Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 6:58 am

Diritto di autodeterminazione: il caso veneto
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 196&t=2796


Il diritto dei popoli all'autodeterminazione e le demenzialità dei venezianisti
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 0393667038

Questi presuntuosi, esaltati e ottenebrati venetisti non si rendono conto, non hanno la coscienza che loro non sono il Popolo Veneto ma solo una minima parte di questo Popolo e che il diritto all'autodeterminazione appartiene al Popolo Veneto e in democrazia alla sua maggioranza e non a una minoranza trascurabile o insignificante anche se molto presuntuosa.
La stragrande maggioranza dei veneti finora si è sempre manifestata per autodeterminarsi politicamente come veneta e italiano, nello stato italiano.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:00 am

???

L’Autodeterminazione va esercitata

Pubblicato 29 giugno 2015 | Da daniele

http://www.life.it/1/lautodeterminazion ... #more-5853

Una volta possedevo un cagnolino bello, bravo, buono, intelligente ma troppo obbediente. Bastava legarlo con un filo di cotone da cucire, inadatto a trattenere un qualsiasi cane, ma tant’era che lui si sentiva legato come se avesse avuto una pesante catena al collo. Il Popolo Veneto assomiglia a questo mio cagnolino: è tenuto in schiavitù da un esile filo che si chiama LEGGE ITALIANA che non può reggere il peso dell’esercizio del DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE normato da Patti Internazionali ratificati dall’Italia che hanno prevalenza sul diritto interno italiano.

Spero , qui sotto di riuscire a spiegare questo concetto perché, capito questo, il Popolo Veneto sarà LIBERO!

L’Autodeterminazione di un popolo non è un concetto astratto, teorico, è un DIRITTO che la comunità internazionale degli Stati riconosce ad ogni singolo Popolo.

IL PATTO INTERNAZIONALE RELATIVO AI DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI, nonché Il PATTO INTERNAZIONALE RELATIVO AI DIRITTI CIVILI E POLITICI, riconoscono ai popoli il diritto di Autodeterminazione nonché di trattenere le risorse, per questo scopo, infatti:

PARTE PRIMA

Articolo 1

1. Tutti i Popoli hanno diritto di autodeterminazione. In virtù di questi diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.

2. Per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali, senza pregiudizio degli obblighi derivanti dalla cooperazione economica interazionale, fondata sul principio del mutuo interesse e dal diritto internazionale. In nessun caso un popolo può essere privato dei propri mezzi di sussistenza.

I Patti, impongono agli Stati aderenti, norme vincolanti di comportamento, infatti:

PARTE PRIMA

Articolo 1

3. Gli Stati parti del presente patto, ivi compresi quelli che sono responsabili dell’amministrazione di territori non autonomi e di territori in amministrazione fiduciaria, debbono promuovere l’attuazione del diritto di autodeterminazione dei popoli e rispettare tale diritto, in conformità alle disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite

PARTE SECONDA

Articolo 2

1. Ciascuno degli Stati parti del presente Patto si impegna ad operare, sia individualmente sia attraverso l’assistenza e la cooperazione internazionale, specialmente nel campo economico e tecnico, con il massimo delle risorse di cui dispone, al fine di assicurare progressivamente con tutti i mezzi appropriati, compresa in particolare l’adozione di misure legislative, la piena attuazione dei diritti riconosciuti nel presente Patto.

2. Gli Stati parti del presente Patto si impegnano a garantire che i diritti in esso enunciati verranno esercitati senza discriminazione alcuna, sia essa fondata sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, l’opinione politica o qualsiasi altra opinione, l’origine nazionale o sociale, la condizione economica, la nascita o qualsiasi altra condizione.

Articolo 5

1. Nessuna disposizione del presente Patto può essere interpretata nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato, gruppo o individuo di intraprendere attività o di compiere atti miranti a sopprimere uno dei diritti o delle libertà riconosciuti nel presente Patto ovvero a limitarlo in misura maggiore di quanto è previsto nel Patto stesso.

Ora è chiaro che l’Autodeterminazione dei Popoli è un Diritto inalienabile, tutelato anche da obblighi che gli Stati ratificanti si sono assunti.

L’Italia ha ratificato questi Patti e li ha resi propri con la legge 881/77 impegnandosi nel contempo a riconoscere il DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI e a tutelarlo.

Ancor più, esiste nell’ordinamento italiano, un principio per il quale:

L’ESERCIZIO DI UN DIRITTO PREVISTO DALLE NORME NON LEDE NESSUNO.

Nel diritto penale, l’esercizio di un diritto è una causa di giustificazione prevista nell’art. 51 del codice penale italiano: ” L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità“. Non può quindi essere punito chi nell’esercizio di un diritto, compia atti o fatti che integrino una fattispecie preveduta dalla legge come reato.

Un’applicazione che ha tratto ispirazione dalla massima facente parte del diritto romano, dal latino iure suo utitur, neminem laedit (lett. Colui che esercita un proprio diritto, non lede nessuno). Infatti la ratio della non punibilità va ricercata nel principio di non contraddizione dell’ordinamento giuridico che non può concedere la facoltà di agire e al tempo stesso vietare l’esercizio di quella stessa facoltà.

Ecco perché':

IL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO VENETO VA ESERCITATO;

NON ABBISOGNA DI RICONOSCIMENTO ALCUNO;

NON VIOLA ALCUNA NORMA TANTOMENO PRINCIPII VARI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA.

Il madornale errore che troppi Veneti continuano a fare è di ritenere che tale diritto debba essere riconosciuto (chissà da chi?) e si debbano seguire vie legali (quali vie non è chiaro!).

I due trattati citati possiedono una caratteristica ineguagliabile da qualsiasi norma di diritto italiano: la chiarezza. C’è una spiegazione logica di questa estrema semplicità nel linguaggio: i Trattati originari sono scritti in lingua inglese, lingua molto più sobria ed essenziale rispetto all’italiano che, eccessivamente articolato si presta, a interpretazioni cavillose che arrivano a trasformare una stessa norma da eccessivamente permissiva ad eccessivamente punitiva, a danno della certezza del diritto. I testi sono stati tradotti in italiano da traduttori e non da machiavellici estensori di norme mantenendo così l’essenzialità della forma inglese.

Divertiamoci a leggere queste norme, due, tre, quattro volte; leggiamole ai nostri bambini che le capiranno facilmente, impariamole a memoria, se necessario per capire che il Diritto di Autodeterminazione VA ESERCITATO.

Le elezioni del Popolo Veneto del 2009, organizzate da LIFE-Autogoverno del Popolo Veneto, il Plebiscito del 2014 organizzato da Plebiscito.eu, la costituzione di un Governo, di un Parlamento, di un Tribunale, di organi di Polizia ed anche di un Esercito non sono altro che l’ ESERCIZIO DEL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO VENETO.

L’Italia non può ostacolarne l’ESERCIZIO deve prendere atto della volontà del Popolo Veneto, promuovere e rispettare il suo DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE perché i Patti sanciti lo impongono: PACTA SUNT SERVANDA e l’Italia non può sottrarsene senza violarli e diventare oggetto della condanna internazionale.

Daniele Quaglia


Pento Alberto

Vero, ma cogna k'a ghe sipia el popoło e no 4 gati ke se dixe popoło. Ghe vol miłioni de veneti ke łi se diga "popoło veneto" e dapò łi podarà exerçidar ła so aotodeterminansa ... ma fina kè a ghè lomè 4 gati e do pantegane no ghè gnaon popoło veneto. Ghe vol ła forsa de on popoło, de milioni de omani par determinarse e no łe ciacołe de coalke dexina, o sentenara o miłara de parsone ke łe se dixe venete.
Par el stado tałian l'ognoło popoło lè coeło tałian e gnanca łè megnoranse łengoesteghe łe xe popoło a sè. Parké i veneti łi sipia on popoło difarente da coeło tałian łi ga da farlo vedar al mondo mostrandose a miłioni come veneti pì ke tałiani come ke łi fa deso: a łe olteme ełesion 2 miłioni łi se ga manefestà come tałiani e lomè 100 miła come veneti; difiçiłe ke co sti nomari a posa esarghe on popoło veneto e on dirito de aodeterminarse.


I veneti del Veneto xełi on popoło e na megnoransa nasional?
viewtopic.php?f=183&t=1731
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:00 am

Diritto di autodeterminazione: il caso veneto, una domanda da farsi.

https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 4956726250


Di recente mi è capitato di pensare qualcosa a cui non avevo mai pensato prima e su cui nessun'altro veneto aveva appuntato la riflessione personale e richiamato quella collettiva.
Vi sono molti veneti, tra la minoranza "veneta venetista", che rivendicano ai quattro venti il loro diritto all'autodeterminazione, citando leggi, convenzioni, carte, dichiarazioni nazionali e internazionali.

Nessuno di costoro però si è mai posto il problema:

In Veneto la maggioranza dei cittadini residenti, con diritto di voto, si presume che almeno all'80% sia etnico/storicamente veneta da più generazioni;
ora di questo 80% almeno il 95% si dichiara in vario modo (tra cui il voto) veneto-italiana favorevole allo stato italiano, mentre un minoranza minima, circa il 5%, si dichiara veneta non italiana e si promuove come indipendentista.

Ora io mi chiedo, ma il diritto dei veneti all'autodeterminazione ce l'hanno solo i veneti che vorrebbero l'indipendenza o anche i veneti che non la vogliono e che si sentono audeterminati come veneti-italiani nello stato italiano?
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:07 am

Diritto di autodeterminazione: il caso veneto, una domanda da farsi.
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 4956726250

Zago Stefano
Si chiama libertà di scelta! Se vuoi resta itagliano, o trasferisci ti in Lapponia se ti aggrada di più! Il popolo Veneto ha 3000 anni di storia, 1200 di Repubblica! Il resto sono discorsi nazicomunisti dittaturiali!

Alberto Pento
Secondo te il 95% dei veneti non hanno diritto di decidere come audeterminarsi?

I 3000 e più anni di storia dei "veneti" appartengono a tutti i veneti e non si tratta di una storia unica/stereotipica ma è una storia complessa e variamente articolata che non è in alcun modo riducibile e semplificabile a quella veneziana.

La Repubblica di Venezia non è durata 1200 anni, questo dato è falso.
A Venezia e nell'area lagunare è durata molto meno (?), e in terra è durata 400 anni circa ma non come repubblica di tutti i veneti ma solo come repubblica dei veneziani di cui gli altri veneti erano sudditi.
Io non voglio essere ancora suddito di Venezia.

Alberto Pento
Può una minoranza di meno del 5% dei veneti, arrogarsi il monopolio del diritto di autodeterminazione di tutti i veneti, anche della maggioranza del 95% dei veneti che non si riconosce in questo 5%?

Zago Stefano
Ripeto: il 5% si autodetermina? Bene vanno lasciati liberi. Gli altri verranno da soli dopo....hai presente Mosè?

Alberto Pento
Il 95% dei veneti si autodetermina come veneti-italiani, è un loro diritto primario/fondamentale che nessuno può negar loro. Di fronte al mondo, il diritto del 95% dei veneti è superiore al diritto del 5%.

Fabio Turcato
Il progetto Itaglia uno è fallito!!! Forsa Popolo Veneto!!! WSM!!!

Alberto Pento
Devi convincere i veneti, la maggioranza dei veneti; al momento mi pare che i veneti non siano ancora stati convinti di quello che dici.

Fabio Turcato
È sotto gli occhi di tutti!!! I numeri parlano chiaro!!! Debito pubblico, depositi privati, pil regionale su pil nazionale, disoccupazione regionale su nazionale, disavanzo regionale su deficit nazionale, indici di performance regionali su nazionali, etc., etc... i Popoli fanno i numeri, basati sull’identità, la Storia, la cultura, le capacità, l’Arte, il benessere... gli occupanti invasori fanno i debiti!!! Schei fa schei e peoci fa peoci!!! Garibaldi camisa rossa nol ga mai creà valore aggiunto!!! Svejaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!! WSM!!!

Alberto Pento
Non ci sono occupanti invasori, sono i veneti in maggioranza ad aver voluto e a volere ancora l'Italia e lo stato italiano. Venezia a suo tempo ha fallito e tradito.

Fabio Turcato
Secondo te solamente 69 Veneti hanno votato no al Plebiscito del 1866? Va dove vivito?!?! So Marte?!?! WSM!!!

Comunque questa è l’ultima possibilità ragasi!!! Dopo rimane solamente la cittadinanza svizzera... per chi riuscirà a prenderla!!! Il progetto Itaglia è fallito!!! La maggioranza dei Veneti l’ha capito!!! WSM!!!

Alberto Pento
Sì, nel 1866 i veneti hanno votato a maggioranza per l'annessione al Regno d'Italia, checché ne dicano Beggiato e creduli seguaci.
Già prima durante la ribellione all'Austria, in Veneto si sventolava il tricolore: un esempio per tutti quello di Manin, il tricolore con il Leone di San Marco nel 1848; poi in 150 anni di stato italiano i veneti non si sono mai rivoltati e ribellati contro l'Italia, anzi si sono fatti massacrare per l'Italia nella prima guerra mondiale.
Nel 1866 potevano non andare a votare o votare in massa no; se hanno votato sì per paura, allora sono stati dei vili e hanno meritato la schiavitù o la sudditanza, come è stata vile Venezia con Napoleone.

Zago Stefano
Vai a vederti i numeri del plebuscito. Poi dimmi.

Alberto Pento
I numeri parlano chiaro e sono a favore dell'annessione. I veneti potevano votare no o disertare in massa le urne. Tutta la storia parla chiaro, basta volerla leggere veramente anche se la sua verità brutale non fa piacere. Quella dei veneti povere vittime innocenti, pure e buone è una falsità. I veneti sono responsabili della loro storia.

Fabio Turcato
Vuoi rimanere anche tu un vile?!?! Fosse vera la tua falsa analisi... io no!!! E comunque è statistica 69 su 641.758 fa lo 0,0001% Quindi anca on interdetto capisce che è stata una truffa!!! Non esiste un risultato simile in statistica!!! Deso te me ghe roto i cojoni!!! Tiente a to casso de falsità e va a cagare soe suche!!! WSM!!!

Franco Paluan
non importa in quanti che se autodetermina, quei che ze i basta, ghealtri i segue, quando se avvia el proprio sistema fiscae, in concorrenza col sistema fisce dello stato italian.

Gino Quarelo
Non esiste alcun "proprio sistema fiscale", il CNLV non ha alcun monopolio del diritto di autodeterminazione dei veneti, la sua è una pretesa demenziale, assurda e quindi verranno tutti "legalmente e giustamente condannati". Altre dovrebbero essere le difese (le modalità di difesa) dei cittadini veneti (e italiani) dalla criminalità del fisco italiano, quello della presunta autodeterminazione non è un motivo valido.

Normalmente chi viene e si sente truffato, reagisce, denuncia, si organizza e si rivolta, ... questo, i veneti, non l'hanno mai fatto contro il Plebiscito del 1866. La truffa è una invenzione, una cattiva interpretazione storica di Ettore Beggiato. Ben altra è l'analisi che si dovrebbe fare del/sul Risorgimento Italiano a cui i veneti hanno aderito per varie ragioni, tra cui quella che in Veneto, Venezia non aveva mai promosso un popolo, una nazione e uno stato repubblicano a sovranità di tutti i veneti; un'altra ragione è l'illusione creata dai falsi miti risorgimentali.

Fabio Turcato
Gino Quarelo se tuti ragionase come ti no se faria on casso... pa fortuna che e teste xe diverse... WSM!!!

Gino Quarelo
Normalmente chi viene e si sente truffato, reagisce, denuncia, si organizza e si rivolta, ... questo, i veneti, non l'hanno mai fatto contro il Plebiscito del 1866. La truffa è una invenzione, una cattiva interpretazione storica di Ettore Beggiato. Ben altra è l'analisi che si dovrebbe fare del/sul Risorgimento Italiano a cui i veneti hanno aderito per varie ragioni, tra cui quella che in Veneto, Venezia non aveva mai promosso un popolo, una nazione e uno stato repubblicano a sovranità di tutti i veneti; un'altra ragione è l'illusione creata dai falsi miti risorgimentali.

Zago Stefano
Veramente anche Montanelli ha definito il plebiscito una " burletta".ma evidentemente chi ha un quarelo al posto del cervello, preferisce far finta di aver studiato, citando banalità alla CDC! Non si può cavare il sangue dalle rape!

Gino, non inganni nessuno non preoccuparti! Non conti un c! Quanta boria!

Fabio Turcato
Zago Stefano grande!!! WSM!!!

Fabio Turcato
El Popolo Veneto no ga rivali al mondo!!! No ghe xe na etnia che possa ciavarghe!!! Noialtri incuemo che altri!!! Evidentemente Gino xe pasivo!!! WSM!!!

Alberto Pento
Inculare il prossimo non è un valore universale e nemmeno cristiano. Non è certo una qualità onorevole fregare, ciavare, inculare ... . Poi se si guarda la storia da un certo punto di vista son almeno 220 anni che i veneti hanno le braghe calate a cominciare da con Napoleone. Da un altro punto di vista, i veneti non si sono mai riconosciuti e accettati tutti come fratelli e con pari dignità e non hanno mai costruito una unità/identità di popolo, di nazione, di stato. Ancora oggi sono prevalenti i veneti che dicono agli altri veneti: tu non conti niente.

Fabio Turcato
Senti Pentimento, mi e ti no ndemo d’accordo!!! Quindi no se capimo!!! Parlemo naltra lingua!!! Mi de queo che te scrivi e pensi ti, no me ne ciava on casso!!! Dunque va a cagare e vivete a vita che te voi!!! Buona serata a non risentirti note!!! WSM!!!

Alberto Pento
Imbecille non permetterti più di parlare a nome dei veneti, gente come te non rappresenta i veneti, certamente non rappresenta me.

Franco Paluan
alberto Autodeterminazione dei popoli
Nell'applicazione concreta il principio di autodeterminazione dei popoli risente più di altri, a causa della sua natura e della contraddittorietà con i principi di "conservazione" dello Stato, della carenza di organi preposti all'attuazione del diritto delle relazioni internazionali.
Nel periodo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, ci si è avvalsi di tale principio, oltre che nelle situazioni di tensione connesse con il processo di decolonizzazione,anche in numerosi casi di diversa natura.
In tema di decolonizzazione basterà ricordare che le Nazioni Unite, le quali nel 1959 contavano 83 membri, attualmente ne registrano 191 su 193 (non ne fanno parte Città del Vaticano e Taiwan).

Fra i Paesi pervenuti all'indipendenza (o comunque creatisi),dopo la fine della II guerra mondiale, sotto gli auspici (se nonper effetto) del principio in esame vanno annoverati:

DATA STATO STATO AMMINISTRATORE
1) 17/08/1945 INDONESIA Paesi Bassi
2) 01/03/1946 GIORDANIA Regno Unito
3) 17/04/1946 SIRIA Francia
4) 12/06/1946 FILIPPINE Stati Uniti
5) 18/07/1947 PAKISTAN Regno Unito
6) 15/08/1947 INDIA Regno Unito
7) 04/01/1948 MYANMAR (fino al 1989: Birmania) Regno Unito
8) 04/02/1948 SRI LANKA (fino al 1972: Ceylon) Regno Unito
9) 14/05/1948 ISRAELE Regno Unito
10) 15/08/1948 COREA DEL SUD Giappone
11) 08/09/1948 COREA DEL NORD Giappone
12) 08/12/1949 TAIWAN (fino al termine della II guerra mon -
diale sotto amministrazione giapponese;quindi occupata dal-
le forze cinesi anticomuniste);
13) 24/12/1951 LIBIA (fino al termine della II guerra mon iale sotto amministrazione italiana; quindi britannica);
14) 20/07/1954 CAMBOGIA Francia
20/07/1954 LAOS Francia
16) 01/01/1956 SUDAN Regno Unito/Egitto
17) 28/03/1956 MAROCCO Francia
18) 20/07/1956 TUNISIA Francia
19) 06/03/1957 GHANA Regno Unito
20) 31/08/1957 MALAYSIA Regno Unito
21) 02/10/1958 GUINEA Francia
22) 19/02/1959 CIPRO Regno Unito
23) 27/04/1960 TOGO Francia
24) 26/06/1960 MADAGASCAR Francia
25) 30/06/1960 REP.DEM.CONGO Belgio
(dal 30/6/60 al 26/10/71: CONGO/KINSHASA; dal 27/10/71 al
16/5/97: ZAIRE; dal 17/5/97 con il nome attuale)
26) 01/07/1960 SOMALIA Italia
27) 01/08/1960 BENIN (fino al 1974: Dahomey) Francia
28) 03/08/1960 NIGER Francia
29) 05/08/1960 BURKINA FASO Francia
(fino al 3/8/1984: Alto Volta)
30) 07/08/1960 COSTA D'AVORIO Francia
31) 13/08/1960 REP.CENTRAFRICANA Francia
32) 15/08/1960 CONGO Francia
33) 17/08/1960 GABON Francia
34) 19/08/1960 CIAD Francia
35) 11/09/1960 SENEGAL Francia
36) 22/09/1960 MALI Francia
37) 01/10/1960 NIGERIA Regno Unito
38) 28/11/1960 MAURITANIA Francia
39) 01/04/1961 SIERRA LEONE Regno Unito
40) 19/06/1961 KUWAIT Regno Unito
41) 01/10/1961 CAMERUN Regno Unito/Francia
42) 01/01/1962 SAMOA Nuova Zelanda
43) 01/07/1962 BURUNDI Belgio
01/07/1962 RUANDA Belgio
45) 03/07/1962 ALGERIA Francia
46) 06/08/1962 GIAMAICA Regno Unito
47) 31/08/1962 TRINIDAD e TOBAGO Regno Unito
48) 09/10/1962 UGANDA Regno Unito
49) 12/12/1963 KENYA Regno Unito
50) 25/04/1964 TANZANIA (dalla fusione di Tanganica - in
amministrazione fiduciaria al Regno Unito - indipendente
dal 9/12/1961, con Zanzibar - protettorato britannico -
indipendente dal 10/12/1963);
51) 16/07/1964 MALAWI Regno Unito
52) 21/09/1964 MALTA Regno Unito
53) 24/10/1964 ZAMBIA Regno Unito
54) 18/02/1965 GAMBIA Regno Unito
55) 26/07/1965 MALDIVE Regno Unito
56) 09/08/1965 SINGAPORE (fino al 1963 colonia britannica,
dal 1963 al 1965 facente parte della federazione malese);
57) 26/05/1966 GUYANA Regno Unito
58) 20/09/1966 BOTSWANA Regno Unito
59) 04/10/1966 LESOTHO Regno Unito
60) 30/11/1966 BARBADOS Regno Unito
61) 31/01/1968 NAURU Australia
62) 12/03/1968 MAURIZIO Regno Unito
63) 06/09/1968 SWAZILAND Regno Unito
64) 12/10/1968 GUINEA EQUATORIALE Spagna
65) 04/06/1970 TONGA Regno Unito
66) 10/10/1970 FIGI Regno Unito
67) 17/12/1970 OMAN Regno Unito
68) 14/08/1971 BAHREIN Regno Unito
69) 03/09/1971 QATAR Regno Unito
70) 02/12/1971 EMIRATI ARABI UNITI Regno Unito
71) 16/12/1971 BANGLADESH (in forza del distacco dal Paki-
stan, di cui costituiva la parte orientale);
72) 10/07/1973 BAHAMA Regno Unito
73) 07/02/1974 GRENADA Regno Unito
74) 10/09/1974 GUINEA BISSAU Portogallo
75) 25/06/1975 MOZAMBICO Portogallo
76) 05/07/1975 CAPO VERDE Portogallo
77) 06/07/1975 COMORE Francia
78) 12/07/1975 SAO TOME' e PRINCIPE Portogallo
79) 16/09/1975 PAPUA NUOVA GUINEA Australia
80) 11/11/1975 ANGOLA Portogallo
81) 26/11/1975 SURINAME Paesi Bassi
82) 29/06/1976 SEICELLE Regno Unito
83) 02/07/1976 VIETNAM (in seguito alla riunificazione di
Vietnam del Nord e Vietnam del Sud - colonie francesi -
indipendenti dal 20/07/1974);
84) 27/06/1977 GIBUTI Francia
85) 07/07/1978 SALOMONE Regno Unito
86) 01/10/1978 TUVALU Regno Unito
87) 03/11/1978 DOMINICA Regno Unito
88) 22/02/1979 SAINT LUCIA Regno Unito
89) 16/07/1979 KIRIBATI Regno Unito
90) 27/10/1979 SAINT VINCENT e GRENADINE Regno Unito
91) 18/04/1980 ZIMBABWE Regno Unito
92) 30/07/1980 VANUATU Regno Unito/Francia
93) 21/09/1981 BELIZE Regno Unito
94) 01/11/1981 ANTIGUA e BARBUDA Regno Unito
95) 19/09/1983 SAINT KITTS e NEVIS Regno Unito
96) 01/01/1984 BRUNEI Regno Unito
97) 21/03/1990 NAMIBIA Sudafrica
98) 22/05/1990 YEMEN (dalla fusione di Yemen del Nord, in-
dipendente dal 27/09/1962 e Yemen del Sud, indipendente
dal 20/11/1967, già protettorato britannico);
99) 22/12/1990 MARSHALL Stati Uniti
22/12/1990 STATI FEDERATI di MICRONESIA Stati Uniti
101) 25/04/1993 ERITREA (tramite distacco dall'Etiopia)
102) 01/10/1994 PALAU Stati Uniti
103) 20/05/2002 TIMOR EST (tramite distacco dall'Indonesia)
104) 25/12/2014 REPUBBLICA VENETA (AUTODETERMINAZIONE).
Al di fuori del contesto anticolonialistico, il principio è stato invocato anche nelle recenti formazioni degli Stati (vedi sopra) nati dalle dissoluzioni di Cecoslovacchia, Jugoslavia e Unione Sovietica.
Fra le questioni internazionali aperte e nelle quali l'autodeterminazione è richiamata da popoli o Stati figurano,oltre alla ben nota questione palestinese, fra le tante, quelle relative alle isole Falkland ed a Gibilterra (possedimenti britannici) al Sahara Occidentale (annesso unilateralmente dal Marocco al proprio territorio), all'isola di Guam (ammininistrata dagli Stati Uniti), alla Cecenia (repubblica compresa nella federazione russa), ai Curdi, ai Kosovari, ai Baschi, etc.


Alberto Pento
Franco Paluan, il 5% dei veneti non è il popolo veneto e non rappresenta il popolo veneto e il diritto di questa minoranza non è il diritto del popolo veneto che è rappresentato dal 95% che si sente italiano. L'autodeterminazione si applica alla maggioranza del 95% e non alla minoranza del 5%.
I casi da te citati non sono paragonabili al caso veneto, un esempio per tutti il caso Kosovo.


https://it.wikipedia.org/wiki/Kosovo
Secondo i dati del censimento 2011 la popolazione è per il 92,9% albanese, il 1,6 bosgnacca, il 1,5% serba e per il 4% di altre etnie (gorani, rom, turca ecc).
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:08 am

Anche la Catalogna è un caso esemplare dove gli indipendentisti si trovano in difficoltà perché non riescono ad avere una maggioranza numerica significativa e preponderante.

http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2 ... OsFNK.html

In democrazia dove vale la maggioranza numerica: conta di più la volontà del 95% dei veneti o la volontà del 5% dei veneti ?

Alberto Pento
Io credo che conti di più quella del 95% dei veneti. Mi spiace tanto ma è così.

Zago Stefano
A) il 50 % dei "veneti" è di importazione sabauda ( i cosiddetti teroni) b) l altro 50% essendo allo scuro della propria storia non sono libero di scegliere. C) Le leggi internazionali dicono altro.

Alberto Pento
No no il 95% dei veneti etnici stando ai dati delle ultime amministrative regionali: solo in 100mila hanno votato partiti indipendentisti su 3,7 milioni di aventi diritto di voto. Purtroppo questa è la dura e cruda verità dei numeri che non si prestano ad alcuna illusione. Dopo chi vuole illudersi si illuda, pure l'illusione come la speranza non si toglie/nega/impedisce a nessuno.
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:09 am

Difetto assoluto di giurisdizione: ensemense venetiste
viewtopic.php?f=122&t=2478

Un argomento demenziale adoperato dai venetisti

Il Veneto da 72 ore non è in Italia
La regione è indipendente per effetto del taglialeggi di Calderoli
di Luigi Bacialli
https://www.italiaoggi.it/archivio/il-v ... ia-1699802

Festeggiano gli autonomisti veneti per lo sbaglio del ministero per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli, che ha cancellato il decreto con cui, nel 1866, le provincie venete e Mantova furono annesse al Regno d'Italia. Sarà, come ripetono da ieri l'altro a Roma, che la Costituzione garantisce sempre e comunque l'unità del paese, ma formalmente, a causa di una svista di un funzionario del ministro Calderoli, da 72 ore il Veneto è indipendente.

Mariano Foggiato di Unione Nordest all'apertura dell'assemblea regionale a Palazzo Ferro-Fini ha chiesto di avviare una indagine per sapere se il veneto faccia ancora parte dell'Italia.

Dello stesso tenore le parole di Loris Palmerini, presidente del governo provvisorio di «Veneto indipendente», un movimento vicino ai Serenissimi che scalaorono il campanile di San Marco, che chiede dove stia la novità visto che il Veneto non avrebbe mai cessato di essere separato dalla nazione. Il presidente del «Governo del popolo veneto» Albert Gardin liquida invece la vicenda come folcloristica e ne approfitta per promulgare le elezioni del parlamento veneto per il prossimo 25 aprile. Taglia corto l'ex assessore alle politiche sociali Stefano Valdegamberi, Udc: dopo 150 anni il Veneto rimane italiano per usucapione.

Ma agli autonomisti non basta che il direttore generale del ministero si ostini a ricordare che il regio decreto 3300 del 4 novembre del 1866 non sarebbe stato abrogato per errore proprio perché superato dalla Carta che all'articolo 131 costituisce tutte le regioni d'Italia, Veneto compreso. Risponde polemicamente l'ex presidente della Consulta Valerio Onida. Secondo il suo ragionamento, se il regio decreto che annetteva il Veneto al Regno d'Italia era inutile perché superato dalla Costituzione non aveva senso abrogarlo visto che non era in contrasto con altre norme.

Il Veneto autonomo , sia pure provvisoriamente, visto che il governo dovrà rimediare alla frittata con apposito decreto. Un sogno coltivato per anni dai movimenti che vogliono la libertà e l'autodeterminazione dei popoli realizzato con in pochi secondi con un colpo di penna. Dopo il trattato di Vienna l'Austria passò il Veneto a Napoleone che delegò il generale Leboeuf , in un informale incontro all'Hotel Europa di Venezia, a farne, ricorda lo storico Arrigo Petacco, un'elemosina ai Savoia. Poi suffragata da quella che il consigliere regionale Ettore Beggiato definisce una truffa plebiscitaria, un voto bulgaro in cui i sì all'annessione vinsero con il 99%. Sta di fatto che il Veneto oggi può essere ritenuto indipendente o francese come affermano alcuni studiosi, e non più italiano. Poche ore prima il ministero aveva combinato un altro pasticcio, cancellando cioè una vecchia legge che affidava al Comune di Venezia la gestione del Canal Grande e trasferendola così allo Stato.

Come al solito a Roma minimizzano, ma secondo l'assessore alla Mobilità e Trasporti ed ex membro del Csm Ugo Bergamo c'è poco da ridere perché, tanto per fare un esempio, il Canal non è più di competenza della polizia municipale locale che in teoria non potrà fino a nuovo ordine elevare contravvenzioni contro chi dovesse sfrecciare a tutta velocità in motoscafo tra Rialto e San Marco.

Qualcuno insinua il sospetto che non si sia trattato di un errore ma di un assist mediatico di Calderoli per il governatore Luca Zaia, che non le manda mai a dire e che ha dichiarato più volte facendo arrabbiare, si dice, il presidente Giorgio Napolitano, di non essere d'accordo con i festeggiamenti del 150esimo. Non a caso al Vittoriano e a Castel Sant'Angelo la sua poltrona in prima fila sarà occupata dal presidente del Consiglio regionale pidiellino Clodovaldo Ruffato. Allergici all'unità i leghisti ma soprattutto alle celebrazioni, nulla in confronto al presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder che ha dichiarato di vedere nell'Austria e non nell'Italia la sua madre patria. Il senatore Maurizio Fistarol, oggi uomo di punta del movimento Verso Nord, ha reagito a quella che considera un'offesa proponendo che il governo metta a pane e acqua il reprobo.

Nel frattempo è scoppiata la polemica sul 17 marzo festivo. Calderoli protesta insieme a Emma Marcegaglia e a tutti gli industriali contro un'iniziativa che danneggerebbe molto le aziende in un momento di crisi, ma il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha già fatto sapere che si tratta di una decisione già presa e irrevocabile. Così gli autonomisti veneti, con la maggioranza e l'opposizione in altre beghe affaccendati, sperano che ci si dimentichi di riattaccare il Veneto, diventato autonomo per errore, allo Stivale.
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:10 am

Per quanto riguarda l'idea sbagliata che il Plebiscito d'annessione al Regno d'Italia del 1866 sia stata una truffa e che e i veneti abbiano votato a grande maggioranza Sì per paura (o viltà?), (e se così fosse stato, il Plebiscito non sarebbe stato una truffa ma caso mai un'estorsione) e poi a coloro che sostengono la necessità di rifare questo referendo per verificare la volontà dei veneti,

ricordo

che in questi ultimi 30 anni i veneti hanno avuto la possibilità di manifestare la loro volontà politica d'indipendenza, più volte, sia alle elezioni politiche statali, sia alle elezioni politiche regionali, dove in lista vi erano partiti prima autonomisti e poi indipendentisti e i veneti risposero a queste sollecitazioni elettorali dimostrando di non volere affatto l'indipendenza.

La prima volta per gli indipendentisti fu nel 1999 con la lista Liga Veneta Repubblica (che ricevette il 3,5% dei voti), poi la Liga Fronte Veneto che nel 2001 candidò Giuseppe Segato (ambasciatore dei Serenissimi), allora in carcere, in un colleggio per il senato e prese il 6% ; l'ultima alle elezioni regionali del 2015 gli indipendentisti presero circa 105mila voti su 3,7 milioni di aventi diritto al voto e su 2,2 milioni di votanti.

Con questi dati mi chiedo come si possa sostenere che i veneti, nel loro intimo, nel loro cuore, nel profondo del loro essere e della loro coscienza siano indipendentisti e che nel 1866 fu loro estorto il Sì e che se si rifacesse il Referendo del 1866 i veneti voterebbero in massa No?


Zago Stefano
Il popolo bue segue pastori carismatici. Se poi questi tradiscono ( vedi lega nord x l indipendenza della patania, divenuta lega Itaglia), il gioco è fatto!

Alberto Pento
Tutti dobbiamo imparare a seguire solo il buon senso o ragionevolezza.


Vittorio Selmo
Alberto Pento. Le percentuali dei votanti alle elezioni nella Regione amministrativa del Veneto non possono essere utilizzate per dimostrare l’inesistenza nei veneti della loro volontà diffusa e radicata di autodeterminazione.
Più onestamente dovrebbero venire in considerazione anche altri elementi decisivi, allo scopo di non nascondere, anche stavolta, la verità.
Per tutti basti citare l’assenteismo massiccio, specie nelle ultime votazioni, ma anche in precedenza, ke lascierebbero intendere, (in certe zone anche oltre il 40%), un dimostrato rigetto dell’italia partitica e, con essa, dell’Italia tout court, in favore della propria libertà.
A quanto sopra va aggiunta la nausea dei veneti autentici indipendentisti, per la votazione di partiti apparentemente “venetisti”, ma in realtà collusi col Sistema dei Partiti italiani, con i quali hanno che hanno spartito i rimborsi elettorali, dopo aver incassato i voti dei veneti più sprovveduti ed ingabolati.
Per il resto la storia elettorale veneta per l’indipendentismo, resta una delle più sofferte e drammatiche vicende di cui abbiamo dovuto prendere atto. Cosi come degli autentici tradimenti politici messi in atto nelle singole città ed in Regione e nel Parlamento della Repubblica Italiana, da coloro che si erano fatti votare in nome e per l’indipendenza veneta, per poi fare unicamente il loro interesse personale ed abbandonare i veneti al loro destino.


Alberto Pento
Vittorio Selmo, grazie per il tuo contributo che aiuta a comprendere meglio le cose.
Secondo me le percentuali alle elezioni politiche possono essere utilizzate e sono molto indicative, specialmente se considerate nel lungo periodo dove si confermano con poche varianti.
Nei "veneti" che non hanno votato si può presumere che vi siano nella stessa proporzione di quelli che hanno votato, sia veneti indipendentisti sia veneti italianisti che farebbero cambiare i numeri ma che non altererebbero le proporzioni.


Vittorio Selmo
Alberto Pento. L’assenteismo elettorale nella proporzione via via evidenziata e di sicuro gradualmente aumentata, non è riducibile al fatto semplice di un numero. Esso infatti rivela la graduale presa di coscienza di una alteritá e della consapevolezza di una differenza dalla mentalità italiana, che rimane cosi distante dalla nostra stratificazione storica e culturale, prima inespressa, anche se sempre sottesa. La mentalità è un insieme di giudizi di valore, che in modo evidente i veneti si sono accorti di non poter condividere con quelli imposti dall’Italia mediante chi governa.
A ciò va aggiunto l’effetto trascinamento, nel senso che ogni rifiuto a votare nelle elezioni italiane, ha comportato imitazione alle prossime tornate elettorali. E non il contrario. E ciò vorrà pur dire qualcosa. Le considerazioni da fare sarebbero molte. Però questa non è una sede che le favorisca, anche perchè mi pare di avvertire che la critica sul “venetismo” risenta di una mancanza di effettiva conoscenza di fondo, per soffermarsi su dati epidermici; e se l’argomento si incentra sui dati numerici delle elezioni, l’analisi dell’integrale “sentire” dei veneti risulta falsato nel riscontro/scontro, nella sua quotidianità, con le istituzioni italiane che di fatto, in verità, è sofferto oltre ogni misura ( tanto per citare un esempio vedi 638 - salvo errori - tra suicidi e tentati suicidi di veneti dal 2012 al 2015). Abbiamo assolutamente bisogno della nostra autodeterminazione. E di prendere ogni utile distanza da questa unità ( non unione) che non abbiamo mai condiviso; che ci è stata imposta e di cui, in ogni caso, non ne vogliamo più sapere.

Alberto Pento
Vittorio Selmo, secondo te, i dati della realtà sarebbero epidermici e il considerarli, per esprimere un giudizio di valore e un'analisi, sarebbe indice di una mancanza di effettiva conoscenza di fondo? Io non credo.
Mi dispiace, ma io sto a questi "dati epidermici della realtà" che sono gli unici che consentano speculazioni, osservazioni, considerazioni sensate, coerenti e politicamente significative. Tutto il resto è ipotetico e risente dei pregiudizi e delle deformazioni ideologiche.
Sull'assenteismo dei veneti al voto, osservo che esso è inferiore a quello di altre realtà regionali italiane dove non vi sono istanze autonomiste e indipendentiste o dove vi è già una forte autonomia.
Io per esempio (indipendentista non venezianista) da 20 anni non votavo e quest'anno ci sono andato e ho votato Salvini per fermare l'invasione dei clandestini e arginare il nazismo maomettano.
Sicuramente il mio caso non rientra nella tua analisi.

Elezioni 4 marzo, l'affluenza definitiva. In Veneto la più alta
Roma, 4 marzo 2018
https://www.quotidiano.net/politica/ele ... -1.3765340
Chiuse le operazioni di voto per le elezioni politiche 2018, il Viminale ha diffuso i dati sull'affluenza: alle ore 23 ha votato il 73,1% degli aventi diritto. Una percentuale in calo di due punti rispetto al 75,21% delle precedenti consultazioni del 2013. Sono numeri stimati con i dati di 7.866 su 7.958 Comuni.
Il dato non ancora definitivo in
Lombardia ha fotografato un' affluenza intorno al 74,6% (1.516 i comuni chiamati al voto), più contenuto rispetto al 76,7%.
Nel Lazio (378 comuni) ha votato poco meno del 70% degli aventi diritto, dato di qualche punto inferiore rispetto al 72% del 2013.
In Lombardia la città con il più alto livello di affluenza l'ha registrata Brescia (oltre l'80%) seguita da Monza e Brianza (poco meno dell'80%), seguita da Bergamo (a quasi il 79%).
Nel Lazio la percentuale di votanti più alta è stata registrata a Roma, con oltre il 77%, seguita da Viterbo (poco più del 77%) e Rieti (quasi il 73%).
A livello regionale la classifica dei territori che hanno avuto un' affluenza più alta vede ai primi posti il Veneto (che sfiora il 79%), l' Emilia Romagna, con il 78,5%, la Toscana (quasi il 78%).
Tra le regioni con un' affluenza più ridotta figurano la Sicilia, fotografata a poco oltre il 63%, preceduta dalla Calabria (63,7%%), dalla Sardegna (65,2%) e dalla Campania (67,7%%). Molto simile l'andamento registrato nei capoluoghi di regione, con Bologna (80%), Perugia (78%) e Padova (oltre l'80%)%).
Nelle retrovie la partecipazione al voto di Palermo (62,5% circa), di Benevento (73%)%) e Cagliari (67%).

Alberto Pento
Secondo me, Vittorio Selmo, non hai ancora realizzato nella tua coscienza che i veneti italianisti sono veneti tanto quanto i veneti venetisti e venezianisti e che anche loro hanno il diritto di autodeterminarsi e che sono la stragrande maggioranza dei veneti.
Io nella mia famiglia ho due fratelli e una madre e tutti e tre si sentono veneti italianisti, come devo considerarli secondo te? Il loro diritto di autodeterminarsi come veneti italianisti va rispettato?
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:13 am

Le credenze della venetista Scandian sul Plebiscito del 1866

Erica Scandian
Alberto Pento infatti hanno disertato in massa le urne, su una popolazione di 2.500.000 (1866), ovviamente donne e bambini esclusi, hanno votato i tanti carabinieri savoiardi che da 3 mesi occupavano il Territori Veneti. Nel 1900 1.300.000 abitanti sono emigrati per fame. W l'itaglia !!! In 150 anni lo stato occupante HA REALIZZATO UN ETNOCIDIO STORICO-CULTURALE incredibile. Io stessa mi credevo italiana prima di mettermi a studiare sui documenti...

Gino Quarelo
Erica Scandian, ti ricordo
che nel 1866 potevano votare soltanto i cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di elevata condizione sociale. Non vi fu nessuna diserzione di massa dal voto per l'annessione al Regno d'Italia in Veneto.

Diritto di voto in Italia
https://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_di_voto
In Italia il diritto di voto nel 1861 era riservato ai soli cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di elevata condizione sociale. Nel 1881 il Parlamento approvò l'estensione del diritto di voto e fu ammessa anche la media borghesia; inoltre il limite d'età fu abbassato a 21 anni

Gino Quarelo
I veneti nell'ottocento si sono fatti prendere dall'illusione risorgimentale e l'hanno pagata cara, più di tutte le altre genti italiche e/o italiane, in 150 anni di stato italiano sono migrati circa 3,3 milioni di veneti (compresi i furlani).

Gino Quarelo Emigrazione veneta nell'otto/novecento
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =187&t=519

Gino Quarelo
I veneti potenti, ricchi, benestanti, possidenti, titolati, non hanno patito grandi tribolazioni, anzi hanno tratto gran beneficio dallo stato italiano. A pagare è stato soltanto il popolo e la piccola borghesia. Forse hanno pagato qualcosa anche i ricchi e i potenti nella prima guerra mondiale perché magari qualcuno è morto in guerra o ha avuto danni materiali alle proprietà. Qualcun'altro ci avrà rimesso con la svalutazione della moneta dopo le guerre. Ma a pagare fu principalmente il popolo.

Gino Quarelo
Se i veneti si sono fatti prendere dall'illusione risorgimentale è stato perché Venezia non ha saputo o voluto o potuto (?) costruire/promuovere una vera nazione di tutti i veneti e uno stato a sovranità di tutti i veneti. I veneti non erano gli abitanti dei domini veneziani ma solo gli abitanti dell'area che dalla preistoria è identificata come terra dei veneti, Venetia o Veneto (da non confondere con la X Regio, la Venetia et Histria, la Serenissima con i suoi domini di terra e di mare che comprendevano anche territori che non erano abitati da genti storicamente ed etnicamente venete, magari divenute "venete" nei secoli). L'essere veneto non coincide con Venezia e i veneziani.

Gino Quarelo
Oggi come oggi la stragrande maggioranza dei veneti si sente più italiana che non italiana. Questo è un fatto. Molti genitori e parenti stretti e larghi di tanti veneti indipendentisti si sentono italiani.

Gino Quarelo
La realtà non è quella che ci costruiamo nella nostra testa o nel nostro sentire, la realtà spesso è ben altro.

Alberto Pento
Anche i veneti hanno contribuito a costruire questa Italia e il suo stato italiano. La colpa e la responsabilità non sono sempre e solo degli altri.


Anesion del Veneto a el stado talian - el plebesito trufa
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =139&t=518

1848, 1866, 2017
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 181&t=2684

Immagine
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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 3:47 pm

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Re: Diritto di autodeterminazione: il caso veneto

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 3:48 pm

Mises sul nazionalismo, il diritto all'auto-determinazione ed il problema dell'immigrazione
Ludwig von Mises
2017/04/28

http://vonmises.it/2017/04/28/mises-sul ... migrazione

Nella discussione in corso sull’immigrazione, Ludwig von Mises è spesso invocato dai libertari come un sostenitore convinto del libero scambio nel senso più ampio per quello che riguarda la libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro. Mises è stato anche proclamato da alcuni libertari come un fautore delle frontiere aperte. Tuttavia, le idee di Mises sulla migrazione libera del lavoro, attraverso i confini politici esistenti, erano accuratamente sfumate e improntate da considerazioni politiche basate sulla sua conoscenza diretta dei conflitti profondi e duraturi tra le nazionalità, negli Stati poliglotti dell’Europa centrale e orientale, che portarono alla Prima Guerra Mondiale e durante il successivo periodo tra le due guerre. Così Mises non ha valutato l’immigrazione in termini di posizione puramente economica, come massimizzare la produttività del lavoro umano, a prescindere dal contesto politico. Piuttosto, ha valutato gli effetti dell’immigrazione dal punto di vista del regime liberale classico della proprietà privata. Il mio scopo in questo breve saggio è di esporre le idee di Mises in materia di immigrazione come lui li ha sviluppati ed elaborati come parte integrante del programma liberale classico. Non tenterò di criticare o valutare le sue opinioni.

Il nazionalismo liberale

Per Mises, il liberalismo prima emerse e si è espresse nel XIX secolo come movimento politico, sotto forma di “nazionalismo pacifico”. I suoi due principi fondamentali erano la libertà o, più concretamente, “il diritto di autodeterminazione dei popoli” e l’unità nazionale o il “principio di nazionalità”. I due principi sono stati indissolubilmente legati. L’obiettivo primario dei movimenti nazionalisti liberali (italiani, polacchi, greci, tedeschi, serbi, etc.) è stato la liberazione dei loro popoli dal governo dispotico del re e dei principi. La rivoluzione liberale contro il dispotismo, necessariamente, assunse un carattere nazionalista per due motivi. In primo luogo, molti dei despoti reali erano stranieri, ad esempio, gli Asburgo d’Austria ed i Borboni francesi, che hanno governato gli italiani (??? anche i Savoia erano stranieri), il re di Prussia e lo zar russo che soggiogarono i polacchi. In secondo luogo, e più importante, il realismo politico dettato “dalla necessità di fissare l’alleanza degli oppressi contro l’alleanza degli oppressori, al fine di raggiungere la libertà per tutti, ma anche la necessità di tenere insieme, al fine di trovare, nell’unità, la forza di conservare la libertà”. Questa alleanza degli oppressi è stata fondata dall’unità nazionale sulla base di un linguaggio comune, la cultura ed i modi di pensare e di agire (il caso Italia è un esempio discordante, mal riuscito e male impostato).

Anche se forgiato nelle guerre di liberazione, il nazionalismo liberale era per Mises sia pacifico, sia cosmopolita. Non solo i movimenti di liberazione nazionali separati vedono l’altro come fratelli, nella loro lotta comune, contro il dispotismo reale, ma hanno abbracciato i principi del liberalismo economico “che proclama la solidarietà di interessi tra tutti i popoli”. “Mises sottolinea la compatibilità del nazionalismo, il cosmopolitismo e la pace”:

Il principio di nazionalità include solo il rifiuto di ogni sovranità; richiede l’autodeterminazione e l’ autonomia. Poi, però, il suo contenuto si espande; non solo la libertà, ma anche l’unità è la parola d’ordine. Ma anche, il desiderio di unità nazionale è soprattutto a sfondo pacifico … Il nazionalismo non si scontra con il cosmopolitismo per la nazione unificata e non vuole discordia con i popoli vicini, ma la pace e l’amicizia. (1)

Come liberale classico, Mises ha cura di specificare che il diritto di autodeterminazione non è un diritto collettivo, ma un diritto individuale: “Non è il diritto all’autodeterminazione di un’unità nazionale delimitato, ma piuttosto il diritto degli abitanti di tutti i territori di decidere lo stato a cui desiderano appartenere”. Mises rende chiaro che l’autodeterminazione è un diritto individuale che avrebbe dovuto essere concesso ad “ogni singola persona … se fosse in ogni modo possibile”. E si deve anche notare, a questo proposito, che Mises raramente parla del “diritto di secessione”, forse a causa della sua connotazione storica del diritto di un governo di unità politica subordinato a recedere da quella superiore.

Mentre difendere l’autodeterminazione come diritto individuale, Mises sostiene che la nazione ha una esistenza, fondamentale e relativamente permanente, indipendente dallo stato transitorio (o stati), che può governare in un dato momento. Così si riferisce alla nazione come “un’entità organica (che) non può essere né aumentata né diminuita dai cambiamenti negli stati”.” Di conseguenza, Mises caratterizza i “compatrioti” di un uomo come “quelli dei suoi simili con i quali condivide una terra comune, una lingua e con i quali ha spesso una forma di comunità etnica e spirituale”. Allo stesso modo, Mises cita l’autore tedesco J. Grimm (1785-1863 filosofo), che si riferisce alla “legge naturale … che né i fiumi e né le montagne formano le linee di confine dei popoli e che per un popolo che si è spostato, sulle montagne e sulle rive dei fiumi, solo la lingua può imporre un limite”. Il principio di nazionalità implica quindi che gli stati-nazione liberali possono comprendere un popolo monoglotta che abita regioni, province e perfino villaggi geograficamente non contigui. Mises sostiene che il nazionalismo è quindi una conseguenza naturale di e in completa armonia con i diritti individuali: “La formazione degli stati (liberaldemocratici) comprende tutti i membri di un gruppo nazionale ed è il risultato dell’esercizio del diritto di autodeterminazione, non il suo scopo”. (2)

Si deve qui notare che, a differenza di molti libertari moderni che vedono gli individui come esseri atomistici (concezione filosofica greca secondo cui la materia non è divisibile all’infinito … ndt) che non hanno affinità emotive e legami spirituali con altri esseri umani selezionati, Mises afferma la realtà della nazione come “un’entità organica”. Per Mises la nazione comprende gli esseri umani che capiscono e agiscono uno verso l’altro in un modo che li separa dagli altri gruppi di persone in base al senso ed al significato che i compatrioti attribuiscono a fattori oggettivi come il linguaggio condiviso, le tradizioni, la discendenza e così via. L’appartenenza a una nazione, non meno che ad una famiglia, comporta atti concreti di volontà sulla base di percezioni soggettive e preferenze rispetto ad un complesso di circostanze storiche oggettive. Concorda Murray Rothbard, che condivide la visione di Mises della realtà della nazione separata dall’apparato statale:

I libertari contemporanei spesso presumono, erroneamente, che gli individui siano legati gli uni agli altri solo dal nesso dello scambio di mercato. Ci si dimentica che tutti sono necessariamente nati in una famiglia, con una lingua ed una cultura. Ogni persona nasce in una delle diverse comunità che si sovrappongono, di solito tra un gruppo etnico, con valori specifici, culture, credenze religiose e tradizioni … La “nazione” non può essere definita con precisione; si tratta di una complessa e varia costellazione di diverse forme di comunità, lingue, etnie o religioni … La questione della nazionalità è resa più complessa dal gioco della realtà oggettivamente esistente e dalle percezioni soggettive.

Il colonialismo come la negazione del diritto di autodeterminazione

A differenza di molti liberali cinquecenteschi, tra fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, Mises è stato un appassionato anticolonialista. Come liberale radicale, ha riconosciuto l’universalità del diritto di autodeterminazione ed il principio di cittadinanza per tutti i popoli e le razze. Ha scritto accuse potenti e sferzanti contro la sottomissione europea ed il maltrattamento dei popoli africani ed asiatici e ha chiesto lo smantellamento rapido e completo dei regimi coloniali. Vale la pena citare Mises, a lungo, su questo argomento:

L’idea di base della politica coloniale è stata quella di sfruttare la superiorità militare della razza bianca sui membri di altre razze. Gli europei figurano, dotati di tutte le armi ed i dispositivi che la loro civiltà ha messo loro a disposizione, per soggiogare i popoli più deboli, per derubarli delle loro proprietà e per assoggettarli. I tentativi sono stati fatti per attenuare e sorvolare sul vero motivo della politica coloniale con la scusa che il suo unico scopo era quello di rendere possibile, per i popoli primitivi, di condividere le benedizioni della civiltà europea … Ci potrebbe essere una prova più dolente della sterilità della civiltà europea rispetto a quella che può essere diffusa da nessun altro mezzo (strumento) che non sia da fuoco e di spada?

Nessun capitolo della storia è ulteriormente ricco di sangue rispetto alla storia del colonialismo. Il sangue è stato versato inutilmente e senza senso. Terre fiorenti devastate; interi popoli distrutti e sterminati. Tutto questo non può in alcun modo essere attenuato o giustificato. Il dominio degli europei, in Africa ed in importanti parti dell’Asia, è assoluto. Si trova in maggior contrasto con tutti i principi del liberalismo e della democrazia e non ci può essere alcun dubbio che dobbiamo lottare per la sua abolizione … conquistatori europei … avere armi e portare nelle colonie macchine di distruzione di ogni tipo; rispettivamente hanno inviato i peggiori e più brutali individui, quali funzionari ed ufficiali, e puntando la spada alla loro gola hanno istituito un regime coloniale che nella sua crudeltà sanguinaria rivaleggia con il sistema dispotico dei bolscevichi. Gli europei non devono essere sorpresi se il cattivo esempio, che essi stessi hanno creato nelle loro colonie, ora porta frutti cattivi. In ogni caso, non hanno alcun diritto di lamentarsi faresaicamente (lavandosene le mani) per il basso stato di morale pubblica tra gli indigeni. Né dovrebbero essere giustificati nel sostenere che gli indigeni non sono ancora sufficientemente maturi per la libertà e hanno ancora bisogno di almeno diversi anni di ulteriore istruzione sotto la sferza di dominatori stranieri prima che siano in grado di essere lasciati a loro stessi.

Nelle zone in cui i popoli indigeni erano abbastanza forti da montare una resistenza armata al dispotismo coloniale, Mises ha sostenuto con entusiasmo ed acclamato questi movimenti di liberazione nazionale: “in Abissinia, in Messico, nel Caucaso, in Persia, in Cina, ovunque si vedeva gli aggressori imperialisti in ritirata, o almeno già in grande difficoltà”.

Per far scomparire completamente il colonialismo, Mises ha proposto l’istituzione di un protettorato temporaneo sotto l’egida della Società delle Nazioni. Ma ha messo in chiaro che un tale accordo era quello di “essere visto solo come una fase transitoria” e l’obiettivo finale doveva essere “la completa liberazione delle colonie dalla regola dispotica in cui vivevano”. Mises ha basato la sua richiesta sul riconoscimento del diritto di autodeterminazione e nel rispetto del principio di nazionalità tra i popoli colonizzati sulla base di diritti individuali:

Nessuno ha il diritto di intromettersi negli affari degli altri al fine di favorire il proprio interesse e nessuno dovrebbe, quando ha i propri interessi in vista, far finta di agire altruisticamente solo nell’interesse degli altri.

La ripartizione del nazionalismo liberale: la regola della maggioranza ed i conflitti della nazionalità

Questo ci porta alla intuizione fondamentale di Mises nell’inconciliabile “conflitto di nazionalità” originato da regole, anche di maggioranza, in costituzioni democratiche liberali. Come un acuto osservatore della pre e post Grande Guerra degli Stati dell’Europa centrale e orientale poliglotti, Mises ha osservato che “le lotte nazionali possono sorgere solo sul terreno della libertà”. Così come prima della guerra l’Austria si avvicinava alla libertà, “la violenza della lotta tra le nazionalità è cresciuta”. Con il crollo del vecchio stato monarchico, queste lotte sono state solo più amaramente, “trasportate nei nuovi stati, in cui la maggioranza di governo si confronta con le minoranze nazionali senza la mediazione dello stato autoritario, che mitiga con molto durezza”. Gli attributi di Mises per un esito così contro-intuitivo, lo si devono al fatto che il principio di nazionalità non è stato rispettato nella creazione di nuovi stati. Il punto di Mises è illustrato nei moderni conflitti etnici scoppiati a seguito del crollo del comunismo e la disgregazione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia. (3)

Mises sostiene che due o più “nazioni” non possono coesistere pacificamente sotto un governo democratico unitario. Le minoranze nazionali, in una democrazia, sono “del tutto politicamente impotenti” perché non hanno alcuna possibilità di influenzare pacificamente il gruppo linguistico di maggioranza. Quest’ultimo rappresenta “un circolo culturale che è chiuso” a minoranze nazionali e le cui idee politiche sono “il pensiero, il parlato e lo scritto in una lingua che non capiscono”. Anche quando rappresentanza il proporzionale prevale, la minoranza nazionale “rimane ancora esclusa dalla collaborazione nella vita politica”. Secondo Mises, perché la minoranza non ha alcuna prospettiva di conseguire un giorno potere, l’attività dei suoi rappresentanti “rimane limitata dal principio alla critica inutile … quella … non può portare ad alcun obiettivo politico”. Così, conclude Mises, anche se il membro della nazione di minoranza, “secondo i dettami della legge, è un cittadino con pieni diritti … in realtà egli è politicamente senza diritti, un cittadino di seconda classe, un paria”.

Mises caratterizza la regola della maggioranza come una forma di colonialismo, dal punto di vista delle minoranze della nazione in un territorio poliglotta: “(Il) che significa qualcosa di molto diverso in un uniforme livello nazionale territoriale; qui, per una parte del popolo, non si tratta di una regola popolare, ma di una regola straniera”. Il nazionalismo liberale tranquillo, quindi è inevitabilmente soffocato nei territori poliglotti, governati da uno stato unitario, perché, sostiene Mises, “la democrazia sembra come un’oppressione alla minoranza. Dove solo la scelta è aperta a se stessi per sopprimere o essere soppresso, si decide facilmente per il precedente”.

Così, per Mises, democrazia significa la stessa cosa per la minoranza come “sottomissione al dominio degli altri”, e questo “vale ovunque e, finora, per tutte le volte”. Mises respinge “spesso il citato contro-esempio della Svizzera come irrilevante, perché l’autogoverno locale non è stato disturbato da “migrazioni interne” tra le diverse nazionalità. La migrazione significativa era fondata dalla presenza sostanziale di minoranze nazionali in alcuni dei Cantoni: “la pace nazionale della Svizzera sarebbe già scomparsa molto tempo fa”.

Pertanto, per quanto riguarda le regioni abitate da diverse nazionalità Mises conclude che “il diritto di autodeterminazione va a vantaggio solo di coloro che compongono la maggioranza”. Questo è particolarmente vero, ad esempio, negli stati interventisti dove l’istruzione è obbligatoria ed “i popoli che parlano lingue diverse convivono insieme, a fianco a fianco, e mescolati in confusione poliglotta”. In queste condizioni, l’istruzione formale è una fonte di “costrizione spirituale” ed “uno dei mezzi di nazionalità che opprimono”. La stessa scelta della lingua di insegnamento è in grado di “alienare i bambini dalla nazionalità a cui i loro genitori appartengono” e “nel corso degli anni, determinare la nazionalità di un’intera area”. La scuola diventa così fonte di conflitti nazionali inconciliabili ed “un premio politico della massima importanza”. Per quanto riguarda il dibattito, oltre l’istruzione obbligatoria, Mises sottolinea che l’unica soluzione efficace è quella di depoliticizzare la scolarizzazione

abolendo entrambe le leggi sull’istruzione obbligatoria ed il coinvolgimento politico con le scuole, lasciando l’educazione dei bambini “per tutto ai genitori, alle associazioni ed alle istituzioni private”.

L’istruzione obbligatoria è solo un esempio estremo di come l’interventismo aggravi l’inevitabile conflitto tra le diverse nazionalità che vivono insieme sotto la giurisdizione di un singolo stato. In una tale situazione, Mises argomenta: “Ogni interferenza da parte del governo nella vita economica può diventare un mezzo per perseguitare i membri della cittadinanza a parlare una lingua diversa da quella del gruppo dirigente”. Forse l’intuizione più importante di Mises è che anche nell’ambito di un sistema di laissez-faire, in cui il governo è rigorosamente limitato a “proteggere ed a preservare la vita, la libertà, la proprietà e la salute del singolo cittadino”, l’arena politica farà ancora più degenerare in un campo di battaglia le cittadinanze più disparate che risiedono nell’ambito della sua giurisdizione territoriale. Anche le attività di routine della polizia ed il sistema giudiziario in questo regime liberale ideale “possono diventare pericolose in aree in cui alla base tutto può essere trovato per discriminare tra un gruppo o l’altro nella conduzione degli affari ufficiali”. (4) Ciò è particolarmente vero in cui “le differenze di religione, di nazionalità o simili hanno diviso la popolazione in gruppi separati da un abisso così profondo da escludere ogni impulso di equità o umanità e di lasciare spazio a nient’altro che all’odio”. Mises fa l’esempio di un giudice “che agisce consapevolmente, o ancora più spesso inconsciamente, in modo parziale” perché crede che: “Egli sta compiendo un dovere più alto quando si fa uso dei poteri e delle prerogative del suo ufficio, al servizio del suo gruppo.”

Non solo è il membro di una minoranza nazionale sottoposta a pregiudizi radicati e di routine nella sfera politica, egli non è in grado di cogliere il pensiero e l’ideologia che forma gli affari politici. La sua visione del mondo sociale e politico, così come i suoi atteggiamenti culturali e religiosi, riflettono le idee formulate e discusse nella letteratura nazionale di una lingua straniera e queste idee divergono, forse radicalmente, da quelle del gruppo linguistico di maggioranza. Secondo Mises, anche se le idee politiche e culturali vengono trasmesse e condivise tra tutte le nazioni, “ogni nazione sviluppa correnti di idee a suo proprio modo e le assimila in una modalità diversa. Questo in ogni popolo che incontrano con un altro carattere nazionale e con un altro insieme di condizioni”. Mises dà l’esempio di come l’ideale politico del socialismo differiva tra la Germania e la Francia e tra questi ultimi due e la Russia.

Il risultato di questa “nazionalizzazione” naturale, per differenziare anche da idee simili, da tendenze intellettuali è che il membro della nazione di minoranza si confronta con una barriera linguistica e intellettuale che gli impedisce di capire il significato e di partecipare alla discussione politica che plasma le leggi in cui vive. Mises spiega:

Generato nella forma di legge statuto, l’esito delle discussioni politiche (della maggioranza) acquista un significato diretto per il cittadino che parla una lingua straniera, dal momento che deve rispettare la legge; tuttavia ha la sensazione che è escluso dalla partecipazione effettiva nel plasmare la volontà del legislatore o almeno che non gli è permesso di collaborare per dare forma nella stessa misura di quelli la cui lingua madre è quella della maggioranza di governo. E, quando compare, davanti ad un magistrato o ad un funzionario amministrativo come parte in causa o per un ricorso, egli si trova davanti agli uomini il cui pensiero politico è a lui estraneo perché si è sviluppato in diverse influenze ideologiche … In ogni momento il membro di una minoranza nazionale si fa sentire che vive tra stranieri e che egli lo è, anche se la parola della legge lo nega, è un cittadino di seconda classe.

Il risultato della impotenza politica della minoranza cittadina, in una democrazia maggioritaria, è che si percepisce essere un popolo conquistato o colonizzato. Infatti, come fa notare Mises: “La situazione di dover appartenere ad uno stato in cui non si vuole appartenere non è meno oneroso se è il risultato di un’elezione che uno deve sopportare come la conseguenza di una conquista militare …” Nel 1920 Mises aveva già identificato il fenomeno di quella che oggi viene erroneamente chiamato “razzismo istituzionale” – perché il problema non è con tutte le istituzioni, dei soli politici – ma è meglio descritta come “sottomissione democratica” Nel 1960, Malcolm X (1925-1965 attivista diritti degli afroamericani e dei diritti in generale ndt), (1963) ha dato un’espressione pregnante al desiderio di autodeterminazione da parte della minoranza di nazionalità africana negli Stati Uniti, gravato da uno stato interventista controllato da popolazioni di estrazione Europea:

Questo nuovo tipo di uomo nero non vuole l’integrazione; vuole la separazione. Né la segregazione, né la separazione. Per lui, la segregazione … significa che viene imposto agli inferiori dai superiori … Nella comunità bianca, l’uomo bianco controlla l’economia, la sua economia, le sue politiche, il suo tutto. Ecco la sua comunità. Ma allo stesso tempo, mentre il negro ancora vive in una comunità a parte, si tratta di una comunità segregata. Significa che è tutto regolato dall’esterno da parte di estranei. L’uomo bianco ha tutte le imprese della comunità negra. Gestisce la politica della comunità negra. Egli controlla tutte le organizzazioni civiche nella comunità negra. Questa è una comunità segregata … Non ci piace la segregazione. Noi siamo per la separazione. La separazione è ciò che vogliamo. È possibile controllare la propria economia, è possibile controllare le proprie politiche, è possibile controllare la propria società, è possibile controllare il proprio tutto. Voi avete la vostra e controllate la vostra, noi abbiamo la nostra e controlliamo la nostra.

Nell’analizzare le cause e le soluzioni dei conflitti di cittadinanza, Mises ha coniato il termine “militante” o il nazionalismo “aggressivo”, in contrasto con “liberale” o “pacifico” nazionalismo. Così per Mises, la scelta non è mai stata tra nazionalismo e un blando atomistico (frammentario, disorganico) “globalismo”; la vera scelta era o il nazionalismo, che era cosmopolita e ha abbracciato i diritti individuali universali ed il libero scambio o l’intento nazionalismo militante soggiogando e opprimendo altre nazioni. Ha attribuito l’ascesa del nazionalismo anti-liberale alla mancata applicazione del diritto di autodeterminazione e del principio di nazionalità coerente e al massimo grado possibile la formazione di nuove entità politiche sulla scia del rovesciamento del dispotismo reale di guerra o di rivoluzione. La conseguenza fu che i popoli si differenziarono per lingua, tradizione, religione, ecc. artificialmente e legati, involontariamente, da dispotici legami politici. L’inevitabile risultato di questi poliglotti, misti stati nazionali fu la soppressione delle minoranze da parte della cittadinanza maggioritaria, una lotta amara per il controllo dell’apparato statale e per la creazione di una reciproca e profonda diffidenza e di odio. (5) Questo stato di cose è spesso culminato nella violenza fisica omologato dallo stato, tra cui l’espropriazione e l’espulsione ed anche l’assassinio di popolazioni minoritarie.


Libertà di movimento contro il diritto di auto-determinazione dei popoli

Mises sostiene che tutto questo si sarebbe potuto evitare solo se il completo programma liberale che comprende, oltre a una politica economica di prodotti interni, il laissez-faire e del libero scambio internazionale di beni, il diritto fondamentale di autodeterminazione ed il principio di nazionalità a cui essa dà luogo. Mises non usa mezzi termini nel descrivere la situazione delle minoranze in un sistema illiberale, interventista:

Se il governo di questi territori (abitati da membri di diverse nazionalità) non è condotto lungo linee completamente liberali, non c’è alcun dubbio anche di un approccio alla parità di diritti nel trattamento dei membri dei vari gruppi nazionali. Ci possono essere, quindi solo i governanti e quelli governati. L’unica opzione è chi sarà il martello e chi l’incudine.

Mises, tuttavia, va oltre e sostiene che anche la fine dell’interventismo non risolve il conflitto di cittadinanza. Quasi da solo, tra i liberali classici della sua epoca ed i moderni libertari, Mises riconosce chiaramente che il capitalismo del laissez-faire e del libero scambio sono necessari ma non sufficienti a garantire la pace tra i diversi gruppi di individui costretti a vivere sotto un sistema politico unitario che volontariamente e naturalmente per auto-riconoscere i popoli o le nazioni diversi, in base alla lingua, ai costumi ed alle tradizioni condivise, quali la religione, il patrimonio o di qualsiasi altro fattore oggettivo è soggettivamente significativo per loro. Secondo Mises sugli stati:

Tutti questi svantaggi (vissuti dalle minoranze) si fanno sentire in modo molto opprimente, anche in uno stato con una costituzione liberale in cui l’attività del governo è limitata alla tutela della vita e del bene dei cittadini. Ma diventano intollerabili in uno stato interventista o socialista.

Per Mises il meglio che si può dire di un governo, le cui funzioni sono strettamente limitate alla tutela della persona e della proprietà e all’adempimento degli impegni è di non “aggravare artificialmente l’attrito che deriva da questa convivenza di gruppi diversi.”

Mises difende il completo programma liberale – il laissez-faire dei principi di nazionalità – contro coloro che banalmente attribuiscono gli “antagonismi violenti” tra le nazioni che abitano una singola giurisdizione politica ad una “innata antipatia” tra popoli di differenti nazionalità. Al contrario, sostiene Mises, nonostante gli odi che possono esistere in natura tra i vari gruppi di persone della stessa nazionalità, sono in grado di andare d’accordo pacificamente quando si vive sotto la giurisdizione dello stesso stato, mentre le diverse nazionalità che vengono forzatamente legate insieme, sotto accordi politici comuni, sono in costante conflitto:

Il Bavarese odia il Prussiano; Prussiano, il Bavarese. Non meno feroce è l’odio che esistente tra i gruppi individuali all’interno sia in Francia e sia in Polonia. Tuttavia, i tedeschi, i polacchi ed i francesi riescono a vivere in pace all’interno dei propri paesi. Ciò che dà l’antipatia del polacco per il tedesco e del tedesco per il polacco è uno speciale significato politico, l’aspirazione di ciascuno dei due popoli di prendere per sé il controllo politico delle aree di confine in cui i tedeschi ed i polacchi vivono fianco a fianco e usarlo per opprimere i membri dell’altra nazionalità. Ciò che ha acceso l’odio tra le nazioni, il fuoco che consuma, è il fatto che la gente vuole usare le scuole per allontanare i bambini dalla lingua dei loro padri e fare uso dei tribunali, degli uffici amministrativi, delle misure “politiche ed economiche ed espropriarli a titolo definitivo per perseguitare coloro che parlano una lingua straniera.

Quindi non sono le antipatie naturali fra i popoli – che possono o non possono esistere – ma la causa dei conflitti nazionali è la negazione politica del diritto di autodeterminazione. In tale ottica, Mises emette un terribile e, a ben vedere, avvertimento profetico: “Finché il programma liberale non è completamente realizzato nei territori di nazionalità mista, l’odio tra i membri di diverse nazioni diventa sempre più agguerrito e continua ad accendere nuove guerre e ribellioni”. Questo è certamente vero del mondo di oggi, soprattutto in Asia e Africa, dove gli imperialisti europei ed i colonialisti perseguitano le diverse “Nazioni” (tribù, capitanati, gruppi linguistici, etnie, religioni) politicamente unite, ma profondamente disfunzionali. La maggior parte delle quaranta guerre attualmente in corso, condotte su questi continenti, sono “intra-statali” o guerre civili e, di queste, la maggior parte sono “alimentate tanto dalla animosità razziale, etnica o religiosa, quanto dal fervore”. Alla loro radice si trovano i tentativi dei gruppi di minoranza di resistere o di far terminare l’oppressione della maggioranza prendendo l’apparato statale esistente, separandosi con uno stato a parte, o con la creazione di uno stato completamente nuovo, per esempio, l’ISIL (Stato Islamico).

Questo ci porta alla annosa questione dell’immigrazione. Mises respinge sommariamente le argomentazioni puramente economiche contro l’immigrazione gratuita e fallace. Egli sottolinea che, dal punto di vista globale, la migrazione aumenta la produttività del lavoro umano, la fornitura di beni e gli standard di vita, perché facilita la ridistribuzione del lavoro (e del capitale) da regioni con condizioni naturali meno vantaggiose nella produzione a quelle con condizioni naturali più vantaggiose. Le barriere alla migrazione di manodopera, pertanto causano una cattiva allocazione del lavoro e la sua geografica mal-distribuita, con un eccesso di offerta relativa in alcune aree ed una penuria in altri settori. Gli effetti alle barriere di migrazione sono, quindi, esattamente come gli effetti delle tariffe ed altre barriere al commercio internazionale di merci: perché la riduzione di efficienza produttiva e di reddito e le opportunità relativamente sfavorevoli per la produzione, sono sfruttate in alcune regioni, mentre le opportunità, relativamente favorevoli, rimangono inutilizzate in altre.

Anche se Mises sostiene che la libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro tende a massimizzare la produttività del lavoro e della produzione totale dei beni e dei servizi, non prevede questo come obiettivo finale del liberalismo. Come Mises argomenta, in un altro contesto, è stato un errore credere “che l’essenza di programmi liberali non sia proprietà privata, ma “libera concorrenza (cioè, libera dal “potere economico” delle grandi imprese)”. Lo stesso vale anche al momento di valutare la desiderabilità sociale della migrazione di manodopera: lo standard di benessere per Mises ed i liberali classici non è l’“economicistico”, gli obiettivi della scuola di Chicago dell’efficienza produttiva e la massima produttività del lavoro misurato in termini pecuniari, ma la garanzia di un completo regime di proprietà privata. Perché è il funzionamento del mercato, senza ostacoli, basato sulla proprietà privata che meglio questo è il fine ultimo di ogni attività economica. Nella sua analisi brillante ma trascurata del mercato del lavoro nel suo trattato economico, Human Action, Mises fa notare che anche la migrazione, completamente senza ostacoli del lavoro attraverso i confini politici, non porta alla massima produttività del lavoro ed alla distribuzione del lavoro che rende uguali il valore dei salariali dello stesso tipo e qualità di lavoro dei servizi in tutta l’economia globale. La ragione?

Il lavoratore ed il consumatore sono la stessa persona … Gli uomini non possono scindere le loro decisioni riguardanti l’utilizzazione del loro potere di lavorare da quelle relative al godimento dei loro guadagni. La discendenza, la lingua, l’istruzione, la religione, la mentalità, i legami familiari e l’ambiente sociale legano il lavoratore in modo tale che egli non sceglie il luogo ed il ramo del suo lavoro solo per quanto riguarda l’entità dei salariali. …

Mises, nel discutere la migrazione della manodopera sposta, quindi l’attenzione dalla astrazione analitica del “lavoratore” nel cercare i salari più alti, in accordo con le sue preferenze di piacere del vero attore umano, dimostrando preferenze attraverso una vasta gamma di obiettivi che includono beni non scambiabili, come vicinanza e l’associazione con i membri della stessa famiglia, l’appartenenza religiosa, l’etnia o gruppo linguistico. Di conseguenza, Mises, riconosce esplicitamente che una volta che le ipotesi obsolete alla base della dottrina di libero scambio, avanzate da Ricardo ( David 1772-1823 economista) e dagli economisti classici, vengono eliminate e sono considerate la mobilità internazionale dei capitali e del lavoro, nonché le merci, la tesi del libero scambio, mentre resta valido “dal punto di vista puramente economico … presenta un punto di partenza molto cambiato per testare le ragioni extra-economiche a favore o contro il sistema di protezione”. Mises riassume così l’analisi delle migrazioni, oltre la materia delle considerazioni strettamente economiche e lo porta in contatto con la realtà politica concreta della democratica mescolanza Stato-nazione e della sua caratteristica repressione e violazione dei diritti di proprietà sulle minoranze nazionali da parte dei cittadini di maggioranza.

Questa analisi porta Mises a visualizzare l’“immigrazione” di massa, che è migrazione di lavoro attraverso i confini di stato, anche quando si verifica per ragioni puramente economiche, come comportanti l’inerente problema. Mises sostiene che la creazione della mescolanza Stato-nazione, derivante dalla immigrazione di lavoratori di nazionalità straniera, “fa sorgere ancora una volta tutti quei conflitti che in genere si sviluppano nei territori poliglotti” ed “in particolare i conflitti caratteristici tra i popoli”. Mises fa riconoscere che la pacifica assimilazione culturale e la politica può avvenire “se gli immigrati non arrivano tutti in una volta, ma a poco a poco, in modo che il processo di assimilazione tra i primi immigrati sia già stata completata o almeno già in corso, quando i nuovi arrivati giungono”. Egli cita l’esempio dell’immigrazione cinese negli Stati Uniti nel XIX secolo, che si è verificata in un modo suscettibile di assimilazione. Osserva Mises: che “forse” i cinesi hanno “ottenuto il riconoscimento nella loro nuova casa. … negli stati occidentali dell’Unione se la legislazione non avesse limitato la loro immigrazione nel tempo”. Ma questa è strettamente una dichiarazione positiva e Mises non opera alcuna delle implicazioni politiche da esso.

In effetti, Mises espone argomenti economici per limitare l’immigrazione protezionistica proposta dai sindacati relativamente ai paesi ad alto costo del lavoro, come gli Stati Uniti e l’Australia, in modo autoreferenziale trasparente e dannoso per gli interessi economici dei loro connazionali, nonché in contrasto con gli insegnamenti profondi della teoria economica. Mises prende un tono più misurato quando considera l’argomento extra-economico in favore della restrizione dell’immigrazione che è maliziosamente ricorsa a dai protezionisti come una posizione di ripiego. Secondo quest’ultimo argomento, in assenza di barriere all’immigrazione, “orde di immigrati” non-anglofoni europei e di nazionalità asiatiche potrebbero “inondare l’Australia e l’America”. Perché questi immigrati sarebbero arrivati rapidamente ed in gran numero, l’argomento asserisce, che non potevano essere assimilati e che gli anglosassoni, nei paesi di accoglienza, si troverebbero in minoranza ed il loro “dominio esclusivo … sarebbe stato distrutto”.

Nel valutare questo argomento, Mises sottolinea i problemi politici che sorgerebbero in una nazione-stato mista, creata durante la notte per l’immigrazione di massa:

Forse, questi timori possono essere esagerati per quanto riguarda gli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Australia, certamente non lo sono … Se l’Australia è spalancata all’immigrazione, si può desumere, con grande probabilità. che la sua popolazione sarebbe in pochi anni composta da giapponesi, cinesi e malesi … Tuttavia l’intera nazione (non solo i lavoratori) è unanime nel timore di invasione da stranieri. Gli attuali abitanti di quelle terre privilegiate (Stati Uniti e Australia) temono che un giorno potrebbero essere ridotti ad una minoranza nel loro stesso paese e che dovrebbero poi subire tutti gli orrori della persecuzione nazionale come, per esempio, i tedeschi di oggi (1927) sono esposti con la Cecoslovacchia, l’Italia e la Polonia.

Mentre Mises non prende una posizione esplicita circa l’opportunità di una politica di controllo dei flussi dell’immigrazione di massa, che è indotta da opportunità economiche, riconosce che “queste paure” della cittadinanze, che abitano il paese ricevente, “siano giustificate”, soprattutto in un mondo di stati interventisti. Mises, che per molti anni ha osservato in prima persona i maltrattamenti eclatanti delle minoranze nazionali in Europa centrale ed orientale, esprime vividamente la base della paura per la maggior parte della nazione di essere trasformata in una minoranza nazionale.

Fino a quando allo Stato sono attribuiti i vasti poteri che esso ha oggi e che l’opinione pubblica considera un suo diritto, il pensiero di dover vivere in uno stato il cui governo è nelle mani di membri di una nazionalità straniera è effettivamente terrificante. E’ spaventoso vivere in uno stato in cui ad ogni passo si è esposti a persecuzioni, mascherate dall’apparenza di giustizia da una maggioranza di governo. E’ terribile essere portatori di handicap, come un bambino a scuola, a causa della propria nazionalità e di essere dalla parte del torto ancor prima davanti all’autorità giudiziaria ed amministrativa, perché si appartiene ad una minoranza nazionale.

Così, Mises vede l’immigrazione, come sempre e ovunque, un “problema” a cui “non c’è soluzione”, a patto che i regimi politici interventisti siano nella consuetudine. Solo quando il passaggio dei confini di uno Stato, da parte dei membri di una nazione diversa presagisce i pericoli politici per la nazionalità indigena e vedrà il “problema dell’immigrazione” scomparire ed essere sostituita da migrazione benigna del lavoro che crea vantaggi economici purissimi e reciproci per tutti gli individui ed i popoli. Dal punto di vista di Mises, quindi, la soluzione al problema dell’immigrazione è di non legiferare qualcosa di vago, ma proprio ad hoc per la “libertà di movimento” tra i confini esistenti. Meglio è quello di completare la rivoluzione liberale del laissez-faire e garantire i diritti di proprietà privata, prevedendo la ridefinizione continua dei confini di stato in conformità con il diritto di autodeterminazione ed il principio di nazionalità. Poi – e solo allora – la riallocazione può continuare creando la ricchezza del lavoro in tutto il mondo, richiesto da un’economia capitalista dinamica ed essere tranquillamente sistemati senza precipitare in un conflitto politico.

Conclusione

Mises era un nazionalista, liberale radicale e cosmopolita, il cui obiettivo generale era quello di promuovere le politiche che hanno facilitato l’estensione pacifica della divisione sociale del lavoro, fondata sulla proprietà privata, a tutti gli individui e alle nazioni. Ha riconosciuto la realtà di nazioni separate e la sua significatività per l’analisi politica ed economica. Egli ha riconosciuto che i confini politici non si sono formati in base al principio di nazionalità ed erano un impedimento insormontabile alla realizzazione più completa del concetto di libero scambio ed una importante fonte di conflitti nazionali come il protezionismo che ha distrutto ricchezza. In particolare, Mises, si rese conto che “l’immigrazione” non era la soluzione al problema della distribuzione spaziale antieconomica del lavoro, ma la causa del problema. Il problema dell’immigrazione sarebbe stato risolto solo con la consumazione della rivoluzione liberale classica nel riconoscimento universale del diritto di autodeterminazione. Allora il problema ed – il vero fenomeno – di im-migrazione presto scomparirebbe, come i confini degli Stati sposterebbe la migrazione dei popoli e delle nazioni.

Ulteriori letture

Mises, Ludwig von. 1983. Nation, State, and Economy: Contributions to the Politics and History of Our Time. Trans. Leland B. Yeager. New York: New York University Press.

1985. Liberalism in the Classical Tradition. Trans. Ralph Raico. 3rd ed. Irvington-on-Hudson, NY and San Fancisco: The Foundation for Economic Education, Inc. and Cobden Press (co-publishers)
1996. Critique of Interventionism. Trans. Hans F. Sennholz. 2nd ed. Irvington-on-Hudson, NY: The Foundation for Economic Education, Inc.
1998. Human Action: A Treatise on Economics. Scholar’s Edition. Auburn, AL: The Ludwig von Mises Institute.
Rothbard, Murray N. 1993. “Hands Off the Serbs.” RRR: Rothbard-Rockwell Report. Pp. 1-5.
1994. “Nations by Consent: Decomposing the Nation-State.” Journal of Libertarian Studies 11:1 (Fall): 1-10.

Mises (. 1983, pag 34) dà l’esempio affascinante dei nazionalisti italiani che gridarono ai soldati imperiali austriaci: “Tornate indietro, attraversate le Alpi e diventeremo ancora fratelli”.
2. Tuttavia, Mises (1983, p. 37), ammette che in rari casi, “dove la libertà e l’auto- governo già prevalgono e sembrano fiduciosi senza di essa”, come la Svizzera, il diritto all’autodeterminazione non può comportare uno stato nazionale a livello unitario.
3. Sui conflitti etnico-religiosi nella ex Jugoslavia vedi Rothbard (1993; 1994).
4.Rothbard (1994, pp. 5-6) lo rende un punto simile sugli inevitabili conflitti politici che sorgono in una situazione dove diverse nazionalità sono legate insieme sotto la giurisdizione di un unico governo liberale del laissez-faire: “ma anche sotto un piccolissimo stato, i confini nazionali potrebbero ancora fare la differenza, spesso grande, per gli abitanti della zona. Per la cui lingua… ci saranno nella zona: cartelli stradali, elenchi telefonici, procedimenti giudiziari o classi scolastiche?
5.Un termine più eufonico di “mescolanza di stati-nazione”, per queste entità politiche, sarebbe “stati multinazionali”, ma data la sua attuale connotazione, quest’ultimo termine è probabile che sia fuorviante.
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