Migrare e non, accogliere e non, diritti e doveri

Re: Migrare e non, accogliere e non, diritti e doveri

Messaggioda Berto » dom giu 02, 2019 8:04 am

"Immigrazione e multiculturalismo Il silenzio degli «accoglienti»"
Da Il Corriere del 25/05/2019
Ernesto Galli della Loggia

https://alleanzacattolica.org/immigrazi ... t.facebook

Vi sono libri importanti in ragione del loro argomento e del modo in cui esso viene trattato, oppure in ragione di qualche peculiarità del loro autore, e vi sono libri, poi la cui importanza dipende da un’altra ragione ancora: dal clamore straordinario o all’opposto dal silenzio sospetto che li accoglie. Il libro di Raffaele Simone L’ospite e il nemico (Garzanti) ha la singolarità di segnalarsi per tutti e tre i motivi ora detti: non solo perché tratta di un tema chiave come la grande migrazione dal Sud del mondo di cui l’Europa è la meta da anni, ma perché il tema stesso, a differenza di tante altre pubblicazioni analoghe, è svolto in modo quanto mai documentato e soprattutto con una totale spregiudicatezza; infine perché dell’uscita del libro nessuno ma proprio nessuno ha mostrato di accorgersi. Un silenzio davvero singolare per non autorizzare un dubbio: e cioè che il mainstream culturale devoto al politicamente corretto — il Club Radicale come viene definito in queste pagine — abbia così voluto punire chi mostrava di non tenere alcun conto delle sue fisime e dei suoi tabù. Soprattutto perché chi osava tanto era uno studioso come Simone — il quale, lo ricordo, professionalmente è un linguista — la cui produzione di saggistica politica si è sempre mossa in una prospettiva schiettamente di sinistra. E che dunque oggi al suddetto Club deve essere apparso un transfuga, un traditore.

Che cosa sostiene di così scandaloso per il benpensante progressista il libro di cui stiamo parlando? Innanzitutto un criterio di metodo: «Non c’è nessun immigrato, in quanto persona, leggiamo, che visto da vicino, non susciti compassione e impulso al soccorso (…). Ma si possono osservare i fenomeni collettivi persona per persona?». Simone non ha dubbi: non è possibile. L’immigrazione verso l’Europa è un evento di una tale vastità potenziale che, incontrollato, non potrebbe che condurre questa parte del mondo a un’autentica catastrofe, più o meno analoga a quella rappresentata a suo tempo dalle invasioni barbariche. Si tratta di una presa di posizione niente affatto ideologica: infatti è davvero impressionante, in proposito, la vasta e varia documentazione, la quantità di notizie, di dati, di fatti di cronaca, circa le conseguenze negative già in atto o assai prevedibili contenute nel libro. Il cui autore, proprio perciò, sottolinea come siano a dir poco sorprendenti lo «spesso clima di ipocrisia e di falsità», «la sceneggiatura irenico-umanitaria» e la «sconsiderata rilassatezza» delle politiche migratorie praticate finora: attuate «quasi tutte — si aggiunge — contro il parere del popolo». Ce n’è abbastanza, come si vede, per giustificare la censura decretata al libro dal Club Radicale.

Sono due i principali obiettivi della polemica di Simone, dura quanto lucidamente argomentata. Il primo è l’insulsa colpevolizzazione che da tempo l’Europa va facendo del proprio passato, alimentando un vero e proprio odio di sé che in particolare il suo ceto politico-intellettuale e la sua scuola non si stancano di accrescere, costruendo l’idea di un debito che il continente sarebbe oggi chiamato giustamente a pagare, ad espiazione delle sue passate malefatte verso i popoli del Sud del mondo, sotto forma per l’appunto di un indiscriminato obbligo di accoglienza.

Ne è nata una vera e propria «cultura del pentimento e della discolpa» ormai diffusa in tutta la sfera pubblica occidentale, che conduce a considerare ad esempio come delittuosa «islamofobia» ogni pur ragionata valutazione critica della religione e della cultura islamiche. Arrivando, ad esempio, perfino al caso di indagini di polizia che in più occasioni tacciono l’origine islamica dell’indagato per il timore d’incorrere nell’accusa di razzismo. Secondo Simone si tratta di un indirizzo ideologico che, appunto per la «bramosia di penitenza» di cui si sta parlando, tende alla fine a cancellare il carattere fondamentale dell’identità europea, fondata sull’assoluta peculiarità del binomio Cristianesimo-Illuminismo e dei suoi mille esiti positivi rispetto a qualunque altra cultura. Sfidando il politicamente corretto l’autore ha il coraggio di porsi una domanda decisiva: «Cosa vogliamo preservare da qualunque rischio di alterazione? (…) Ci sono valori europei (corsivo nel testo) che bisogna assolutamente proteggere?».

Il secondo dei due principali bersagli del libro è la latitudine tendenzialmente indiscriminata del concetto di accoglienza, che è stato il criterio morale di fondo a cui il politicamente corretto occidentale si è fin qui sentito in dovere di guardare, sia pure con le inevitabili incertezze e contraddizioni del caso.

Ricordando come nell’antichità indoeuropea ospite e nemico fossero indicati dalla stessa parola (ne è rimasta traccia in latino: hospes/hostis) Simone fa una distinzione assai importante. Un conto è il diritto all’ospitalità, cioè ad essere accolto temporaneamente in un luogo e con il beneplacito dell’accogliente — secondo il modello così diffuso in moltissime culture — un conto ben diverso è il presunto diritto a stabilirsi dove uno vuole, indipendentemente dalla volontà (e dal numero!) di chi in quel luogo abita da tanto tempo, avendovi magari profuso da generazioni lavoro e cura per renderlo ciò che esso è oggi. Senza dire che quando parliamo di ospitalità intendiamo da sempre quella riservata ad una sola persona o ad un piccolo gruppo, non di certo a una massa. In questo caso sembra davvero più appropriato parlare al limite di invasione anziché di ospitalità.

Presumere che esista un diritto all’accoglienza illimitata comporta logicamente né più né meno che teorizzare la cancellazione virtuale dei confini: cioè di qualcosa che l’autore stesso definisce «una necessità etologica dei gruppi umani».

Naturalmente nessun «accogliente» ha il coraggio politico e intellettuale di trarre una simile conseguenza dalla propria posizione. La retorica serve per l’appunto a rimediare a questa falla dispiegando le sue armi, quelle che Simone chiama per l’appunto le «retoriche dell’accoglienza» (da «siamo stati tutti migranti e siamo tutti meticci» a «dall’arrivo dei migranti abbiamo da trarre solo vantaggi» e così via seguitando). Retoriche che egli smonta una per una, con precisione, con i fatti, ragionando. Un libro assolutamente da leggere, insomma, non foss’altro che per discuterlo: proprio come al Club Radicale non piace mai fare con chi non la pensa come lui.
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Re: Migrare e non, accogliere e non, diritti e doveri

Messaggioda Berto » ven feb 14, 2020 7:49 pm

Texas annuncia,'non accogliamo migranti' - Nord America
Agenzia ANSA
11 gennaio 2020

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/n ... Ql4ezARbwY


Il Texas diventa il primo stato a rifiutare di accogliere i rifugiati nel 2020, in base all'ordine del presidente americano Donald Trump, che a settembre aveva lasciato ai singoli stati Usa la scelta di accettarli o meno.
Il governatore Greg Abbott ha spiegato in una lettera al dipartimento di Stato che il Texas deve concentrare i suoi finanziamenti "su quelli che sono già qui, contando anche i rifugiati, i migranti e i senzatetto, di fatto tutti texani". E che lo stato, che ha accolto dal 2010 circa il 10% dei rifugiati accettati dagli Usa, deve far fronte ad un "problema migratorio sproporzionato" con l'arrivo dal 2018 di decine di migliaia di migranti attraverso il confine messicano.


Alberto Pento
Finalmente, grazie Texas, grazie USA, grazie Trump!
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Re: Migrare e non, accogliere e non, diritti e doveri

Messaggioda Berto » ven feb 14, 2020 7:49 pm

Accoglienza: l’insegnamento degli Apostoli
Pubblicato 11 Gennaio 2020 | Da daniele
https://www.life.it/1/accoglienza-linse ... i-apostoli

I principi degli apostoli sembrano ben diversi da quelli dell’attuale Chiesa cattolica e di troppi politici: i 5 che seguono sono tratti dalla DIDACHÉ o Dottrina dei Dodici Apostoli e insegnano come comportarsi nei confronti di chi arriva pellegrinando (andare vagando qua e là, da un luogo all’altro, fuori della propria terra), tema di estrema attualità

1. Ogni pellegrino che viene nel nome del Signore (Sal 117,26; Mt 21,9), sia accolto: in seguito però esaminatelo e rendetevi conto chi sia; avete infatti senno abbastanza per distinguere la destra dalla sinistra.

2. Se è solo di passaggio, aiutatelo come potete; ma non rimanga presso di voi più di due o tre giorni, se è necessario.

3. Se vuole stabilirsi tra di voi, e ha un mestiere, lavori per mantenersi.

4. Se invece non ha mestiere, prendete provvedimenti con prudenza, perché non viva tra di voi un cristiano ozioso.

5. Se non si vuole assoggettare, è una sfruttatore di Cristo: guardatevi da questa gente.

La Didaché:

“Ciò che è anche emerso da questo studio è che questa stesura redazionale del testo della Didaché condivide con il vangelo di Matteo non solo le massime della fonte “Q” della tradizione di Gesù, ma anche una comune concezione teologica e strutturale. Che questi abbiano avuto origine nella medesima comunità è difficile da negare; essi respirano la stessa aria e riflettono lo stesso sviluppo storico. Quello che deve restare materia di dibattito è il problema della priorità. La nostra tesi è che la Didaché è la regola comunitaria della Comunità di Matteo, regola in costante processo evolutivo. Naturalmente, se così fosse, alcune sue parti rifletteranno una situazione presupposta dal vangelo di Matteo, altre parti possono riflettere una situazione posteriore alla sua composizione. Solo un’accurata analisi redazionale può indicare in che modo vi giochi l’influenza in uno specifico caso. Tuttavia, per quanto riguarda le istruzioni per gli apostoli, sembra che il testo della Didaché costituisca la fonte del materiale di Matteo.” Estratto e tradotto da: Novum Testamentum XXXIII, 4 (1991) – Torah and troublesome Apostles in the Didaché community” di J.A. Draper – Ed. Brill

“Nel corso della prima metà del secondo secolo d.C., abbiamo la Didaché, il più antico, unico e completo ancora esistente insieme di regole per una comunità cristiana, seguita da altri testi di quel genere nei secoli terzo e quarto”. Estratto e tradotto da: “Die griechische und lateinische Literatur der Kaiserzeit” di Albrecht Dihle – Ed. Bec

Argomento segnalato da Giorgio Vigni


Alberto Pento
Qui si parla di chi viene in nome del Signore, dello stesso Dio degli apostoli e della comunità cristiana e non di stranieri indistinti e adoratori di altre divinità
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Re: Migrare e non, accogliere e non, diritti e doveri

Messaggioda Berto » ven feb 14, 2020 7:50 pm

Ministro greco: L'Asilo per i "cosiddetti profughi" non è a tempo indeterminato
10 Febbraio 2020

https://www.islamnograzie.com/ministro- ... lRDCUF-24s


ATENE (AFP) – Il ministro della migrazione del governo conservatore Notis Mitarachi ha detto in un’intervista pubblicata Domenica “La Grecia concederà la protezione dei rifugiati solo per tre anni vista la quasi impossibilità ad integrare gli immigrati” .

La Grecia l’anno scorso è stata il primo porto UE di ingresso per i migranti e ha lottato per gestire l’afflusso, con campi sovraffollati nelle isole dell’Egeo vicino alla costa turca.

“Il manicomio ha una durata di tre anni, non è a tempo indeterminato”, ha detto Mitarachi al settimanale To Vima.

“Se le condizioni cambiano nel paese [di origine], l’asilo non può essere rinnovato”, ha aggiunto Mitarachi.

“E ‘difficile integrare diverse popolazioni”, ha detto.

Più di 36.000 richiedenti asilo sono attualmente stipati in campi su cinque isole, dove la capacità ufficiale è di 6.200 persone le cui condizioni sono state più volte condannate dalle agenzie umanitarie.

La sovrappopolazione nei campi di Lesbo e le altre isole vicino la Turchia ha causato la rabbia nei giorni scorsi tra i residenti dell’isola e dei richiedenti asilo.

Dal momento della crisi migratoria scoppiata nel 2015, alimentata dalla guerra in Siria, la Grecia ha concesso asilo a circa 40.000 persone.

Altre 87.000 domande di asilo sono in attesa, ha aggiunto

Il rimpatrio dei richiedenti asilo le cui domande vengono respinte devono essere discussi in una revisione della politica migratoria dell’UE il mese prossimo.

“Operazioni di rimpatrio congiunte saranno predominanti nelle nuove proposte della Commissione europea che ci attende in marzo e aprile”, ha detto Mitarachi.

Il nuovo governo ha introdotto norme più severe in materia di asilo, e il mese scorso ha indetto un bando per una barriera galleggiante nel Mar Egeo per fermare le barche dei migranti.

Il sistema – criticato come immorale e poco pratico dai gruppi per i diritti umani e dai partiti di opposizione – comporterà barriere o reti, lunghe 2,7 chilometri (1,7 miglia), e saranno utilizzate come misura di emergenza da parte delle forze armate greche.

Mitarachi ha detto che il progetto delle barriere è solo un “provino” e sarà implementata se ritenuto efficace.
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Re: Migrare e non, accogliere e non, diritti e doveri

Messaggioda Berto » ven feb 14, 2020 7:51 pm

Corte europea salva la Spagna: "Giusto respingere i migranti"
Mauro Indelicato - Ven, 14/02/2020

https://www.ilgiornale.it/news/cronache ... Rb2Z4HXPSY

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha accolto il ricorso del governo spagnolo, condannato nel 2017 per aver rimpatriato due migranti intercettati all'interno dell'enclave di Melilla. Il commento di Salvini: "La Spagna può rimpatriare ed io a processo"

Potrebbe, oltre a far discutere, anche creare un precedente importante la sentenza giunta ieri dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

In particolare infatti, i giudici hanno assolto la Spagna per due casi di rimpatri immediati avvenuti nel 2014.

I fatti risalgono a sei anni fa: in quell’occasione, le autorità spagnole hanno provveduto a riportare immediatamente in Marocco due migranti che erano riusciti ad entrare nella città di Melilla. Quest’ultima, insieme a Ceuta, costituisce un’enclave spagnola in territorio marocchino da sempre costretta a convivere con il fenomeno migratorio.

Chi arriva a Ceuta od a Melilla entra in un territorio a tutti gli effetti spagnolo e, di conseguenza, europeo. Un pezzo di vecchio continente quindi posizionato in Africa, il quale ovviamente fa gola a tutti coloro che vorrebbe raggiungere l’Europa.

La Spagna ha investito diverse somme negli ultimi anni per migliorare la sicurezza lungo i confini e rinforzare i controlli, così come da Madrid più volte sono giunte indicazioni di attuare immediati rimpatri nei casi ritenuti più pericolosi.

Ed è quanto accaduto nell’episodio in questione. In particolare, come detto, le autorità iberiche avevano rintracciato due persone che erano riuscite a passare il confine. Subito dopo per loro è scattato l’immediato rimpatrio in Marocco. Ma questo ha suscitato critiche al governo di Madrid, allora retto dal popolare Mariano Rajoy, con la questione che è arrivata quindi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Qui hanno prevalso adesso le ragioni della Spagna. Secondo i giudici le autorità di Madrid non hanno attuato violazioni nelle procedure, il respingimento è stato quindi legale e giustificato dalla situazione riscontrata dalle autorità stesse: “I due migranti si erano messi in una situazione illegale – si legge in un passaggio della sentenza della Corte Europea – e avevano tratto vantaggio dal gruppo numeroso in cui si trovavano e dall'uso della forza”.

Dunque, nulla di irregolare e tutto nella norma: due persone stavano eludendo i controlli per entrare irregolarmente in un altro territorio e le autorità hanno provveduto al loro rimpatrio. Nel 2017 però, la stessa Corte aveva dato un parere opposto ed aveva condannato la Spagna per quanto attuato. Il governo di Rajoy aveva però fatto ricorso, vinto nelle scorse ore dopo la nuova pronuncia dei giudici.

La sentenza ha comunque suscitato reazioni di ordine politico. E questo anche nel nostro paese, dove è intervenuto nelle scorse ore l’ex ministro dell’interno Matteo Salvini: “La Corte Europea dei Diritti Umani – si legge in un post pubblicato su Facebook dal segretario del carroccio – ha stabilito che la Spagna può respingere direttamente in Marocco i clandestini che scavalcano le barriere a Melilla. Intanto, in Italia, un ministro dovrà finire a processo per aver difeso i propri confini. Pazzesco”.

Il riferimento di Salvini è al recente via libera del Senato al processo sul caso Gregoretti, il cui procedimento vedrà l'ex ministro accusato di sequestro di persona per aver negato lo sbarco di alcuni migranti a bordo della nave Gregoretti della Guardia Costiera nel luglio 2019.
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Re: Migrare e non, accogliere e non, diritti e doveri

Messaggioda Berto » sab feb 15, 2020 10:29 am

Naufraghi, migranti, profughi, clandestini: ecco cosa ci dicono il diritto e il principio di realtà
Atlantico Quotidiano
Roberto Ezio Pozzo
15 febbraio 2020

http://www.atlanticoquotidiano.it/quoti ... rkcwfrimg4

Naufrago non si può diventarlo con la preordinazione di esserlo e non può esistere immigrazione senza regole: nessuno stato di diritto può ammettere sul proprio territorio chi vi s’introduca con l’inganno o di nascosto

Facciamo un pò di chiarezza sulla questione del “salvataggio” in mare dei c.d. “migranti”, come sembrerebbe obbligatorio definirli tutti. Occorre operare una distinzione tra le varie fattispecie di persone che si trovino in mare e richiedenti di essere trasportate “in salvo”, per quanto ampiamente normate dalle convenzioni e dai trattati internazionali. La questione attiene, oltre che a motivazioni d’ordine morale ed etico, a precise casistiche, ben diverse e non sovrapponibili tra loro. Partiamo dalla varia nomenclatura con la quale, spesso a fini suggestivi, vengono denominate le persone che le nostre navi militari e quelle delle ong “soccorrono” nel tratto di mare tra le coste africane ed il nostro meridione.

Si parla spesso di naufraghi. Quasi sempre il termine è inappropriato, perché “naufrago” è soltanto chi sia stato espulso da un mezzo di navigazione marittimo o aereo per causa di un incidente di qualsivoglia natura. Con un pò di interpretazione estensiva del termine, naufrago potrebbe forse essere anche chi si trovi ancora a bordo del mezzo di trasporto ormai divenuto ingovernabile. Ma non sarà mai tale chi si trovi a bordo di una nave o aeromobile ancora in grado di governare autonomamente. Togliamo, di conseguenza, una bella fetta di persone dalla categoria protetta dei naufraghi tra le migliaia che si avvicinano alle nostre coste. Non parliamo nemmeno di quelli che hanno pagato (cifre enormi) a dei criminali per avere un passaggio verso l’Italia, concordando con precisione satellitare luogo ed ora del trasbordo su altre navi che li attendevano.

Non guasta ricordare che, dalle Convenzioni di Ginevra ed ai loro Protocolli aggiuntivi (in questo caso il terzo) in avanti, la tutela, persino in tempo di guerra, distingue tra quelli che sono da considerarsi intoccabili, come nel caso di un pilota che si cali col paracadute in suolo nemico dopo l’abbattimento del suo aereo, sul quale non si può sparare, e quelli che, pure col paracadute, si calino al suolo per compiere azioni di guerra, ed in quel caso è più che lecito mirare a loro anche fintanto si trovino, pressoché indifesi, ancora in cielo. È il principio delle finalità con le quali un soggetto si introduca, sia pure con mezzi di fortuna, al suolo estero, quello che, giustamente, rileva, più che il mezzo tecnico con il quale egli lo fa. Naufrago non si può diventarlo con la preordinazione di esserlo. Non basta essere a bordo di un barcone più o meno fatiscente per godere di tutela internazionalmente garantita, tranne nel caso in cui i trasportati non versino in stato di pericolo di vita. In tal senso s’esprime il nostro Codice della Navigazione, ove prevede (art. 1158) l’autonomo reato di omissione di assistenza a navi o persone in pericolo e le convenzioni SOLAS e SAR, che obbligano, nelle medesime circostanze e solo in quelle, di prestare soccorso ed assistenza per accompagnare in un luogo sicuro o, almeno, assicurarsi che alle persone in pericolo venga loro garantito tale soccorso.

La questione è spinosa e di non semplice attuazione pratica, soprattutto ove sia necessario identificare quale possa essere considerato “luogo sicuro”, più che “porto sicuro”, tenendo conto di circostanze inerenti le convenzioni specifiche interstatuali e le condizioni tecnicamente rilevanti, come quelle meteorologiche o derivanti dalla presenza di minori o ammalati a bordo del natante che s’intenda soccorrere. Il cosiddetto “porto sicuro”, evoluzione tecnica del “luogo sicuro” potrebbe essere tale dal punto di vista della sua idoneità a prestare efficace soccorso ed offrire rifugio a chi ne abbisogni, ma non essere idoneo perché non disponibile per scelte politiche di questo o di quello Stato (sovrano, non dimentichiamolo) che non volesse accogliere i soccorsi. Interi tomi di diritto internazionale e diritto marittimo si occupano della questione del salvataggio in mare, ed ovviamente ne abbiamo, qui, soltanto fatto un conciso accenno, ma rimane il fatto che se non esiste un pericolo attuale e reale per la vita dei naviganti, non esista obbligo alcuno di recare loro salvataggio.

Ma quando non si possa parlare di naufraghi, bensì si tratti di migranti, ossia persone che ritengano opportuno, di loro volontà, trasferirsi in altri Paesi per motivi economici, la questione cambia radicalmente. In questo caso, la legge del mare e le convenzioni internazionali non possono trovare applicazione, se non limitatamente alle garanzie che chiunque ha a proposito di trattamento conforme alla dignità umana ed alla sua inviolabilità personale. Le norme sulla migrazione, trattate peraltro non uniformemente da ogni nazione, sono le uniche alle quali sarà possibile fare riferimento e le uniche da rispettare e delle quali pretendere il rispetto, come per ogni norma. Un atteggiamento, potremmo dire “buonistico”, molto diffuso nella cultura politically correct della nostra sinistra, che pervade larga parte del mainstream italico, porterebbe a non porre alcun limite, nemmeno puramente numerico, alle istanze di coloro che ritengano l’Italia (e forse anche l’Europa, ma intanto sbarcano da noi) un luogo dove si viva meglio e ciò è un gravissimo errore. Non abbiamo certo scoperto adesso che l’Africa, o perlomeno la sua parte centrale, non offra grandi prospettive ai suoi abitanti, ma non per questo possiamo accoglierli tutti, anche perché non siamo minimamente in grado di offrire loro qualcosa di realmente migliore. Non coglie affatto nel segno ricordare le nostre migrazioni verso le Americhe, o verso il Canada e l’Australia degli anni 50-60 del secolo scorso, anzi, riafferma il principio secondo il quale se si emigra in altra parte del mondo bisogna prima sapere cosa si va a fare, avere i documenti in regola, rispettare le leggi dei Paesi che ci accoglieranno e potranno darci lavoro, con le loro modalità che non potremo certo modificare noi. Si pensi soltanto, per parlare di oggi, di quali limiti la civilissima e mai stigmatizzata Australia ponga all’emigrazione per scopi di lavoro o di semplice turismo. Sono severissimi, non concedono sconti né deroghe e va bene a tutto il mondo, e tutti li lasciano (giustamente) fare, mentre a noi tutti fanno la morale. Non esiste né potrà mai esistere emigrazione senza regole, senza documenti, senza rispetto di norme anche sanitarie (ora più che mai cogenti e necessarie) e certamente mai potrà essere definita emigrazione quella di chi s’introduce sul suolo altrui contro la volontà e le norme degli abitanti di quel Paese. Qualcuno parla, invece, d’invasione. Difficile dare loro torto del tutto, se non per questione di numeri, anche se, su quelli, basterà aspettare qualche anno ancora e poi, semmai, riparlarne.

Profughi, esiliati o rifugiati allora? in questo caso, la definizione è applicabile unicamente alle persone che hanno dovuto lasciare il loro Paese perché perseguitati (in modo grave e dimostrabile, e non per semplice dissenso con l’autorità statale) o perché colpiti da guerre e calamità che ne avrebbero compromesso l’incolumità e l’esercizio dei loro diritti insopprimibili. Tale condizione deve essere valutata caso per caso e non certo concedibile d’ufficio a chiunque provenga da una data nazione. Il c.d. diritto umanitario è in costante sviluppo, benché molte siano le critiche ad alcune sue emanazioni di parte o dettate da interessi economici. È materia davvero ostica e non facilmente applicabile senza conoscere le reali condizioni dei singoli, soprattutto nel caso in cui gli stessi si professino, per fare un esempio largamente attuale, appartenti ad una nazionalità diversa da quella reale, approfittando, magari, della circostanza che in una nazione vi sia effettivamente o meno la guerra. È forse il caso più spinoso da affrontare e, comunque, la soluzione non è mai tabellare. Si pensi al caso di Paesi in cui la costante violazione dei diritti fondamentali dei singoli sia la norma quotidiana (e ne conosciamo a decine se non centinaia, e quasi tutti popolosissimi); che fare in quei casi? Li dichiariamo tutti rifugiati e li accogliamo tutti? Attenti con le definizioni e con l’ecumenismo.

E che dire dei clandestini, infine? Unico caso, almeno in linea teorica, di soluzione più semplificata. Nessuno stato di diritto può ammettere sul proprio territorio chi vi s’introduca con l’inganno o nascostamente. Se mettessimo in dubbio questo elementare principio di civiltà sarebbe la fine della legalità. Eppure qualcuno vorrebbe equipararli ai migranti, ai naufraghi, agli esiliati. A quel punto, per coerenza e dirittura morale, bisognerà non perseguire nemmeno chi ruba per fame, chi si sottrae al fisco per bisogno economico, chi persino uccida per provata esasperazione. Ma la legge va rispettata, pur con il contemperamento delle attenuanti di pena da essa previste, come quelle dell’art. 62 del Codice Penale vigente. Ma la clandestinità, in Italia come in ogni altro Paese civile, è ancora un reato. Lo si tolga, magari (con le conseguenze del caso) e poi non faremo più nulla nei confronti di chi si è introdotto clandestinamente da noi.


Alberto Pento
L'articolista si è dimenticato alcuni aspetti importanti a cui va in ogni caso subordinata l'accoglienza:
1) i costi dell'accoglienza e le possibilità economico-finanziarie del paese,
2) la sicurezza dello stato e il benessere dei cittadini,
3) la compatibilità politico colturale dei migranti e dei naufraghi con con il paese che potrebbe accoglierli.
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