I preti cattolici? Si sposano eccome
Cultura - 23/03/2010
di Tommaso Caldarelli

http://www.giornalettismo.com/archives/ ... ano-eccome

Un articolo dell’ International Herald Tribune, approfondisce la questione mai risolta del celibato nella Chiesa.

Se ci allontaniamo per un attimo dalle assordanti polemiche di questi giorni, dallo scandalo dei preti pedofili che ha portato anche una storica moderata, moderatissima, come Lucetta Scaraffia, a dire che “qui ci vorrebbero le donne”, scopriamo che l’ipotesi non è così peregrina.In Ucraina, nella (relativamente) vicina Ucraina, ai preti cattolici è concesso sposarsi, senza alcun problema. Ce ne parla oggi l’International Herald Tribune, con un articolo che approfondisce la questione.

MOGLIE E FIGLI - La chiesa greco-ucraina è una delle tante chiese di rito orientale. Chiese cattoliche, si intende, ovvero chiese in perfetta comunione spirituale e di fede col Pontefice Romano. Qui, i sacerdoti si sposano, e non è un gran problema.“E’ importante quando un prete ha una comprensione profonda non solo di se stesso”racconta un parroco. “Avere una famiglia aiuta il prete a comprendere davvero più a fondo come relazionarsi con le altre persone e come aiutarle. E’ piu naturale, ha molto più senso per un prete avere moglie e bambini”.Allo stesso modo un reverendo più anziano, insegnante al seminario, spiega addirittura come sia conveniente per un prete prender moglie, “così è un miglior pastore per i suoi parrocchiani. Ho paura – dice – che il celibato possa esser visto come contrario alla natura umana”.

IL RITO ORIENTALE - La Chiesa greco-ucraina, continua l’Herald, è solo una delle tante Chiese cattoliche proprio jure che ammettono il matrimonio per i preti. In gran parte del mondo slavo e, più in generale, nelle regioni a contatto con il rito Ortodosso, esistono Chiese cattoliche di questo tipo. Ma possiamo anche evitare di allontanarci troppo. “Di preti cattolici di rito orientale ce n’è anche in Italia”. Scriveva già quasi dieci anni fa Sandro Magister, sul suo blog di approfondimento. “Le diocesi di rito greco albanese della Sicilia e del meridione hanno clero sia celibe che sposato. I loro parroci con famiglia sono una dozzina. Uno di questi ha officiato per anni a Milano, nella chiesa di rito greco dei santi Maurizio e Sigismondo, in corso Magenta”.

DOVE IL VATICANO SI E’ ARRESO - Molto spesso queste realtà (così l’esempio degli scismatici anglicani, recentemente riammessi alla comunione con Roma) esistono in situazioni di frontiera, in cui è difficile per la Chiesa cattolica Romana chiedere ai propri pastori di rinunciare a una facoltà che essi sentono come naturale anche per i sacerdoti, che vedono essere largamente praticata dai pastori delle altre confessioni cristiane(ortodossi, protestanti). Tuttavia, se ci spostiamo in Sud America, scopriamo che un prete con moglie è una possibilità talmente frequente che non ci si fa più caso. Scopriamo che lo stesso Vaticano sembra essersi arreso, accettando il clero uxorato sotto condanna del silenzio.Insomma, la situazione, nella chiesa Romana, appare molto più fluida di quanto non si voglia far credere.
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