Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » mar ott 08, 2019 7:32 am

Rinvenuta a nord di Tel Aviv la New York dell’età del Bronzo
7 ottobre 2019

http://www.italiaisraeletoday.it/rinven ... 86i3kBzIO4

Una città antica 5 mila anni, della prima età del Bronzo, perfettamente urbanizzata. L’antica città di Ein Asur, è stata portata alla luce dagli archeologi israeliani durante gli scavi per un progetto autostradale vicino a Harish, città a 50 chilometri a nord di Tel Aviv. Secondo quanto è stato anticipato, si tratta di una “città cosmopolita e pianificata” che risale alla prima età del Bronzo (fine del quarto millennio a.C.). Copriva 65 ettari e ospitava circa seimila persone. I ricercatori dicono di aver scoperto anche un insolito tempio rituale, con ossa carbonizzate di animali, offerte sacrificali, la riproduzione di un volto, frammenti di ceramica, strumenti di selce e vasi di pietra.

È una scoperta che potrebbe cambiare tutto quello che sappiamo sul primo periodo in cui le popolazioni rurali iniziarono ad organizzarsi in contesti urbani.È molto più grande di qualsiasi altro sito noto nella terra di Israele e fuori, in Giordania, Libano, Siria meridionale”, ha dichiarato il co-direttore dello scavo Yitzhak Paz.

“Questa è una città enorme, una megalopoli della prima età del Bronzo, dove migliaia di abitanti si guadagnavano da vivere con l’agricoltura e commerciavano con regioni diverse, persino con culture e regni diversi della stessa area… Questa è la prima New York del Bronzo della nostra regione, una città cosmopolita e pianificata”, hanno dichiarato i direttori degli scavi Itai Elad, Paz e Dina Shalem, si legge sul Times Of Israe

Gli scavi sono stati effettuati negli ultimi due anni e mezzo, finanziati da Netivei Israel – la National Transport Infrastructure Company Ltd. Hanno partecipato oltre 5 mila studenti delle scuole superiori e volontari della zona. Situata vicino a Wadi Ara, vicino a due sorgenti d’acqua, nel distretto di Haifa, nel nord di Israele, secondo Paz, la città sorgeva su un terreno fertile e adatto all’agricoltura e vicina a importanti rotte commerciali centrali. L’antico insediamento conteneva edifici e aree pubbliche e private, strade e vicoli ed era circondato da un muro di fortificazione.

“Lo scavo in questo sito ha rivelato due insediamenti principali”, ha spiegato Shalem. “Il primo ha circa 7mila anni. È un insediamento agricolo molto grande. Duemila anni dopo, un altro insediamento divenne una delle prime città conosciute in questa zona del mondo”.
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Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » dom feb 23, 2020 4:33 am

I palestinesi: storia di un popolo completamente inventato
L'Informale
Niram Ferretti
31 Dicembre 2015

http://www.linformale.eu/i-palestinesi- ... RklKgZRdMk

Come Atena nacque dalla testa di Zeus, la fantastoria nacque dall’ideologia. Il nome “Palestina” deriva dai filistei, una popolazione originaria del Mediterraneo Orientale (forse dalla Grecia o da Creta) la quale invase la regione nell’undicesimo e dodicesimo secolo A.C. Parlavano una lingua simile al greco miceno. La zona nella quale si insediarono prese il nome di “Philistia”. Mille anni dopo, i Romani chiamarono la zona “Palestina”. Seicento anni dopo gli Arabi la ribattezzarono “Falastin”.

Per tutta la storia successiva non ci fu mai una nazione chiamata “Palestina” né ci fu mai un popolo chiamato “palestinese”. La regione passò dagli Omayyadi agli Abassidi, dagli Ayyumidi ai Fatimidi, dagli Ottomani agli Inglesi. Durante questo millennio il termine “Falastin” continuò a riferirsi a una regione dai contorni indeterminati e MAI a un popolo originario.

Nel 1695, l’orientalista danese Hadrian Reland scoprì che nessuno degli insediamenti conosciuti aveva un nome arabo. La maggioranza dei nomi degli insediamenti erano infatti ebraici, greci o latini. Il territorio era praticamente disabitato e le poche città, (Gerusalemme, Safad, Jaffa, Tieberiade e Gaza) erano abitate in maggioranza da ebrei e cristiani. Esisteva una minoranza musulmana, prevalentemente di origine beduina, che abitava nell’interno.

Reland pubblicò a Utrecht nel 1714 un libro dal titolo “Palaestina ex monumentis veteribus illustrata”, nel quale non c’è alcuna prova dell’esistenza di un popolo palestinese, né di un’eredità palestinese né di una nazione palestinese. In altre parole, nessuna traccia di una storia palestinese.

Stiamo parlando di un testo uscito nel 1714, non duemila anni fa. Un testo moderno dal quale si evince che all’epoca non esisteva alcun “popolo palestinese”.

Quando nasce dunque questa realtà di cui si parla da decenni?

Dobbiamo avvicinarci ai nostri tempi, più precisamente al periodo in cui gli inglesi crearono, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e dell’impero ottomano (durante il quale nessuno aveva ancora sentito parlare di questa fantomatica entità), la Palestina mandataria.

Gli arabi protestarono in modo acceso nei confronti della nuova realtà chiamata “Palestina”. Infatti, per loro, la Palestina era inestricabilmente collegata alla Siria. Gli arabi chiamavano la regione “Balad esh sham (la provincia di Damasco) o “Surya-al-Janubiya” (Siria del sud). Per i nazionalisti arabi la Palestina non era altro che la Siria del sud. Punto. I siriani, ovviamente, non potevano che annuire.

Il Congresso Generale Siriano del 1919 sottolineò con forza l’identità esclusivamente siriana degli arabi della “Siria del sud”, quella che gli inglesi chiamavano “Palestina”.

Nel suo libro, “Il Risveglio Arabo” del 1938, George Antonious, il padre della storiografia moderna araba, documenta il tumulto sorto tra gli arabi della “Grande Siria” e dell’Iraq quando inondarono le strade delle città siriane, Gerusalemme inclusa, per protestare contro la divisione geografica che gli inglesi, per ragioni geopolitiche, avevano imposto alla Siria. Antonious, come Reland prima di lui, non fa alcuna menzione di un “popolo palestinese”. Motivo? Di nuovo, non esisteva.

Facciamo un passo indietro. Nel 1920, la Francia conquista la Siria. E’ in questo periodo, durante il controllo francese della Siria, che inizia a prendere forma l’idea di una “Palestina” come stato arabo-musulmano indipendente, e fu il famigerato Mufti di Gerusalemme, Amin-al-Husseini, la personalità di maggior spicco tra i leaders arabi dell’epoca, a creare un movimento nazionalista in opposizione all’immigrazione ebraica determinata dal movimento sionista. In altre parole, fu il sionismo a fare da levatrice al palestinismo nazionalista. Anche allora, tuttavia, nessuno parlava di un “popolo palestinese”. Siamo nel 1920.

Ancora nel 1946, Philip Hitti, uno dei più eloquenti portavoce della causa araba dichiarava al Comitato di Inchiesta Anglo-Americano che un’entità nazionale chiamata Palestina…non esisteva.

Nel 1947, quando le Nazioni Unite stavano valutando la spartizione della Palestina mandataria in due stati separati, uno ebraico, l’altro arabo, numerosi politici e intellettuali arabi protestarono in modo acceso poiché sostenevano che la regione in questione fosse parte integrante della Siria del sud. Non c’era una popolazione “palestinese” in senso proprio, ed era dunque un’ingiustizia smembrare la Siria per creare un’altra entità che di fatto le apparteneva di diritto.

Nel 1957, Akhmed Shukairi, l’ambasciatore saudita alle Nazioni Unite dichiarò che, “È conoscenza comune che la Palestina non è altro che la Siria del sud“. Concetto ribadito da Hafez-al-Assad nel 1974, “La Palestina non solo è parte della nostra nazione araba ma è una parte fondamentale del sud della Siria”.

Dal 1948 al 1967, i diciannove anni intercorsi tra la Guerra di Indipendenza e la Guerra dei Sei Giorni, tutto quello che restava del territorio riservato agli arabi della Palestina mandataria britannica, era la West Bank (nome dato dai giordani alla Giudea e alla Samaria), che si trovava in quegli anni sotto il dominio illegale giordano, e Gaza, sotto il dominio illegale egiziano.

Durante questo periodo nessuno dei leader arabi prese neanche lontanamente in esame il diritto all’autodeterminazione degli arabi “palestinesi” che si trovavano sotto il loro dominio. Perché? Ancora, perché un “popolo palestinese” per i giordani e gli egiziani…semplicemente non esisteva.

Persino Yasser Arafat fino al 1967 usò il termine “Palestinesi”, unicamente come riferimento per gli arabi che vivevano sotto la sovranità israeliana o avevano deciso di non essere sottoposti ad essa. Nel 1964, per Arafat la “Palestina”, non comprendeva né la Giudea e la Samaria né Gaza, le quali, infatti, dopo il 1948 appartenevano reciprocamente alla Giordania e all’Egitto.

Lo troviamo scritto nella Carta fondante dell’OLP all’articolo 24, “L’OLP non esercita alcun diritto di sovranità sulla West Bank nel regno hashemita di Giordania, nella Striscia di Gaza e nell’area di Himmah”.

L’articolo 24 venne cambiato nel 1968 dopo la Guerra dei Sei Giorni, dietro ispirazione sovietica. Ora la sovranità “palestinese” si estendeva anche alla West Bank e a Gaza. Libero da possibili attriti con la Giordania e l’Egitto, Arafat, protetto dai russi, poteva allargare il campo della propria azione. La “Palestina”, adesso, inglobava anche Giudea, Samaria e Gaza.

La Guerra dei Sei Giorni è stata lo spartiacque per la creazione del “popolo palestinese”. Dopo la Guerra dei Sei Giorni tutto cambia. Da Davide, Israele diventa Golia e i “palestinesi” entrano ad occupare il proscenio della storia come popolo autoctono espropriato della propria terra dai “sionisti imperialisti”.

Questa è la narrazione ormai consolidata e che, come un parassita, si è incistata nella mente di una moltitudine. Potere della menzogna. Potere della propaganda.

“Nella grande menzogna c’è una certa forza di credibilità poiché le grandi masse di una nazione sono molto più facilimente corruttibili nello stato più profondo della loro materia emozionale di quanto lo siano consciamente o volontariamente, e quindi, nella primitiva semplicità delle loro menti diventeranno più facilmente vittime di una grande menzogna piuttosto che di una piccola, poiché essi stessi spesso dicono piccole bugie per piccole cose, ma si vergognerebbero di utilizzare menzogne su larga scala. Non gli verrebbe mai in mente di fabbricare falistà colossali e non crederebbero che altri avrebbero l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame”. (Adolf Hiltler, “Mein Kampf”)

Per creare questa nuova realtà del “popolo palestinese”, priva di qualsiasi aggancio con il passato era necessario che il passato venisse interamente fabbricato, o meglio, come in “Tlon, Uqbar, Orbis Tertius” di Borges, bisognava fare in modo che il reale venisse risucchiato dalla finzione.

Dunque ecco apparire i “palestinesi”, i quali fin da un tempo immemorabile hanno sempre vissuto nella regione e addirittura si possono fare risalire ai gebusei o, a piacimento, ai cananei. Questo popolo mitico sarebbe stato poi cacciato dagli invasori sionisti.

Il 31 marzo del 1977, come fosse un colpo di scena in un romanzo giallo, Zahir Mushe’in, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP dirà, durante un’intervista
“Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo stato di Israele in nome dell’unità araba. In realtà oggi non c’è alcuna differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni tattiche e politiche parliamo dell’esistenza di un popolo palestinese, poiché gli interessi nazionali arabi richiedono la messa in campo dell’esistenza di un popolo palestinese per opporci al sionismo”.

Il “popolo palestinese” è una pura invenzione, la quale, con grande abilità propagandistica, è stata trasformata in un fatto che ormai appartiene a tutti gli effetti alla realtà.




Per la Corte Penale Internazionale la Palestina non è uno Stato
Sarah G. Frankl
22 Febbraio, 2020

https://www.rightsreporter.org/per-la-c ... F6s0m1Wu7E

Lo scorso 20 dicembre 2019 il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, annunciava raggiante di avere gli elementi per aprire una indagine contro Israele per presunti crimini di guerra commessi in Giudea e Samaria e nella Striscia di Gaza.

L’indagine era stata sollecitata dalla Autorità Nazionale Palestinese credendo che bastasse l’adesione della Palestina allo Statuto di Roma quando in realtà la prima e inderogabile qualità necessaria per rivolgersi alla Corte Penale Internazionale non è l’adesione allo Statuto di Roma quanto piuttosto l’essere riconosciuto come uno Stato.

Sin da subito sia Israele che gli Stati Uniti avevano sollevato dubbi sulla effettiva possibilità da parte palestinese di avanzare richieste alla Corte Penale Internazionale in quanto non essendo la Palestina uno Stato riconosciuto veniva meno proprio quella qualità necessaria per rivolgersi alla CPI.

Ma il Procuratore Capo dell’Aia non volle sentire ragioni e affermando che «non vi erano ragioni sostanziali per ritenere che un’indagine non servirebbe gli interessi della giustizia» andò avanti con la prassi per dare il via ad una indagine nonostante Israele non abbia mai aderito allo Statuto di Roma e quindi non rientrasse nel raggio d’azione della Corte e, soprattutto, nonostante i palestinesi non avessero gli attributi necessari a chiedere una indagine.

Questa settimana è stata la stessa Corte Penale Internazionale a porre un macigno difficilmente removibile sulla richiesta palestinese.

Procedendo con l’iter avviato dal Procuratore Capo, molti Stati aderenti allo Statuto di Roma, tra i quali anche alcuni che hanno formalmente riconosciuto la Palestina, e moltissimi esperti di Diritto Internazionale hanno espresso parere negativo al proseguimento dell’indagine in quanto non essendo la Palestina uno Stato riconosciuto non può trasferire la giurisdizione criminale riguardante il suo territorio all’Aia.

Tra questi i più incisivi sono stati la Germania, l’Australia, l’Austria, il Brasile, la Repubblica Ceca, l’Ungheria e l’Uganda i quali hanno chiesto il cosiddetto “amicus curiae” ovvero “amico della Corte” che fornisce loro la possibilità di esprimere una opinione sugli atti della Corte.

Questo gruppo di Paesi, sostenuti poi anche da altri, hanno quindi espresso la loro posizione negativa rispetto al fatto che la Palestina potesse rivolgersi alla CPI in quanto non essendo uno Stato riconosciuto e quindi in base a quanto stabilito dallo Statuto di Roma non gli è permesso presentare alcunché alla Corte.

Il fatto curioso e a modo suo eclatante, è che nemmeno quegli Stati che hanno riconosciuto unilateralmente la Palestina hanno fatto opposizione alla giusta indicazione portata all’attenzione della Corte da questi sette Paesi.

Morale della favola, la Palestina non è uno Stato e non basta aderire a trattati internazionali per avere voce in capitolo.

Ora spetta a una cosiddetta camera pre-processuale decidere in merito. I tre giudici di questa camera – l’ungherese Péter Kovács d’Ungheria, il francese Marc Perrin de Brichambaut e Reine Adélaïde Sophie Alapini-Gansou del Benin – hanno invitato «la Palestina, Israele e le presunte vittime nella situazione in Palestina, a presentare osservazioni scritte» sulla questione entro il 16 marzo.

Ma appare evidente che l’Aia non ha giurisdizione sulle questioni riguardanti la cosiddetta “Palestina” e che quindi il tutto si concluderà con un nulla di fatto.

Di «grande vittoria per Israele» parla l’avvocato Daniel Reisner. «È significativo che anche stati come il Brasile e l’Ungheria, che hanno riconosciuto la Palestina nominalmente, sollevino seri dubbi sulla giurisdizione della corte» ha detto Reisner.

Proteste dalla Lega Araba e dalla Organizzazione per la Cooperazione Islamica

Immediate le proteste dalla Lega Araba e dalla Organizzazione per la Cooperazione Islamica che sembrerebbero voler chiedere lo status di “amicus curiae” in modo da contrastare quanto evidenziato questa settimana. Ammesso che lo possano fare, hanno tempo fino a venerdì prossimo per presentare le loro osservazioni.

In ogni caso Israele non presenterà nessun documento alla camera pre-processuale per non legittimare un procedimento chiaramente fuori dal contesto del Diritto Internazionale.


Onu, cosa ha detto un leader della sinistra israeliana a Ramallah
Anniversario delibera spartizione Onu, le parole di un leader della sinistra israeliana a Ramallah
Ugo Volli
4 Dicembre 2019

https://www.progettodreyfus.com/onu-isr ... CskS7rqgOk


Giovedì scorso, nel palazzo della Mukata a Ramallah, si è svolto un evento rievocativo della votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu che ne 1947 stabilì la partizione del mandato britannico (già suddiviso nel ‘21 dalla Gran Bretagna la dare agli arabi “il loro stato”).

Come è noto Israele accettò la divisione, anche se era era tracciata in maniera da rendere difficilissima la sopravvivenza della parte ebraica, gli arabi la rifiutarono, il giorno stesso con la complicità britannica iniziarono attacchi terroristici agli insediamenti ebraici e ad aprile del ‘48, quando Israele proclamò finalmente il suo stato alla vigilia della partenza degli inglesi, le armate di tutti gli stati arabi circostanti tentarono di invadere e distruggere il neonato stato di Israele; ma con grandi sacrifici furono sconfitte dall’esercito israeliano nel ‘49 dovettero ritirarsi dietro una linea armistiziale ben più arretrata, la cosiddetta linea verde.

Da questa storia l’evento della Mukata, amministrato dal noto filoterrorista Jibril Rajoub, non ha tratto motivi di riflessione sulla necessità di un accordo, ma al contrario ha voluto rilanciare la narrativa palestinista sull’”occupazione israeliana”. L’aspetto più curioso di questa riunione è la presenza di circa 300 ebrei israeliani. Erano i soliti ultraortodossi antisionisti di Naturei Karta, che hanno usato l’occasione per dichiarare che l’”entità sionista” non rappresenterebbe il popolo ebraico, sarebbe odiata da “Allah” (questo è il nome con cui il loro leader Meir Hirsh ha scelto per l’occasione di chiamare la Divinità) e costituirebbe la violazione di tutte le leggi internazionali: un piccolo gruppo di estremisti che frequenta con piacere tutti gli antisemiti da Corbyn a Achamadinedjad, e la cui presenza non poteva meravigliare.

Dall’altro lato, però, c’era una folte rappresentanza di militanti di sinistra: alcuni cani sciolti, ma soprattutto Mosi Ratz l’ex leader e ancora influente dirigente del partito israeliano di sinistra Meretz, l’unico che abbia ufficialmente abiurato il sionismo, alla guida di una delegazione di alto livello.

Raz ha parlato avendo alle spalle una foto di Yasser Arafat e ha detto: “Siamo venuti qui per esprimere la nostra solidarietà con il popolo palestinese nei territori occupati, in esilio nella speranza che i ministri palestinesi entrino presto nel prossimo governo. Sostengo uno stato palestinese entro i confini del 67 con uno scambio di territori concordato a fianco dello Stato di Israele, la cui capitale dev’essere Gerusalemme est. Questo marzo andremo alle elezioni in cui Netanyahu sarà sconfitto e Gantz sarà eletto.”

È una dichiarazione molto significativa, non solo per il luogo e l’occasione, ma anche per il contenuto. Meretz, pur avendo pochi seggi, è un pezzo centrale della coalizione di Gantz che certamente non può farne a meno. Si è molto parlato del pericolo di un accordo fra il partito bianco-azzurro e gli arabi filoterroristi, ma non abbastanza dell’influenza delle estrema sinistra ebraica.

La dichiarazione di Raz spiega molto sulle ragioni reali del braccio di ferro che è in corso nella politica israeliana da un anno. Non è detto che Ganz sia d’accordo, ma è chiaro che il progetto di alcune forze che lo appoggiano e di cui egli avrà certamente bisogno consiste nel cancellare o minimizzare la natura ebraica dello stato di Israele, rovesciando le scelte di settant’anni fa.



Informazione corretta: Palestina, ecco l'origine del nome di uno Stato arabo che non è mai esistito
Vivi Israele
Fabrizio Tenerelli
21 febbraio 2018

http://viviisraele.it/2018/02/21/inform ... -esistito/


Cari lettori, io cerco di parlare poco della questione arabo-israeliana, perchè la mia mission è soprattutto approfondire i temi legati a Israele e all’ebraismo. Tuttavia, talvolta è doveroso far chiarezza su alcuni aspetti che riguardano la cosiddetta “corretta informazione”. La disinformazione dilagante in materia (il suo esatto opposto), purtroppo contribuisce a dare una cattiva immagine di uno Stato che da vittima, passa come carnefice.

Ciò senza nulla togliere all’aspirazione ultima che è quella della pace in Medio Oriente e della convivenza di due popoli. Utopia? Una pace che, a mio modestissimo avviso, potrà giungere soltanto, quando il mondo arabo riconoscerà il diritto ad Israele di esistere.

Detto ciò, dopo un mio primo approfondimento in tema di informazione corretta (LEGGI QUI) vi propongo questa sorta di “upgrade”, che riguarda i concetti di “Palestina” e “palestinese”. Molto spesso chi non studia abbastanza, attacca con estrema arroganza il popolo ebraico, sulla base di falsi presupposti e di clamorosi equivoci.

In attesa di preparare un digest, tratto da “Arabi ed Ebrei”, del buon Bernard Lewis, ho pensato di scrivere queste poche righe, invitandovi a divulgarle, condividerle e via dicendo, affinchè si faccia chiarezza su una questione importante.

La prima cosa che va detta è che non c’è mai stata una nazione araba di nome “Palestina”. Questo, in realtà, è il nome che gli antichi romani diedero a Eretz Yisrael, con l’espresso proposito di umiliare gli ebrei, dopo la conquista. Gli inglesi chiamarono così la terra sulla quale avevano avuto il mandato, dopo lo scioglimento dell’Impero Ottomano.

Gli arabi, in disputa con gli ebrei, decisero allora di raccontare che quello era l’antico nome della loro terra, “malgrado non fossero capaci a pronunciarlo in modo corretto, ma trasformandolo in Falastin”, come disse nel 1995, Golda Meir, in una intervista a Sarah Honig del Jerusalem Post. Ma soprattutto va detto che non esiste una lingua palestinese, non una cultura e neppure una terra governata da palestinesi.

Quest’ultimi non sono altro che arabi non distinguibili dai giordani o dai siriani, dai libanesi o dagli iracheni. A ciò aggiungiamo che il mondo arabo controllo il 99,9 per cento del Medio Oriente. Israele, pensate, che rappresenta soltanto un decimo dell’uno per cento del totale. Ma ciò è troppo per gli arabi, che vogliono anche quella minuscola parte. Non importa, dunque, quanti territori un domani potrebbero concedere gli israeliani: in ogni modo non saranno mai abbastanza. Ma allora, da dove deriva questo termine? Palestina ha da sempre designato un’area geografica, che deriva da “Peleshet”, un nome che appare di frequente nella Torah, successivamente chiamata “Philistine”.

Il nome inizia ad essere usato nel tredicesimo secolo a.e.v. da una serie di migranti del mare, provenienti dal mar Egeo e dalle isole greche, i quali si insediarono nella costa sud della terra di Canaan. Laggiù istituirono cinque città-stato indipendenti, inclusa Gaza, in una stretta striscia di terra chiamata “Philistia”, i greci e i romani la chiamarono “Palastina”.

I palestinesi, dunque, non erano arabi e neppure semiti; non avevano alcun legame etnico o linguistico e neppure storico con l’Arabia e il termine Falastin non è altro che la pronuncia araba del termine “Palastina”. Dunque, chi si può considerare palestinese? Durante il mandato britannico era la popolazione ebraica ad essere considerata palestinese, inclusi coloro che hanno servito l’esercito britannico nella Seconda Guerra Mondiale. L’indirizzo britannico fu quello di limitare l’immigrazione di ebrei. Nel 1939, il Churchill White Paper (3 giugno 1922) mette fine all’ammissione di ebrei in Palestina. Uno “stop” che avviene nel periodo in cui c’era più disperatamente bisogno di emigrare in Palestina, quello dopo l’avvento del nazismo in Europa.

Nello stesso tempo in cui sbattevano la porta in faccia agli ebrei, gli inglesi permettevano (o facevano finta di niente) il massiccio ingresso clandestino nella Palestina occidentale di arabi provenienti da Siria, Egitto, Nordafrica e via dicendo. In questo modo, sembra che dal 1900 al 1947, gli arabi sulla sponda ovest del fiume Giordano si siano quasi triplicati. Il legame degli ebrei con la Palestina risale ai tempi biblici. Quello tra gli ebrei ed Hebron, ad esempio, corre indietro ai tempi di Abramo, ma nel 1929, gruppi di arabi in rivolta cacciano la comunità, uccidendo numerosi ebrei.

A supporto della tesi che non esiste uno stato arabo chiamato Palestina, c’è una letteratura fiume. Noi ricordiamo alcune dichiarazioni, tra le più significative, come quella del professore di storia araba, Philip Hitti (uno dei più illustri), secondo cui: “There is no such thing as Palestine in history, absolutely not”, dichiarò al Anglo-American Committee of Inquiry (1946). E poi. “It is common knowledge that Palestine in nothing but southern Syria”, affermò nel 1956: Ahmed Shukairy (United Nations Security Council).




L'inesistente storia della Palestina arabo maomettano palestinese
https://www.facebook.com/HalleluHeb/vid ... 0838079851


La Mappa della Palestina: Un Falso Creato dell'AIC
Victor Scanderbeg RomanoAnalista Storico-Politico
http://www.progettodreyfus.com/la-mappa ... a-un-falso

La Mappa della Palestina è un clamoroso falso creato ad hoc negli anni’60 da un ufficio di propaganda arabo. Spesso definita come “mappa dell’occupazione israeliana in palestina” e in tanti altri modi, questa mappa ha una storia molto lunga e completamente diversa da quella che viene raccontata su molti libri, dossier, siti e social media. Dedicando due minuti alla lettura di questo articolo, avrete a disposizione tutti gli elementi per mettere a tacere il prossimo amico o lontano conoscente che condividerà questo assurdo falso storico.


Palestina: le ragioni di Israele
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2271


Gli ebrei d'Israele non hanno rubato e occupato alcuna terra altrui e non opprimono nessuno
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 205&t=2825
Gli ebrei d'Israele non hanno rubato e non hanno occupato nessuna terra altrui, nessuna terra palestinese poiché tutta Israele è la loro terra da 3mila anni e la Palestina è Israele e i veri palestinesi sono gli ebrei più che quel miscuglio di etnie legate dalla matrice nazi maomettana abusivamente definito "palestinesi" e tenute insieme dall'odio per gli ebrei e dai finanziamenti internazionali antisemiti.


Calunnie e falsità nazi-palestinesi contro Israele e gli ebrei
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 196&t=2824

Storia di Israele di Luciano Tas: 21 domande e risposte
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2765

Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele lungo i millenni
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2774

Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 141&t=2558
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Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » lun gen 18, 2021 8:25 am

Mito e demografia
17 gennaio 2021

http://www.linformale.eu/mito-e-demografia/


Uno dei miti più radicati che si sono creati relativamente al ritorno del popolo ebraico in terra di Israele, è che esso sia avvenuto a danno della “locale popolazione araba insediata in quella terra da tempo immemore”.

La breve analisi che segue vuol fornire al lettore gli elementi per comprendere che la realtà dei fatti è l’esatto opposto rispetto a quanto la propaganda ha cercato di fare credere.

Per prima cosa è necessario definire il territorio in questione. Impresa che appare più semplice oggi perché si fa riferimento a cartine che rappresentano Israele (anche se con confini talvolta controversi) o cartine che rappresentano il Mandato di Palestina, che l’ha preceduto e che ne ha sancito i confini legali per il diritto internazionale. Ma questi confini, oggi noti, sono una creazione moderna (consolidatosi in modo quasi definitivo tra il 1920 e il 1927). Infatti, nei quattro secoli precedenti – quelli del dominio ottomano – come si può ben vedere comparando le cartine 1 e 2 relative al Mandato di Palestina e alla suddivisione amministrativa ottomana dell’area fino al 1917, l’area interessata alla nostra ricerca, era suddivisa amministrativamente in maniera del tutto diversa e con criteri e logiche assai differenti. Il termine stesso di Palestina, nei 4 secoli di dominio ottomano, non era in uso essendo un termine europeo e cristiano in modo particolare.


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Al fine di procedere all’analisi dei dati demografici interessanti per la nostra ricerca, si utilizzeranno i parametri geografici e amministrativi forniti dai dati di censo (ottomani e britannici nel periodo mandatario), report di autorità ottomane, report consolari europee (redatte nel corso del 1800 quindi in periodo ottomano) e dispacci britannici e relazioni dibattute dalla Commissione Permanente dei Mandati.

L’area geografica presa in esame è quella della cartina 1 relativamente ai distretti amministrativi dei sangiaccati di Acri, Nablus e quello autonomo di Gerusalemme. Mentre per il periodo mandatario (cartina 2), si farà riferimento alla porzione occidentale del Mandato di Palestina, quella che si colloca tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, cioè quella istituita per creare lo Stato ebraico, tralasciando l’area del Mandato di Palestina ad est del fiume e denominata Transgiordania, lasciata dall’amministrazione britannica ad esclusiva pertinenza araba.

Definiti i parametri della ricerca, iniziamo ad analizzare le fonti e i dati demografici più salienti.

Le prime statistiche affidabili relative al territorio in questione sono quelle pubblicate in Inghilterra nel 1858 da Sir John Murray nelle sue famose guide. Dati ripresi dall’Enciclopedia Britannica nel 1860. A questi dati si aggiungono dati coevi redatti da missionari in loco e da consoli (russo, francese e inglese) presenti a Gerusalemme. I dati ufficiali ottomani sono molto scarsi a causa, principalmente, della guerra combattuta tra l’Impero ottomano e l’Egitto di Muhmad Alì Pashà tra il 1830 e il 1840 che devastò completamente il territorio esaminato. Una nota interessante che si può fare su Muhmad Alì Pashà – futuro capostipite della famiglia reale che regnò in Egitto fino al 1952 (fino al colpo di Stato di Nasser che detronizzò re Faruk) – è il fatto che fosse albanese. Ma come si vedrà in seguito questa mobilità all’interno dell’Impero ottomano era tutt’altro che rara.

Tutte le statistiche dell’epoca sono concordi nell’indicare il numero di abitanti complessivi (tra tutti i gruppi etnici, linguistici e religiosi) presente sul territorio, attorno alle 250.000 e le 300.000 persone (cifra che si era mantenuta stabile per circa due secoli). Se raffrontiamo questo dato con il dato sulla popolazione oggi presente in Israele e i territori amministrati dall’Autorità Palestinese (stessa superficie complessiva), che è di circa 13.500.000 persone, si capisce fin da subito che l’intera area – ad esclusione di pochi centri urbani – era pressoché disabitata fino almeno al 1850.

Per quanto concerne la composizione della popolazione, i criteri più utilizzati per descrivere i singoli gruppi erano basati sulla fede religiosa o la lingua parlata. Per questo motivo non era semplice valutare la consistenza dei gruppi etnici presenti. Comunque una prima analisi dei dati emersi dall’incrocio delle varie fonti ci fornisce i seguenti dati sulla popolazione presente:

141, 000 (musulmani stanziali di varie etnie turchi, arabi, circassi, curdi e altri)

65, 000 (beduini arabi nomadi)

55, 000 (cristiani di lingua araba ma non arabi etnicamente)

34, 000 (ebrei)

5, 000 (drusi)

Le cifre sono state arrotondate dalle fonti per difetto alle mille unità.

È molto utile comparare queste cifre con quelle del censimento ottomano del 1893 e riprese in modo più analitico dal geografo francese Vital Cuinet nel 1895, il quale compie il primo studio strutturato sulla composizione della popolazione. Dalle sue ricerche si evince che la popolazione al 1893 era cresciuta già a 457.592 unità, quindi di oltre il 50% in 35 anni, cioè una crescita demografica che non ha uguali nelle aree limitrofe che, anzi, vedono una stasi demografica generalizzata o una crescita limitata.

La cosa che colpisce di più in questo aumento della popolazione è rappresentato dalla massiccia crescita di due “gruppi” in particolare: gli ebrei, che passano da 34.000 a 59.431 unità e i “musulmani stanziali” che passano da 141.000 a ben 252.000 unità. La cosa di estremo interesse, in questa impetuosa crescita di questi due “gruppi” è che il ricercatore francese la imputa all’immigrazione. Infatti, i luoghi d’origine per gli ebrei, il ricercatore, li identifica nell’Europa dell’Est e nello Yemen. Mentre per i “musulmani stanziali” fa riferimento a diverse aree dell’Impero ottomano. Così, questo gruppo viene suddiviso, dal ricercatore francese, in turchi, curdi, circassi, bosniaci, albanesi, turcomanni e arabi. Questi ultimi sono suddivisi in base alle aree di provenienza, che corrispondono agli odierni: Egitto, Libano, Arabia Saudita, Siria, Algeria, Iraq.

I beduini (arabi nomadi) e drusi hanno una modestissima crescita rispetto alla generazione precedente. I cristiani hanno un importante aumento ma soprattutto per merito di immigrati religiosi: greci, armeni, russi e occidentali di varie confessioni.

Le cause che hanno portato a questo considerevole aumento della popolazione vanno ricercate in vari fattori: l’apertura di nuove scuole prevalentemente religiose (cristiane ed ebraiche), l’apertura di ospedali, prime e importanti bonifiche (soprattutto fatte dai pionieri ebrei), la costruzione di una sempre più moderna infrastruttura viaria. Rete viaria, indispensabile, alle nuove e vivaci attività economiche che si sono sviluate, principalmente, con la presenza di immigrati ebrei europei. Da cosa si deduce questo dato? Dal fatto che in coincidenza all’ampliamento o alla costruzione di nuovi insediamenti ebraici sparsi per il territorio, si è verificata una, e di poco successiva, crescita degli insediamenti di “musulmani stanziali” nelle zone adiacenti a quelli ebraici. In parole povere gli insediamenti ebraici attiravano nuova manodopera che non era soddisfatta con la sola immigrazione ebraica, la quale era di fatto molto limitata dai turchi. La stessa cosa si verificherà, ma con numeri ben maggiori, nel periodo mandatario.

I dati sulla popolazione totale alla vigilia della Prima guerra mondiale, parlano di una popolazione complessiva di circa 650.000 abitanti di cui 95.000 ebrei. Anche in questi anni di inizio secolo il grosso aumento della popolazione è rappresentato da ebrei e arabi immigrati. Modesti sono, invece, gli incrementi tra cristiani, beduini e drusi.

La Palestina mandataria

Ci concentreremo qui solamente sulla parte di mandato compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo e non sulla sua parte ad est, di fatto sganciata, dagli inglesi, dal mandato e amministrata in modo differente come Transgiordania.

Il primo censimento operato dall’amministrazione civile britannica, nel 1921, mostrò un drastico calo della popolazione complessiva. Ciò fu dovuto agli eventi bellici: tra il 1917 e il 1918, il territorio si trovò in prima linea negli scontri tra inglesi e turchi. Questi duri combattimenti causarono la morte di moltissime persone sia a causa degli scontri armati, sia come conseguenza delle razzie turche. A questo si aggiunse la momentanea emigrazione di parte della popolazione sia tra gli arabi (che avevano case e famiglie in altri parti dell’Impero), che tra gli ebrei e i cristiani (non tutti ancora cittadini ottomani).

Il più indicativo censimento britannico, quello del 1931, riporta una popolazione totale del mandato di 969.268 abitanti. Quindi con un incremento demografico di oltre il 50% rispetto al 1914. Di questa popolazione complessiva il 14% (circa 135.000 persone) è definita “di recente immigrazione”, la cui cospicua maggioranza è descritta come ebraica, mentre quella musulmana e cristiana è percentualmente molto ridotta.

Gli inglesi utilizzavano alternativamente il termine “musulmano” o “arabo” senza fare altre distinzioni etniche. Ma sono diverse le cose che colpiscono dei dati forniti dagli inglesi. Da un lato si rileva l’accento posto sull’incremento della popolazione ebraica come frutto dell’immigrazione – è bene ricordare che era lo scopo primario dell’istituzione del Mandato per la Palestina – dall’altro si mette in rilievo come la popolazione “musulmana nativa” sia cresciuta in modo “incredibile”. In altri passi ufficiali si legge di “tassi di crescita demografica senza precedenti”. In altri ancora di “prodigio demografico”. Però, una più attenta lettura degli stessi report ufficiali fa emergere che “i musulmani presenti sul territorio” parlano ben “23 lingue diverse”. In altri per la prima volta si parla della popolazione “araba cristiana che parla 21 lingue diverse”. In altri documenti si parla di ben 51 diverse lingue parlate dalla “locale popolazione araba”. Pare evidente la contraddizione dei dati forniti dalle autorità britanniche: come si può pensare ad una “crescita senza precedenti della locale popolazione araba” e attestare che questa popolazione “indigena dalla presenza millenaria nello stesso luogo” parli ben 51 lingue diverse? Pare più probabile che sia il frutto di una massiccia e recente immigrazione.

Infatti, molti rapporti ufficiosi (e corrispondenze private) di funzionari inglesi parlano apertamente di un costante e massiccio afflusso di “immigrati illegali arabi” che attraversano le “porose” frontiere del Mandato. Soprattutto quelle con la Transgiordania e la Siria. Del caso siriano è utile riportare un esempio discusso durante la 27sima sessione del giugno 1935, da parte della Commissione permanente dei mandati a Ginevra, nella quale si parla del rapporto ufficiale del Governatore della regione di Hauran in Siria del 12 agosto 1934. In questo rapporto si stigmatizza, con allarmismo, l’emigrazione, in pochi mesi, di circa 35.000 persone verso la Palestina. E’ opportuno ricordare che nello stesso anno (1934) gli immigrati ebrei in Palestina furono 45.267 (la cifra più alta in un singolo anno assieme al 1935). Nonostante questi dati le autorità britanniche hanno sempre definito “insignificante” l’immigrazione araba contrariamente a quella ebraica – numericamente simile – ma definita dalle stesse autorità come “allarmante”.

Quindi, anche le cifre del primo censimento britannico (1931) che attestano una presenza “araba” o musulmana” di oltre 700.000 persone rispetto alle 550.000 ante Prima guerra mondiale, smentiscono il mito che l’immigrazione ebraica abbia causato l’allontanamento della popolazione araba dal territorio. Anzi, anche negli anni ’20 e ’30 è vero il contrario: l’immigrazione ebraica è stata un catalizzatore per la contestuale immigrazione araba. Anche in questi anni, infatti, gli insediamenti arabi crescono numerosi vicino a quelli ebraici e nelle grandi città come Gerusalemme, Haifa, Tel Aviv-Giaffa a popolazione mista.

Nel 1947, quando gli inglesi, decisero di rinunciare al mandato, la popolazione complessiva veniva indicata attorno a 1.940.000 abitanti, dei quali 1.310.000 arabi e 630.000 ebrei. Anche in questo caso con una crescita demografica che ha portato a raddoppiare la popolazione rispetto al 1931. E’ da notare come, ormai, da diversi anni si parlava esclusivamente di popolazione ebraica e araba senza nessuna distinzione delle sue diverse componenti (beduini, drusi, cristiani e arabi di nuova immigrazione). Infatti anche la commissione Angolo-Americana, del 1945, in un suo rapporto ufficiale dichiarò “che la crescita naturale della comunità araba nel Mandato per la Palestina è stata la cosa più incredibile nella storia sociale del Mandato”.

La dimostrazione che questi report siano privi di fondamento è dimostrato dal fatto che il tasso di natalità attribuito alla “locale popolazione araba” in quel determinato periodo storico, non ha uguali né in tutto il Medio Oriente né in Europa ma solo negli USA che era un paese a forte immigrazione.

In conclusione, si ribadisce che l’evidenza dei dati, dimostra in modo inequivocabile che nelle aree di forte presenza degli insediamenti ebraici (fascia costiera, valle di Esdraelon, Galilea, Gerusalemme) la popolazione araba (ad esclusone di beduini nomadi e cristiani) è cresciuta da 92.300 abitanti del 1893 a circa 463.000 del 1947 (la popolazione è quintuplicata). Mentre nelle aree (Giudea, Samaria e Gaza) con modesta presenza ebraica la popolazione araba è cresciuta da 233.500 abitanti del 1893 a 517.000 del 1947 (la popolazione è poco più che raddoppiata). Quindi non vi sono dubbi che la presenza ebraica abbia favorito l’immigrazione araba e non la sua emigrazione.
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Messaggioda Berto » ven apr 16, 2021 6:40 pm

Il segretario di stato Blinken ascolta le cifre false che gli pervengono da chi vuole nascondere la verità, tanto per cambiare. Ed allora ecco qui di seguito alcune cifre corrette relative alla demografia in Israele:
Emanuel Segre Amar
16 aprile 2021

https://www.facebook.com/emanuel.segrea ... 2136777873

- I nuovi nati ebrei nel 2020 sono stati il 68% più numerosi che nel 1995, mentre gli arabi lo sono stati dell’ 16%
- Il numero dei figli delle donne laiche è cresciuto negli ultimi 25 anni, mentre è diminuito quello delle ultra-ortodosse
- Le donne israeliane che lavorano sono seconde al mondo dietro quelle dell’Islanda
- Nel 1969 le donne arabe facevano 6 volte il numero di figli delle ebree, mentre nel 2019 le ebree hanno un tasso di fertilità pari al 3,09% (3,27% se il padre è un sabra), e le arabe sono al 2,98
- I morti ebrei nel 2020 sono aumentati rispetto al 1996 solo di 1/3 (e pari al 32% delle nascite rispetto al 40% del 1995), denotando una popolazione mediamente più giovane, mentre tra gli arabi sono aumentati del 103%, denotando una popolazione più anziana
- Le aspettative di vita tra gli arabi israeliani (78 anni per gli uomini, 82 per le donne) sono simili a quelle degli americani e superiori a quelle dei paesi arabi
- Gli emigrati (arabi ed ebrei) sono calati rispetto al 1990 da 14200 a 6/7000
- Ci sono ca 500.000 persone che intendono fare la aliyah
- Gli arabi-palestinesi conteggiano nelle loro statistiche 500.000 persone residenti all’estero da almeno 1 anno
- 350.000 arabi residenti a Gerusalemme sono conteggiati 2 volte nelle statistiche degli arabi-palestinesi
- Oltre 100.000 arabi-palestinesi di Gaza sposati con arabi israeliani sono conteggiati 2 volte nelle statistiche degli arabi
- 350.000 arabi-palestinesi della Giudea-Samaria emigrati dal 1950 (occupazione giordana) sono tuttora conteggiati nelle statistiche arabo-palestinesi
- La World Bank nel 2006 calcolò una diminuzione della popolazione arabo-palestinese del 24%, mentre per l’Autorità Palestinese era cresciuta dell’8%
- La fertilità delle donne arabo-palestinesi era di 9 figli nel 1960, adesso di 3,02
- L’età media degli arabo-palestinesi della Giudea e Samaria è di 22 anni, mentre nel 2005 era di 18 anni
- La fertilità delle donne arabe è calata ovunque tranne che nelle regioni sub-sahariane
- Non vengono registrate nelle statistiche arabo-palestinesi tutte le morti (risultano tuttora in vita persone nate nel 1845...)
- mentre a Gerusalemme la popolazione è sempre stata a maggioranza ebraica fin dal primo censimento di metà ‘800, nell’insieme del territorio che oggi è Israele la popolazione ebraica era del 9% nel 1897, del 39% nel 1967, e del 68% oggi (da estrema minoranza gli ebrei sono diventati la grande maggioranza)
SE QUALCUNO DI VOI CONOSCE PERSONALMENTE IL SEGRETARIO DI STATO BLINKEN, O I DUE PRESIDENTI JOE E KAMALA, È PREGATO DI FORNIRE LORO QUESTE CIFRE CORRETTE.
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Messaggioda Berto » lun mag 24, 2021 11:37 am

La questione della proprietà della terra non può essere distinta dal conflitto. A chi appartiene la Terra di Israele?
Alcuni arabi ritengono che gli ebrei d’Europa siano andati in Israele.
Essi ritengono che Israele sia un’impresa colonialista. Ecco qui alcuni punti da tenere ben in mente:

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 0472419360

1. 2000 anni fa, vi era una sovranità ebraica nella terra di Israele. Siamo chiamati ebrei (“giudei”) perché l’ultima tribù esiliata dalla Terra di Israele era la tribù di Giuda.
2. Gli ebrei hanno continuato a vivere nella Terra di Israele da tempo immemore. Gli ebrei hanno sempre vissuto nella Terra di Israele. Ciò non è vero per gli arabi. Gli arabi sono arrivati nel Medio Oriente con la Conquista Araba nel 7settimo secolo D.C. in questo senso, sono loro ad essere i colonialisti. Gli ebrei sono gli indigeni della Terra di Israele.
3. Fin dalla distruzione del regno sovrano ebraico da parte dei Romani 2000 anni fa, nessun’altra sovranità ha presieduto la terra di Israele. Solo Imperi: romani, bizantini, mammalucchi, ottomani e infine gli inglesi che hanno ricevuto un Mandato sulla Palestina per creare una patria ebraica in Israele.
4. Il nome Palestina è stato dato all’area (che includeva la Siria) per eliminare la memoria degli ebrei da quell’area. Non vi era alcuna connessione tra il nome Palestina e gli Arabi. Ricordiamo ancora - in quegli anni gli Arabi si trovavano nella Penisola Arabica e neanche lontanamente vicino al Medio Oriente.
5. Ancora sotto il mandato Britannico, gli ebrei venivano chiamati palestinesi, e gli arabi venivano chiamati “Arabi”. Non vi è niente nel nome “Palestina”, prima del 1948, che non apparteneva agli ebrei.
a.Quello prima chiamato “Palestine Post” è oggi il “Jerusalem Post”. Il nome è stato cambiato nel 1951. Il proprietario voleva spostarsi a Tel Aviv, e l’Editore voleva rimanere a Gerusalemme. Nel 1951 nessuno pensava si riferisse agli arabi.
b. La filarmonica palestinese è l’Orchestra filarmonica ebraica.
c. la Palestine Bank è la Banca del movimento sionista. Oggi chiamata “Bank Leumi”. E chi più ne ha più ne metta. Potete notarlo nei simboli della Bandiera (che è molto più affine alla bandiera israeliana che a quella degli arabi), squadre sportive con la stella di David e così via.
6. La Terra di Israele era quasi completamente vuota. Come possiamo notare nelle descrizioni di Mark Twain. Molti ebrei ed arabi sono immigrati nella terra nel 19esimo secolo.
7. Quando degli arabi mal istruiti caricano foto di cose con il nome “Palestina”, come una moneta (nelle cui parentesi è scritto Eretz Israel, terra di Israele), non sanno che il produttore di quella valuta è la Banca Anglo-Palestinese - ancora una volta, la banca del Movimento Sionista.
8. La forma a “Shnitzel” (cotoletta) dello Stato di Israele è dovuta ad accordi di Pace, guerre, ancora accordi pace, ancora guerre, ed altri accordi di pace. Si tratta di una strana forma. Ciò che è ancora più bizzarro, è che questa è la forma reclamata dagli arabi. Si tratta di una forma venuta fuori assolutamente “per caso”. Non vi era questa forma prima di 100 anni fa. Israele sarebbe dovuta essere molto più grande. Perché allora essi reclamano questa forma? Questo è perché la loro non una “narrativa” storica bensì “negativa”.
9. Meno di un secolo fa, quando le persone richiedevano la liberazione della Palestina, si richiedeva agli inglesi di restituirla agli ebrei. Questo era il significato. Agli inglesi era stato un Mandato per stabilire una “casa nazionale” per il popolo Ebraico nella terra di Israele da parte della Società delle Nazioni, e loro non erano affatto di fretta nel farlo. Invece, hanno dato circa il 70% della Terra a quella che sarebbe diventata la Giordania costituita da Arabi che non sono realmente “giordani” ed hanno lasciato che un re beduino del Regno degli Hashemite li governi. Del restante 30% l’ONU, sorto dopo il fallimento della Società delle Nazioni, ha cercato di suddividere il territorio in ebrei ed arabi. Gli Ebrei hanno accettato la suddivisione, gli Arabi no e questo ha portato ad una sanguinosa guerra per eliminare gli ebrei che ha fallito, e dalla quale è stato fondato poi lo Stato di Israele.
10. La Giordania ha illegalmente occupato Giudea e Samaria nel 1947 (durante la Guerra di Indipendenza di Israele, un anno prima della sua fondazione) e Gaza vi ha lí istituito una forza militare.
11. L’organizzazione terroristica OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) è stata istituita nel 1964. In quegli anni, Israele non aveva il controllo né della Giudea e della Samaria, né tantomeno di Gaza. Il fatto interessante è che in quegli anni nessuno ha reclamato per l’esistenza di uno Stato Arabo in quelle aree - lo Statuto dell’OLP dichiarava di voler eliminare Israele. Non molto diverso dalla situazione corrente.
12. Alcuni altri aspetti da menzionare. Metà della popolazione israeliana non è “Bianca” dall’Europa. Gli ebrei non sono “bianchi” ma questa è tutt’altra questione. Gli Ebrei esistono in ogni tipo di colore. Metà Sfaradim e metà Ashkenazim. Tutti sono originari dalla Terra di Israele. Molti di loro sono stati semplicemente deportati, e non è stato loro permesso di tornare al proprio paese.
13. Gli Arabi, esattamente come gli Ebrei, racchiudono nel loro cognome molta della loro identità. Per esempio i cognomi al-Hurani, al-Masri, al-Iraqi, mostrano il loro luogo di origine, che come potete notare, non è Israele.
14. La ragione per la quale essi reclamano di essere nativi della Terra di Israele è quella di trovare una giustificazione morale per la loro guerra. Se Israele “avesse occupato” la regione, allora è sbagliato. Ma gli Ebrei erano in questa terra prima. Gli Ebrei sono proprietari di quella Terra. Non vi è mai stato realmente un popolo palestinese, e mai vi è stato uno Stato del genere.
15. Volete una dimostrazione alle mie affermazioni? Semplice - per favore ditemi quando questo stato “Palestinese” è stato istituito. In che anno? Non potrete dimostrarlo, perché mai è esistito uno Stato del genere.
Grazie a Ran Bario Bar-Yoshafat per aver ricostruito secoli di storia, in un solo post!


I terroristi nazi maomettani palestinesi di Gaza stanno bombardando Israele che si difende
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2779
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Messaggioda Berto » sab mag 29, 2021 9:44 pm

UN LIBRO DEL 1714 PORTA LE PROVE CHE LA PALESTINA NON È MAI STATA ARABA
Michel Minaud
17 maggio 2021

https://www.facebook.com/luciano.donder ... 8523169852

L ' autore parlava perfettamente l'ebraico, l'arabo e il greco antico e le lingue europee. Il libro è stato scritto in latino. Nel 1695 venne inviato in Israele, all'epoca conosciuta come Palestina. Durante i suoi viaggi ha indagato circa 2500 posti dove vivevano persone menzionate nella Bibbia o nella Michna.

1) Ha prima mappato la Terra d'Israele.

2) Poi ha identificato ciascuno dei luoghi menzionati nella Michna o nel Talmud con la loro fonte originale Se la fonte era ebrea, l'ha elencata nelle Sacre Scritture. Se la fonte era romana o greca, ha indicato la connessione in greco o latino.

3) ha organizzato un'inchiesta demografica e un censimento di ogni comunità.

Le sue conclusioni

1. Nessun insediamento in Terra d'Israele ha un nome di origine araba.
La maggior parte dei nomi delle colonie derivano dalle lingue ebraiche, greche, latine o romane. Infatti fino ad oggi, tranne che a Ramlah, nessun insediamento arabo ha un nome arabo originale. Finora la maggior parte dei nomi delle colonie sono di origine ebraica o greca, nomi talvolta distorti in nomi arabi senza alcun senso. Non ci sono significati in arabo a nomi come Acco (Acre), Haifa, Jaffa, Nablus, Gaza o Jenin e le città di nome Ramallah, El Halil e El Kuds (Gerusalemme) mancano di radici storiche o di filologia Arabo. Nel 1696, l'anno in cui Reland fece il giro del paese, Ramallah, per esempio, si chiamava Bet'allah (dal nome ebraico Beit El) e Hebron si chiamava Hebron (Hevron) e gli Arabi chiamavano Mearat HaMachpelah El Chalil, il loro nome per l'antenato Abramo.
2. La maggior parte delle terre erano vuote, mi dispiace.
La maggior parte delle terre erano vuote, desolate e gli abitanti pochi e concentrati per la maggior parte nelle città di Gerusalemme, Acco, Tzfat, Jaffa, Tiberio e Gaza. La maggior parte degli abitanti erano ebrei e gli altri cristiani. I musulmani erano pochi, per la maggior parte dei beduini nomadi. Nablus, conosciuta come Shchem, faceva solo eccezione, perché vivevano circa 120 persone, membri della famiglia musulmana Natsha e circa 70 Shomroniti.
Nella capitale della Galilea, Nazareth, vivevano circa 700 cristiani e a Gerusalemme circa 5000 persone, principalmente ebrei e alcuni cristiani.
La cosa interessante è che Reland ha menzionato i musulmani come beduini nomadi che sono arrivati nella regione come rinforzo della manodopera edilizia e agricoltura. In altre parole lavoratori stagionali.
A Gaza, per esempio, vivevano circa 550 persone, il cinquanta per cento di ebrei e il resto principalmente cristiano. Gli ebrei crescevano e lavoravano nei loro fiorenti vigneti, frutteti di ulivi e campi di grano. I cristiani lavoravano nel commercio e nel trasporto di prodotti e merci.
Tiberio e Tzfat erano per la maggior parte ebrei e ad eccezione di menzionare i pescatori che pescano nel lago Kinneret - il lago di Galileo - un'occupazione tradizionale di Tiberio, non c'è alcun accenno alle loro occupazioni. Una città come Um el Phahem era un villaggio dove vivevano dieci famiglie, una cinquantina di persone in totale, tutte cristiane. C ' era anche una piccola chiesa maronita nel villaggio (la famiglia Shehadah).
3. Nessuna eredità palestinese o palestinese.
Il libro contraddice totalmente qualsiasi teoria postmoderna che rivendica un ′′ eredità palestinese ′′ o una nazione palestinese. Il libro conferma il legame, la rilevanza, la parentela della Terra d'Israele con gli ebrei e la mancanza assoluta di appartenenza agli arabi, che hanno rubato il nome latino Palestina e lo hanno preso per loro.
Adrian Reland (1676-1718), orientalista olandese, nacque a Ryp, studiò a Utrecht e Leiden ed è stato professore di lingue orientali successivamente ad Harderwijk (1699) e Utrecht (1701). Le sue opere più importanti sono Palaestina Ex monumentis veteribus illustrata (Utrecht 1714) e Antiquitates sacrae veterum Hebraeorum.
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Messaggioda Berto » sab lug 10, 2021 6:47 am

LA VERITÀ SUGLI EBREI IN ERETZ ISRAEL, O PALESTINA
(Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972).

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4786604731

Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani. Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani. Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000. Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. È quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione.
Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, il nazismo in Germania già perseguitava i suoi 500.000 cittadini ebrei. Le disperate richieste di quegli ebrei di essere accolti nei paesi democratici al fine di evitare quello che già si profilava chiaramente come il loro tragico destino, vennero respinte.
Nel luglio 1938, i rappresentanti di trentuno paesi democratici s’incontrarono a Evian, in Francia, per decidere la risposta da dare agli ebrei tedeschi. Ebbene, nel corso di quella Conferenza, la risposta fu che nessuno poteva e voleva farsi carico di tanti profughi. Dal canto suo la Gran Bretagna, potenza mandataria della Palestina, venendo meno al solenne impegno assunto verso gli ebrei nel 1917 di creare una National Home ebraica in Palestina, nel 1939 chiudeva la porta proprio agli ebrei con il suo Libro Bianco, nel vano tentativo d’ingraziarsi gli arabi.
È stata questa doppia chiusura a condannare a morte prima gli ebrei tedeschi e poi, via via che la Germania nazista occupava l’Europa, gli ebrei austriaci, cechi, polacchi, francesi, russi, italiani, e così via. Il costo per gli ebrei d’Europa, che contavano allora una popolazione di dieci milioni, fu di sei milioni di assassinati, inclusi un milione e mezzo di bambini. Appena finita la seconda guerra mondiale i 5/600.000 ebrei superstiti, in massima parte originari dell’Europa orientale, si trovarono senza più famiglia, senza amici, senza casa, senza poter rientrare nei loro paesi, dove l’antisemitismo divampava (in Polonia ci furono sanguinosi pogrom persino dopo la guerra, e nell’Unione Sovietica Stalin dava l’avvio a una feroce campagna antiebraica).
Tra il 1945 e il 1948 nessun paese occidentale, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, volle accogliere neanche uno di quel mezzo milione di ebrei “displaced persons”, come venivano definiti dalla burocrazia alleata. La Palestina, malgrado la Gran Bretagna e il suo Libro Bianco, sempre in vigore anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non fu quindi una scelta, ma l’unica speranza, cioè quella del “ritorno” a una patria, all’antica patria, una patria dove da tempo si era già formata una infrastruttura ebraica.
Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica.
Chiunque abbia viaggiato e vissuto nei paesi arabi durante le guerre del 1947-1973, sa che l’intera coalizione araba (Egitto, Siria, Iraq e Giordania) con il sostegno dei paesi arabi moderati, avevano un solo scopo che non veniva tenuto celato: il compito non era dare una patria ai palestinesi. Era cancellare ed annientare lo Stato di Israele.Le tragiche vicende che hanno successivamente tormentato il popolo palestinese sono state sempre per mano araba. Due i fatti impossibili da dimenticare: lo sterminio dei palestinesi in Giordania per mano di re Hussein e delle sue artiglierie, dove, solo il primo giorno del terribile “Settembre Nero” si contarono 5.000 morti; le stragi nel Libano, dove i palestinesi sono stati assediati ed attaccati, distrutti e costretti alla fuga dai miliziani sciiti di “Amal” e dai siriani.
Così scriveva Montanelli: “Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.”
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