Perché i tedeschi se la sono presa così tanto con gli ebrei?

Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Sixara » mar feb 11, 2014 9:27 pm

Vàra so d acordo basta ke no i inpinisa le bèle cità d Europa co kei monumenti lì :D
L oltima : Hevenu Shalom Aleichem :D

http://www.youtube.com/watch?v=xLzdO1hLIeQ
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » lun feb 17, 2014 1:10 pm

Conferensa de Wannsee entel 1942

http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Wannsee

La conferenza di Wannsee fu un convegno al quale parteciparono 15 alti ufficiali nazisti, per decidere come attuare la "Soluzione finale della questione ebraica" (Endlösung der Judenfrage). L'incontro si tenne il 20 gennaio 1942 in una villa sulla riva del lago Wannsee a Berlino. L'ordine per l'avvio della conferenza fu dato dal reichsmarschall Hermann Göring su proposta di Hitler.

De sti 15 omani de l'adounansa:

3 li xe morti en goera
3 li xe sta justisià da polàki e angrexi pena fenesto la goera
1 le stà justisià dai ixraeliani
1 el se ga copà
1 lè sta grasià
4 li xe stà asolti o leberà ma mancansa de prove o parké le encolpe le xe stà scançelà
1 lè stà leberà sensa condana par malatia
1 lè sta leberà dai Rusi parké el gheva conplotà contro Von Ribbentrop
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » mar apr 29, 2014 3:16 pm

Che per i tedeschi i lager non esistevano è una verità, anche se detta da Berlusconi

http://www.lindipendenza.com/che-per-i- ... berlusconi

di ROMANO BRACALINI

Ci sono verità che se dette da un pulpito poco gradito diventano menzogne e sinonimo di “odio, invidia e litigio”, come s’è espresso con teutonica espressione l’inarrivabile Schulz,già bollato con l’epiteto non usurpato di “kapo’” e in questi giorni tornato ad essere oggetto delle mire sarcastiche di Berlusconi. Fosse stata lanciata da sinistra, come è già successo, la medesima accusa sarebbe passata sotto silenzio giacchè l’ideologia resistenziale ha addossato ai tedeschi ogni genere di nefandezza, inclusa la collusione quasi unanime del popolo tedesco col regime, senza che ciò abbia mai suscitato clamore. Ma da sinistra la cosa è ammessa. Gli eccidi tedeschi compiuti in Italia con la proporzione dell’uno a dieci secondo la legge iniqua della rappresaglia giustificano l’odio e la condanna. Del resto la Germania è il solo Paese d’Europa in cui non vi è stato per tutto il periodo di guerra il benché minimo movimento di resistenza armata e il popolo ha seguito il destino del regime fino alla catastrofe finale. Il nazismo ha avuto in Germania un seguito anche maggiore di quanto ne abbia avuto il fascismo in Italia, secondo la natura da caserma dei tedeschi. Il tentativo nel 1944 di Von Stauffenberg di eliminare Hitler è stato anche il solo ed è finito con la fucilazione in massa dei congiurati. La casta militare, di nobiltà prussiana, pur non nascondendo il suo aristocratico disprezzo per “l’imbianchino”, ha condiviso fino all’ultimo i sogni di conquista del dittatore; quanto ai lager già in funzione ancor prima che scoppiasse la guerra non una voce s’è mai levata contro quell’abominio. Al processo di Norimberga anche parecchi tra i maggiori capi nazisti diedero ad intendere che loro dei campi di sterminio non avevano mai sentito parlare. Certo, il regime non diffondeva le notizie sulle atrocità commesse ma per chi avesse voluto informarsi il modo di farlo c’era con le molte fonti radiofoniche e giornalistiche straniere disponibili.

Il fatto è che una verità detta da destra non è la medesima verità detta da sinistra. La Repubblica, del fondatore Eugenio Scalfari, già assertore del razzismo fascista,ha titolato con evidente soddisfazione che la Germania s’è rivoltata contro Berlusconi e il raffinato Schulz ha anch’egli protestato bruciandogli ancora la scudisciata presa a suo tempo da Berlusconi. In verità nella loro rozzezza i tedeschi non hanno mai nascosto il loro sarcasmo accusando a più riprese gli italiani di fellonia e tradimento; ma l’elegante Schulz temendo di cadere nell’antico pregiudizio tedesco ha detto che le parole di Berlusconi farebbero pensare all’Italia come a un paese diverso da quello che è, ossia “un paese meraviglioso e un grande popolo” (sic). Non sapevamo che Schulz, oltre che un provocatore, fosse anche un ipocrita; non sapevamo che i tedeschi, oltre che portati a fare le guerre e a perderle, fossero, per bocca del sullodato Schulz, portati a cambiare le carte in tavola a seconda delle convenienze e a far passare per ammirazione il disprezzo che invero hanno sempre dimostrato per i “welschen”, gli italiani. Pare che anche Angela Merkel se la sia presa, benché nemmeno i trascorsi della sua famiglia, originaria della Germania comunista, siano privi di ombre. Nessuna meraviglia che il passato di tanto in tanto riemerga; e non fa meraviglia che il presidente tedesco del PPE abbia preso in considerazione la decisione di espellere Forza Italia dal gruppo dei popolari europei e nemmeno che l’austriaco Swoboda l’abbia sollecitata come un provvedimento urgente e necessario. La lingua batte dove il dente duole. Gli austriaci, come servi sciocchi, sono stati nazisti come e più degli stessi tedeschi.Lo stermino degli ebrei ha dimostrato davanti al mondo intero come i lager abbiano potuto funzionare senza che in Germania si fosse levate una sola parola di ripulsa e condanna. Silenzio assoluto; anche quando non era più possibile ignorare il genocidio. Un intero popolo ne è responsabile, inutile che i tedeschi si atteggino a vittime. Il negazionismo è ancora oggi una pratica corrente; e sono molte le voci nel campo dell’antisemitismo militante che vorrebbero far credere che i lager non sono che una pura invenzione degli ebrei.

Berlusconi ha ricordato che di Katyn si può parlare, dei campi di sterminio tedeschi no. Ha detto ciò che molti pensano; ma se è lui a dirlo non vale.


Comenti==============================================================================================================================

Alvise Giaretta
29 Aprile 2014 at 11:35 am #
Vorrei solo citare un episodio:
In un recente concerto ad Essen in Germania, il cantante di una band black metal norvegese (i “Taake”) si è presentato sul palco con tatuata sul petto una svastica gigante. Subito il pubblico, in maggioranza tedesco, si è messo ad insultarlo e a lanciargli bottiglie addosso. Un’altra band tedesca che doveva partecipare con loro al concerto, si è rifiutata di suonare in segno di protesta.
Allora, io non ho dubbi che a quei tempi la maggioranza, o anche la totalità dei tedeschi, non abbiano voluto vedere le atrocità dei lager (e di sicuro ancora oggi c’è qualche testa calda negazionista). é anche vero però che in fatto di dover fare i conti con il proprio passato ci abbiano messo più impegno di altri (almeno le istituzioni). Vorrei ricordare che la Merkel qualche anno fa è andata la parlamento di israele a chiedere pubblicamente scusa per la shoah.
Ci hanno messo di sicuro più impegno di un altro popolino, che non si è per nulla indignato a dedicare un monumento a quel macellaio di Graziani, ad Affile. O che ogni anno fa i raduni a Predappio. Ma potrei andare mooooolto avanti.
Quello che voglio dire è attenzione a non fare la figura del bue che dal cornuto all’asino!


Diego Tagliabue
29 Aprile 2014 at 11:34 am #
La negazione dei campi di concentramento e sterminio viene punita con pene detentive fino a 3 anni, in Germania e in Austria.
Ne sa qualcosa anche il vescovo Williamson, condannato in contumacia, per aver negato l’esistenza delle camere a gas in un covegno clericale a Regensburg.
A parte questo, per avere una prova della denazificazione sin dal 1946 basta leggere il questionario di Ernst von Salomon (mal tradotto in fallitagliota con “Io resto prussiano”).
Berlusconi ha detto l’ennesima stronzata, visto pure che non ha vissuto un minuto nella Germania del dopoguerra.


Sandi Stark
29 Aprile 2014 at 11:22 am #
Bracalini non scriva stronzate per favore. Può citare una fonte per dichiarare che i tedeschi avrebbero negato l’esistenza dei lager?
Io Le fornisco una segnalazione: nel 1997 fu pubblicata una ricerca dalla quale emergeva che durante la fine della guerra, almeno il 70% dei tedeschi era a conoscenza non solo dei lager, ma anche dello sterminio.
I tedeschi hanno per caso dato dei “comunisti” agli autori della ricerca? Hanno detto che i tedeschi sono brava gente? Nossignore, hanno fatto i conti con i crimini dei loro padri.
Cosa che non ha fatto l’Italia con i propri…. non avendo consegnato nemmeno un criminale di guerra agli Stati che intendevano processarli.
E tenga presente che l’Italia detiene diversi primati in fatto di atrocità contro i civili. Ad esempio la rappresaglia di Addis Abeba del generale Graziani è nel Guiness dei primati come la più sanguinosa contro civili occupati, di tutta la Storia dell’Umanità.


pippogigi
29 Aprile 2014 at 11:15 am #
Conosco dei tedeschi, mi raccontavano che il loro figlio era tornato da scuola piangendo e dicendo “ma davvero siamo così cattivi?”, questo perché a scuola avevano proiettato un documentario su tutte le atrocità, campi di sterminio compresi, compiute dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Quindi è errato dire che per i tedeschi i campi di sterminio non esistono. Penso che non ci stiano a passare da unici cattivi. Non dimentichiamo che Stalin uccise molti più russi dei tedeschi, fece deliberatamente morire di fame qualche milione di ucraini (e questo spiega certe faccende recenti ancora in atto…), non dimentichiamo la Cina comunista, in cui ancora esistono campi di concentramento, la Corea del Nord, sempre comunista o la Cambogia di Pol Pot, dove i comunisti sterminarono metà della popolazione.
Eppure di fronte a tali orrori a Torino esiste ancora un “Corso Unione Sovietica” (un po’ come se a Parigi esistesse un Boulevard del Terzo Reich, visto che dei 60.000 prigionieri di guerra italiani in Russia, in gran parte alpini padani, parecchi della Cuneense, ne ritornarono vivi solo 10.000…), esistono ancora “partiti comunisti” che si presentano alle elezioni, falci e martelli come simboli.
I tedeschi sono semmai da condannare per non aver imparato la storia: il trattato di Versailles creò le condizioni per la nascita del Nazismo, gli americani per evitare di ripetere l’errore crearono il Piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale. I tedeschi in Grecia si stanno comportando come gli alleati dopo la prima guerra mondiale e guarda caso in Grecia sta prosperando e crescendo un movimento di estrema destra, Alba Dorata.

In ogni caso, come detto, i tedeschi non ci stanno a fare la parte degli unici cattivi, i russi abbiamo già detto come si comportarono, gli alleati bombardavano città tedesche senza obiettivi militari allo solo scopo di uccidere la popolazione civile, in una sola notte morirono 20.000 persone a Dresda, la Firenze del Nord, a guerra ormai conclusa. Cambiano i metodi me gli effetti sono gli stessi.
Gli italiani hanno creato il falso mito di “italiani brava gente”, gasarono i civili in Libia, bombardarono i civili in Etiopia, crearono campi di concentramento e fucilazioni in Grecia e Jugoslavia. Gli Jugoslavi si vendicarono infoibando innocenti padani residenti da secoli al posto degli italiani venuti dalla penisola che erano i veri responsabili dei delitti. Grecia, Jugoslavia e Russia chiesero dopo la guerra l’estradizione di alcuni ufficiali italiani per crimini di guerra.

Comunque tutto va preso con le molle: Berlusconi è un venditore di pentole come Renzi, ha impostato la campagna elettorale sull’odio verso la Germania, in parte per vendicarsi, Berlusconi ormai appartiene al passato, non vale la pena di discuterne.


Enrico Andrian
29 Aprile 2014 at 10:53 am #
Interessante questa velina dell’Agenzia Stefani, contiene la summa del pensiero menzognero fascista oggi trasversale tra destra e sinistra, vero e proprio “patrimonio dell’italianità”.

Vediamo di demolire una ad una queste menzogne degne di Pavolini e Goebbels:

“la collusione quasi unanime del popolo col regime” c’è stata anche in Italia fino all’8 settembre 1943

“gli eccidi tedeschi” non sono peggiori né per numero né per odiosità rispetto a quelli italiani, ed il fatto che i tedeschi abbiano fatto rappresaglia contro un ex alleato che li ha traditi nel momento cruciale della guerra è molto più comprensibile (non giustificabile) di uno Stato italiano che invade a cazzo tutti i paesi che gli stanno attorno solo perché va di moda l’ideologia che gli italiani sono eredi dell’Impero Romano e quindi devono avere un impero italiano nel Mediterraneo conquistando e sterminando chiunque si trovano davanti, soprattutto chi non è “di razza e cultura italiana”

“la Germania è il solo Paese d’Europa in cui non vi è stato per tutto il periodo di guerra il benché minimo movimento di resistenza armata”…peccato che la Germania ha avuto molta più resistenza interna dell’Italia sin dal 1933 (ovvero sin dall’ascesa del Nazismo), gruppi resistenti di area socialista e cristiano-democratica si organizzarono a partire dal 1935 (ovvero in seguito alle leggi di soppressione dell’opposizione politica) ed all’interno della classe aristocratica e militare sin dal 1938. Il primo tentativo di assassinio di Hitler da parte degli ufficiali della Wehrmnacht avvenne tra il ’38 ed il ’39, ed oltre 1 MILIONE di cittadini tedeschi sono stati internati nei lager come oppositori del regime tra il ’35 ed il ’45; in Italia i partigiani son comparsi a migliaia come funghi solo a guerra finita, quando il lavoro sporco lo avevano fatto gli altri e loro, da perfetti italiani, son saltati sul carro del vincitore…i più odiosi sono i militari italiani che fino all’8 settembre trucidavano e rastrellavano, e dopo l’8 settembre si costituirono a partigiani, come se ciò bastasse a cancellare le loro opere precedenti.

“quanto ai lager già in funzione ancor prima che scoppiasse la guerra non una voce s’è mai levata contro quell’abominio”
Certo, perché di quello che facevano gli “idaliani bravagggende” in Libia (già dal 1912), Somalia, Eritrea, Etiopia, Grecia, Jugoslavia ed Ucraina tutta la popolazione italiana era contraria, vero?
Per non parlare dei crimini italiani commessi nella Prima Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra nelle terre occupate.

“non sapevamo che i tedeschi, oltre che portati a fare le guerre e a perderle, fossero portati a cambiare le carte in tavola a seconda delle convenienze”
No, infatti quelli non sono i tedeschi, sono gli italiani, che non hanno mai vinto sul campo una sola guerra e, per bocca dello stesso Luigi XIV di Francia: “finiscono una guerra con lo stesso alleato con cui l’hanno cominciata solo se tradiscono almeno due volte”.

“Gli austriaci, come servi sciocchi, sono stati nazisti come e più degli stessi tedeschi.”
Peccato che gli austriaci siano stati occupati ed annessi sotto la minaccia delle armi (ma si sa, per gli italiani è normale e legittimo un plebiscito svolto sotto occupazione militare, con i soldati pronti a “dissuadere” ogni votante contrario, vedasi Veneto 1866), mentre gli italiani viceversa hanno liberamente scelto di essere alleati dei nazisti, ed il fascismo, precedente cronologicamente, fu maestro e precursore del nazismo, e consapevolmente e liberamente gli italiani scelsero l’alleanza con la Germania, la proclamazione delle leggi razziali, la guerra ed i crimini contro l’Umanità.

“Lo stermino degli ebrei ha dimostrato davanti al mondo intero come i lager abbiano potuto funzionare senza che in Germania si fosse levate una sola parola di ripulsa e condanna.”
Idem per l’Italia, o forse dimentichiamo che le forze armate italiane rastrellavano e consegnavano ai tedeschi le persone che sarebbero state internate, ben consapevoli di cosa fossero i lager e di quale destino spettasse a queste persone?

“Un intero popolo ne è responsabile, inutile che i tedeschi si atteggino a vittime.”
Stesso discorso vale per il popolo italiano, la differenza è che l’Italia non ha mai fatto ammenda né ha mai pagato per i suoi crimini, la Germania invece si, e su questo i tedeschi sono e restano moralmente superiori agli italioti quale l’autore di questo articolo.

“Il fatto è che una verità detta da destra non è la medesima verità detta da sinistra.”
No, il fatto è che un italiota resta sempre un italiota; falso, ipocrita e fascista dentro, a prescindere dal colore della camicia che indossa, e con un atavico complesso di inferiorità verso i paesi germanici di cui invidia la prosperità e l’organizzazione rigorosa, ma che invece di prendere a modello preferisce odiare, deridere, disprezzare e colpire alle spalle dall’alto della propria meschinità di cui, per perversa reazione, finisce per andare fiero quale sinonimo di “creatività” e “libertà”.


Unione Cisalpina
29 Aprile 2014 at 10:47 am #
bravo Bracalini… kondivido

… Il massacro della foresta di Katyń avvenne durante la seconda guerra mondiale e consistette nell’esecuzione di massa, da parte dell’Armata Rossa, su ordine di Stalin, di 21.857 cittadini polacchi … prigionieri di guerra dei campi di Kozielsk, Starobielsk e Ostashkov …


ginobricco@
29 Aprile 2014 at 10:25 am #
Bracalini!!
Sei una delusione devastante!!!! Non voglio aggiungere altro ma sarebbe bene che ti ripassassi gli insegnamenti di Marc Bloch.
Non ho nemmeno la forza di commentare, mi sono cadute le braccia!!!


Albert Nextein
29 Aprile 2014 at 9:57 am #
Non c’è richiamo ipocrita che tenga.
Berlusca può dire quello che vuole.
Gli altri possono o criticare, o convenire, o ignorare.

Ma fintanto che non lo processano e lo condannano al taglio della lingua o alla lobotomizzazione pre-frontale, il Berlusca fa bene a dire tutto quanto ritiene.
In ogni caso ha il coraggio di assumersene la responsabilità.


Alberto Pento
29 Aprile 2014 at 7:55 am #
El talego Berlusca el ga asè poca aotoretà moral par judegar li todeski.
Par fortuna li todeski no li xe tuti come Schulz.
De seguro li “taliani” a scuminsiar dai romani li ghe nà fate anca de pexo longo la storia e en ‘olta pal mondo.

Łi sasini de l’ebreo Cristo – I romani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... dtS1k/edit

Łi barbari romani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... l0bVE/edit

L’oror de łi tałego romani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... Nyamc/edit

L’oror de łi tałego padani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... Fxb3c/edit

http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... logo-a.jpg


luca pb
29 Aprile 2014 at 9:15 am #
con “bella ciao” gli italioti si son pure dimenticati le porcate fatte in grecia e in Jugoslavia…. per non parlare dei campi di concentramento tipo quello di Gonars in Friuli. che non aveva nulla da invidiare rispetto ai nazi…… Stessero zitti
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » sab mag 10, 2014 12:51 pm

Einsatzgruppen

http://it.wikipedia.org/wiki/Einsatzgruppen

Le Einsatzgruppen (letteralmente «unità operative») erano speciali reparti tedeschi, composti da uomini delle SS e della polizia, che operarono nel corso della Seconda guerra mondiale.

Le Einsatzgruppen furono impiegate prevalentemente in Unione Sovietica e Polonia. Il loro compito principale, nella testimonianza resa nel corso del processo di Norimberga da Erich von dem Bach-Zelewski, era «l'annientamento di ebrei, zingari e commissari politici», ottenuto mediante fucilazioni di massa e l'utilizzo di autocarri convertiti in camere a gas (i Gaswagen) e poi nei lager specializzati in sterminio.
...
Le origini delle Einsatzgruppen possono essere fatte risalire alla creazione di un apposito Einsatzkommando ad opera di Reinhard Heydrich allo scopo di salvaguardare gli edifici governativi e i documenti ivi contenuti durante l'annessione dell'Austria da parte della Germania nel marzo 1938.

Le «operazioni» delle Einsatzgruppen in Unione Sovietica rappresentano le primissime fasi di quella che le autorità nazionalsocialiste definirono come «soluzione finale della questione ebraica» - lo sterminio del popolo ebraico. Fino ad allora Hitler e i vertici dello stato nazista avevano elaborato numerosi piani per rendere judenfrei la Germania e le aree ad essa sottomesse, senza prevedere necessariamente lo sterminio fisico: l'emigrazione «volontaria» degli ebrei, il reinsediamento in Madagascar, la creazione di una «riserva ebraica» in Polonia oppure in Unione Sovietica.

A partire dal luglio 1941 la situazione cambiò e i massacri sistematici delle Einsatzgruppen dimostrano che era stata presa una decisione radicale e definitiva, seppur inizialmente limitata ai soli ebrei sovietici. La successiva creazione dei campi di sterminio fu solamente un miglioramento tecnico per alleggerire il compito delle Einsatzgruppen rendendo il metodo di uccisione impersonale e meno gravoso per coloro che vi erano impegnati. La formalizzazione delle direttive per la «soluzione finale» giunse in seguito, nel gennaio 1942 nel corso della conferenza di Wannsee, ma esistono chiare evidenze che Hitler aveva già deciso in precedenza il destino del popolo ebraico.


http://it.wikipedia.org/wiki/Babij_Jar
Immagine
Babij Jar (russo Бабий Яр, Ucraino Бабин Яр, Babyn Jar) è un fossato nei pressi della città ucraina di Kiev. Qui, durante la Seconda guerra mondiale fra il 29 e il 30 settembre del 1941, nazisti aiutati dalla polizia collaborazionista ucraina massacrarono 33.771 civili ebrei. Nei due anni seguenti circa 90.000 ucraini, zingari e comunisti furono massacrati nel fossato.

http://it.wikipedia.org/wiki/Odilo_Globocnik
http://it.wikipedia.org/wiki/Ernst_Kaltenbrunner
http://de.wikipedia.org/wiki/Paul_Maria_Hafner
http://www.ilgiornale.it/news/l-irriduc ... -inps.html

http://en.wikipedia.org/wiki/Bergen-Bel ... ation_camp
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » dom giu 22, 2014 11:44 pm

Ausmerzen

http://www.gadlerner.it/2012/04/25/ausmerzen-il-libro

Immagine


Questo articolo è uscito su “La Repubblica”.

Lo speciale rapporto dei veneti con la psichiatria dipenderà forse dal fatto che sono un po’ tutti matti, da quelle parti?
Città e campagne che il capitalismo non ha mai irreggimentato del tutto nella sua regola tayloristica.
Modernità imbevuta di strapaese.
Fatto gli è che da Zanzotto a Rigoni Stern, da Malerba fino alla generazione irregolare dei Diamanti, Stella, Bettin cui è lecito accostare un maestro del teatro italiano contemporaneo qual è Marco Paolini, il Nord-Est si configura come il laboratorio intellettuale critico più sensibile ai temi della diversità.
Forse per contrasto alla cultura retriva di chi governa su quel territorio. Sarà un caso che pure la misconosciuta (da noi) riforma della psichiatria –valorizzata invece come esemplare in tutto il mondo- sia stata intrapresa da Franco Basaglia lassù fra Gorizia e Trieste?

Antiretorica eppure grave, intima e solenne come solo lui è capace di modularla riempiendo la scena, la voce di Marco Paolini ha saputo così riformulare per noi il dubbio progressista più scabroso del Novecento: vale la pena dissipare risorse, in tempo di penuria, per mantenere in vita dei “mangiatori inutili”?

Il computo indecente dei risparmi di cui beneficia una società “sana” praticando la sua igiene, cioè eliminando le “vite indegne di essere vissute”, è stato recuperato in un foglietto sfuggito alla distruzione degli archivi nazisti. Lista ritrovata in un armadio a Hartheim: “E’ calcolato che fino al 1 settembre 1941 sono stati disinfettati 70.273 pazienti… Calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, abbiamo fatto risparmiare 4.781.339,72 kg di pane; 19.754.325,27 kg di patate… E inoltre 2.124.568 uova”.

L’appunto autografo di Hitler che ordinava l’eutanasia, cioè la soppressione dei disabili, si presenta caritatevole, rivolgendosi ai medici e “autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio”. Ma non fatevi illusioni: se Marco Paolini ha sentito il bisogno di riscrivere completamente il testo teatrale che l’anno scorso inchiodò al video 1.709.000 telespettatori, proponendocelo ora nella forma compiuta di un libro (“Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute”, pagg. 177, Einaudi, euro 12), è perché non possiamo permetterci la consolazione di scaricare per intero quell’abominio tra le colpe storiche del Terzo Reich.

Vero è che la pratica di selezionare in quanto esistenze-zavorra i disabili e i malati di mente, così come di procedere alla loro sterilizzazione fin dal luglio del 1933, con l’istituzione di centottanta apposite corti genetiche, e poi di sottrarli alle famiglie, rinchiuderli in sei centri pseudo-ospedalieri, sottoporli a diete omicide, infine eliminarli nelle prime piccole camere a gas allestite dal Reich, è riconosciuta dagli storici come la fase preparatoria dell’immane sterminio pianificato industrialmente nei lager dal 1942 (???).
Non solo.
La collaborazione disciplinata di medici, infermieri, psichiatri, autisti e la rassegnazione con cui le famiglie sopportavano il prelievo forzato dei congiunti disabili, rivelarono ai gerarchi di Hitler quanto manipolabile fosse una società totalitaria assoggettata nel terrore.
Anche se il timore di uno scandalo pubblico propagato dai familiari per questa strage degli innocenti, indusse il Reich a circoscriverne le modalità dopo il 1941.

Non credo però che Marco Paolini avrebbe proseguito la sua ricerca fino a scrivere questo libro stupefacente se a sollecitarlo non fosse stata una scoperta imbarazzante:
l’eugenetica, pseudoscienza della selezione ottimale della specie umana, ben prima del nazismo, e ben oltre, affonda le sue radici nel positivismo della razionalità occidentale.

Da Cesare Lombroso a Francis Galton, da Alexander Graham Bell fino a Konrad Lorenz, i teorici dell’eugenetica sono stati riconosciuti dall’establishment come alfieri del progresso. La dogmatica delle compatibilità economiche e un’ambigua nozione di progresso nella ricerca medica, si sono combinate nel legittimare sperimentazioni il cui retroterra non è sempre e solo necessariamente razzista.
Certo, nel dopoguerra vigeva ancora in Svizzera la sterilizzazione dei Rom e dei Sinti; ma in Svezia (Xvesia o Xvisara) a motivare simili pratiche eugenetiche non era il pregiudizio etnico bensì la pretesa “bonifica degli elementi biologicamente tarati”.

Così la ricerca di Marco Paolini e di suo fratello Mario, musico terapeuta, è proseguita un anno oltre la rappresentazione dello spettacolo teatrale.
Ma non ne ha disperso l’impatto drammaturgico che in Paolini consiste nell’abilità di personificare il racconto, a tratti perfino capace di humour, umile nell’immedesimazione: cosa avremmo fatto noi al posto di quelle infermiere, abituate a praticare iniezioni a prescindere che guarissero o sopprimessero, in obbedienza alle prescrizioni mediche? E il medico che rivendicava la sua funzione sociale a beneficio di una collettività impoverita che doveva pur risparmiare per sopravvivere, dandosi priorità di tutela, e che magari si sforzava di non lasciar soffrire, sopprimendola, la vita indegna di essere vissuta, siamo così certi avesse una sensibilità tanto diversa dalla nostra? Non agiva forse anch’esso per il progresso?
Certo Paolini è capace di esprimere lo sdegno, attraverso un’ingenuità sapiente: “A ben guardare i centri di uccisione sono organizzati come macelli, travestiti da cliniche ma macelli. Soltanto la necessità di intrattenere rapporti con le famiglie, di giustificare i decessi, li distingue da una macelleria”.

Eppure prevale la naturalezza di quella scelta eugenetica di selezione che, infine, porterà complessivamente alla morte procurata di trecentomila esseri umani, censiti in un ufficio di Berlino al numero 4 di Tergartenstrasse e prelevati uno ad uno nelle loro case. Non si spiega altrimenti la scoperta, umiliante per le truppe d’occupazione statunitensi nel luglio del 1945, da cui prende spunto il racconto.
Finita ormai da oltre due mesi la guerra, a Kaufbeuren-Irsee, non lontano da Monaco di Baviera, nell’ospedale psichiatrico (“Luogo per sanare e curare”, recita il cartello all’ingresso) si è continuato a sopprimere i ricoverati. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, l’esercizio di una deontologia a prescindere dagli ordini del regime nazista ormai deposto.

Attraverso le testimonianze di medici e infermieri (solo due di essi si toglieranno la vita) Paolini ci restituisce lo stupore di chi non riteneva di avere nulla da rimproverarsi. Straziante è il ritratto di Ernst Lossa, soppresso all’età di quattordici anni nonostante la sua strenua resistenza alla Dieta E, completamente priva di grassi.
Ancor più piccoli di lui sono i ragazzini italiani dell’ospedale psichiatrico di Pergine in Valsugana, sui quali una corrispondenza burocratica narra sperimentazioni crudeli, sempre “a fin di bene”.
Mi piace ricordare infine l’incontro con una donna straordinaria che ha introdotto Mario Paolini alla ricerca di “Ausmerzen”: Alice Ricciardi von Platen.
Era una giovane dottoressa tedesca nel 1946, quando venne incaricata dall’ordine dei medici di raccogliere testimonianze per il secondo processo di Norimberga. Quei ricordi terribili non ne hanno scalfito la dolcezza, fino a quando si è spenta in terra toscana nel 2008.

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Marco Paolini - Ausmerzen
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http://it.wikipedia.org/wiki/Aktion_T4
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25 gennaio 2011 - ore 12:38
“Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute”

Marco Paolini porta in scena, nella tv laica e di sinistra, l’orrore dell’eugenetica e dell’eutanasia. Racconta quel che fecero i nazisti, ma il suo sguardo è tutto rivolto all’oggi

E’ tutto pronto al Paolo Pini di Milano, l’ex ospedale psichiatrico tra Quarto Oggiaro e la Comasina, attrezzato come teatro, ostello della gioventù, spazio per mostre e luogo di ristoro. La nuova vita del manicomio inizia negli anni Novanta, diciott’anni dopo l’entrata in vigore della legge 180, la legge Basaglia, dal nome dello psichiatra triestino che chiuse i manicomi italiani. Stasera e domani qui, nella Sala delle cucine, si parlerà di eugenetica e di eutanasia, di scienza e di morale. E’ in scena “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute”, ultima narrazione di Marco Paolini, il più intenso tra gli autori del teatro civile italiano. Lo spettacolo è un monologo sulle teorie eugenetiche e eutanasiche messe in atto dai nazisti, e dai loro successori, prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale per sterilizzare e poi eliminare disabili mentali e psichici, disadattati, storpi, ragazzi malformati con tare ereditarie. Al fine di migliorare la razza e di tagliare costi sociali.
Raccontando l’orrore nazista, Paolini vuole restituire il dolore dell’esperienza, il senso di responsabilità, il dilemma della scelta, la dimensione stessa del diverso. Ma soprattutto vuole offrire una prospettiva storica al dilemma che ancora oggi attanaglia le coscienze in fatto di eugenetica e di eutanasia. E infatti non è solo un uomo schivo, attore pudico e carismatico, capace di stare in scena per ore da solo e ammaliare il pubblico con una recita mai uguale a se stessa. “Dopo due ore di racconto, chiedo sempre agli spettatori come stanno, di cosa vogliono parlare”, confessa Paolini. “A volte mi risponde un medico, a volte un genitore, a volte un insegnante, a volte un cieco, un sordo… Solo se imposti le cose su una base di integralità, puoi discutere sull’onda delle emozioni, sopportando idee opposte, e avendo la civiltà di sviluppare i rispettivi argomenti sino in fondo, senza strillare”.
A conferma di questo suo civismo militante, domani sera, vigilia della Giornata della memoria, il canale tv La7 trasmetterà in diretta “Ausmerzen”, seguito da un dibattito fra il pubblico, animato da Gad Lerner, la star della rete Telecom che considera Paolini “un traguardo”. Così, nel salotto buono televisivo saldamente in mano alla sinistra laica e politicamente corretta stanno per irrompere due ore di televisione integrale (niente interruzioni pubblicitarie) su un tema impegnativo, al centro delle preoccupazioni non soltanto della chiesa e di intellettuali laici non allineati al pensiero dominante in materia, ma anche delle battaglie culturali di questo giornale. E’ possibile porre un limite all’onnipotenza della scienza? O in nome della tecnica e della produttività del sistema dobbiamo continuare a negare impunemente la dignità della persona umana? E qual è il rapporto che corre tra economia e società? Eliminare i deboli, gli idioti, i malati mentali, gli infelici, gli inguaribili, come fecero i nazisti per migliorare la razza e contenere la spesa sociale, è davvero un’esclusiva abietta dello stato totalitario? O una tentazione che percorre anche i regimi liberi e le democrazie? E che cosa succede quando la “brava gente” si mette in testa di avere ragione?

Paolini è un apostolo del teatro civile. Studia per anni le sue narrazioni, preparandole scrupolosamente con ricerche, interviste, testimonianze a tutto campo – si tratti del “Racconto del Vajont” o del “Sergente nella neve”, del “Gioco del Rugby” o del “Galileo”. E’ uno che crede nelle virtù catartiche del dramma, come un antico cittadino della polis, ma senza pose apocalittiche, e tenendo a bada le emozioni: “Vogliamo parlare di eutanasia oggi? Volevo fare un testamento biologico, ma sono rimasto sconcertato dal tono con cui si è discusso del caso Englaro, dal furore integralista di parole d’ordine brucianti”, dichiara in modo programmatico. “Non credo che in questo modo si sia reso un servizio alla mente umana. Personalmente, avrei voluto che non si coprisse con tanto fracasso un argomento dal quale pochi di noi sono colpiti direttamente. Ringrazio Dio di non essere fra quanti si trovano a vivere una situazione del genere, e come forma di rispetto chiederei innanzitutto di abbassare la voce. Non voglio entrare a gamba tesa nel dibattito, ma dare una prospettiva che aiuti a riflettere. A questo serve una narrazione come la mia: a fornire una base razionale, non solo emotiva, per dire: guardate cosa abbiamo alle spalle, guardate l’orrore commesso dai nazisti in nome dell’eutanasia, dell’eugenetica e della presunzione di risolvere ogni malattia su base scientifica”.

Anagraficamente, Paolini è un veneto che ama il sud e odia la Lega; “un veneto di minoranza” o, come dice lui, “che usa la lingua non per ergere muri o discriminare il forestiero, come fanno oggi gli impiegati alle poste di Conegliano, ma per ragionare con gli altri, anzi per fare in modo che il teatro ricrei la società, e gli uomini non impazziscano”. Caratterialmente, è un bellunese ruvido, montanaro, chiuso e così geloso di sé che rifiuta di confessare il suo mondo interiore: “Perché farmi giudicare per le mie opinioni, quando non ne ho una grande stima?”. Nemmeno sotto torchio rivelerebbe cosa davvero lo muova. “Non voglio mettere l’accento su ciò che penso, ma su ciò che faccio. Perché se pensi certe cose, ma non riesci a farle sentire, è velleitario dire quali siano le tue intenzioni”. Insomma, è un attore e un artista, nutre la convinzione che il teatro sia ancora quel luogo d’elezione utile a smascherare il potere e le sue mistificazioni, per dare un ordine al reale e un senso al mondo. E infatti è persuaso che solo una rappresentazione corale permetta il confronto tra tesi contrapposte, favorendo una dialettica ispirata alla ragione e all’uso pubblico della ragione, al riparo da sofismi, scorciatoie, da derive demagogiche: “Se dovessi scegliermi un ruolo del teatro classico”, confessa, “mi assegnerei quello del coro”.
Paolini pone col suo racconto i dilemmi che vuole suggerire alle coscienze contemporanee. Irradiarle nelle case degli italiani è l’ultimo exploit della piccola nave corsara che sta smuovendo le acque del nostro mare mediatico. “Servizio pubblico è anche quello di una tv privata e commerciale che abbia un rapporto onesto e costruttivo col suo pubblico”, dice infatti il direttore di rete de La7 nel suo ufficio romano in via della Pineta Sacchetti. In epoca di tagli, ristrutturazioni e controllo draconiano dei bilanci, è stato proprio lui, Lillo Tombolini, a convincere del progetto Gianni Stella, feroce risanatore, soprannominato dai dipendenti “er canaro”, e oggi strenuo difensore di Paolini. “Da uomo intelligente, si è convinto da solo”, si schermisce Tombolini. “Paolini, infatti, restituisce una realtà che nessuna lettura ti può dare. Impossibile spezzare l’emozione con lo spot”.
Il sodalizio tra Paolini e La7 nasce negli anni passati e si consolida col “Sergente nella neve”, racconto sulla ritirata dei soldati italiani in Russia, tratto dal libro autobiografico di Mario Rigoni Stern, trasmesso in diretta nel 2007 da una cava dismessa nei pressi di Zovencedo, in provincia di Vicenza. “Come faremo a riempirla di pubblico? Mi domandavo allora”, ricorda Tombolini. “C’era un freddo cane, pioveva, tirava un vento gelido. Per arrivare alla cava bisognava percorrere un viottolo sterrato nel bosco. A un certo punto, vidi decine di ragazzi arrivare a piedi, dopo una salita di tre chilometri. Paolini li aspettava intorno a un fuoco. ‘Venite a scaldarvi’, gridava, offrendo vin brûlé”. Questo per dire il calore, il legame comunitario, il contatto diretto, ingredienti base del suo teatro.

Dopo il successo del “Sergente”, Tombolini avrebbe voluto allestire un altro teatro su strada, con palco su via Mario Fani, per il trentennale del rapimento Moro. “Solo un anno per prepararlo? Troppo poco”, rispose Paolini, che avrebbe voluto intervistare tutto il Trionfale e conoscere uno per uno gli abitanti del quartiere romano per entrare con loro nel ricordo di quel giovedì 16 marzo 1978, giorno in cui fu rapito lo statista dc e uccisi i cinque uomini della sua scorta. Il fatto è che Paolini non è solo un teatrante eccentrico che studia i suoi spettacoli come uno studente universitario si prepara l’esame; quando sale sul palcoscenico ha l’ambizione di un cronista, che tenga a bada sia l’attore sia il teatro, “perché se l’attore e il teatro sono troppo presenti distraggono lo spettatore, e se ci metti troppo pathos, scateni nel pubblico l’adrenalina”. Così gran parte della sua preparazione consiste nel cercare il giusto tono della voce, nel costruire una presenza scenica non troppo invadente, per raccontare l’orrore rendendolo plausibile.

Per esempio “Ausmerzen”, “verbo gentile”, come dice Paolini, “che evoca la terra e il mese di marzo, quando i pastori, prima della transumanza, sopprimevano le pecore e gli agnelli troppo lenti, tant’è che in tedesco significa ‘sopprimere chi rallenta la marcia, chi è troppo lento per seguire il branco’” (ma è anche sinonimo di ‘sradicare, abbattere, eliminare, rifiutare, dimenticare, espungere, estirpare, radiare’) è la cronaca agghiacciante dello sterminio di massa, che prepara la soluzione finale, raccontata col distacco paradossale di uno che avrebbe potuto esserne sia la vittima sia il responsabile, e la freddezza di chi mettendolo in scena cerca di aiutare la gente a affrontare i dilemmi che pone. “Lo spettacolo segue le origini delle idee eugenetiche”, spiega infatti Paolini. “Racconta ciò che accadde in Germania tra il 1934 e il 1939, l’accelerazione della macchina burocratica tedesca verso la sterilizzazione di massa, quando l’eugenetica diventa disciplina universitaria, e poi il salto dalla sterilizzazione all’eliminazione. C’è la storia del primo bambino disabile sequestrato e soppresso. La fase ufficiale del programma T4 dura due anni, dal primo settembre 1939 all’estate 1941. Esiste persino un bilancio di 70.292 vittime, ma si tratta di stime. E c’è anche il racconto della così detta “eutanasia selvaggia”, termine che rischia di sembrare un alibi, ma indica la morte negli ospedali psichiatrici di altre 230 mila persone tra il settembre del 1941 e il settembre del 1945. La guerra finisce ai primi di maggio del 1945, ma la macchina eutanasica non si ferma, anzi continua a funzionare per anni. Tant’è vero che fino al 1948, negli ospedali psichiatrici tedeschi l’indice di mortalità resta altissimo. In Italia, invece, di quei dati non ci sono stime, mancano le statistiche”.
Farà sicuramente effetto assistere al racconto-spettacolo di Paolini dalle cucine dell’ex manicomio Paolo Pini, luogo in cui i malati di mente, una volta dimessi, hanno trovato alloggio, e persino lavoro, come addetti all’ostello, al ristorante, alla sala mostre, grazie a una cooperativa sociale e a varie organizzazioni di volontariato riunite sotto il nome di “Olinda”, che era quello scelto da Italo Calvino per la città immaginaria che cresce senza periferia, come una grande piazza aperta in cui convivono le persone più diverse. “E’ normale oggi per i milanesi venire qui a bere un caffè o mangiare un piatto di pasta in compagnia di persone che pur avendo problemi psichiatrici anche gravi, affetti da disturbi psichici e vissuti per anni come barboni in mezzo alla strada facendosi espellere ovunque, hanno finito per integrarsi, e oggi riescono persino a lavorare, con effetti terapeutici notevoli”, dice al Foglio lo psichiatra ticinese Thomas Emmenegger che del Paolo Pini è il direttore. Emmenegger crede in “un’impresa sociale”, dove ogni singola attività, legata al mangiare, al dormire, al pensare, alimenta un sistema complesso di cittadinanza, permettendo di mitigare competitività e produttività con altre forme di compensazione. Così il teatro per esempio surroga alle carenze dell’ostello, e il ristorante a quelle del teatro. E in questo luogo deputato alla solidarietà, che accoglie i disabili, gli psicotici, gli ossessivi, li nutre, li integra come parte di un tutto, restituendo loro un ruolo attraverso il lavoro, il racconto di Paolini non è solo un percorso, una testimonianza, ma una lezione di pedagogia civile.
“Cent’anni fa per finire in manicomio bastava che ci fossero troppi figli in famiglia, che qualcuno avesse un problema”, dice Paolini. “Molti ragazzi, di cui racconto in ‘Ausmerzen’, se avessero avuto un insegnante di sostegno si sarebbero salvati la vita. L’Italia è l’unico paese in Europa a non avere le classi differenziate. In Germania pure i sordi ce le hanno. Noi siamo gli unici matti che provano a tenere i disabili e i ritardati mentali in classe con gli altri bambini. Tutti ci studiano per copiarci, ma noi oggi rischiamo di rinunciare a questo modello perché non ce la facciamo più. In una certa regione del nord c’è persino un assessore alla Sanità che ha stabilito di escludere dai trapianti di organi i pazienti con un quoziente intellettuale inferiore al 60. Si rende conto? E invece ci servirebbe uno scatto d’orgoglio per riconoscere le cose buone che siamo riusciti a fare alla faccia dei paesi più ricchi di noi”.
Non per niente, “Ausmerzen” nasce da un’idea del fratello di Marco Paolini, Mario, di due anni più giovane, pedagogista di professione. “Lui lavora sin dai tempi del servizio civile coi portatori di handicap, mentre io sono un imbranato”, dice il fratello maggiore, “non sarei capace di star dietro ai bambini ritardati”. Mario oggi si occupa anche di formazione degli educatori dei bambini “con disabilità complesse”, come si dice in gergo, incapaci cioè di accedere a un lavoro, vuoi per un deficit neurologico, come una paralisi cerebrale infantile, vuoi perché privi di competenze linguistiche, per effetto di carenze relazionali. Insomma, vive a diretto contatto con un campione di popolazione che ai tempi di Hitler veniva considerata “geneticamente inguaribile” e perciò passibile di misure radicali. “Oggi sappiamo molte più cose di un tempo”, dice al Foglio Mario Paolini, citando i suoi maestri, Andrea Canevaro ed Enrico Montobbio, pionieri nella cultura dell’integrazione. “Ci sono conoscenze che scadono come un vasetto di yogurt. Perciò, non è corretto usare giudizi tranchant quando ci si occupa di disabili: meglio sentirsi compagni di strada, formare operatori che dedichino molto tempo all’istruzione. In passato, le persone disturbate, che avevano comportamenti aggressivi e autolesionistici finivano in manicomio. Oggi si è capito che il lavoro per molti di loro può avere un effetto terapeutico”.

Mario ha il viso dolce di un sacrestano veneto e il verbo pieno del cittadino ispirato. Solo pochi anni fa ha scoperto cos’era successo nella Germania nazista. Nel 2002, leggendo gli atti di un convegno su psichiatria e nazismo, tenuto nel 1998 nell’ex ospedale psichiatrico di San Servolo, venne a conoscenza del famigerato “Aktion T4”, il programma eutanasico e eugenetico nazista, così chiamato dall’indirizzo della villa berlinese, in Tiergartenstrasse 4, sede della Fondazione per la salute e l’assistenza sociale, che ebbe per legge il mandato di sterilizzare prima e sopprimere poi le persone affette da malattie ereditarie considerate inguaribili o da gravi malformazioni fisiche. “Mi consideravo un ottimista, ma quando lessi quegli atti mi resi conto di essere un cretino”, dice sgomento il pedagogista Paolini. “Stavo facendo un mestiere senza sapere che settant’anni prima gente come me aveva commesso quel che aveva commesso. Così, cominciai a studiare, a documentarmi, e mi accorsi che nella storiografia ufficiale di tutto ciò non c’era quasi traccia. L’università continuava a sfornare laureati in Psicologia e Scienza dell’educazione con una scarsissima conoscenza di questi fatti, che non erano l’ennesima nefandezza compiuta dai nazisti, ma l’effetto di una serie di procedure sviluppate in base al movimento eugenetico che a quei tempi accomunava la classe medica, più o meno consapevole delle sue conseguenze”. Mario Paolini cita “Die Freigabe der Vernichtunglebensunwerten Lebens” (“Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute”), saggio del 1920 i cui autori, Alfred Hoche e Klaus Binding, rispettivamente un medico e un giudice, sostenevano il diritto dello stato di uccidere “persone mentalmente morte” e eliminare i “gusci vuoti di essere umani”. Insomma, erano i precursori nazi delle tesi care oggi a mille e mille eutanasici libertari.
Sconvolto dalla scoperta, Mario Paolini trovò un appassionato alter ego in Giovanni De Martis, consulente d’azienda col pallino della storiografia, presidente dell’associazione Olokaustos e fondatore dell’omonimo sito, oggi fra i più informati sul tema. Così un bel giorno propose al fratello Marco di girare un documentario con la loro società di produzione. “Partimmo insieme per la Germania”, ricorda oggi De Martis. “Andammo a intervistare il professor Von Cranach, direttore dell’Istituto psichiatrico di Kaufbeuren, massimo conoscitore dell’archivio di quella che negli anni Trenta fu la clinica dello sterminio. E andammo a trovare pure Alice Ricciardi von Platen, la studiosa che per prima, come membro della commissione medica al secondo processo di Norimberga (che finì per comminare lievi pene ai medici, agli psichiatri, al personale sanitario coinvolto) aveva ricostruito l’intero programma eutanasico nazista. Girammo molto, in senso fisico e cinematografico, ma poi finì tutto nel cassetto”.
Il documentario non venne mai realizzato. La cosa parve morire lì. Ma i materiali raccolti erano tali che premevano per essere utilizzati. Mario Paolini continuava a raccontare la storia dei nazisti assassini dei propri figli disabili, dello stato totalitario che organizza il sequestro, la sterilizzazione poi la soppressione fisica dei “pesi morti”, fissando parametri, procedure, stratagemmi vari, che serviranno come prova generale allo sterminio degli ebrei. Nel luglio 1933, cinque mesi dopo la nomina di Hitler alla Cancelleria, venne emanata la legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie. L’esecuzione era affidata al ministero dell’Interno attraverso i tribunali speciali per la sanità ereditaria, formati da due medici e un giudice distrettuale. Tra il 1933 e il 1939 si calcola siano state sterilizzate dalle 200 mila alle 350 mila persone. Più tardi poi, con l’invasione della Polonia e l’inizio della guerra, partì l’“Aktion T4”, che si protrasse fino al 1941 quando, sospeso per le proteste, venne continuato in altro modo. De Martis, intanto, continuando a fare ricerche, finì per scrivere una prima bozza di sceneggiatura, intitolata “Apolide”. Da questa bozza nacquero le due letture pubbliche tenute da Paolini nel 2008 al Paolo Pini di Milano e a Trieste. Il testo di stasera è l’ultima rielaborazione, passata al vaglio del pubblico e modificata in funzione delle sue reazioni. “Marco ha un’eccezionale capacità di sintesi” dice De Martis. “Rimuginando il testo, riesce a rielaborarlo di continuo finché non trova l’espressione migliore”.
Il racconto di stasera dunque, è stato già provato su gruppi di spettatori a Castelfranco Veneto, a Padova, a Quarto d’Altino, poi in Puglia, a Zara e Mantova. In scena con Paolini ci sarà anche una tedesca di ventitré anni, Naomi Brenner, che non è un’attrice ma una psicologa, che ha tradotto le fonti sensibili, per restituire la verità dei termini con tutte le sfumature necessarie. “Detesto il politicamente corretto”, dichiara infatti Paolini. “La mia non è un’operazione della memoria, e nemmeno un’archeologia confinata a sessant’anni fa. Vuol essere un racconto attuale. Come li chiamo questi disabili, con le parole che usavano i nazisti? Con quelle che usiamo noi? Con quelle che vorrebbero loro? La narrazione non può essere una cosa tranquilla come un saggio: citare le stesse parole che usavano i nazisti significa giocare con termini difficili”, spiega Paolini, che pur essendo un maniaco della preparazione, lascia spazio all’improvvisazione. “Il racconto è un flusso continuo. A volte mi esce una parola, a volte un’altra, a volte mi dico che schifo, attenzione, ho esagerato. Io sono un musicista, sto suonando le parole e mi vengono fuori sbagliate. Qualcuno è turbato, qualcuno protesta… cazzo. Allora a volte usi detestabili eufemismi, per esempio, il termine ‘infelici’ apre un abisso, perché fornisce una giustificazione mostruosa. E comunque, meglio sbagliare e poi vergognarsi, che starci a pensare, sennò non apri più bocca”.
Per il suo racconto, Paolini dunque si serve di documenti ufficiali, di atti processuali, di circolari della Cancelleria del Reich. Ricostruisce il modo in cui i nazisti organizzarono il censimento, racconta dei tribunali speciali che procedettero alla valutazione dei malati, per autorizzare la consegna o per organizzare il sequestro delle persone da “curare”, sterilizzandole prima e eliminandole in seguito. Descrive il modo in cui l’apparato dello stato nazista coinvolse i medici di base, che dovevano persuadere le famiglie a consegnare loro i figli, con la scusa di internarli in strutture ospedaliere create ad hoc per curarli meglio, salvo poi comunicarne ai genitori il decesso, avvenuto previa somministrazione di un cocktail di scopolamina e di luminol, negando loro però il diritto di riottenerne le spoglie, con un imbroglio sulla decorrenza dei termini. Intanto, i corpi di quelle vite indegne di essere vissute erano finiti nei forni crematori, prodromo alla soluzione finale. Insomma, una storia tremenda. L’eutanasia di massa, perpetrata in nome della razza, del miglioramento della specie, della “razionalità” del sistema sanitario e dell’intera società, venne decisa senza alcun consenso individuale. Era il trionfo dell’equivoco nazista, e cioè dell’idea che ci fossero vite indegne di stare al mondo, che lo stato e i funzionari pubblici determinavano, al di là della volontà dei loro stessi portatori o dei loro cari. “Lo stesso inventore dell’eugenetica Francis Galton (1822-1911) non pensò mai che questa scienza scellerata potesse tradursi in una pratica tanto violenta”, avverte oggi Giovanni De Martis. Ma la così detta eutanasia eugenetica non era un’esclusiva della Germania nazista. Era un progetto diffuso, praticato con successo da molti paesi del civilissimo occidente, la Svezia, la Svizzera, la Danimarca, la Gran Bretagna, e persino l’America. E mentre Paolini insiste sulla peculiarità dell’eutanasia nazista, che anticipa lo sterminio di massa, quello che gli sta a cuore è anche l’urgenza di riflettere su un dilemma che, nonostante le differenze, continua ad attanagliare il nostro presente.
“Non credo che la soluzione sia una deliberazione del Parlamento, che ce la caveremo con una legge. Chiunque affronti questa storia sta d’un male cane. Per questo, penso che raccontarla serva da contrappeso a ogni scorciatoia, rendendoci più attenti, più sensibili. D’altra parte, è imbarazzante interpretare documenti o storie come questi in un paese che rischia di farsi governare dall’onda emotiva. Fare una cosa del genere in tv è quasi criminale, perché fai stare male la gente”, avverte Paolini. “Ma il teatro è società. E allora un contrappeso ci vuole. Bisogna incivilire il confronto, parlare di eugenetica per dire che alla fine non migliora la vita. Se io riesco a ricreare la società col teatro, col dibattito, con la tv, tutto questo forse può servire a sconfiggere l’eugenetica, a superare la retorica del miglioramento, a riconoscerla e smascherarla. Forse se ci si frequenta di più non si impazzisce”.

Ma cosa nutre l’ambizione di Marco Paolini? Cosa c’è dentro la testa di questo pazzo che ha il coraggio di portare in tv l’orrore dell’Aktion T4 in un monologo di due ore? Chi è veramente questo montanaro bellunese che invoca il rispetto per la finitezza, il senso del limite, e difende senza condizioni la creatura umana? E’ un cristiano, un cattolico? Un ex comunista? Un cane sciolto? Un laico pentito? Un ateo devoto? Noi non l’abbiamo incontrato al Paolo Pini, dove di “Ausmerzen” non c’è stata nemmeno una prova, ma a Catania, dove Paolini era in tournée fino all’altro ieri col suo “ITIS Galileo”, ospite del Teatro Stabile. Niente di più incongruo di un bellunese nella città etnea. Ma basta una battuta, uno sguardo assorto sull’arborescenza che cresce spontanea sotto certi lastroni inamovibili, sigillati sul lastrico medievale di Palazzo Platamone, attuale sede dell’assessorato alla Cultura, per capire che il saltimbanco aedo del teatro classico, è un uomo attento, dotato di ironia: “La natura è improgettabile. Tra vent’anni i curatori di qualche museo berlinese verranno qui a inchinarsi di fronte a questa installazione spontanea intitolata ‘Erbacce’”.
La visita continua nell’atelier dell’assessore alla Cultura, Marella Ferrera, a Palazzo Biscari. La stilista-assessore mostra la nuova collezione, abiti tessuti a mano, con reti cucite su una composizione di centrini, e intarsi all’uncinetto formati da particolari di vecchie foto in bianche e nero che spiccano al centro. Sono le tracce dei ricordi e dei dolori delle spose per procura che cent’anni fa sbarcavano a Ellis Island, pronte a farsi impalmare da chiunque, persino da un perfetto sconosciuto oriundo siciliano o conterraneo, pur di ottenere un visto d’ingresso negli Stati Uniti. Era questo il nuovo mondo, il futuro riservato a milioni di emigrati (15 in tutto). “Ognuno di questi vestiti è come la rete da pesca di una piccola barca in cui è rimasto impigliato qualcosa”, commenta assorto Paolini. L’intervista col Foglio diventa la prova generale della tenuta scenica, del tono di voce, dell’intensità orale che servirà mettere in scena al Paolo Pini. “Nel 1920, quando le spose siciliane approdavano a Ellis Island, era il momento in cui gli americani applicavano l’eugenetica per rilasciare il visto d’ingresso agli emigranti”, dice Paolini. “Per entrare, dovevi compilare una serie di questionari, e dichiarare strane cose, per esempio se avevi l’abitudine di mangiare la verza, oppure il cavolo. Era un modo per discriminare i settentrionali dai meridionali, e scegliere i primi a scapito dei secondi”.

Per preparare “Ausmerzen”, Paolini ha letto pure il “Mein Kampf”: “Hitler aveva la fobia dei matti, raccontava di quelli che mangiano la cacca, ma aveva capito benissimo cosa stava succedendo in America. ‘Gli Stati Uniti, scriveva, sono più avanti di noi tedeschi: rifiutano certe razze per l’immigrazione’. Il che dimostra che non è il nazismo a creare il clima in cui poi si formano le idee radicali di sterilizzazione e eliminazione dei disabili, ma è il razzismo che si respira nei così detti paesi civili a creare il nazismo”.
E’ il primo colpo contro il luogo comune. Anche le democrazie, come dimostra la storia dei visti siciliani, hanno le loro zone d’ombra. “Esistono le idee eugenetiche legate a Galton alla fine dell’Ottocento”, insiste infatti Paolini, mentre gli occhi pervinca iniziano a brillare, cancellando i tratti della stanchezza. “Uno dei primi a interessarsi alle idee eugenetiche fu Mr. Bell, l’inventore del telefono. Il suo problema erano i sordi che bloccano il mercato. Commissionò uno studio sugli abitanti di una certa isola, mi pare Virgin Island (lo racconta De Martis), ed ebbe la conferma che la sordità è una caratteristica ereditaria. Sicché per risolvere un problema legato al mercato, Bell proporrà di sterilizzare i sordi, per impedirne la riproduzione, consentendo con ciò a tutta la popolazione di utilizzare il telefono. Perciò l’idea di respingere chi non è provvisto di caratteristiche genetiche gradite non nasce in una dittatura o in uno stato totalitario, ma in una democrazia a forte immigrazione”.
Del resto, era la stessa epoca in cui gran parte della popolazione dell’Italia meridionale venne sottoposta a osservazione dal frenologo Cesare Lombroso, che definendo i tratti fisiognomici del tipo bruzio, per corroborare la lotta al brigantaggio, fondò la scienza della criminologia. “Effettivamente, basta guardare le foto della Prima guerra mondiale, per vedere come rinviassero ancora a un carattere somatico prevalente”, replica Paolini. “I reggimenti sardi sull’altipiano di Asiago erano somaticamente diversi dai loro ufficiali piemontesi. Di fatto, gli italiani si guardano per la prima volta nelle palle degli occhi sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. L’emigrazione interna ancora non esisteva. Un friulano alto, bianco robusto e un calabrese nero riccio e secco come i fichi di settembre, erano increduli di appartenere allo stesso paese. All’inizio, tra loro c’è diffidenza”. Poi però la trincea crea un legame. “La guerra certo lega, perché se fai la stessa tribolazione diventi fratello, e poi in quella tribolazione circolano idee nuove, le idee socialiste, le idee di solidarietà, nella sopportazione dei triboli fraternizzi persino con quelli che combattono dall’altra parte”.
Allora torna la domanda: il razzismo è una tendenza propria al nazionalsocialismo, dell’idea di uno stato fondato sulla purezza etnica o anche altro? “Non parliamo di tendenza, per favore”, esclama Paolini. “E’ pericoloso!”. E per dimostrarlo torna agli anni Settanta, quando si discuteva sull’innato e sull’acquisito, discettando su natura e cultura. “Di chi è la colpa se tu sei un delinquente, della società o della genetica? Ce lo domandavamo da ragazzi. La questione era chiara: chi sosteneva che sono i geni a determinare il carattere era di destra; se invece dicevi che era la società, passavi per uno di sinistra. La distinzione appariva in embrione in un libro di Erich Fromm e costellava le nostre discussioni adolescenziali tra chi citava le tesi di Konrad Lorenz, e chi replicava con quelle di Bertrand Russel. Tutte cose che approcciavamo ingenuamente, bevendoci brutte traduzioni. Oggi non si ragiona più così. Non si osa nemmeno. Però, se ci pensi, la genetica piano piano è diventata un elemento cardine nella soluzione dei nostri problemi. E’ al centro della possibilità di migliorare la nostra vita non solo per vincere le malattie, ma come strumento di controllo sociale, di controllo delle nascite, di orientamento anche estetico, nella selezione del sesso dei nascituri. Siamo arrivati allo shopping procreativo, a decidere come voglio il mio bambino. Ne discutiamo e ci arrabbiamo pure, perciò è importante sapere cosa il passato abbia prodotto di mostruoso, in questo senso. Ma se poniamo al genetista la domanda che assillava i ragazzi negli anni Settanta, e cioè quanto è determinato dall’impronta genetica e quanto invece è effetto dell’educazione e della società, lui sorriderà, spiegandoci che il nostro Dna non può fornirci più del sei per cento di ciò che noi siamo”.

Percentuale irrisoria. “Le differenze cromosomiche tra la più bianca antartica e la più nera aborigena delle popolazioni, mi dirà oggi il genetista, sono racchiuse in un numero infinitamente piccolo di elementi del corredo genetico della specie umana. Il che vuol dire che la velleità di creare un popolo in base a un patrimonio genetico comune, come quella della Germania nazista, si fonda su un assurdo, su un dato scientificamente falso; perché alla fine, se solo il sei, il sette, l’otto, diciamo pure il dieci per cento dipende dal corredo genetico, se guardandoci intorno ci scappa da dire, ‘questa è una società di stronzi’, il problema purtroppo non è risolvibile geneticamente, ma rinvia al discorso della scuola. In altre parole, non è che se mettiamo a posto il Dna l’Italia va meglio; perché il 90 per cento dipende da quello che guardiamo, sentiamo leggiamo. Perciò, puoi pure sceglierti il bambino che vuoi allo shopping genetico, ma sta’ tranquillo che se tu sei stronzo per educazione e per cultura, viene fuori stronzo anche lui. Dunque, non è questione di Dna o di concepimento, ma del lavoro che devi fare su te stesso. Su questo non c’è scampo. Certo, se interpreti la procreazione come marketing cui scegli il prodotto, la vera domanda è: vale ancora la pena di riprodurre una specie umana che ragiona in questo modo? Mi sembra di no. C’è una linea di demarcazione tra le preoccupazioni per la salute e il capriccio, il vizio, l’idea che il mercato mi mette a disposizione un prodotto e io sono come un bambino davanti alla vetrina, di un negozio, senza più i genitori di una volta che sapevano tirargli uno scappellotto, se cominciava a gridare voooglioooo quello!!!!!”.
La genetica così però ne esce a pezzi? “Certo, può tutelarci dalla malattia, ma non risolve la stronzaggine. Ora, i problemi che abbiamo di fronte sono per la maggior parte educativi, comportamentali. Non richiedono l’investimento da parte di una multinazionale e nemmeno il colpo di scena che migliori la specie. Tocca fare manutenzione, arte ordinaria, sulla quale non ci sono scorciatoie, come frequentare la scuola dell’obbligo, imparare a parlare senza ruttare o senza alzare la voce. Il che significa introdurre un’autolimitazione, fatto di per sé privo di appeal, ma necessario”.

Così, partendo dall’opposizione tra natura e cultura, e passando per lo studio del genoma, si arriva allo spettacolo di stasera. “Io racconto un pensiero mostruoso. Racconto di come brava gente possa arrivare a mettere in opera pratiche criminali avendo demolito, ma molto progressivamente, ogni freno inibitore. Alla fine, so che la causa di tutto questo è, da un lato, nelle idee eugenetiche, dall’altro nel mancato bilanciamento offerto da un sistema solido dotato di un senso del limite. Il mancato contrappeso all’eugenetica, che permette lo sterminio, però, non è un’idea scientifica. E’ un’idea morale e culturale: è il tessuto sociale in grado di avere il senso del limite. Un dittatore può anche avere la velleità di pensare che in questo modo si debellano le malattie e si migliora la specie, soprattutto se la specie avesse contezza che il miglioramento non avviene attraverso un colpo di scena, ma attraverso un costante lavoro di manutenzione, grazie al peso dell’esperienza, grazie all’autorevolezza della nazione, al ruolo dell’adulto… noi oggi però viviamo un’epoca che vede l’abiura degli adulti”.
Abiura degli adulti, dice proprio così Marco Paolini, usando una bella espressione per un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti, e cioè la morte della vecchiaia, il trionfo spasmodico della giovinezza, inseguita fuori tempo massimo da chiunque. “Gli adulti abiurano perché vogliono essere giovani. Questo ci chiedono il mercato e i modelli dominanti: tenerci giovani. E in questo c’è la complicità degli adulti, che rifiutano di farsi sorpassare, non mollano la sedia. Fare coming out, oggi, significa dichiararsi adulti”. Insiste Paolini, con sottinteso politicamente scorrettissimo. Dichiararsi adulti è ciò che richiede vero coraggio sociale, altro che dichiararsi gay. “Assumersi il compito della responsabilità, smascherare tesi grottesche. D’accordo la genetica, ma dove arriveremo? Dammi un contrappeso. D’accordo la ricerca sulle staminali e la possibilità di debellare malattie. Non voglio censurare alcuna opzione che mi permetta di battere queste strade. Dopodiché non voglio essere semplicemente il malato ansioso e spaventato che si rivolge al medico e non capendo di cosa stia parlando e, vedendo che magari la cura non funziona, un attimo dopo va dal mago. Io rispetto il dolore e l’ansia delle persone, ma non è un mondo di adulti quello che avrà bisogno del dottor Di Bella o chi per lui, per avere speranza, per trovare quel magico plus di energia che a volte manca nell’approccio con un medico bravo, ma incapace di trasmettere fiducia. Noi siamo fragili, perché siamo disposti ad affidare la soluzione dei problemi a chi non ha queste capacità. Mentre un adulto delle generazioni più solide, che accettavano la finitezza, non apriva subito a chiunque bussasse alla sua porta. Ecco, secondo me è questo che ci manca degli adulti, l’esperienza che, sulla base di qualcosa che non posso aver imparato solo io, ma anche la mia gente, permette di selezionare, di accettare una cosa, di decidere se vale la pena di fidarmi. Oggi non abbiamo più questa diffidenza istintiva che difende, siamo tutti creduli. Siamo fragili. Questo è il pericolo rispetto all’eugenetica. La Germania degli anni Trenta era fragile. Soffriva le conseguenze di una crisi economica devastante. Non voglio stabilire un nesso di tipo deterministico, ma è chiaro che una condizione di sofferenza diffusa che interessa molte fasce della popolazione, la perdita di sicurezza, l’inflazione galoppante, offrono il destro all’idea di eliminare gli inutili, di buttare a mare chi non produce, chi non ha pagato il biglietto e costa troppo. E se stai male è più difficile resistere alla lusinga di un pensiero cattivo, che anche i sani hanno, perché è un pensiero che alberga nel cuore di ogni persona, non solo dei cattivi. Solo che, se hai il contrappeso dell’educazione, o di un sistema di relazioni, lo puoi isolare, neutralizzare. Puoi vergognartene. In un momento di crisi, invece, quel pensiero diventa condiviso. E se poi il governo, arrivato al potere nel 1933, lo esprime nei manifesti, nei libri di scuola, nei corsi universitari, alla fine quando vedo tanti professori che dicono la stessa cosa, io di quel pensiero recondito non mi vergogno più, perché ormai ha assunto una cittadinanza”.
E’ strano parlare di miseria, solitudine, sofferenza, per spiegare il trionfo dell’eugenetica nazista, e farlo nel meridione. Qui da sempre manca il lavoro, e tutti si ricordano i poveri che mendicavano scalzi l’olio fritto nelle case dei ricchi. Eppure i matti, gli scemi del villaggio qui sono sempre stati una presenza familiare, come Cipì, che s’aggirava in pieno agosto, in un paesino della Calabria, coperto di strati di cappotti e impermeabili, le mani avvolte in sacchetti di plastica, e gli occhi da ebete puntati su di noi bambini che pure capivamo benissimo cosa voleva dirci con quei suoi strani suoni gutturali. “Attenzione”, risponde Paolini sorridendo. “L’unica forma di resistenza all’eutanasia di stato si ebbe nei paesini della Pomerania, del Baden Württemberg, della Sassonia, nei villaggi dei minatori della Ruhr, dove tutti si conoscono e il matto del villaggio ha un nome proprio. Sono pochi i casi dove il pulmino coi vetri oscurati che andava a prelevare i disabili, gli idioti, gli idrocefali, gli schizofrenici o gli psicotici girava a vuoto, senza poter fare il suo carico umano, perché gli abitanti di quei paesini erigono barricate”.

Paolini cita il libro di Alice von Platen, ma insiste sulla complicità dei medici. Dice che ci furono obiezioni di coscienza, ma molti inganni, ricatti, intimidazioni. Se rifiutavano di consegnare il figlio ritardato o storpio, le famiglie rischiavano di perdere la tessera annonaria. Gli unici episodi di resistenza avvennero in piccole comunità solidali che dei loro matti e dei loro storpi si prendevano cura. Oggi non se ne vedono più. “La società liquida rende tutti perfettamente uguali e omologabili. E appena arriva l’alluvione, ti parlo da veneto, in questi paesi dove si vive bene e tante case vanno sott’acqua, si dice ‘ci hanno lasciato soli’, lo stato non ci aiuta. Ma a parte i tempi tecnici per l’arrivo della Protezione civile, io dico, il tuo vicino di casa dov’era? Non ne hai? Se l’argine si rompeva trent’anni fa, sarebbe accorso per primo a darti una mano. Ma se tu i vicini non li vedi da sedici anni, questo ti rende più fragile, ti espone a idee bislacche come il pensare che il tuo rapporto col mondo passi per uno schermo al silicio, invece che dalla porta di casa. Oggi a noi manca la società vicinale, manca il prossimo, che determinava la prevalenza della vita pubblica su quella privata”.
A questo serve il racconto di Paolini, a ricordarci cosa è successo nella Germania di Hitler e a farci riflettere sul perché, a richiamarci al senso del limite e alla nostra responsabilità di uomini liberi, anche se nessuno oggi riesce a farsi soverchie illusioni. “Rispetto alla mostruosità di queste cose”, conclude Paolini, “un attore è come un’aspirina. Sono consapevole che devi avere un senso del limite pauroso, pur muovendo in una zona in cui se non fai vivere questa cosa qui, se non l’accendi, nessuno ti ascolta. E come faccio io ad accenderla? Non lo so. So solo che ho smesso di fare ‘Vajont’ perché nessuna tecnica teatrale mi permetteva di ripeterlo a teatro tutte le sere, mantenendo la mia integrità psicofisica. Ripetendo una cosa che costa fai del male, picchi duro, picchi i bambini. Mi sono accorto che ci sono cose che trascendono il mestiere, perché ti fanno soffrire davvero. Devi stare attento a non esagerare. Se ti fai coinvolgere ti si spezza la voce e rendi un cattivo servizio. Ci sono parti in cui corro dei rischi, trattenere il respiro sarebbe un po’ troppo liberatorio per chi guarda. L’unica cosa che posso fare per raccontarla bene questa storia, e provocare domande che turbano senza offendere, è creare un tono, fare in modo che siano parole sommesse, senza l’urtante presunzione che rende impossibile ragionare con gli altri. E poi, il vero soggetto di questo racconto non sono i cattivi processati a Norimberga, ma la brava gente, la gente come noi, quelli come me e te. Se creo indignazione, offrendo al pubblico solo un bersaglio, forse ho sfuocato l’obiettivo. La vera preoccupazione è che si impazzisce in gruppo e si rinsavisce da soli, ma ci vuole tempo”.

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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » lun giu 23, 2014 7:28 am

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Sixara » lun giu 23, 2014 9:07 am

La somejantsa co la storia de Ida Dalser :
http://www.youtube.com/watch?v=s2gUuS9TzZI

Ida Dalsèr la jera stà na moroxa de Musolìni e da lù la ghea vù sofiolo Benito Albino. La dixea de èsare éla la vera mojere del Duce e par cuesto i la ga mésa tel manicomio de Pergine prima e de S.Clemente dopo, indoe ke lè morta :
http://it.wikipedia.org/wiki/Ida_Dalser

Anca Benito Albino lè finìo n manicomio, al Paolo Pini de Milàn:
http://it.wikipedia.org/wiki/Benito_Albino_Dalser
indoe ke lè morto de consunzione.

El film indoe ca se conta sta storia orènda lè Vincere de M. Bellocchio.
El Màto vero, el Màto-gròso el ga goernà l Italia par vintàni e l paexe tuto lè deventà on Manicomio.
Na Gabia de Màti. El Gran Ponàro d Italia.

Podopo i lo ga picà a testa n zo e parea ke nisùn ghése visto e taxesto, voltando la testa da kelatra parte. Na tregua de na trentina de àni e xe rivà el so Replicante, el Mercante dei Sogni: cueo sì el gà piaxesto. Anca màsa.
Risultato ?
Cueo ca dixe Paolini so l Vèneto ( ma nò solo) te l intervista desora :

Gli unici episodi di resistenza avvennero in piccole comunità solidali che dei loro matti e dei loro storpi si prendevano cura. Oggi non se ne vedono più. “La società liquida rende tutti perfettamente uguali e omologabili. E appena arriva l’alluvione, ti parlo da veneto, in questi paesi dove si vive bene e tante case vanno sott’acqua, si dice ‘ci hanno lasciato soli’, lo stato non ci aiuta. Ma a parte i tempi tecnici per l’arrivo della Protezione civile, io dico, il tuo vicino di casa dov’era? Non ne hai? Se l’argine si rompeva trent’anni fa, sarebbe accorso per primo a darti una mano. Ma se tu i vicini non li vedi da sedici anni, questo ti rende più fragile, ti espone a idee bislacche come il pensare che il tuo rapporto col mondo passi per uno schermo al silicio, invece che dalla porta di casa. Oggi a noi manca la società vicinale, manca il prossimo, che determinava la prevalenza della vita pubblica su quella privata”.
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » ven gen 30, 2015 9:55 pm

Il testamento di Erich Priebke

http://www.blogdln.it/2013/10/13/emerge ... mericana/#

??? Emerge Il testamento di Erich Priebke: i campi di concentramento non esistono, noi le vere vittime della propaganda americana. ???

Riportiamo l’intervista diffusa dall’avvocato di Erich Priebke, rilasciata dal Capitano in occasione del compimento del suo centesimo anno di etá, con l’intenzione lasciarci un testamento “umano e politico”.

D – Sig. Priebke, anni addietro Lei ha dichiarato che non rinnegava il suo passato. Con i suoi cento anni di età lo pensa ancora?

R – Sì.

D – Cosa intende esattamente con questo?

R – Che ho scelto di essere me stesso.

D – Quindi ancora oggi Lei si sente nazista.

R – La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che ha a che fare con le nostre convinzioni. Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschauung ed ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore. La politica è un’altra questione. Il Nazionalsocialismo è scomparso con la sconfitta e oggi non avrebbe comunque nessuna possibilità di tornare.

D – Della visione del mondo di cui Lei parla fa parte anche I’antisemitismo.

R – Se le sue domande sono mirate a conoscere la verità è necessario abbandonare i luoghi comuni: criticare non vuol dire che si vuole distruggere qualcuno. In Germania sin dai primi del novecento si criticava apertamente il comportamento degli ebrei. Il fatto che gli ebrei avessero accumulato nelle loro mani un immenso potere economico e di conseguenza politico, pur rappresentando una parte in proporzione assolutamente esigua della popolazione mondiale era considerato ingiusto. È un fatto che ancora oggi, se prendiamo le mille persone più ricche e potenti del mondo, dobbiamo constatare che una notevole parte di loro sono ebrei, banchieri o azionisti di maggioranza di imprese multinazionali. In Germania poi, specialmente dopo la sconfitta della prima guerra mondiale e l’ingiustizia dei trattati di Versailles, immigrazioni ebraiche dall’est europeo avevano provocato dei veri disastri, con l’accumulo di immensi capitali da parte di questi immigrati in pochi anni, mentre con la repubblica di Weimar la grande maggioranza del popolo tedesco viveva in forte povertà. In quel clima gli usurai si arricchivano e il senso di frustrazione nei confronti degli ebrei cresceva.

D – Quella che gli ebrei abbiano praticato l’usura ammessa dalla loro religione, mentre veniva proibita ai cristiani, è una vecchia storia. Cosa c’è di vero secondo lei.

R – Infatti non è certo una mia idea. Basta leggere Shakespeare o Dostoevskij per capire che simili problemi con gli ebrei sono storicamente effettivamente esistiti, da Venezia a San Pietroburgo. Questo non vuole assolutamente dire che gli unici usurai all’epoca fossero gli ebrei. Ho fatto mia una frase del poeta Ezra Pound: “Tra uno strozzino ebreo e uno strozzino ariano non vedo nessuna differenza”.

D – Per tutto questo Lei giustifica I’antisemitismo?

R – No, guardi, questo non significa che tra gli ebrei non ci siano persone perbene. Ripeto, antisemitismo vuol dire odio, odio indiscriminato. Io anche in questi ultimi anni della mia persecuzione, da vecchio, privato della libertà, ho sempre rifiutato l’odio. Non ho mai voluto odiare nemmeno chi mi ha odiato. Parlo solo di diritto di critica e ne sto spiegando i motivi. E Le dirò di più: deve considerare che, per loro particolari motivi religiosi, una grossa parte di ebrei si considerava superiore a tutti gli altri esseri umani. Si immedesimava nel “Popolo Eletto da Dio” della Bibbia.

D – Anche Hitler parlava della razza ariana come superiore.

R – Si, Hitler è caduto anche lui nell’equivoco di rincorrere questa idea di superiorità. Questa è stata una delle cause di errori senza ritorno. Tenga conto comunque che un certo razzismo era la normalità in quegli anni, Non solo a livello di mentalità popolare ma anche a livello di governi e addirittura di ordinamenti giuridici.

Gli Americani, dopo aver deportato le popolazioni africane ed essere stati schiavisti, continuavano ad essere razzisti, e di fatto discriminavano i neri. Le prime leggi, definite razziali di Hitler, non limitavano i diritti degli ebrei più di quanto fossero limitati quelli dei neri in diversi stati USA. Stessa cosa per le popolazioni dell’India da parte degli Inglesi ed i Francesi, che non si sono comportati molto diversamente con i così detti sudditi delle loro colonie. Non parliamo poi del trattamento subìto all’epoca dalle minoranze etniche nell’ex URSS.

D – E quindi come sono andate peggiorando in Germania le cose secondo Lei?

R – Il conflitto si è radicalizzato, è andato crescendo. Gli ebrei tedeschi, americani, inglesi e l’ebraismo mondiale da un lato, contro la Germania che stava dall’altro. Naturalmente gli ebrei tedeschi si sono venuti a trovare in una posizione sempre più difficile. La successiva decisione di promulgare leggi molto dure resero in Germania la vita veramente difficile agli ebrei. Poi nel novembre del 1938 un ebreo, un certo Grynszpan, per protesta contro la Germania, uccise in Francia un consigliere della nostra ambasciata, Ernest von Rath. Ne seguì la famosa “Notte dei cristalli”. Gruppi di dimostranti ruppero in tutta il Reich le vetrine dei negozi di proprietà degli ebrei. Da allora gli ebrei furono considerati solo e soltanto come nemici. Hitler, dopo aver vinto le elezioni, li aveva in un primo tempo incoraggiati in tutti i modi a lasciare la Germania. Successivamente, nel clima di forte sospetto nei confronti degli ebrei tedeschi, causato dalla guerra e di boicottaggio e di aperto conflitto con le più importanti organizzazioni ebraiche mondiali, li rinchiuse nei lager, proprio come nemici. Certo per molte famiglie, spesso senza alcuna colpa, questo fu rovinoso.

D – La colpa quindi di ciò che gli ebrei hanno subìto secondo Lei sarebbe degli ebrei stessi?

R – La colpa è un po’ di tutte le parti. Anche degli alleati che scatenarono la seconda guerra mondiale contro la Germania, a seguito dell’invasione della Polonia, per rivendicare territori dove la forte presenza tedesca era sottoposta a continue vessazioni. Territori posti dal trattato di Versailles sotto il controllo del neonato stato polacco. Contro la Russia di Stalin e la sua invasione della restante parte della Polonia nessuno mosse un dito. Anzi a fine conflitto, ufficialmente nato per difendere proprio la indipendenza della Polonia dai tedeschi, fu regalato senza tanti complimenti tutto l’est europeo, Polonia compresa, a Stalin.

D – Quindi politica a parte Lei sposa le teorie storiche revisioniste.

R – Non capisco perfettamente cosa si intenda per revisionismo. Se parliamo del processo di Norimberga del 1945 allora posso dirle che fu una cosa incredibile, un grande palcoscenico creato apposta per disumanizzare di fronte all’opinione pubblica mondiale il popolo tedesco ed i suoi capi. Per infierire sullo sconfitto oramai impossibilitato a difendersi.

D – Su quali basi afferma questo?

R – Cosa si può dire di un autonominatosi tribunale che giudica solo i crimini degli sconfitti e non quelli dei vincitori; dove il vincitore è al tempo stesso pubblica accusa, giudice e parte lesa e dove gli articoli di reato erano stati appositamente creati successivamente ai fatti contestati, proprio per condannare in modo retroattivo? Lo stesso presidente americano Kennedy ha condannato quel processo definendolo una cosa “disgustosa” in quanto “si erano violati i principi della costituzione americana per punire un avversario sconfitto”.


D – Se intende dire che Il reato di crimini contro l’umanità con cui si è condannato a Norimberga non esisteva prima che fosse contestato proprio da quel tribunale internazionale, c’è da dire in ogni caso che le accuse riguardavano fatti comunque terribili.

R – A Norimberga i tedeschi furono accusati della strage di Katyn, poi nel 1990 Gorbaciov ammise che erano stati proprio loro stessi, Russi accusatori, ad uccidere i ventimila ufficiali polacchi con un colpo alla nuca nella foresta di Katyn. Nel 1992 il presidente russo Eltsin produsse anche il documento originale contenente l’ordine firmato da Stalin.

I Tedeschi furono anche accusati di aver fatto sapone con gli ebrei. Campioni di quel sapone finirono nei musei USA, in Israele e in altri paesi. Solo nel 1990 un professore della università di Gerusalemme studiò i campioni dovendo infine ammettere che si trattava di un imbroglio.

D – Sì, ma i campi di concentramento non sono una invenzione dei giudici di Norimberga.

R – In quegli anni terribili di guerra, rinchiudere nei lager (in italiano sono i campi di concentramento) popolazioni civili che rappresentavano un pericolo per la sicurezza nazionale era una cosa normale. Nell’ultimo conflitto mondiale lo hanno fatto sia i Russi che gli USA. Questi ultimi in particolare con i cittadini americani di origine orientale.

D – In America però, nei campi di concentramento per le popolazioni di etnia giapponese non c’erano le camere a gas.

R – Come Le ho detto, a Norimberga sono state inventate una infinità di accuse, Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas aspettiamo ancora le prove. Nei campi i detenuti lavoravano. Molti uscivano dal lager per il lavoro e vi facevano ritorno la sera. Il bisogno di forza lavoro durante la guerra è incompatibile con la possibilità che allo stesso tempo, in qualche punto del campo, vi fossero file di persone che andavano alla gasazione. L’attività di una camera a gas è invasiva nell’ambiente, terribilmente pericolosa anche al suo esterno, mortale. L’idea di mandare a morte milioni di persone in questo modo, nello stesso luogo dove altri vivono e lavorano senza che si accorgano di nulla è pazzesca, difficilmente realizzabile anche sul piano pratico.

D – Ma Lei quando ha sentito parlare perla prima volta del piano di sterminio degli ebrei e delle camere a gas?

R – La prima volta che ho sentito di cose simili la guerra era finita ed io mi trovavo in un campo di concentramento inglese, ero insieme a Walter Rauff. Rimanemmo entrambi allibiti. Non potevamo assolutamente credere a fatti così orribili: camere a gas per sterminare uomini, donne e bambini. Se ne parlò con il colonnello Rauff e con gli altri colleghi per giorni. Nonostante fossimo tutti SS, ognuno al nostro livello con una particolare posizione nell’apparato nazionalsocialista, mai a nessuno di noi erano giunte alle orecchie cose simili.

Pensi che anni e anni dopo venni ha sapere che il mio amico e superiore Walter Rauff, che aveva diviso con me anche qualche pezzo di pane duro nel campo di concentramento, veniva accusato di essere l’inventore di un fantomatico autocarro di gasazione. Cose di questo genere le può pensare solo chi non ha conosciuto Walter Rauff.

D – E tutte le testimonianze della esistenza delle camere a gas?

R – Nei campi le camere a gas non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli Americani a Dachau. Testimonianze che si possono definire affidabili sul piano giudiziario o storico a proposito delle camere a gas non ce ne sono; a cominciare da quelle di alcuni degli ultimi comandanti e responsabili dei campi, come ad esempio quella del più noto dei comandanti di Auschwitz, Rudolf Höss. A parte le grandi contraddizioni della sua testimonianza, prima di deporre a Norimberga fu torturato e dopo la testimonianza per ordine dei Russi gli tapparono la bocca impiccandolo. Per questi testimoni, ritenuti preziosi dai vincitori, le violenze fisiche e morali in caso di mancanza di condiscendenza erano insopportabili; le minacce erano anche di rivalsa sui familiari. So per l’esperienza personale della mia prigionia e quella dei miei colleghi, come, dai parte dei vincitori, venivano estorte nei campi di concentramento le confessioni ai prigionieri, i quali spesso non conoscevano nemmeno la lingua inglese. Poi il trattamento riservato ai prigionieri nei campi russi della Siberia oramai è cosa nota, si doveva firmare qualunque tipo di confessione richiesta; e basta.

D – Quindi per Lei quei milioni di morti sono una invenzione.

R – Io ho conosciuto personalmente i lager. L’ultima volta sono stato a Mauthausen nel maggio del 1944 ad interrogare il figlio di Badoglio, Mario, per ordine di Himmler. Ho girato quel campo in lungo e in largo per due giorni. C’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas.
Purtroppo tanta gente è morta nei campi ma non per una volontà assassina. La guerra, le condizioni di vita dure, la fame, la mancanza di cure adeguate si sono risolti spesso in un disastro. Però queste tragedie dei civili, erano all’ordine del giorno non solo nei campi ma in tutta la Germania, soprattutto a causa dei bombardamenti indiscriminati delle città.

D – Quindi Lei minimizza la tragedia degli ebrei: l’Olocausto?

R – C’è poco da minimizzare: una tragedia è una tragedia. Si pone semmai un problema di verità storica.


I vincitori del secondo conflitto mondiale avevano interesse a che non si dovesse chiedere conto dei loro crimini. Avevano raso al suolo intere città tedesche, dove non vi era un solo soldato, solo per uccidere donne bambini e vecchi e così fiaccare la volontà di combattere del loro nemico. Questa sorte è toccata ad Amburgo, Lubecca, Berlino, Dresda e tante altre città. Approfittavano della superiorità dei loro bombardieri per uccidere i civili impunemente e con folle spietatezza. Poi è toccato alla popolazione di Tokyo ed infine con le atomiche ai civili di Nagasaki e Hiroshima.

Per questo era necessario inventare dei particolari crimini commessi dalla Germania e reclamizzarli tanto da presentare i tedeschi come creature del male e tutte le altre sciocchezze: soggetti da romanzo dell’orrore su cui Hollywood ha girato centinaia di film.

Del resto da allora il metodo dei vincitori della seconda guerra mondiale non è molto cambiato: a sentire loro esportano la democrazia con così dette missioni di pace contro le canaglie, descrivono terroristi che si sono macchiati di atti sempre mostruosi, inenarrabili. Ma in pratica attaccano soprattutto con l’aviazione chi non si sottomette. Massacrano militari e civili che non hanno i mezzi per difendersi. Alla fine tra un intervento umanitario e l’altro nei vari paesi, mettono sulle poltrone dei governi dei burattini che assecondano i loro interessi economici e politici.

D – Ma allora certe prove inoppugnabili come filmati e fotografie dei lager, come le spiega?

R – Quei filmati sono un’ulteriore prova della falsificazione: provengono quasi tutti dal campo di Bergen-Belsen. Era un campo dove le autorità tedesche inviavano da altri campi gli internati inabili al lavoro. Vi era all’interno anche un reparto per convalescenti. Già questo la dice lunga sulla volontà assassina dei Tedeschi.

Sembra strano che in tempo di guerra si sia messo in piedi una struttura per accogliere coloro che invece si volevano gasare. I bombardamenti alleati nel 1945 hanno lasciato quel campo senza viveri, acqua e medicinali. Si è diffusa un’epidemia di tifo petecchiale che ha causato migliaia di malati e morti. Quei filmati risalgono proprio a quei fatti, quando il campo di accoglienza di Bergen-Belsen devastato dall’epidemia, nell’aprile 1945, era oramai nelle mani degli alleati. Le riprese furono appositamente girate, per motivi propagandistici dal regista inglese Hitchcock, il maestro dell’horror. È spaventoso il cinismo, la mancanza di senso di umanità con cui ancora oggi si specula con quelle immagini. Proiettate per anni dagli schermi televisivi, con sottofondi musicali angoscianti, si è ingannato il pubblico associando, con spietata astuzia, quelle scene terribili alle camere a gas, con cui non avevano invece nulla a che fare. Un falso!

D – Il motivo di tutte queste mistificazioni secondo Lei sarebbe coprire i propri crimini da parte dei vincitori?

R – In un primo tempo fu cosi. Un copione uguale a Norimberga fu inventato anche dal Generale MacArthur in Giappone con il processo di Tokyo. In quel caso per impiccare si escogitarono altre storie e altri crimini. Per criminalizzare i Giapponesi che avevano subìto la bomba atomica si inventarono all’epoca persino accuse di cannibalismo.

D – Perché in un primo tempo?

R – Perche successivamente la letteratura sull’olocausto è servita soprattutto allo Stato di Israele per due motivi. Il primo è chiarito bene da uno scrittore ebreo figlio di deportati: Norman Finkelstein. Nel suo libro “l’industria dell’olocausto” spiega come questa industria abbia portato, attraverso una campagna di rivendicazioni, risarcimenti miliardari nelle casse di istituzioni ebraiche e in quelle dello Stato di Israele. Finkelstein parla di “un vero e proprio racket di estorsioni”. Per quanto riguarda il secondo punto, lo scrittore Sergio Romano, che non è certo un revisionista, spiega che dopo la “guerra del Libano” lo Stato di Israele ha capito che incrementare ed enfatizzare la drammaticità della “letteratura sull’Olocausto” gli avrebbe portato vantaggi nel suo contenzioso territoriale con gli arabi ed “una sorte di semi-immunità diplomatica”.


D – In tutto il mondo si parla del|’olocausto come sterminio; Lei ha dei dubbi o lo nega recisamente?

R – l mezzi di propaganda di chi oggi detiene il potere globale sono inarginabili. Attraverso una sottocultura storica appositamente creata e divulgata da televisione e cinematografia, si sono manipolate le coscienze lavorando sulle emozioni. In particolare le nuove generazioni, a cominciare dalla scuola, sono state sottoposte al lavaggio del cervello, ossessionate con storie macabre per assoggettarne la libertà di giudizio. Come Le ho detto, siamo da quasi 70 anni in attesa delle prove dei misfatti contestati al popolo tedesco. Gli storici non hanno trovato un solo documento che riguardasse le camere a gas. Non un ordine scritto, una relazione o un parere di una istituzione tedesca, un rapporto degli addetti. Nulla di nulla.

Nell’assenza di documenti i giudici di Norimberga hanno dato per scontato che il progetto che si intitolava “Soluzione finale del problema ebraico” allo studio nel Reich, che vagliava le possibilità territoriali di allontanamento degli ebrei dalla Germania e successivamente dai territori occupati, compreso il possibile trasferimento in Madagascar, fosse un codice segreto di copertura che significava il loro sterminio. È assurdo! In piena guerra, quando eravamo ancora vincitori sia in Africa che in Russia, gli ebrei, che erano stati in un primo tempo semplicemente incoraggiati, vennero poi fino al 1941 spinti in tutti i modi a lasciare autonomamente la Germania. Solo dopo due anni dall’inizio della guerra cominciarono i provvedimenti restrittivi della loro libertà.

D – Ammettiamo allora che le prove di cui Lei parla vengano fuori. Parlo di un documento firmato da Hitler o da un altro gerarca. Quale sarebbe la sua posizione.

R – La mia posizione è di condanna tassativa per fatti del genere. Tutti gli atti di violenza indiscriminata contro le comunità, senza che si tenga conto delle effettive responsabilità individuali, sono inaccettabili, assolutamente da condannare. Quello che è successo agli indiani d’America, ai kulaki in Russia, agli Italiani infoibati in Istria, agli Armeni in Turchia, ai prigionieri tedeschi nei campi di concentramento americani in Germania e in Francia così come in quelli russi, i primi lasciati morire di stenti volutamente dal presidente americano Eisenhower, i secondi da Stalin. Entrambi i capi di stato non rispettarono volutamente la convenzione di Ginevra per infierire fino alla tragedia. Tutti episodi ripeto da condannare senza mezzi termini, comprese le persecuzioni fatte dai tedeschi a danno degli ebrei, che indubbiamente ci sono state. Quelle reali però, non quelle inventate per propaganda.

D – Lei ammette quindi la possibilità che queste prove, sfuggite ad una eventuale distruzione fatta dai tedeschi alla fine del conflitto, potrebbero un giorno venir fuori?

R – Le ho già detto che certi fatti vanno condannati in assoluto. Quindi se poniamo anche solo per assurdo che un domani si dovessero trovare prove su queste camere a gas, la condanna di cose così orribili, di chi le ha volute e di chi le ha usate per uccidere, dovrebbe essere indiscussa e totale. Vede, in questo senso ho imparato che nella vita le sorprese possono non finire mai. In questo caso però credo di poterlo escludere con certezza perché per quasi sessanta anni i documenti tedeschi, sequestrati dai vincitori della guerra, sono stati esaminati e vagliati da centinaia e centinaia di studiosi, sicché, ciò che non è emerso finora difficilmente potrà emergere in futuro.

Per un altro motivo devo poi ritenerlo estremamente improbabile e Le spiego il perché: a guerra già avanzata i nostri avversari avevano cominciato ad insinuare sospetti su attività omicide nei Lager. Parlo della dichiarazione interalleata del dicembre 1942, in cui si diceva genericamente di barbari crimini della Germania contro gli ebrei e si prevedeva la punizione dei colpevoli. Poi, alla fine del 1943, ho saputo che non si trattava di generica propaganda di guerra, ma addirittura i nostri nemici pensavano di fabbricare false prove su questi crimini. La prima notizia la ebbi dal mio compagno di corso, grande amico, Capitano Paul Reinicke, che passava le sue giornate a contatto con il numero due del governo tedesco, il Reichsmarschall Goering: era il suo capo scorta. L’ultima volta che lo vidi mi riferì del progetto di vere e proprie falsificazioni. Goering era furibondo per il fatto che riteneva queste mistificazioni infamanti agli occhi del mondo intero. Proprio Goering, prima di suicidarsi, contestò violentemente di fronte al tribunale di Norimberga la produzione di prove falsificate.

Un altro accenno lo ebbi successivamente dal capo della polizia Ernst Kaltenbrunner, l’uomo che aveva sostituito Heydrich dopo la sua morte e che fu poi mandato alla forca a seguito del verdetto di Norimberga.

Lo vidi verso la fine della guerra per riferirgli le informazioni raccolte sul tradimento del Re Vittorio Emanuele. Mi accennò che i futuri vincitori, erano già all’opera per costruire false prove di crimini di guerra ed altre efferatezze che avrebbero inventato sui lager a riprova della crudeltà tedesca. Stavano già mettendosi d’accordo sui particolari di come inscenare uno speciale giudizio per i vinti.

Soprattutto però ho incontrato nell’agosto 1944 il diretto collaboratore del generale Kaltenbrunner, il capo della Gestapo, generale Heinrich Müller. Grazie a lui ero riuscito a frequentare il corso allievi ufficiali. A lui dovevo molto e lui era affezionato a me. Era venuto a Roma per risolvere un problema personale del mio comandante ten. colonnello Herbert Kappler. In quei giorni la quinta armata americana stava per sfondare a Cassino, i Russi avanzavano verso la Germania. La guerra era già inesorabilmente persa. Quella sera mi chiese di accompagnarlo in albergo. Essendoci un minimo di confidenza mi permisi di chiedergli maggiori dettagli sulla questione. Mi disse che tramite l’attività di spionaggio si aveva avuto conferma che il nemico, in attesa della vittoria finale, stava tentando di fabbricare le prove di nostri crimini per mettere in piedi un giudizio spettacolare di criminalizzazione della Germania una volta sconfitta. Aveva notizie precise ed era seriamente preoccupato. Sosteneva che di questa gente non c’era da fidarsi perché non avevano senso dell’onore né scrupoli. Allora ero giovane e non diedi il giusto peso alle sue parole ma le cose poi di fatto andarono proprio come il generale Müller mi aveva detto. Questi sono gli uomini, i gerarchi, che secondo quanto oggi si dice avrebbero dovuto pensare ed organizzare lo sterminio degli ebrei con le camere a gas! Lo considererei ridicolo se non si trattasse di fatti tragici.

Per questo quando gli americani nel 2003 hanno aggredito l’Iraq con la scusa che possedeva “armi di distruzione di massa”, con tanto di falso giuramento di fronte al consiglio di sicurezza dell’ONU del Segretario di stato Powel, proprio loro che quelle armi erano stati gli unici ad usarle in guerra, io mi sono detto: niente di nuovo!

D – Lei da cittadino tedesco sa che alcune leggi in Germania, Austria, Francia, Svizzera Puniscono con il carcere chi nega I’Olocausto?

R – Si, i poteri forti mondiali le hanno imposte e tra poco le imporranno anche in Italia. L’inganno sta proprio nel far credere alla gente che chi, ad esempio, si oppone al colonialismo israeliano e al sionismo in Palestina sia antisemita; che chi si permette di criticare gli ebrei sia sempre e comunque; che chi osa chiedere le prove dell’esistenza di queste camere a gas nei campi di concentramento, è come se approvasse una idea di sterminio degli ebrei. Si tratta di una falsificazione vergognosa. Proprio queste leggi dimostrano la paura che la verità venga a galla. Ovviamente si teme che dopo la campagna propagandistica fatta di emozioni, gli storici si interroghino sulle prove, gli studiosi si rendano conto delle mistificazioni.

Proprio queste leggi apriranno gli occhi a chi ancora crede nella libertà di pensiero e nella importanza della indipendenza nella ricerca storica.

Certo, per quello che ho detto posso essere incriminato, la mia situazione potrebbe addirittura ancora peggiorare ma dovevo raccontare le cose come sono realmente state; il coraggio della sincerità era un dovere nei confronti del mio paese, un contributo nel compimento dei miei cento anni per il riscatto e la dignità del mio popolo.
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » mer gen 20, 2016 8:57 am

???

Incredibile video di un professore ebreo che "difende" Hitler !
https://www.youtube.com/watch?v=cv1M5Pk ... e=youtu.be



???

Robert Faurisson (Shepperton, 25 gennaio 1929) è un saggista francese. È noto soprattutto per i suoi lavori negazionisti dell'Olocausto.

https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Faurisson

Nato a Shepperton (Inghilterra) da padre francese e madre scozzese, in una famiglia permeata da marcati sentimenti anti-tedeschi in seguito alla seconda guerra mondiale, si laureò in lettere nel 1972 alla Sorbona di Parigi, in cui tenne inoltre lezioni dal 1969 al 1974, e insegnò presso l'Università di Lione 2 dal 1974 al 1990; nel corso di quel decennio pubblicò quattro monografie di critica letteraria.

Nei suoi testi Faurisson sostiene che:
non sarebbe mai esistito un piano preordinato di sterminio fisico degli ebrei, bensì un progetto per una loro emigrazione fuori dell'Europa (ad es. Madagascar o Uganda) e, in tempo di guerra, un piano di evacuazione verso i territori dell'Est appena occupati;
non sarebbero stati uccisi 6 milioni di ebrei ma un numero molto inferiore (circa 500.000), a causa delle operazioni militari, della durezza dei campi di lavoro forzato, delle epidemie di tifo e dei bombardamenti alleati sui campi di concentramento;
l'esistenza delle camere a gas nei campi di sterminio tedeschi sarebbe tecnicamente impossibile;
l'intera storia dell'Olocausto sarebbe un'enorme invenzione della propaganda alleata a favore dello stato d'Israele.
Faurisson ha concentrato il suo interesse prevalentemente sul punto relativo alle camere a gas, e la sua tesi principale è conosciuta come "impossibilità tecnica dell'esistenza delle camere a gas naziste".
Le sue tesi sono unanimemente respinte dalla comunità degli storici.
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Re: Parké i todeski łi se ła ga ciapà tanto co łi ebrei?

Messaggioda Berto » mer gen 27, 2016 8:47 pm

La Giornata della memoria? Giornata dell'identità ebraica
di Gheula Cannarutto Nemni

https://www.facebook.com/ProgettoDreyfu ... 3590374336

Vennero bruciati i libri della Torà, chiusi i mikveh per le donne.
Vennero tagliate la barba e le peot agli uomini in mezzo alla strada. Venne imposto di mangiare durante lo yom kippur, di trasgredire le regole.

L’ebreo che camminava, che mangiava, che costruiva la propria vita famigliare, che in ogni proprio gesto quotidiano ricordava D-o e le Sue leggi, forse senza nemmeno saperlo, avrebbe dovuto sparire senza lasciare una minima traccia.
L’ebreo avrebbe dovuto trasformarsi in un ricordo, in una sfumatura storica da fare studiare agli alunni, in un passato remoto a cui guardare senza il rischio di vederselo di nuovo comparire davanti con i suoi canti, con i suoi dondolii durante le preghiere, con la sua fede, con i suoi ideali.

I nazisti ci provarono con tutti i mezzi.
A fare diventare gli ebrei pura memoria.

Si dimenticarono di studiare attentamente questa nazione.
Per la quale la memoria non cammina mai da sola.

Ricordati il giorno dello shabat per santificarlo, sta scritto quando nella Torà si menzionano i Dieci Comandamenti per la prima volta.
Osserva il giorno dello shabat per santificarlo, così si ritrova invece la seconda volta. Ricordati e osserva vennero pronunciati da D-o contemporaneamente, dicono i nostri maestri.

Senza la storia noi siamo nessuno. Senza una madre da cui partire, senza una nonna da cui farsi raccontare, senza un moto della testa che si volge indietro alla ricerca delle radici da cui tutto prese vita, senza i profumi, persino gli incubi, un uomo non esiste davvero.

L’ebraismo si basa sulla memoria. La Pasqua è il ricordo dell’uscita dall’Egitto e la trasformazione di un gruppo di genti in una nazione. Shavuot è il ricordo del momento in cui gli ebrei ricevettero la Torà accettando su di sé i comandamenti e le leggi divine. Sukkot è il ricordo delle nuvole che protessero il popolo ebraico durante i quarant’anni nel deserto. Nell’ebraismo la memoria è sacra. Perché dalla memoria si impara a vivere l’oggi e il domani.
E così il ricordo dell’uscita dall’Egitto si trasforma nel dovere quotidiano di uscire dai propri limiti e proiettarsi al di là di ciò che si è oggi.

Il ricordo del ricevimento della Torà si trasforma nell'emozione con cui ci si deve svegliare in ogni nuovo giorno come se si avesse appena ricevuto il dono più grande. Le nuvole, protezione nel deserto più di 3300 anni fa, protezione dal caldo e dai pericoli incombenti, rappresentano la fede da riporre in D-o in ogni momento.

La storia, la memoria, la memoria storica non è mai per l’ebreo un punto di arrivo. L’ebreo non ricorda per il semplice gusto di mettere alla prova la propria capacità di memorizzare. L’ebreo non si concentra su un evento passato per lasciarlo lì, nella catena del tempo, isolato. La storia è un anello, un tassello, la storia è uno scalino già arrampicato di una scala che nel mezzo contiene il presente. E in fondo il futuro che ancora ci aspetta.
Il ricordo è un cassetto in cui gli ebrei ripongono le proprie esperienze passate. Un tesoro fatto di gioie, dolori, traguardi e sofferenze. Per gli ebrei ricordare è un dovere, come osservare lo shabat e mettersi i tfilin ogni giorno. Agli ebrei è proibito dimenticare. La memoria per l’ebreo, però, è solo l’inizio.

E questo i nazisti lo sapevano bene.

Per questo non hanno provato a cancellare il passato. A loro, che il mondo si ricordasse di quella razza chiamata ebraica, una volta esistita, non dava alcun fastidio. Loro, degli ebrei, volevano cancellare il presente e il futuro. Volevano cancellare quel senso della continuità del proprio essere nel corso del tempo, accompagnato dalla consapevolezza della propria diversità dagli altri individui, quello che il vocabolario definisce identità.

Era l’identità ebraica che i nazisti volevano annientare.
Ricordati è la memoria da cui partire. Osserva è il modo in cui farla continuare a vivere, a pulsare. Memoria e vita vissuta con un’identità ebraica piena, senza compromessi, sono concatenati in una struttura portante. Celebrare solo la memoria di chi è stato cancellato fisicamente da questa terra perché ebreo, è come risuscitare un morto facendolo rimanere nella propria bara. Questi ebrei sono stati sterminati perché portavano in sé un’identità pulsante, una storia continua.

C’è solo un modo per onorare la memoria di sei milioni di ebrei scomparsi. Garantire la libertà ai loro figli, ai discendenti, agli eredi spirituali di questi sei milioni di ebrei, di vivere la propria identità senza compromessi, di potersi dondolare di nuovo durante la preghiera senza paura di essere interrotti da un terrorista, di camminare in mezzo alla strada con una kippah senza doversi guardare le spalle.

Al mondo, a chi sta tendendo la mano a Rouhani in questi giorni, a chi accoglie individui che negano il diritto allo stato degli ebrei di esistere, chiediamo questo. La nostra risposta deve consistere, non in parole e meditazione, ma nelle azioni e nel comportamento giusti. Vita significa assumersi la responsabilità di trovare la giusta risposta ai suoi problemi e portare a termine i compiti che essa assegna ad ogni individuo (Viktor Frankl, Man's Search for Meaning)

Anche a noi ebrei e' anche richiesto qualcosa. Abbiamo il compito di riportare in vita chi è morto cantando ani maamin, io credo, mentre veniva portato nei forni.

E c’è solo un modo di farlo. Riprendere la loro preghiera, i loro tfilin, le loro celebrazioni, da dove sono stati interrotti.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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