El Papa creistian, catołego roman, no lè Cristo

El Papa creistian, catołego roman, no lè Cristo

Messaggioda Berto » mar mag 17, 2016 9:54 pm

Socci: "Da lui un polpettone marxisteggiante"
Pietro De Leo
2016/05/17

http://www.iltempo.it/politica/2016/05/ ... -1.1540123


«Una riflessione sulla moltitudine di apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa nel nostro tempo». Così Antonio Socci spiega il cuore de La profezia finale , il suo ultimo libro edito da Rizzoli. «È evidente - prosegue Socci - che esse portano un monito molto significativo».

Perché?

«In duemila anni non si è mai rivelata una frequenza di apparizioni mariane come negli ultimi tempi, ciò significa che siamo al centro di un momento drammatico. Sotto due profili: da un lato, quello di un mondo che abbandona Dio, e corre il pericolo di cacciarsi in un vortice pericoloso anche bellico. Dall’altro lato, quello di una chiesa che rischia di vedere obnubilata la fede. Questa è un po’, in sintesi, la questione».

Si dice sempre che le ideologie sono morte nel ‘900. Davvero oggi ne siamo liberi?

«No. Nell’omelia di apertura del conclave del 2005, il Cardinal Ratzinger, che sarebbe diventato Benedetto XVI, parlò di "dittatura del relativismo". Dopo il crollo del comunismo c’è stata una deriva ideologica laicista, estremamente intollerante, di impronta nichilista, che spazza via i fondamenti dell’umano ed è particolarmente aggressiva col cristianesimo. È una riformulazione delle ideologie del ‘900. E questo rischia di fare una manovra a tenaglia con l’Islam, con il cristianesimo a fare la parte del vaso di coccio. E tutto questo rischia di essere acuito anche dall’attuale leadership della Chiesa. Abbiamo un Papa che in qualche modo solidarizza con la cultura laicista».

Ed è molto aperturista verso l’Islam, basti vedere i continui appelli alle porte aperte sull’immigrazione, l’ultimo in occasione del Premio Carlo Magno.

«In quell’occasione ha chiesto la multiculturalità, che significa rinuncia dell’identità culturale dell’Europa, come è venuta formandosi fin dai tempi della Grecia. Una cosa, infatti è l’accoglienza, un’altra è la multicuralità. Questo cosa vuol dire? Estendere quel che già accade nei quartieri islamici di Londra e Bruxelles, dove vige la sharia? E poi c’è un’altra cosa che merita di essere segnalata».

Prego.

«Di fronte agli attacchi dell’Isis, Papa Francesco non pronuncia mai la parola "islamico" e parla di terrorismo come se non avesse nulla a che fare con l’islamismo. E anzi, più di una volta ha detto che la colpa è dei fabbricanti d’armi. Allora, con la stessa logica, si dovrebbe dire che l’11 Settembre 2001 è colpa dei fabbricanti d’aeroplani, e il genocidio in Ruanda è colpa dei fabbricanti di coltelli. Quella che uccide è l’ideologia, non i motivi economici, come spesso Papa Francesco ripete in una concezione marxisteggiante».

Sembra una visione contigua alla teologia della liberazione.

«Esatto. E già l’Economist paragonò Papa Francesco a Lenin, individuando la visione comune sul capitalismo come causa di imperialismo e guerra. È un polpettone. Marxisteggiante, appunto».

Un Papa che non si fa carico dell’identità europea. I valori cristiani moriranno?

«Sul lato della cultura e della politica, oggi siamo allo sbando. Faccio un altro esempio: il Papa oggi dice "non mi immischio" sulle unioni gay e invece si immischia in modo anche molto pesante sull’immigrazione. E questo mi pare un dato molto importante, a dimostrazione del fatto che come presenza sociale, culturale e politica dei valori cattolici, con l’attuale pontificato siamo "ko". Dal punto di vista della fede, non credo la provvidenza lascerà che la chiesa sia diluita in un’ideologia relativista che sta cercando di annichilirla e di omologarla».
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Re: El Papa creistian

Messaggioda Berto » mer mag 18, 2016 1:14 pm

Francesco non dà tregua al male oscuro della Chiesa: "Soldi e potere, tentazioni che distruggono"
Nell'omelia a Santa Marta, il Papa ricorda il passo del Vangelo in cui Gesù parla di umiltà e i discepoli preferiscono discutere su chi tra di loro sia il più grande. "Accade anche oggi in ogni istituzione della Chiesa. Tutti con la voglia di ricchezza, vanità, orgoglio. Nessuno di noi può dire: sono una persona santa e pulita"
17 maggio 2016

http://www.repubblica.it/vaticano/2016/ ... -139977209

CITTA' DEL VATICANO - "La via che indica Gesù è la via del servizio, ma spesso nella Chiesa si ricercano potere, soldi e vanità". Sono le parole con cui Papa Francesco, nell'omelia di Santa Marta, ha messo in guardia dagli "arrampicatori" che anche nel mondo cattolico sono tentati di distruggere l'altro "per salire in alto". Tornando dunque a ribadire il messaggio lanciato lanciato ieri all'Assemblea dei vescovi italiani: i cristiani devono vincere la "tentazione mondana" che divide la Chiesa.

A Santa Marta, Francesco ha commentato il passo del Vangelo in cui "Gesù insegna ai suoi discepoli la via del servizio, ma loro si domandano chi sia il più grande tra loro. Il Maestro parla un linguaggio di umiliazione, di morte, di redenzione. Loro parlano un linguaggio da arrampicatori: chi andrà più in alto nel potere?". Esattamente, ha accusato il Papa, quanto "accade oggi in ogni istituzione della Chiesa: parrocchie, collegi, istituzioni, anche i vescovadi. Tutti con la voglia dello spirito mondano di ricchezza, vanità, orgoglio. Nessuno di noi può dire: no, io sono una persona santa e pulita. Tutti noi siamo tentati da queste cose, siamo tentati di distruggere l'altro per salire su. Questo spirito mondano, nemico di Dio, è una tentazione che divide e distrugge la Chiesa".

"Questa voglia mondana di essere con il potere - ha proseguito Bergoglio -, non di servire ma di essere servito, non si risparmia mai come arrivare: le chiacchiere, sporcare gli altri. L'invidia e le gelosie fanno questa strada e distruggono. Questo noi lo sappiamo, tutti. E tutti siamo tentati da queste cose, siamo tentati di distruggere l'altro per salire in su. E' una tentazione mondana, ma che divide e distrugge la Chiesa, non è lo Spirito di Gesù".

Il Papa ha invitato quindi a immaginare la scena: Gesù che parla di umiltà e i discepoli che preferiscono discutere su chi di loro sarà il più grande. "Ci farà bene - ha sottolineato il Pontefice - pensare alle tante volte che noi abbiamo visto questo nella Chiesa. E alle tante volte che noi abbiamo fatto questo. E chiedere al Signore che ci illumini, per capire che l'amore per il mondo, cioè per questo spirito mondano, è nemico di Dio".


l Papa alla Cei: Chiesa lasci beni non necessari. E i preti "brucino sul rogo le ambizioni"
Francesco apre l'assemblea generale dei vescovi chiamata ad approvare i conti dell'otto per mille e a discutere la riforma del clero. E traccia il profilo del parroco ideale: "Non sia un burocrate, sia semplice, essenziale e credibile"
di ANDREA GUALTIERI
16 maggio 2016

http://www.repubblica.it/vaticano/2016/ ... ref=nrct-4

TRE giorni dopo la sua elezione, Francesco aveva invocato una “Chiesa povera e per i poveri”. Ora, davanti ai vescovi italiani riuniti in assemblea per discutere del rinnovamento del clero, il Papa dà un'indicazione ancora più precisa su come gestire le strutture e i beni economici ecclesiali: “In una visione evangelica - dice ai presuli - evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito” E poi raccomanda: “Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio”.

Il discorso del pontefice arriva proprio nei giorni in cui verranno approvati dalla Cei i conti relativi all'otto per mille: un importo che in genere si aggira attorno al miliardo di euro, impiegato per supportare le attività di evangelizzazione e sovvenzionare opere di carità, ma finito in alcuni casi al centro di speculazioni e raggiri o dilapidato con operazioni finanziarie improbabili. Situazioni, queste ultime, che il cardinale Angelo Bagnasco, parlando a margine del Convegno di Firenze della Chiesa italiana, aveva definito “dolorosissime”. Bergoglio va oltre. E sottolinea che la discussione sulle riforme del clero non può può trascurare il capitolo del rapporto con il denaro.

È la terza volta che Francesco si trova ad aprire l'assemblea generale della Cei, sottraendo il privilegio della prolusione proprio a Bagnasco che, tra l'altro, vedrà scadere il prossimo anno il mandato che gli era stato rinnovato per un quadriennio nel 2013: a maggio 2017, secondo quanto disposto dai vescovi, che hanno ignorato l'invito di Bergoglio ad eleggere direttamente il loro presidente, i presuli di tutte le diocesi italiane si troveranno a votare la terna nella quale sarà poi il Papa a scegliere il successore dell'arcivescovo di Genova.

Nel frattempo, però, la Chiesa scossa da numerosi scandali, mette mano ai problemi del suo presbiterato, coinvolto in numerosi scandali e spesso alle prese con problematiche diverse rispetto a quelle per le quali è stato preparato: dalle infiltrazioni mafiose ai nuovi contesti familiari. Lo ribadisce anche il Papa nel suo discorso: il contesto culturale nel quale opera un prete, dice Francesco, è "molto diverso da quello in cui ha mosso i primi passi nel ministero" e "anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca". E aggiunge il pontefice: "Noi, che spesso ci ritroviamo a deplorare questo tempo con tono amaro e accusatorio, dobbiamo avvertirne anche la durezza: nel nostro ministero, quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare. Quante relazioni ferite. In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello".

Bergoglio traccia invece il profilo del prete che vuole vedere operare nella Chiesa. E se a Firenze nel novembre scorso aveva evocato il modello del don Camillo di Guareschi, stavolta cita davanti ai vescovi la figura anonima di "qualcuno dei tanti parroci che si spendono nelle nostre comunità": personaggio che descrive senza ambizioni di carriera e potere, "bruciate sul rogo" come fece Mosè. Lontano da “un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco”, distante dalla “freddezza del rigorista” ma anche dalla “superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato”. Non si scandalizza di fronte alle debolezze umane. Non un “burocrate” o un “anonimo funzionario dell’istituzione”; libero da una mentalità di un “ruolo impiegatizio” e da quella dei “criteri dell’efficienza”. Il prete, aggiunge il Papa, deve essere "semplice ed essenziale, sempre disponibile" e "credibile agli occhi della gente", in una esperienza di vita "libera dai narcisismi e dalle gelosie clericali". Ma soprattutto deve essere sganciato dal denaro.



???

Papa Francesco: ignorare il povero è ignorare Dio
Così il pontefice durante l'udienza a San Pietro
18 maggio 2016
http://it.aleteia.org/2016/05/18/papa-f ... norare-dio

“Ignorare il povero è disprezzare Dio”. È il cuore della riflessione sviluppata da Papa Francesco all’udienza generale in Piazza San Pietro sul tema “povertà e misericordia”.

Di seguito, un’ampia sintesi della catechesi del Papa, che parte dalla parabola evangelica di Lazzaro e del ricco Epulone:

“Le loro condizioni di vita – osserva – sono opposte e del tutto non comunicanti. Il portone di casa del ricco è sempre chiuso al povero, che giace lì fuori, cercando di mangiare qualche avanzo della mensa del ricco.

Icona del giudizio finale
Questi indossa vesti di lusso, mentre Lazzaro è coperto di piaghe; il ricco ogni giorno banchetta lautamente, mentre Lazzaro muore di fame. Solo i cani si prendono cura di lui, e vengono a leccare le sue piaghe”. Questa scena, prosegue il Papa, “ricorda il duro rimprovero del Figlio dell’uomo nel giudizio finale: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere (…) Lazzaro rappresenta bene il grido silenzioso dei poveri di tutti i tempi e la contraddizione di un mondo in cui immense ricchezze e risorse sono nelle mani di pochi”.

Anche i ricchi muoiono
“Gesù dice che un giorno quell’uomo”, il ricco, “morì: i poveri e i ricchi muoiono, hanno lo stesso destino. Tutti noi, eh? Non ci sono eccezioni a questo… E allora quell’uomo si rivolse ad Abramo supplicandolo con l’appellativo di ‘padre’. Rivendica perciò di essere suo figlio, appartenente al popolo di Dio. Eppure in vita non ha mostrato alcuna considerazione verso Dio, anzi ha fatto di sé stesso il centro di tutto, chiuso nel suo mondo di lusso e di spreco. Escludendo Lazzaro, non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero – afferma Francesco – è disprezzare Dio! E questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio”.

Lazzaro, cioè “Dio aiuta”
Il Papa nota che nella parabola “il ricco non ha un nome, soltanto l’aggettivo: il ricco; mentre quello del povero è ripetuto cinque volte, e Lazzaro significa ‘Dio aiuta’. Lazzaro, che giace davanti alla porta, è un richiamo vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo. Sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo”.

Prima ignorato, dopo implorato
Dopo la morte dei due protagonisti, nella seconda parte della parabola, “la situazione – osserva Francesco – si è rovesciata: il povero Lazzaro è portato dagli angeli in cielo presso Abramo, il ricco invece precipita tra i tormenti”. Quando il ricco, che patisce il tormento dell’arsura, implora Abramo perché mandi Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per recargli un po’ di sollievo, l’Epulone mostra – sottolinea il Papa – di conoscere quel povero sempre ignorato in vita. “Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo”, dice Francesco, che soggiunge: “Quante volte – quante volte! – tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono (…) Crede ancora di poter accampare diritti per la sua precedente condizione sociale”.

Se apro la porta povero, Dio la apre a me
Abramo dichiara però impossibile da esaudire la richiesta del ricco e qui, indica il Papa, sta “la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e la porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in ‘un grande abisso’. Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza: spalancare la porta, aiutare Lazzaro … ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa. Anche per Dio. E questo è terribile”.

La Parola di Dio vivifica il cuore di pietra
Quando poi Abramo replica al ricco che i suoi fratelli, “che rischiano di fare la stessa fine, possono salvarsi ascoltando “Mosè e i profeti”, la parabola – chiarisce Francesco – insegna che “per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, non l’ha accolta nel cuore, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: ‘Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’, dice Gesù. Così nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto – conclude il Papa – il mistero della nostra salvezza, in cui Cristo unisce la povertà alla misericordia”.
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Re: El Papa creistian

Messaggioda Berto » mer mag 18, 2016 9:09 pm

Per Papa Francesco predicare il Vangelo e terrorismo islamico sono la stessa cosa
ISABELLA MECARELLI

https://www.facebook.com/MagdiCristiano ... 8711221050

https://www.facebook.com/MagdiCristiano ... 11221050:0

L’intervista rilasciata di recente da Papa Bergoglio al giornale francese cattolico “La Croix”, colpisce per la sicurezza (sarei tentata di definirla sicumera) e la disinvoltura con cui il capo del cattolicesimo affronta la questione islamica. Enunciando una serie di problemi ad essa connessi, emette dei giudizi che appaiono nell’insieme tanto drastici quanto, a mio modesto avviso, superficiali.

Quando auspica, ad esempio, che sia garantita la piena libertà di professare la propria fede insieme al diritto di ostentare i propri simboli, lo fa instaurando un singolare confronto fra due elementi: il velo delle donne maomettane e la croce di Cristo, un accostamento che lascia come minimo perplessi. Come si può paragonare il simbolo più sacro della fede cristiana, vessillo del riscatto e della libertà dell’uomo, alla pratica del velo, notoriamente segno di sottomissione delle donne, della loro inferiorità rispetto ai maschi e quindi emblema della disuguaglianza e della schiavitù? Certo, si potrebbe scusarlo per il fatto che aveva ben poche alternative a disposizione; non poteva certo tirar fuori simboli come la scimitarra o i sassi per la lapidazione.
Ma come, invece di sottolineare la valenza perversa del velo (simbolo sì notevole, ma dell’oscurantismo più bieco), lo pone sullo stesso piano della croce? Invece di denunciare quella barbarie, avalla una delle più bieche usanze dell’islam?

Bergoglio si dice anche profondamente certo che sia possibile la convivenza pacifica fra le due religioni, e a questo proposito evoca esempi positivi in Africa, ma li trae dal tempo che fu. Aggiunge pure che ha sentito dire che in un lontano paese di quel continente (non meglio precisato, il che rende la notizia ancor più favolosa) i musulmani sono entusiasti di attraversare la porta santa perché muoiono dalla voglia di partecipare anche loro al Giubileo della Misericordia. A noi risulta di più l’entusiasmo con cui celebrano le stragi di cristiani in Nigeria a ogni scadenza domenicale.

Papa Bergoglio riconosce tuttavia che ci sia un certo qual collegamento fra l’Isis e l’islam: è l’idea della guerra di conquista, tratta dall’ideologia coranica. Ma subito si affretta a stabilire un altro ben più ardito confronto: come si fa a non vedere che in fondo anche nel Vangelo di Matteo si potrebbero interpretare pericolosamente perfino le parole con cui Gesù invita i discepoli ad andare per il mondo a diffondere il suo Verbo? Qui si rimane secchi.

Circa le cause poi della violenza islamica, delle azioni terroristiche, va per le spicce: perché non interroghiamo noi stessi, disgraziati occidentali, con la nostra smania di esportare la democrazia, di imporla ad ogni costo a popoli recalcitranti perché di culture tanto diverse dalla nostra? Loro sono abituati a dittatori spietati, faide tribali, poveretti, come potrebbero apprezzare di botto le nostre libertà? E qui non si può dargli torto, perché di certo sarebbe stato meglio lasciarli “cuocere nel loro brodo” (qui copio e incollo dalla Fallaci).
Ma Papa Bergoglio indaga più a fondo circa i motivi per cui giovani islamici, nati e cresciuti in Occidente, invece di apprezzare i vantaggi delle nostre libere società, impegnandosi in lavori onesti e dedicandosi ad occupazioni tranquille, siano stati presi dalla smania di farci saltare in aria insieme a loro: è anche lì, insiste, che affiora chiara la nostra responsabilità. Per forza, li abbiamo ghettizzati, poverini; ne abbiamo fatto dei diseredati, confinandoli nelle periferie, inducendoli così a trovare più vantaggiosa la carriera del terrorista.
Alla base di tutto c’è insomma la fallita integrazione: e qui un altro paragone, molto calzante, secondo il Papa, ovverosia l’esempio di un suo predecessore, Gregorio Magno, che riuscì con la sua politica a negoziare con i barbari, riuscendo ad inglobarli nell’Occidente. Ma dimentica, Bergoglio, che i Longobardi con cui quel Papa trattò e che riuscì a convertire al cattolicesimo, erano sì ariani, ma pur sempre cristiani.

La considerazione finale lo pone in linea con il conformismo più à la page dei nostri tempi: l’Europa ha una vera e propria necessità dei musulmani per incrementare la popolazione, il cui preoccupante calo demografico è sotto gli occhi di tutti. Mentre gli europei sono riluttanti a fare figli, le famiglie islamiche, si sa, hanno un numero di componenti più elevato (aiutate anche dalla poligamia, aggiungo io).

Papa Bergoglio conclude con una esternazione strabiliante, dato il suo ruolo. Lui, quando sente parlare di radici cristiane dell’Europa, che tutto sommato riconosce, ha “dei dubbi (sic!) sul tono” con cui queste vengono affermate, che a suo avviso risulta troppo “trionfalistico e vendicativo”, e quindi rischioso, visto che potrebbe sfociare dritto dritto nel colonialismo.
A corollario del tutto, sostiene che il ruolo del cristianesimo nel nostro continente dovrebbe consistere essenzialmente nel “servizio”: ovvero, disponibilità alla “lavanda dei piedi” (questo rievoca scene pietose).

Insomma idee chiare e innovative, forse un tantino troppo avanti per la nostra mentalità diffidente e retrograda.
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Re: El Papa creistian

Messaggioda Berto » dom giu 05, 2016 7:48 pm

Il Papa riceve sorridente la sceicca del Qatar, che sia uno Stato criminale non conta
05.06.2016
Complimenti a Gian Micalessin, l'unico giornalista ad aver raccontato la vera politica del Vaticano
Autore: Gian Micalessin

Titolo: «La sceicca che parla di pace e finanzia le guerre»

http://www.informazionecorretta.com/mai ... 0&id=62637

Il Giornale è oggi l'unico quotidiano a raccontare la visita in Vaticano della sceicca del Qatar - e ricevuta dal Papa - elencando con precisione la posizione di primo piano di quel paese nella diffusione del terrorismo da un lato e dell'islam fondamentalista dall'altro.
Tutti gli altri quotidiani pubblicano la foto della elegante signora mentre sorride davanti al Pontefice, anche lui sorridente, che l'accoglie con tutti gli onori.
Nulla di nuovo, tutti i papi hanno sempre accolto fior di criminali, era sufficiente che fossero capi di stato o avessero alle spalle un movimento - come Arafat- per avere semaforo verde. Potevano e possono compiere stragi di innocenti da far rabbrividire, ma se portano un ulivo in dono e pronunciano a ripetizione la parola magica 'pace', le porte sono aperte.
Complimenti a Gian Micalessin, il suo è un pezzo coraggioso, che illumina la reale politica del Vaticano.

Ecco l'articolo:

Se la sfrontatezza ha un volto è quello soave ed elegante della sceicca del Qatar, Mozah bin Nasser al Missned. Esibendo la più spudorata tra le facce di bronzo l'ex sovrana - madre dell'attuale emiro Tamim bin Hamad al Thani e seconda delle tre mogli dell'ex sovrano Hamad bin Khalifa al Thani - s'è presentata ieri da Papa Francesco esibendo un medaglione con l'ulivo della pace. Dietro quella preziosa icona di pace si nascondono però i quattro miliardi di dollari elargiti dall'emirato ad «Ahrar Al Sham» e alle altre formazioni alqaidiste che dal 2011 seminano morte ed orrore in Siria. Per non parlare delle centinaia di milioni di dollari - in donazioni destinate allo Stato Islamico - transitate attraverso canali non istituzionali dell'emirato.
L'apice dell'ipocrisia arriva però quando la presidentessa della «Fondazione del Qatar per l'Educazione la Scienza e lo Sviluppo Comune» inizia a discettare di migranti sottolineando davanti a Papa Bergoglio la necessità di assistere i profughi e garantire un'istruzione ai loro figli. Parole sante se non fosse che il Qatar - fomentatore e finanziatore delle guerre a Muhammar Gheddafi e a Bashar Assad - si distingue - assieme ad Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein - per l'indiscusso rifiuto di accogliere migranti e rifugiati. Il massimo dello sforzo risale ai primi di gennaio del 2013 quando il marito della signora Mozah Bin Nasser al Missned, allora ancora al potere, fa sfoggio di munifica generosità accogliendo 42 siriani. Ma proprio per evitare pericolosi fraintendimenti i 42 privilegiati vengono salutati dall'emiro non come rifugiati, ma come ospiti personali.
Ed infatti l'accoglienza si chiude lì.

Da quel momento in Qatar non entra più un solo profugo in fuga dalla Siria o da qualche altro sfortunato angolo del pianeta. Ma questo non impedisce all'elegante signora Mozah di affermare davanti al Papa che «l'ulivo cresce sia nel mondo arabo sia in Occidente». Peccato che, 48 ore prima, in un campo di lavoro dell'accogliente Qatar siano morti bruciati vivi 11 lavoratori stranieri ammassati in un campo di lavoro. Stranieri accolti come manodopera a basso costo, ma trattati alla stregua di schiavi come raccontano le numerose inchieste sulla costruzione delle infrastrutture per quella Coppa del Mondo di calcio del 2022 conquistata a colpi di mazzette e tangenti.

Del resto c'è poco da stupirsi. L'eleganza e l'impudenza dell'affascinante signora Mozah, fasciata da un elegante vestito bianco e blu in perfetta pendant con il turbante blu che le copre testa e capelli, rappresentano al meglio il doppio volto del Qatar.

Un Qatar abituato da una parte ad investire miliardi nei simboli del lusso, della moda e dell'opulenza occidentali e dall'altra a finanziare gli ideologhi e i manutengoli dell'islamismo più violento ed oscurantista.
Così mentre la garbata sceicca allunga al Santo Padre un prezioso manoscritto arabo dei Vangeli definito «la grande prova della collaborazione delle religioni nel corso dei secoli» il suo Paese alimenta e finanzia progetti assai più opachi ed insondabili.
Progetti che - a dispetto del messaggio di pace e concordia religiosa lanciato davanti al Pontefice - sembrano invece favorire la diffusione dell'Islam radicale nelle principali città italiane. Progetti annunciati pubblicamente lo scorso gennaio quando Ibrahim Mohamed, tesoriere dell'Unione delle Comunità islamiche d'Italia (Ucoii), illustra i piani per un finanziamento da 25 milioni di euro destinati alla realizzazione di 33 nuovi centri islamici. Soldi arrivati dall'emirato della bella signora Mozah e destinati a sovvenzionare imam e luoghi di culto saldamente allineati alla Fratellanza Musulmana, ovvero a quella corrente dell'Islam fondamentalista appoggiata dal Qatar che predica la rigorosa ed indiscussa adesione alle leggi della sharia.
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Re: El Papa creistian

Messaggioda Berto » gio giu 09, 2016 11:50 am

Il Papa ha abbandonato l'Europa all'Islam?
di Giulio Meotti
9 giugno 2016

Pezzo in lingua originale inglese: Has the Pope Abandoned Europe to Islam?
Traduzioni di Angelita La Spada

http://it.gatestoneinstitute.org/8232/p ... esco-islam

Scorrendo la lista dei viaggi apostolici di Papa Francesco – Brasile, Corea del Sud, Albania, Turchia, Sri Lanka, Ecuador, Cuba, Stati Uniti, Messico, Kenya, Uganda, Filippine – si può affermare che l'Europa non sia stata esattamente una priorità nell'agenda papale.

I due pontefici precedenti hanno combattuto per la culla del Cristianesimo. Papa Giovanni Paolo II se l'è presa con il comunismo e ha contribuito alla caduta del Muro di Berlino e alla scomparsa della Cortina di Ferro. Benedetto XVI ha denunciato la "dittatura del relativismo" (la convinzione che la verità stia nell'occhio di chi guarda) e ha puntato tutto sulla rievangelizzazione del continente attraverso visite (andò tre volte in Spagna) e discorsi come quello magnifico di Ratisbona, in cui parlò senza mezzi termini della minaccia dell'Islam, e al Bundestag tedesco, in cui mise in guardia i politici lì riuniti dal declino della religiosità e dalla tentazione di "sacrificare i propri ideali per amore del potere".

Papa Francesco, al contrario, ignora l'Europa, come se già la considerasse persa. Questo ex cardinale argentino, rappresentante del Cristianesimo del "Global South", ha compiuto viaggi spettacolari nelle isole dei migranti, a Lesbo (in Grecia) e a Lampedusa (in Italia), ma mai nel cuore del Vecchio continente. Papa Francesco ha anche ridimensionato il dialogo con gli anglicani rendendo più difficili le loro relazioni con la Chiesa Cattolica.

Ma soprattutto, in un importante discorso pronunciato il 6 maggio per il Premio Carlo Magno, il Pontefice, davanti ai leader europei, ha fortemente criticato l'Europa sulla questione dei migranti e ha chiesto ai suoi capi politici di essere più generosi con loro. Egli ha poi introdotto un'idea rivoluzionaria nel discorso: "L'identità dell'Europa è – e lo è sempre stata – un'identità multiculturale". Un'idea che è opinabile.

Il multiculturalismo è una politica specifica formulata negli anni Settanta. Un concetto inesistente nel vocabolario di Schuman e Adenauer, due dei padri fondatori dell'Europa. Ora però è stato invocato dal Papa, che parla della necessità di una nuova sintesi. Cosa significa tutto questo?

Oggi, il Cristianesimo appare marginale e irrilevante in Europa. La religione affronta una sfida islamica demografica e ideologica, mentre i membri delle comunità ebraiche dopo Auschwitz fuggono dal nuovo antisemitismo. In simili circostanze, una sintesi tra il Vecchio continente e l'Islam sarebbe una rinuncia della pretesa dell'Europa di avere un futuro.

Il "multiculturalismo" è la moschea che sorge sulle rovine della chiesa. Non è la sintesi richiesta da Papa Francesco. È la strada per l'estinzione.

È assai rischioso anche chiedere all'Europa di essere "multiculturale" mentre vive una spettacolare scristianizzazione. Un nuovo rapporto ha rilevato che la "Germania è diventata un paese demograficamente multi-religioso". Nel Regno Unito, un'importante indagine ha dichiarato di recente che "la Gran Bretagna non è più un paese cristiano". In Francia, l'Islam sta rimpiazzando il Cristianesimo come religione dominante. La stessa tendenza può essere osservata ovunque, dalla protestante Scandinavia al cattolico Belgio. Ecco perché Papa Benedetto era convinto che l'Europa avesse bisogno di essere "rievangelizzata". Papa Francesco non cerca nemmeno di rievangelizzare o riconquistare l'Europa. Piuttosto, sembra essere fermamente convinto che il futuro del Cristianesimo sia nelle Filippine, in Brasile e in Africa.

Probabilmente per la stessa ragione, il Papa dedica meno tempo e impegno a denunciare il terribile destino dei cristiani in Medio Oriente. Sandro Magister, il più importante vaticanista italiano, getta luce sui silenzi del Pontefice:

"Ha taciuto sulle centinaia di studentesse nigeriane rapite da Boko Haram. Ha taciuto sulla giovane madre sudanese Meriam, condannata a morte solo perché cristiana e infine liberata per interventi d'altri. Tace sulla madre pakistana Asia Bibi, da cinque anni nel braccio della morte, anch'essa perché 'infedele', e nemmeno dà risposta alle due lettere accorate da lei scrittegli quest'anno, prima e dopo la riconferma della condanna".

Nel 2006, Papa Benedetto XVI, nel suo discorso di Ratisbona, ha detto ciò che nessun pontefice aveva osato mai dire: che esiste un legame tra la violenza e l'Islam. Dieci anni dopo, Papa Francesco non chiama mai per nome i responsabili delle violenze contro i cristiani e non pronuncia mai la parola "Islam". Egli ha inoltre riconosciuto di recente lo "Stato di Palestina", ancor prima che esista – un atto simbolico e senza precedenti. Il Papa potrebbe anche abbandonare la lunga tradizione della Chiesa basata sulla dottrina della "guerra giusta", una guerra che è considerata moralmente e teologicamente giustificabile. Francesco parla anche di "Europa dei popoli", ma mai di "Europa delle nazioni". Egli raccomanda di accogliere i migranti e lava loro i piedi, ma ignora che queste ondate migratorie incontrollate stanno trasformando l'Europa, a poco a poco, in uno stato islamico.

Nel 2006, Papa Benedetto XVI (a sinistra) ha detto ciò che nessun pontefice aveva osato mai dire: che esiste un legame tra la violenza e l'Islam. Dieci anni dopo, Papa Francesco (a destra) non chiama mai per nome i responsabili delle violenze contro i cristiani e non pronuncia mai la parola "Islam". (Fonte dell'immagine: Benedict: Flickr/Catholic Church of England | Francis: Wikimedia Commons/korea.net)

È questo il significato dei viaggi di Papa Francesco nelle isole di Lampedusa e di Lesbo, entrambe simboli di una frontiera geografica e di civiltà. È anche questo il significato del discorso del Pontefice per il Premio Carlo Magno.

Il capo della cristianità ha rinunciato all'Europa come luogo cristiano?

Giulio Meotti, redattore culturale del quotidiano Il Foglio, è un giornalista e scrittore italiano.


Xe da dir ke el Papa no lè el cao de ła creistianedà, ma el cao de ła seta catołego romana e ke lè Cristo el fondamento de i Cristiani e no el Papa roman, dapò se anca el Papa roman el se trasferise en Afrega o en Merega sudana, Cristo el resta senpre n'ebreo de Ixrael.
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Re: El Papa creistian, catołego roman, no lè Cristo

Messaggioda Berto » gio giu 09, 2016 10:25 pm

Anche sull’Islam, perfetta continuità tra Benedetto XVI e Francesco

http://www.uccronline.it/2016/06/09/anc ... -francesco

«Desidero poter dire nuovamente tutta la mia stima per i musulmani», disse nel novembre 2006 Benedetto XVI, soltanto due mesi dopo la crudele esecuzione di tre cattolici indonesiani e dopo solo tre mesi di distanza dallo sventato attacco terroristico alla città di Londra. Scandaloso? Eppure, nessuno lo criticò.

In quell’occasione, Papa Ratzinger aggiunse anche che i musulmani «appartengono alla famiglia di quanti credono nell’unico Dio e che, secondo le rispettive tradizioni, fanno riferimento ad Abramo». Stima per i musulmani, che credono nell’unico Dio e appartengono alla nostra stessa famiglia. Questo il pensiero di Benedetto XVI, immutato anche dopo le persecuzioni dei cristiani ad opera dell’Islam fondamentalista.

È davvero un magistero da riscoprire il suo, volutamente dimenticato -e quindi tradito- dai sedicenti ratzingeriani che oggi condannano Papa Francesco per la sua volontà di rispetto e incessante dialogo con il mondo islamico. Ridotto soltanto al celebre discorso di Ratisbona, il rapporto tra Ratzinger e l’Islam è ben più ampio e, anche in questo caso, c’è perfetta continuità con quello di Francesco e con il magistero della Chiesa cattolica. Nell’esortazione Ecclesia in Medio Oriente del 2012, Papa Ratzinger ribadiva infatti che «fedele all’insegnamento del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica guarda i musulmani con stima, essi che rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, l’elemosina e il digiuno, che venerano Gesù come profeta senza riconoscerne tuttavia la divinità, e che onorano Maria, la sua madre verginale».

Nel 2007, fu proprio Benedetto XVI, il primo nella storia, ad accogliere con tutti gli onori in Vaticano il monarca dell’Arabia Saudita, Abdullah II, il quale non permise mai alcuna libertà religiosa ai cristiani, contro i quali scatenava la polizia religiosa anche solo per un crocifisso al collo. È stato nel pontificato di Benedetto XVI che l’Osservatore Romano pubblicò per la prima volta un articolo di un musulmano, Fouad Allam, senza alcuna critica di “deriva sincretista della Chiesa cattolica” da parte degli attuali antibergoliani. È stato sempre Benedetto XVI a dire ad Abu Mazen che «la Santa Sede appoggia il diritto del Suo popolo ad una sovrana patria Palestinese nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti», Francesco, nel ribadirlo, non ha rotto alcun tabù. Nel 2009, anno di frequenti attentati terroristici, Papa Ratzinger espresse il suo «profondo rispetto per la comunità Musulmana». Parole che Francesco non ha mai pronunciato in termini così espliciti.

Eppure, solo Bergoglio, è stato criticato da Magdi Allam poiché «dimentica che il Dio Padre […] non ha nulla a che fare con Allah. Quando il Papa all’interno della Moschea Blu si è messo a pregare in direzione della Mecca congiuntamente con il Gran Mufti, ha legittimato la moschea come luogo di culto dove si condividerebbe lo stesso Dio e ha legittimato l’islam come religione di pari valenza del cristianesimo». In realtà, è proprio Allam a dimenticare che Papa Gregorio VII –citato da Benedetto XVI- invocò l’amicizia tra cristiani e musulmani proprio perché «noi crediamo e confessiamo un solo Dio, anche se in modo diverso». Ed è Allam ad aver scordato che il primo a pregare nella Moschea Blu in direzione della Mecca, dopo essersi tolto le scarpe in segno di rispetto (rimanendo con i calzini bianchi: “desacralizzazione del papato”, direbbero i tradizionalisti), è stato proprio il precedessore di Francesco: «Due minuti in silenzio, una preghiera intuita dal raccoglimento e dal movimento delle labbra di Benedetto XVI e dell’imam della Moschea blu», riporta Asianews. Addirittura, come si legge, è stato proprio Benedetto XVI a chiedere all’imam di Instanbul di pregare «per la fratellanza e per il bene dell’umanità», davanti al mirhab. «Ratzinger aveva socchiuso gli occhi, e unendo le braccia e si era raccolto in preghiera rimanendovi ben più dei trenta secondi richiesti, costringendo il mufti e tutti gli altri presenti ad attendere, in un irreale silenzio, che avesse terminato. Infine, in segno di rispetto, aveva chinato leggermente il capo in direzione della nicchia, e aveva detto al mufti: “Grazie per questo momento di preghiera”», riportano i testimoni oculari. Lo stesso, Benedetto XVI ha fatto alla Moschea di Gerusalemme, accolto dal muftì Mohammed Hussein.

Sempre Magdi Allam ha criticato Francesco perché ha rilevato elementi di comunanza con l’Islam, così facendo avrebbe «reiterato la tesi del tutto ideologica e infondata delle tre grandi religioni monoteiste, finendo per delegittimare il cristianesimo dato che l’islam si concepisce come l’unica vera religione. E lo stesso dicasi quando il pontefice argentino ha invocato il dialogo interreligioso». Ancora una volta, invece, il comportamento di Francesco è nel solco del suo predecessore: nel suo discorso del maggio 2009, infatti, nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme, Benedetto XVI volle proprio riflettere «sul mistero della creazione e sulla fede di Abramo. Qui le vie delle tre grandi religioni monoteiste mondiali si incontrano, ricordandoci quello che esse hanno in comune. Mentre Musulmani e Cristiani continuano il dialogo rispettoso che già hanno iniziato, prego affinché essi possano esplorare come l’Unicità di Dio sia inestricabilmente legata all’unità della famiglia umana».

Sia Francesco che Benedetto XVI, quindi, esprimono il magistero della Chiesa cattolica, il quale insegna che «il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale». Eppure, solo al pontefice argentino viene imputato di essere troppo “tenero” con l’Islam, di aver rinnegato il discorso di Ratisbona del suo predecessore. È proprio vero il contrario, il senso di quel famoso discorso è stato spiegato da Antonio Socci con queste parole: «il significato profondo di Ratisbona è l’essere una mano tesa, un tentativo di dialogo, e una riflessione sul senso religioso. La purificazione dell’idea di Dio, il non contaminare il sentimento religioso con la violenza umana, la violenza della storia». Chi, dunque, invoca il pugno duro verso l’Islam e la condanna dell’ideologia islamista (come fa Socci), al posto di un sincero dialogo, sta rinnegando le parole di Benedetto XVI. Al contrario, Francesco, sulle orme di Ratisbona, ha scritto che «il dialogo interreligioso è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada». «Pensando in particolare ai musulmani», ha scritto ancora, lo scopo di tale dialogo è arrivare a «rispettare il diritto altrui alla vita, all’integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione».

Attenzione, però, «all’abbaglio ingannevole del relativismo», ha messo in guardia l’attuale Pontefice, «nell’intraprendere il cammino del dialogo con individui e culture, il nostro punto di partenza e il nostro punto di riferimento fondamentale è la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani. Non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non siamo consapevoli della nostra identità».

«Un sincretismo conciliante», ha precisato ancora Papa Francesco, «sarebbe in ultima analisi un totalitarismo di quanti pretendono di conciliare prescindendo da valori che li trascendono e di cui non sono padroni. La vera apertura implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa, ma aperti “a comprendere quelle dell’altro” e “sapendo che il dialogo può arricchire ognuno”. L’evangelizzazione e il dialogo interreligioso, lungi dall’opporsi tra loro, si sostengono e si alimentano reciprocamente». In particolare, «per sostenere il dialogo con l’Islam è indispensabile la formazione adeguata degli interlocutori, non solo perché siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro identità, ma perché siano capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le preoccupazioni soggiacenti alle loro richieste e di fare emergere le convinzioni comuni». Benedetto XVI precisava a sua volta che «il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro».

Non è finita, chi accusa Francesco di ignorare la vera e pericolosa natura dell’Islam, facendo di tutta l’erba un fascio, ancora una volta rinnega gli insegnamenti di Benedetto XVI, il quale ricordava che «i musulmani condividono con i cristiani la convinzione che in materia religiosa nessuna costrizione è consentita, tanto meno con la forza. Tale costrizione, che può assumere forme molteplici e insidiose sul piano personale e sociale, culturale, amministrativo e politico, è contraria alla volontà di Dio». E lo stesso dice Papa Francesco, quando ricorda che «di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza». Mai, in nessun caso, Ratzinger condannò il “pericolo della natura dell’Islam”, ma semmai ribadì che la minaccia del fondamentalismo «tocca indistintamente e mortalmente i credenti di tutte le religioni».

Tutto questo non significa negare che l’Islam, più delle altre religioni, ha un problema con il fondamentalismo (proprio ieri un altro imam è stato arrestato per aver reclutato terroristi), per questo Francesco ha voluto implorare «i Paesi di tradizione islamica affinché assicurino libertà ai cristiani, affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Sarebbe bello che tutti i leader islamici – siano leader politici, leader religiosi o leader accademici – parlino chiaramente e condannino quegli atti, perché questo aiuterà la maggioranza del popolo islamico a dire “no”; ma davvero, dalla bocca dei suoi leader. Noi tutti abbiamo bisogno di una condanna mondiale, anche da parte degli islamici, che hanno quella identità e che dicano: “Noi non siamo quelli. Il Corano non è questo”».

Ci sarebbe, infine, da trattare la questione dell’immigrazione e dell‘accoglienza dei profughi, altro tema sui cui Francesco è continuamente bersagliato. Eppure, è stato proprio Benedetto XVI a ricordare che «molte sono le persone che cercano rifugio in altri Paesi fuggendo da situazioni di guerra, persecuzione e calamità, e la loro accoglienza pone non poche difficoltà, ma è tuttavia doverosa». Se Bergoglio viene deriso dai tradizionalisti quando, rivolgendosi ai migranti, dice loro «siete un dono, la testimonianza di come il nostro Dio clemente e misericordioso sa trasformare il male e l’ingiustizia di cui soffrite in un bene per tutti», nessuno criticò Benedetto XVI quando rilevò che «la Chiesa non trascura di evidenziare gli aspetti positivi, le buone potenzialità e le risorse di cui le migrazioni sono portatrici». Soltanto Francesco, però, ha precisato che «non siamo in grado di aprire le porte in modo irrazionale», ma nessun tradizionalista ha riportato le sue parole.

Proprio approfondendo tutto questo si capisce perché nel 2014, Benedetto XVI scrisse (e confermò di averlo scritto): «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco».
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Re: El Papa creistian, catołego roman, no lè Cristo

Messaggioda Berto » ven giu 10, 2016 8:42 pm

Un immigrato libanese: salvate la Germania dall'islamizzazione
Lebanese Migrant: Save Germany From Islamisation
2016/06/09

http://www.breitbart.com/london/2016/06 ... lamisation


Il regista di origine libanese Imad Karim ha messo in guardia gli scolari sulla imminente islamizzazione che minaccia la Germania, e li esorta a salvare il Paese che ama fermando la migrazione di massa.

Ad un evento presso la scuola a Konigstein, lo scrittore e regista ha parlato agli alunni che l'immigrazione verso la Germania decenni fa era molto diversa da quella ondata di più di un milione di persone che ha visto arrivare l'anno scorso. Karim ha detto al pubblico come, quando è arrivato in Germania quasi 40 anni fa, la vita era bella e pacifica". Famiglie arabe e tedesche, ha detto, andavano a fare il barbecue insieme; manzo e agnello da un lato, e la carne di maiale e salsicce, dall'altro. L'immigrato, che era venuto in Germania come uno studente a 19 anni, ha parlato del quartiere di Neukölln, dove aveva vissuto. Ha ricordato "il ristorante con il miglior schnitzel di maiale, quello italiano con le pizze piccanti, il timido Turk con il gustoso kebab e il migliore falafel nell'emisfero occidentale"
Ha detto alla folla della sala, "Purtroppo però, Neukolln è ormai irriconoscibile, non è piu' il luogo di questi bei ricordi, ora invece sembra di stare a Kabul in Afghanistan". Illustrando l'entità del cambiamento nel quartiere dal 1970 Karim lamenta come gli amici arabi di sinistra sono poi diventati tutti "pii, musulmani devoti", che hanno importato le loro giovani mogli con le quali hanno avuto bambini e sono "fermamente convinto" che la Germania diventerà molto presto un paese islamico.
L'immigrato libanese ha detto che era da poco andato a una cena turca con la moglie in una piazza in Germania. Ha chiesto una birra alla cameriera, e gli è stato risposto che ormai nessuno degli otto ristoranti sulla piazza del paese serve alcool. La giovane donna (musulmana) gli ha detto che "chi beve alcol è amorale, e presto alla gente sarà consentito solo bere alcolici a casa," Mr. Karim ha avvertito gli allievi: "allora ho capito che ero sul punto di perdere la mia Germania".
"Oggi", ha continuato, "In Germania mi sembra tutto strano e piango lacrime di sangue, perché non posso proteggerla.
Ma per voi, figli miei, è ancora possibile salvare la Germania.
Stop al trionfo della barbarie. Ditelo alla Merkel, e a tutta la classe politica, ai mezzi di comunicazione, al sistema giudiziario, a tutti.
E non dimenticare di restituirmi la mia Germania anche quando non ci sarò più" ha concluso Karim, tra gli applausi.
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Re: El Papa creistian, catołego roman, no lè Cristo

Messaggioda Berto » dom giu 19, 2016 8:24 am

PAPA BERGOGLIO: “GESU’ FA UN PO’ LO SCEMO…”. QUESTA E ALTRE INAUDITE E GRAVISSIME “ESPRESSIONI” PRONUNCIATE GIOVEDI’ SCORSO
Lo Straniero
Antonio Socci
19/06/2016

http://www.antoniosocci.com/papa-bergog ... #more-4527

È clamoroso – per un papa – confondere il diavolo (dalla dopppia faccia) con Gesù. E’ successo giovedì quando Bergoglio ha evocato erroneamente un capitello della cattedrale di Vézelay: uno “scambio di persone” emblematico di questo pontificato, anche se dovuto probabilmente a qualche ghostwriter superficiale.

È invece farina del suo sacco il confonderli (Gesù e il diavolo) addirittura per prospettare che Giuda si sia salvato (senza essersi pentito) dando ad intendere così che nemmeno lui è finito all’inferno…

Non si sa se questo papa creda all’inferno, ma – a sentire lui – se c’è sembra che ci vadano solo quelli che sono contrari all’immigrazione di massa, quelli che usano condizionatori o bicchieri di plastica e i cristiani che seguono il Vangelo alla lettera.

In ogni caso in quello stesso discorso di giovedì sera al Convegno ecclesiale di Roma, Bergoglio non si è limitato a tali enormità sul capitello di Vezélay.

Lui – di suo – ha pure inanellato una serie incredibile di altre “perle” al limite della blasfemia: Gesù che nell’episodio dell’adultera “fa un po’ lo scemo” (espressione inaudita che il sito vaticano ha cambiato in “fa un po’ il finto tonto”, ma c’è la registrazione…) e poi Gesù che – nello stesso episodio in cui la donna è stata salvata dalla lapidazione – “ha mancato verso la morale” (testuale anche questo). Poi addirittura Gesù che non era uno “pulito” (ha usato proprio questa espressione) dando a intendere non si sa cosa (meglio non chiederselo nemmeno).

Alla fine Bergoglio ha addirittura affermato che “una grande maggioranza dei nostri matrimoni sacramentali sono nulli” (costringendo padre Lombardi a spiegare poi che, sul sito vaticano, è stato corretto il testo: “una parte dei nostri matrimoni”).

E sempre lo stesso vescovo di Roma – per completare la performance – ha aggiunto a questa spericolata e devastante affermazione che invece tante “convivenze” sono “matrimoni veri” (legittimando così, di fatto, le convivenze, dopo aver delegittimato matrimoni sacramentali solidi e veri).

Naturalmente ciò che per l’opinione pubblica laica è solo curioso e perfino divertente come uno spettacolo da sfasciacarrozze, dal punto di vista cattolico è devastante, è una specie di flagello che si è abbattuto sulla Chiesa e rischia di demolirla.

OLTRE IL LIMITE

Tanto che Robert Spaemann, uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici, amico personale di Benedetto XVI, è tornato a tuonare venerdì su “Die Tagespost” con un articolo dal titolo eloquente: “Anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità”.

Riporto una sua frase:

“alcune affermazioni del Santo Padre si trovano in una chiara contraddizione con le parole di Gesù, con le parole degli apostoli e con la dottrina tradizionale della Chiesa… Se nel frattempo il prefetto della congregazione per la dottrina della fede (Card. Mueller) si è visto costretto ad accusare apertamente di eresia il più stretto consigliere e ghostwriter del papa, vuol dire che la situazione è davvero andata sin troppo oltre. Anche nella Chiesa cattolica romana c’è un limite di sopportabilità”.

Spaemann ha anche criticato l’abituale ambiguità di Bergoglio specie su certi temi, toccati nell’Amoris laetitia, dove – per non farsi cogliere in eresia manifesta – dice e non dice, allude, ma non si espone, tira il sasso e nasconde la mano.

Ecco dunque le parole di Spaemann:

“Papa Francesco non ama la chiarezza univoca. Quando, poco tempo or sono, ha dichiarato che il cristianesimo non conosce alcun ‘aut aut’, evidentemente non lo disturba affatto che Cristo dica: ‘Il vostro parlare sia sì, sì, no, no. Il di più viene dal maligno’ (Mt 5, 37). Le lettere dell’apostolo Paolo sono piene di ‘aut aut’. E, infine: ‘Chi non è per me, è contro di me!’ (Mt 12, 30)”.

Spaeman era già intervenuto il 28 aprile scorso contro l’ “Amoris laetitia” di Bergoglio, spiegando che vi sono “frasi decisive, che cambiano in maniera sostanziale l’insegnamento della Chiesa”, “che si tratti di una rottura è qualcosa che risulta evidente a qualunque persona capace di pensare che legga i testi in questione…. Se il papa non è disposto a introdurre delle correzioni, toccherà al pontificato successivo rimettere le cose a posto ufficialmente”.

Un altro importante filosofo cattolico, Josef Seifert, collaboratore di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, è recentemente intervenuto con critiche durissime, che ha motivato così:

“il Papa non è infallibile se non parla ex cathedra. Vari Papi (come Formoso e Onorio I) furono condannati per eresia. Ed è nostro santo dovere – per amore e per misericordia verso tante anime – criticare i nostri vescovi e persino il nostro caro Papa, se essi deviano dalla verità e se i loro errori danneggiano la Chiesa e le anime”.

Oltretutto alle enormità del magistero bergogliano si aggiungono le sue decisioni di governo della Chiesa ormai di sapore sudamericano.

DITTATURA

Ad esempio, Bergoglio ha varato una serie di provvedimenti che sottraggono prerogative ai vescovi e li sottopongono a una sorta di spada di Damocle discrezionale, col rischio di rimozione nel caso non si adeguino al verbo bergogliano.

Infatti dopo i due Sinodi, in cui l’opposizione di vescovi e cardinali alla “rivoluzione” bergogliana è stata vasta e decisa, ora nel mondo ecclesiastico tutti tacciono impauriti.

Tanto che Mons. Athanasius Schneider, vescovo in Kazakhstan (dove ricordano bene cosa sia una tirannia), ha dichiarato:

“quando, in una Chiesa, arriviamo al punto in cui fedeli, preti e vescovi hanno paura di dire alcunché, come in una dittatura, questa non è la Chiesa”.

Tuttavia fra i cattolici laici sono sempre di più le voci di sconcerto che si alzano. Soprattutto negli Stati Uniti.

Ieri per esempio Phil Lawler, su “Catholic Culture”, commentando il discorso papale di giovedì, ha pubblicato un duro commento intitolato: “Il danno (ancora una volta) delle dichiarazioni del papa sul matrimonio”. Dove mette in luce anche altre “perle” di quell’intervento.

PERSECUZIONE

Colpisce, per quanto riguarda le questioni pastorali, l’insensibilità di questo papato verso la tragedia dei cristiani perseguitati e invece la sua accondiscendenza verso regimi discutibili e perfino verso dittature disumane, che continuano a perseguitare e incarcerare i cristiani.

Il caso più eclatante – insieme a quello dei regimi islamici – è quello della Cina.

Già aveva fatto scandalo l’intervista di Bergoglio del 2 febbraio scorso ad “Asia Times”, in cui aveva taciuto completamente sugli enormi problemi di diritti umani e libertà religiosa che ha la Cina (dove ci sono ancora nei lager vescovi come mons. Su Zhimin), ma in quell’intervista, rivolto ai tiranni comunisti di Pechino, Bergoglio aveva pronunciato “parole sfrenatamente assolutrici di passato, presente e future della Cina” dimenticando “quei milioni e milioni di vittime che il papa mai nomina, neppure velatamente” (Magister).

“Ciò che sconcerta molti cattolici cinesi” scrive Sandro Magister “è il silenzio che le autorità vaticane mantengono sui vescovi private della libertà”.

Negli ultimi giorni poi ha fatto clamore il caso del vescovo di Shangai Ma Daqin, che – dopo quattro anni di domicilio coatto – ha firmato una autoaccusa, di quelle tipiche dei tempi staliniani o della rivoluzione culturale maoista, nei quali sostiene di aver sbagliato e fa l’apologia dell’Associazione patriottica che è la Chiesa di regime della Cina comunista. La pratica dell’autoaccusa è tornata di gran moda in Cina.

Ma c’è di più. Padre Bernardo Cervellera, uno dei più informati conoscitori della Chiesa in Cina, nel suo sito “Asia news” (pur essendo bergogliano) per amore di verità ha dovuto riferire: “Un vescovo cinese teme che qualcuno in Vaticano abbia pilotato la ‘confessione’ di Ma Daqin per far piacere al governo cinese”.

Di certo c’è che milioni di cristiani cinesi, che eroicamente vivono la loro fede sotto la persecuzione, sono rimasti delusi, confusi e addolorati per quel voltafaccia. Ma anche per quello che è diventata Roma negli ultimi tre anni

Una Roma dove si sentono risuonare parole inaudite verso il Figlio di Dio come quelle pronunciate giovedì scorso nella Basilica di San Giovanni in Laterano da Giorgio Mario Bergoglio.
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Re: El Papa creistian, catołego roman, no lè Cristo

Messaggioda Berto » dom giu 19, 2016 1:04 pm

???

Papa: "Chi non accoglie non è cristiano e non entrerà nel regno dei cieli"
2016/06/18

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/ ... 3YAgP.html

"Chi non accoglie non è cristiano e non sarà accolto nel regno dei cieli". Papa Francesco, nella sua visita a Villa Nazareth nella capitale, è tornato sul tema dell'accoglienza. "Stiamo vivendo in una civiltà di porte chiuse e di cuori chiusi. Ci difendiamo l'uno dall'altro. C'è una paura ad accogliere e non parlo solo di migranti - che è un problema politico mondiale - ma anche di accoglienza quotidiana. Mi fa male - dice Francesco - quando vedo le chiese a porte chiuse. Ci saranno alcuni motivi giustificabili, ma una chiesa a porte chiuse significa che quella comunità cristiana ha il cuore chiuso".

"Se non accogliamo non siamo cristiani e non saremo accolti nel regno dei cieli: è così", sottolinea il Pontefice invitando alla responsabilità sociale ed ecclesiale. È necessario, avverte il Papa, "insegnare e fare capire che questa è la porta della strada cristiana. L'accoglienza fa fruttificare i talenti. C'è la grande accoglienza di chi viene da terre lontane e la piccola accoglienza di chi torna dal lavoro e dopo una giornata di lavoro ascolta i figli. L'accoglienza è una bella croce perchè ci fa ricordare l'accoglienza che il buon Dio ha avuto ogni volta che noi andiamo da lui per consigliarci e chiedere perdono".

Papa Francesco denuncia l'"immoralità" del mondo economico: "Il mondo economico, oggi come è sistemato nel mondo, è immorale. Ci sono eccezioni, c'è gente buona. C'è gente e istituzioni che lavorano contro questo, ma abbiamo capovolto i valori". Nel suo intervento, una nuova denuncia ai trafficanti di armi: "la guerra è l'affare che in questo momento che rende più soldi. Anche per fare arrivare gli aiuti umanitari in paesi di guerriglia è una difficoltà: tante volte la Croce Rossa non è riuscita, ma le armi arrivano sempre, non c'è dogana che le fermi perchè è l'affare che rende di più".

Il Papa tuona contro le "grandi ingiustizie" e dice "dobbiamo parlare chiaro: questo è peccato mortale. Mi indigna e mi fa male quando - ed è una cosa di attualità - vengono a battezzare un bambino e ti portano uno dicendo 'Lei non è sposato in chiesa quindi non può fare il padrino'. E poi ti portano un altro che è un trafficante di bambini e uno sfruttatore, e ti senti dire 'Ah no, lui è un buon cattolico: abbiamo capovolto i valori".

Alberto Pento comenta
Io non sono assolutamente cristiano e non mi interessa il regno dei cieli dell'idolo Cristo, come non mi interessa la resurrezione dei morti che non ha alcun senso, tamto meno le vergini islamiche. Tu Bergoglio sei un idolatra e quello che dici è disumano e va contro i Dirirtti Umani Universali, sei come i nazi-islam-comunisti, un teocratico totalitario, sei ignorante e presuntuoso. Ringrazio la vita che mi ha dato tanto, che mi ha dato la forza e la gioia di non credere nelle idiozie dei vostri idoli. Non esiste alcun regno dei cieli, esiste soltanto il Creato o la Creazione perennemente in atto che è la manifestazione della potenza e della gloria di D-o che non è certo Cristo o Jahvè o Allà.
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Re: El Papa creistian, catołego roman, no lè Cristo

Messaggioda Berto » lun giu 20, 2016 8:33 pm

Il paradosso di Papa Francesco. Il Pontefice più "antiromano" della storia che ha rimesso Roma al centro del mondo
L'Huffington Post | Di Piero Schiavazzi
19/06/2016

http://www.huffingtonpost.it/2016/06/19 ... 57266.html

Francesco è il romano Pontefice più antiromano della storia, da Simon Pietro ai giorni nostri, prestando corpo a un paradosso in termini e passando disinvolto attraverso una serie di contraddizioni, reali o apparenti, comunque spettacolari, che meritano di essere esplorate. Come se dentro di lui continuamente, gesuiticamente, andassero in ballottaggio l’Urbe e l’Orbe, città eterna e futuro incerto, caput mundi e capezzale del mondo, Terza Guerra e Terzo Millennio.

Roma con le sue gerarchie e liturgie, costrizioni e contrizioni, gli stava stretta da cardinale, figuriamoci da Papa. Insofferenza che ha esternato dal primo istante, deponendo la mozzetta d’ordinanza e indossando il papato come una giacca destrutturata, senza fodere, imbottiture, rinforzi. Poche cuciture dottrinali, ridotte all’essenziale. Un capo d’abbigliamento che a teorizzarlo, a pensarlo stravolge ma che a realizzarlo, a portarlo avvolge. Ti mette a tuo agio e in breve modella un must, un format obbligato per chi viene dopo, nel guardaroba dei Vicari di Cristo.

A riprova di ciò, se da un lato Francesco veste il ruolo in maniera “casual”, letteralmente, dando ancora l’idea di trovarsi là per caso, dall’altro s’immedesima nella parte, naturalmente, consapevole di essere ormai diventato un classico.

Il Papa dei “confini del mondo” rifugge la romanità non solo psicologicamente ma ontologicamente, nel senso che in lui la periferia costituisce l’essenza, oltreché la coscienza della sua vocazione. Il gesuita è un “decentrato", ammette del resto. Eppure Roma, di contrasto, non era mai risultata così centrale, così “capitale” nella storia recente dell’umanità, nemmeno al tempo di Karol il Grande, allargando in suo raggio di attrazione, oggi, e di penetrazione, un domani, sino a Mosca e chissà Pechino.

Il Papa “francescano” ripudia millesettecento anni di storia e associazione costantiniana e carolingia con il potere, dai cesari alla Dc, alla stregua di un colossale equivoco, giacché l’impero in quanto tale può essere “romano” ma non “sacro”. Eppure Roma, di converso, non era stata mai così egemone, nonché “imperiale”. Bergoglio ha restaurato infatti, dopo l’eclissi ratzingeriana, la supremazia mediatica di Wojtyla: una forma di neotemporalismo che domina tout azimut i territori della comunicazione di massa, dalla copertina di Time ai settimanali popolari, dai satelliti ai tweet, esercitandovi la leadership gramsciana e fashion del Soft Power. Appropriandosi di concetti demonizzati e ostili, dal comunismo allo statalismo, rivisitati e rivitalizzati, battezzati e rimessi in circolo.

Il Papa “della legalità”, infine, stigmatizza, fustiga Roma di mafia capitale. Eppure al tempo stesso la lusinga, la sacralizza facendone la capitale della lotta alla mafia: da Gomorra “de Noantri” a nuova Gerusalemme, da città sopra i colli a “città sopra il monte”, sede di un pontificato assurto al rango di più alta “authority” anticorruzione del pianeta. Dal Tevere al Rio Grande, dai quartieri periferici ai quadranti geopolitici, Bergoglio non combatte meramente una battaglia di civiltà, quale complemento secolare del suo ministero, bensì una guerra santa preventiva, quale adempimento preliminare del suo magistero.

Compito teologico, non solo etico, strutturale, non congiunturale, dove la trasparenza del legame sociale diventa la premessa della sua trascendenza, ossia la condizione imprescindibile perché la comunità degli uomini possa essere traversata dalla luce divina e scalare le vette della comunione con Dio. Inverando la profezia di Andrea Riccardi, secondo cui “le mafie e la criminalità organizzata, che spesso dominano i non luoghi della globalizzazione” costituiscono “la sfida principale per la Chiesa delle periferie…È in queste giungle urbane che vive il popolo di Dio, come lo concepisce Bergoglio”.

Un upgrade di cittadinanza e dignità che i romani percepiscono a pelle, sentendosi proiettati dal “mondo di mezzo” al centro del mondo, in un misto di gratitudine e di vertigine. Inchinandosi davanti a lui e rendendolo depositario dei propri destini, come lui s’inginocchiò di fronte a loro, la sera del conclave, promuovendoli seduta stante intermediari tra sé e il Signore.

Il Papa con il diploma di perito chimico è riuscito nell’esperimento impossibile di rovesciare la prospettiva e rendere antiromana perfino, e per definizione, la più romana e centripeta delle istituzioni, vale a dire il Giubileo, modificandone la formula e dislocando “extra moenia” i due momenti clou dell’inaugurazione, a Bangui, e della Giornata della Gioventù, a fine luglio a Cracovia. Per non parlare delle porte sante. Come se la “Bolla”, nome tradizionale del documento d’indizione, fosse scoppiata e si sparpagliasse in un nugolo di bollicine, che vescovi e fedeli assecondano e inseguono fantasiosi, aprendo e improvvisando accessi a go-go.

Nondimeno, al traguardo della nostra gallery di paradossi, proprio il Pontefice del decentramento si manifesta un formidabile, affabile, inflessibile accentratore. Poiché al dimagrimento dell’apparato non fa riscontro un indebolimento, bensì un rafforzamento della sua figura. E alla curia “leggera”, prossima ventura, non fa pendant una “diminutio”, quanto piuttosto un incremento di peso specifico del papato.

Fenomeno che non deve sorprendere di per sé: il Papa descamisado proviene da un Paese dove l’abito e l’habitus, materiale e mentale del potere non si confeziona per addizione ma per sottrazione. Senza cingere corone o aggiungere mostrine ma spogliandosi, privandosi di giacche o mozzette che dir si voglia per rivestirsi, e legittimarsi, sul filo di un rapporto diretto con il popolo, a metà strada tra le piazze di Assisi e di Buenos Aires, tra peronismo e francescanesimo, tra loggia della basilica e balcone della Casa Rosada, tra i passi decisi del tango e la prassi decisionista del Motu Proprio.

Così, al movimento di una Chiesa che esce da se stessa e cambia direzione di marcia, corrisponde il ricambio e l’uscita di scena di classi dirigenti che parevano immarcescibili, costrette ad allinearsi o suscettibili di essere rimosse. Mentre in dottrina l’elasticità, la discrezionalità del discernimento caso per caso, demandato alle conferenze dei vescovi, potrà certo generare – o degenerare in – tendenze anarchiche, ma esalta per contraltare la funzione del supremo Pastore, cui competono in definitiva le scelte estreme.

E’ questa dunque l’ultima versione, poliedrica e “democratica”, globalizzata e de-localizzata, migratoria e rivoluzionaria del primato petrino e dell’eterno mito di Roma: liberatrice di energia creativa e tuttavia conduttrice energica, volitiva. Nel segno e magnetismo doubleface di un papa romano - antiromano, sensibile al richiamo dei mondi esterni - estranei come nessuno tra i suoi predecessori, eppure in grado contestualmente di richiamare a sé l’attenzione del mondo come nessuno tra i leader contemporanei, nel ballottaggio perenne tra l’Urbe e l’Orbe che quotidianamente agita, e dilata, i pensieri e il cuore dei successori di Pietro.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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