Ebraeixmo spertoałetà e rełixon

Re: Ebraeixmo spertoałetà e rełixon

Messaggioda Sixara » sab set 14, 2019 7:05 pm

Giornata Europea della Cultura Ebraica : a se parla de Insògni.
Anca cuà a ghin 'evimo parlà de 'l tema de l' Insognar-se te la Bibia ... e de la Scala de Jacobe co i ànzoli ca và su-e-zó, sènpre de longo...

Bòn: città capofila Parma, e se l'è Parma no pòe èsar altro ke el Va Pensiero

(sènpre ca me viè el magón kel punto ke i dixe de la

Arpa d'or dei fatidici vati,

Perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto riaccendi,
Ci favella del tempo che fu!

sènpre :| )
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Re: Ebraeixmo spertoałetà e rełixon

Messaggioda Berto » gio set 26, 2019 6:28 am

L'usanza delle donne ebree di coprire i capelli è Dat Yehudit o Dat Moshe? Deriva dai rabbini o dalla Torah?
Fabrizio Tenerelli
23 settembre 2019

http://viviisraele.it/2019/09/23/lusanz ... 8QeZcLsD1g


Coprirsi i capelli

In molte comunità ebraiche tradizionali, le donne indossano un copricapo, dopo il matrimonio. Questa pratica assume molte forme diverse. Si va, infatti, dai cappelli, alle sciarpe e alle parrucche – quest’ultime spesso denominate sheitel (sheytl in yiddish, שייטל) – che coprono i capelli oppure ne rivelano lunghezze differenti. Molte donne indossano la copertura tradizionale, solo quando entrano o pregano in una sinagoga; altre, invece, hanno rifiutato del tutto questa copertura. Ma da cosa nasce questa tradizione e da quali ragioni legali (per l’ebraismo) trae origine?

La derivazione biblica

L’origine della tradizione risiede nel rituale Sotah (in ebraico שוטה‎), una cerimonia (chiamata anche dell’acqua amara) descritta nella Torah e che mette alla prova la fedeltà di una donna accusata di adulterio. Secondo la Torah, il sacerdote scopre o slega i capelli della donna “accusata”, come parte dell’umiliazione che precede la cerimonia

Bamidbar (Numeri) 5:18:

18 Il sacerdote farà quindi stare la donna davanti al Signore, le scoprirà il capo e porrà nelle mani di lei l’oblazione commemorativa, che è l’oblazione di gelosia, mentre il sacerdote avrà in mano l’acqua amara che porta maledizione.

Da qui, il Talmud (Ketuboth 72) conclude che, in circostanze normali, la copertura dei capelli è un requisito biblico per le donne.

Dat Yehudit o Dat Moshe?

La Mishnah (Ketuboth 7: 6), tuttavia, spiega che la copertura dei capelli non è un obbligo di origine biblica. Discute comportamenti che sono motivo di divorzio come “apparire in pubblico con i capelli sciolti o parlare con qualsiasi uomo”.

Il problema, dunque, è capire se la questione del copricapo e del suo legame con la legge ebraica sia del tipo Dat Yehudit (rabbinica e soggettiva, quindi della regola ebraica) o Dat Moshe (biblica e oggettiva).

In questo caso, ci troviamo di fronte a una violazione del primo tipo (Dat Yehudit), il che significa, che la copertura dei capelli non è un obbligo assoluto, che ha origine da Mosè sul Sinai, ma piuttosto uno standard di modestia che è stato definito dalla comunità ebraica.

Comunque, se avete tempo e voglia di approfondire vi allego QUI, in pdf e lingua inglese, il numero della rivista “A Journal of orthodox jewish thought“, che parla ampiamente di questo dibattito.

Il compromesso

Dopo aver detto suggerito che la copertura dei capelli potrebbe derivare da un requisito biblico – radicato nel rituale di Sotah ed aver aggiunto che, in realtà, potrebbe essere il risultato di norme comuni (dat yehudit), secondo quanto stabilito dal Talmud (Ketuboth 72), ecco che giungiamo a un compromesso: la copertura minima dei capelli è un obbligo di natura biblica, mentre ulteriori standard (su come e quando coprirsi i capelli, ad esempio) sono determinati dalla comunità.

Capelli e sessualità

Altrove nel Talmud (Berakhot 24a), i rabbini definiscono i capelli sessualmente erotici e vietano agli uomini di pregare alla vista dei capelli di una donna. I rabbini basano questa affermazione sul versetto biblico:

Shir HaShirim ( Cantico dei Cantici) 4: 1

“Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo. Le tue chiome sono un gregge di capre, che scendono dalle pendici del Gàlaad”

suggerendo che questo elogio riflette la natura sensuale dei capelli. Tuttavia, è significativo notare che in questo contesto biblico l’amante elogia anche il volto della sua amata, che i rabbini non obbligano le donne a coprire.

Sebbene non tutti siano d’accordo, il commentatore tedesco tardo medievale Mardocheo Ben Hillel Hakohen, noto come Mordecai, spiega che queste definizioni rabbiniche di modestia – anche se derivano da un versetto biblico – sono basate su norme comunitarie soggettive che possono cambiare nel tempo.

Aneddoti

Storicamente parlando, nel periodo talmudico, le donne probabilmente si sono coperte i capelli, come è attestato in diversi aneddoti nella letteratura rabbinica. Ad esempio, Bava Kama (90a) racconta un aneddoto di una donna che fa causa a un uomo, che le ha fatto scoprire i capelli in pubblico. Il giudice sembra schierarsi con la donna, perché l’uomo ha violato una norma sociale. Un’altra storiella del Talmud descrive una donna i cui sette figli hanno servito da Sommo Sacerdote. Quando le è stato chiesto come meritasse tali figli, ha spiegato che anche i muri della sua casa non hanno mai visto i suoi capelli (Yoma 47a).

Cosa succede oggi

Oggi, nella maggior parte delle comunità conservatrici e riformatrici, le donne non si coprono i capelli quotidianamente, sebbene in alcune sinagoghe le donne si coprano ancora il capo durante la preghiera.

Un responsum riformista (1990) dichiara: “Riformiamo gli ebrei che si oppongono vigorosamente a questo requisito per le donne, che le colloca in una posizione inferiore e le vede principalmente in un ruolo sessuale“.

Entrambi i movimenti conservatore e riformista consentono, e in alcuni casi incoraggiano le donne a coprirsi la testa quando pregano o studiano la Torah, vista la necessità di indossare un kippah. Queste disposizioni che implicano di utilizzare un copricapo (kippah per l’uomo e parrucca per la donna), non rientrano, però, nel regno della modestia sessuale femminile, ma si tratta di una pratica rituale legata al rispetto e consapevolezza che D*o è al di sopra di noi. La kippah, ad esempio, indica il punto dove finisce l’uomo.

Nel mondo ortodosso

contemporaneo, la maggior parte dei rabbini considera la copertura dei capelli come un obbligo, che incombe su tutte le donne sposate; tuttavia, esiste una variazione nella forma che assume. Alcuni sostengono che le donne debbano coprirsi tutti i capelli, per esempio la Mishnah Berurah proibisce a un uomo di pregare davanti a sua moglie, se sia in mostra qualcuno dei suoi capelli.

Altri rabbini ortodossi hanno suggerito che i capelli non sono più definiti come erotici ai nostri giorni, perché la maggior parte delle donne nella società non si copre i capelli in pubblico. Sulla base di questa logica, il Shulchan Arukh conclude che agli uomini non è più proibito pregare in presenza dei capelli di una donna, e Rav Moshe Feinstein ha stabilito che le donne possono mostrare i capelli per l’ampiezza di un palmo della mano.

All’inizio del XX secolo

alcuni rabbini ortodossi giustificarono la decisione delle donne di non coprirsi affatto i capelli. Tra questi anche il rabbino capo marocchino degli anni ’60, HaRav Mashash, e il rabbino ortodosso moderno americano meno conosciuto, Isaac Hurwitz. Un’opinione che tuttavia mosse diverse critiche. Nei loro scritti, comunque, riesaminano sistematicamente le fonti della legislazione ebraica, dimostrando che quest’ultime descrivono una norma sociale di abbigliamento modesto, ma non un requisito legale.
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Re: Ebraeixmo spertoałetà e rełixon

Messaggioda Berto » gio set 26, 2019 6:32 am

Medicina a Padova nei secoli: gli ebrei e l'università

https://ilbolive.unipd.it/it/news/dal-g ... -11Ue2x1DI

Pratica del Salasso, Trattato medico in cinque parti, Italia settentrionale, sec XV, ms. Dd.10.68, f. 211r, Cambridge, University Library. © Licenza CC BY-NC 3.0 (https://cudl.lib.cam.ac.uk/view/MS-DD-00010-00068/423 )

In Europa gli ebrei svolsero fin dall’età medievale un ruolo di primo piano nella storia della medicina e con l’Università di Padova in particolare, con i suoi docenti e con i suoi studenti, intrecciarono nei secoli rapporti di reciproco scambio culturale.

A Padova già nel 1255, dunque fin dai primi tempi di attività dello Studio, l’ebreo Bonacasa traduceva in latino i Principi generali di medicina di Averroè (1126-1198) con il titolo di Colliget, mentre Hillēl ben Samuel negli stessi anni volgeva dal latino all’ebraico la Chirurgia magna di Bruno da Longobucco (inizio XIII secolo -1286), terminata sempre a Padova nel 1253.

I medici ebrei per molti secoli non poterono ottenere la laurea, anche se questo non impediva loro di esercitare. La fiducia nella loro competenza professionale è testimoniata dalla loro presenza come archiatri, cioè come medici personali, alla corte di papi, imperatori, dogi, visir e sultani.

Il giurista Bartolo da Sassoferrato (1314-1357), nel suo commento al Corpus iuris civilis, spiegava che gli ebrei, essendo esclusi per legge da ogni carica pubblica assieme ad apostati ed eretici, non potevano ottenere la laurea, perché ciò avrebbe conferito loro una giurisdizione sugli studenti. A tal riguardo, ricordava il caso che gli venne sottoposto di due brillanti studenti ebrei dell’Università di Parigi a cui venne negato il titolo dottorale. I Giuristi dello Studio di Padova come Ubaldo degli Ubaldi (1327-1400), Giasone de Maino (1435-1519), Angelo degli Ubaldi (1328-1407?) e Filippo Decio (1454-1535 ca.) confermarono e ribadirono più volte la stessa posizione.

Aforismi di Ippocrate secondo la traduzione di Hillel ben Samuel di Verona; Zürich, Braginsky Collection, B125, f. 1r. © Licenza CC, Ippocrate, Aforismi (http://www.e-codices.ch/it/bc/b-0125/1r )

A dispetto di questo divieto, dai primi anni del XV secolo, iniziarono a comparire nelle fonti le prime attestazioni di ebrei laureati in medicina per mezzo di dispense papali. Questo fenomeno continuò fino a metà del Cinquecento, per coronarsi nel 1529 quando il giudeo Jacob Martino, già dottore in medicina, salì in cattedra nello Studio bolognese.

A Padova invece il medico, umanista e rabbino Leone di Vitale (Yehuda ben Yechiel), il 27 febbraio 1470, rilasciava il titolo dottorale ad uno studente israelita. Il privilegio di conferire lauree a studenti ebrei gli era stato concesso dall’Imperatore Federico III che aveva nominato Leone cavaliere.

Tra i diritti dell’imperatore vi era infatti quello di attribuire le lauree e, conseguentemente, la possibilità di delegare altri in questo esercizio. Questa facoltà compariva tra i privilegi dei conti palatini che rilasciarono a Padova lauree a studenti fino al 1615 quando questo diritto venne abrogato.

Sebbene le lauree conferite dai conti palatini avvenissero “al di fuori dello Studio”, da moltissimi indizi risulta certa la frequentazione di ebrei nell’Università degli Artisti. Un esempio di queste frequentazioni è il caso di Mosè Bonavoglia (1395-1445 ca.), inviato dai sovrani aragonesi nel 1416 nello Studio di Padova per perfezionarsi in medicina e che ritroviamo più tardi citato come dottore in arti e medicina.

Avicenna

Visita medica, Avicenna, Canon medicinae, Italia settentrionale, c. 1440; Bologna, biblioteca universitaria, ms. 2197, f. 402r (part.) © Su concessione della Biblioteca Universitaria di Bologna

Qualche tempo dopo, nel 1480, giunse a Padova da Candia il medico, filosofo e traduttore Elia del Medigo (1455 ca.-1492/3), probabilmente il più autorevole interprete israelita della filosofia aristotelico averroista del XV secolo in Italia, oltre che grande conoscitore dell’opera di Mosè Maimonide. Elia ebbe modo di confrontarsi pubblicamente con i docenti dello Studio e in una sua opera testimonia di aver scritto trattati in latino proprio per farli leggere ai dotti nelle loro accademie. All’università discusse delle tesi sulla causalità divina confrontandosi con Antonio Pizzamano (1461/2-1512), Domenico Grimani (1461-1523) e Girolamo Donà che esortò Elia a scrivere trattati. Domenico Grimani invece sosteneva l’attività di traduzione (e beneficiò delle cure mediche) di Abramo di Balmes (morto nel 1523), il grammatico e filosofo laureatosi in arti e medicina con dispensa papale di Alessandro VII.

All’Università di Padova Del Medigo incontrò anche il giovane studente Pico della Mirandola, iniziandolo allo studio dell’ebraico e traducendo per lui molti testi dall’arabo e dall’ebraico. Pico apprese invece le derive del cabalismo – che Elia aveva demistificato filologicamente – da Yohanan Alemanno, uno studioso laureato a Padova dieci anni prima da Leone di Vitale.

Laurea di Moshe David Valle, Padova, 1713. Promotore di questo laureato fu Bernardino Ramazzini. © Biblioteca del monumento statale di Praglia. Foto A. Gheller

In questa attività di traduzione e stampa in latino di fine Quattrocento vanno menzionati anche gli aforismi di Mosè Maimonide che terminavano con una aperta critica al metodo di Galeno: per Maimonide (1135-1204) l’osservazione diretta del corpo umano costituiva un momento fondamentale per la conoscenza e la pratica medica che non poteva essere trascurato. Mosè anticipava in questo modo le posizioni di anatomisti come Berengario da Carpi (1460 ca.-1550), Gabriele Zerbi o Alessandro Benedetti (1450-1512) che aprirono la strada al fondamentale contributo di Andrea Vesalio (1514-1564) nel Cinquecento.

Talvolta furono le grandi personalità dello Studio come Gabriele Falloppia (1523-1562), Girolamo Fabrici d’Acquapendente (1537-1619) e Galileo Galilei a promuovere lauree di ebrei; Galilei in particolare appoggiò la laurea dell’ebreo mantovano Davide Pantaleone, nipote di Abraham, il grande medico che curò, tra gli altri, il re di Napoli Ferdinando d’Aragona, Galeazzo Maria Sforza e Giovanni dalle Bande Nere. Abraham riuscì a guarire da una ferita il condottiero una prima volta, ma una seconda inferta da un colpo di falconetto costò a Giovanni l’amputazione dell’arto, senza comunque evitargli di morire di cancrena.

Tobia Cohn

Tobia Cohn

A sx: Tobia Cohn, "Ma'aseh Toviyyah", Venezia 1708. Gli organi del corpo umano vengono paragonati a parti di una casa. © Licenza CC Houghton Library, Heb 7459.800*, Harvard University. A dx: ritratto di Tobia Cohn, Wellcome Images

Tra il XVI e la fine del XVIII secolo l’Università di Padova divenne il più grande centro di insegnamento in Europa per gli scolari ebrei, in un clima di sostanziale tolleranza e protezione promosso dalla Serenissima, che andava in controtendenza rispetto al resto d’Europa. A Padova giungevano scolari provenienti da lontane comunità d’Europa.

Nel 1616 venne istituito il Collegio veneto e gli ebrei cominciarono ad addottorarsi in quella sede: è stato calcolato che tra il 1619 e il 1721 non meno di 149 ebrei si laurearono a Padova, stima che sale a 325 se calcolata fino al 1816. Questi studenti erano esentati dall’obbligo di indossare l’infamante berretta rossa che tutti gli ebrei erano tenuti a portare al di fuori del ghetto, segno distintivo che, in diverse forme, restò in uso a Padova fino alla caduta della Serenissima nel 1797.

Questo non significa che gli studenti israeliti non fossero soggetti a vessazioni: nel giorno della laurea dovevano offrire al bidello 170 libbre di dolci in 35 pacchetti che sarebbero poi stati distribuiti a ognuna delle nationes, corporazioni di studenti suddivisi per provenienza.

Ma ancora più deplorevole era il continuo ripetersi, a opera degli studenti dello Studio di Padova, di furti di cadaveri ebrei da dissezionare: sebbene la comunità israelitica avesse cercato di impedirlo anche pagando una tassa e avesse costruito un nascondiglio per riporre le salme prima della sepoltura, la pratica continuò a lungo, tanto che il Senato veneziano dovette intervenire più volte per scoraggiarla.

Laurea di Israel Conegliano, Padova 1673; Archivio dell'Università di Padova, ms. 282, Collegio Veneto Artista, dottorati in filosofia e medicina, licenziati in chirurgia (1672-1677). © Su concessione dell’Università di Padova-Ufficio Gestione documentale

Certamente tra tutti i dotti medici ebrei che si laurearono nello Studio di Padova tra Sei e Settecento meritano almeno di essere menzionati quelli appartenenti alla famiglia Conegliano e Tobias Cohn (1652-1729); quest’ultimo stampò a Venezia nel 1708 un compendio che ebbe grande fortuna e divenne più tardi il medico del Gran visir a Costantinopoli. Salomon Conegliano (1640-1719) costruì a Padova una scuola di avviamento universitario per i giovani studenti. Il fratello Israel (1650 ca.-1717) divenne medico alla corte ottomana e amico del bailo Giovanni Battista Donà che lo convinse a svolgere una rischiosissima operazione di spionaggio con l’aiuto anche del fratello Salomon: avrebbe dovuto informare Venezia degli spostamenti dell’esercito turco che stava muovendo verso una destinazione allora sconosciuta: Vienna. Cinta d’assedio dai turchi a luglio del 1683, la città imperiale sarebbe stata liberata tre mesi dopo dalla cavalleria del re polacco Giovanni III Sobieski.

L’anno successivo polacchi, imperiali e veneziani assediarono invano Buda (che restava turca) e gli ebrei vennero accusati del fallito assedio. Così, mentre la famiglia Conegliano sventava diverse congiure ordite contro Venezia, il popolo padovano ignaro di tutto entrava nel ghetto saccheggiandolo e accusando gli ebrei di essere nemici della Serenissima.

SPECIALE Medicina a Padova nei secoli

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Gli ebrei e l'università
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Re: Ebraeixmo spertoałetà e rełixon

Messaggioda Berto » lun feb 17, 2020 8:14 pm

Farisei brava gente
di Giulio Meotti
10 novembre 2014

https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/1 ... 4aDIBLT8qw

Papa Francesco li ha attaccati quattro volte soltanto nell’ultimo mese. Il 6 novembre: contro “i farisei che si fermano a metà cammino”, a cui “importava che il bilancio dei profitti e delle perdite fosse più o meno favorevole”. Il 31 ottobre: contro i farisei che chiedono a Gesù se sia lecito guarire i malati di sabato. Il 17 ottobre: contro il “lievito dei farisei”, che è l’ipocrisia, per cui si “fa finta”. Il 12 ottobre: contro “l’abitudine di collocarci comodamente al centro, come facevano i farisei”. Il 19 settembre: contro “l’atteggiamento degli scribi, dottori della legge e farisei”. E prima ancora, omelie contro “i farisei che non sapevano carezzare”.
Con due millenni di tradizione alle spalle, l’antifariseismo è uno tra i rari ubi consistam cristiani su cui più non ci si interroga. Quasi un must ecumenico, un genere letterario. San Giovanni Bosco, nella sua “Storia Sacra scritta per il popolo e i giovani”, afferma: “I farisei facevano consistere tutta la loro pietà nel portamento esterno, riputando lecita ogni sorta di nequizia, purché si facesse in segreto. Una parte degli ebrei d’oggi segue ancora la dottrina dei farisei”. Sull’onda delle invettive di Gesù contro questi “sepolcri imbiancati”, la parola fariseo è diventata la più insultante del vocabolario cristiano.

Egocentrici, melliflui, avidi, legalisti, ostentatori, crudeli, affamapopolo per arricchire la Sinagoga, elitari. Gli ebrei farisei sono stati ingiuriati in tutti i modi possibili. “Fariseo quattoquatto”, quello che cammina affettato per far mostra di umiltà; “fariseo spalla”, che porta con ostentazione le buone opere, fino al “fariseo contuso”, che riportava ferite andando a sbattere contro i muri per non voler guardare le donne.

L’aggettivo “farisaico” entra persino nella fisiognomica, perché come riporta Francesco Cardinali nel suo “Dizionario portatile della lingua italiana” del 1827, il “viso da fariseo” è sinonimo di bruttezza. Si arriva all’uso extrateologico, con “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini che rese familiare il grido “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!”. E Friedrich Nietzsche, che poco prima di diventare matto scrisse contro “il rauco e indignato abbaiare dei cani malati, la falsità e la rabbia che morde di tali farisei”. Che ormai l’odio per i farisei abbia una tradizione extracristiana lo riconosce anche Benedetto XVI nel “Gesù di Nazareth”: “Non sono solo le interpretazioni passate della storia di Gesù a rappresentare i farisei, i sacerdoti e i giudei in generale quali figure negative. Sono proprio le presentazioni liberali e moderne a proporre nuovamente il cliché dei contrasti: farisei e sacerdoti appaiono quali rappresentanti di una legalità indurita, della legge eterna di una struttura ormai stabilita, delle autorità religiose e politiche che ostacolano la libertà e vivono sottomettendo gli altri”.

Nei testi di spiritualità, sui quali hanno basato la loro formazione ascetica preti, monaci, religiosi, religiose e laici devoti di ogni sorta, il fariseismo è la quintessenza dell’ipocrisia, il compendio delle non virtù. Attacchi continui ai farisei si trovano negli scritti di don Lorenzo Milani, il prete di Barbiana, e del monaco Enzo Bianchi, esponenente di quella cristianità innamorata di se stessa, problematica, flagellante, scuola di modestia tranne che per i suoi portavoce, sempre ermetici ed elitari, altro che i farisei. Più che pensiero debole, metafisica fragile. Genere un solo Dio, molti nomi per dirlo. Proprio coloro che si dimenticano la lettera privilegiando il puro spirito.

E poi ancora gli editoriali di Famiglia Cristiana, che ha scomodato i farisei addirittura per attaccare “la casta”. “L’ipocrita fariseo senza sete di verità”, recitava un editoriale dell’Unità. E durante la lunga notte di Mani pulite anche il procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, vergava scritti antifarisei sul Segno, mensile della diocesi ambrosiana.

Dagli anni Ottanta c’era stata una positiva rivalutazione dei farisei nella chiesa cattolica, che sembra venire meno sotto il pontificato di Francesco. Del resto, a guardar bene dentro il Vangelo, si vede che Gesù ha avuto anche molti amici tra di loro, come Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. San Paolo stesso si vanta di essere “ebreo da ebrei, secondo la Legge fariseo”. Lo scrittore americano Chaim Potok li chiamava “i vecchi cortesi dalle fluenti barbe bianche”, “i seguaci appassionati degli insegnamenti degli scribi, in molti casi abili con la spada e la lancia così come con i testi della legge, pronti a uccidere per amore del loro Dio”.

Un altro grande studioso dell’ebraismo come André Chouraqui, nella sua “Storia del giudaismo”, ha scritto che i farisei ebbero un ruolo determinante non soltanto nella vita religiosa di Israele, ma anche in quella “dell’umanità”. Furono loro, “gli ipocriti”, a introdurre nella cultura ebraica inferno e paradiso, risurrezione dei morti e ruolo degli angeli, e la cultura cristiana occidentale ne è soltanto erede. Sono i farisei i primi a parlare di “predestinazione”.

Forse Papa Francesco cambierebbe idea sui farisei se leggesse un testo dimenticato di un grande esegeta dell’ebraismo come Leo Baeck. Si tratta di “Die Pharisäer”, pubblicato da Schocken Verlag a Berlino nel 1934. Il “Feldrabbiner” Baeck venne confinato nel ghetto di Theresienstadt, dove rimase per più di due anni e impartì ai deportati lezioni di Talmud, drammaturgia greca ed etica kantiana. La Shoah si portò via quattro sue sorelle. Dopo la guerra insegnò negli Stati Uniti, dove ebbe allievi straordinari come Leo Strauss, con frequenti ritorni a Londra presso l’istituto che porta il suo nome e da dove passarono personaggi come Hans Jonas. Baeck morì nel 1956.

Il suo libro voleva essere una risposta alla massima autorità teologica del tempo, Adolf Harnack, e al suo “L’essenza del cristianesimo”, il campione della teologia cristiana progressista che intendeva dividere il cristianesimo dall’ebraismo in un momento fatale per le sue sorti in Europa. In quello stesso periodo, un altro grande studioso di ebraismo, l’inglese Travers Herford, scrisse un libro a favore dei farisei. “Il fariseismo è stato il grandioso tentativo di fare della religione la religione della vita, della vita del singolo e di tutti, in modo che la religione camminasse di pari passo non solo con l’uomo, ma con la comunità, con lo stato”, scriveva Leo Baeck. Baeck ricolloca il messianismo di Gesù nelle vicissitudini dei farisei. Ricorda che la parola “Vangelo” deriva dal Libro dei Profeti, che il numero quattro corrisponde alla visione celestiale di Ezechiele, che l’asino con cui Gesù entra a Gerusalemme è un cardine della tradizione sapienziale, che i libri di Daniele e dei Maccabei offrirono le storie dei martiri, che i Proverbi e il Qohelet sono un modello per gli adagi, che la Passione è presente nei Salmi sul Servo Sofferente e il tradimento di Giuda nel pugno di monete d’argento di Amos. E cosa sperimentò Cristo se non “l’elezione nella fornace della povertà” di Isaia?

Baeck è attratto gelosamente dalla figura del Cristo fariseo, che morì come membro del suo popolo, fedele alle sue pratiche, figlio della speranza ebraica e “resuscitato dai morti il terzo giorno”, come dicevano i Profeti. Il Vangelo è “un libro integralmente e perfettamente ebraico”, celebra la fede, l’oppressione, la sofferenza, lo spirito, la disperazione e l’attesa ebraica. Per questo “l’ebraismo non ha il diritto di passare davanti a esso senza fermarsi, di ignorare e di cercare di rinunciarvi. Anche qui deve cogliere e conoscere il proprio genio”.

In quegli anni anche l’esegeta Joseph Klausner, lo zio dello scrittore israeliano Amos Oz, difendeva i farisei: “Se per ipocrisia si intendeva l’autocontrollo e per pedanteria l’insistenza nell’osservanza di ogni minuzia della Legge, essi erano colpevoli di ambedue. Ma erano immuni dalla colpa di falsità, di fanatismo e di ipocrisia e dei motivi che erano attribuiti loro come ai puritani della nostra epoca”. Parole di una certa attualità.

Nel 1940 il rabbino Louis Finkelstein, il presidente del Jewish Theological Seminary of America scomparso nel 1991, in uno studio sui farisei, scriveva: “Non c’è alcun dubbio che il cristianesimo derivò in più gran parte dal giudaismo farisaico. Gesù e i suoi discepoli non appartenevano al partito sacerdotale aristocratico dei Sadducei, ma all’umile popolo che seguiva i farisei”. Per questo lo studioso F. C. Baur definirà i farisei “pii democratici”. “Gesù può avere esposto alcuni insegnamenti differenti da quelli dei farisei o può, in alcune questioni, aver dissentito dall’interpretazione farisaica della Legge; ma nella maggior parte della sua dottrina egli è pienamente d’accordo con i farisei e le sue massime riecheggiano le sentenze di quei maestri”.

Di recente uno dei più stimati specialisti ebrei dei Vangeli, il filosofo francese Armand Abécassis, ha scritto un monumento ai farisei in “La pensée juive”. Sotto la dinastia asmonea ne vennero crocifissi migliaia, come ci informa Giuseppe Flavio. Per fedeltà alla Parola, per il rifiuto di compromissioni con il potere, per l’apertura verso il popolo, per non essere integrabili nella secolarizzazione a carattere sincretistico cui la cultura greca sottoponeva da decenni l’ebraismo, fra cui il terribile divieto di circoncisione. Come scrive Helmer Ringgren nel suo studio su Israele, “tutta la letteratura rabbinica, dalla Mishnah al Talmud, è una derivazione dei farisei”.

Il grande Arnaldo Momigliano li ha celebrati come “gli indomiti” che rifiutavano qualsiasi giuramento ai romani. Se oggi esiste l’ebraismo lo si deve anche e soprattutto ai farisei. Furono loro il nucleo duro sul quale fondare per i secoli futuri l’identità ebraica, e lo dimostra la loro sopravvivenza alla formidabile crisi nel 70 d. C. Sopravvissero a incendi, massacri, distruzioni, conversioni. Fu la scuola farisaica, resistendole vittoriosamente, a perpetuare il giudaismo preservandolo dalla soluzione finale romana. In un periodo di atrocità e di sterminio operati dalla dominazione imperiale nella Terra d’Israele (I e II sec.), i farisei riuscirono a preservare l’identità spirituale e culturale del popolo ebraico, salvandola dall’annientamento e offrendo tale ricchezza alle generazioni future. Nasce allora il mistero di come abbia potuto diffondersi un giudizio, o meglio il pregiudizio, così ingiusto contro una corrente spirituale, il fariseismo, diventato secondo Finkelstein, “la base della più alta struttura intellettuale e spirituale che il mondo abbia veduto: cioè, la civiltà occidentale”.

Chiede lo storico Bruno di Porto nell’ultimo numero del periodico ebraico Hazman Veharaion, il Tempo e l’idea: “Johanan ben Zakkai, che assicurò la sopravvivenza del giudaismo nella rovina dello Stato e del Tempio, con la scuola di Javne, rientra anche lui nel gruppetto indurito, facile a scivolare dall’indurimento nella corruzione, di cui ha parlato Papa Bergoglio, nell’omelia?”. Anna Foà in questi giorni ha lanciato una nuova e bella collana editoriale digitale, “Tiqqun”. Il primo libro in uscita è “La fine di Gerusalemme”, il capolavoro da tempo scomparso dalle librerie italiane di Lion Feuchtwanger, l’autore dell’indimenticabile “Süss l’Ebreo” morto in esilio in California. Nel romanzo, Feuchtwanger racconta proprio del più famoso dei maestri farisei, Johanan ben Zakkai.

Contemporaneo di Gesù, di Vespasiano e di Tito, Ben Zakkai era uno di questi “sepolcri imbiancati”, gli intellettuali e maestri della Legge. Durante la distruzione di Gerusalemme, fingendosi morto, Ben Zakkai si fece trasportare dentro una bara fuori dalla città. Portato dal comandante dei Romani, Vespasiano, il saggio ebreo gli profetizzò l’ascesa al trono imperiale, chiedendogli al tempo stesso la possibilità di fondare una sua scuola a Yavne. Appena divamparono le fiamme del Tempio, Zakkai trasferì alla sinagoga le funzioni essenziali proprie del Tempio, salvando così l’ebraismo. Giuseppe Flavio non capiva un simile carattere calmo e senza ambizioni, anzi Ben Zakkai gli faceva quasi paura e lo opprimeva; tanto che preferiva evitare il gran dottore. Feuchtwanger ci consegna pagine bellissime su questo “giudeo vecchissimo, piccolo, molto ragguardevole, i cui occhi azzurri spiccavano con strana freschezza nel suo volto tutto rughe incorniciato da una barbetta stinta”.

Fu in una colombaia a Yavne, al piano superiore di una casa nella città che oggi fa parte dello Stato d’Israele, che gli ultimi farisei fecero i calcoli del calendario ebraico e completarono la canonizzazione della Bibbia. Da quella bara, il fariseo resuscitò il giudaismo distrutto. Ma gettò anche le basi per la cultura occidentale.
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