I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » mar nov 21, 2017 7:53 am

SAN SUU KYI DÀ LEZIONE A MOGHERINI: “IMMIGRATI PORTANO TERRORISMO”

https://www.facebook.com/groups/1059950 ... 6477007867

“Conflitti e instabilità nel mondo sono in parte dovuti all’immigrazione illegale che diffonde il terrorismo”.

Lo ha detto Il leader birmano e premio Nobel per la pace San Suu Kyi, accogliendo nella capitale ministri degli Esteri asiatici ed europei, tra i quali l’Alto Rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini.
Nel suo discorso, il leader birmano non ha fatto esplicito riferimento alla cacciata dalla Birmania di 600 mila musulmani Rohingya, avvenuta nel tempo record di tre mesi, ma molti in Myanmar considerano la minoranza musulmana immigrati illegali e li accusano di atti terroristici. Il che è vero: arrivarono al seguito dei colonizzatori inglesi dal Bangladesh, e lì, ora, sono tornati.
“Credo che ci sia una reale e concreta possibilità che Birmania e Bangladesh raggiungano un’intesa per il rimpatrio dei rifugiati” di etnia Rohingya, aveva affermato con demenziale ‘ottimismo’ poco prima, Federica Mogherini che ha incontrato il consigliere di Stato birmano Aung San Suu Kyi per parlare della situazione nello stato di Rakhine. Colloquio, sostiene Mogherini, “che ho trovato estremamente incoraggiante”. Mogherini ha anche visitato alcuni dei campi ‘profughi’ in Bangladesh e incontrato il premier del Paese Sheikh Hasina.
I Birmani si sono liberati in pochi mesi di 600 mila musulmani, e secondo lei, ora, se li riprenderanno. Contaci. Non tutti hanno il desiderio di autodistruggerci che la UE ha imposto ai popoli europei.



Aung San Suu Kyi, 'immigrazione illegale diffonde terrorismo' - Asia

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/a ... a65cd.html

"Conflitti e instabilità nel mondo sono in parte dovuti all'immigrazione illegale che diffonde il terrorismo". Lo ha detto la leader della Birmania Aung San Suu Kyi accogliendo nella capitale ministri degli esteri asiatici ed europei, tra i quali l'alto rappresentante della politica estera europea Federica Mogherini.

Nel suo discorso la leader della Birmania non ha fatto esplicito riferimento alla crisi dei Rohingya ma molti in Birmania considerano i profughi della minoranza musulmana immigrati illegali e li accusano di atti terroristici. "L'immigrazione illegale diffonde terrorismo e violenza, conflitti sociali e persino la minaccia di una guerra nucleare", ha sottolineato Suu Kyi.


Alberto Pento
Questa donna sensata ha più che ragione.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » ven nov 24, 2017 8:30 am

???

Bangladesh e Myanmar hanno firmato un accordo per il ritorno dei rohingya in Myanmar
giovedì 23 novembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/11/23/banglad ... o-rohingya

Bangladesh e Myanmar hanno firmato un accordo che prevede il ritorno di centinaia di migliaia di persone di etnia rohingya in territorio birmano. L’accordo, di cui non sono stati diffusi i dettagli, vorrebbe affrontare la crisi iniziata lo scorso agosto con gli scontri tra ribelli rohingya ed esercito nello stato del Rakhine, nel Myanmar occidentale. A seguito degli scontri, centinaia di migliaia di persone erano scappate dalle violenze dell’esercito: avevano superato il confine con il Bangladesh e si erano rifugiate nei campi profughi vicini alla frontiera.
Il governo del Myanmar ha detto che è pronto a ricevere i rohingya «il prima possibile». Diverse organizzazioni internazionali dubitano però che il Myanmar creerà delle condizioni di sicurezza sufficienti per il ritorno dei rohingya, una delle minoranze etniche più perseguitate al mondo.

Perseguitate? Forse perché sono dei criminali assasssini nazisti maomettani.




Rohingya, accordo tra Bangladesh e Mynamar per il rimpatrio dei profughi
Luca Miele giovedì 23 novembre 2017

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/ro ... -e-mynamar

I due Paesi hanno siglato un memorandum di intesa per il rientro in patria di centinaia di migliaia di rifugiati
Il Myanmar e il Bangladesh hanno siglato un memorandum di intesa per il rientro in patria di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya, fuggiti per sfuggire alle violenze dell'esercito birmano. «Siamo pronti a riprenderli il prima possibile dopo che il Bangladesh ci ha restituito i moduli», ha detto Myint Kyaing, un segretario permanente al ministero del Lavoro, dell'Immigrazione e della Popolazione della ex Birmania, facendo riferimento ai moduli di registrazione che i profughi rohingya devono completare con i dettagli personali prima del rimpatrio. Un'accelerazione imprevista dopo che la scorsa settimana il potente capo dell'esercito di Myanmar, Min Aung Hlaing, aveva fatto sapere che è «impossibile accettare il numero
di persone proposto dal Bangladesh». La stessa Aung San Suu Kyi ha incontrato oggi il ministro degli Esteri del Bangladesh, Abul Hassan Mahmood. per «discutere degli sviluppi della cooperazione
tra i due paesi, di accettare le persone che hanno lasciato i luoghi di Rakhine e della cpllaborazione in corso tra i due paesi». Oltre 620mila persone sono fuggite verso il Bangladesh da agosto e, per lo più, vivono in condizioni molto difficili in campi profughi.
Si tratta di una prima misura dopo che la crisi ha subito un'internazionalizzazione negli ultimi giorni. Il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha condannato mercoledì la persecuzione della minoranza Rohingya in Birmania come «pulizia etnica». In una dichiarazione, Tillerson ha accusato l'esercito birmano di aver causato «tremende sofferenze ai musulmani Rohingya, costringendo centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini a fuggire dalle loro case». «Dopo un'attenta analisi dei fatti disponibili - ha precisato Tillerson - è chiaro che la situazione nello stato del Rakhine costituisce una pulizia etnica contro i Rohingya». La presa di posizione Usa rischia di raffreddare e di molto i rapporti con il Myanmar, rasserenatisi dopo la vittoria di Aung San Suu Kyi nel 2015. Una presa di distanza che la Cina ha subito deciso di sfruttare, intensificando i rapporti militari con il Paese.


Rohingya: Amnesty su accordo Bangladesh e Myanmar, “prematuro parlare di rientro dei rifugiati senza condizioni sicurezza”
23 novembre 2017

https://agensir.it/quotidiano/2017/11/2 ... -sicurezza

“Anche se i dettagli dell’accordo non sono stati ancora resi noti, parlare di rientro è evidentemente prematuro considerato che i Rohingya continuano a cercare rifugio in Bangladesh quasi ogni giorno a causa della pulizia etnica in corso in Myanmar”. È il commento di Charmain Mohamed, direttore di Amnesty International sui diritti dei rifugiati e dei migranti, dopo la notizia di oggi su un accordo raggiunto tra Myanmar e Bangladesh per il rientro di quasi un milione di rifugiati Rohingya. “Non potrà esservi alcun rientro in condizioni di sicurezza e dignità fino a quando il sistema d’apartheid resterà in vigore in Myanmar – afferma -, dove migliaia di Rohingya sono trattenuti in condizioni equiparabili a quelle dei campi di concentramento. Rientrare in condizioni del genere è semplicemente inimmaginabile”. Mohamed chiede che Myanmar e Bangladesh rispettino “l’obbligo di diritto internazionale di non rimandare persone in situazioni nelle quali rischierebbero di subire persecuzione o altre gravi violazioni dei diritti umani”. Secondo Amnesty international il fatto che le Nazioni Unite e la comunità internazionale “siano state completamente emarginate da questo negoziato non depone in favore di un serio programma di rimpatri volontari rispettoso degli standard internazionali”. Ad avviso dell’organizzazione per i diritti umani i Rohingya “dovrebbero essere in grado di continuare a chiedere asilo in Bangladesh e chi non volesse tornare in Myanmar non dovrebbe essere costretto a farlo”. L’analisi di Amnesty international sulle cause alla radice dell’attuale crisi nello stato di Rakhine, pubblicata questa settimana, ha riscontrato che la popolazione Rohingya di Myanmar è intrappolata in un crudele sistema di discriminazione istituzionalizzata e promossa dallo Stato “che corrisponde al crimine di apartheid”.


Io mi preoccuperei più per la sicurezza dei birmani e dei buddisti che dei nazisti maomettani.


Shinzo Abe ha promesso ad Aung San Suu Kyi nuovi aiuti economici al regime, malgrado la condanna internazionale per la pulizia etnica in corso. E Tokyo ha accolto come rifugiati soltanto 18 Rohingya
Domenica, 19 Novembre 2017
Marco Zappa

http://eastwest.eu/it/opinioni/fermata- ... i-rohingya

Un miliardo di euro. Questa è la cifra che Tokyo devolverà a Nayipidaw in forma di prestito a tasso di interesse preferenziale per una serie di progetti tesi a favorire lo sviluppo locale del Paese del sudest asiatico. Tra i progetti, la costruzione di una linea ferroviaria tra Yangon e Mandalay, due delle città più importanti del Myanmar, incentivi agli agricoltori e alle piccole e medie imprese. L’accordo è stato trovato ai margini del vertice Asean di Manila lo scorso 14 novembre dal primo ministro Shinzo Abe e dalla consigliera di stato e ministro degli esteri birmana Aung San Suu Kyi.

Il nuovo pacchetto di prestiti rientra nell’ambito degli accordi presi da Abe e Suu Kyi durante la visita di quest’ultima a Tokyo a novembre dell’anno scorso. Alla base, considerazioni di tipo strategico e geopolitico: gli aiuti allo sviluppo sono tradizionalmente uno strumento diplomatico per estendere l’influenza giapponese all’estero – soprattutto nei paesi in via di sviluppo -- e rimangono decisivi nel grande piano dell’amministrazione Abe di ridare protagonismo al Giappone sugli scenari internazionali.

Abe ha annunciato anche aiuti di emergenza per affrontare la crisi umanitaria dei Rohingya al confine con il Bangladesh e avrebbe invitato la controparte birmana a interrompere l’isolamento dello stato di Rakhine e a far passare gli aiuti umanitari. A questo impegno, si aggiunge quello del ministro degli Esteri giapponese Taro Kono che in queste ore si trova proprio in Bangladesh in occasione del 45esimo anniversario dell’apertura delle relazioni bilaterali.

In un’intervista al quotidiano locale The Daily Star, Kono ha condannato gli attacchi contro le forze di sicurezza birmane del 25 agosto e al tempo stesso condannato le rappresaglie sui civili. Kono ha inoltre ribadito gli impegni presi con Tokyo dall’amministrazione birmana – assistenza umanitaria, ritorno dei profughi e ricostruzione e misure per lo sviluppo regionale e l’allentamento delle tensioni tra le diverse comunità etnico-religiose. «Il Giappone – ha concluso Kono – continuerà a valutare ogni possibile mezzo di sostegno per risolvere questa grave e complessa questione in stretta collaborazione con il Bangladesh». Secondo la Nhk, Kono visiterà anche i campi profughi dove sono stati accolti i Rohingya in fuga dal Myanmar.

Per far fronte all’emergenza umanitaria, all’assemblea generale dell’Onu di settembre lo stesso Kono aveva promesso aiuti per 4 milioni di dollari in aiuto a Myanmar e Bangladesh. A questi si aggiunge un nuovo pacchetto da 15 milioni di dollari.

Nel 2017 oltre 600mila persone hanno attraversato il confine tra Myanmar e Bangladesh in condizioni disperate nel tentativo di sfuggire alle violenze. Secondo l’organizzazione per i rifugiati dell’Onu, la rappresaglia dell’esercito birmano nello stato di Rakhine è un «esempio da libro di testo di pulizia etnica».

Gli aiuti giapponesi rimangono però confinati alla dimensione economica. Nonostante le condanne della violenza e i ripetuti appelli sulla condizione dei Rohingya, poco è stato fatto in termini di politiche di accoglienza. Su 130 Rohingya richiedenti asilo, appena 18 hanno ricevuto l’ok delle autorità giapponesi. Altre quindici richieste sono al vaglio, tre delle quali provenienti da persone al momento recluse nei centri di detenzione per gli immigrati considerati «illegali». Ad oggi, secondo il Japan Times, in Giappone vivono in totale poche centinaia di Rohingya, tutti «confinati» a Tateyama, città industriale nella prefettura di Gunma, poco a nord di Tokyo, dove sono impiegati in stabilimenti produttivi.

Al di là degli aiuti, i Rohingya sono l’esempio più lampante delle rigide politiche migratorie del Paese arcipelago. E qualcuno come Zaw Min Htut, coordinatore della ong Rohingya Advocacy Network in Japan, crede che il Giappone «abbia il dovere» di fare di più. «Chiediamo che il governo giapponese richieda lo stop immediato degli attacchi violenti contro i Rohingya», ha detto Min Htut a ottobre di quest’anno. Tokyo «dovrebbe mostrare più generosità alle persone che soffrono».

I giapponesi non sono così stupidi da portarsi a casa un mucchio di nazisti maomettani.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » ven nov 24, 2017 9:16 pm

???

Viaggio in Myanmar e Bangladesh. Papa Francesco incontrerà anche i Rohingya
Al programma della visita si aggiungono altri tre appuntamenti. Inoltre saranno benedette le prime pietre di 16 nuove chiese.
Mimmo Muolo
mercoledì 22 novembre 2017

https://www.avvenire.it/papa/pagine/pap ... a-rohingya

Papa Francesco incontrerà un piccolo gruppo di Rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar alla quale non viene riconosciuto il diritto di cittadinanza e che viene sottoposta – secondo l’Onu - a una sorta di “pulizia etnica”. Francesco, che ha già più volte rivolto appelli in loro favore, ne incontrerà una rappresentanza a Dacca il 1° dicembre, durante il viaggio che dal 26 novembre al 2 dicembre lo porterà nell’ex Birmania e nel Bangladesh. Lo annunciato il direttore della Sala Stampa vaticana, Greg Burke, incontrando i giornalisti che parteciperanno al volo papale.

Burke ha anche parlato di altri due appuntamenti che si aggiungono all’agenda del viaggio. L’incontro con il capo dell’esercito del Myanmar, generale Min Aung Hlaing (il 30 novembre a Yangon), e quello – sempre a Yangon - con i rappresentanti delle minoranze religiose. E’ stato il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo della capitale, a suggerire questi due ultimi appuntamenti, così come di non usare il termine Rohingya durante il viaggio. Le prime due richieste sono state accolte. Sulla terza, ha detto Burke, «aspettiamo e vediamo che cosa dirà il Papa». Sicuramente, ha aggiunto il portavoce vaticano, «il Santo Padre vuole portare ovunque un messaggio di riconciliazione, di pace e di perdono».

La questione si intreccia anche con la situazione dei cattolici che nei due Paesi sono una sparuta minoranza. Poco più dell’uno per cento tra i 51 milioni di abitanti del Myanmar (il 91 per cento dei quali buddisti), nazione per 60 anni oppressa da una dittatura militare, che ora ha lasciato il posto a un governo formalmente democratico (il presidente de facto è il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi), in cui però i militari continuano a contare parecchio, come si è visto anche nella recente escalation di violenza ai danni dei Rohingya. Ancora di meno – lo 0,24 per cento – tra i 160 milioni di bengalesi, al 98 per cento islamici.

«Aiutare delle piccole Chiese e Paesi in transizione (verso la democrazia il Myanmar, verso lo sviluppo il Bangladesh, ndr) sono gli scopi principali dell’itinerario papale», ha spiegato ieri Burke. E infatti, Papa Francesco pronuncerà 11 discorsi e benedirà tra le altre cose a Yangon le prime pietre di 16 nuove chiese, del seminario e della nunziatura (i rapporti diplomatici sono stati allacciati solo nel maggio scorso). Inoltre concluderà sia la tappa birmana, sia quella bengalese con un incontro con i giovani. «Un segno di speranza», ha concluso il portavoce vaticano. Questo è il 21° viaggio internazionale di Papa Francesco.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » mar nov 28, 2017 7:32 am

A casa mia non ospiteriei mai quest'uomo privo del senso della giustizia

???
La missione di Papa Francesco in Myanmar per salvare i Rohingya e aiutare i cristiani
Paola Belletti
2017/11/27

https://it.aleteia.org/2017/11/27/papa- ... -cristiani

Primo giorno di visita papale nel Paese del Sud-est asiatico e subito un confronto con i vertici dell'esercito. Con l'obiettivo di portare la pace per le minoranze perseguitate

Il viaggio di Papa Francesco in Myanmar è iniziato con un doppio cambio di programma: avrebbe dovuto incontrare il generale Min Aung Hlaing, ma si è ritrovato di fronte tutti i vertici militari del Paese. Il primo incontro è stato infatti con il capo dell’esercito e altri vertici militari che hanno governato per anni con pugno di ferro l’ex Birmania. «Nel colloquio di oggi – ha spiegato il portavoce della Santa Sede, Greg Burke – si è parlato della grande responsabilità delle autorità del Paese in questo momento di transizione».

Su ciò che dirà il pontefice pende poi un particolare divieto, quello di non pronunciare la parola ‘Rohingya‘, la minoranza islamica cacciata dal governo e che ha dovuta rifugiarsi in Bangladesh.

“Non deve nominare quella parola…”

Il dramma dei Rohingya è centrale nella visita apostolica di Papa Francesco in Myanmar. Il cardinale Charles Maung Bo, vescovo di Rangoon, capitale di Myanmar, in un’intervista a Tv2000 (11 novembre) aveva rinnovato l’invito a non parlare di Rohingya: «Ho avvertito il Papa. Gli ho detto che sia il governo che i militari, ma anche la gente in generale, soprattutto gli appartenenti alla Polizia non gradiscono questo termine. Speriamo che non usi questa parola perché ha un’accezione molto politica. È un termine contestato» ha detto l’arcivescovo di Rangoon.

L’esodo dei 600mila sfollati

Da fine agosto l’esodo dei profughi Rohingya verso il Bangladesh – 622 mila secondo l’Unhcr, che vanno ad aggiungersi ai 160 mila già presenti – ha causato una tragedia umanitaria. «Se usi questa parola – ha proseguito il card. Bo – vuol dire che sposi completamente la loro causa. Anche se io ho cercato di spiegare che se dovesse usare quella parola questo non vuol dire che il Papa vuole interferire nella politica interna birmana, ma semplicemente lo fa per una particolare simpatia verso queste persone che stanno soffrendo. Potrebbe farlo ma solo per indicare di chi stiamo parlando» (L’Huffington Post, 27 novembre).

L’incontro con il premio Nobel

È stato spostato a domani 28 novembre il faccia a faccia più atteso, quello con il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, oggi consigliera di Stato e ministro degli Esteri, duramente criticata per non aver preso una posizione forte contro la persecuzione dei Rohingya. (La Repubblica, 27 novembre).

La minoranza cristiana

Ma nel colloquio con il premio Nobel sarà centrale anche la situazione dei cristiani nel Paese del sud-est asiatico. Il Myanmar ha 50 milioni di abitanti e meno dell’1% di cristiani: 600.000 in tutto. Il 90% della popolazione è composto da buddisti, come riferisce padre Bernardo Cervellera, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME) (Aleteia, 10 ottobre).

Questo viaggio, infatti, interessa al Papa per sostenere le minoranze cristiane e la lotta alla povertà (il 15% della popolazione è povera, ma nelle campagne si arriva al 40%).

Conversioni tra i contadini

E sono proprio i più poveri a sentirsi maggiormente accolti dalla Chiesa. Come spiega Cervellera «si sentono accolti, tra le altre cose, perché per gli induisti sono “paria” (fuori casta ndr) e per i musulmani gente da sfruttare. La maggior parte dei poveri è composta da animisti, ritenuti infedeli. Ogni giorno constatiamo fino a dieci notifiche di contadini sfrattati dai musulmani». Ed è questa continua crescita in termini numerici della minoranza cristiana ad infastidire chi è oggi al potere in Myanmar.


Alberto Pento
E dei buddisti perseguitati dai maomettani rohingya non si preoccupa? A casa mia non ospiterei mai quest'uomo privo del senso della giustizia

Rino Monti
Veramente gli organi internazionali affermano il contrario. Il pasticcio della sede territoriale manante peri Rohingys lo crearono gli inglesi colonialisti, insieme a tantintissimi altri pasticci ed oggi quel popolo non lo vuole nessuno:.Loro si defendono c lei a non volere vicino il " dolce Cristo in terra", Vicario di Cristo e Successore di Pietro, il Santo Padre Francesco, perchè lei è coerente con i meriti che ha, cioè nessuno, per ospitarlo!. Le ricordo che in in quei paesi buddisti del sud asiatico i cristiani sono perseguitati anche dai "pacifici" buddisti"

Alberto Pento
Quello che lei chiama Santo Padre per me è soltanto un uomo come un altro che crede nell'idolo dei cristiani, l'ebreo Cristo. Io non amo quest'uomo perché per me è un presuntuoso e la sua politica mi fa del male e viola i miei diritti umani. In Birmania come nel resto del mondo i nazisti maomettani vogliono imporre le loro leggi e discriminano ogni diversamente religioso e pensante, sino allo sterminio. Difendere i nazisti maomettani è un crimine contro l'umanità. Non ho mai sentito Bergoglio, politicante del Vaticano, una parola di sostegno ai buddisti birmani maltrattati e uccisi dai rohingya e mai una parola di rimprovero verso questa gente.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » mar nov 28, 2017 1:21 pm

Papa in Myanmar, l'incontro con Aung San Suu Kyi
28 Novembre 2017

http://www.liberoquotidiano.it/news/est ... u-kyi.html

Città del Vaticano, 28 nov. (AdnKronos) - Un incontro che riafferma la nostra fede nel potere e nella possibilità di pace e misericordia. Con queste parole la leader del Myanmar Aung San Suu Kyi ha accolto Papa Francesco nella capitale Nay Pyi Taw. Nel suo discorso, il premio Nobel per la Pace ha ringraziato il Pontefice per "essere arrivato qui da noi" e ha chiesto a Bergoglio di "portare forza e speranza nella comprensione dei nostri bisogni, della pace, della riconciliazione nazionale e dell'armonia sociale".

"Il nostro inno nazionale, adottato al momento della nostra indipendenza, inizia con le parole 'Non deviare mai dalla giusta libertà', riflettendo la ferma convinzione dei padri fondatori della nostra nazione che la vera libertà non può sopravvivere senza giustizia", ha detto ancora la leader birmana, spiegando che oggi "spetta a noi continuare il compito di costruire una nazione fondata su leggi e istituzioni che garantiscano a tutti giustizia, libertà e sicurezza".

Nel suo discorso San Suu Kyi sottolinea poi "le sfide che affronta il Myanmar sono molte e ognuna richiede forza, pazienza e coraggio. La nostra nazione è un ricco arazzo di diversi popoli, lingue e religioni, tessuto su uno sfondo di un vasto potenziale naturale. Lo scopo del nostro governo è di far emergere la bellezza della nostra diversità e di renderla la nostra forza, proteggendo i diritti, promuovendo la tolleranza e garantendo la sicurezza per tutti".

"Sono molto grato a tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per rendere possibile questa visita", ha detto dal canto suo il Pontefice. "Sono venuto, soprattutto, a pregare con la piccola ma fervente comunità cattolica della nazione, per confermarla nella fede e incoraggiarla nella fatica di contribuire al bene del Paese - ha sottolineato - Sono molto lieto che la mia visita si realizzi dopo l'istituzione delle formali relazioni diplomatiche tra Myanmar e Santa Sede". Il Papa legge questa decisione come "segno dell'impegno della nazione a perseguire il dialogo e la cooperazione costruttiva all'interno della più grande comunità internazionale, come anche a rinnovare il tessuto della società civile".




Papa Francesco incontra Aung San Suu Kyi: 'Il futuro del Myanmar sia la pace'

2017/11/28

http://www.ansa.it/sito/notizie/politic ... 748d5.html

È durato 23 minuti il colloquio privato tra il papa e il ministro degli Esteri e Consigliere diplomatico del Myanmar Aung San Suu Kyii, nella sala del Corpo diplomatico del palazzo presidenziale della capitale Nay Pyi Taw.

Papa ha detto ad autorità e Corpo diplomatico del Paese che "il futuro del Myanmar deve essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo, nessuno escluso, di offrire il suo legittimo contributo al bene comune. L'arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale - ha proseguito Francesco - può avanzare solo attraverso l'impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. La giustizia - ha concluso - è volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto", e queste intuizioni hanno portato a creare l'Onu e a concepire la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

Aung San Suu Kyi ha affermato che l'incontro con il Papa, (nel palazzo presidenziale della capitale, prima in privato e poi con un discorso della "Signora", ndr), "rimarca la nostra fiducia nel potere e nella possibilità di pace". Ha citato la crisi del Rakhine (dove sono i musulmani "rohingya", ndr); ha incluso il Papa tra quei "buoni amici" il cui "sostegno allo sforzo di pacificazione" ha un valore "inestimabile". Per Aung San Suu Kyi la crisi dei musulmani del Rakhine - che si chiamano "rohingya" ma che i birmani, il governo, i militari e le altre etnie chiamano "bengali del Rakhine" - si è trasformata in un grande problema, tanto che secondo alcuni osservatori negli attacchi dell'agosto scorso a postazioni militari del Rakhine, attacchi ad opera dell'esercito di liberazione dei rohingya, ci sarebbe il disegno destabilizzante proprio dei militari, contro la leader democratica e la sua opera di integrazione delle minoranze. Incontrando pubblicamente il Papa nel palazzo presidenziale della capitale Nay Pyi Taw, la ministra degli Esteri del Paese ha affrontato con determinazione non solo la questione del Rakhine, ma le sfide del Paese che deve uscire da decenni di dittatura militare. In questo percorso, ha annoverato il Papa tra i "buoni amici", citando anche le relazioni diplomatiche che Myanmar e Santa Sede hanno allacciato lo scorso maggio. Sono un nuovo inizio, ha detto, ma per le persone della mia generazione sono anche la conferma di antichi legami. La leader democratica ha ricordato di aver iniziato gli studi in una scuola cattolica, quella dei francescani, e ha ringraziato per il contributo della Chiesa alla storia e in prospettiva al futuro del Paese. Ha parlato in inglese, (queste note si basano su una traduzione non ufficiale, ndr), ma ha pronunciato due frasi in italiano: "Grazie per essere arrivato qui da noi" e "continuiamo a camminare insieme con fiducia". Ha anche citato il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della pace del 2017, le Beatitudini del discorso della montagna, che, ha detto la "Signora", sono anche una sfida per i governanti e un programma politico.

Lo staff del generale Min Aung Hlaing, che ieri ha incontrato papa Francesco nell'arcivescovado di Yangon insieme ad altri sei militari, ha fatto sapere tramite "Facebook" che nel colloquio tra il Pontefice e il generale, che è capo dell'esercito del Myanmar, il generale ha fatto presente che nel Paese "non c'è persecuzione religiosa né discriminazione religiosa".





Myanmar. Il cardinale raccomanda al Papa di non usare la parola 'Rohingya'. Ecco perché
27 novembre 2017

http://www.rainews.it/dl/rainews/artico ... 41174.html


Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon ha raccomandato a papa Francesco, in visita in Myanmar e Bangladesh, di non utilizzare il termine "Rohingya" per evocare la minoranza musulmana birmana, avvertendolo che "sia il governo sia i militari, ma anche la gente comune, soprattutto la Polizia, non gradiscono questo termine" che "ha un'accezione molto politica ed è un termine contestato".

Perchè in Myanmar questo nome è tabù?
La minoranza musulmana dei Rohingya in effetti non è mai stata riconosciuta come facente parte delle 135 etnie registrate in Birmania da una legge del 1982, instaurata dalla dittatura militare, rendendo così apolidi i suoi appartenenti. Ancora oggi, il governo birmano riconosce solo le "razze nazionali", quelle presenti nel paese prima dell'arrivo dei coloni britannici, nel 1823, e dunque non i Rohingya.

I birmani usano piuttosto le diciture "musulmani dello Stato di Rahkine" o "bengalesi", evocando così il fatto che sono percepiti come immigrati illegali originari del vicino Bangladesh voisin. Le autorità birmane ritengono, infatti, che siano arrivati nel paese al momento della colonizzazione britannica alla fine del XIX secolo.

Fu pronunciato per la prima volta da uno studioso scozzese

La parola "Rooinga" fu pronunciata per la prima volta nel 1799 da un geogrado e botanico scozzese, Francis Buchanan-Hamilton, che evocava con questo nome una popolazione che viveva nel nord dell'Arakan, nel sud ovest dell'attuale Birmania, dove ancora oggi vive circa un milione di Rohingya.

???
In realtà, papa Francesco ha già affermato la sua posizione, utilizzando a diverse riprese il termine "Rohingya": a febbraio, alla fine di un'udienza generale, ha chiesto ai fedeli di pregare "per i nostri fratelli e sorelle Rohingya" che "sono gente buona e pacifica", aveva detto. "Non sono cristiani, ma sono nostri buoni fratelli e sorelle. E da anni soffrono: sono torturati, uccisi, semplicemente per aver onorato e rispettato le loro tradizione e la loro fede musulmana". E ancora: alla fine di agosto, il Pontefice aveva denunciato: "la persecuzione della minoranza dei nostri fratelli Rohingya" e chiesto che "tutti i loro diritti siano rispettati".



Bergoglio ha detto dei Rohingya:

... E da anni soffrono: sono torturati, uccisi, semplicemente per aver onorato e rispettato le loro tradizione e la loro fede musulmana"

Cosa vuol dire "onorare e rispettare la tradizione e la fede mussulmana" ?

Vuol dire forse "fare come Maometto e come hanno sempre fatto i suoi seguaci detti maomettani sino ai giorni nostri come i maomettani dell'ISIS?"

Secondo Bergoglio i Rohingya in quanto maomettani hanno diritto di discriminare, perseguitare, uccidere e sterminare i diversamente religiosi e pensanti, e di imporre il loro idolo Allah con il suo Profeta Maometto e la sua parola del Corano all'umanità intera con ogni mezzo tra cui l'orrore e il terrore?
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » mer nov 29, 2017 7:37 am

Monaci buddisti contro la visita di Papa Francesco in Myanmar
martedì 28 novembre 2017

http://www.secoloditalia.it/2017/11/mon ... m=facebook

I monaci buddisti birmani si sono schierati contro la visita di Papa Francesco e il governo di Aung San Suu Kyi per averlo invitato. La Patriotic Myanmar Monks Union (Pmmu) ha rilasciato una dichiarazione nella quale definisce la visita una «oppressione» del Myanmar buddista, in riferimento alle dichiarazioni che il Pontefice aveva fatto in passato a favore dei Rohingya. Più di 620.000 Rohingya sono fuggiti dallo stato birmano di Rakhine nel Bangladesh da agosto, risultato di ciò che è stato descritto dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti come «pulizia etnica». Ma come molti nella Birmania a maggioranza buddista, compreso il governo, il PMMU (movimento razzista dei monaci buddisti che considera nemici islamici e cristiani) definisce i Rohingya “bengalesi illegali”. «Il Papa non dovrebbe usare la parola Rohingya», ha detto alla Dpa un monaco nazionalista di primo piano dello stato di Rakhine, Askhin Kumara, prima del discorso del Pontefice, durante il quale il termine non è stato effettivamente usato, spiegando che «può danneggiare la stabilità del paese, quelli che usano la parola Rohingya interferiscono con gli affari del paese».


Il Papa teme ritorsioni dei buddisti birmani contro i cattolici

Da parte sua il vice direttore di Human Rights Watch Asia, Phil Robertson, ha detto che Bergoglio potrebbe essere stato consigliato dalla Chiesa cattolica a non parlare dei Rohingya per timore di ripercussioni sulla minoranza cattolica della nazione che costituisce solo l’1,6% della popolazione. «È molto imprevedibile, specialmente se il governo e le forze armate chiudono intenzionalmente i loro occhi e lasciano che gruppi estremisti buddisti aggrediscano i cattolici», ha detto alla Dpa.



Alberto Pento
Fanno bene a protestare contro Bergoglio il sostenitore dei nazisti maomettani che uccidono i buddisti e i cristiani; questo Papa assurdo che non ha avuto una parola a difesa dei birmani e dei buddisti e nemmeno una di rimprovero e di critica verso i maomettani. Questo Papa è una mostruosità che parteggia per l'idolatria maomettana che non ha rispetto per nessuno, tanto meno per Dio.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » mer nov 29, 2017 9:47 pm

Guarire le ferite, avere l'odore delle pecore
Mimmo Muolo, inviato in Myanmar
mercoledì 29 novembre 2017

Papa Francesco nell'incontro con i vescovi del Myanmar


https://www.avvenire.it/papa/pagine/pap ... ign=buffer


Guarigione, accompagnamento e profezia. Tre parole che rappresentano altrettanti impegni per la Chiesa del Myanmar. Francesco le pronuncia nel corso dell'incontro con i 22 vescovi birmani che lo attendono in arcivescovado di ritorno dall'incontro con i vertici dei monaci buddisti e dopo che lungo il tragitto ha fatto tappa alla St. Mary Cathedrale dove domani presiederà la Messa per e con i giovani. A bordo di una golf car il Pontefice saluta la folla all'esterno, si intrattiene con un anziano sacerdote in sedia a rotelle e fa una foto con i bambini del coro. Poi all'interno, dopo il saluto del presidente della Conferenza Episcopale, Felix Lian Khen Thang, vescovo di Kalay, pronunciato il suo discorso con diverse improvvisazioni a braccio: la raccomandazione di "guarire le ferite, di avere l'odore delle pecore e anche di Dio". Fuori programma un black out di pochi secondi che ha spento le luci, prontamente tornate a funzionare.

“Il Vangelo che predichiamo è soprattutto un messaggio di guarigione, riconciliazione e pace – si legge nel testo scritto -. Mediante il sangue di Cristo sulla croce Dio ha riconciliato il mondo a sé, e ci ha inviati ad essere messaggeri di quella grazia risanante. Qui in Myanmar, tale messaggio ha una risonanza particolare, dato che il Paese è impegnato a superare divisioni profondamente radicate e costruire l’unità nazionale. Le vostre greggi portano i segni di questo conflitto e hanno generato valorosi testimoni della fede e delle antiche tradizioni; per voi dunque la predicazione del Vangelo non dev’essere soltanto una fonte di consolazione e di fortezza, ma anche una chiamata a favorire l’unità, la carità e il risanamento nella vita del popolo”.
“La comunità cattolica in Myanmar può essere orgogliosa della sua profetica testimonianza di amore a Dio e al prossimo, che si esprime nell’impegno per i poveri, per coloro che sono privi di diritti e soprattutto, in questi tempi, per i tanti sfollati che, per così dire, giacciono feriti ai bordi della strada”. Nella guarigione, infine, il Papa ha anche ricordato l'importanza di tessere rapporti di amicizia con le altre religioni.

Per quanto riguarda invece l'accompagnamento, il discorso scritto sottolinea che “un buon Pastore è costantemente presente nei riguardi del suo gregge, conducendolo mentre cammina al suo fianco”. “Ricordatevi – aggiunge il Papa a braccio - che per un vescovo il prossimo più prossimo che c'è sono i sacerdoti, i quali in lui devono sempre poter vedere un padre”. Nel discorso scritto inoltre raccomanda “coinvolgimento missionario, soprattutto attraverso visite pastorali regolari alle parrocchie e alle comunità che formano le vostre Chiese locali. È questo un mezzo privilegiato per accompagnare, come padri amorevoli, i vostri sacerdoti nel loro impegno quotidiano a far crescere il gregge in santità, fedeltà e spirito di servizio”. Infine chiede anche accompagnamento dei giovani, dei laici e dei catechisti, definiti “pilastri dell'evangelizzazione in ogni parrocchia”. Comunque “la preghiera è il primo compito del vescovo. E alla sera bisogna chiedersi: quante ore ho pregato oggi?”.

Nel discorso scritto c'è anche una terza parte dedicata alla profezia. “La Chiesa in Myanmar testimonia quotidianamente il Vangelo mediante le sue opere educative e caritative, la sua difesa dei diritti umani, il suo sostegno ai principi democratici – rimarca il Papa -. Possiate mettere la comunità cattolica nelle condizioni di continuare ad avere un ruolo costruttivo nella vita della società, facendo sentire la vostra voce nelle questioni di interesse nazionale, particolarmente insistendo sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti, in modo speciale dei più poveri e vulnerabili. Sono fiducioso che la strategia pastorale quinquennale, che la Chiesa ha sviluppato nel più ampio contesto della costruzione dello Stato, porterà frutto abbondante non solo per il futuro delle comunità locali, ma anche dell’intero Paese”. Seguono le esortazioni a “proteggere l’ambiente e assicurare un corretto utilizzo delle ricche risorse naturali del Paese a beneficio delle generazioni future. La custodia del dono divino della creazione – conclude il testo - non può essere separata da una sana ecologia umana e sociale”. Il Papa aggiunge anche la recita finale di un'Ave Maria. “Voi in birmano, io in spagnolo”, dice.

Al termine dell’incontro, dopo la presentazione individuale dei vescovi e la foto di gruppo, Francesco benedice la prima pietra di 16 chiese, del Seminario Maggiore e del la Nunziatura Apostolica. Infine, dopo la foto di gruppo con 300 seminaristi, riceve nella Cappella del piano terra, 30 membri della Compagnia di Gesù, missionari in Myanmar.

Papa Francesco ai buddisti: lavoriamo insieme per la pace

Contro “le ferite dei conflitti, della povertà e dell'oppressione”, cattolici e buddisti devono “camminare insieme” e “lavorare fianco a fianco per il bene di ciascun abitante di questa terra”. Nel secondo impegno pubblico della sua terza giornata in Myanmar Francesco ribadisce al Consiglio supremo “Sangha” dei monaci buddisti l'impegno a dialogare e ad adoperarsi per il bene comune. Riceve in risposta il caloroso benvenuto e la dichiarazione di pace del presidente dei monaci, Bhaddanta Kumarabhivamsa (“è deplorevole vedere terrorismo ed estremismo messi in atto in nome di credi religiosi”) e citando Buddha mostra quanto i suoi insegnamenti siano vicini a quelli di san Francesco d'Assisi.

L'incontro si svolge al complesso del Kaba Aye Center, uno dei templi buddisti più venerati dell’Asia sud-orientale, dove il Pontefice arriva in auto dall'arcivescovado. Francesco viene accolto dal Ministro per gli Affari Religiosi e la Cultura, Thura U Aung Ko. Quindi alle ore 16.15 locali (10.45 ora di Roma), ha luogo l’incontro con il Consiglio Supremo “Sangha” dei Monaci Buddisti.

Entrato nella Sala grande del complesso, papa Francesco si toglie le scarpe (come prescrive la tradizione buddista), ma mantiene i calzini neri. Saluta il Presidente dei monaci, ascolta il suo benvenuto e quindi pronuncia il suo discorso in italiano.
Francesco viene accolto e salutato da Bhaddanta Kumarabhivamsa, presidente del Comitato di Stato Sangha Maha Nayaka (Ansa)

Il Papa cita Buddha e san Francesco

Il nostro incontro, dice, “è un’importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e rispetto tra buddisti e cattolici. È anche un’opportunità per affermare il nostro impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna. Non solo in Myanmar, ma in tutto il mondo le persone hanno bisogno di questa comune testimonianza da parte dei leader religiosi”.

Allo stesso modo, prosegue il Papa, non bisogna rassegnarsi di fronte ai problemi. “Sulla base delle nostre rispettive tradizioni spirituali, sappiamo infatti che esiste una via per andare avanti, una via che porta alla guarigione, alla mutua comprensione e al rispetto. Una via basata sulla compassione e sull’amore”. Francesco esprime la sua “stima per tutti coloro che in Myanmar vivono secondo le tradizioni religiose del Buddismo”. Valori come pazienza, tolleranza, rispetto della vita e dell'ambiente naturale, propri dei buddisti, “possono rafforzare le nostre comunità e aiutare a portare la luce tanto necessaria all'intera società”.

Per il Papa la grande sfida è “aiutare le persone ad aprirsi al trascendente, a guardarsi dentro in profondità e a conoscere se stesse e le relazioni che le legano a tutti gli altri”. Dunque “dobbiamo superare tutte le forme di incomprensione, di intolleranza, di pregiudizio e di odio”. Qui Francesco cita Buddha e subito dopo il Poverello di Assisi. “Sconfiggi la rabbia con la non-rabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l’avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità”, afferma il primo. “Signore, fammi strumento della tua pace. Dov’è odio che io porti l’amore, dov’è offesa che io porti il perdono, [...] dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov’è tristezza che io porti la gioia”, sottolinea il secondo.

“Possa questa Sapienza continuare a ispirare ogni sforzo per promuovere la pazienza e la comprensione, e per guarire le ferite dei conflitti che nel corso degli anni hanno diviso genti di diverse culture, etnie e convinzioni religiose”, è l'auspicio del Pontefice. Ma spetta soprattutto ai “leader civili e religiosi assicurare che ogni voce venga ascoltata, cosicché le sfide e i bisogni di questo momento possano essere chiaramente compresi e messi a confronto in uno spirito di imparzialità e di reciproca solidarietà”. Chiaro qui il riferimento al Myanmar mosaico di 135 etnie. Infatti Francesco prosegue: “Mi congratulo per il lavoro che sta svolgendo la Panglong Peace Conference (la conferenza di pace naziona del Mynamar, ndr) e prego affinché coloro che guidano tale sforzo possano continuare a promuovere una più ampia partecipazione da parte di tutti coloro che vivono in Myanmar. Questo sicuramente contribuirà all’impegno per far avanzare la pace, la sicurezza e una prosperità che sia inclusiva di tutti. Certamente, se questi sforzi produrranno frutti duraturi, si richiederà una maggiore cooperazione tra leader religiosi”.

La Chiesa Cattolica, sottolinea il Pontefice “è un partner disponibile. Le occasioni di incontro e di dialogo tra i leader religiosi dimostrano di essere un fattore importante nella promozione della giustizia e della pace in Myanmar”. Anche la Conferenza dei Vescovi Cattolici che ad aprile scorso ha ospitato un incontro di due giornate sulla pace, al quale hanno partecipato i capi delle diverse comunità religiose, va in questo senso. Tali incontri sono indispensabili, se siamo chiamati ad approfondire la nostra reciproca conoscenza e ad affermare le relazioni tra noi e il comune destino. La giustizia autentica e la pace duratura possono essere raggiunte solo quando sono garantite per tutti”.

Le parole del presidente dei monaci buddisti

Anche il presidente dei monaci buddisti si sofferma su concetti di pace. “Noi, leaders di tutte le religioni del mondo, dobbiamo essere risoluti nella costruzione di una armoniosa società umana, seguendo gli insegnamenti delle rispettive religioni , così come essi sono realmente insegnati e coinvolgere noi stessi nel rafforzamento della pace e la sicurezza del mondo”. Dunque “non possiamo accettare che terrorismo ed estremismo possano nascere da una certa fede religiosa”. Essi nascono piuttosto da “cattive interpretazioni degli insegnamenti delle rispettive religioni”. Bisogna “denunciare coloro che danno supporto tali attività”. Invece “bisogna costruire fra noi – conclude il monaco buddista – reciproca comprensione, rispetto e fiducia e gettare ponti per la pace nel mondo”. Un'espressione che sarà piaciuta a papa Francesco.

Nella sala foderata di tappeti le due delegazioni sono una davanti all'altra: i monaci nelle loro vesti arancioni e viola da una parte, il Papa e il seguito dall'altra. Un esponente buddista presenta i monaci a uno a uno, e lo stesso fa un sacerdote cattolico con i membri del seguito.

Al termine, dopo lo scambio dei doni e le foto, il Santo Padre si congeda dal Presidente del “Sangha” e si trasferisce in auto all’Arcivescovado per l’incontro con i Vescovi. Lungo il percorso, prima di arrivare in Arcivescovado, è previsto un giro con la papamobile intorno alla St Mary’s Cathedral, dove domani celebrerà la Santa Messa con i giovani.

La giornata era cominciata con la Messa

Nella prima Messa pubblica celebrata dal Papa in Myanmar, Francesco ha chiesto ai cattolici di non rispondere alla violenza con la rabbia e la vendetta, ma con il perdono e la misericordia. Una sorta di “GPS spirituale – ha detto con una metafora - che ci guida infallibilmente verso la vita intima di Dio e il cuore del nostro prossimo”.

Di buon mattino - le 8.30 ora locale quando in Italia erano le tre - il Pontefice ha incontrato “il piccolo gregge” (così l'ha definito il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon) della Chiesa locale nella spianata del Kyaikkasan Ground, un'area di 60 ettari nel cuore della principale città birmana. Piccolo gregge che poi tanto piccolo non era, dato che alla Messa, secondo le autorità, erano presenti circa 150mila fedeli. Una folla colorata e gioiosa che si è stretta attorno al Papa con grande affetto e raccoglimento.

All'omelia: «La croce sia la nostra bussola»

Francesco, nell'omelia, ha indicato loro “una sicura bussola, il Signore crocifisso”. “Nella croce – ha detto infatti -, noi troviamo la sapienza, che può guidare la nostra vita con la luce che proviene da Dio”. E anche la medicina per curare le ferite. “So che molti in Myanmar portano le ferite della violenza, sia visibili che invisibili – ha proseguito Bergoglio -. La tentazione è di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana. Pensiamo che la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta”. Ma la via della vendetta non è la via di Gesù, anzi “è radicalmente differente”. “Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione”. I cristiani sono chiamati a fare altrettanto. “Con il dono dello Spirito, Gesù rende capace ciascuno di noi di essere segno della sua sapienza, che trionfa sulla sapienza di questo mondo, e della sua misericordia, che dà sollievo anche alle ferite più dolorose”.

«Il balsamo della misericordia cura le ferite»

Francesco ha perciò augurato alla Chiesa birmana di poter “assaporare il balsamo risanante della misericordia del Padre e trovare la forza di portarlo agli altri, per ungere ogni ferita e ogni memoria dolorosa. In questo modo – ha detto -, sarete fedeli testimoni della riconciliazione e della pace che Dio vuole che regni in ogni cuore umano e in ogni comunità”. Nelle parole del Papa si coglie il riferimento al processo di riconciliazione nazionale in corso, oggetto ieri dei colloqui con la leader Aung San Suu Kyi e nel quale i cattolici possono recitare un ruolo di primo piano, inversamente proporzionale al loro esiguo numero (675mila persone su una popolazione di 51 milioni di abitanti, in gran parte buddisti). “So che la Chiesa in Myanmar sta già facendo molto per portare il balsamo risanante della misericordia di Dio agli altri, specialmente ai più bisognosi”, ha infatti notato Bergoglio.

«Seminate guarigione e riconciliazione»

La fotografia che il Papa ha fatto è dunque quella di una “Chiesa viva”, pur in mezzo alle difficoltà. “Anche con mezzi assai limitati – ha ricordato -, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo. In mezzo a tante povertà e difficoltà, molti di voi offrono concreta assistenza e solidarietà ai poveri e ai sofferenti. Attraverso le cure quotidiane dei suoi vescovi, preti, religiosi e catechisti, e particolarmente attraverso il lodevole lavoro del Catholic Karuna Myanmar e della generosa assistenza fornita dalle Pontificie Opere Missionarie, la Chiesa in questo Paese sta aiutando un gran numero di uomini, donne e bambini, senza distinzioni di religione o di provenienza etnica. Vi incoraggio – ha concluso - a continuare a condividere con gli altri la sapienza inestimabile che avete ricevuto, l’amore di Dio che sgorga dal cuore di Gesù. Gesù vuole donare questa sapienza in abbondanza. Certamente Egli premierà i vostri sforzi di seminare semi di guarigione e riconciliazione nelle vostre famiglie, comunità e nella più vasta società di questa nazione. Il suo messaggio di perdono e misericordia si serve di una logica che non tutti vorranno comprendere, e che incontrerà ostacoli”. Tuttavia “è come un 'GPS spirituale' che ci guida infallibilmente verso la vita intima di Dio e il cuore del nostro prossimo”.

Il grazie del cardinale Bo

Al termine della Messa è giunto il grazie del cardinale Bo. “Questa è un’esperienza del monte Tabor – ha detto con enfasi -. Oggi siamo trasportati su una montagna di beatitudine. La vita non sarà mai più la stessa per i cattolici del Myanmar. Solo un anno fa il pensiero che questo piccolo gregge avrebbe condiviso il Pane con il nostro Santo Padre Francesco sarebbe stato un puro sogno. Noi siamo come Zaccheo. In mezzo alle Nazioni non potevamo vedere il nostro Pastore. Come Zaccheo, siamo stati chiamati: 'Scendi, voglio fermarmi a casa tua'”. Il Papa infatti è “un buon Pastore che va in cerca dei piccoli e di quelli ai margini”. Dunque, ha concluso il porporato, “come i discepoli sul monte Tabor ritorniamo a casa con una straordinaria energia spirituale, orgogliosi di essere cattolici, chiamati a vivere il Vangelo. Questo giorno rimarrà impresso in ogni cuore qui presente. Oggi è avvenuto un miracolo. Tutti noi ritorniamo a casa come miracolati da Dio. Grazie Santo Padre”.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » ven dic 01, 2017 8:28 pm

???Fondamentalismo religioso???

Papa Francesco in Bangladesh: "Religioni unite contro il fondamentalismo religioso"
1 dicembre 2017

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/1 ... so/4013174

Dal suo viaggio in Bangladesh Papa Francesco lancia il suo appello contro il fondamentalismo religioso. Durante un incontro con i leader islamici, induisti, buddisti, cristiani, Bergoglio ha apprezzato lo “sforzo di leader di diverse religioni di vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà”, ribadendo l’importanza del “diritto alla libertà religiosa“. Un appello che si scaglia contro chi cerca “di fomentare divisione, odio e violenza in nome della religione”. Al termine dell’incontro il pontefice ha incontrato tre famiglie appartenenti al gruppo Rohingya, l’etnia musulmana perseguitata e a cui è negata la cittadinanza.

“Possa il nostro incontro di questo pomeriggio – ha continuato Papa Francesco – Essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà“. Parole che ricordano il discorso di pace tenuto davanti al Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Bergoglio, come fatto più volte in passato, ha poi attaccato la corruzione: “Le religioni devono unirsi contro il virus della corruzione politica, delle ideologie religiose distruttive, della tentazione di chiudere gli occhi davanti a rifugiati, poveri, minoranze”.

Papa Francesco si è detto soddisfatto del cambiamento che sta investendo la società: “È un segno particolarmente confortante che credenti e persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione. Ci stimola a tendere la mano all’altro in atteggiamento di reciproca fiducia per costruire un’unità che comprenda la diversità non come minaccia, ma come potenziale fonte di arricchimento e crescita” ha concluso il papa.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » ven dic 01, 2017 10:32 pm

«Chiedo perdono ai Rohingya, oggi Dio si chiama anche così»
Mimmo Muolo, inviato a Dacca (Bangladesh)
venerdì 1 dicembre 2017

https://www.avvenire.it/papa/pagine/pap ... i-sostenga

Il Papa chiede perdono a nome del mondo ai Rohingya per la loro tragedia. «Ogni uomo è stato creato - dice - a immagine e somiglianza di Dio, anche questi nostri fratelli e sorelle». Francesco ha pronunciato un breve discorso a braccio, usando espressamente la parola Rohingya, al termine dell'incontro interreligioso sulla pace al quale era presente un drappello di 16 persone dell'etnia cacciata dal Myanmar. Subito dopo la fine del suo discorso, che trascriviamo integralmente, tra i giornalisti al seguito è scoppiato un piccolo giallo in merito all'uso della parola Rohingya che alcuni dicevano di non avere ascoltato. In realtà il traduttore in inglese del discorso pronunciato in italiano non ha usato la parola Rohingya, ma quando il Papa ha detto «la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya» ha tradotto «oggi si chiama anche così». Subito dopo è arrivata la conferma ufficiale della Sala Stampa Vaticana: il Papa ha pronunciato la parola Rohingya.

Trascriviamo qui di seguito il discorso integrale pronunciato a braccio da Francesco.
«A nome di tutti quelli che vi hanno perseguitato, chiedo perdono»

«Noi tutti vi siamo vicini. È poco quello che possiamo fare perché la vostra tragedia è molto dura e grande, ma vi diamo spazio nel cuore. A nome di tutti quelli che vi hanno perseguitato, che vi hanno fatto del male, chiedo perdono. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di accordarci il perdono che chiediamo. Nella tradizione giudaico-cristiana Dio ha creato l'uomo a Sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle sono l'immagine del Dio vivente. Una tradizione della vostra religione dice che Dio ha preso dell'acqua e vi ha versato del sale, l'anima degli uomini. Noi tutti portiamo il sale di Dio dentro. Anche questi fratelli e sorelle. Facciamo vedere al mondo cosa fa l'egoismo con l'immagine di Dio. Continuiamo a stare vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo il cuore, non guardiamo da un'altra parte. La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya. Ognuno ha la sua risposta».


I profughi Rohingya, 12 uomini e 4 donne, incluse due bambine, erano accompagnati da due traduttori della Caritas. Dopo la preghiera del vescovo anglicano, sono saliti sul palco. Il Papa li ha salutati uno per uno, ha ascoltato le loro storie, ha stretto le mani. Si è chinato su un bimbo molto piccolo e lo ha baciato. Due donne erano vestite con un lungo chador che lasciava scoperti solo occhi e bocca.


Le precedenti tappe della giornata

Nel secondo giorno della sua visita apostolica in Bangladesh, papa Francesco stamani (nella notte italiana) ha celebrato la Messa e presieduto al rito di ordinazione di 16 nuovi sacerdoti. Successivamente ha visitato la Cattedrale e invitato gli operatori pastorali che erano presenti a evangelizzare, specificando che questo non significa fare proselitismo. Ha poi incontrato i vescovi in arcivescovado.

Infine ha raggiunto in risciò, il tradizionale taxi a pedali asiatico, il padiglione dell'incontro interreligioso dove era atteso da 5mila persone. Islamici, hindu, buddisti e cattolici oltre a diverse confessioni cristiane. Qui, prima di incontrare i profughi Rohingya, ha pronunciato un discorso sulla necessità che i credenti di tutte le fedi collaborino per portare pace e armonia nel mondo.


Il discorso del Papa: «Il mondo ha bisogno di cooperazione tra i credenti»

«Le parole che abbiamo ascoltato - ha detto Francesco, con riferimento ai discorsi degli altri capi religiosi - ma anche i canti e le danze che hanno animato la nostra assemblea, ci hanno parlato in modo eloquente del desiderio di armonia, fraternità e pace contenuto negli insegnamento delle religioni del mondo. Possa il nostro incontro essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà. In Bangladesh, dove il diritto alla libertà religiosa è un principio fondamentale, questo impegno sia un richiamo rispettoso ma fermo a chi cercherà di fomentare divisione, odio e violenza nel nome della religione».

Richiamando quindi a una «apertura del cuore», che è «simile a una scala che raggiunge l'Assoluto», Francesco ha ricordato la necessità di «purificare i nostri cuori, in modo da poter vedere tutte le cose nella loro prospettiva più vera». L'apertura del cuore, ha spiegato, «è anche un cammino che conduce a ricercare la bontà, la giustizia e al solidarietà. Conduce a cercare il bene del nostro prossimo». «Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti - ha proseguito - non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante. Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili!».


Il discorso ai vescovi: una voce sola contro la violenza

«Quando i capi religiosi si pronunciano pubblicamente con una sola voce contro la violenza ammantata di religiosità e cercano di sostituire la cultura del conflitto con la cultura dell'incontro, essi attingono alle più profonde radici spirituali delle loro varie tradizioni. Essi provvedono anche un inestimabile servizio per il futuro dei loro Paesi e del nostro mondo insegnando ai giovani la via della giustizia». Lo ha detto papa Francesco ai vescovi del Bangladesh, citando il proprio discorso ai partecipanti alla conferenza di al Azhar al Cairo, dello scorso aprile: «Occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente ricerca del bene».

Con i vescovi incontrati in arcivescovado papa Bergoglio ha apprezzato la consonanza tra il piano pastorale del Paese e la conferenza di Aparecida; ha lodato lo «spirito di collegialità e di mutuo sostegno», ha invitato a curare la formazione dei laici e a dare loro spazio; ha chiesto «uno speciale impegno per la promozione delle donne» e apprezzato l'impegno della Chiesa del Paese nella «crisi dei rifugiati»; ha invitato a curare la formazione dei catechisti e dei sacerdoti.


Il colloquio con la premier, figlia del padre della patria

Subito prima di incontrare i vescovi, papa Francesco, nella nunziatura apostolica, ha incontrato la signora Shekh Hasina, primo ministro e figlia del padre della patria, Mujibur Rahman. La premier ha donato al Papa una barca in argento.

Circa il ruolo della piccola Chiesa del Bangladesh nel Paese, la giornata di oggi registra anche l'osservazione fatta dall'arcivescovo di Dacca e primo cardinale della storia del Bangladesh, Patrick D'Rozario, sul fatto che la messa di questa mattina sia stata celebrata nel luogo dove Mujibur Rahman pronunciò il suo discorso alla nazione il 7 marzo 1971, dichiarando l'indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Con questa messa, ha detto l'arcivescovo, noi cristiani abbiamo contribuito «a rendere questo luogo ancora più significativo e abbiamo simbolizzato, in tal modo, il ruolo speciale della Chiesa in questa nazione».


La Messa con l'ordinazione di 16 nuovi sacerdoti

Questa mattina il Papa ha ordinato a Dacca, per la prima volta in un suo viaggio pastorale, 16 nuovi sacerdoti e ha chiesto al popolo di Dio di sostenere tutti i presbiteri con la preghiera. Alla Messa che ha aperto la seconda giornata della visita in Bangladesh erano presenti, secondo le autorità, 100mila fedeli, in pratica un terzo di tutti i cattolici del Paese, che sono l'0,24 per cento dei 150 milioni di bengalesi.

Francesco, con una significativa aggiunta a braccio all'omelia scritta li ha ringraziati per la loro presenza nel Suharawardy Udyan Park, luogo simbolo del Bangladesh, perché qui il padre della Patria, Sheikh Mujibur Rahman, tenne nel 1971 il discorso dell'indipendenza e sempre qui si arrese l'esercito pakistano alla fine della guerra di indipendenza. “So che tanti di voi – ha detto il Pontefice – sono venuti da lontano in un viaggio di più di due giorni.

Grazie per la vostra generosità. Questo rivela il vostro amore per la Chiesa, il vostro amore per gesù Cristo. Grazie per la vostra fedeltà”. Il Papa li ha poi esortati “ad andare avanti con lo spirito delle Beatitudini. Pregate sempre per i vostri sacerdoti – ha aggiunto – Specialmente per quelli che oggi ricevono l'ordinazione. Il popolo di Dio sostiene i sacerdoti con la preghiera. E' una vostra responsabilità sostenere i sacerdoti. Qualcuno potrebbe chiedermi: 'Padre, come si fa?'. Fidatevi della vostra generosità, il vostro cuore generoso, vi dirà come fare, ma la prima cosa è pregare. Non stancatevi mai di pregare per i sacerdoti”.

La Messa, iniziata alle 10, ora locale, mentre in Italia erano le cinque del mattino, è stata celebrata in latino, inglese e bengali, la lingua locale. L'omelia, come di consueto in questo viaggio è stata tenuta in italiano, con traduzione successiva. Suggestivo lo scenario della folta assemblea, con molti fedeli che sfoggiavano per l'occasione i colorati vestiti tipici.

Nell'omelia scritta il Papa ha ricordato ai sacerdoti novelli i loro doveri. Leggere e meditare assiduamente la Parola di Dio, continuare l'opera santificatrice di Cristo, aggregare con il battesimo nuovi fedeli al popolo di Dio, rimettere i peccati con la confessione, dare sollievo agli infermi, essere voce del popolo di Dio e dell'umanità intera. “Abbiate sempre davanti agli occhi l'esempio del Buon Pastore – ha concluso -, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e per cercare e salvare ciò che era perduto”.


Il grazie dell'arcivescovo di Dacca

Nel suo grazie al Papa, il cardinale Patrick d'Rozario, arcivescovo di Dacca, ha detto: "Santo Padre, lei ama il Bangladesh e ce lo ha dimostrato in vari modi”. Poi ha rimarcato la straordinarietà del luogo in cui si è celebrata l'Eucaristia. È la prima volta, ha fatto notare, e ciò contribuisce “a rendere questo parco ancora più significativo, simbolizzando il ruolo speciale della Chiesa in questa nazione”. Ricordando la precedente visita di Paolo VI nel 1970, che manifestò la sua compassione per la grande alluvione che causò tre milioni di morti, il cardinale ha augurato che la visita “riversi copiose benedizioni sulla Chiesa e sull'intero Paese”.
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Re: I mussulmani Rohingya perseguitati o persecutori ?

Messaggioda Berto » sab dic 02, 2017 7:00 am

La diversità tra religioni sia fonte di arricchimento e crescita
01/12/2017

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa- ... 42478.html

Il saluto con un gruppo di profughi Rohingya al termine di un incontro interreligioso ed ecumenico per la pace con cinque rappresentanti di comunità religiose. È “confortante” che “i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana. Ciò richiede più che una mera tolleranza. Ci stimola a tendere la mano all’altro in atteggiamento di reciproca fiducia e comprensione”.

Dhaka (AsiaNews) – La libertà religiosa, più ancora “uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti”, e l’incontro con un gruppo di 18 Rohingya, appartenenti a tre famiglie di profughi fuggiti dal Myanmar, hanno segnato l’incontro interreligioso ed ecumenico per la pace che ha concluso la lunga giornata del Papa a Dhaka.

Un incontro aperto con inni e danze tradizionali, seguito dall’indirizzo di saluto dell’arcivescovo di Dhaka, card. Patrick D’Rozario, C.S.C., e da quelli di cinque rappresentanti di comunità religiose (musulmana, hindu, buddista e cattolica) e della società civile. E Allamma Majharul Islam, Grand Khatib (grande custode) della Amber Shah Shahi Jami Mosque ha anche consegnato a Francesco una lettera che contiene una fatwa contro l’estremismo firmata da 100mila imam.

“Le parole che abbiamo ascoltato – ha detto il Papa - ma anche i canti e le danze che hanno animato la nostra assemblea, ci hanno parlato in modo eloquente del desiderio di armonia, fraternità e pace contenuto negli insegnamenti delle religioni del mondo. Possa il nostro incontro di questo pomeriggio essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà. In Bangladesh, dove il diritto alla libertà religiosa è un principio fondamentale, questo impegno sia un richiamo rispettoso ma fermo a chi cercherà di fomentare divisione, odio e violenza in nome della religione”.

“È un segno particolarmente confortante dei nostri tempi che i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana. Ciò richiede più che una mera tolleranza. Ci stimola a tendere la mano all’altro in atteggiamento di reciproca fiducia e comprensione, per costruire un’unità che comprenda la diversità non come minaccia, ma come potenziale fonte di arricchimento e crescita. Ci esorta a coltivare una apertura del cuore, in modo da vedere gli altri come una via, non come un ostacolo”.

“Permettetemi di esplorare brevemente alcune caratteristiche essenziali di questa ‘apertura del cuore’ che è la condizione per una cultura dell’incontro. In primo luogo, essa è una porta. Non è una teoria astratta, ma un’esperienza vissuta. Ci permette di intraprendere un dialogo di vita, non un semplice scambio di idee. Richiede buona volontà e accoglienza, ma non deve essere confusa con l’indifferenza o la reticenza nell’esprimere le nostre convinzioni più profonde. Impegnarsi fruttuosamente con l’altro significa condividere le nostre diverse identità religiose e culturali, ma sempre con umiltà, onestà e rispetto”.

“L’apertura del cuore è anche simile ad una scala che raggiunge l’Assoluto. Ricordando questa dimensione trascendente della nostra attività, ci rendiamo conto della necessità di purificare i nostri cuori, in modo da poter vedere tutte le cose nella loro prospettiva più vera. Ad ogni passo la nostra visuale diventerà più chiara e riceveremo la forza per perseverare nell’impegno di comprendere e valorizzare gli altri e il loro punto di vista. In questo modo, troveremo la saggezza e la forza necessari per tendere a tutti la mano dell’amicizia”.

“L’apertura del cuore è anche un cammino che conduce a ricercare la bontà, la giustizia e la solidarietà. Conduce a cercare il bene del nostro prossimo. Nella sua Lettera ai cristiani di Roma, San Paolo ha così esortato: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (12,21). Questo è un atteggiamento che tutti noi possiamo imitare. La sollecitudine religiosa per il bene del nostro prossimo, che scaturisce da un cuore aperto, scorre come un grande fiume, irrigando le terre aride e deserte dell’odio, della corruzione, della povertà e della violenza che tanto danneggiano la vita umane, dividono le famiglie e sfigurano il dono della creazione”.

“Le diverse comunità religiose del Bangladesh hanno abbracciato questa strada in modo particolare nell’impegno per la cura della terra, nostra casa comune, e nella risposta ai disastri naturali che hanno afflitto la nazione negli ultimi anni. Penso anche alla comune manifestazione di dolore, preghiera e solidarietà che ha accompagnato il tragico crollo del Rana Plaza, che rimane impresso nella mente di tutti. In queste diverse espressioni, vediamo quanto il cammino della bontà conduce alla cooperazione al servizio degli altri. Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante. Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili! Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone del nostro mondo, specialmente i giovani, che a volte si sentono soli e sconcertati nel ricercare il senso della vita!”.

E’ al termine dell’incontro che il gruppo di Rohingya, accompagnati da due interpreti della Caritas, hanno salutato Francesco. La loro vicenda è stata spesso evocata dal Papa, a partire dall’Angelus del 27 agosto quando parlò i “tristi notizie sulla persecuzione della minoranza religiosa, i nostri fratelli Rohingya. Vorrei esprimere – aggiunse -tutta la mia vicinanza a loro, e tutti noi chiediamo al Signore di salvarli e suscitare uomini e donne di buona volontà in loro aiuto, che diano loro i pieni diritti”.

E durante questo viaggio, anche se le autorità del Myanmar hanno chiesto che non fossero nominati, la loro vicenda è stata evocata a più riprese da Francesco fin dal suo arrivo nella ex-Birmania, quando affermò che il futuro del Paese deve essere “la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità”.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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