Favorire la migrazione clandestina è un crimine universale

Favorire la migrazione clandestina è un crimine universale

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:40 pm

Favorire l'immigrazione e l'emigrazione clandestina è un crimine universale
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:44 pm

Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale contro la propria comunità, la propria gente, i propri concittadini, il proprio paese, comune e città, la propria regione e stato; crimine naturale e umano, civile, giuridico e politico.

È un crimine che quando è numericamente rilevante si trasforma in una aggressione-invasione, che può implicare la condizione di uno stato di guerra e il reato grave di tradimento.

È un crimine perché danneggia il proprio paese, la propria comunità, la propria famiglia, il proprio popolo e concittadini, il proprio stato e nazione.
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Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:45 pm

Anche il soccorso in mare quando avviene nel contesto di una emigrazione/invasione clandestina programmata e sistematica si trasforma in un abuso e rientra pienamente nell'ambito del favoreggiamento all'immigrazione clandestina.


La legge o convenzione internazionale del soccorso in mare
viewtopic.php?f=194&t=2665
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 1291917795


La legge o convenzione internazionale del soccorso in mare riguarda eventi straordinari e fortuiti e non invasioni pianificate dolose e criminali.
La legge o convenzione internazionale del soccorso in mare vale solo quando non si trasforma in abuso e strumento di violazione dei diritti umani altrui poiché in tal caso il suo originario valore si annulla, estingue e si trasforma in un qualcos'altro di criminale come la pirateria, l'immigrazione irregolare e clandestina, l'invasione terroristica.
In tal caso questa convenzione perde ogni valore, non può essere in alcun modo rispettata e viene meno ogni diritto di chichessia ad invocarla, anzi chi la rispettasse diventerebbe complice dei crimini che conseguono al suo abuso.

Non si tratta di veri naufragi ma di naufragi artefatti, finti e dolosi per provocare e costringere l'intervento dei soccorsi e che in taluni casi procano la morte di numerose persone.



Rifugianti, asilanti, migranti, clandestini, diritti umani, obblighi e realismo
viewtopic.php?f=194&t=1811
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Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:45 pm

Ecco quando le migrazioni non sono invasioni e portano il bene e non il male
viewtopic.php?f=194&t=2603
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Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:46 pm

L'immigrazione clandestina, illegale e irregolare è un delitto in tutti i paesi della terra, lo è in Africa, in Asia, nelle Americhe, in Oceania, in Europa e perseguirla rientra nei valori-doveri-diritti umani naturali e civili universali.

I valori, i doveri e i diritti umani universali valgono per tutti, siano essi gialli, rossi, neri e bianchi, siano essi atei o aidoli, buddisti o cristiani, maomettani o ebrei, animisti e totemisti; che abbiano firmato o meno la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; in Occidente valgono per tutti anche per quelli che non l'hanno firmata come i maomettani.

Entrare clandestinamente, illegalmente e invadere la casa, la terra, il paese altrui non è un valore, un dovere e un diritto umano universale ma un crimine;
costringere chichessia (e i propri concittadini) alla solidarietà con la violenza e contro la sua volontà non è un valore, un dovere e un diritto umano universale ma un crimine;
sottrarre, rubare, estorcere, truffare, depredare chichessia (e i propri concittadini) in nome della fraternità e della solidarietà umana non è un valore, un dovere e un diritto umano universale ma un crimine;
ridurre in schiavitù o servitù, privare della libertà e della sovranità chichessia (e i propri concittadini) in nome della fraternità e della solidarietà umana non è un valore, un dovere e un diritto umano universale ma un crimine;

non esiste alcuna cittadinanza mondiale,
non esiste alcun diritto assoluto e indiscriminato all'accoglienza e all'ospitalità;
non esiste alcuna convenzione internazionale che obblighi gli stati convenzionati a violare i doveri verso i propri cittadini e i loro diritti civili e politici universali;
non esiste alcun diritto internazionale che possa privare i cittadini di qualsiasi paese della terra, dei loro valori, doveri, diritti umani, civili e politici universali;
non esiste alcuna autorità politica o religiosa che abbia un qualsivoglia potere superiore di violare i valori, i doveri e i diritti umani, civili e politici universali.


“La clandestinità è reato in Italia”. La Cassazione attacca i tribunali buonisti: “Rispettate la legge”
17/12/2016

http://www.italiapatriamia.eu/2016/12/l ... e-la-legge

"La clandestinità è un reato". Ci arrivano (anche) i giudici
Troppi in Italia i casi di irregolari assolti e mai espulsi La Cassazione contro i tribunali: "Legge da rispettare"
Lodovica Bulian - Sab, 17/12/2016
http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 43195.html


La legge è uguale per tutti, anche nell’era dell’emergenza immigrazione. Chi non rispetta un decreto di espulsione commette un reato. Ha dovuto ribadirlo la Cassazione, di fronte alla sfilza di assoluzioni emesse a favore di migranti irregolari rintracciati dalle forze dell’ordine e già destinatari di fogli di via mai eseguiti. Espulsi sulla carta, ma di fatto mai rimpatriati, e infine assolti, perché il rendersi irreperibili e il rimanere illegalmente in Italia «non costituisce reato». Ecco, non è vero che il fatto «non costituisce reato».

L’ha ribadito la suprema Corte, mettendo nero su bianco l’accoglimento di un ricorso con cui il procuratore generale della corte d’Appello di Venezia aveva impugnato una serie di assoluzioni nei confronti un gruppo di marocchini irregolari. Non avevano dato seguito all’ordine di allontanamento emesso contestualmente al decreto espulsione, ma un giudice di pace di Verona aveva deciso comunque di non procedere contro di loro, sulla scorta dei «più recenti orientamenti in tema di immigrazione clandestina sul piano etico e su quello legislativo, che avevano significativamente mutato la considerazione» del reato di immigrazione clandestina. Fondando la motivazione sul fatto che gli stranieri non sapessero di essere stati espulsi. Ma i giudici della Cassazione ora fanno notare che non basta rendersi irreperibili alle notifiche delle autorità competenti, andando a ingrossare le fila dell’esercito di fantasmi scomparsi dai radar dell’accoglienza ma non dalla rete della clandestinità, per dimostrare di non essere consapevoli di dover lasciare l’Italia. Per la Corte il reato può essere escluso «soltanto dalla rappresentazione di una situazione effettivamente giustificativa o dalla dimostrazione che la inosservanza del provvedimento espulsivo è correlata alla non consapevolezza da parte» degli imputati «del relativo obbligo» di rimpatriare e, quindi, «alla non volontarietà della condotta omissiva». Nel caso in questione, inoltre, la «prospettata tendenza legislativa alla depenalizzazione del reato» evidenziata dal giudice di Verona, non basta a evidenziare «la sussistenza di un giustificato motivo» per assolverli. La sentenza della Cassazione arriva a fare chiarezza, dopo numerosi altri casi di stranieri che si fanno beffe degli obblighi di rimpatrio, proprio nell’anno record degli sbarchi. Quello che ha visto il nostro Paese superare per numeri anche la Grecia, protetta dai flussi dall’accordo con la Turchia che di fatto ha chiuso la rotta balcanica.
Da gennaio a oggi sono arrivate sulle nostre coste dal Mediterraneo 178.802 persone, di cui 24.929 minori non accompagnati. Stando alle statistiche, solo il 4% ha i requisiti per ottenere lo status di rifugiato: chi non ottiene altre forme di protezione, né umanitaria né sussidiaria, è considerato un migrante economico e viene inserito nella lista dei rimpatri. Che vengono eseguiti a singhiozzo per la mancanza di efficaci accordi bilaterali che consentano la ripresa in carico del Paese di provenienza. E perché sempre di più, chi ha affrontato l’inferno della traversata sui barconi, «sparisce» pur di non rischiare di essere messo su un volo di ritorno. Le dimensioni del fenomeno le ha date il commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos: «Se confrontiamo Italia e Grecia, l’80% dei migranti che attraversano il mar Egeo sono profughi, mentre la maggioranza di quelli che arrivano in Italia dal Mediterraneo centrale, sono irregolari»..



L'immigrazione illegale (o immigrazione clandestina o immigrazione irregolare) è l'ingresso o il soggiorno di cittadini stranieri in violazione delle leggi di immigrazione del paese di destinazione.
https://it.wikipedia.org/wiki/Immigrazione_illegale
Lo status degli immigrati illegali è nella maggior parte dei casi temporaneo. Può accadere che persone entrate clandestinamente, senza presentare le proprie generalità ai controlli di frontiera, riescano successivamente a sanare la loro posizione sul territorio, tramite "sanatorie" o "regolarizzazioni". Viceversa persone entrate legalmente sul territorio possono restarvi per un tempo superiore al previsto e divenire quindi "irregolari" (“overstaying”, cioè soggiornanti oltre il tempo consentito), non riuscendo a rientrare nelle casistiche previste per ciascuna "sanatoria".
Gli immigrati sono di solito mossi dalla ricerca di condizioni di vita migliori, spesso i Paesi di provenienza sono poveri oppure in quei Paesi non vengono rispettati i diritti civili. In quest'ultimo caso, potrebbero avere diritto ad ottenere lo status di rifugiati richiedenti asilo.
L'immigrazione illegale, così come quella regolare, è un fenomeno di cui sono oggetto generalmente i Paesi più ricchi, seguendo rotte e modalità di trasporto svariate. Tali spostamenti vengono definiti irregolari se avvengono senza la necessaria documentazione e per altro di frequente coinvolgono trafficanti di esseri umani, talvolta costituiti in vere e proprie organizzazioni criminali dirette al loro sfruttamento. Le persone che si muovono in questa maniera spesso mettono a rischio la propria vita, sono obbligate a viaggiare in condizioni disumane e possono essere oggetto di sfruttamento e abuso.
Da un punto di vista politico l'immigrazione clandestina va a toccare una serie di grandi questioni sociali quali: l'economia, il welfare state, l'istruzione, l'assistenza sanitaria, la schiavitù, la prostituzione, le protezioni giuridiche, il diritto di voto, i servizi pubblici, e i diritti umani.
...
Nell'agosto del 2009 anche in Italia è entrato in vigore il reato contravvenzionale di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, reato già previsto in ordinamenti giuridici di altri stati europei quali ad esempio Gran Bretagna, Francia e Germania, seppure con alcune sostanziali differenze: una differenza si riscontra, ad esempio, nel fatto che negli ordinamenti francese e britannico non esiste l'obbligatorietà dell'azione penale, prevista, invece, in Italia.
Il reato, molto discusso, apre a un processo anche se vige sempre la possibilità di espulsione immediata (molto spesso intimata formalmente, ma scarsamente posta in pratica a causa dell'elevato costo della sua esecuzione e della scarsità delle relative risorse a disposizione). L'Italia è stata chiamata in audizione alla 98ª conferenza internazionale del lavoro dell'ILO (International Labour Organization), unico paese europeo, per chiarire alcune domande di questa Agenzia ONU sul T.U.2009



https://www.diritto.it/il-reato-di-immi ... landestina
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Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:46 pm

Violazione di domicilio
https://it.wikipedia.org/wiki/Violazione_di_domicilio
La Violazione di domicilio è il reato previsto dall'art. 614 del codice penale, che punisce, a querela di parte, chiunque “si introduce o si trattiene nell'abitazione altrui, o in altro luogo di privata dimora o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si introduce clandestinamente o con l'inganno”.
La sanzione è della reclusione da sei mesi a tre anni, ma se il fatto è commesso con violenza sulle cose o alle persone, o se il colpevole è palesemente armato, la pena è da uno a cinque anni e si procede d'ufficio (cioè anche in mancanza di querela).

https://www.studiocataldi.it/articoli/1 ... icilio.asp
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Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:48 pm

La violazione della territorialità presso gli animali tra cui anche l'uomo o genere e specie umana

https://it.wikipedia.org/wiki/Territorio_(biologia)
In etologia, sociobiologia ed ecologia comportamentale, con il termine territorio si indica una qualsiasi area sociografica che un animale di una particolare specie difende costantemente dai cospecifici (e, occasionalmente, dagli individui di altre specie). Gli animali che difendono propri territori sono noti come animali territoriali.
Un territorio è un'area delimitata, da cui vengono esclusi tutti i possibili intrusi della stessa specie. Ciò comporta la difesa di quest'area e la perdita di lunghi periodi di tempo per rendersi facilmente visibili e segnalare così il proprio territorio. La difesa del territorio è stata osservata in molti animali: insetti, crostacei, altri invertebrati, pesci, anfibi, lucertole, uccelli e mammiferi, uomo compreso.


https://it.wikipedia.org/wiki/Territorialit%C3%A0
https://it.wikipedia.org/wiki/Territorio
Il termine territorio deriva dal latino territorium, che a sua volta deriva dal termine territor che significa "possessore della terra" (non viene dal latino ma continua la stessa voce diffusa nelle varie lingue italiche parallele del latino e presente anche nel latino).
Un territorio, quindi, è un'area definita o delimitata che include porzioni di suolo o di acque, considerata di solito possedimento di un animale, di una persona, di un'organizzazione o di un'istituzione.

In biologia, un organismo che difende un'area dalle intrusioni (di solito da membri della sua stessa specie) è detto territoriale.
In politica, un territorio è una porzione che ricade nella giurisdizione di un'autorità governativa. Un territorio può comprendere qualsiasi area geografica che ricade nella giurisdizione di un'autorità[1] e non ha una divisione politica o amministrativa.
In politica e in geografia, un territorio dipendente è un territorio che non ha piena indipendenza politica e sovranità.


Muri, termini, confini e barricate, segni naturali e sacri di D-o
viewtopic.php?f=141&t=1919


Spazio vitale o prossemico per le piante, le bestie e gli uomini

http://www.stetoscopio.net/psicologia/m ... zio-vitale

Lo spazio vitale esiste davvero e misura in media circa 30-40 centimetri. A identificarlo concretamente è stato uno studio pubblicato su The Journal of Neuroscience e condotto da due ricercatori italiani Chiara Sambo e Giandomenico Iannetti del College University di Londra che sottolineano come lo spazio vitale in effetti vari da individuo a individuo.
Lo spazio vitale coincide con lo spazio davanti al viso che, inconsciamente, non vogliamo sia invaso da nessuno: consideriamolo pure come uno spazio di difesa e che tende ad essere diverso da individuo ad individuo.
Per misurare lo spazio vitale, i due ricercatori hanno lavorato sulla risposta involontaria di difesa, analizzando cioè la chiusura degli occhi che viene indotta di riflesso dalla stimolazione della mano del volontario.


La distanza interpersonale e i rapporti spaziali tra le persone e l’ambiente giocano un ruolo fondamentale nel sentirsi a proprio agio o a disagio in una certa situazione…

http://www.linguaggiodelcorpo.it/2011/10/20/prossemica
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... semica.jpg


Edward Hall, l’antropologo che ha coniato il termine prossemica, definisce questa discliplina “lo studio di come l’uomo struttura inconsciamente i microspazi – le distanze tra gli uomini mentre conducono le transazioni quotidiane, l’organizzazione dello spazio nella propria casa e negli altri edifici e infine la struttura delle sue città.“

In effetti, come gli animali abbiamo un nostro territorio e lo stabiliamo in ogni luogo in cui ci troviamo: da casa nostra, al nostro ufficio, al nostro banco a scuola o alla nostra scrivania sul lavoro fino al compartimento sul treno o allo spazio che circonda l’ombrellone quando siamo in spiaggia.

La territorialità è un meccanismo istintivo che negli animali consente la regolazione della diffusione della popolazione e della densità di insediamento; il territorio assume per l’animale un luogo sicuro, tanto è vero che un’animale che abbia perso il proprio territorio è più vulnerabile ai predatori.
Parallelamente, nelle dispute tra animali della stessa specie per il possesso di un territorio ha in genere la meglio il possessore del territorio; lo stesso avviene anche per l’essere umano; si sa, ad esempio, che una squadra di calcio che giochi in casa appaia sempre più temibile che se gioca sul terreno avversario.

Gli animali mostrano, quando un altro animale si avvicina ad una certa distanza, un comportamento di fuga: questa distanza é detta Distanza di Fuga e varia da specie a specie: per un antilope è di mezzo chilometro; per una lucertola, meno di due metri
L’animale, se può evita il confronto, per lo meno fin quando ha uno spazio sufficiente: oltre una certa distanza detta Critica, però, procede all’attacco del nemico o dell’invasore.

Alla stregua degli animali anche l’uomo ha un qualcosa di assimilabile alla Distanza di Fuga e a quella Critica; la reazione umana ad una violazione dello spazio personale è però più contenuta e alle volte non da luogo nemmeno all’azione.

La distanza in base a cui l’uomo regola i rapporti interpersonali è detta Spazio Vitale o Prossemico: potremmo rappresentarcela come una bolla di sapone che ci avvolga; ogni violazione dello spazio vitale, che nella nostra cultura si estende in ogni direzione per circa 70 cm. – 1 metro, porta ad un aumento dello stato di tensione; come dire che ogni tentativo di entrare nella bolla, provoca una pressione che viene avvertita come fastidiosa o sgradevole; questo possiamo verificarlo, quando siamo in ambienti affollati, in cui lo spazio prossemico si riduce, al punto di arrivare al contatto fisico; in quel caso, sopportiamo di essere messi “al muro”; non così se qualcuno ci si avvicina troppo quando c’è “spazio da vendere”!

In modo analogo, se entriamo su un treno, non andiamo nel primo scompartimento che troviamo, ma andiamo a cercarcene uno libero: se ci troviamo già nello scompartimento possiamo compiere atti che dissuadano gli altri ad entrare o a sedersi vicino a noi: ad esempio, mettendoci in piedi e rovistare nei bagagli sulle cappelliere proprio al momento in cui treno sosta nelle stazioni, oppure disseminando borse e valigie su tutti i posti disponibili.

Anche a tavola esprimiamo l’istinto del possesso territoriale; senza accorgecene, dividiamo il tavolo in due metà: se qualcuno, ad esempio, beve e nel poggiare il bicchiere, lo mette nella nostra ipotetica metà, avvertiamo un senso di stizza.

Tornando al concetto di spazio prossemico, va precisato che la “bolla” non è sferica: infatti, una violazione prossemica fatta sul fianco crea meno tensione di una fatta faccia a faccia, o per alcuni, se eseguita da dietro: la bolla ha, in definitiva, i contorni irregolari.
Inoltre, lo Spazio prossemico personale varia da cultura a cultura: è molto ridotto nei popoli dei paesi caldi (e tra i marocchini, gli arabi), in cui arriva quasi al contatto fisico; è, invece, molto ampia nei paesi freddi (ad es. tra gli inglesi è di circa 2 metri); da questa diversità, nascono dei problemi nei rapporti interetnici; l’uno può trovare l’altro appiccicoso e il secondo ritenere il primo freddo.

Distinguiamo 4 distanze prossemiche, in ogni distanza abbiamo una fase di vicinanza e una di lontananza:

– Distanza intima:da 0 cm. a 45 cm.
– Distanza personale: da 45 cm. a 70 cm./1 m.
– Distanza sociale: da 120 cm. a 2 m.
– Distanza pubblica: da 2 m. ad oltre i 2 m.

La Distanza Intima é la distanza dei rapporti intimi (es. tra partner) e sconfina nel contatto fisico; a questa distanza, si può sentire l’odore, il calore dell’altro e si possono avvertire le sue emozioni; gli sguardi diretti poco frequenti; il tono delle voce é più basso, così come il volume.

La Distanza Personale é la distanza adottata da amici o da persone che provano attrazione per l’altro: a questa distanza, si può toccare l’altro, lo si guarda più frequentemente che nel caso della distanza intima, ma non se ne sente l’odore.

La Distanza Sociale è una distanza formale adottata nei rapporti formali: con impiegati negli uffici, con commercianti, con professionisti.
La Distanza Pubblica è la capacità di percepire una persona o di farsi percepire a distanze superiori a due metri; normalmente, a questa distanza siamo percepiti come parte dell’ambiente. È presente solo in chi ha personalità pubblica: così, se passa Mario Rossi a dieci metri da noi, non lo notiamo, ma se quell’individuo é Michael Jackson avvertiamo immediatamente l’eccitazione della sua presenza.
Quando le persone si avvicinano l’una all’altro, modificano tutto il loro comportamento; così si riducono gli sguardi, la voce si fa più bassa e debole e gradatamente spariscono le gesticolazioni e aumentano i contatti fisici.
La Percezione prossemica si ribalta nei rapporti intimi: viene vissuto con piacere un avvicinamento e con sofferenza un allontanamento: se il mio partner ad una festa mantiene le distanze e parla con tutti, trascurandomi, lo vivo come un rifiuto. È per ribadire l’unione che coniugi, fidanzati o parenti stretti, costretti a tenersi a distanza dalle circostanze, si scambiano sguardi, qualche parola e a volte, fuggevoli contatti; alle volte, si assiste nel caso di legami stretti al comportamento di partner che, pur distanti, producono all’unisono e inconsapevolmente, variazioni di postura e movimenti sincronici ad esempio nell’annuire; inoltre, possono tendere mani e gambe l’uno verso l’altro o tenere le mani scostate come se si tenessero per mano
Lo status di un individuo influenza la dimensione della zona personale: tanto più elevata è la posizione sociale o lavorativa, tanto più ampia sarà la sua sfera prossemica; inoltre, dirigenti, graduati dell’esercito spesso reputano di essere in diritto di violare la distanza intima dei propri subordinati.
La distanza prossemica è influenzata da diversi fattori: etnici, di temperamento (una persona estroversa viola più facilmente lo spazio prossemico di una introversa); dallo stato d’animo (un individuo nervoso o furioso mostra di tollerare meno degli altri la violazione dello spazio personale; un depresso può anche non percepirla), dalla storia personale: se una donna ha subito uno stupro, può diventare particolarmente suscettibile all’avvicinamento di un uomo.
Un altro fattore che indice sulla percezione della distanza interpersonale è il sesso; una donna gradisce meglio un avvicinamento frontale e meno se qualcuno le si approssima da lato; per un uomo invece è l’esatto contrario.
Un ambiente particolarmente opprimente e minaccioso rende le persone più circospette e aggressive quando qualcuno si avvicina loro:in un esperimento sui carcerati è stato dimostrato come gli individui violenti abbiano un ampio spazio prossemico attorno, circa tre volte di più rispetto ai prigionieri non violenti; per altro, questi ultimi, mostrano un aumento della percezione prossemica posteriore: questo perchè, come è stato confermato dagli stessi reclusi, temono un attacco fisico o omosessuale da tergo.


https://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_Lewin


http://www.sapere.it/enciclopedia/campo ... ia%29.html

Quando siamo ansiosi necessitiamo di maggiore spazio vitale
Jennifer Delgado
http://www.angolopsicologia.com/2014/07 ... mo-di.html
Che l'ansia sia una pessima compagna lo sappiamo tutti, ma ora un nuovo studio getta nuova luce sul tema scoprendo che le persone ansiose hanno bisogno di un maggiore spazio vitale intorno a loro.
Lo spazio vitale, per chi non lo sapesse, è lo spazio tra noi e gli altri di cui abbiamo bisogno per sentirci comodi. Come potete immaginare, la quantità di spazio vitale di cui si ha bisogno varia da una cultura all'altra a seconda di come viene considerato il contatto fisico. Così, nelle culture latine lo spazio interpersonale socialmente accettato è più piccolo rispetto alla cultura anglosassone, per esempio.
Tuttavia, in generale, le persone hanno bisogno tra i 20 ei 40 centimetri di spazio vitale per non sentirsi minacciate. Ma ora uno studio condotto dai ricercatori dello University College di Londra, ha rivelato che quando si soffre di ansia, abbiamo bisogno di maggiore spazio vitale intorno a noi.
Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno analizzato un gruppo composto da 15 giovani. L'esperimento consisteva nell’applicare uno stimolo elettrico ad un nervo della mano per fare in modo che questa oscillasse. Questo riflesso non si controlla in maniera cosciente e, inoltre, si è dimostrato che aumenta quando lo stimolo viene indotto all’interno dello spazio vitale della persona.
I ricercatori si sono limitati a stimolare le mani dei partecipanti da diverse distanze (a 4 cm, 20 centimetri, 40 cm e 60 cm). Ovviamente, ogni persona ha dovuto completare un test per valutarne i livelli di ansia.
Dopo aver monitorato le risposte, gli scienziati hanno scoperto che le persone affette da ansia percepivano gli stimoli come più pericolosi e necessitavano di un maggiore spazio vitale intorno a loro per sentirsi a proprio agio.

A cosa sono dovuti questi risultati?
Possiamo ipotizzare che le persone ansiose sono molto più sensibili agli stimoli ambientali e quindi tendono a reagire più rapidamente, anche prima che sia stato invaso il loro spazio vitale. Ma potrebbe anche essere dovuto al fatto che l'ansia ci rende più apprensivi e ci fa reagire in modo eccessivo agli stimoli.
In un modo o nell'altro, questo studio ci aiuta a mantenere le distanze adeguate; cioè, se avete a che fare con persone che soffrono d’ansia, è meglio non avvicinarsi troppo a loro, in modo da evitare che si sentano a disagio.


Prossemica: il rapporto con lo spazio
http://beneconse.forumfree.it/?t=19719263
Riguarda il rapporto dell’uomo con lo spazio; secondo quanto espresso da E. T. Hall (1968 – “La dimensione nascosta”), essa comprende i concetti di:

1. dimensione psicologica
2. territorio
3. distanza interpersonale

La grandezza psicologica del nostro corpo. La nostra grandezza fisica è nota ed intuitiva, meno ovvio e intuitivo è il concetto di dimensione psicologica della quale occorre essere consapevoli per posizionarci correttamente rispetto agli altri.
Il bambino che indossa abiti o scarpe dei suoi genitori non si sente ridicolo ma grande; da adulto l’uomo continua ad indossare abiti e scarpe che abbiano la stessa funzione che svolgono per il bambino: rimodellare l’immagine complessiva del nostro corpo per conformarlo all’idea che noi abbiamo in mente. La nostra percezione viene modificata e fa si che quando indossiamo un abito o un qualsiasi capo di abbigliamento, questo viene vissuto non come un oggetto estraneo ma come un’estensione del nostro corpo. Un abito in un certo senso rappresenta per noi ciò che è il guscio per una tartaruga. Non è solo una protezione ma una parte dell’organismo stesso.

Quanto detto vale per:

* i vestiti che indossiamo
* il modo in cui ci muoviamo nello spazio
* il vigore e l’ampiezza delle nostre gesticolazioni
* ecc
Se vogliamo sentirci più grossi potremmo indossare abiti larghi, con spalline e imbottiture; questo cambiamento di immagine non ha effetto solo su di noi ma anche su chi ci guarda e, sorprendentemente, anche se siamo a conoscenza del “trucco” questo continua, seppure in modo mitigato, a fare effetto su di noi.
Stesso principio per i colori dell’abbigliamento; a parte il dato ormai noto che il nero smagrisce e il bianco allarga, altri colori influiscono sull’impressione che diamo agli altri; se siamo schivi e timidi tenderemo ad indossare abiti dai colori spenti (gonne verde opaco, giacche a quadrettoni marroni = abbigliamento da camaleonti, servono per mimetizzarsi con l’ambiente circostante); non a caso le persone che indossano abiti dai colori spenti sono quasi sempre le stesse che ad una festa si mettono nei posti isolati o in una tavolata si siedono agli angoli.
Alcune persone in soprappeso, indossano maglioni ampi per nascondere i chili di troppo; questo potrebbe avere un senso se si volesse nascondere una parte del corpo più grassa ma se si avesse nel complesso un fisico magro; un maglione abbondante indossato su un fisico abbondante non fa che farlo sembrare ancora più grosso.
Desmond Morris (etologo, 1977) fa rivelare che nel periodo dell’adolescenza le donne hanno uno sviluppo delle gambe di gran lunga maggiore rispetto agli uomini; la “gamba lunga” diventa così un tratto distintivo femminile. Le scarpe con il tacco, le cinture alte vengono utilizzate dalle donne proprio per accentuare la lunghezza delle gambe. La gonna a tubo costringe le ginocchia a stare vicine e quindi esalta la parte dei fianchi e del fondoschiena.
L’altezza maschile è un tratto che attrae l’altro sesso; di conseguenza l’uomo che mette le scarpe con un po’ di tacco per essere più alto è comprensibile, non altrettanto scontato è il fatto che uomini molto alti possano indossare calzature senza tacco per dare l’impressione di essere più bassi e quindi “nella norma”.
Le posizioni che assumiamo nello stare ritti, nel camminare, nello stare seduti, nell’appoggiarsi a un muro o ad un bancone sono un altro modo per modificare la percezione della nostra dimensione psicologica. Le adolescenti che vedono spuntare il seno o le donne che hanno un seno molto grande, spesso incurvano le spalle in avanti per “nascondere” questa caratteristica.
Tutti conoscono lo stereotipo dell’uomo di mezza età che, al passaggio di una bella ragazza, tira indietro la pancia e gonfia il petto.


POSIZIONE DELLE GAMBE.
Valutiamo il modo in cui da fermi e in posizione eretta teniamo le gambe. Esistono due posture fondamentali delle gambe: divaricate o chiuse.
Posa a gambe divaricate. Frequente in individui dominanti, vincenti, in posizione di potere, donne emancipate a volte mascoline. Comportamento che riflette uno status elevato. Perché? È la posizione che permetteva all’uomo “guerriero” di stare ben saldo al suolo per non cadere durante la caccia o i combattimenti. L’assunzione attuale di questa posizione sarebbe un’”eredità” di questa funzione. Un’altra spiegazione per questa postura, valida per le donne che la assumono, ha un riferimento più attuale; infatti solo in tempi recenti le donne hanno goduto di quell’indipendenza che prima era un appannaggio solo maschile. Quindi una donna che tiene le gambe larghe, inconsciamente, vuole rimarcare una posizione di “parità” con l’uomo in un certo modo “sfidandolo”.
Un’altra considerazione: la postura eretta a gambe divaricate è quella del maschio quando fa pipì; l’uomo in questa posizione ricorda la sua virilità e il suo essere dominante. Se è una donna a tenere questa posizione è come se dicesse: “non invidio il pene” (ricordiamo che già in antichità il pene era considerato il simbolo del potere maschile).
Posa a gambe vicine o chiuse. Postura tipicamente femminile, perché mette in evidenza le curve. Un significato particolare hanno le gambe di una donna quando un ginocchio si sovrappone all’altro e le gambe sono ravvicinate: l’atto diventa un segnale di corteggiamento perché valorizza la linea dei fianchi.
Di valore diverso è l’atto di accostare le ginocchia divaricando le estremità delle gambe e portando la punta dei piedi verso l’interno (più spesso quando la donna è seduta e ancora più spesso negli adolescenti). Questo segnale ricalca la difficoltà a stare in piedi tipico dei cuccioli e serve a suscitare in chi la guarda sentimenti teneri e parentali o a segnalare, soprattutto se a farlo è un’adolescente, la sua condizione di bambina timida e inerme.


GAMBE E BRACCIA. POSIZIONE SEDUTA.
L’impressione che diamo stando seduti viene modificata a seconda della posizione di gambe e braccia. Anche qui con diverse combinazioni avremo due principali modalità contrapposte: braccia e gambe possono essere tenute aperte o chiuse.
Braccia aperte e gambe larghe. Posizione del “leader”: esporre queste regioni vulnerabili (ascelle = dalle quali si raggiunge facilmente il cuore, e genitali) significa essere molto sicuri di se. Inoltre tenere gambe e braccia aperte ci fa occupare uno spazio maggiore di quanto non avvenga quando le estremità sono vicine al corpo. A chi assume questa posizione viene più facilmente attribuita un’ampia dimensione psicologica; l’inconscio infatti valuta la dimensione psicologica di una persona come la quantità di spazio occupato.
Chiudere o stringere braccia o gambe. La tendenza a mantenersi raccolti fa trapelare il desiderio di non essere notati, di non essere presi in considerazione. Questa posizione diminuisce la dimensione psicologica. Una posizione particolarmente raccolta può essere dovuta a timore, alla sensazione o alla constatazione di sentirsi colpiti (a parole); indice di una sorta di chiusura difensiva.
Braccia larghe e gambe unite. Più esattamente braccia larghe e gambe allungate con incrocio delle caviglie (ma anche gambe larghe e mani in grembo); è la posizione di chi vuole mostrarsi dominante ma non lo è. Spesso (ma non sempre) questi segnali contraddistinguono un impostore o una persona che normalmente è dominante ma si trova in un ambiente in cui non è a proprio agio e così egli prova contemporaneamente i due impulsi opposti (= esibire il suo ruolo dominante; proteggersi perché si sente vulnerabile)
Posture abituali. Spesso non appena viene meno l’autocontrollo assumiamo posture abituali, che vengono riprese automaticamente.


I MOVIMENTI NELLO SPAZIO.
Un altro modo per ampliare o ridurre la propria dimensione psicologica è muoversi, soprattutto se l’ambiente dove ci troviamo è limitato (es. una stanza). È questo il motivo per cui i politici ad un ricevimento passano incessantemente da una persona all’altra e i conferenzieri di successo non parlano dietro una scrivania ma muovendosi tra il pubblico. In questo modo costoro vengono percepiti come capaci di occupare spazi molto ampi. I presentatori, i conferenzieri, gli attori fanno gesti più ampi e più numerosi di altre persone perché devono spiccare nettamente su uno sfondo ampio come un palcoscenico o una sala conferenze; più muovono il loro corpo e più stimolazioni forniscono, venendo percepiti di conseguenza in maniera più distinta e intensa.


Il territorio. Gli uomini, come gli animali, hanno un proprio territorio, lo circoscrivono, lo difendono e lo “conquistano” in ogni ambiente o situazione in cui si trovano.
Noi abbiamo modi più sottili e civilizzati (a volte!) di delimitare il nostro spazio territoriale, ma il nostro comportamento non differisce di molto da quello degli animali.

Perchè abbiamo necessità di un territorio?
Ci dà forza, sicurezza, intimità e stabilità. È noto che una squadra di calcio è più temibile se gioca in casa, il fatto di trovarsi sul proprio terreno la rende più tenace e, per contro, intimidisce l’avversario. Chi si reca in altre città per studio o lavoro cerca frequentemente un alloggio, non è solo comodità ma spesso è l’esigenza di sentirsi a “casa propria”, di rigenerarsi, di trovarsi in un ambiente sicuro e protetto. È quindi comprensibile il senso di precarietà dei senzatetto o dei terremotati o alluvionati. Ad ogni modo anche i barboni tendono a ricoverarsi sulla stessa panchina o collocano gli scatoloni nello stesso angolo di strada: è la necessità di un territorio.

La marcatura dello spazio.
Spesso su pali, cortecce di alberi, tavolini dei bar, banchi di scuola, porte delle toilette si trovano scritte, nomi, graffiti… si tratta di un bisogno ancestrale (e di cattiva educazione); queste persone non resistono all’impulso inconscio di affermare la loro proprietà (questo è mio). Naturalmente esistono anche modi più civili e socialmente accettabili di delimitare il territorio: si erigono muretti, si recingono i terreni, si mette il nome sul campanello della porta. Il senso del possesso del territorio è forte in noi e lo possiamo notare quando qualcuno tocca le nostre cose o si siede sulla nostra poltrona o entra in giardino. All’interno della nostra abitazione abbiamo spazi più o meno personali; spesso tendiamo a non fare entrare nessuno in camera da letto a meno che non sia molto vicino a noi.

Gli adolescenti spesso “marcano” la propria stanza attaccando poster, adesivi, fissando striscioni; a volte anche lasciare i propri indumenti sulle sedie o sul letto può avere a che fare con la definizione del proprio territorio. Secondo Morris D. (1977 – “L’uomo e i suoi gesti”) la camera da letto è la parte del territorio di casa “più nostra” perchè è il luogo in cui mediamente trascorriamo più tempo, impregnandola del nostro odore più degli altri ambienti.

La difesa.
Anche all’interno di un ambiente poniamo delle barriere (rappresentate dall’arredamento) che definiscono i limiti del nostro territorio (scrivania, bancone, cattedra). Un insegante che quando spiega si muova nell’ambiente o rimanga arroccato in cattedra comunica rispettivamente una maggiore o minore apertura e disponibilità. Un professionista dietro ad una scrivania può, attraverso i movimenti del suo corpo, mitigare o ampliare il senso di distanza trasmesso dal tavolo; se si appoggia allo schienale si allontana di più. Avvicinando invece il busto al bordo della scrivania diminuisce l’impressione del distacco e mostra maggiore partecipazione. Alcuni psicologi adottano setting privi di scrivania, scegliendo di condurre la seduta su due poltrone poste una di fronte all’altra. Rimuovere una barriera fisica, però, non significa essere completamente disponibili, il nostro corpo può cosituire un ostacolo. Possiamo attestare un possesso territoriale appoggiandoci, e quindi toccando oggetti o arredi di nostra proprietà; spesso ci comportiamo in questo modo quando c’è la minaccia di “un’invasione”. Se ci appoggiamo alla porta appoggiandoci agli stipiti (sbarrando il passo) probabilmente non gradiamo che la persona che ha bussato entri in casa; un negoziante che, alla visita di un rappresentante, appoggia le braccia sul bancone e tenda il busto in avanti è in posizione di sfida, probabilmente lo trova invadente. Toccare significa possedere, ci sono persone che, dopo l’acquisto dell’auto nuova, si fanno fotografare con la mano appoggiata alla carrozzeria.

La conquista.
Il bisogno di possedere un territorio ci caratterizza ovunque siamo; per esempio, se ci troviamo su un treno non entriamo nel primo scompartimento che capita, ma proseguiamo nella ricerca di uno libero. Un modo comune per delimitare il territorio in una sala d’attesa, su un autobus, ecc, è mettere tra se e l’altro o sul posto a fianco al nostro un libro, la borsetta, ecc. Se invece siamo seduti su un divano possiamo scostare le braccia dal corpo, appoggiandole qualche decina di centimetri più in là: la zona circoscritta dalla posizione delle nostre mani segnala il nostro territorio. Una spiaggia o un prato possono diventare un luogo di spartizione dei lotti. Osservando la disposizione delle stuoie, lettini o asciugamani possiamo valutare il tipo di rapporto che c’è tra gli individui. Oltre i 3 metri si collocano gli sconosciuti, fra i 3 metri e il metro e 25, conoscenza abbozzata o formale. Tra il metro e 25 e i 40 centimetri possiamo ritenere che gli individui siano buoni amici. Se stuoie o lettini sono accostati abbiamo a che fare con ottimi amici, con partner o parenti (quanto appena detto vale se l’area non è super affollata). La biblioteca è un altro di quei posti dove fissiamo i limiti del nostro territorio per esempio utilizzando le sedie per appoggiare borse e giacche anziché appenderle. Il tavolino del bar è spesso terreno di contesa territoriale; in genere due persone dividono il tavolo in due settori e pongono bicchieri, tazze, pacchetti di sigarette o portachiavi in modo tale da formare una sorta di perimetro che delimita i confini del territorio. Se una persona mette il suo bicchiere sull’angolo del tavolino, significa che ha limitate pretese territoriali, il che va interpretato come indice di una personalità schiva, timida e, in un certo senso, rinunziataria. La scelta dei posti a sedere è anche influenzata dal calore residuo che la persona lascia sulla sedia che ha occupato. La maggior parte delle persone prova forte avversione e disgusto nei confronti di una temperatura non familiare; per contro è esperienza gradevole trovare il letto caldo se scaldato dal partner o, nei bimbi, dalla mamma (Hall, 1968). Al contrario qualcuno può disporre oggetti su tutta la superficie del tavolo come se lo spazio fosse tutto a sua disposizione: si tratta di individui invadenti e soffocanti, che tendono a prevaricare sull’altro e a non lasciargli letteralmente spazio.

Le distanze.
Quando ci troviamo con altri cerchiamo di mantenere una distanza che rappresenti il punto di equilibrio tra il desiderio di mantenere la vicinanza e quello di evitare il contatto (Argyle e Dean, 1965; Argyle e Cook, 1976). Acquisiamo fin da piccoli un codice che regola la distanza interpersonale: impariamo a non stare troppo vicino agli altri e apprendiamo come modificare altri parametri non verbali, quando la distanza tra noi e il nostro interlocutore subisce variazioni. Sembra quasi una danza; è come se fossimo circondati da una bolla di sapone, nel momento in cui l’altro si avvicina comprime la bolla e noi avvertiamo un senso di pressione, che ci spinge un po’ più lontano. Quindi estendiamo, come con gli abiti o gli oggetti, la nostra sensibilità ad un perimetro invisibile che ci circonda.

Questo perimetro è definito “spazio prossemico” e ha contemporaneamente due radici: una innata che trae origine dalla nostra appartenenza al regno animale e l’altra culturale che dipende dall’ambiente in cui viviamo (Hall, 1963 e 1968).

Gli animali.
Dispongono di 4 tipi di distanza (E.T. Hall) che regolano i rapporti tra individui della stessa specie o di specie diverse:
1. distanza di fuga
2. distanza di attacco
3. distanza personale
4. distanza sociale
Le prime due sono attive tra specie diverse, le restanti hanno significato all’interno della stesse specie e dello stesso branco.

L’uomo.
Per la specie umana alcune distanze si sono pressoché “atrofizzate” o solitamente non hanno modo di essere sperimentate.
Per noi esistono 4 distanze o “zone interpersonali”:
1. distanza intima
2. distanza personale
3. distanza sociale
4. distanza pubblica
Il fatto di vivere in società e di differenziare ruoli diversi all’interno di questa ha portato però l’uomo a diversificare e ampliare la dimensione e i comportamenti della sfera personale. Ogni distanza, a propria volta, ha una fase di lontananza.

La zona intima.
Va da 0 centimetri (contatto fisico) a 40 centimetri. È lo spazio che contrassegna i rapporti intimi; possiamo percepire il calore dell’altro, il suo odore, le variazioni emotive più sottili. Entro questo spazio (sia per ridurre la tensione indotta dalla distanza ravvicinata, sia per contrassegnare l’intimità della situazione) il comportamento è caratterizzato da: voce più bassa (sia per il tono che per il volume, le gesticolazioni sono pressoché assenti, gli sguardi fortemente ridotti, gli argomenti di conversazione sono più personali e delicati (Argyle e Dean, 1965; Cappella, 1981).

La zona personale.
Si situa tra i 40 e i 120 cm. È una distanza che ha un estremo ai confini con la zona intima e l’altro ai margini della zona sociale. Quanto più ci si avvicina alla zona intima tanto maggiore sarà la confidenza tra chi interagisce; la distanza personale è quella che mantengono gli amici. Le interazioni con amici e conoscenti (nella nostra cultura) avvengono di norma attorno ai 70 centimetri una distanza tale che permette di ritirarsi nel caso l’altro si faccia troppo insistente e fastidioso, ma che sottolinea altresì l’informalità e la gradevolezza della relazione. In questa zona: aumentano gli sguardi reciproci, i gesti fanno la loro comparsa ma sono contenuti, la voce ha tono e volume medi, l’odore e il calore dell’altro diventano più rarefatti e al limite esterno di questa zona non riescono più ad essere percepiti. Questo spazio tra se e l’altro può essere indice di attrazione; una riduzione della distanza interpersonale che induca due interlocutori ad avvicinarsi (a penetrare nelle reciproche sfere personali) accompagna il momento in cui la discussione si fa accesa, appassionata, coinvolgente. La riduzione di questa distanza può diventare un segnale di minaccia, soprattutto se accompagnata da un volume di voce più forte e da un tono più duro, che segnala l’impulso ad aggredire l’altro. Il passaggio dalla zona personale a quella intima è, generalmente, indice di un rapporto stretto tra le due persone; quando però queste ultime camminano fianco a fianco distanti poco più di mezzo metro questo non va necessariamente inteso come segnale di un rapporto. La posizione fianco a fianco, è vissuta come la meno minacciosa e, quindi, è quella a cui si acconsente all’altro di avvicinarsi di più.

La distanza sociale.
Tra il metro e 20 e i 2 metri. È lo spazio che viene mantenuto tra persone sconosciute, con cui si intende mantenere la distanza e nelle relazioni molto formali (es. ufficio aperto al pubblico).

La distanza pubblica.
Oltre i 2 metri. Le persone che si collocano in questa zona non sono in genere vissute come entità. La temperatura è uno dei fattori che maggiormente influenzano la percezione della distanza pubblica, in particolare nei casi di affollamento. La sensazione di trovarsi in un ambiente affollato è direttamente proporzionale all’aumento di temperatura; in poche parole più fa caldo e meno sopportiamo la vicinanza delle altre persone (pensiamo a quanto sia fastidioso toccare anche solo un braccio o una gamba del nostro partner se siamo al mare sotto al sole cocente, contatto altrimenti gradevole, Hall 1968). Purtroppo l’affollamento dei mezzi pubblici è una realtà con la quale dobbiamo convivere quotidianamente.

Come si reagisce quando si sale su un autobus assiepato?
* eseguiamo mille contorsioni per evitare di toccare ed essere toccati
* se l’ambiente è talemente affollato da non potere evitare il contatto irrigidiamo il nostro corpo in modo da potere ridurre al minimo la superficie di contatto
* se tutto ciò non è ancora sufficiente ci proteggiamo con uno schermo psicologico che ci porta a considerare l’altro come un oggetto inanimato o parte dell’arredamento, né più né meno di un sedile o di un passamano (D. Morris 1977).

L’influenza dell’ambiente culturale.
Secondo E. T. Hall esistono due tipi di culture: quella “del contatto” e quella del “non contatto”, a seconda che si viva in uno di questi due ambiti prevarrà un’inclinazione alla vicinanza o alla lontananza. La nostra come quella americana o tedesca è una cultura del “non contatto”. Nel mondo occidentale la cultura che esprime in maniera più marcata il valore del “non contatto” è quella anglosassone (distanza personale: 2 metri); all’estremo opposto nella cultura araba lo spazio personale praticamente non esiste, sconfinando nel contatto con l’altro.
Le differenze tra uomini e donne.
La “bolla” che rappresenta il nostro confine invisibile è sferica per le donne mentre per gli uomini assomiglia a un uovo. Gli uomini tendono ad avere una bolla interpersonale più grande e a mantenere la stessa distanza sia con individui dello stesso sesso sia con le donne. Le donne tendono a stare più vicine alle altre persone e la distanza sarà ancora minore se l’interazione avviene con un’altra donna (Leibman, 1970). Un’altra differenza tra uomini e donne sta nel modo con cui ci si avvicina a qualcuno. Le donne preferiscono avvicinare gli altri di fronte, i maschi tendono a porsi di lato. Una donna mostra maggiore fastidio se qualcuno si siede al suo fianco (es. in biblioteca) e meno se le si accomoda di fronte). Per l’uomo è l’opposto, se qualcuno si siede di lato quasi non lo nota mentre è infastidito se si pone davanti o alle spalle (Fisher e Byrne, 1975).

Il carattere, la posizione sociale e lo stato d’animo.
La distanza a cui ci lasciamo avvicinare è in relazione anche al nostro umore, alla nostra personalità e alla nostra posizione sociale. Se siamo felici ci lasceremo avvicinare più di quanto solitamente saremmo soliti tollerare; se invece siamo di umor nero ci irrita qualsiasi avvicinamento anche ad una distanza superiore al limite esterno della nostra zona personale. Se qualcuno ci fa arrabbiare facilmente invaderemo il suo spazio personale; però se la nostra aggressività è inibita o se non possiamo manifestarla apertamente tenderemo a prendere le distanze (comportamento che serve a tenere sotto controllo il rancore oppure a comunicare all’altro che vogliamo evitarlo; Meisels e Carter, 1970). È tipico che quando due partner litigano uno si tenga a distanza per punire l’altro negandogli il proprio contatto. Chi è ansioso tende a tenersi vicino ai propri interlocutori (bisogno di sentirsi accettato); in questi casi chi subisce la violazione del proprio spazio tende a ripristinare le distanze facendo un passo indietro; la “danza” prosegue fino a che l’altro si addossa ad una parete e manifesta segni di stizza. Anche l’introversione e l’estroversione influenzano sia la distanza alla quale si accetta di essere avvicinati o la tendenza ad avvicinarsi (gli estroversi violano e lasciano violare le distanze con maggiore disinvoltura). Lo status incide a sua volta nel determinare i confini dello spazio interpersonale e la frequenza e la profondità delle violazioni (es. il capo viola più frequentemente lo spazio dei collaboratori e la distanza a cui si avvicina è inferiore alla media. Questo modo di regolare la distanza prossemica serve al capo per attestare e riaffermare la posizione di superiorità).

Fonti
- Argyle M., Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli, Bologna 1978
- Birkenbihl V.F., Segnali del corpo, Angeli, Milano 1998
- Hall E.T., La dimensione nascosta, Bompiani, Milano 1968
- Nanetti F., La comunicazione trascurata, Armando, Roma 1996
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:49 pm

IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: COSA FANNO GLI ALTRI PAESI EUROPEI ?
http://www.studiogrillotomasino.it/publ ... azione.pdf


Immigrazione, così funziona nel resto del mondo
Anna Mazzone - 15 ottobre 2013

https://www.panorama.it/news/esteri/imm ... gi-riforme

Tutti i Paesi del mondo "combattono" (è proprio il caso di dirlo) con i flussi migratori che a seconda dei momenti storici si intensificano. È naturale che gli Stati che più si trovano a fronteggiare il numero di migranti in arrivo sono quelli con le economie più floride, dagli Usa al Canada, passando per l'Australia e la Germania. Ognuno ha trovato un approccio diverso, a seconda delle necessità (vedasi richiesta da parte del mondo del lavoro) e, soprattutto, delle possibilità. Si va dalle porte aperte del Canada al divieto di sbarco in Australia. Vediamo Paese per Paese come viene affrontato il tema dell'immigrazione e quello dell'asilo politico, che comunque - a differenza delle leggi sull'immigrazione - è sancito dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, siglata dalla maggior parte dei paesi occidentali il 28 luglio 1951.

Canada. Per combattere la mancanza di manodopera qualificata, sin dal boom economico degli anni '70 il Canada ha scelto politiche per l'immigrazione che sono particolarmente flessibili e aperte. Secondo gli ultimi dati, risalenti a tutto il 2010, circa il 21.3% dell'intera popolazione canadese è composto da immigrati. Ad aprile di quest'anno Toronto ha poi reso ulteriormente flessibile l'accesso al Paese e i visti di studio e di lavoro per persone con qualifiche specifiche (si va da ingegneri e architetti a carpentieri e cuochi per intenderci), in modo tale da attirare anche gli imprenditori stranieri e convincerli a insediarsi in Canada per portare avanti il loro business. In sostanza, tutti gli immigrati che ricevono fondi da aziende o gruppi di investimento canadesi per il loro start-up possono immediatamente richiedere una residenza permanente. Qualora gli affari dovessero andare male, l'imprenditore non è comunque soggetto ad alcuna deportazione e mantiene la residenza nel Paese, così come la possibilità di iniziare un nuovo business.

Diritto di asilo politico. Sulla pagina del governo canadese che riguarda i visti di ingresso nel Paese si legge in evidenza che "Ogni persona che patisce una persecuzione ha diritto a essere protetta". Il Canada ha riconosciuto il diritto all'asilo politico dal 1951, quando è stata siglata la Convenzione sullo status dei rifugiati a Ginevra. Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona è anche inscritto nella Carta canadese dei Diritti e delle Libertà. In virtù di questo lo scorso agosto il governo canadese ha incoraggiato i gay di Russia , affinché chiedessero asilo a Toronto per sfuggire alle "persecuzioni" perpetrate dal Cremlino ai danni degli omosessuali.

Australia. Se il Canada è una sorta di paradiso per gli immigrati, l'Australia è per certo il loro inferno. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, nel 2012 l'Australia ha ricevuto circa 15.800 richieste di asilo, segnando un 37% in più rispetto al 2011. Il Dipartimento per l'Immigrazione e la Cittadinanza sancisce in modo netto che, in base al Migration Act del 1958, tutti i non cittadini o tutte le persone che risiedono illegalmente nel Paese devono essere arrestate e deportate. Anche tutti coloro che hanno un visto scaduto rientrano nella categoria degli "illegali", inclusi i bambini e i figli dei richiedenti asilo. Tutti, nessuno escluso, non possono restare sul suolo australiano e vengono "deportati" in centri di detenzione , come quello di Manus Island in Papua Nuova Guinea. Qui, in attesa dell'asilo, possono restare per mesi o anche lunghi anni. Le organizzazioni per i diritti civili e umani hanno denunciato più volte le politiche migratorie australiane, ma l'unica risposta finora ricevuta dal governo è stato lo spostamento di alcuni bambini (non tutti) dai centri di detenzione alle "comunità di detenzione" o in case famiglia. Ma, a febbraio di quest'anno risultavano ancora 1.060 bambini tra la popolazione del centro di detenzione di Papua Nuova Guinea. Nessun barcone di disperati può approdare in Australia, questo è poco ma sicuro. E anche i fratellastri neozelandesi non scherzano in quanto a inflessibilità: una volta ottenuto il visto, se non si rispettano certi criteri si può essere deportati. Lo sa bene lo chef sudafricano sovrappeso che, non corrispondendo alle tabelle della "buona salute" sancite dal ministero della Sanità di Wellington, è stato invitato a lasciare il territorio della Nuova Zelanda quanto prima.

Giappone. Dire che l'impero del Sol Levante ha leggi sull'immigrazione "restrittive" è un eufemismo. Il Giappone da secoli è promotore dell'isolazionismo culturale e, pertanto, ha sempre messo in campo politiche anti-migratorie, per scoraggiare i flussi nella sua direzione. Al 2010 risultavano migranti sul territorio nipponico l'1.7% della popolazione totale. Ma, esattamente come per il Canada, il Giappone sta assistendo a un lento e inesorabile declino della natalità di casa, con conseguente invecchiamento della popolazione. Secondo le analisi, nel 2060 il numero di cittadini giapponesi si ridurrà di un terzo rispetto ai 128 milioni di oggi. Un vero dramma per l'economia nipponica e così il governo di Tokyo ha deciso di correre ai ripari, aprendo le porte agli immigrati. Sostanzialmente, il Giappone ha un sistema a punti per ottenere il visto di residenza e di lavoro sul suo territorio. Il nuovo sistema è entrato in vigore quest'anno: gli immigrati guadagnano punti sulla base del loro curriculum accademico o sulla loro esperienza nel settore degli affari. Tutti quelli che hanno delle capacità specialistiche (come docenti, medici e manager d'azienda) possono godere di una corsia preferenziale per ottenere un visto di residenza e lavoro. Insomma, l'impero del Sol Levante premia con la green card i più meritevoli in vari campi. Per tutti gli altri le porte restano serrate.

Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono l'unico Paese al mondo dove il visto di residenza può essere ottenuto anche grazie a una cospicua dose di fortuna. Negli Usa esiste la lotteria degli immigrati, che - pagando una quota di partecipazione - sognano che il loro nome venga estratto. Ma solo i cittadini provenienti da un Paese "con un basso tasso di immigrazione verso gli Usa" possono partecipare alla lotteria. Gli Stati Uniti sono terra di frontiera da sempre. Eldorado dei migranti di tutto il mondo, possono "vantare" la prima legislazione in merito datata 1790 (Naturalization Act). Negli ultimi due secoli si sono susseguite norme per fermare il flusso di migranti da particolari Paesi del mondo (come il Chinese Exclusion Act) e per fissare delle quote. Ma è nel 1952 che viene creato un Servizio per la Naturalizzazione e l'Immigrazione. Gli Usa permettono a più di 1 milione di migranti ogni anno di ottenere la residenza legale e hanno due diversi tipi di visto: uno per tutti coloro che desiderano vivere nel Paese a termine e che non sono da considerare "immigrati", pertanto per loro non vale la logica del numero massimo di visti dato ai diversi Paesi del mondo, e poi ci sono tutti coloro che vogliono lavorare negli Usa e che devono presentare un'offerta di impiego sul territorio americano e, contestualmente, l'azienda che sigla l'offerta deve presentare al dipartimento per l'Immigrazione un certificato che attesta che non c'è nessun altro lavoratore americano che possa ricoprire quel ruolo. Infine, ci sono i visti per studenti, famiglie e turisti, che appartengono a una categoria separata e sono limitati nel tempo. Le macro-categorie si suddividono poi in una serie di sottocategorie, che vanno a normare casi specifici o particolari.

A luglio 2013 il Senato Usa ha votato la riforma sull'Immigrazione voluta dal presidente Barack Obama, che adesso dovrà andare al vaglio della Camera, dove si preannunciano le barricate dei Repubblicani. La riforma voluta dal Presidente sin dal suo primo mandato promette un percorso che arriva fino alla cittadinanza per milioni di immigrati illegali che vivono e lavorano sul territorio statunitense, la maggior parte dei quali sono latinos. In più, vengono stanziati nuovi fondi per rafforzare i controlli di frontiera con il Messico.

E adesso passiamo all'Europa. La Svezia è il primo Paese dell'indice MIPEX (Migrant Integration Policy Index) ed è nota per l'accoglienza riservata ai profughi musulmani provenienti da aree di guerra (come Somalia, Iraq e Siria). Ma con la crisi economica, il tasso di disoccupazione tra gli stranieri è balzato al 16% e in concomitanza si sono tenute numerose proteste contro gli immigrati accusati di "rubare" il lavoro agli svedesi. Il governo sta valutando se ritoccare le politiche migratorie rendendole più rigide, in modo tale da far diminuire il flusso degli immigrati e, allo stesso tempo, cercare di placare la piazza. Per quanto riguarda il diritto d'asilo, si calcola che nel 2012 il numero dei richiedenti sia salito di circa il 50% rispetto all'anno precedente, sfiorando le 44.000 persone. Causa delle diverse guerre in Medio oriente e in alcune zone africane, ma è anche vero che - visto che il lavoro in Svezia è diminuito - molti migranti preferiscono scegliere direttamente la strada dell'asilo politico che li mette a carico del governo svedese.

Spagna. Un boom economico lungo un decennio ha visto aumentare la popolazione di immigrati in terra spagnola dal 2 al 12%. A fine 2010 il numero degli immigrati in Spagna toccava i 5.6 milioni di individui. Merito non solo dell'economia che andava a gonfie vele, ma anche delle politiche socialiste volute dal governo di José Luis Rodríguez Zapatero che erano particolarmente attente ai temi dell'immigrazione e che in totale apertura garantivano scuole, servizi e sanità a tutte le persone legalmente insediate in Spagna. Ma tra immigrazione e integrazione ci passa il mare e così con l'inizio della crisi i rappresentanti locali del Partido Popular (che oggi è al governo con Mariano Rajoy) hanno cominciato a chiedere la "riduzione" degli ingressi e, al tempo stesso, la diminuzione dei servizi erogati agli immigrati. Cosa che il premier Zapatero si è rifiutato di accettare. La Spagna è tra i Paesi europei più aperti nei confronti degli immigrati, ma negli ultimi due anni il flusso invece che in entrata è stato in uscita.

Chi vorrebbe più vivere in un paese in crisi profonda dove trovare lavoro è un miracolo? Così, il governo conservatore di Rajoy ha lanciato la "residenza per arabi e russi", come è stata soprannominata. Sostanzialmente, è possibile ottenere un visto per residenti in Spagna contestualmente all'acquisto di un immobile dai 500.000 euro in su. La nuova norma entrerà in vigore il 1 gennaio del 2014 e molti ricchi europei (come i vicini francesi) già stanno pensando di comprare casa in Spagna per godere della residenza e quindi di un regime fiscale più basso.

Francia. Eurostat stima che in Francia ci siano 7.2 milioni di immigrati nati all'estero, che corrispondono a poco più dell'11% della popolazione totale. Recentemente (a gennaio 2013) il pacchetto di norme volute dal governo dell'ex presidente Nicolas Sarkozy, che punivano con la detenzione dalle 24 alle 48 ore gli immigrati illegali, è stato superato dal voto dell'Assemblea generale che ha cancellato anche il cosiddetto "reato di solidarietà", che colpiva tutti coloro che aiutavano un immigrato illegale con il carcere fino a 5 anni e una multa pecuniaria non superiore ai 30.000 euro. Le nuove misure per l'immigrazione allineano la Francia con gli altri Paesi europei, portando le ore di custodia per un immigrato illegale arrestato a 16 e depenalizzando l'aiuto dato agli illegali, qualora "motivato da ragioni umanitarie" e dove non si ravveda sfruttamento del lavoro.

Il ministro degli Interni Manuel Valls, in seguito al voto di gennaio 2013, ha nettamente preso le distanze dalle politiche del governo Sarkozy, annunciando tre nuove misure: un processo più rapido per le deportazioni (solo un terzo degli immigrati illegali arrestati durante la presidenza di Sarkozy è stato deportato), un monitoraggio più stringente sul lavoro dei giudici per l'immigrazione, andando a bacchettare le sentenze "fallimentari", ossia quelle che sfociano in appello e, infine, il cambio del sistema di raccolta dati. Ad esempio, i "ritorni volontari" degli immigrati ai loro Paesi d'origine fino a qualche mese fa venivano ancora classificati come deportazioni.

Diritto di asilo politico. Il governo socialista del presidente François Hollande ha anche promesso una riforma delle leggi sull'immigrazione che renda più ampie le possibilità per i richiedenti asilo politico e i residenti di lungo corso. La riforma doveva approdare in Parlamento a settembre di quest'anno, ma se ne riparlerà nel 2014. Troppo forti le pressioni del Front National capeggiato da Marine Le Pen, che chiedono di ridurre il numero degli immigrati e non di dare loro più diritti. La Francia è il secondo Paese in Europa per richieste di asilo politico, con un totale di 61.000 domande a fine 2012.

Germania. Berlino è l'Eldorado europeo di centinaia di migliaia di migranti ogni anno. L'economia va bene, il lavoro c'è, e in tanti sognano di trasferirsi in Germania, terra abituata da sempre a notevoli flussi migratori, basti pensare a quelli "interni" tra Est e Ovest dopo la caduta del Muro. Ma, nonostante questo, non esiste alcun meccanismo formale per regolarizzare la posizione della maggior parte di questi immigrati. Tra il 1955 e il 1973 la Germania (occidentale) ha reclutato circa 14 milioni di immigrati come "lavoratori ospiti" (Gastarbeiter). Alla fine del programma molti datori di lavoro non hanno voluto cercare nuovi dipendenti provenienti da fuori e hanno preferito sostenere quelli già sul territorio tedesco e che avevano acquisito un'esperienza. Ma il loro status non è stato formalmente sancito, e oggi la Germania si trova in una situazione in cui gli immigrati di terza generazione (nati sul territorio tedesco) vengono ancora classificati come "figli di lavoratori ospiti", e una volta diventati adulti devono aspettare a lungo, anche anni, prima di poter avere la cittadinanza.

La Commissione insediata ad hoc per definire le leggi sull'immigrazione nel 2001 ha suggerito un approccio più flessibile nei confronti dei non-cittadini. Sulla scia di ciò due atti, nel 2005 e nel 2007, sono stati fortemente criticati per non facilitare la naturalizzazione degli individui senza documenti, soprattutto quelli impiegati con bassi redditi. Secondo la legislazione del 2007, per diventare cittadino tedesco un lavoratore al di fuori dell'Unione europea deve dimostrare di avere un reddito annuo di almeno 85.000 euro e deve essere in possesso di un passaporto (cosa praticamente impossibile per i richiedenti asilo politico). Insomma, se paragonato a Francia, Italia e Spagna, il sistema tedesco punta a essere molto più restrittivo sulle regolarizzazioni generali e molto più flessibile riguardo alla naturalizzazione/regolarizzazione di piccoli gruppi di "immigrati privilegiati".

Danimarca. Il caso danese è considerato molto controverso ed è oggetto di feroci critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Il governo offre incentivi per lasciare il Paese agli immigrati che non riescono a integrarsi con la cultura della Danimarca. Gli incentivi sono una "conquista" del partito xenofobo Danish People's Party, che sul suo sito recita: "La Danimarca non è un paese per immigrati e non lo è mai stato. Per questo noi non accetteremo la trasformazione in una società multietnica". Centrale nelle politiche anti-immigrazione danesi è la cosiddetta "legge dei 24 anni", secondo la quale uno sposo/sposa straniera di un cittadino danese può richiedere la cittadinanza solo se entrambi hanno compiuto il ventiquattresimo anno d'età. Nel caso in cui lo sposo/sposa sia un rifugiato o abbia figli nati in Danimarca o sia gravemente malato o soffra di handicap, la norma decade.

Gran Bretagna. Il Regno Unito ha visto drammaticamente aumentare il sumero degli immigrati negli ultimi 10 anni. Sono passati dai circa 4.5 milioni del 2001 a 7.5 milioni a fine 2011 e le politiche sull'immigrazione sono entrate di diritto nel dibattito politico, proprio nella cosiddetta "patria del multiculturalismo". A breve il Parlamento britannico discuterà un disegno di legge contenente le ultime norme sull'immigrazione, ben più restrittive di quelle attualmente in vigore. E' previsto il rimpatrio immediato per tutti coloro che arrivano in Gran Bretagna con precedenti penali o per coloro che commettono reati sul suolo britannico. Vengono poi ridotte da 17 a 4 le motivazioni di richiesta d'asilo politico.

I due nuovi paradisi degli immigrati: Russia e Cina

Russia. La Federazione russa ha introdotto una legge federale sullo stato legale dei cittadini stranieri nel 2002. Secondo la legge gli immigrati devono ottenere un documento valido di immigrazione nel momento in cui passano la frontiera del Paese. Questo documento inizialmente non può superare i 90 giorni. Qualora vogliano richiedere un permesso di soggiorno lavorativo devono provare di avere già un'offerta di lavoro siglata dall'ente o dall'azienda che li richiede. Se entro 90 giorni la richiesta non viene accettata per vizi formali o sostanziali, gli immigrati devono immediatamente lasciare la Federazione, pena l'arresto e la conseguente deportazione. Diciamo che - a discrezione - il presidente può regalare la cittadinanza senza passare per la procedura burocratica, come è successo per Gerard Depardieu, grande amico di Vladimir Putin, che è stato riconosciuto cittadino russo pur non avendo mai risieduto sul territorio della Federazione.

Le politiche migratorie in Russia sono comunque molto restrittive e l'esplosione di gruppi xenofobi e nazionalisti non fanno sperare in qualche apertura. I recenti scontri a Mosca , che hanno portato a più di 400 arresti, sono stati scatenati da un accoltellamento ai danni di un cittadino russo imputato a un immigrato caucasico. Gruppi di nazionalisti hanno messo a ferro e fuoco le strade della periferia della capitale cantando slogan razzisti.

Diritto di asilo politico. Il caso Snowden fa scuola. Mosca concede l'asilo politico ai richiedenti che provengono da aree di guerra o la cui vita sia in serio pericolo qualora fossero costretti a tornare nei Paesi d'origine.

Cina. A luglio 2013 la Cina ha varato una nuova legge sull'immigrazione, la più imponente degli ultimi venti anni. Alla base delle nuove norme c'è la volontà del governo di Pechino di rendere più dure le punizioni per gli stranieri che entrano illegalmente nel Paese per viverci e lavorare. Per la prima volta, la legge sancisce che gli immigrati illegali qualora scoperti possono essere detenuti per un tempo che va da 5 a 15 giorni. E' vero che in questi anni cittadini dello Myanmar, del Vietnam e della Corea del Nord sono stati regolarmente arrestati (e poi deportati) se colti in flagranza di reato nell'atto di attraversare legalmente i confini cinesi, ma per gli stranieri provenienti da altri Paesi la detenzione è stata molto meno frequente. Oggi invece è legge che vale per tutti.

Gli immigrati illegali sono inoltre puniti con una multa tra i 5.000 yuan e i 20.000 (604-2.400 euro) prima della deportazione. Il datore di lavoro di immigrati illegali, invece, è soggetto a una sanzione che può arrivare fino a 100.000 yuan (circa 12.000 euro). Secondo il ministero per la Sicurezza pubblica nel 2012 sono stati arrestati 47.100 immigrati illegali. La nuova legge punta anche a riformare il sistema delle green cards, che - sin dal 2004 - autorizza i cittadini stranieri a risiedere in modo permanente sul territorio cinese. Alla fine del 2011 solo 4.752 individui hanno ricevuto una green card in Cina. Quello cinese è stato definito "il sistema più difficile del mondo" per ottenere un soggiorno di residenza.
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Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:50 pm

Immigrazione in Africa
Sogni e disavventure
Jeune Afrique, 14/20 settembre 2008
Africa – Sogni e disavventure degli immigrati interni
Nel continente ci sono almeno 17 milioni di migranti. Se la maggior parte vive tranquillamente nei paesi che li ospitano, le situazioni di rifiuto sono frequenti. L’Africa deve imparare a governare i propri flussi di migrazione interna se vuole essere credibile nella sua lotta contro i ripiegamenti dell’Europa.
di Sophie Bouillon
Un articolo di Jeune Afrique, tradotto in italiano a cura di ossin.
(Nella foto, immigrato dello Zimbabwe dato alle fiamme in una township sudafricana)

http://www.ossin.org/52-africa-subsahar ... -in-africa

Analisi - Non è vero che l'Africa è solo un paese di emigrazione, l'immigrazione interna è di gran lumga più imponente di quella che si riversa in Europa.
E provoca tensioni e reazioni xenofobe non diverse da quelle che si registrano sempre di più nei ricchi paesi occidentali.

Il mondo intero l’ha visto morire. Innaffiato di benzina, mani e ginocchi a terra, un immigrato dello Zimbabwi è stato immolato in una township sud africana per la sola ragione di non vivere a casa sua. Era uno “straniero” e dunque responsabile di tutti i mali. Le violenze xenofobe hanno fatto sessanta morti nel maggio scorso in Africa del Sud ed hanno offuscato per lungo tempo i colori mescolati della nazione arcobaleno.

Molti capi di Stato africani si sono indignati ed hanno ottenuto delle scuse dal presidente Thabo Mbeki, tanto più che la fiammata di violenza era prevedibile. Nel 1998, un’inchiesta della Southern African Migration Project, un gruppo di studio sulle migrazioni in Africa Australe, denunciava “un sentimento ostile nei confronti degli stranieri”, soprattutto degli immigrati dall’Africa francofona e lusofona, banditi a causa della barriera linguistica e delle differenze culturali. Ma la xenofobia non è sfortunatamente rara nel continente.

E i trattamenti riservati dalle Autorità alle popolazioni immigrate sconfinano spesso nell’arbitrio. Niente comunque che autorizzi a dare lezioni di morale all’Europa.
Recentemente il governo angolano ha voluto fare “piazza pulita” alla vigilia delle elezioni del 5 settembre, espellendo più di 72.000 congolesi. Stando all’ultimo rapporto dell’Ocha (Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’ONU) sarebbero stati più di 140.000, tra il 2003 ed il 2007, i rimpatri nella Repubblica Democratica del Congo, “in uno stato di grande vulnerabilità”.

Per quanto ostenti un panafricanismo di facciata, la “Guida” Mouammar Kaddafi ha deciso anche lui di limitare la presenza subsahariana, che rappresenta più del 20% della popolazione libica.
Il metodo è radicale. Tripoli lancia periodicamente delle “cacce allo straniero”, beneficiando dal 2000 di aiuti finanziari della Comunità europea per rimandarli a casa. “La Libia non è un paese sicuro per i migranti, i richiedenti asilo ed i rifugiati”, ritiene l’organizzazione Human Rights Watch, che denuncia gravi violazioni dei diritti dell’uomo. Ma cosa dire di quello che succede in tutto il Maghreb nei confronti dei Subsahariani in partenza per l’Europa? Tutti ricordano ancora l’allontanamento verso il deserto marocchino – “praticamente senza viveri e senza acqua” secondo Amnesty International – dei clandestini dopo gli assalti alle due enclaves spagnole di Melilla e Ceuta, nell’ottobre 2005.

In Algeria i candidati all’esilio, già sfiniti dalla traversata del Sahara, vivono il più delle volte in condizioni deplorevoli, allo stesso modo di quelli che si ammassano nel campo di Maghnia, in pieno sud, lungo un fiume prosciugato.

Africa nomade
L’Africa centrale non è da meno. Nel 1995 Libreville ha imposto il rimpatrio a 150.000 immigrati. Dei “boat people” erravano lungo le coste del Benin, in attesa che Cotonou accettasse di accoglierli. Nella capitale del Gabon ci si lamentò di non trovare più pane fresco la mattina: tutti i panificatori camerunesi e della Guinea equatoriale erano partiti. D’altronde anche Malabo (capitale della Guinea Equatoriale, ndt) è restia ad integrare una manodopera straniera attirata da quello che viene presentato come il nuovo eldorado petrolifero.
In misura minore, anche in Congo gli africani dell’Ovest del quartiere Poto-Poto di Brazzaville sentono talvolta – a giusta ragione – di non essere a casa propria. Una parte degli abitanti di Addis Abeba, in Etiopia, accolgono freddamente gli espatriati dell’Unione Africana. I rifugiati venuti in Kenya dai paesi vicini, parcheggiati nelle bidonville intorno a Nairobi, temono costantemente di essere rispediti a casa senza riguardi. Decisamente la lista è lunga. E non esaustiva.

L’Africa dunque non è più un grande continente nomade? Nelly Robin, ricercatrice all’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD), con sede a Dakar, e specialista di migrazioni, vuole ancora credervi. Ella ha percorso tutta l’Africa dell’ovest, incontrando i migranti e le loro famiglie. “Ho chiesto a delle madri quanti dei loro figli erano espatriati e loro mi rispondevano: nessuno – racconta - Poi un giorno ho capito che fino a quando i figli non sono in Europa, per loro non si trovano all’estero, è normale!”

La popolazione africana è la più mobile del mondo. Con gli scambi incoraggiati dalla mondializzazione, l’esplosione demografica e l’instabilità politica sul continente, il fenomeno si è intensificato. Queste migrazioni non sono orientate esclusivamente da sud a nord. L’immagine di una Europa “fortezza assediata” deve essere largamente attenuata, se solo si faccia attenzione ai dati numerici.

La sola Africa dell’Ovest conta 7,5 milioni di immigrati. Sono ufficialmente più di 1 milione in Africa australe ma, se si stima anche il numero di clandestini, si arriverebbe a 3 milioni nella sola Africa del Sud. I paesi ricchi della Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico (OCDE) contano ufficialmente 7,2 milioni di immigrati africani. Se ne calcolano 17 milioni sull’intero continente. Ognuno con la sua storia ed il suo percorso.

Libera circolazione imperfetta
“Ancora qualche anno fa, i flussi migratori seguivano linee piuttosto fisse – spiega Laurent Bossard, direttore aggiunto del Club del Sahel dell’OCDE – Oggi i flussi sono mutevoli e la gente si sposta in funzione delle nuove strade verso l’Europa o delle crisi politiche, senza che si possa chiaramente identificarle”.

Terre tradizionalmente di emigranti, come il Senegal o il Burkina, sono diventate paesi di accoglienza durante la crisi ivoriana. Gran terra di immigrazione, la Costa d’Avorio, è oramai colpita dalla emigrazione di parte della sua gioventù, attirata dall’eldorado europeo. Lo Zimbabwe negli anni 1990 accoglieva immigrati dello Zambia e del Malati. Oggi più di un quarto degli Zimbabwesi vive all’estero, soprattutto in Africa del Sud. “A lungo termine le violenze dello scorso maggio non avranno alcuna efficacia dissuasiva sulle persone che arrivano”, assicura Frans Cronje, dell’Istituto di relazioni razziali di Johannesburg. “Ma se il governo non controlla il fenomeno, non ci si potrà più stupire se scoppia di nuovo! Il Botswana e l’Africa del Sud non possono da soli assorbire i flussi migratori dallo Zimbabwe e dal Mozambico”, conclude.

Più inquietante, uno studio rivela che l’84% dei Sud-Africani pensa che vi siano troppi immigrati nel loro paese.
In teoria i paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC) hanno formato accordi per la libera circolazione. Ma in pratica questi accordi non sono applicati. Da questo punto di vista si trova una situazione analoga nell’ambito della Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac). Il passaporto regionale è ufficialmente entrato in vigore, ma è ben lontano dall’essere operativo.

In Africa dell’ovest, per contro, se è ancora troppo presto per parlare di perfetta integrazione, lo spazio subregionale comincia a diventare una realtà. Le seccature alle frontiere non sono state del tutto eliminate, si è ancora lontani, ma il passaporto della comunità economica degli Stati dell’Africa dell’ovest (CEDEAO) si va generalizzando.

Minacce europee
Ma questa eredità degli imperi e dei regni africani, questo prolungamento naturale degli scambi commerciali sono oggi minacciati dalla politica restrittiva del Nord ed il ricorso ad accordi bilaterali. Nel 2006, la Francia ed il Senegal hanno per esempio firmato un accordo “per una gestione concertata” dei flussi migratori. In conseguenza di ciò Dakar, su pressione di Parigi, partecipa al dispositivo europeo per la sicurezza delle frontiere esterne (Frontex) : sono stati intercettati più di 4200 clandestini. “Se questo fenomeno crescesse, rischia di provocare delle tensioni – denuncia Nelly Robin – Il Senegal finisce col fare il gendarme dell’Europa sul proprio territorio”. Col rischio che Dakar decida un giorno di chiudere le sue frontiere, minando in questo modo l’insieme del processo di integrazione regionale.

“Le migrazioni nell’Africa dell’ovest sono nonostante tutto un fattore di stabilità”, sostiene Nelly Robin. Gli esempi non mancano. Basti pensare alla crescita della Costa d’Avorio dovuta in parte ai lavoratori del Burkina Faso nelle piantagioni di cacao o di caffé o alla costruzione della Transgabon, negli anni ’70, possibile grazie alla mano d’opera nigeriana, camerunese o dell’Africa dell’Ovest. Non è certo che tali argomenti abbiano un forte peso nelle negoziazioni in corso. L’Africa indicata come terra di emigrazione si ritrova sola a gestire la sua propria immigrazione. Correndo il rischio del ripiegamento identitario e della xenofobia.

Tre domande a IBRAHIM AWAD, direttore del programma delle migrazioni all’Ufficio internazionale del lavoro (BIT)

Domanda: Quali sono le dimensioni dell’immigrazione in Africa?
Risposta: Non sono disponibili cifre esatte, ma si stima che vi siano due volte di più di migranti internazionali in Africa dell’Ovest che in Europa. Solo il 3% degli emigrati del Mali sono in Europa! In Africa il nazionalismo contraddice la storia del continente. Prima della colonizzazione, non dimentichiamo che non vi erano frontiere!
Le frontiere sono riconosciute a livello internazionale, ma spesso non hanno alcun senso a livello locale. Quando si appartiene al medesimo gruppo etnico, gli spostamenti sono naturali anche se si deve passare una frontiera. D’altra parte queste frontiere, spesso assai ampie, sono difficilmente controllabili. Adesso che esistono non le si possono sopprimere, bisogna arrangiarsi…

Domanda: Sarebbe opportuno che siano controllate?
Risposta: No. Si potrebbe bene immaginare una certa regione con dei movimenti di popolazione regolari, legali. In questo modo parteciperebbero allo sviluppo di una regione comune. Le migrazioni permetterebbero di rafforzare la cooperazione regionale, in un primo tempo, poi continentale. L’immigrazione può essere vettore di stabilità regionale.

Domanda: D’altra parte tutte le organizzazioni regionali (Cedevo, SADC…) prevedono la libera circolazione delle persone. Come spiegare il fatto che tale disposizione non è rispettata dovunque?
Risposta: In Africa non si consente la completa libertà di circolazione, come dappertutto nel mondo, in quanto vi sono diversità tra i redditi medi di ciascun paese. Ciò si pone in contraddizione con la volontà degli Stati di realizzare un mercato del lavoro a livello nazionale, che si integri in una logica regionale. Ogni Stato cerca di favorire i suoi cittadini, specialmente in presenza di alti tassi di disoccupazione. L’immigrazione diventa un problema, crea degli squilibri in quanto i tassi di sviluppo dei vari paesi sono diversi, concorrenza sul mercato del lavoro, disparità in termini di povertà o di difficili condizioni di vita per gli autoctoni. Bisogna dunque privilegiare un approccio regionale per ridurre la pressione sui singoli mercati nazionali.
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Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 2:51 pm

Ecco un caso di manipolazione ideologica di un valore universale come il territorio o spazio vitale, degli animali tra cui l'uomo e le sue comunità.


La territorialità come premessa necessaria del territorialismo
Gian Piero de Bellis

(Luglio 2012)

https://www.polyarchy.org/basta/sussurr ... alita.html

Nel ragionamento scientifico si fa largo uso di affermazioni note come generalizzazioni. Il sillogismo, ad esempio, parte da una generalizzazione estremamente fondata (postulato) per arrivare ad una conclusione altrettanto solida. L'esempio più noto è:
- Tutti gli esseri umani sono mortali
- Socrate è un essere umano
- Socrate è mortale.

L'esistenza di un solo caso che inficiasse la generalizzazione, distruggerebbe la validità della conclusione. Famoso è l'esempio, introdotto da Karl Popper, della scoperta di un cigno nero (black swan) che, chiaramente, compromette la generalizzazione, ritenuta precedentemente del tutto valida, che tutti i cigni sono bianchi.

Una generalizzazione anche se fondata sulla conoscenza di un enorme numero di casi che la confermano rimane comunque una affermazione scientifica soggetta sempre a possibile falsificazione (e quindi passibile sempre di essere contraddetta e superata).

Le generalizzazioni che si basano su un numero ridotto di osservazioni sono soggette ad un alto tasso di falsificazione. Immaginiamo, ad esempio, una tribù dell'Amazzonia che pratichi il cannibalismo e che la tribù accanto condivida le stesse abitudini alimentari. È allora molto probabile che un membro della tribù, in vena di riflessioni, ritenga che questo costume sia parte integrante della natura umana. Il contatto con altre realtà gli distruggerebbe immediatamente questa sua convinzione.

Queste brevi considerazioni introducono a un tema sempre molto attuale e cioè al fatto che molti, talvolta, effettuano ardite generalizzazioni attribuendo, del tutto impropriamente, alla natura umana quelli che non sono altro che costumi di gruppo, elaborazioni culturali prodotte all'interno di una società o ideologie propagandate dall'élite al potere.

Questo è ad esempio il caso della territorialità.
In un vocabolario italiano, sotto la voce “territorialità” troviamo la seguente definizione: “Condizione, carattere dell'essere territoriale.”
E, sotto la voce “territoriale” abbiamo: “di, appartenente a un territorio.” (Il Nuovo Zingarelli, 11 edizione)
In sostanza la territorialità è il sentimento e la manifestazione di appartenenza ad un certo territorio da parte di un essere umano.

Negli anni '60 del secolo scorso la territorialità intesa come l'esistenza di un istinto territoriale, sia negli animali che negli esseri umani, fu oggetto di trattazione da parte del commediografo ed etnologo Robert Ardrey in un testo diventato famoso, dal titolo: The Territorial Imperative (1966).
Dopo una lettura del testo, le obiezioni che si possono fare alla posizione espressa da Ardrey sono sostanzialmente tre:

Equiparare animali ed esseri umani sulla base del semplice istinto è piuttosto riduttivo in quanto l'essere umano è dotato anche di una componente culturale fatta di pratiche e di abitudini apprese talmente sviluppata che, già alla fine del '500, Michel de Montaigne non poteva fare a meno di rimarcare che “Il costume è una seconda natura, e non meno potente.” (“L'accoutumance est une seconde nature, et non moins puissante.” Essais, 1588).
Attribuire a tutti gli animali un istinto territoriale non è del tutto vero ed è lo stesso Ardrey a riconoscerlo, nello stesso testo, quando fa riferimento al jackdaw (l'uccello taccola, della famiglia dei corvi) e al platy (un pesce tropicale) come animali non territoriali. E si può benissimo aggiungere che tutti gli animali che migrano non sembrano mostrare nessun attaccamento permanente ad uno specifico territorio.
Assegnare un istinto territoriale a tutti gli esseri umani rappresenta una generalizzazione talmente forte da essere difficilmente sostenibile a meno che non escludiamo dalla razza umana tutti i migranti, gli esploratori, i viaggiatori instancabili, i cosmopoliti, gli sradicati, gli avventurosi, gli avventurieri e via discorrendo, senza dimenticare naturalmente gli scienziati senza fissa dimora, come il matematico Paul Erdös che si spostava di casa in casa, presso amici e conoscenti, disponendo solo della sua valigia e dei suoi effetti personali.

In sostanza, il concetto di territorialità come istinto proprio alla natura umana non sembra reggere nemmeno ad una analisi superficiale. Ma dal momento che esso viene sostenuto da taluni con profonda convinzione sorge il dubbio che queste persone stiano facendo riferimento a qualcosa di completamente diverso. E, sotto il concetto di territorialità e di territorio, stiano in sostanza alludendo al concetto-principio di non-aggressione che è relativo all'individuo, al suo spazio personale (che non ha nulla a che fare con un vasto territorio popolato da molte persone) e ai frutti del suo lavoro.

Ad esempio, quando una persona venuta da non so dove (potrebbe essere anche il mio vicino) invade il campo che ho lavorato per mesi e si appropria dei frutti, non c'è bisogno di invocare l'istinto territoriale per affermare che io sono incline a difendere me stesso e quanto mi appartiene.
Infatti, l'aggressione potrebbe venire anche da parte di uno della famiglia che risulti essere, anche lui, proprietario, in parte, del terreno, e che vuole appropriarsi di tutto il raccolto.
In tutti questi casi non è in gioco il territorio e l'istinto territoriale, ma qualcosa di ben altro: l'individuo e la voglia di difendere la sua libertà e la sua dignità in quanto produttore.
Fare chiarezza su questo punto è essenziale perché coloro che accettano l'istinto territoriale come componente innata della natura umana e come elemento di cui tenere conto per qualsiasi organizzazione sociale, sono poi portati ad accettare, consapevolmente o inconsapevolmente, attraverso manipolazioni culturali più o meno sottili, l'esistenza del territorialismo (la sovranità territoriale monopolistica) come una realtà “naturale” del vivere civile. E invece il territorialismo non è altro che la base indispensabile del banditismo.
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