Gerusalemme capitale di Israele

Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » gio dic 28, 2017 8:08 am

Secondo giovanni: PALLE SU GERUSALEMME
Gerusalemme è una città santa per le tre religioni monoteiste.

https://giovanniciri.blogspot.it/2017/1 ... l?spref=fb

Questo è come minimo inesatto. Gerusalemme è di certo città santa per l'ebraismo ed il cristianesimo. Lo è anche per l'Islam solo perché i musulmani la conquistarono oltre sei secoli dopo la morte di Cristo e, come pare sia loro abitudine, la dichiararono città santa per l'Islam. Secondo un simile criterio un giorno anche Roma potrebbe diventare città santa per l'Islam...

La risoluzione ONU del 1947 prevedeva uno statuto speciale per Gerusalemme. Questo viene violato dichiarando Gerusalemme capitale di Israele.

La risoluzione ONU del 29 Novembre 1947 prevedeva la creazione di due stati: Israele ed uno stato arabo; Gerusalemme avrebbe dovuto avere uno statuto speciale. Quella risoluzione fu accettata dagli dagli ebrei e rifiutata dagli arabi che iniziarono subito la guerra contro Israele. Gerusalemme fu attaccata dalle truppe Giordane e la sua parte orientale conquistata. La risoluzione del 1947 è stata stracciata dagli arabi. Chiedere che si ritorni a quella risoluzione sarebbe come se nel 1945 la Germania avesse chiesto che tornasse in vigore l'accordo di Monaco del 1938. La cosa è ancora più assurda se si pensa che neppure oggi gli arabi riconoscono la risoluzione 181 del novembre 1947. Infatti non riconoscono Israele e vorrebbero che Gerusalemme fosse capitale della Palestina. L'unico stato arabo che riconosce Israele, l'Egitto, non chiede, com'è del tutto ovvio, il ritorno alla situazione del 1948.

Gerusalemme deve essere aperta ai fedeli di tutte le religioni.

Verissimo, e lo è da quando, nel 1967, gli israeliani hanno strappato armi alla mano la città vecchia ai giordani. Nel periodo fra il 1948 ed il 1967 Gerusalemme è stata divisa e i luoghi santi aperti ai soli musulmani. Durante l'occupazione giordana vennero distrutte le 36 (trentasei) sinagoghe di Gerusalemme est.
Oggi, con Gerusalemme capitale di Israele, tutti i fedeli di tutte le religioni hanno libero accesso ai luoghi sacri. Se Gerusalemme diventasse capitale di un ipotetico stato palestinese la situazione cambierebbe radicalmente.

Gerusalemme dovrebbe diventare capitale di due stati: Israele e la Palestina.

A parte le precedenti considerazioni, i palestinesi NON riconoscono Israele. Hammas ne teorizza la distruzione, punto e basta. La ANP non parla di distruzione di Israele ma ne subordina il riconoscimento al rientro in terra israeliana di quattro, cinque milioni di profughi. Un po' come se un qualsiasi stato si impegnasse a riconoscere diplomaticamente l'Italia in cambio del rientro nel nostro paese di 40 milioni di “profughi”, cioè di figli, nipoti e pronipoti di persone che cinquanta o settanta anni fa preferirono abbandonare l'Italia. Un simile “riconoscimento” significherebbe la fine di Israele per quello che oggi questo paese è: lo stato che ha dato rifugio e protezione al popolo più perseguitato della storia.

Con la sua decisione Trump ha compiuto il “miracolo” di unificare gli stati arabi.

La risoluzione dell'ONU del 1947 che dava vita allo stato di Israele ha “unificato” gli stati arabi. Quando Israele nel 1967 ha sconfitto chi intendeva distruggerlo ha “unificato” gli stati arabi. Tutte le volte che Israele si difende “unifica” i suoi nemici. Li “unifica” per il semplice fatto di esistere. Israele scompaia dalla faccia della terra, in questo modo gli stati arabi non saranno più “unificati”. Ottima tattica!
Tra l'altro priva di fondamento. Gli stati arabi non sono stati affatto unificati dalla decisione di Trump, neppure sul tema caldo dei rapporti con Israele. Non hanno formato alcuna unione sacra né preso misure di ritorsione contro gli USA. Per ora ci sono state solo scontate proteste verbali, un bel po' di propaganda e qualche casino in piazza. In passato si era visto di molto peggio!

La decisione di Trump allontana la pace, rende più difficili i negoziati.

Quale pace, quali negoziati? Il nodo del problema non sono i territori o la stessa Gerusalemme. Il nodo è ISRAELE, il suo riconoscimento per quello che questo stato è: la patria degli ebrei. Il rifiuto di un simile riconoscimento da parte palestinese è totale. Parlare di pace che si allontana, negoziati che diventano impossibili è quindi pura, assoluta ipocrisia.
A parte questo, dove sta scritto che mostrarsi decisi allontana la pace? E' vero esattamente il contrario, è la politica della ritirata continua che allontana la pace e favorisce la guerra; lo dimostrano gli eventi che hanno preceduto lo scoppio del secondo conflitto mondiale. E lo dimostrano, al contrario, le vicende del rapporto fra Israele ed Egitto. L'Egitto ha combattuto tre guerre contro Israele e le ha perse tutte. Alla fine il leader egiziano Sadat ha compiuto un atto di coraggio e realismo ed ha riconosciuto lo stato ebraico, ricevendo in cambio il Sinai perso nella guerra dei sei giorni. Da allora è stata pace fra Israele ed Egitto. Però... però quando, nel 1967, Israele sconfisse gli aggressori egiziani i “realisti” occidentali parlarono di gesto che “allontanava la pace, rendeva impossibili i negoziati” e cose di questo genere...

Gerusalemme era già la capitale di Israele. Non occorreva che Trump peggiorasse le cose.

Cosi ragionano alcuni filo israeliani a cui Trump proprio non va giù. Gerusalemme deve essere la capitale di Israele, ma nessuno la deve riconoscere come tale. Deve esserlo in silenzio, di nascosto. Un po' come se il governo italiano pregasse i governi degli altri stati di non dire che Roma è la capitale d'Italia. “Roma è la nostra capitale, ma voi dite che la capitale è Casalpusterlengo”! Davvero fantastico!

Esiste il problema di Gerusalemme est e questo deve essere risolto da negoziati fra israeliani e palestinesi.
Trump si è limitato a riconoscere la realtà, cioè che Gerusalemme è la capitale di Israele, con i luoghi santi aperti a tutti. Ha esplicitamente lasciato a palestinesi ed israeliani il compito di definire i confini e lo status di Gerusalemme est.

Proviamo a metterci nei panni dei palestinesi...
E perché i palestinesi non provano una volta tanto a mettersi nei panni degli ebrei e degli israeliani? Assumere il punto di vista dell'altro è pratica lodevole, ma non può essere limitata ad una parte sola.

Per i palestinesi la nascita di Israele è stata una catastrofe, figuriamoci Gerusalemme capitale...

Perché mai la nascita, in un territorio enorme, di uno stato grande quanto la Lombardia, in una terra desertica, priva di ricchezze naturali, uno stato che sin dall'inizio ha garantito a tutti i suoi cittadini, ebrei o musulmani che fossero, tutti i fondamentali diritti, a partire dal diritto di praticare il proprio culto, perché mai la nascita di questo stato deve essere considerata una catastrofe? Non esistono spiegazioni economiche, sociali, politiche o nazionali per una simile reazione, tanto più che la nascita di Israele è stata accompagnata dalla nascita di uno stato arabo palestinese. L'unica spiegazione va cercata nel fondamentalismo religioso. Ma, con tutta la buona volontà di questo mondo, una simile motivazione non può essere condivisibile.

Tanto basta, direi.
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » sab dic 30, 2017 9:09 pm

Stati arabi temono il boomerang dell’intransigenza palestinese
Giordania, Egitto e Arabia Saudita danno vita a una super-commissione della Lega Araba per sottrarre ai palestinesi la questione Gerusalemme
Di Daniel Siryoti
27/12/2017

http://www.israele.net/stati-arabi-temo ... alestinese

Giordania, Egitto e Arabia Saudita sono contrariati dal modo in cui l’Autorità Palestinese ha reagito al riconoscimento del presidente Usa Donald Trump che la capitale d’Israele è a Gerusalemme e alla sua decisione di trasferirvi l’ambasciata statunitense. Il Segretario Generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, ha annunciato nello scorso fine settimana che si metterà a capo di una nuova commissione composta dai ministri degli esteri di Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Autorità Palestinese con lo scopo di ideare una nuova politica su Gerusalemme. Secondo fonti a Ramallah, Cairo e Amman sentite da Israel HaYom, la decisione di istituire la nuova commissione è stata presa dopo che è parso evidente che gli sforzi dell’Autorità Palestinese per contrastare l’annuncio di Trump erano risultati del tutto inefficaci. “La decisione di istituire questa commissione è stata di fatto imposta all’Autorità Palestinese dall’Arabia Saudita, dall’Egitto e dalla Giordania con una decisione sostenuta dalla Lega Araba – ha detto a Israel HaYom un alto funzionario giordano – Si tratta di una super-commissione diretta dal Segretario Generale della Lega Araba, che di fatto pone la Lega Araba alla guida della politica su Gerusalemme sottraendola ai palestinesi. Gli sforzi fatti dai palestinesi per influenzare l’opinione pubblica sono stati un completo fallimento e come unico risultato hanno portato il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a creare una frattura tra il mondo arabo e l’amministrazione Trump. E così ci ritroviamo di nuovo in balia della vuota retorica, demagogica e incendiaria, del presidente turco Recep Tayyip Erdogan”.

Riferendosi alla risoluzione non vincolante dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che chiede agli Stati Uniti di revocare la decisione su Gerusalemme, la fonte ha aggiunto: “Washington ha messo in chiaro che avrebbe adottato misure contro i paesi che gli hanno voltato le spalle all’Assemblea Generale la scorsa settimana. Ora appare chiaro che Trump intende dare seguito alla minaccia [domenica la missione Usa all’Onu ha annunciato un primo taglio di oltre 285 milioni di dollari dal contributo americano all’Onu nel bilancio 2018-2019], e molti di coloro che hanno votato contro gli Stati Uniti stanno cercando di correre ai ripari”.

Nel frattempo si sa che l’Autorità Palestinese è rimasta frustrata dal fatto che solo poche migliaia di palestinesi hanno raccolto nelle scorse settimane i suoi appelli insurrezionali anti-Trump. I roboanti avvertimenti palestinesi secondo cui la dichiarazione di Trump su Gerusalemme avrebbe scatenato l’apocalisse incendiando tutto il Medio Oriente si sono sgonfiati piuttosto rapidamente sia nelle piazze palestinesi che in quelle del mondo arabo, in particolare negli stati sunniti “moderati”.

Così, nonostante l’apparente unanimità a parole nelle condanne su Gerusalemme, gli stati arabi hanno evitato di adottare misure concrete per contrastare la dichiarazione americana. Un alto funzionario di Amman ha detto a Israel HaYom che il colossale fallimento del tentativo palestinese di creare un fronte arabo-islamico unito contro la decisione di Trump ha suscitato in particolare fra i funzionari governativi giordani la preoccupazione che ne risulti compromesso lo status del Regno Hashemita quale custode dei luoghi santi islamici a Gerusalemme (riconosciuto anche dal Trattato di pace con Israele del 1994). Secondo la fonte giordana, il tentativo dei palestinesi di costringere la comunità internazionale a intervenire su Gerusalemme attraverso una dura posizione retorica che rifiuta gli Stati Uniti come mediatori dei negoziati di pace, potrebbe facilmente trasformarsi in un boomerang giacché lo status giordano a Gerusalemme si fonda proprio su riconoscimento e garanzie da parte di Usa e Israele. Alti funzionari arabi si sarebbero spinti al punto di premere su Abu Mazen affinché ridimensionasse la sua intransigenza retorica. Secondo un alto funzionario palestinese, la scorsa settimana re Abdullah II di Giordania ha inviato emissari d’alto livello a Ramallah per discutere della questione con i palestinesi. Ma le fonti sia a Ramallah che ad Amman affermano che Abu Mazen e i suoi non hanno cambiato posizione, rimanendo fermi sul punto che l’amministrazione Usa non deve più prendere parte al processo di pace: una posizione che sembra fatta apposta per assicurarsi che i negoziati non riprendano più per chissà quanto tempo.

Secondo le fonti, l’Autorità Palestinese voleva mettere in imbarazzo il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, rifiutandosi di incontrarlo a Betlemme durante la sua visita in programma nella regione alla vigilia di Natale, ma l’amministrazione Usa ha posticipato la visita citando l’importante votazione al Congresso sulla riforma fiscale. “Gli americani – dicono le fonti – volevano dare tempo ad Abu Mazen per tornare sulla sua decisione, ma quando è apparso evidente che Abu Mazen non avrebbe comunque incontrato Pence, gli americani hanno cancellato del tutto la visita di dicembre”.

Ecco perché gli stati arabi stanno monitorando da vicino i palestinesi, dice un alto funzionario giordano: “Siamo molto preoccupati che le azioni dei palestinesi su Gerusalemme, i loro sforzi per escludere gli Stati Uniti dal processo di pace e la loro insistenza su un intervento internazionale si traducano in un’arma a doppio taglio che potrebbe colpire innanzitutto lo status della Giordania a Gerusalemme e portare all’esatto contrario del risultato voluto: molti altri paesi potrebbero fare ciò che hanno fatto gli Stati Uniti, dopo aver visto che la regione non è affatto esplosa e che solo poche migliaia di manifestanti sono scesi nelle piazze”.

Nel frattempo, secondo notizie pubblicate domenica da mass-media israeliani, indirettamente confermate dalla Casa Bianca, gli Stati Uniti non avrebbero intenzione di presentare il loro nuovo piano di pace fino a quando i palestinesi non accetteranno di tornare a impegnarsi con l’amministrazione Usa. Forse è proprio quello che voleva la dirigenza palestinese.

(Da: Israel HaYom, israele.net, 26.12.17)
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » lun gen 01, 2018 10:45 pm

Gerusalemme capitale di Israele, il rabbino Di Segni critica l'Italia che all'Onu vota contro: Paese incongruente

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/c ... 58333.html

Il rabbino capo della comunità ebraica di Roma critica la decisione dell'Italia che, all'Onu, ha bocciato la scelta del presidente Usa Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. E lo fa via Twitter, con un post che sta diventando virale. «Dal Risorgimento ai concerti di Capodanno - scrive il rabbino capo Di Segni - l'inno "nazionale" più amato dagli italiani è il Va' pensiero, basato sul Salmo 137, in cui gli ebrei esuli rimpiangono Sion. Quando poi gli ebrei tornano a Gerusalemme e ne fanno di nuovo la loro capitale, l'Italia vota contro all'Onu».

Il tweet pubblicato da Di Segni è stato poi rilanciato dalla presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello.
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » gio gen 04, 2018 7:05 am

Il mito delle "Due Gerusalemme"
Eli E. Hertz
3 gennaio 2018

I palestinesi hanno creato il mito che storicamente c'erano due Gerusalemme: una araba "Gerusalemme est" e una ebraica "Gerusalemme occidentale". Ma Gerusalemme non fu mai una città araba; Gli ebrei sono la maggioranza a Gerusalemme dal 1870, e "est-ovest" è una designazione geografica, non politica. È come sostenere che la sponda orientale del Maryland dovrebbe essere un'entità politica separata dal resto dello stato.
Nel 1880, gli ebrei costituivano il 52% della popolazione della Città Vecchia a Gerusalemme Est e ancora abitavano il 42% della Città Vecchia nel 1914. Nel 1948 c'erano 100.000 ebrei a Gerusalemme, e 65.000 arabi. Nel 1961, un censimento congiunto giordano-israeliano riportò che il 67,7% della popolazione della città erano ebrei.
Gerusalemme unita è la città più grande di Israele, una metropoli affaccendata ma persino i leader palestinesi moderati rifiutano l'idea di una città unita. Richiedendo "solo Gerusalemme Est" significa occupare i siti santi ebraici (incluso il quartiere ebraico e il Muro occidentale), che gli arabi non sono mai riusciti a proteggere (anzi... ) e ormai ci sono dei nuovi quartieri che ospitano una percentuale significativa della popolazione ebraica attuale di Gerusalemme . costruiti su una terra vuota disseminata di rocce che erano terreni dominiali.
Le rivendicazioni arabe a Gerusalemme, una città ebraica secondo tutte le definizioni, riflettono la mentalità di "cosa è-mia-è-mia-e la tua è pure mia" che sta alla base dei concetti palestinesi su come porre fine al conflitto arabo-israeliano. Questo concetto si esprime anche nella richiesta del "Diritto al ritorno", non solo a Gerusalemme, la capitale di Israele, ma anche all'interno della "Linea verde"che metterebbe fine al carattere ebraico d'Israele facendo entrare milioni di cosiddetti profughi che col paese non hanno nulla a che fare.


Gino Quarelo
Con questi criminali palestinesi mai mollare
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » dom gen 14, 2018 10:20 pm

Yerushalaim
14 gennaio 2018
Daniele Coppin

http://www.italiaisraeletoday.it/yerushalaim

Il nome della città cara alle tre religioni monoteiste, Yerushalaim, in Ebraico significa “Città delle due Paci” o “Città delle due completezze”. La differenza (che poi tanto differenza non è) deriva dal fatto che in Ebraico le vocali non si trascrivono e la parola “Shalom” (Pace) si scrive con le stesse lettere della parola “shalem” (completezza). Yerushalaim, o Gerusalemme che è lo stesso, è la città verso la quale gli Ebrei pregano tre volte al giorno.

Ogni anno, al Seder di Pesach, gli Ebrei dicono “Shana’ HaBa’a BiYerushalaim”, l’anno prossimo a Gerusalemme. “Se mi dimentico di te, o Gerusalemme, si dimentichi la mia mano destra ogni abilità” (Salmo 137, 5) è il passo che si recita ad ogni matrimonio ebraico. La città è richiamata numerose volte nei Salmi, nei Libri dei Profeti e nei libri agiografici, cioè in una produzione letteraria a carattere religioso che abbraccia un arco di tempo di circa seicento anni, dal X al IV sec. a.e.v. (IV sec. a.C.), quando fu canonizzato il testo del Tanakh, acronimo derivante dalle iniziali di Torah (Pentateuco), Neviim (Profeti) e Khetuvim (Scritti).

Gerusalemme alla fine del XV secolo

Ma il luogo in cui sorge Gerusalemme è presente già nella Torah, che secondo la tradizione religiosa risale ad un periodo compreso tra il XIV ed il XIII sec. a.e.v., con il nome di Tzion oppure con quello del colle di Moriah, dove Abramo condusse Isacco per il sacrificio e dove, tra il X ed il IX sec. a.e.v., Re Salomone, figlio di Re Davide, edificò il primo Tempio, che verrà poi distrutto dai Babilonesi nel 586-587 a.e.v.

In ogni caso, Gerusalemme è indissolubilmente legata al popolo ebraico, da 3.300 anni, se si fa riferimento al carattere religioso, da 3.000 anni, se si considera quello storico. Se poi si volessero considerare valide le sole prove archeologiche, sono almeno 2.700 anni che Yerushalaim è sicuramente centrale per l’Ebraismo. Non è solo la religione che dimostra questo legame.

È la storia. L’editto di Ciro il Grande, imperatore di Persia, che dopo aver sconfitto i Babilonesi consente agli Ebrei deportati a Babilonia di rientrare in Eretz Israel (Terra di Israele) e di ricostruire il Tempio, rappresenta forse il più antico atto ufficiale che dimostra l’ebraicità di Gerusalemme. Perchè, al di là di slogan e leggende, la Storia si basa sui documenti, cioè reperti archeologici e atti ufficiali.

Nel 331 a.e.v., Gerusalemme cade sotto il dominio di Alessandro Magno, mentre nel 198 a.e.v. finisce sotto il controllo dei Seleucidi, cioè della dinastia regnante in Siria e discendente da Nicatore, satrapo di Babilonia, che per ellenizzare la regione imposero agli Ebrei il divieto di osservare il Sabato e di fare la circoncisione.

La rivolta dei Maccabei

La rivolta dei Maccabei, tra il 166 ed il 164 a.e.v., impedì la perdita dell’identità ebraica e consentì la cacciata dei Seleucidi. Da quel momento in poi, la Terra di Israele viene retta dalla monarchia degli Asmonei, fino al 63 a.e.v., quando viene conquistata da Pompeo. I Romani mettono sul trono della Giudea sovrani a loro fedeli, non appartenenti alla dinastia degli Asmonei.

Tra questi Erode il Grande, che non era di discendenza ebraica e che realizzò grandi opere, ingrandendo anche il Tempio. Nel 66 e.v. gli Ebrei si ribellano ai Romani che riescono ad aver ragione dei rivoltosi nel 70 e.v. con Tito, figlio dell’allora imperatore Vespasiano, che distrugge il secondo Tempio. L’evento fu talmente importante da essere celebrato dai Romani nella facciata interna dell’Arco di Tito, a Roma, sul cui lato interno è ben evidente un bassorilievo che mostra alcuni uomini (secondo alcuni, Romani, secondo altri, prigionieri ebrei) che trasportano la Menorah, il candelabro a sette braccia simbolo dell’Ebraismo.

Inoltre, furono coniate monete con imprese, su un lato, l’effige dell’imperatore Vespasiano, e, sull’altro, una figura femminile con un palma sormontata dall’iscrizione “Iudea Capta”. Gerusalemme subisce, nel 135 e.v., una nuova “offesa”, quando l’imperatore Adriano, dopo aver sedato nel sangue la rivolta di Bar Kochba, iniziata nel 132 e.v., fa costruire sulla spianata dove, fino a 65 anni prima sorgeva il secondo Tempio degli Ebrei, un tempio dedicato a Giove Capitolino. Adriano cambia il nome della città in Aelia Capitolina, ne vieta l’accesso agli Ebrei e cambia anche il nome della provincia che da Iudea diventa Syria Palaestina, al fine di umiliare gli Ebrei (Palaestina era il territorio dei Filistei, popolo di origine micenea insediatosi lungo la fascia costiera in corrispondenza di quella che è l’attuale striscia di Gaza) cancellando il loro legame con la loro terra e con il Tempio, avendo Adriano compreso che l’Ebraismo si caratterizza per il legame tra la Torà, il popolo ebraico e la Terra di Israele. Quella compiuta da Adriano fu anche, probabilmente, la prima Shoà, visto che, secondo le stime, la metà della popolazione ebraica in Terra di Israele fu sterminata o fatta schiava.

Ciononostante, la presenza ebraica in Terra di Israele non scompare, come testimonia la compilazione del Talmud Yerushalmi (Talmud di Gerusalemme) tra il IV e V sec. e.v.

Tuttavia le condizioni non erano favorevoli alla cultura ebraica, come dimostrato dal fatto che la compilazione del Talmud Bavli (Talmud babilonese), a cui fa principalmente riferimento l’Ebraismo di tutto il mondo, fu possibile portarla avanti a Babilonia fino al sec. VIII e.v., quindi ben oltre il tempo in cui fu possibile la compilazione del Talmud Yerushalmi in Terra d’Israele. La dominazione straniera sulla Terra di Israele andò avanti per secoli. Infatti, ai Romani seguirono i Bizantini ed i Persiani. Nel VII sec. e.v., le tribù arabe provenienti dalla penisola arabica, arrivano nella zona portando l’Islam.

Da questo momento il dominio passa da un califfo all’altro nel corso di vere e proprie guerre civili interne all’Islam fino all’arrivo dei Crociati, nel 1099, con massacri di ebrei e musulmani.

Poco meno di un secolo dopo, il condottiero curdo Saladino conquista i territori che resteranno sotto il dominio curdo per poco meno di un secolo, cioè fino all’avvento dei Mamelucchi egiziani che, nel 1516, verranno sconfitti dall’Impero Ottomano che dominerà la regione fino al 1917, quando, in forza dell’accordo segreto anglo-francese Sykes-Piqot, passeranno sotto controllo britannico.

Durante la dominazione ottomana la regione conobbe lo stesso degrado dei secoli precedenti, ma Gerusalemme rimase comunque un riferimento religioso e mantenne sempre un carattere fortemente ebraico, come dimostrano i censimenti fatti dall’Impero Ottomano dai quali risulta che gli Ebrei sono stati sempre la maggioranza, a volte relativa a volte assoluta, della popolazione della città.

Il pomeriggio del 14 Maggio 1948, in forza della Risoluzione 181 dell’ONU del 29 Novembre 1947, veniva proclamata la fondazione dello Stato di Israele che sanciva la rinascita di uno Stato indipendente in Terra di Israele dopo 19 secoli di dominio straniero. Gerusalemme, che in base al piano di spartizione dei territori del Mandato Britannico in Palestina, sarebbe dovuta essere internazionalizzata, dopo essere stata posta sotto assedio dagli Arabi a partire dal Marzo del 1948, fu teatro, durante la guerra arabo-israeliana del 1948-49, dei combattimenti tra l’esercito israeliano e la Legione Araba, cioè l’esercito dell’attuale Giordania, allora Regno di Transgiordania.

Al termine del conflitto la Transgiordania, nel frattempo divenuta Giordania per l’occupazione da parte della Legione Araba dei territori ad Ovest del Giordano, cioè di Giudea e Samaria (poi ribattezzati Cisgiordania), occupava Gerusalemme Est, mentre Israele occupava Gerusalemme Ovest.

Gli Ebrei che vivevano nella parte ebraica di Gerusalemme Est abbandonarono le loro case. L’accesso degli Ebrei alla Città Vecchia (Gerusalemme Est) in cui c’era il Muro Occidentale (noto anche come “Muro del Pianto”), che sosteneva il lato occidentale della Spianata del Tempio, fu proibito dalle autorità giordane. Solo con la Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, durante la quale l’esercito israeliano conquistò Gerusalemme Est riunificando la città, gli Ebrei poterono avere di nuovo accesso al Muro Occidentale. Moshe Dayan lasciò la gestione della Spianata del Tempio (nota come Spianata delle Moschee) al Waqf.

Oggi Gerusalemme è una città aperta a tutti i culti, che osservano le rispettive festività. Ciò detto, anzi scritto, lascio a chi avrà avuto la pazienza di leggere ricavare le sue conclusioni circa i legami tra Gerusalemme e tutti coloro che ne reclamano l’appartenenza. Questi sono i fatti, questa è Storia, il resto è propaganda e nessun tentativo di mistificazione della Storia da parte dell’UNESCO o dei Palestinesi che provano ad occultare e a distruggere reperti archeologici di età precedente alla distruzione del secondo Tempio, né cortei o trasmissioni televisive potrà cambiare la realtà dei fatti.
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » ven gen 19, 2018 8:06 am

PARLIAMO DI GERUSALEMME, PER ESEMPIO
Oscar Marcheggiani Gabriele

https://www.facebook.com/oscar.marchegg ... 7272238146

Beh, cara Sig.ra Pontecorvo, Gerusalemme é centrale anche per gli islamici.
La dominazione musulmana di Gerusalemme inizia nel 636 d.C., quando il sultano Omar strappa la città al dominio persiano di Cosroe II.
Per i quattro secoli seguenti Gerusalemme diventa islamica ed è venerata come una delle quattro città sante dell'Islam, ricevendo l'appellativo di El Kuds, la Santa; secondo il Corano, infatti, Abramo, Davide, Salomone e lo stesso Gesù furono anch'essi grandi profeti.
L'importanza di Gerusalemme per i musulmani è legata alla tradizione che vuole sia avvenuta qui l'ascesa al cielo del profeta Maometto; proprio per ricordare l'evento il califfo Abd el Malik fece costruire nel 687 la Moschea di Omar.
La dominazione musulmana su Gerusalemme, con l'eccezione delle parentesi della I e V crociata, duró fino al 1918, con la dissoluzione dell'impero turco e l'inizio del protettorato britannico, la dichiarazione Balfour e le sue conseguenze che durano ancor oggi
Ebbene, mi spieghi lei, gentile avvocatessa, se si puó sostenere senza vergognarsi che la sovranitá di un luogo che é sacro per due religioni, senza contare quella cristiana, é di esclusiva pertinenza di uno stato che si é formano 75 anni fa in base a un testo sacro.
Siamo seri.

Gino Quarelo
Distinguiamo: tra capitale politica di un paese e della sua etnia e luogo sacro a più religioni.
Gerusalemme come luogo sacro, a ben guardare, lo sarebbe innanzi tutto ed "esclusivamente" per gli ebrei, ebrei ebrei ed ebrei cristiani a cui poi si sono aggiunti i cristiani non ebrei; solo successivamente sono arrivati gli invasori maomettani che si sono impossessati con le armi di Gerusalemme e di Israele.
La "proprietà o appartenenza religiosa" di Gerusalemme o meglio di alcune sue parti ai cristiani e ai maomettani, non implica alcun dominio politico militare da parte loro ma solo la possibilità di vivere religiosamente i luoghi di Gerusalemme legati alla loro religione.
La sovranità politica e militare resta a Israele e ai suoi ebrei che sono gli unici ad averne titolo, diritto, amore e che sono in grado di assicurare a tutti la fruibilità religiosa dei luoghi ritenuti santi dai cristiani e dai maomettani che hanno dimostrato ampiamente di non rispettare Israele, gli ebrei e i loro luoghi santi distruggendoli come hanno fatto a Gerusalemme Est.

Una comunità internazionale non di parte e responsabile non potrebbe mai affidare ai maomettani la cura della vita degli ebrei e dei loro luoghi santi; sarebbe come affidare dei bambini a dei pedofili o il ritiro della pensione degli invalidi e dei vecchi disabili a degli zingari.




La pulizia etnica di Gerusalemme
Non sarebbe stato male se qualche mass-media, anziché scandalizzarsi per il recente video di Netanyahu, si fosse preso la briga di rievocare certi fatti del 1948
Di Yarden Frankl
(Da: Times of Israel, 19.9.16)

http://www.israele.net/la-pulizia-etnica-di-gerusalemme

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato attaccato da ogni parte per un recente video in cui accusava i palestinesi di perseguire una forma di “pulizia etnica” in Giudea e Samaria (Cisgiordania). La sua accusa ai palestinesi di voler creare uno stato privo di qualunque presenza ebraica è stata accolta con toni increduli e scandalizzati dalla comunità internazionale. I mass-media hanno riportato le esterrefatte reazioni del Dipartimento di Stato americano e del Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Il loro messaggio era chiaro: come osa il primo ministro israeliano muovere un’accusa così infondata? Cosa l’ha mai portato a pensare che i palestinesi vorrebbero uno stato senza neanche un ebreo?

A quanto pare, tutti coloro che hanno condannato le parole di Netanyahu hanno bisogno di un breve ripasso di storia. Giacché infatti, nel 1948, “pulizia etnica” fu esattamente ciò che subirono gli ebrei in varie zone di Gerusalemme e di Giudea: esattamente quelle zone che oggi i palestinesi rivendicano come parte del loro futuro stato.

Nel 1948 c’era una comunità ebraica presente da secoli nella Città Vecchia, entro le mura di Gerusalemme. Diverse famiglie vi abitavano da molte generazioni. Ma in un attimo, quella comunità ebraica presente da migliaia di anni venne cancellata con la forza. Diversi ebrei vennero uccisi a sangue freddo. Gli altri furono costretti ad andarsene con nient’altro che i vestiti che avevano addosso.

Ecco cosa accade subito dopo l’occupazione di Gerusalemme est da parte araba. Quando venne conquistato dalla Legione Araba, il quartiere ebraico della Città Vecchia venne distrutto e i suoi abitanti vennero espulsi. Vennero distrutte cinquantotto sinagoghe, alcune vecchie di centinaia di anni, e i loro arredi vennero profanati e saccheggiati. Alcuni siti religiosi ebraici vennero trasformati in pollai e stalle. Il cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi, dove gli ebrei seppellivano i loro morti da oltre 2.500 anni, venne saccheggiato, le tombe furono profanate, migliaia di lapidi vennero fatte a pezzi e utilizzate come materiale da costruzione per lastricare strade e latrine negli accampamenti della Legione Araba. In cima al cimitero venne eretto l’hotel Intercontinental e le tombe vennero demolite per far posto alla strada che portava all’hotel. L’area antistante il Muro Occidentale (“del pianto”) venne ridotta a un baraccamento con discarica. Se la cacciata di tutti gli ebrei e la distruzione di qualsiasi testimonianza di vita ebraica ebraico non è “pulizia etnica”, allora cos’è?

La pulizia etnica non si limitò a Gerusalemme. A Kfar Etzion, l’ultima delle comunità ebraiche circondate e attaccate nel cosiddetto Blocco di Etzion a sud-ovest di Gerusalemme, quando i difensori si trovarono senza munizioni e si arresero vennero radunati e trucidati. Anche in questo caso, non contenti d’aver cancellato la presenza degli ebrei, i palestinesi locali si diedero a cancellare ogni segno che indicasse che gli ebrei avevano vissuto lì. Ogni casa ebraica venne bruciata e vennero bruciati persino i campi agricoli. Alla fine della guerra del ’48, mentre in Israele si trovavano 160mila arabi che divennero cittadini israeliani, nelle parti del paese occupate dagli eserciti arabi non restò neanche un solo ebreo.

Questi casi di pulizia etnica non risalgono alla storia antica. Ci sono ancora oggi degli israeliani che ricordano personalmente quando vennero espulsi da Gerusalemme vedendo le proprie case e sinagoghe distrutte. Forse che la dirigenza palestinese di oggi ha mai condannato, o anche solo preso le distanze, dagli eventi del 1948? No, al contrario: lamentano il fatto che non fu possibile “pulire etnicamente” l’intero stato ebraico alla sua nascita.

Sicché non sorprende davvero che il primo ministro d’Israele abbia pubblicamente sostenuto (in modo politicamente scorretto) che il vero obiettivo della dirigenza palestinese è una terra ripulita da qualunque presenza ebraica. Ma senza un minimo di contesto e di memoria storica, molti davanti a quel video si domandano perché mai abbia detto una cosa del genere. Non sarebbe stato male se qualche mass-media, anziché scandalizzarsi tanto, avesse rinfrescato la memoria si lettori riferendo questi fatti del 1948.
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » lun gen 22, 2018 11:22 pm

Il grande discorso dell'ambasciatore di Israele all'ONU
https://www.youtube.com/watch?v=2P7kUPwfArc
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » lun gen 22, 2018 11:22 pm

Il discorso miserabile e falso del nazista maomettano palestinese al Cairo

Parlando ieri all’Università Al-Azhar del Cairo, il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen ha detto che “Gerusalemme sarà la porta per la pace solo quando sarà la capitale della Palestina, ma è una porta per la guerra l’insicurezza e l’instabilità se non è la capitale della Palestina.
Il presidente Usa Donald Trump deve scegliere, ma Trump ha scelto di sfidare la volontà dei popoli arabi e islamici e del mondo e di riconoscere Gerusalemme come capitale dell’occupazione israeliana”, un riconoscimento che Abu Mazen ha definito “peccaminoso” e “infausto”.
“Non c’è e non ci sarà nessun palestinese, musulmano o cristiano, disposto a svendere Gerusalemme e la Palestina e a rinunciare anche solo a un granello della nostra terra” ha detto Abu Mazen, che ha poi ribadito le sue affermazioni sulla “cospirazione” volta a portare elementi stranieri in Palestina (gli ebrei) e ha concluso: “Noi siamo qui da cinquemila anni, noi palestinesi siamo i Cananei”.
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » mer gen 24, 2018 6:48 pm

COSA ACCADDE QUANDO GERUSALEMME NON FU SOTTO IL CONTROLLO DI ISRAELE (1948-1967)?
Massimo Piccioli
24/01/2018

https://www.facebook.com/ProgettoDreyfu ... 5965347759

È stata divisa solo per diciannove anni. Ecco che cosa accadde dal 1948 al ’67. Per la prima volta in un millennio di storia non rimase un solo ebreo nella Città vecchia. Fu un Isis ante litteram.

Nel gennaio 1964, quando Papa Paolo VI vi arrivò per la prima, storica visita di un pontefice nella moderna Gerusalemme, la città era divisa dal filo spinato. Si chiamava “kav ironi”, la linea arbitraria di divisione della città. I cecchini giordani erano piazzati sui tetti, mentre i campi minati erano ovunque nella “no man’s land”, in ebraico “shetah hahefker”, lunga sette chilometri. L’unico passaggio fra le due parti della città, quella israeliana e quella giordana, era attraverso la celebre Porta di Mandelbaum, dal nome dei coniugi Esther e Simcha Mandelbaum, proprietari della casa dove passava il confine.
C’erano quartieri, come Abu Tor, con case che avevano un ingresso nella sezione giordana e uno in quella israeliana. I muri dividevano la città anche dentro le abitazioni. Ma mentre Paolo VI e il suo entourage furono in grado di attraversare liberamente Gerusalemme per pregare nei luoghi religiosi cristiani, israeliani ed ebrei potevano solo guardare dall'altra parte del filo spinato le mura della Città vecchia e, là sotto, sognare il Muro del pianto, il luogo più sacro al mondo per l’ebraismo. Allora, quando la Città vecchia era Judenrein, nessun Papa o Palazzo di vetro ha mai chiesto “l’internazionalizzazione di Gerusalemme”.

Quando altri tre pontefici (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) sono tornati a far visita a Gerusalemme, hanno trovato una città aperta a tutte le tre religioni, senza barriere, né fili spinati, né cecchini, né campi minati o discriminazioni su base religiosa. Una città dove chiunque può venire a pregare e omaggiare il proprio Dio. E’ facile imbattersi oggi in musulmani salafiti arrivati dall’Arabia Saudita per visitare la Spianata delle moschee. Ora che gli Stati Uniti si sono decisi a riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, da più parti si riscopre un’ansia di ridividere quella città.

La città santa è stata conquistata da Gebusiti, Ebrei, Babilonesi, Assiri, Persiani, Romani, Bizantini, Arabi, Crociati, Mamelucchi, Ottomani, Inglesi, Giordani… Ma in migliaia di anni, Gerusalemme è stata divisa soltanto per diciannove anni, dal 1948 al 1967. E fu davvero un incubo.

Fu un regime asimmetrico di divisione: mentre per Israele Gerusalemme ovest divenne la capitale, Gerusalemme est fu sempre una città di confine, un fortilizio. Gerusalemme occidentale era moderna, fiorente di attività politica e culturale, ricca e in costante crescita, mentre Gerusalemme est era un villaggio sonnolento, sottosviluppato e trascurato.

Un anno fa, tre lettere spedite nel febbraio 1948 dalla Città Vecchia di Gerusalemme, in quel periodo assediata dalle forze arabe, furono rivelate dalla casa d’asta Kedem Auction House. Sono scritte dai residenti del quartiere ebraico durante l’assedio di Gerusalemme da parte delle forze arabe nella prima fase della guerra di indipendenza israeliana. Le lettere vennero scritte tre mesi prima che le forze inglesi lasciassero la città, allo scadere del Mandato britannico, e la Città Vecchia venisse conquistata dalle truppe giordane. Una delle lettere è una richiesta di aiuto firmata da Yitzchak Avigdor Orenstein, primo rabbino del Muro occidentale (“del pianto”), destinato a rimanere ucciso tre mesi dopo quando la Città vecchia verrà bombardata. “Abbiate pietà di uomini, donne e bambini e prendete misure drastiche, ove necessario, affinché noi non moriamo“, si legge nella lettera del rabbino Orenstein. “La vita degli abitanti della Città vecchia è in grave pericolo, le truppe britanniche hanno bombardato il quartiere ebraico nelle notti scorse danneggiando la santità della sinagoga“, scriveva Orenstein.

La Gerusalemme ebraica fu il principale bersaglio dell’attacco giordano durante la guerra che accompagnò la fondazione di Israele. Il comandante della Legione, Abdallah el Tal, ricordò che “solo quattro giorni dopo il nostro ingresso a Gerusalemme, il quartiere ebraico era diventato un cimitero. Il ritorno degli ebrei è impossibile“. Il 27 maggio del 1948, 108 dei 150 difensori del Quartiere ebraico della Città vecchia cadevano in difesa della popolazione di 1.700 persone, piegate dalla fame e dalla sete. Se l’assedio fosse continuato, gli arabi avrebbero costretto gli ebrei alla resa o alla fame. Tutta la città rischiava di essere conquistata dagli arabi.

Dopo la fine delle ostilità e con la divisione della città, a tutti gli israeliani – ebrei, musulmani e cristiani – fu impedito l’accesso alla Città vecchia, in flagrante violazione dell’armistizio fra Israele e la Giordania, firmato nel marzo 1949.

Ai turisti stranieri in visita a Gerusalemme fu richiesto di presentare un certificato di battesimo. Anche se i cristiani, a differenza degli ebrei, avevano accesso ai loro luoghi santi, anch'essi furono soggetti a restrizioni secondo la legge giordana. C’erano dei limiti sul numero di pellegrini cristiani ammessi nella Città vecchia e a Betlemme durante Natale e Pasqua. Le organizzazioni di beneficenza e le istituzioni religiose cristiane non potevano acquistare proprietà immobiliari a Gerusalemme o possedere proprietà vicino ai luoghi santi. E le scuole cristiane erano soggette a severi controlli. Dovevano insegnare in arabo, chiudere di venerdì, il giorno santo musulmano, e insegnare a tutti gli studenti il Corano. Allo stesso tempo, non fu permesso di insegnare materiale religioso ai non cristiani.

Nel corso degli anni sotto il dominio giordano, ogni vestigia della presenza ebraica nella città fu sistematicamente cancellata. Durante quei diciannove anni di occupazione illegale e non riconosciuta dal resto del mondo, agli ebrei non venne mai permesso di visitare i loro luoghi santi nella parte occupata della città, in spregio del diritto internazionale e in violazione degli accordi armistiziali. Il plurisecolare cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi venne sistematicamente profanato; le antiche sinagoghe, come la celebre Hurva, la Tiferet Israel e la maggior parte degli edifici dell’antico quartiere ebraico della Città vecchia, vennero scientificamente distrutti dagli occupanti illegali. Centinaia di pergamene della Torah e migliaia di libri sacri furono saccheggiati e ridotti in cenere. Per la prima volta in mille anni non rimase un solo ebreo o una sinagoga nella Città vecchia. Fu una sorta di Isis ante litteram. La popolazione cristiana della città scese da trentamila a prima del 1948 a undicimila nel 1967.

In ogni storia di Gerusalemme questi sono gli anni perduti della città, in cui pare non sia successo nulla. Un periodo morto e in cui i bunker giordani dominavano la città. Come a Mutzav Hapa’amon, una delle 36 postazioni giordane, che dominava tutto, da Gilo all’Herodion. Nel 1955, un gruppo di archeologi prese parte a una conferenza al kibbutz Ramat Rachel. I cecchini giordani fecero strage di archeologi. Quattro i morti.
Dopo la conquista da parte giordana, gli ebrei furono costretti a lasciare le loro case. 58 fra Sinagoghe, biblioteche e centri di studi religiosi furono distrutti, saccheggiati, utilizzati per alloggiamenti o come stalle per gli animali.

Agli ebrei venne proibito anche di suonare lo shofar, il piccolo corno di montone. Furono fatti appelli alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale per dichiarare la parte antica come una “città aperta” e fermare questa distruzione, ma non ci fu risposta.

Migliaia di pietre tombali provenienti dal cimitero sul Monte degli Ulivi furono utilizzate come pietre da pavimentazione per le strade e come materiale da costruzione nei campi militari giordani. Parti del cimitero furono trasformate in parcheggi, fu allestita una pompa di benzina e fu costruita una strada asfaltata. L’Intercontinental Hotel venne edificato nella parte superiore del cimitero. Il più antico cimitero ebraico del mondo si ritrovò così devastato. Delle 150 mila tombe, alcune risalenti ai tempi biblici di Assalonne e Zaccaria, ne furono distrutte 70 mila.

L’Onu, che oggi si dice allarmato per il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale, non approvò mai alcuna risoluzione contro questa distruzione della zona ebraica. Non appena la Città vecchia cadde nelle mani degli arabi musulmani, la libertà religiosa a Gerusalemme venne cancellata. Gerusalemme antica divenne di fatto, sia pure conservando la presenza cristiana, una città islamica. Gli ebrei furono cacciati e l’ebraismo cancellato.

Mishkenot Sha’ananim, oggi uno dei luoghi più belli e trendy di Gerusalemme, luogo di ritrovo degli scrittori e degli intellettuali, divenne un insieme di baracche dove si viveva in costante paura dei colpi dei giordani. Mamilla, oggi fitta di ristoranti e boutique, era la linea di attacco, la “Sderot del 1948”, dal nome della piccola cittadina israeliana affacciata su Gaza e per anni bersagliata dal lancio dei missili di Hamas. Gli ebrei nella Gerusalemme divisa vivevano in case protette da sacchi di sabbia e strisciavano contro i muri.

A memoria, ci sono le fotografie dei bambini e delle donne che sfollano dagli incendi delle loro case nella Città vecchia, il Muro del pianto che versa in rovina, spoglio, abbandonato, convertito all'Islam come al Buraq Wall, e la città più bella del mondo trasformata in un grande Check-point Charlie mediorientale.

Nei cinquant'anni successivi alla liberazione del 1967, Gerusalemme sarebbe riesplosa a livello urbanistico, religioso, demografico, economico. E’ successo sotto Israele, mai prima.
Israele è l’unico custode di Gerusalemme che si sia dimostrato affidabile e responsabile. Dopo la liberazione, il governo israeliano varò la Legge per la Protezione dei Luoghi Santi, che garantiva libertà di accesso e di culto a tutte le religioni e autonomia ai vari gruppi religiosi nella gestione delle loro rispettive proprietà e dei loro luoghi santi. La Knesset estese la legislazione israeliana a Gerusalemme est, unificando così la città sotto il governo israeliano e mettendo fine alle leggi islamiche discriminatorie. Gli israeliani ripristinarono subito il diritto dei musulmani di pregare sul Monte del Tempio, malgrado il fatto che fosse anche il luogo più sacro all'ebraismo. Oggi il Wakf musulmano (consiglio religioso), a cui è affidata l’amministrazione del Monte del Tempio, impedisce agli ebrei di pregare su questo luogo.

La storia dimostra non soltanto che una grande città divisa non funziona (Nicosia, Berlino, Belfast per citarne alcune). Ma soprattutto che il migliore destino di una città mista come Gerusalemme è quello di essere garantito soltanto dagli ebrei, per due motivi. Il primo è che il pluralismo funziona soltanto in una democrazia e Israele è l’unico paese democratico in una mezzaluna che va dal Nord Africa fino all'Asia minore. La seconda è che il rispetto delle minoranze non esiste nel mondo arabo-islamico.

Adesso si vorrebbero riportare le lancette della storia a quel terribile periodo, i diciannove anni perduti di una Gerusalemme atterrita e buia. E che divisa non deve tornare a esserlo più.
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Re: Gerusalemme capitale di Israele

Messaggioda Berto » ven gen 26, 2018 8:21 am

« Trump ha liberato Gerusalemme dalla fatwa islamica » : Intervista a Bat Ye’or.
Niram Ferretti
14 dicembre 2017

http://www.linformale.eu/trump-liberato ... a-bat-yeor

A seguito della decisione di Donald Trump di dichiarare Gerusalemme la capitale di Israele e, come conseguenza, di ricollocare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, L’informale ha chiesto ad alcuni tra i maggiori analisti del Medioriente e del conflitto arabo-israeliano la loro opinione sulla decisione del presidente americano e le sue implicazioni politiche nel mutante scenario regionale.

Secondo lei qual è la rilevanza politica della decisione di Donald Trump di dichiarare Gerusalemme la capitale di Israele e di spostare l’ambasciata Americana da Tel Aviv a Gerusalemme?

Daniel Pipes: La mossa dell’ambasciata rinforza i legami americano-israeliani , i quali, a loro volta, faranno sì che i palestinesi e gli altri saranno più propensi a terminare le loro ostilità contro lo Stato ebraico.

Bat Ye’or: Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato di Israele è una vittoria della giustizia contro l’odio virulento che nega al popolo ebraico la sua storia e identità in modo da criminalizzarlo. Il riconoscimento del legame storico del popolo ebraico con Gerusalemme, nella sua semplicità, è simile al riconoscimento dei campi dell’Olocausto da parte delle armate americane: è la constatazione di una realtà la quale espone per contrasto la perversione del suo venire in essere. Trump ha dato un colpo a questa Europa che è stata costruita nel 1973 sul vassallaggio dei petroldollari, nel trionfalismo di un antisionismo antisemita camuffato in “giusta battaglia della causa palestinese”, strumentalizzata da Eurabia, la politica euroaraba per perpetuare il conflitto fino alla distruzione di Israele rimpiazzato dalla Palestina. Arafat fu sia l’idolo dell’Europa che il suo giocattolo. Oggi è questa Europa, questa Eurabia, con la quale si confronta Trump.

Martin Sherman: Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele nonostante una non specificazione dei suoi confini territoriali, è senza dubbio un’iniziativa significativa e doverosa da molto tempo. Si spera che porterà a conclusione una situazione perversa e anomala, per la quale a Israele, come stato sovrano nazionale del popolo ebraico, viene negato il diritto di determinare la propria capitale, un diritto condiviso da qualsiasi altro stato sovrano sulla faccia del globo.
In questo senso, il presidente Trump deve essere applaudito per il suo coraggio morale e il suo rifiuto di arrendersi ai diktat della saggezza convenzionale e della correttezza politica nell’onorare il proprio impegno elettorale. La sua decisione corrisponde chiaramente alla volontà del popolo americano così come è riflessa nella decisione del Congresso del 1995 di dichiarare Gerusalemme la capitale dello Stato ebraico conferendo il mandato per lo spostamento dell’ambasciata nella città. Si spera che questo impedisca a qualsiasi futuro presidente di rescindere questo riconoscimento.
Tuttavia, il vero test del suo significato sostanziale, piuttosto che dichiarativo, sarà l’effettiva ricollocazione dell’ambasciata, ossia se il presidente Trump o il suo successore – in quanto la mossa impiegherà diversi anni – sarà sufficientemente determinato nel dare seguito a questa decisione. Di conseguenza, mentre nel breve termine la decisione è chiaramente molto benvenuta e rappresenta uno sviluppo positivo, è ancora prematuro giudicare il suo impatto nel lungo termine e il suo valore. Molto dipenderà, secondo me, dal comportamento di Israele e da quanto risoluto e robusto sarà, nei termini sia della sua sicurezza sia della sua strategia diplomatica, nel resistere e contrastare le pressioni da parte della comunità internazionale e l’intimidazione proveniente dal mondo islamico, dunque nell’assistere, promuovere e preservare la coraggiosa iniziativa storica di Trump. Una parola di cautela: se gli Stati Uniti o Israele verranno visti tornare sui propri passi, inclusa la ricollocazione dell’ambasciata, ciò costituirebbe una clamorosa vittoria per il potere di estorsione e intimidazione islamico, rendendo molto più difficile resistere a future richieste. Qualsiasi mossa del genere potrebbe trasformare una vittoria sionista potenzialmente grande in una pericolosa sconfitta.

Matthias Küntzel: La decisione di Trump non cambia ma riconosce la realtà, il che segna un importante cambiamento di atteggiamento. Fatah e Hamas devono sapere che stanno correndo contro un muro spesso fintanto che essi neghino o minimizzino il legame ebraico con Gerusalemme. Quindi, il rigetto da parte di Trump del wishful thinking è indubbiamente “un passo dovuto da molto tempo per fare avanzare il processo di pace”, per citare il presidente.

Yoram Ettinger: Nel caso in cui il presidente Trump proceda a ricollocare l’ambasciata Americana da Tel Aviv alla capitale di Israele, Gerusalemme, rinforzerà la posizione di deterrenza americana, attraverso un atteggiamento di audacia invece che di sottomissione alle pressioni e alle minacce arabe-islamiche.
Nel breve tempo la mossa appesantirà gli USA con un declino della loro popolarità in alcuni circoli, ma nel lungo termine incrementerà il rispetto verso di essi come alleato credibile da parte dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo, la Giordania e l’Egitto, oltre che da parte di altri stati filoamericani. Se l’ambasciata sarà ricollocata a Gerusalemme, verrà mandato un messaggio agli arabi che non possono basarsi sugli USA, come hanno fatto fino ad oggi, per massimizzare le loro domande di concessioni israeliane. Un simile sviluppo potrebbe avviare delle future negoziazioni per la pace su un terreno più realistico. La reazione araba alla ricollocazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, se dovesse avvenire, metterà in luce le priorità nazionali arabe, portando gli arabi a concentrarsi sulle principali minacce per la sopravvivenza dei loro regimi, come gli ayatollah e altre forme di terrorismo islamico, mentre aderiranno di facciata alla questione palestinese.

Questa decisione avviene in un nuovo scenario Mediorientale dove i principali stati sunniti, in modo specifico l’Arabia Saudita, stanno convergendo verso Israele in nome della comune minaccia rappresentata dall’Iran. Ci può dire qualcosa in proposito?

Daniel Pipes: Parte dell’incentivo per un negoziato palestinese-israeliano è di facilitare la strada per una cooperazione saudita-israeliana contro l’Iran.

Bat Ye’or: Credo che i leader illuminati del mondo musulmano e molti dei suoi intellettuali desiderino uscire dall’eredità dell’odio fanatico lasciato loro dal Mufti di Gerusalemme e dal nazionalismo arabo creato come alleanza islamico-cristiana contro il sionismo. Questo movimento totalitario alleato con il nazismo ha combattuto tutte le identità nazionali non arabe e non islamiche. E’ stato questo movimento, favorito dai poteri occidentali dopo la prima guerra mondiale, che ha represso qualsiasi traccia di autonomia cristiana. Oggi vediamo il risultato. Il ventunesimo secolo si deve liberare dall’eredità genocida del ventesimo secolo: gli armeni, gli assiri, i caldei, i greci, i curdi in Iraq. Le voci della ragione e della comprensione arabe e musulmane sono state soppresse da omicidi come quello dell’emiro giordano Abdallah, pronto a riconoscere Israele. Credo che il mondo islamico sarà in grado di superare questa impasse e che la pace gli permetterà di sviluppare la propria economia e il benessere delle sue popolazioni.

Martin Sherman: Sono molto scettico relativamente ai sunniti. Ritengo che l’attitudine dei paesi sunniti nei confronti di Israele rifletta un equilibrio tra la loro paura dell’Iran da una parte e il loro disprezzo per lo Stato ebraico dall’altra. Al momento, il primo, la paura dell’Iran, è maggiore del secondo, il disprezzo per Israele. Tuttavia, una volta che questa diminuirà, il secondo, con ogni probabilità si riaffermerà, quasi sicuramente all’ennesima potenza.
Di conseguenza, malgrado l’evidente vantaggio tattico implicato in questo apparente mutamento nell’atteggiamento sunnita, sarebbe molto imprudente basare la pianificazione israeliana a lungo termine sulla supposizione che esso durerà, particolarmente, in opposizione alla posizione dei regimi. Nel mondo arabo c’è una pervasiva e ostinata inimicizia verso Israele da parte della popolazione in generale, compresi quei paesi con i quali Israele ha degli accordi di pace, come l’Egitto e la Giordania. Chiaramente, questo limita il grado e la profondità di qualsiasi potenziale legame tra Israele e il mondo sunnita, che, dovrebbe essere ricordato, ha dato vita alle ideologie salafite-wahabite, ai talebani, ad al-Qaeda e all’ISIS. In ogni caso non dovrebbe in alcun modo fornire a Israele qualsivoglia incentivo nel fare concessioni di vasta portata, cariche di rischi e largamente irrevocabili sulla questione palestinese.
Se gli stati sunniti richiedono l’aiuto israeliano nel confrontare la minaccia dall’Iran sciita, non gli può essere permesso di condizionare la loro accettazione di questo aiuto – il perseguimento dei loro interessi di sicurezza – sulla base delle concessioni israeliane, specialmente se tali concessioni dovessero chiaramente minare la sicurezza di Israele e dunque la possibilità di Israele nell’assicurare la sicurezza sunnita. Ci sarebbero poche cose più assurde di questa.

Mathias Küntzel: C’è un certo rischio che l’incipiente cooperazione di alcuni stati sunniti con Israele possa essere danneggiata a causa della decisione di Trump. Tuttavia, penso che questo rischio sia basso. Mi sembra che sia stato necessario accettarlo.

Yoram Ettinger: La cooperazione contro-terroristica e di intelligence tra Israele e l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania e altri regimi filoamericani è dovuta alle chiare e letali minacce presenti da parte del terrorismo sunnita e sciita per ognuno di questi regimi. Mentre l’Arabia Saudita e gli altri stati filoamericani del golfo non si sono riconciliati con l’esistenza di uno stato “infedele” ebraico nella Casa dell’Islam, il quale è stato divinamente destinato solo ai “credenti”, hanno compreso che lo stato Ebraico costituisce per loro la più efficace polizza sulla vita in Medioriente.

C’è una convinzione diffusa che il conflitto arabo-israeliano o palestinese-israeliano non sia più nelle priorità del mondo arabo, specialmente per l’Arabia Saudita. Le ultime indiscrezioni dicono che il principe Mohamed bin Salman, l’erede al trono saudita, abbia detto al presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, che sarebbe meglio per lui appoggiare il nuovo piano di pace americano del quale non conosciamo ancora i dettagli.

Qual è la sua opinione in merito?

Daniel Pipes: Sì, Mohammed bin Salman sembra felice di migliorare le relazioni con Israele; questo è il risvolto positivo dell’orrendo accordo con l’Iran fatto da Obama. Queste relazioni sono ostacolate dai palestinesi, così sta spingendo per un accordo.

Bat Ye’or: Credo che Trump sia un politico saggio, abbia dovuto coprirsi le spalle. Ha girato il Medioriente e si è consultato con i suoi leader. Bisogna comprendere che la questione palestinese è stata fabbricata tra il 1967 e il 1973, perché, se ci fosse stato un popolo palestinese, si sarebbe manifestato e avrebbe rivendicato la propria autonomia nella Palestina ottomana e nella Palestina del 1948-67. I palestinesi sono il braccio della jihad islamica dell’Umma e dell’antisemitismo europeo. Detto questo, credo che Israele non debba tenere dei territori che sono popolati a maggioranza da una popolazione ostile che ha il diritto di vivere secondo i propri costumi e la propria cultura. Credo che una federazione palestinese con la Giordania, che rappresenta il 70% della Palestina storica, sarebbe benefico. Il nome stesso Palestina, che venne dato da un imperatore romano alla Giudea nel 135, non ha nulla a che vedere con il mondo arabo e islamico e potrebbe venire abbandonato. I suoi confini non esistevano fino al Mandato Britannico, e la sua topografia venne esumata dai cartografi occidentali, grazie alla Bibbia. Dalla sua arabizzazione-islamizzazione, la Palestina non è stata altro che una regione in rovina e abbandonata, come lo fu Atene durante i periodi di dominio turco. Il riconoscimento di Trump rompe con la politica di Eurabia e apre una nuova strada per la pace. Spero che il mondo arabo sappia riconoscere i suoi veri amici da quelli falsi e sia capace di gestire la cosa. Quando il denaro smetterà di nutrire la rete unificata del jihadismo e dell’antisemitismo europeo, sarà stato fatto un grande progresso.

Martin Sherman: La “questione palestinese” non è mai stata realmente una priorità per il mondo arabo ma è stata solo un modo per minare la legittimità di Israele come stato-nazione del popolo ebraico. Non ho nessuna informazione autorevole sul “nuovo piano di pace americano” ma se ha a che vedere con significative concessioni territoriali israeliane, è Israele e non Abbas a doverlo respingere. Allo stesso modo se comporta la costruzione di una Gaza allargata sul Sinai. Dovrebbe essere respinto. Dopotutto, se una piccola Gaza ha creato enormi problemi di sicurezza e di stabilità, come può la creazione di una grande Gaza essere considerata una misura costruttiva che possa portare a una soluzione stabile e sicura?
Il problema non è quello di allocare un appezzamento vacante di terreno sul quale collocare gli arabi-palestinesi, ma lottare con il persistente rifiuto arabo-musulmano di Israele, non per quello che fa ma per quello che è, uno stato ebraico. Sarebbe pericolosamente ingenuo credere che qualsiasi entità palestinese autogovernata, che sia in Giudea e Samaria o altrove, non diventerebbe rapidamente una piattaforma dalla quale lanciare attacchi contro Israele. Per l’unico approccio non coercitivo, o perlomeno non “cinetico” che possa assicurare una sopravvivenza di Israele come stato-nazione degli ebrei rimando al mio “Ripensare la Palestina: Il Paradigma Umanitario”.

Matthias Küntzel Questo accordo rimane centrale per il regime iraniano e i suoi alleati palestinesi e per l’Unione Europea. L’Unione Europea insiste con il wisfhful thinking e tende a mettere se stessa più dalla parte dell’Iran che dalla parte degli Stati Uniti, non solo in rapporto con l’accordo nucleare con l’Iran e la questione dei test balistici iraniani ma anche in rapporto alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme. L’Europa, al momento, sta in marciando in una direzione che divide l’Occidente, questo è quello che mi preoccupa.

Yoram Ettinger: Lo tsunami arabo che si è manifestato alla fine del 2010 e sta ancora proseguendo nel Medioriente ha enfatizzato la realtà delle priorità arabe. Nessuna delle eruzioni tettoniche degli ultimi sette anni è stata direttamente o indirettamente connessa con la questione palestinese. Nessuno dei regimi arabi che sono stati rovesciati ha perso potere relativamente al suo comportamento nei confronti della questione palestinese. Infatti, ognuno di questi regimi ha espresso la propria alleanza alla causa palestinese in molte occasioni. Hanno rovesciato sui palestinesi molte parole ma hanno mostrato pochi fatti.
I sauditi, come tutti i regimi arabi, sono consapevoli che i palestinesi abbiano giocato un ruolo destabilizzante nel Medioriente dai tempi del coinvolgimento di Mahmoud Abbas e Arafat nella sovversione e nel terrorismo, in Egitto negli anni ’50, in Siria negli anni ’60, in Giordania dal 1968 al 1970, in Libano dal 1971 al 1982 e in Kuwait nel 1990, e dunque non hanno mostrato i muscoli, se non a parole, per conto dei palestinesi.
Detto questo, gli arabi aggireranno sempre gli USA in senso massimalista, dovessero gli USA presentare un altro “piano per la pace”. Gli arabi vogliono essere percepiti come più patriottici degli USA quando si arriva alla questione palestinese. L’Arabia Saudita e altri paesi filoarabi sperano che gli USA si astengano dal sottoporre un altro “piano di pace” e si focalizzino sul machete degli ayatollah che è letteralmente alla loro gola.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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