Colonizzazione e decolonizzazione

Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » gio set 03, 2015 2:35 pm

Colonizzazione e decolonizzazione
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Gli europei o i bianchi europei che nei secoli passati hanno colonizzato l'Asia e l'Africa o che le hanno invase con il loro imperialismo politico militare sono stati quasi tutti cacciati, espropriati e sterminati; il Sudafrica è uno degli ultimi esempi, nonostante i bianchi europei colonizzatori del Sudafrica abbiano rinunciato al loro dominio politico consentendo ai neri africani di partecipare e concorrere alla sovranità politica nella gestione del paese e dello stato gli africani del Sudafrica come in quasi tutti gli altri paesi del continente nero maltrattano i bianchi e molti di loro hanno ritenuto e ritengono che i bianchi debbano essere espropriati, cacciati o sterminati.
Per il principio di reciprocità gli africani non possono che aspettarsi lo stesso trattamento e nessunissimo riguardo.



Il colonialismo europeo è finito da tempo in tutta l'Africa e le ex colonie francesi sono libere nei confronti della Francia e se tengono particolari rapporti lo fanno esclusivamente per loro interesse e non perché costrette e ricattate dalla Francia.

I problemi dell'Africa dipendono principalmente da:

1) tribalismo e inciviltà politica, predazione sociale
2) arretratezza economica, sottosviluppo tecnologico e inadeguatezza culturale (tra cui le superstizioni religiose, vedasi infibulazione)
3) mancanza di controllo demografico e irresponsabile aumento della popolazione
4) conflittualità civile e politica dovuta al nazismo maomettano che ovunque porta morte, guerra e distruzione; e persecuzione dei cristiani
5) persistenza della schiavitù anche ad opera dai nazi maomettani

Il clima facilita la vita con più raccolti all'anno, minor consumo di energia per il riscaldamento e l'adattamento dell'ambiente alla vita Umana.
Le politiche delle multinazionali di tutto il Mondo incidono molto meno quantunque taluni attribuiscano loro un ruolo maggiore, spesso per pregiudizio ideologico antieuropeo, antioccidentale, anticapitalista, antindustriale;
anzi le ricchezze minerarie dell'Africa danno un ritorno rilevantissimo che permette lo sviluppo dell'Africa, si pensi per esempio alla rendita da idrocarburi della Libia che consentiva al regime dittatoriale di Gheddafi di assicurare una rendita di stato a tutti i cittadini libici.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Decołonixasion e cołonixasion

Messaggioda Berto » gio set 03, 2015 2:36 pm

Colonizzazione europea e tratta degli schiavi

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_de ... _in_Africa
La colonizzazione dell'Africa da parte delle nazioni europee raggiunse il proprio apice a partire dalla seconda metà del XIX secolo, periodo in cui si ebbe una vera e propria spartizione dell'Africa, i cui protagonisti furono soprattutto Francia e Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Portogallo, Italia, Belgio e Spagna.
Pur riferendosi spesso a una presunta "missione civilizzatrice" nei confronti soprattutto dei popoli relativamente arretrati dell'Africa subsahariana, le potenze coloniali europee si dedicarono soprattutto allo sfruttamento delle risorse naturali del continente. Soltanto in alcuni casi la presenza europea in Africa portò a un effettivo sviluppo delle regioni occupate, per esempio attraverso la costruzione di infrastrutture. Nei luoghi in cui si stabilirono comunità di origine europea (l'esempio più rappresentativo è il Sudafrica) la popolazione locale fu in genere discriminata politicamente ed economicamente.


https://it.wikipedia.org/wiki/Spartizione_dell'Africa
La spartizione dell'Africa (detta anche, con termine meno asettico, corsa all'Africa, ma meglio nota in inglese come scramble for Africa, traducibile in "lo sgomitare per l'Africa") fu il proliferare delle rivendicazioni europee sui territori africani, avvenuto tra il 1880 e l'inizio della prima guerra mondiale, nel cosiddetto periodo del Nuovo imperialismo.
Nella seconda metà del XIX secolo ebbe luogo la transizione dall'imperialismo informale, caratterizzato dal controllo attraverso l'influenza militare e la dominanza economica, a quello del governo diretto sul territorio. È di questi anni la nascita degli stati coloniali propriamente detti.


https://it.wikipedia.org/wiki/Schiavismo_in_Africa

https://it.wikipedia.org/wiki/Tratta_at ... i_africani
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Re: Decołonixasion e cołonixasion

Messaggioda Berto » gio set 03, 2015 2:37 pm

Africa addio

https://it.wikipedia.org/wiki/Africa_addio

Argomenti principali del film sono:

la distruzione volontaria di intere partite di derrate alimentari "di provenienza estera" dai magazzini, in un clima di festa per la raggiunta indipendenza (Kenya).
un processo ad alcuni Mau Mau responsabili dell'uccisione di coloni inglesi, nella fase di decolonizzazione del Kenya. Le ville e i beni dei coloni sono venduti agli indigeni i quali, anziché sfruttarne la produttività, vendono tutto il vendibile ed abbandonano terre e ville a se stesse.
lo sterminio di arabi e musulmani da parte dei rivoltosi neri guidati da John Okello, durante la Rivoluzione di Zanzibar. Si vedono, riprese da un elicottero, immagini di centinaia di persone braccate e uccise in campi recintati, in cimiteri, in fosse comuni o in fuga sulla spiaggia. La voce fuori campo commenta questi eventi in questi termini:

« Okello ha distribuito 850 fucili misteriosamente arrivati sull'isola. La caccia all'arabo è aperta! La propaganda ha informato le nuove generazioni che gli arabi sono una maledetta razza di negrieri che vendono gli africani ai mercanti di schiavi della costa... naturalmente ha omesso di aggiungere che tutto questo accadeva 10 secoli fa![3] Queste immagini sono l'unico documento esistente di ciò che è avvenuto a Zanzibar tra il 18 ed il 20 gennaio 1964: interi villaggi distrutti, camion carichi di cadaveri. Sono immagini scomode ed imbarazzanti per tutti: per chi oggi in Africa, spargendo false promesse, fomenta un nuovo razzismo africano e per chi abbandonando in fretta e furia l'Africa a se stessa, nel falso pudore del colonialismo antico, ne autorizza uno nuovo che dilaga nella miseria e nel sangue. Guardiamole queste immagini, guardiamole pure con pietà, ma soprattutto guardiamole con vergogna! »

la caccia indiscriminata in Kenya (elefanti, ippopotami e gazzelle) da parte dei bracconieri, e del turismo da caccia dei bianchi in seguito alla caduta delle leggi ambientaliste in vigore sotto il regime coloniale o dalla incapacità di farle rispettare dalla nuova polizia africana;
i massacri in Angola e Tanganica, in cui avvennero numerosi episodi di cannibalismo, più volte citati;
i sopravvissuti occidentali ai massacri dei ribelli "mulelisti", portati in salvo da paracadutisti belgi e dall'intervento USA;
l'eccidio di missionari e suore cristiani, in particolare durante l'assalto ad una missione;
le azioni di guerriglia di alcuni mercenari a Bekili (Congo), che liberano una missione cristiana dai ribelli "mulelisti".
la "caccia alla volpe" in Kenya prima dell'indipendenza. Il commento spiega che in Africa non esistono volpi. Le immagini mostrano un bambino nero fungere da volpe, inseguito dai cani e dai cavalieri, arrampicarsi infine impaurito su un albero.
la liberazione dei cavalli da maneggio da parte dei bianchi in partenza; in seguito si vedono gli africani dare la caccia ai cavalli liberati; il commento recita: "il cavallo è l'animale dei bianchi per eccellenza; esso odia il negro, e rifugge dal farsi cavalcare da questi".
l'apartheid del governo sudafricano
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Re: Decołonixasion e cołonixasion

Messaggioda Berto » gio set 03, 2015 2:37 pm

Il genocidio del popolo boero
mercoledì 24 settembre 2008

http://controstoria88.blogspot.it/2008/ ... boero.html

Spesso, nella storia, vi sono genocidi dimenticati o rimossi dalla memoria comune, ma non per questo non vi sono delle vittime innocenti. Questa mia affermazione è riferita alle atrocità commesse dalla comunità nera sudafricana nei confronti di quella dei boeri.
Ora cercherò di riassumere la storia del popolo boero in modo cronologico dalla perdita della sua libertà:
-1902; i boeri perdono la loro libertà
-1990; Nelson Mandela (terrorista comunista) viene rilasciato
-1994; tramite elezioni illegali il ANC (partito comunista) vince tramite elezioni illegali, e il NWB (movimento di resistenza boero) inizia la lotta per l'indipendenza del suo popolo.

A dieci anni dalla fine dell'Apartheid la persecuzione razziale in Sud Africa esiste ancora, ma si è capovolta, la praticano i neri nei confronti dei cittadini bianchi o boeri, i quali, con il partito marxista al potere, sono oggetto di una pulizia etnica oltremodo brutale. I morti ammazzati, bruciati vivi, segati a metà aumentano vertiginosamente ogni giorno. La solita storia insomma, se le vittime del genocidio sono di pelle nera (come nel caso del Darfur) per bloccarlo si mobilitano Usa, Onu e Ue, ma se le vittime sono bianche e dagli occhi chiari non gliele frega niente a nessuno, nessuno muove un dito per pretendere il riconoscimento dei loro diritti.


Dal 1° luglio l'assemblea nazionale ha fatto legge il "Firearm control bill", che annulla di fatto la prerogativa dei contadini boeri sul possesso di armi per autodifesa. Ormai in molti danno per scontato un "effetto Zimbabwe", un bis della pulizia etnica contro i bianchi condotta nell'ex Rhodesia dal dittatore Mugabe. Certo i bianchi in Sudafrica sono 3,5 milioni ma, anche in Zimbabwe cominciò così e, prima ancora, con i Tedeschi in Namibia. Chi può ha cominciato a scappare. Il rischio, quando morirà l'estremo parafulmine Nelson Mandela è che venga meno ogni freno e il genocidio contagi le città. Il problema è che i bianchi sudafricani non hanno una madrepatria che gli accoglierebbe compensandone i danni: vivendo lì da tre secoli e mezzo sono oramai dei nativi, quanto gli statunitensi in America.

Rudi Botes, 47 anni, rinvenuto con gli occhi cavati nella fattoria Genbade presso Bultonfontein, Adriana Van Der Riet, 86 anni, uccisa con 20 pugnalate in una fattoria nelle Rocklands, Martmaria Da Bruin, 18 anni, stuprata in un lago di sangue nel suo letto a Honeydew, Roelof Gottschalck, 34 anni, impiccato a Rustenburg. Hanno antichi nomi europei questi martiri del Sud Africa. Ma tutto questo non nasce dal nulla, anzi era prevedibile data la politica razzista intrapresa dal governo nero di Pretoria. Nel 2004 il premier Thabo Mbeki, a capo di un monocolore dell'African National Congress d'ispirazione comunista, ha varato un pacchetto di leggi per il "potenziamento economico dei neri" (Bee Laws). Si tratta di leggi che, nella sostanza, rimuovono il diritto inviolabile alla proprietà privata, cancellano ogni toponimo Afrikaaner, chiudono i loro centri culturali, scolastici, radiofonici, completando la rimozione di ogni segno di matrice europea del Programma per il rinascimento africano. Sulla china del genocidio si arriva però con il programma di redistribuzione della terra, che consente che qualunque nero accampi un diritto su un podere Afrikaaner, per quanto datato o velleitario, di appropriarsene tout court: immaginate cosa accade quando i tribunali o gli interessati non acconsentono. O quando gli imprenditori agricoli rifiutano le società con azionisti neri, imposte dalle Bee Laws.


E dire che i primi a rimetterci dall'estinzione dei Boeri sono giusto i neri. Il Sudafrica era il granaio del continente, grazie all'export sottocosto delle fattorie bianche. Molte delle 24 nazioni che ora soffrono la fame nella fascia subsahariana lo devono al crollo della produzione boera, che dava cibo a 130 milioni di africani. E persino in alcune zone del Sudafrica quest'anno è comparso lo spettro della fame.
Pubblicato da Controstoria a 06:31
Etichette: Afrikaaner, Genocidio Boeri, Neslon Mandela, Sud Africa
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Re: Decołonixasion e cołonixasion

Messaggioda Berto » dom mag 08, 2016 5:11 pm

Namibia segregata: persiste la vecchia ideologia nazista
di Andre Vltchek – 12 dicembre 2014

http://znetitaly.altervista.org/art/16546

Difficilmente si troverà in Africa un luogo in cui le divisioni tra le razze e le classi siano esagerate così grottescamente come in Namibia.

Ville, caffè e centri culturali lussuosi attorniano vecchie chiese tedesche, ma a sole poche miglia di distanza ci sono enormi baraccopoli prive di ogni servizio elementare. La divisione tra bianchi e neri è impressionante, con giusto in mezzo alcuni quartieri che ospitano ‘gente di colore’.

Il centro di Windhoek, la capitale della Namibia trasmette un’inequivocabile sensazione germanica, con la sua esibizione di ‘architettura coloniale’, compresi vasi di fiori, chiese protestanti e targhe commemorative che piangono quei ‘coraggiosi uomini, donne e bambini tedeschi, quei martiri caduti durante le rivolte e le guerre condotte dalla popolazione indigena locale’.

Il più divisivo e assurdo di tale memoriale è il cosiddetto ‘Monumento Equestre’, più comunemente noto come ‘Il Cavallo’ o, secondo i nomi tedeschi, ‘Reiterdenkmal’ e ‘Sudwester Reiter’ (Cavaliere del Sud-ovest). È una statua inaugurata il 27 gennaio 1912, compleanno dell’imperatore tedesco Guglielmo II. Il monumento ‘onora i soldati e i civili che morirono nello schieramento tedesco della guerra Herero e Namaqua del 1904-1907’.

Lotta di liberazione. Foto di Andre Vltchek.

Per essere precisi quella ‘guerra’ non fu realmente una guerra; non fu altro che un genocidio, un olocausto.

Naturalmente ci sono stati molti olocausti commessi dagli europei in Africa, dalle caccie britanniche e francesi agli schiavi, ai circa dieci milioni di morti innocenti assassinati a sangue freddo in quella che oggi la Repubblica Democratica del Congo, durante il regno (in Europa) di un monarca belga molto riverito, Re Leopoldo II.

La Namibia fu un preludio di ciò che i nazisti tedeschi cercarono in seguito di attuare sul suolo europeo. Come i francesi in parte delle loro colonie caraibiche e del Pacifico, la ‘percentuale di successo’ dei colonizzatori tedeschi fu quasi completa, intorno all’ottanta per cento.

Un’esperta europea che lavora per l’ONU, amica mia, parla, come quasi tutti qui, appassionatamente, ma senza osare rivelare il suo nome:

“I primi campi di concentramento sulla terra furono costruiti in questa parte dell’Africa … Furono eretti dall’Impero Britannico in Sudafrica e dai tedeschi qui, in Namibia. Shark Island, sulla costa, fu il primo campo di concentramento in Namibia, usato per assassinare il popolo Nama, ma oggi è soltanto una meta turistica, principalmente per i subacquei; non immagineresti mai là siano state sterminate persone. Qui nel centro di Windhoek c’era un altro campo di sterminio; proprio dove stava in origine ‘Il Cavallo’”.

‘Il Cavallo’ è stato recentemente rimosso dalla sua collocazione originale e posto nel cortile dell’ala vecchia del Museo Nazionale, assieme ad alcune delle più vergognose targhe commemorative, che glorificano le azioni tedesche in questa parte del mondo. Nulla è stato distrutto; soltanto invece trasferito dalla sua collocazione originale.

‘Il Cavallo’ e turisti tedeschi. Foto di Andre Vltchek.

Dove stava ‘Il Cavallo’ oggi c’è una fiera statua anticolonialista, quella di un uomo e una donna con le catene spezzate che dichiara: ‘Il loro sangue nutre la nostra libertà’.

Una visita a questi cimeli genocidi tedeschi è ‘un must assoluto’ per innumerevoli turisti dell’Europa centrale che scendono ogni giorno in questo paese, principalmente nel loro “favoloso tour dell’Africa del sud’ che include Sudafrica, Botswana e Namibia. Ho seguito diversi di questi gruppi, ascoltando le loro conversazioni. Tra i loro membri non pare esistere alcun rimorso e quasi nessun esame di coscienza; solo istantanee, in posa di fronte ai monumenti e alle insegne razziste, barzellette da birra al bar in luoghi in cui intere culture e nazioni sono state sterminate!

I turisti centroeuropei di lingua tedesca a Windhoek sembrano lobotomizzati e totalmente privi di emozioni. E lo stesso vale per molti dei discendenti di quei ‘pionieri genocidi’ tedeschi. Incontrarli è una specie di déjà vu; richiama ricordi degli anni in cui stavo lottando contro la colonia tedesca nazista, ’Colonia Dignidad’, in Cile; o quando stavo indagando le atrocità e i collegamenti della comunità tedesca nazista in Paraguay con diversi regimi fascisti sudamericani che erano stati installati e mantenuti dall’occidente.

E oggi la comunità tedesca in Namibia sta protestando contro la rimozione del ’Cavallo’. E’ indignata. E questa comunità è ancora potente, persino onnipotente, qui in Namibia.

Quasi nessuno chiama gli ‘eventi’ che ebbero luogo qui con il loro giusto nome: olocausto o genocidio. Tutto in Namibia è ‘sensibile’.

Ma persino secondo la BBC: “Nel 1985 un rapporto dell’ONU ha classificato gli eventi come un tentativo di sterminare le popolazioni Herero e Nama dell’Africa sud-occidentale, e perciò il primo genocidio tentato nel ventesimo secolo”.


Gente Nama. Foto da Wikipedia.org.

Il 21 ottobre 2012 il quotidiano canadese The Globe and Mail ha scritto:

“Tra le sterpaglie e le macchie della Namibia centrale, i discendenti degli Herero sopravvissuti vivono in squallide baracche e minuscoli appezzamenti di terra. A fianco a fianco i discendenti dei coloni tedeschi continuano a essere proprietari di vaste proprietà di 20.000 o più ettari. È un contrasto che fa infuriare molti Herero, alimentando qui un nuovo radicalismo.

Ogni anno gli Herero tengono cerimonie solenni per ricordare il primo genocidio del sanguinario secolo storico in cui i soldati tedeschi li cacciarono a morire nel deserto, cancellando mediante la fame, la sete e il lavoro schiavo in campi di concentramento l’ottanta per cento della loro popolazione. I Nama, un gruppo etnico più piccolo, hanno perso metà della loro popolazione a causa della medesima persecuzione.

Nuove ricerche suggeriscono che il genocidio razziale tedesco in Namibia dal 1904 al 1908 abbia avuto una significativa influenza sui nazisti nella seconda guerra mondiale. Molti degli elementi chiave dell’ideologia nazista – dalla scienza razziale ed eugenetica alla teoria del Lebensraum (creare uno ‘spazio vitale’ mediante la colonizzazione) – furono promosse da veterani dell’esercito e da scienziati tedeschi che avevano iniziato la loro carriera nell’Africa sud-occidentale, oggi Namibia, durante il genocidio …”

Il governo namibico sta tuttora negoziando il ritorno (dalla Germania) di tutti i teschi della popolazione locale che furono usati in laboratori tedeschi e da scienziati tedeschi per dimostrare la superiorità della razza bianca. Colonialisti tedeschi decapitarono persone Herero e Nama e almeno 300 teste furono trasportate in laboratori tedeschi per ‘ricerca scientifica’. Molte sono state ‘scoperte’ nel Museo Storico della Medicina dell’ospedale Charite di Berlino e presso l’università di Friburgo.

Un eminente medico tedesco, che lavorava alla ‘dottrina della razza pura’ in Namibia (la dottrina successivamente usata dai nazisti) fu Eugen Fischer. Egli ‘educò’ molti medici tedeschi, compreso il dottor Mengele.

Pannello commemorativo dei tedeschi morti per il Reich. Foto di Andre Vltchek.

Sorprende poco, considerato che il primo governatore tedesco della colonia fu il padre del vice di Hitler, Herman Goering.

La Germania non ha mai ufficialmente presentato le sue scuse per i suoi crimini contro l’umanità in quella che soleva chiamare l’Africa sud-occidentale tedesca. Non ha pagato riparazioni.

Né lo ha fatto, naturalmente, la maggior parte delle potenze coloniali europee, dal Portogallo alla Gran Bretagna e alla Francia. Quando uno dei più grandi leader africani, Patrice Lumumba, democraticamente eletto presidente del Congo, dichiarò che l’Africa non ha nulla di cui essere grata alle potenze coloniali europee, fu assassinato a sangue freddo da un’alleanza di nazioni: belga, britannica e statunitense.

In Namibia esiste ovunque la segregazione su scala enorme.

Mentre il vicino Sudafrica si sta rapidamente allontanando dalla segregazione razziale, introducendo innumerevoli politiche sociali, tra cui l’assistenza medica, l’istruzione e gli alloggi popolari gratuiti, la Namibia resta uno dei paesi più segregazionisti della terra, con grandiosi servizi privati per i ricchi e quasi nulla per la maggioranza povera.

“L’apartheid è stato qui anche peggiore che in Sudafrica”, mi dice la mia amica delle Nazioni Unite. “E fino a oggi … se vai a Katutura e vede chi ci vive … è tutta gente locale là, tutti neri. Katutura letteralmente significa ‘non abbiamo nessun posto dove stare’. Il cinquanta per cento della popolazione di questa città defeca all’aperto. I sistemi fognari sono un disastro totale. Poi vai a Swakop City, sulla costa, ed è come vedere la Germania ricostruita in Africa. La vedi anche negozi con souvenir nazisti. Alcuni nazisti, fuggiti dall’Europa, sono venuti a Windhoek, a Swakop e in altre città. A Swakop gli uomini marciano periodicamente in repliche delle uniformi naziste”.

Treno blindato sudafricano dell’era dell’apartheid. Foto di Andre Vltchek.

Katutura è dove la popolazione nera fu trasferita durante l’apartheid.

Il mio amico, un namibico ‘di colore’ che ha lottato per l’indipendenza del suo paese e dell’Angola mi ha portato a quella vergognosa baraccopoli che sembra ospitare una considerevole parte della popolazione della capitale, prevalentemente senza accesso ai servizi sanitari elementari o all’elettricità.

Ha anche scelto di mantenere l’anonimato, come mi ha spiegato, per proteggere la sua bella famiglia. Parlare senza peli sulla lingua, diversamente che in Sudafrica che può essere oggi uno dei luoghi più liberi e franchi della terra, può essere estremamente pericoloso. Ma chiarisce ulteriormente:

“In Namibia è molto raro per la gente abituata a soffrire, parlarne pubblicamente. In Sudafrica tutti parlano. In Angola tutti parlano … Ma non qui”.

Poi continua:

“Quello che possiamo vedere in Namibia è che molti tedeschi hanno ancora il controllo dei grandi affari. Governano il paese. Hanno riserve di caccia e altre grandi proprietà immobiliari e imprese. I tedeschi portano soldi in Namibia, ma restano a loro, e consolidato il loro potere; non arrivano alla maggioranza. Non puoi nemmeno immaginare quanto soffrano i locali che lavorano nelle loro fattoria. E’ tuttora come lo schiavismo. Ma qui tutto è messo a tacere.”

Cuba e Corea del Nord in lotta per la libertà della Namibia. Foto di Andre Vltchek.

Per molti decenni la storia ufficiale, interpretata dai media di massa e dalle accademie occidentali, a proposito dell’ascesa del nazismo in Germania è stata grosso modo questa: “Il Trattato di Versailles firmato nel 1919 fu ‘troppo duro’. La Germania fu umiliata, impoverita e in conseguenza crebbe l’estremismo, compresi il nazionalismo estremo e il nazismo. Conseguentemente Hitler e la sua cricca riuscirono a conquistare il potere”.

Quanti pensatori, storici, filosofi e scrittori, hanno lamentato: “Come ha potuto una nazione moderata ed essenzialmente pacifica di Goethe, Beethoven, Bach, la Germania, produrre un’ideologia così mostruosa? Come ha potuto, senza preavviso, cominciare a sterminare milioni di ebrei, zingari (rom), slavi, disabili e persone di sinistra?”

Ma … la Germania era davvero una ‘nazione moderata’? Pensateci due volte! In Europa negli anni ’30 e ’40 la Germania copiò semplicemente e scrupolosamente i crimini che era solita commettere regolarmente nelle sue colonie, in particolare in quella che allora nota come l’”Africa sud-occidentale”, oggi Namibia.

‘Il loro sangue nutre la nostra libertà’. Foto di Andre Vltchek,

La parte meridionale dell’Africa fu dove i britannici e i tedeschi costruirono i primi campi di concentramento della terra. E’ dove le persone furono trattate da sub-umani, da animali, ed è dove intere nazioni furono sterminate.

Fino ad oggi non ci sono state scuse e a malapena riconoscimenti della storia da parte dell’Europa.

Nella storia recente l’occidente ha appoggiato apertamente l’apartheid in Sudafrica e in Namibia, così come la brutale guerra civile nella vicina Angola.

Gli incubi di Goering e Mengele hanno avuto il loro preludio e le loro ripercussioni in questa parte del mondo.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky ‘On Western Terrorism’ [A proposito del terrorismo occidentale] sta andando ora in stampa. Il suo romanzo politico, acclamato dalla critica, ‘Point of No Return’[Punto di non ritorno] è ora riedito e disponibile. Oceania è il suo libro sull’imperialismo occidentale nel sud del Pacifico. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura]. Ha appena completato il documentario ‘Rwanda Gambit’ [Gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e sul saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attuale risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto attraverso il suo sito web o al suo indirizzo Twitter.

Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

Originale: http://www.rt.com/op-edge/213571-africa ... s-classes/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0





I tedeschi della Namibia (in tedesco Deutschnamibier, in afrikaans Duitsers van Namibië, in inglese German Namibians) costituiscono una comunità dello stato africano della Namibia che discende direttamente dai coloni tedeschi dell'Africa Tedesca del Sud-Ovest.

https://it.wikipedia.org/wiki/Tedeschi_della_Namibia

Nel 1883 un mercante tedesco, Adolf Lüderitz, acquistò da un capo locale la costa meridionale dell'attuale Namibia e fondò la città di Lüderitz. Il governo tedesco, desideroso di impadronirsi di territori oltremare, decise ben presto di annettersi il possedimento, che ricevette il nome di "Africa Tedesca del Sud-Ovest (Deutsch-Südwestafrika in lingua tedesca). Alcuni piccoli gruppi di tedeschi cominciarono a stabilirvisi: si trattava soprattutto di mercanti, cercatori di diamanti, ufficiali coloniali e soldati della Schutztruppe.

Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, la Germania perse il controllo della Namibia che divenne così un mandato del Sudafrica. Ai coloni tedeschi fu tuttavia concesso di restare tant'è che fino al 1990, anno di indipendenza della Namibia dal Sudafrica, il tedesco fu lingua ufficiale del paese insieme all'inglese e all'afrikaans.

Attualmente, l'inglese è l'unica lingua ufficiale della Namibia. Tuttavia vi sono circa 25.000 cittadini namibiani di diretta discendenza tedesca (circa l'1% della popolazione totale) e, probabilmente, altri 20.000 namibiani di colore parlanti tedesco come prima lingua: in totale, il tedesco è parlato dal 32% dei namibiani. Gran parte della comunità germanofona risiede nella capitale Windhoek, oltre che nelle piccole città di Swakopmund e Lüderitz, nelle quali sono ancora ben visibili le tracce dell'architettura coloniale tedesca.

Molti tedeschi della Namibia sono attivi nei commerci, oltre che nelle attività agricole e turistiche. Vi sono anche vari uomini di governo di origine tedesca: per esempio, dopo l'indipendenza, divenne sindaco della capitale proprio un tedesco della Namibia. Molto importante ai fini della conservazione della specifica identità culturale della comunità è l'Allgemeine Zeitung, l'unico quotidiano africano stampato in lingua tedesca.

La profonda influenza esercitata dalla colonizzazione tedesca in Namibia è testimoniata anche dal fatto che la principale confessione religiosa del paese è la cristiana luterana.





La "Shoah" dimenticata Jean-Léonard Touadi

http://www.giovaniemissione.it/pub/inde ... iew&id=191

fonte http://www.nigrizia.it



Secondo il libro di Serge Bilé, sono tra i 10 e i 30mila i neri morti nei campi di concentramento nazisti. Prima dei lager, la Germania si era resa responsabile del genocidio degli herero in Namibia: «Una gigantesca e infernale preparazione ai campi di sterminio»

Auschwitz è una macchia indelebile nella coscienza collettiva dell’umanità. La sua commemorazione, a sessant’anni dalla fine della guerra, lungi dall’essere un semplice rituale per “fare memoria”, dovrebbe diventare l’occasione per la stesura di un patto morale di sopravvivenza collettiva. Perché l’uomo (non solo il nazista) non possa mai più annientare l’uomo (non solo l’ebreo). Ricordare la Shoah è dire no a tutti i genocidi, a tutte le volte in cui il “sonno della ragione” fa dell’uomo un lupo per il suo simile.

Il dovere di memoria s’impone per tutte le vittime della barbarie nazista. Nel susseguirsi delle cerimonie ufficiali e delle testimonianze dei sopravvissuti, invece, c’è un silenzio incomprensibile sulle vittime nere dell’Olocausto. Africani, tedeschi d’oltre-mare (originari dei territori dell’impero coloniale prussiano) e meticci (nati da matrimoni misti in Germania) hanno conosciuto la discriminazione, la deportazione e la morte nei campi di concentramento. Eppure, quasi nessuno, o pochissimi, hanno ricordato quei neger di Germania, nominati nei famigerati testi di legge di Norimberga, che spianano la strada all’Olocausto. C’era un’unica differenza: gli ebrei erano tenuti a portare la famigerata stella gialla; i neri erano sistematicamente sterilizzati.

Nel museo dedicato alla memoria dell’Olocausto di Washington c’è una sala riservata alla condizione dei neri sotto il terzo Reich. In qualche archivio storico più scrupoloso e in taluna opera dedicata all’Olocausto compaiono, quasi en passant, riferimenti lontani alla presenza dei neri nei “campi di lavoro nazisti”.

Ma, in generale, questo capitolo specifico non è conosciuto dal grande pubblico, compreso lo stesso pubblico africano, che già non riesce a fare seriamente i conti con la memoria della schiavitù orientale (compiuta dagli arabi tra il IX e il XIX secolo) e quella atlantica (praticata dagli europei per tre secoli). Anche alla Conferenza dell’Onu contro il razzismo (Durban, Sudafrica, 2001), pochi delegati africani o della diaspora hanno evocato questa pagina sconosciuta dei crimini nazisti.

Le testimonianze

Noirs dans les camps nazis (ed. Le Serpent à Plumes), del giornalista francese originario della Martinica Serge Bilé, documenta la “Shoah” degli africani attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti e tramite le ricostruzioni storiche disponibili a partire dagli archivi in Francia, in Germania e in Senegal. Il libro fa luce sulla storia – tuttora ignorata dagli storici ufficiali dello sterminio nazista – di migliaia di neri vittime della follia hitleriana.

Serge Bilé racconta che, sin dal 1930, i neri sono banditi dalla vita pubblica tedesca, i loro documenti sono ritirati e agli studenti è vietata la frequenza a scuole pubbliche e università. Considerati alla stregua di “sub-uomini”, bestie strane a metà strada tra gli ebrei e le scimmie, i neger saranno le prime vittime del Führer. Umiliata dalla sconfitta della prima guerra mondiale e dal trattato di Versailles, la Germania se la prenderà con i «bastardi della Renania», ossia i figli avuti con donne tedesche dai soldati neri che affiancavano le truppe francesi e belghe.

Serge Bilé scrive: «Non si saprà mai il numero esatto dei deportati neri, poiché la conta era effettuata in base alla nazionalità d’origine, che, per la maggior parte dei neri, era quella dei loro colonizzatori. Penso, tuttavia, che siano tra 10 e 30mila i neri morti nei campi di concentramento. A oggi, conosco un solo sopravvissuto, un certo John William, d’origine ivoriana. Ora che l’argomento è mediatizzato, spero che le lingue si scioglieranno e molti testimoni si faranno avanti».

Le vittime

Tante le storie raccolte da Serge Billé. Come quella di Erika N’Gando, camerunese di 35 anni, raccontata da Renée Hautecoeur, francese sopravvissuta al campo di prigionia di Ravensbruck. Renée ricorda quella giovane donna, soprannominata dalle compagne di sventura «Blanchette»: «Gridava dalla mattina alla sera: “Ho freddo, ho freddo!”». Come tutte le detenute, Erika era soggetta a numerose umiliazioni e sottoposta a lavori forzati. A turno, lei e le altre dovevano soddisfare sessualmente le guardie naziste. Erika non è mai più tornata in Camerun.

Né è mai tornato a casa Carlos Grevkey, originario dell’isola di Fernando Po (oggi isola di Bioko, Guinea Equatoriale). Durante la guerra di Spagna, la sua famiglia lasciò la penisola iberica e si rifugiò in Francia. Nessuno sa come Carlos arrivò in Germania. Fu deportato a Mauthausen, dove trovò la morte nelle camere a gas.

Alcune storie sono narrate dalla viva voce del cantante John William, figlio di una ivoriana e di un francese. Accusato di sabotaggio nella fabbrica di Montluçon, dove lavorava come operaio, fu arrestato e deportato nel campo di Neuengamme all’età di 22 anni. Nonostante le dure condizioni di cattività, John visse giorni di solidarietà con gli altri neri del campo. «Riuscii a sopravvivere, grazie all’intensa solidarietà degli amici e alla fede cristiana», ha dichiarato John nell’intervista concessa a Serge Bilé.

Ma per un John che racconta la fortuna di essersi salvato, tanti altri sono spariti per sempre, senza nemmeno la dignità di un ricordo. L’eclisse degli africani e degli zingari, nei ricordi annidati dentro l’inconscio collettivo dell’umanità, è un vulnus morale che merita di essere colmato, per completare il ponderoso e doveroso percorso d’interiorizzazione della Shoah che l’umanità sta compiendo.

Il caso degli herero

Ma se il mondo dimentica gli africani morti nei campi nazisti, la Germania si sforza di non cancellare dalla memoria nazionale il genocidio degli herero, compiuto dalle truppe tedesche in Namibia nel 1904. «Noi tedeschi assumiamo la nostra responsabilità morale e storica. Vi chiedo perdono». Con queste parole, Heidemarie Wieczoreck-Zeul, ministro tedesco della Cooperazione allo sviluppo, si è rivolto ai discendenti degli herero, che chiedono da tempo alla Germania un’assunzione di responsabilità storica e un risarcimento materiale.

Nel 2001, l’associazione per i risarcimenti al popolo herero ha iniziato una causa davanti ai tribunali americani, chiedendo al governo tedesco 4 miliardi di dollari e altrettanti a imprese tedesche allora presenti in Namibia (Deutsche Bank AG, Woerman line – oggi SAFmarine – e Terex Corporation).

I fatti risalgono ai primi decenni dell’occupazione tedesca della Namibia (1880-1915). Insieme al Tanganika, a una parte del Camerun e al Togo, la Namibia era la perla delle colonie tedesche in Africa. Il regime coloniale nell’Africa del sud-est era durissimo: continue umiliazioni delle persone e delle loro tradizioni; lavori forzati, accompagnati da percosse fisiche; violenze sulle donne; confisca delle terre e del bestiame.

Il 12 gennaio 1904 scoppia la rivolta degli herero. Il capo, Samuel Maherero, guida la sommossa. Duecento coloni tedeschi sono uccisi, mentre i missionari sono risparmiati. Dopo una prima reazione, giudicata «troppo debole» dalle autorità di Berlino, la rappresaglia tedesca è affidata al nuovo governatore, il generale Lothar Von Trotta. Questi dichiara: «Il popolo herero deve lasciare il paese. In caso contrario, sarò costretto a sloggiarlo coi cannoni».

Davanti al rifiuto degli herero, Von Trotta accerchia le loro terre (lasciando libera soltanto una via di fuga verso il deserto del Kalahari), uccide chiunque capiti a tiro e ordina di avvelenare le sorgenti d’acqua. Ai più turbolenti riserva impiccagioni di massa. Il primo genocidio del XX secolo si protrae dal 1904 al 1907. Quando il governatore Von Lindequist ordina la fine delle operazioni belliche, il bilancio è terrificante: dei circa 90.000 herero originari ne sono rimasti solo 15.000, confinati in “riserve tribali” e utilizzati dai coloni come mano d’opera schiava.

L’ambasciatore tedesco in Namibia ha affermato, di recente, di voler restituire la dignità ai discendenti delle vittime, rifiutando però ogni forma di risarcimento in denaro. La Namibia già riceve consistenti aiuti tedeschi, di gran lunga più generosi di quelli dati ad altri stati africani. Un rapporto privilegiato, dunque, caratterizzato dalla presenza di circa 25.000 tedeschi (1,2% della popolazione), in gran parte proprietari terrieri.

Ma agli herero gli aiuti finanziari non bastano. Vogliono essere riconosciuti vittime di un genocidio, perpetrato, tra gli altri, da un certo Heinrich Goering, governatore della Namibia e padre del futuro braccio destro di Hitler. Vogliono che sia riconosciuto l’immane affronto subito per essere stati usati come animali da cavia negli esperimenti compiuti da un certo dottor Hoegen Fisher, insegnante universitario di Joseph Mengele, il boia di Auschwitz.

Lo ha dimostrato chiaramente anche Hannah Arendt, grande pensatrice e docente di filosofia politica, nel suo Le origini del totalitarismo (1951): la distruzione dei popoli coloniali, una preparazione all’Olocausto; i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti; stessi i cognomi dei protagonisti, identici i metodi; gli africani – prima e durante la Shoah – vittime tra le vittime.






L’OLOCAUSTO HERERO E NAMA NELL’AFRICA TEDESCA
di Renzo Paternoster -

http://www.storiain.net/storia/lolocaus ... ca-tedesca

La storia dell’Africa tedesca del Sud-Ovest è scritta col sangue, intessuta di razzismo e di sete di potere. Tra il 1884 e il 1908 la colonia tedesca fu il laboratorio per la creazione di campi di concentramento e la sperimentazione delle prime forme di eliminazionismo di massa.

Il colonialismo non è stato solo espansione e dominazione economica e militare, ma anche biopotere, razzismo violento ed etnocentrismo culturale, che ha prodotto massacri in grande stile.
La dichiarata superiorità degli europei sui popoli americani, africani e asiatici è la justa causa delle potenze coloniali per sottomettere militarmente e senza scrupoli intere comunità locali, appropriandosi delle loro terre, giudicate res nullius, per qualificarle geograficamente e giuridicamente.
Tutti gli Stati europei parteciparono all’occupazione e allo sfruttamento territoriale realizzati con la forza a danno di popoli ritenuti arretrati o selvaggi. La Germania si aggiunse per ultima alle altre potenze colonialiste europee, lanciandosi in un’intensa campagna coloniale nel cuore dell’Africa.
L’impero tedesco si inserisce nel colonialismo del continente nero soprattutto per motivi politici piuttosto che squisitamente economici: il cancelliere Bismarck voleva contrastare l’espansionismo francese e inglese, oltre a voler scaricare le tensioni politiche interne su territori periferici. La decisione di “allargare” l’impero tedesco fu presa anche su pressioni della Lega pangermanista, che si fece attiva propagandista della superiorità razziale dei tedeschi e del loro diritto di dominio sui popoli “inferiori”. Solo in un secondo momento l’espansione coloniale tedesca fu legata all’ambizione di grandezza e a ragioni economiche.
Il ritardo con cui la Germania intraprese la sua politica coloniale non lasciò molte possibilità: il Secondo Impero dovette accontentarsi di stabilire il dominio su quelle poche terre ancora non “occupate” dai cosiddetti popoli civili.


La spartizione dell’Africa dopo la conferenza di Berlino

Alla Conferenza di Berlino (15 novembre 1884-23 febbraio 1885) si decise il futuro del continente africano. Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Germania e Stati Uniti, con la presenza come osservatori di Austria-Ungheria, Svezia, Danimarca, Italia, Impero Ottomano e Russia, si spartirono le terre africane.
La Germania dovette accontentarsi del Camerun, del Togo, dell’Africa Orientale Tedesca (corrispondente agli Stati di Burundi, Ruanda e Tanzania, escluso l’arcipelago di Zanzibar già possedimento britannico) e dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest (un’area corrispondente a gran parte della Namibia moderna, eccetto l’enclave britannica di Walvis Bay e le isole dei Pinguini).
La distribuzione dei territori africani fu fatta sulla base di una spietata violenza ideologica e geografica, che non tenne minimamente conto delle caratteristiche storiche, antropologiche e culturali dei popoli che vi abitavano. Così l’espansione coloniale europea produsse sulle popolazioni locali effetti devastanti, visibili ancora oggi: smembramento di intere comunità etniche, espropriazione di terre e di bestiame d’allevamento, schiavitù, povertà.
Ai nuovi “padroni”, comunque, non interessava annichilire le popolazioni locali, che dovevano servire come manovalanza per sfruttare le risorse locali. Le uccisioni avevano lo solo scopo di punire e scoraggiare ribellioni. Tuttavia, di fronte alla resistenza irriducibile di alcuni gruppi etnici, il ricorso allo sterminio di massa divenne l’unica “medicina” per salvaguardare gli interessi dei colonizzatori. Fu questo il caso degli Herero e dei Nama nell’Africa tedesca del Sud-Ovest.


Hendrik Witbooi

Il gruppo etnico dei Nama o Namaqua (che vuol dire “popolo Nama”) costituisce un sottoinsieme del più ampio gruppo etnolinguistica sudafricano dei Khoikhoi (conosciuto anche con il nome di Ottentotti, termine che deriva dall’olandese “balbuziente”, per il caratteristica suono della loro lingua). Originariamente i Nama, uno dei più antichi gruppi indigeni della Namibia, vivevano intorno al fiume Orange, con uno stile di vita principalmente pastorale e seminomade, praticando una politica della proprietà della terra in comune.
Uno dei più celebrati eroi di questo gruppo etnico è stato Hendrik Witbooi (ca. 1830-1905), capo Nama nella lotta di liberazione dalla colonizzazione tedesca. Conosciuto come “Nanseb Gaib | Gâbemab”, ossia “il capitano che scompare nell’erba”, in riferimento alla sua tattica militare per combattere gli occupanti tedeschi, fu ucciso in battaglia il 29 ottobre 1905 nei pressi di Vaalgras, vicino Koichas.


Il monumento Heroes’ Acre ai martiri della Namibia

Samuel Daniel Shafiishuna Nujoma, primo presidente della Namibia indipendente (1990-2005) lo ha ricordato il 26 agosto 2002 durante la cerimonia di inaugurazione del maestoso monumento “Heroes’ Acre”, situato a dieci chilometri dalla capitale Windhoek, dedicato agli eroi martiri della Namibia: «Il capitano Hendrik Witbooi è stato il primo leader africano che ha preso le armi contro gli imperialisti tedeschi e gli occupanti stranieri in difesa della nostra terra e integrità territoriale. Noi, la nuova generazione di Land of the Brave [“patria dei coraggiosi"; Namibia, Land of the Brave è l’inno nazionale namibiano, n.d.a], siamo ispirati dall’azione rivoluzionaria del capitano Hendrik Witbooi, morto in combattimento contro gli imperialisti tedeschi che hanno colonizzato e oppresso il nostro popolo. Per il suo spirito rivoluzionario e la sua memoria visionaria umilmente offriamo il nostro onore e rispetto».
Un altro grande gruppo etnico della regione è quello degli Herero. Gli Herero costituiscono il ramo occidentale della più ampia famiglia etno-linguistica Bantu. Giungono in Namibia intorno alla metà del XVI secolo, provenendo dall’Africa centrale. Un tempo tribù potente e bellicosa, gli Herero avevano un’economia basata quasi esclusivamente sull’allevamento bovino. La necessità di assicurarsi le terre da pascolo portò questo gruppo etnico a conflitti tribali prima con gli Ovambo (a ovest) che li scacciarono e poi con i Nama che li decimarono.
All’arrivo dei coloni tedeschi, Herero e Nama misero da parte le antiche rivalità e si associarono nella lotta contro l’invasore bianco.

Ancor prima della Conferenza di Berlino, il 24 aprile 1884, il cancelliere tedesco Bismarck dichiarò colonia tedesca un’area corrispondente a gran parte della Namibia moderna, eccetto la strategica zona di Walvis Bay, sotto influenza britannica, e le isole del Guano (o isole dei Pinguini). Il 7 agosto 1884 fu issata la bandiera tedesca sul nuovo possedimento, che fu chiamato Deutsch-Südwestafrika (Africa tedesca del Sud-Ovest).
Nell’aprile dell’anno dopo fu fondata la Deutsche Kolonialgesellschaft für Südwest-Afrika. Nel maggio dello stesso anno Ernst Heinrich Göring (padre del futuro delfino di Hitler, Hermann) fu nominato Commissario e stabilì il suo governo a Otjimbingwe (dalla lingua herero Otjiherero, ossia “luogo rinfrescante”, riferendosi alla sorgente naturale presente).
La Deutsch-Südwestafrika fu l’unica colonia dove i tedeschi si stabilirono in gran numero, di conseguenza gli espropri di terre e animali alla popolazione locale fu totale.
Partendo dalla considerazione che i popoli indigeni africani erano considerati come sotto-uomini, per cui tutto si poteva nei loro confronti, il regime coloniale nell’Africa tedesca del Sud-Ovest fu vorace e violentemente razzista: oltre alle già riferite confische di terra e bestiame, furono praticate continue umiliazioni agli indigeni e alle loro tradizioni, lavori forzati, violenze sulle donne.
Prigionieri Herero in un campo di concetramento

Prigionieri Herero in un campo di concetramento

Così descriveva nel 1831, durante le sue lezioni universitarie di filosofia della storia, la natura dei “negri africani” Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il filosofo dell’idealismo tedesco: «Nell’Africa vera e propria (l’Africa subsahariana) è la sensibilità il punto a cui l’uomo resta fermo: l’assoluta incapacità di evolversi. Egli manifesta fisicamente una grande forza muscolare, che lo rende atto a sostenere il lavoro, e bonarietà d’animo, ma accanto ad essa anche una ferocissima insensibilità. [...] L’Africa, per tutto il tempo a cui possiamo storicamente risalire, è rimasta chiusa al resto del mondo. È il paese dell’oro, che resta concentrato in sé: il paese infantile, avviluppato nel nero colore della notte al di là del giorno della storia consapevole di sé. [...] Gli Europei non hanno quindi acquistato che poca conoscenza dell’interno dell’Africa; per contro, qualche volta ne sono usciti fuori popoli che si sono dimostrati così barbari e selvaggi, da escludere ogni possibilità di annodar relazioni con essi. [...] In questa parte principale dell’Africa non può aver luogo storia vera e propria. Sono accidentalità, sorprese, che si susseguono. Non vi è un fine, uno stato, a cui si possa mirare: non vi è una soggettività, ma solo una serie di soggetti che si distruggono. [...] Caratteristico dei negri è infatti proprio che la loro coscienza non è giunta alla contemplazione di una qualsiasi salda oggettività − come ad esempio Dio, legge − a cui possa aderire la volontà dell’uomo e in cui egli possa giungere all’intuizione della propria essenza. [...] Il negro rappresenta l’uomo nella sua totale barbarie e sfrenatezza: per comprenderlo, dobbiamo abbandonare tutte le nostre intuizioni europee. Nel suo carattere non si può trovar nulla che abbia il tono dell’umano. Appunto per ciò non ci possiamo immedesimare davvero, col sentimento, nella sua natura, come non possiamo immedesimarci in quella di un cane. [...] Simile assoluta svalutazione dell’uomo spiega come la schiavitù costituisca in Africa il rapporto basilare del diritto. L’unico rapporto essenziale che i negri hanno avuto, ed hanno, con gli Europei è quello della schiavitù. I negri non vedono in essa nulla che sia sconveniente. In questo senso la schiavitù ha contribuito a risvegliare un maggior senso di umanità presso i negri. [...] La schiavitù è ingiustizia in sé e per sé, perché l’essenza dell’uomo è la libertà: ma per giungere a questa egli deve prima acquistare la maturità necessaria. [...] Da tutti questi tratti risulta che ciò che caratterizza l’indole dei negri è la sfrenatezza. Questa loro condizione non è suscettibile di alcun sviluppo o educazione» [G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, trad. it. La Nuova Italia, Firenze, 1963, pp. 236-244].
Il razzismo tedesco si manifestò dunque in tutta la sua drammatica violenza fisica e morale, distruggendo le basi economiche, culturali, spirituali e politiche dei popoli indigeni. Ai Nama e agli Herero rimaneva l’alternativa di soccombere lentamente o ribellarsi. Alcuni passarono al servizio dei nuovi proprietari delle loro terre e del loro bestiame, altri scelsero la seconda opzione.

La prima rivolta contro i coloni tedeschi ebbe luogo fra il 1893 e il 1894: a insorgere furono i Nama, guidati dal capo Hendrik Witbooi. I guerrieri ottentotti si dimostrarono molto resistenti, soprattutto perché adottarono la tattica della guerriglia su un territorio che conoscevano bene.
Mentre i soldati tedeschi cercavano di domare la rivolta, nel 1903 il governatore Leutwein decise la creazione di riserve per gli Herero, con l’intenzione di tenere sotto controllo la tribù, ormai priva di terre e, quindi, pronta a ribellarsi.
Per domare l’insurrezione della tribù dei Bondei, nel frattempo scoppiata in prossimità del fiume Orange, e per tenere sotto controllo gli ultimi rivoltosi Nama, il governatore Theodor Leutwein dovette concentrare le scarse forze militari della colonia nel centro-sud del possedimento. Gli Herero ne approfittarono e il 14 gennaio 1904, guidati dal capo Samuel Maherero, iniziarono un’insurrezione armata trucidando il piccolo presidio di Waterberg. Guidati dal loro capo Samuel Maherero, gli Herero sterminarono centoventitrè tra soldati e coloni, risparmiando donne, bambini, missionari e coloni britannici.
Ad accendere il fuoco della rivolta Herero fu la conquista tedesca di Okahandja, luogo di sepoltura del “vecchio Herero”, con l’abbattimento degli “alberi sacri” e la trasformazione del cimitero in fattoria per coloni.
Dopo aver assaltato e sterminato il presidio militare di Waterberg, i rivoltosi sabotarono la linea ferroviaria d’interesse strategico che le autorità coloniali avevano fatto costruire tra Windhoek e il porto di Swakopmund. Poiché le comunicazioni fra la colonia e la madre patria furono provvisoriamente interrotte, per alcuni mesi Samuel Maharero assunse il controllo de facto di vaste regioni centrosettentrionali.
Esecuzione di ribelli Herero

Esecuzione di ribelli Herero

Nella lotta contro l’invasore tedesco, perfino la tradizionale ostilità fra gli Herero e i Nama venne meno e i due popoli si coalizzarono contro l’intollerabile dominazione bianca. Tuttavia l’intervento dei Nama arrivò in ritardo, quando ormai dalla Germania erano arrivati i rinforzi.
Infatti tra l’11 giugno e il 20 luglio arrivarono nella colonia ventimila soldati, armati di artiglieria da campagna. Al comando delle Schutztruppe fu posto il generale di fanteria Lothar von Trotha. Famoso per il suo “pugno di ferro” nelle attività repressive, con von Trotha la politica militare tedesca nell’Africa tedesca del Sud-Ovest cambiò corso, diventando una Vernichtungspolitik, una politica di annientamento.
Appena giunto nella colonia, von Trotha scrisse ai superiori esternando le sue intenzioni: «Ritengo preferibile che la nazione herero perisca piuttosto che infetti i nostri soldati e inquini la nostra acqua e il nostro cibo». [Cit. in M. Cattaruzza, Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo, Vol. 1, Utet, Torino 2005, p. 144]. E così fu.
In un proclama pubblico del 2 ottobre 1904, von Trotha fece conoscere agli indigeni i suoi propositi: «Io, generale delle truppe tedesche, indirizzo questa lettera al popolo herero. D’ora in poi gli herero non sono più sudditi tedeschi. Hanno ucciso, rubato […] Tutti gli herero devono lasciare il Paese. Qualsiasi herero scoperto all’interno del territorio tedesco, armato oppure no, con oppure senza bestiame, sarà ucciso. Non sarà tollerata neppure la presenza di donne o bambini che dovranno raggiungere gli altri membri della loro tribù [ossia morire di sete nel deserto] altrimenti saranno fucilati». [Cit. da Zimmerer J., Colonialism and Nazy Genocide: towards an Archeology of Genocide, in A.D. Moses, a cura di, Genocide and Settler Society, Berghahn Books, New York 2004, p. 65].
Il piano di von Trotha fu quello di fare terra bruciata, con la demolizione sistematica dei villaggi, l’avvelenamento dei pozzi, la distruzione dei raccolti e di ogni altra fonte di sostentamento, per accerchiare definitivamente i rivoltosi e sterminarli. Ai prigionieri fu riservata l’impiccagione di massa.
La grande battaglia ebbe luogo l’11 agosto 1904, a Waterberge, e fu lo scontro decisivo nella campagna di repressione degli Herero. Decisivo non dal punto di vista militare, perché i rivoltosi riuscirono a far fallire il piano tedesco. Infatti, pur subendo perdite pesantissime, gli Herero riuscirono ad aprirsi un varco verso il deserto dell’Omaheke. Nonostante la fuga, i tedeschi si lanciarono all’inseguimento sparando alle spalle. Molti perirono nel deserto, pochi raggiunsero il Bechuanaland britannico (l’odierno Botswana), tra cui Samuel Maharero. La campagna militare tedesca contro gli Herero provocò la morte dell’ottanta per cento del totale della tribù.
Gli Herero che erano riusciti a nascondersi, si unirono nella lotta nel frattempo iniziata dai Nama.
Il campo di Lüderitzbucht

Il campo di Lüderitzbucht

Nel 1905, dopo che le terribili notizie sul trattamento riservato ai rivoltosi giunsero in patria, provocando il disappunto dell’opinione pubblica, e dopo accesi dibattiti nel Parlamento tedesco, l’ordine di annientamento fu revocato.
Alla fine della guerra il bilancio fu drammatico. Contro gli Herero furono combattute 88 battaglie, contro le 2.348 di quelle contro i Nama. Von Trotha dichiarò che 65.000 Herero erano uccisi. 2.348 i soldati della colonia tedesca morti in queste battaglie.
Allo sterminio sistematico seguì la prigionia: gli Herero e i Nama non dovevano essere più sterminati ma imprigionati e obbligati ai lavori forzati. Imitando gli spagnoli e i britannici – che per primi ne avevano fatto uso rispettivamente nelle guerre a Cuba e contro i boeri – furono realizzati campi di concentramento in cui ammassare gli ultimi Herero e Nama per obbligarli al lavoro forzato.
Ovviamente il razzismo e lo spirito di vendetta si manifestarono in un trattamento inumano dei prigionieri (malnutrizione, freddo, lavoro pesante, stupri e violenze fisiche), determinando un altissimo tasso di mortalità.
Ancor più inquietante fu l’utilizzo dei prigionieri come cavie per fini di sedicente ricerca medica. Due studiosi di genetica dell’epoca, Theodor Mollison ed Eugen Fischer, condussero nei campi degli esperimenti sui meticci e sui gemelli per corroborare le loro tesi sulla superiorità della razza tedesca (ritornato in patria, Fischer insegnò nelle università tedesche, diventando rettore di quella di Berlino durante il nazismo. Tra i suoi allievi avrà Mengele, che ad Auschwitz proseguirà i suoi esperimenti di eugenetica sui gemelli internati). Molti teschi furono spediti in Germania per continuare gli studi di eugenetica.
Il più famigerato campo di concentramento delle colonie tedesche fu il Konzentrationslager auf der Haifischinsel vor Lüderitzbucht nell’isola di Shark, dove si registrò un tasso di mortalità del settanta per cento. Per il clima inospitale (freddo), la malnutrizione, il lavoro durissimo, le violenze fisiche e gli stupri, il campo fu rinominato dai coloni tedeschi Todesinsel, “isola della morte”.
Il colonnello Ludwig Von Estorff, dopo aver visitato il campo di Lüderitzbucht e altri campi, in un telegramma inviato al suo Comando il 10 aprile 1907 ne sollecitò la chiusura. Così giustificò la sua richiesta: «Non posso incaricare i miei ufficiali di questi servizi da carnefice, né posso assumermene la responsabilità» [Cit. da I. Hull, Cultura militare e «soluzioni finali» nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina, in R. Gellately, B. Kierman, a cura di, Lo spettro del genocidio, Milano, Longanesi & C., 2006, p. 147].
Ufficialmente, i lavori forzati terminarono il 1° aprile 1908 quando agli Herero e ai Nama fu revocato lo status di prigionieri di guerra, ma in realtà il loro impiego forzato nei progetti coloniali continuò anche oltre tale data.

Nel 2004, in occasione del centenario della guerra, il governo tedesco ammise le colpe della Germania per i crimini contro l’umanità commessi nella Deutsch-Südwestafrika. Ma ai discendenti degli Herero non è bastato. Per questo hanno chiesto a Berlino quattro miliardi di dollari di risarcimento per il lavoro compiuto dai loro discendenti. A parte la richiesta economica, è stata reclamata anche la restituzione di quarantasette teschi di Herero, ancora conservati nelle università e centri medici tedeschi.
Già nel 2001 l’allora capo Herero Kuaima Riruako presentò a una corte americana la richiesta di due miliardi di dollari contro il governo federale tedesco e la Deutsche Bank, che finanziò l’impresa coloniale.
Il 26 Ottobre 2007 il Parlamento namibiano ha approvato all’unanimità una mozione presentata da Kuaima Riruako che impegna il governo di Nahas Angula a chiedere alla Germania un risarcimento per lo sterminio di centinaia di migliaia di Herero.
Pur riconoscendo la responsabilità morale della Germania per il massacro dell’etnia Herero e Nama, le autorità berlinesi non intendono però farsi trascinare in un’ennesima diatriba sui risarcimenti. Sulla restituzione dei teschi, invece, niente è stato detto. Tuttavia, il governo tedesco ha esternato la sua disponibilità ad aumentare il volume degli aiuti allo sviluppo alla Namibia. Anche se poco, è già qualcosa.

Per saperne di più
G. W. F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, Duncker und Humblot – Berlino, 1837; trad. it., Lezioni sulla filosofia della storia – La Nuova Italia, Firenze, 1963.
H. Jaffe, Three Hundred Years, a History of South Africa – New Era Fellowship, Cape Town 1952; trad. it., Sudafrica. Storia politica – Jaca book, Milano 1980.
F. Lamendola, Il genocidio dimenticato: la soluzione finale del problema Herero nel sud-ovest africano – Stavolta, Pordenone 1988.
J.B. Gewald, Herero Heroes. A Socio-political History of the Herero of Namibia, 1890-1923 - James Currey, Oxford 1999.
Isabell Hull, Cultura militare e «soluzioni finali» nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina, in R. Gellately, B. Kierman (a cura di), Lo spettro del genocidio – Longanesi, Milano 2006.
A.D. Moses, a cura di, Genocide and Settler Society – Berghahn Books, New York 2004.
M. Cattaruzza, Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo, Vol. 1 – Utet, Torino 2005.
J. Sarkin-Hughes, Germany’s Genocide of the Herero: Kaiser Wilhelm II, His General, His Settlers, His Soldiers - UCT Press, Cape Town (South Africa) 2010.
L. Costalunga, Aspetti del colonialismo tedesco in Africa orientale, 1884-1914 - Effepi, Genova 2011.



Gli Herero o Ovaherero sono un popolo africano appartenente al gruppo etnico dei bantu. Sono circa 120.000, la maggior parte dei quali in Namibia, con gruppi minori in Botswana e Angola.

https://it.wikipedia.org/wiki/Herero

Gli Herero giunsero in Namibia dall'est fra il XVII e il XVIII secolo, insediandosi nella zona come allevatori, stabilendosi nell'odierno Kaokoland; nel XVIII secolo diversi gruppi herero migrarono verso sud, andando a occupare la valle del fiume Swakop e l'altopiano centrale della Namibia. All'inizio del XIX secolo, gli Herero furono coinvolti in una serie di sanguinosi conflitti con i Nama, ricordati come guerra Nama-Herero. I Nama (che disponevano di armi da fuoco vendute loro dagli europei) ebbero generalmente la meglio; circa il 75% della popolazione herero fu sterminata e la fuga dal conflitto contribuì a diffondere in modo ancora più capillare l'etnia herero nel territorio namibiano. Molti Herero fuggirono anche nel Botswana.

Alla fine del XIX secolo iniziarono a giungere dall'Europa numerosi coloni, soprattutto tedeschi, che negoziarono con gli Herero e i Nama allo scopo di ottenere terra su cui edificare le proprie fattorie. In particolare, i territori ottenuti nel 1883 dal mercante tedesco Franz Adolf Eduard Lüderitz formarono il primo nucleo di quella che sarebbe diventata la colonia dell'Africa Tedesca del Sud-Ovest.

Nel periodo coloniale, i pastori Herero entrarono ripetutamente in conflitto con i coloni tedeschi; il regime di discriminazione razziale instaurato dai coloni contribuì a inasprire i rapporti fra i due gruppi. Nel 1904, questa tensione sfociò nelle cosiddette Guerre Herero, che in effetti coinvolsero anche i Nama (alcune delle lettere che i capi Herero e i capi Nama si scambiarono mentre stavano pianificando la rivolta contro i coloni sono state conservate fino a oggi). Gli Herero e i Nama erano ben armati, ed ebbero inizialmente successo, ma non poterono resistere al corpo di spedizione di 15.000 uomini inviato poco tempo dopo dal Kaiser. Lothar von Trotha, a capo delle forze tedesche, ebbe l'ordine di sopprimere la rivolta nel modo più deciso ed esemplare possibile; ne risultò un vero e proprio genocidio, in cui gli Herero furono quasi sterminati.





Le guerre herero, spesso ricordate anche come genocidio degli Herero e dei Nama, ebbero luogo nell'Africa Tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia) fra il 1904 e il 1907, nel periodo della spartizione dell'Africa.

https://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_herero
Il conflitto ebbe inizio dalla ribellione del popolo Herero (a cui si aggiunse in un secondo momento il popolo Nama) contro l'autorità coloniale tedesca. Il generale Lothar von Trotha, incaricato di sopprimere la ribellione, utilizzò pratiche di guerra non convenzionale che includevano l'avvelenamento dei pozzi e altre misure che portarono alla morte per fame e per sete di una rilevante percentuale della popolazione Herero e Nama.
Nel 1985 le Nazioni Unite (con il Rapporto Whitaker) identificarono nella guerra contro gli Herero uno dei primi tentativi di genocidio (inteso come sterminio di una intera popolazione) del XX secolo. In merito a questo episodio, il governo tedesco ha dichiarato nel 2004: "noi tedeschi accettiamo la nostra responsabilità storica e morale".
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Decołonixasion e cołonixasion

Messaggioda Berto » gio mag 25, 2017 7:26 am

Sudafrica, Boeri, Zulo, colonizzazione, apartheid

https://www.facebook.com/groups/105995086788673

Ai tempi dell'apartheid un giornalista sudafricano mi fece una lezione di razzismo. Voi europei, specialmente italiani, non potete capire i problemi di 3 milioni di bianchi in un paese di 7 milioni di negri.e mi raccontò di un'intervista a un vecchio negro, propietario terriero, "di tutta questa terra ne coltivi solo una piccola parte, e lasci il resto incoltivato. Ti renderebbe molto di più lavorandola o facendola lavorare tutta" lui rispose "perché dovrei preoccuparmi del resto se a me basta quel piccolo pezzo?" Con questa mentalità non si costruiscono i grandi paesi. Anche i ricchi paesi arabi viaggerebbero ancora con i cammelli se non gli tiravamo fuori il petrolio dal deserto. Ora cominciamo a capirlo anche noi.

Giuseppe Farolfi
i primi bianchi che andarono a coltivare la terra nella zona del capo, furono i contadini boeri, per rifornire le navi della compagnia delle Indie che doppiavano il Capo. I soldati vennero dopo per difendere i contadini dai Zulu che razziavano le fattorie. Un forma di "Apartheid".


Sudafrica
https://it.wikipedia.org/wiki/Sudafrica

Nel 1487, l'esploratore portoghese Bartolomeo Diaz oltrepassò il Capo di Buona Speranza, aprendo la via marittima alle Indie. Furono però gli olandesi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali i primi a creare un insediamento stabile in Sudafrica, nel 1652, fondando quella che sarebbe poi diventata Città del Capo. Questa fu il punto di partenza di un vasto processo di colonizzazione a cui presero parte europei di diverse origini (soprattutto olandesi, francesi ugonotti, bavaresi e scandinavi) che sciolti i legami con la Compagnia diedero vita a una comunità autonoma, e svilupparono una propria cultura e una propria lingua (l'afrikaans). Noti come "boeri" (dall'olandese per "contadino"), i coloni si espansero verso est e verso nord.

I rapporti fra i boeri e le popolazioni indigene della zona del Capo (di etnia khoikhoi) furono relativamente buoni; i khoikhoi, già nomadi, non fecero che ritrarsi gradualmente di fronte all'espansione boera. Quando i boeri giunsero nei pressi dell'odierna Port Elizabeth, però, essi entrarono in attrito con gli xhosa, che si stavano espandendo in direzione opposta. Ne derivarono una serie di conflitti noti con il nome di Guerre della Frontiera del Capo.


Boeri
https://it.wikipedia.org/wiki/Boeri
I boeri, dall'olandese boer (IPA: [buːr]), traducibile in "contadino", sono una popolazione sudafricana di origine olandese; essi discendono dai coloni che si stabilirono nella zona del Capo di Buona Speranza nel XVII secolo, per poi diffondersi nel resto dell'attuale nazione nel corso del XIX secolo, fino a fondare, nella seconda metà dell'Ottocento, le repubbliche autonome dello Stato Libero dell'Orange e del Transvaal (le cosiddette Repubbliche boere).

I principali motivi che li indussero a lasciare il Capo per addentrarsi nell'entroterra furono il desiderio di sottrarsi al dominio britannico (che reclamava il Sudafrica come propria colonia) e quello di scampare alle continue guerre di espansione che il Regno Unito conduceva contro le tribù native sulle frontiere orientali e settentrionali del Paese. Il termine è spesso usato come sinonimo di afrikaner, che tuttavia designa, più genericamente, tutti i bianchi di lingua afrikaans.

I Boeri esercitarono un ruolo fondamentale nella storia del Sudafrica fino alla fine del XX secolo, in particolar modo tra il 1961 e il 1994, quando il Paese, già criticato per le sue posizioni discriminatorie contro le popolazioni non bianche, fu indotto a uscire dal Commonwealth su pressione di alcuni suoi membri, Canada in testa, per costituirsi in repubblica indipendente sotto la guida di Hendrik Verwoerd, che istituì il regime di separazione razziale noto come apartheid.

I Boeri riuscirono così, pur essendo solo il 5% della popolazione complessiva del Sudafrica, a ottenere la propria parte nella dirigenza della nazione (assieme alla più numerosa minoranza anglosassone), facendo diventare l'afrikaans la seconda lingua ufficiale della nazione e conducendo il Sudafrica a livelli di benessere (limitatamente alla sua popolazione bianca) paragonabili a quelli occidentali. Dall'abrogazione dell'apartheid e la fine del sistema discriminatorio per razze in favore di un ordinamento dello Stato basato sul suffragio universale, l'influenza degli afrikaner sulla vita politica sudafricana è enormemente diminuita, a causa della loro inferiorità numerica rispetto ad etnie quali gli zulu e gli xhosa.



Nelson Mandela: le sue responsabilità dinanzi allo sfacelo del Sudafrica
Isidoro
È morto Nelson Mandela e ce ne dogliamo, ma speriamo che assieme a lui, muoia anche l’odio contro i “bianchi”:

https://www.radiospada.org/2013/12/nels ... -sudafrica

Il Sudafrica, una nazione creata dai bianchi olandesi e scandinavi che già nel XVII Secolo, separandosi dalle comunità originarie di coloni, iniziarono ad utilizzare una propria lingua (afrikaans) e ad essere chiamati contadini “boeri”, fondando Città del Capo. I Boeri assieme ai “neri” Zulu difesero quelle terre dalle mire espansionistiche degli inglesi nel XIX Secolo, che trovarono un alleato locale nell’etnìa Xhosa ed ebbero la meglio. Il Sudafrica gravitò pertanto nel Commonwealth fini alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il partito nazionalista prese il potere inaugurando l’apartheid e cioè la concezione di sviluppi differenti tra i vari ceppi etnici sotto la direzione Boera. Il terrorismo dello African National Congress iniziò ad incalzare il Paese con l’ausilio di sanzioni economiche internazionali, mentre gli investimenti esteri per decenni copiosi, crollavano dopo aver raggiunto la quota di oltre 35.000 miliardi di Lire nel 1988. Perché il governo Afrikaner non piaceva più alla finanza internazionale? Come mai la gioiosa macchina da guerra hollywoodiana produceva il film “Arma Letale 2” contro i sudafricani, il noto gruppo musicale dei Simple Minds lanciava la canzone “Mandela Day” e l’establishment culturale internazionale stringeva d’assedio il Sudafrica? Evidentemente occorreva avere governanti più docili al processo compulsivo globalista. Infatti, sia il blocco comunista, sia quello occidentale finanziarono e supportarono i movimenti anti-apartheid, quando nella realtà, i gruppi etnici Zulu e Xhosa erano già ostili tra loro ed ancora lo sono pur essendo entrambi “neri”, e il partito degli Zulu era spesso d’accordo con le decisioni del governo “bianco”. Oggi, alla morte di Nelson Mandela, i “bianchi” sono molto più poveri per colpa di una legge razzista (la Affermative Action) che impone l’assunzione maggioritaria di “neri” e gli stessi “neri”, vengono risucchiati nel vortice (indotto dalla propaganda neoconsumista egualitarista) dei microcrediti che stanno indebitando progressivamente la popolazione. Il pensatore (non combattente) Nelson Mandela, avrebbe voluto tutto ciò oppure fu usato dai poteri mondialisti? Il padre della patria antirazzista ma plurirazzista, come ha lasciato il Sudafrica? Venti anni fa il Sudafrica produceva il 60% dell’energìa elettrica dell’Africa, già da prima aveva il Rand, una moneta in rapporto di quasi parità col Dollaro, mentre oggi il rapporto è di un decimo, un Paese col 70% di disoccupazione giovanile che dopo la fine dell’apartheid conosce il razzismo stragista e assassino contro i bianchi (Mandela stesso diede l’ordine della bomba di Church Street, scoppiata alle ore 16.30 di Venerdì 20 Maggio 1983, nella cui strage morirono 19 persone e altre 217 rimasero ferite) e ritrova quello atavico dei gruppi rivali Xhosa e Zulu e quello ultimissimo contro gli immigrati africani. La deriva plurirazzista dell’attuale Sudafrica non è l’unico problema perché il governo pseudocomunista, come in altri luoghi del mondo come ad esempio Cuba (dove è quasi impossibile trovare una donna che non si prostituisca), distrugge la dignità del popolo con il favoreggiamento del turismo sessuale, l’approvazione delle “unioni omosex” nel 1994 e la banalizzazione della piaga dell’AIDS.

Che Nelson Mandela possa riposare in pace, nonostante tutto.

Pietro Ferrari



Attacchi razzisti, almeno 12 morti Corriere della Sera
I feriti sono una cinquantina. Accuse contro gli zulu
Violenze da venerdì. Le vittime sono quasi tutti immigrati dello Zimbabwe, due bruciati vivi

http://www.corriere.it/esteri/08_maggio ... 6ba6.shtml

JOHANNESBURG - Almeno dodici persone sono rimaste uccise e una cinquantina sono state ferite in una serie di violenze di matrice razzista che si sono scatenate da venerdì in Sudafrica. Le vittime sono quasi tutte immigrati dallo Zimbabwe e gli attacchi sono avvenuti in gran parte a Johannesburg e nei sobborghi più poveri. Domenica mattina più di 300 immigrati hanno trovato rifugio in una stazione di polizia dopo una notte di violenze. Centinaia di persone sono state arrestate e la polizia ha sparato proiettili di gomma per disperdere la folla che voleva linciare gli stranieri. Il governo sudafricano è intervenuto per mettere fine alle violenze xenofobe «che macchiano una nazione che ha conosciuto l'apartheid».

ACCUSE CONTRO GLI ZULU - Secondo la polizia, le violenze sono scoppiate poco dopo la mezzanotte nella zona di Cleveland, vicino al centro di Johannesburg. «Due persone sono state date alle fiamme, mentre altre tre sono state picchiate a morte. Altre 50 sono state ricoverate in diversi ospedali con ferite da arma da fuoco e da taglio. Circa 300 persone hanno cercato rifugio nella stazione di polizia di Cleveland e ne stanno arrivando altri», ha detto una portavoce della polizia sudafricana. Le violenze contro gli immigrati dello Zimbabwe, dell'Etiopia e del Malawi sono scoppiate la scorsa settimana nella giurisdizione di Alexandra, alle porte di Johannesburg, per poi investire le zone di Diepsloot, Thokoza e Tembisa dove vivono centinaia di migliaia di immigrati, molti dei quelli senza permesso. «Sono gli zulu che stanno facendo tutto questo, anche contro il proprio popolo», ha detto un'immigrata dello Zimbabwe che vive in Sudafrica dal 1991 al quotidiano Mail&Guardian. Versione confermata da una cittadino sudafricana, che ha accusato «una banda di zulu» di aver fatto irruzione nella sua casa e di aver «picchiato tutti. Hanno preso tutte le nostre cose e ci hanno picchiato».


South African Teachers

https://www.facebook.com/Tim.hlongwane. ... 0978112375
https://www.facebook.com/groups/4896778 ... 3743277607



South Africa: Islamic State planned to kill British couple in order to “put fear into the heart of the kuffar”
Robert Spencer
Mar 9, 2018

https://www.jihadwatch.org/2018/03/sout ... the-kuffar

“And prepare against them whatever you are able of power and of steeds of war by which you may strike terror in the enemy of Allah…” (Qur’an 8:60)

Not that this has anything to do with…

“‘ISIS kidnappers planned to kill ‘infidel’ British couple who went missing in South Africa,'” by Jane Flanagan, MailOnline, March 6, 2018:

Two British botanists kidnapped by a violent gang with links to terror group ISIS were ‘hunted’ as ‘good targets’ in a remote forest to ‘strike fear into the heart’ of those opposed to an Islamic caliphate, text messages from their attackers reveal.

Rod and Rachel Saunders were stalked as they searched for rare plants and seeds in a remote South African beauty spot, unaware of the chilling plan to snatch them.

Messages retrieved from the phones of two of three suspects arrested in the wake of the couple’s disappearance reveal the innocent pair were victims of a terror plot targeting the ‘kuffar’ –non-believers in Islam – whose bodies are ‘never found’.

New police documents presented in court today, opposing the suspects’ applications for bail, set out details of the gang’s plot to target victims whose plight would cause maximum outrage in the West.

Mr and Mrs Saunders, who live in Cape Town, were last seen hiking in the Drakensberg mountains almost a month ago after guiding a crew from a BBC gardening programme. Their Land Cruiser was found 150 miles from their final sighting, some days later, with its boot heavily stained with blood.

Hopes that the popular pair may still be found alive faded further as detective warrant officer Anuresh Lutchman, from South Africa’s anti-terror unit, revealed the chilling text messages which were exchanged between the couple’s alleged kidnappers.

There were discussions to prepare to kill the kuffar and abduct their allies, to destroy infrastructure and to put fear into the heart of the kuffar,’ his statement to the court in Durban revealed.

In one exchange, suspect Sayfydeen Aslam Del Vecchio texted his wife and co-accused Fatima Patel on 10 February to announce he had found an ideal target for their terror plan – ‘an elderly couple in the forest’. To which she responded that ‘the target’ offered the gang a ‘good hunt’.

In another phone message to an unknown contact, Del Vecchio urged the importance of the victims’ bodies never being found.

‘When the brothers in Kenya go out and do this work, it is very important that the body of the victim is never found and it remains a missing person case,’ he texted….



Sudafrica: lo Stato islamico ha pianificato di uccidere la coppia britannica per "mettere la paura nel cuore del kuffar"




"E prepara contro di loro tutto ciò che sei capace di potere e di destriero di guerra con cui puoi colpire il terrore nel nemico di Allah ..." (Corano 8:60)

Non che questo abbia qualcosa a che fare con ...

"'I sequestratori di ISIS pianificarono di uccidere' infedeli 'la coppia inglese scomparsa in Sudafrica,'" di Jane Flanagan, MailOnline, 6 marzo 2018:

Due botanici britannici rapiti da una banda violenta con legami con il gruppo terroristico ISIS sono stati "cacciati" come "buoni bersagli" in una foresta remota per "colpire la paura nel cuore" di coloro che si oppongono a un califfato islamico, rivelano messaggi di testo dei loro aggressori.

Rod e Rachel Saunders erano inseguiti mentre cercavano piante e semi rari in un remoto luogo di bellezza sudafricano, inconsapevoli del piano agghiacciante di strapparli.

Messaggi recuperati dai telefoni di due dei tre sospettati arrestati sulla scia della scomparsa della coppia rivelano che le coppie innocenti sono state vittime di un complotto terroristico diretto contro i "kuffar" - non credenti nell'Islam - i cui corpi non sono "mai trovati".

Nuovi documenti di polizia presentati oggi in tribunale, che si oppongono alle domande di rilascio su cauzione dei sospettati, espongono i dettagli del complotto della banda per colpire le vittime la cui situazione causerebbe il massimo indignazione in Occidente.

I coniugi Saunders, che vivono a Città del Capo, sono stati visti per l'ultima volta camminare sulle montagne dei Drakensberg quasi un mese fa dopo aver guidato un equipaggio di un programma di giardinaggio della BBC. Il loro Land Cruiser fu trovato a 150 miglia dal loro ultimo avvistamento, alcuni giorni dopo, con il suo stivale macchiato di sangue.

Le speranze che la coppia popolare possa ancora essere ritrovata viva svaniscono ulteriormente quando il poliziotto del detective Anuresh Lutchman, dell'unità anti-terrorismo del Sud Africa, ha rivelato i messaggi di testo agghiaccianti che sono stati scambiati tra i presunti rapitori della coppia.

Ci sono state discussioni per prepararsi ad uccidere il kuffar e rapire i loro alleati, per distruggere le infrastrutture e mettere la paura nel cuore del kuffar ", ha rivelato la sua dichiarazione alla corte di Durban.

In uno scambio, il sospetto Sayfydeen Aslam Del Vecchio ha inviato messaggi di testo a sua moglie e ha co-accusato Fatima Patel il 10 febbraio di annunciare di aver trovato un bersaglio ideale per il loro piano terroristico: "una coppia anziana nella foresta". A cui rispose che "l'obiettivo" offriva alla banda una "buona caccia".

In un altro messaggio telefonico a un contatto sconosciuto, Del Vecchio ha esortato l'importanza che i corpi delle vittime non vengano mai trovati.

'Quando i fratelli in Kenya escono e fanno questo lavoro, è molto importante che il corpo della vittima non venga mai trovato e rimanga un caso di persona scomparsa', ha scritto ....




Mandela, i bianki e i mori
viewtopic.php?f=175&t=218

Fascisti e antifascisti, nazisti, comunisti, maomettisti e zingari, la loro disumanità e inciviltà
viewtopic.php?f=205&t=2731
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 3975893749
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Re: Colonizzazzione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » sab mar 17, 2018 11:28 pm

Colonizzazione e decolonizzazione del Congo
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Re: Colonizzazzione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » sab mar 17, 2018 11:29 pm

Imperialismo italiano in Libia, Etiopia, Eritrea, Somalia


https://it.wikipedia.org/wiki/Colonialismo_italiano

Il colonialismo italiano ebbe inizio alla fine del XIX secolo, con l'acquisizione pacifica dei porti africani di Assab e Massaua, sul mar Rosso.

Il Regno d'Italia raggiunse la sua massima estensione all'inizio del suo ingresso nella seconda guerra mondiale: il suo territorio fu esteso dal Rodano ai Balcani (Francia meridionale, Dalmazia, Croazia, Montenegro, Albania e Grecia), nonché sulle isole dell'Egeo, su quattro territori africani (Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia), sulle piccole concessioni cinesi di Tientsin, Shangai ed Amoy (conquiste di un corpo di spedizione italiano in Cina) e su altri territori.
La seconda guerra mondiale fu, però, per l'Impero anche la fine: sconfitta dagli Alleati, l'Italia perse tutte le sue colonie (eccetto la Somalia, amministrazione fiduciaria e de facto mandato italiano fino al 1960).


https://it.wikipedia.org/wiki/Cronologi ... o_italiano

https://storicamente.org/gagliardi_colo ... a_fascismo



I crimini dimenticati del colonialismo italiano in Libia

https://www.vice.com/it/article/gqz774/ ... -libia-834

via Wikimedia Commons

A metà gennaio, la stampa italiana ha dato notizia di un messaggio che il leader di al-Qaeda nel Maghreb avrebbe inviato all'agenzia di stampa mauritana al-Akhbar per commentare il raggiungimento dell'intesa sul nuovo governo della Libia. Il messaggio avrebbe contenuto minacce piuttosto particolari dirette all'Italia, tra i paesi promotori dell'intesa: "Ai nuovi invasori, nipoti di Graziani, vi morderete le mani pentendovi di essere entrati nella terra di Omar al-Mukhtar e ne uscirete umiliati."

In realtà, sulla stampa internazionale non si trovano conferme dell'autenticità del messaggio ma si parla di un video—attribuito all'ISIS—contenente generiche "minacce all'Italia" e confezionato mettendo insieme degli spezzoni de Il leone del deserto, un film sull'invasione italiana della Libia finanziato da Gheddafi.

In ogni caso, il riferimento ai nomi di al-Mukhtar e Graziani è piuttosto interessante, perché si tratta di due protagonisti del colonialismo fascista in Libia: Omar al-Mukhtar, comandante della resistenza libica in Cirenaica impiccato nel 1931, e Rodolfo Graziani il generale fascista che guidò le operazioni militari in Libia ed Etiopia nonché uno dei peggiori criminali di guerra della storia d'Italia.

All'opinione pubblica italiana questi due nomi oggi non dicono granché, e anche i giornali che hanno riportato il nome di Graziani hanno minimizzato e parlato semplicemente di un riferimento a un "generale che ricoprì diversi incarichi di comando in epoca fascista e durante le guerre coloniali italiane." Ma il fatto che a citare Graziani sarebbe stato un leader jihadista è piuttosto interessante, perché dimostra—proprio quando la possibilità di un nuovo intervento militare italiano in Libia sembra farsi sempre più concreta—che i crimini del nostro colonialismo sono ancora molto vividi nella memoria storica di chi ne è stato vittima, pur essendo stati sistematicamente rimossi dalla coscienza collettiva del nostro paese.

Il nome di Omar al-Mukhtar era già stato "utilizzato per questo tipo di rivendicazioni," mi ha spiegato Matteo Dominioni, storico che da anni si occupa dei crimini del colonialismo italiano e autore di Lo sfascio dell'impero. "Nei primi anni Duemila, per esempio, è stato usato per rivendicare diversi attentati in Iraq. In questo caso, visto che si trattava di un messaggio rivolto all'Italia, veniva automatico mettere in relazione il suo nome con quello del suo carnefice, Rodolfo Graziani."


via Wikimedia Commons

Il caso di Graziani è abbastanza emblematico del modo in cui l'Italia ha fatto i conti con i suoi crimini coloniali. Inserito dall'ONU nella lista dei criminali di guerra, non è stato mai processato. Nel dopoguerra è diventato presidente onorario del MSI. Sul sito del comune di Affile, suo paese natale e dove qualche anno fa tra le polemiche gli è stato dedicato addirittura un sacrario, è definito una "figura tra le più amate e più criticate, a torto o ragione" della storia italiana.

"Tutto questo è stato possibile perché dopo la fine della guerra si è voluto mettere una pietra sopra a una certa esperienza, quella coloniale, che aveva coinvolto tutto il paese, non solo i fascisti," mi ha detto Dominioni. "Bisogna considerare che la fase più virulenta del fascismo, quella per i cui crimini vennero fatti i processi, è stata quella dal '43 al '45, mentre già dal '41 le colonie non c'erano più e i coloni erano stati deportati in campi di prigionia in Kenya o in India."

"Quando queste persone sono tornate alla fine della guerra non sembrava giusto colpevolizzarle," ha proseguito Dominioni, "anche perché erano persone che il vero fascismo delle stragi e delle deportazioni non l'avevano visto. Era semplicemente una cosa che interessava troppe persone, e così per quieto vivere si è cercato di dimenticare tutto."

Di certo c'è che alla volontà di dimenticare e non colpevolizzare eccessivamente si è affiancato anche un tentativo di sottrarre alla giustizia e alle loro responsabilità i personaggi dietro ai crimini e le atrocità che avevano accompagnato la colonizzazione italiana. Il che, alla lunga, ha avuto conseguenze terribili—perché nei fatti ha dato inizio a una gigantesca opera di rimozione storica.

"Non c'è solo il caso di Graziani. Ad esempio c'è anche Enrico Cerulli, un altro criminale di guerra mai processato, che oggi è considerato il più grande esperto italiano di Etiopia—quando in realtà il 90 percento delle cose che ha scritto in materia sono falsità inventate per giustificare la nostra occupazione del corno d'Africa," mi ha detto Dominioni. "Ci sono un sacco di esempi di questo tipo, di studiosi funzionali alla politica coloniale e tesi a giustificarla dal punto di vista culturale e politico. E queste persone hanno scritto i libri di testo su cui si sono formate generazioni di italiani."

È questo il motivo principale per cui il colonialismo italiano viene comunemente percepito come un colonialismo "dolce", diverso da quello delle altre potenze europee, e il motivo per cui esiste il mito degli "italiani brava gente" incapaci di fare veramente del male a qualcuno. La realtà, ovviamente, è diversa: la stampa europea dell'epoca considerava la colonizzazione italiana in Libia addirittura più sanguinosa di quella delle altre potenze europee e secondo Dominioni, "noi italiani dimentichiamo che nel biennio 1930-31 in Libia fu perpetrato un genocidio."

In quel periodo la Libia era formalmente una colonia, ma l'autorità italiana era limitata ai principali centri urbani della costa; il resto del Paese era in mano a gruppi ribelli. Per stroncare la ribellione, tra il 1930 e il 1931 l'intera popolazione della Cirenaica fu deportata in campi di concentramento. "In Cirenaica agivano gruppi di partigiani che attuavano tecniche di guerriglia. Lo stesso era avvenuto anche in Tripolitania, in una fase precedente, e lì la resistenza era stata stroncata con l'uso dell'aeronautica," mi ha spiegato Dominioni. "In Cirenaica però era molto più difficile. Così nel 1930, Badoglio ordinò di deportare tutta la popolazione."

E così venne fatto, creando 13 campi di concentramento nel deserto. In parallelo, l'esercito italiano utilizzò stragi, torture e crudeltà per fiaccare il morale dei ribelli.

Emblematico è il caso di Cufra, città considerata da Graziani il "centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico," che venne bombardata a tappeto e, una volta presa, saccheggiata per tre giorni tra violenze di ogni tipo. Le atrocità documentate e riemerse grazie al lavoro di storici come Angelo Del Boca sono impressionanti e parlano di stupri, decapitazioni, evirazioni, donne incinte squartate, bambini gettati in calderoni pieni di acqua bollente, anziani a cui venivano cavati gli occhi e strappate le unghie.

Nel caso di Cufra, l'esercito italiano usò anche l'aviazione per mitragliare le colonne di ribelli in fuga. "Le bombe hanno scarso effetto perché il bersaglio è diluito," si legge nella testimonianza di un pilota, "ma le mitragliatrici fanno sempre buona caccia [...] Il gioco continua per tutta la giornata, le carovane della speranza diventano un cimitero di morti." Anche armi chimiche come il fosgene e l'iprite, vietate dalla Società delle Nazioni nel 1925, continuarono a essere utilizzate dall'Italia in Libia fino al 1931.

Tutte queste atrocità fecero grande impressione nel mondo arabo. La Nation Arabe, quotidiano panarabista di Ginevra, scrisse: "Noi chiediamo ai signori italiani [...] i quali ora si gloriano di aver catturato cento donne e bambini appartenenti alle poche centinaia di abitanti male armati di Cufra che hanno resistito alla colonna occupante: che cosa c'entra tutto ciò con la civiltà?"

Mentre nel 1931 il quotidiano di Gerusalemme Al Jamia el Arabia pubblicò un manifesto in cui si ricordavano "alcune di quelle atrocità che fanno rabbrividire: da quando gli italiani hanno assalito quel paese disgraziato, non hanno cessato di usare ogni sorta di castigo senza avere pietà dei bambini né dei vecchi." Graziani, riportando il testo del manifesto nel suo libro Cirenaica pacificata, lo definì "infarcito di menzogne tali che non so se muovano più il riso o lo sdegno."

Secondo Dominioni, il risultato di questa campagna di sterminio furono circa "100mila vittime e la struttura sociale del paese completamente stravolta," ma così facendo la ribellione fu sedata e la zona più fertile della Libia divenne libera per la colonizzazione italiana.


via Wikimedia Commons

Mentre in Italia c'è stata la volontà politica di nascondere tutto questo, in Libia la resistenza contro l'occupazione italiana è diventata materia di nazionalismo, un argomento molto utilizzato dalla propaganda di Gheddafi nel suo tentativo di far convivere la cultura tradizionale e il suo progetto egemonico.

"Gheddafi su questa cosa qua ci ha costruito una propaganda, recuperando al-Mukhtar come un padre della nazione araba e un martire del panislamismo, una figura anti-coloniale e anti-imperialista," mi ha detto ancora Dominioni. "Quando poi il regime è crollato, questa mitologia è stata ripresa in un contesto più ampio, quello dell'estremismo."

Dall'altra parte del Mediterraneo, invece, i crimini del colonialismo italiano in Libia sono ancora oggi uno dei più grandi segreti inconfessati della nostra memoria storica. Secondo Dominioni si tratta di fatti ancora più taciuti di quelli compiuti in Etiopia nella fase colonialista successiva—anche perché nel caso della Libia certe stragi risalgono addirittura a prima del fascismo.

Un esempio lampante di questo è proprio il caso de Il leone del deserto, il film sulla vita di al-Mukhtar voluto da Gheddafi. Considerato "lesivo dell'onore dell'esercito italiano," in Italia il film è stato censurato e trasmesso in televisione per la prima volta solo nel 2009.

"Per farti solo un esempio: sull'ultimo numero della rivista ufficiale del corpo degli alpini c'è un lungo articolo dedicato a smentire una mia ricerca su una strage compiuta dall'esercito italiano nel 1909," ha concluso Dominioni. "Ci sono i documenti e le prove: 800 donne e bambini furono assediati dal Regio Esercito in una grotta per due settimane, stanati col gas e poi, dopo che si erano arresi, mitragliati. Più di 100 anni dopo, gli alpini negano ancora ufficialmente che sia accaduto e considerano l'autore di quella strage il loro massimo eroe. Quindi, se esistono ancora cosa del genere, possiamo ricostruire il passato quanto vuoi ma è tutto inutile."

http://www.regioesercito.it/reparti/mvsn/colfasc.htm




In Libia il colonialismo italiano non è mai finito - Khalifa Abo Khraisse
Khalifa Abo Khraisse
09 marzo 2018

https://www.internazionale.it/notizie/k ... o-italiano

Negli anni trenta mio padre ha perso due zii in una battaglia contro i fascisti ad Al Jawsh, un paesino nella Libia occidentale a ventisette chilometri circa da Shakshuk, la città d’origine di mio padre e della nostra tribù. Quel giorno per i tre fratelli era cominciato proprio come nella canzone Bella ciao: “Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”. Mio nonno è stato l’unico a sopravvivere. Si chiamava Khalifa.

Non ho conosciuto mio nonno, tutto quello che so di lui viene dai racconti che me ne faceva mio padre quand’ero bambino. Quelle storie sono una delle poche cose che condividevamo. Io preferivo i racconti di mia madre, non solo perché mi è più vicina ma anche perché mi descriveva le persone e il loro modo di vestire, di camminare e di parlare, e poi i luoghi e gli odori, i colori e le sensazioni che lei provava.

Ricordo un cartone animato che io e mio fratello adoravamo guardare da piccoli. In uno degli episodi c’era la storia di due fratelli che litigano in continuazione e che per questo finiscono trasformati in cani (credo c’entrasse la magia, ma non lo ricordo con precisione). Mio padre, in silenzio fino a quel punto, sorrideva e diceva: “Visto cosa è successo? Se continuate a litigare capiterà lo stesso anche a voi”.

Gli ultimi testimoni
Ci sono alcune persone, come mio padre, che danno continuamente lezioni di vita, e altre, come mia madre, che ti raccontano una storia e poi lasciano che sia tu a trarre le conclusioni. Da quando sono diventato adulto, forse il periodo più lungo che ho trascorso da solo con mio padre è stato l’anno scorso, quando per qualche settimana è stato ricoverato in ospedale mentre Tripoli era sull’orlo di un’altra lotta tra milizie. Io e mio fratello avevamo deciso di fare turni di ventiquattr’ore per stare con lui, così da essere sicuri che non sarebbe rimasto da solo in caso gli scontri avessero bloccato le strade in direzione dell’ospedale.

Le ore in ospedale erano lunghe, perciò abbiamo cominciato a parlare davvero, tanto. Mi ha raccontato di nuovo tanti episodi che avevo ascoltato da bambino, ma stavolta mi ha dato la versione integrale e ha risposto alle mie domande.

Ho capito allora che i testimoni dell’epoca dell’occupazione italiana e della seconda guerra mondiale sono anziani, e che i ricordi di queste generazioni spariranno con loro. Senza le loro voci, nessuno potrà più parlare di quell’epoca a partire da un’esperienza personale e l’unica fonte a nostra disposizione resterà il sapere che ci ha trasmesso il regime, con una notevole “sintesi” storica. Questo ha determinato un divario tra le generazioni, e tutte le volte che si crea un divario si crea anche la necessità di riempirlo. Oggi il dibattito su quell’epoca è complicato, e nessuno è interessato a comprendere le complessità.

Alle generazioni postbelliche sono stati insegnati solo alcuni fatti, che non potevano in nessun modo essere contestati

Per esempio, agli studenti a scuola non s’insegna che molti libici collaborarono con i fascisti, che intere brigate e molti capi tribù lavorarono e combatterono per loro e si divisero al proprio interno per questo. Non leggiamo delle reclute che marciarono al fianco dei soldati italiani per conquistare l’Etiopia. Per non parlare del dibattito sui crimini commessi contro gli ebrei libici: era ed è ancora un tabù. In realtà alcune delle famiglie più ricche nella Libia di oggi devono la loro prosperità a quel periodo, ai soldi e alle proprietà che rubarono agli ebrei costretti a lasciare il loro paese.

Alle generazioni postbelliche sono stati insegnati solo alcuni fatti, che non potevano in nessun modo essere contestati. Per più di quarant’anni il governo libico ha scelto di ignorarne alcuni e amplificarne altri. Lo strumento principale è stato il Centro nazionale per gli archivi e gli studi storici. Fondato nel 1977 con il nome di Centro per le ricerche e gli studi sul jihad libico, nel 1980 era diventato il Centro del jihad libico per gli studi storici. Questo centro è stato istituito soprattutto con l’obiettivo di “condurre ricerche di tipo documentario, raccogliere manoscritti, documenti e opere legate al suo scopo, e documentare tutte le fasi del jihad libico contro la colonizzazione italiana”. Il 24 marzo 2009 lo hanno unito al Centro nazionale per i manoscritti e gli archivi trasformandolo appunto in Centro nazionale per gli archivi e gli studi storici.

All’inizio del 2009 era stato diffuso un “annuncio importante”: “Il Centro del jihad libico sta registrando i nomi dei fratelli che hanno combattuto con l’Italia in Abissinia, Eritrea, Somalia e nella seconda guerra mondiale, e gli impiegati e gli operai libici che hanno collaborato con l’amministrazione coloniale italiana dal 1911 al 1942. I fratelli in questione, i loro nipoti o parenti devono affrettarsi per andare al centro del jihad di Tripoli o alle sue filiali in tutta la Jamahiriya (Libia) per riempire il modulo di registrazione”.

Perché questo improvviso interesse per un argomento fino ad allora trascurato? Il motivo per cui il Centro era stato incaricato di preparare quelle liste è che il governo italiano aveva accordato “il ripristino del pagamento delle pensioni ai titolari libici e ai loro eredi che, sulla base della vigente nominativa italiana, ne abbiano diritto”, secondo quanto si leggeva nel Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Libia e la repubblica italiana firmato a Bengasi nel 2008.

È come se annunciaste la possibilità di pagare i collaboratori del regime nazista nei paesi europei occupati dalla Germania durante la seconda guerra mondiale, compresi quelli che hanno lavorato nei campi di concentramento nazisti e quelli che hanno contribuito a reprimere la resistenza. Quante persone o familiari sarebbero orgogliosi di fare un passo avanti e annunciare che il loro padre o nonno hanno collaborato con i fascisti e ritirare la loro pensione? Non molti, immagino, ed era proprio questo lo scopo di quell’articolo: per quanto umiliante possa essere, non sarà mai davvero applicato, non è altro che un trucco dell’accordo.

Se avessero davvero voluto risarcire le vittime dei fascisti, avrebbero dovuto offrirsi di pagare le vittime dei campi di concentramento

L’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha dichiarato a proposito dell’accordo: “C’è un riconoscimento completo e morale dei danni inflitti alla Libia da parte dell’Italia durante il periodo coloniale”. Nonostante le dichiarazioni, esaminando gli articoli del trattato e prestando attenzione non solo a quello che è scritto ma anche a quello che non è scritto, si nota qualcos’altro.

“L’Italia, sulla base delle proposte avanzate dalla Grande Jamahiriya e delle successive discussioni intervenute, si impegna a reperire i fondi finanziari necessari per la realizzazione di progetti infrastrutturali di base che vengono concordati tra i due Paesi nei limiti della somma di cinque miliardi di dollari americani, per un importo annuale di 250 milioni di dollari americani per 20 anni”. Il pacchetto di risarcimento comprende progetti di costruzione, borse di studio per studenti (cento) e pensioni per i soldati libici che hanno prestato servizio nell’esercito italiano durante il periodo coloniale.

Se avessero davvero voluto risarcire le vittime dei fascisti, avrebbero dovuto offrirsi di pagare le vittime dei campi di concentramento e dei tribunali militari, che hanno condannato a morte tanti libici dopo processi sommari. Quello che è stato vagamente annunciato come un “risarcimento completo e morale” non è andato oltre quella frase. Di fatto l’accordo non solo ha ignorato i crimini dei fascisti, ma ha cercato di premiare i libici che hanno contribuito a commetterli. In quei campi di concentramento è stato ucciso un terzo della popolazione della Cirenaica: quelli che non sono stati giustiziati o non sono morti a causa di epidemie, sono morti di fame o uccisi dalle lunghe marce forzate”. Tutto ebbe inizio quando Mussolini – “il più grande bluff d’Europa”, come lo definì Hemingway – assunse il controllo dell’Italia.

Il genocidio libico
Dopo la marcia su Roma, Mussolini dichiarò dal suo balcone che avrebbe reso di nuovo grande l’Italia. Forse offrì alla folla eccitata una delle sue pose da supereroe; per lui quel balcone era l’equivalente di un account Twitter. La Libia era il primo articolo da spuntare nella sua lista di cose da fare per rendere di nuovo grande l’Italia, e così iniziò la “pacificazione della Libia”, o meglio il “genocidio libico”.

La campagna partì nel 1923, quando soldati armati fino ai denti e sostenuti da aeroplani e mercenari marciarono contro i libici, che possedevano solo vecchi fucili ottomani, cavalli e cammelli. Alla fine del 1924 la Tripolitania era interamente sottomessa. Le tribù erano troppo impegnate a combattere le une contro le altre, e la resistenza disorganizzata ne rese più facile la sconfitta. Nel 1929 le due regioni e il Fezzan del nord furono unificate. La resistenza era ridotta a piccoli gruppi in Cirenaica, sotto la guida di Omar al Mukhtar. Continuarono a condurre una guerra di guerriglia sfruttando la loro conoscenza del territorio e la loro facilità di spostamento.

Distruggere ciò che restava della resistenza divenne la missione del generale Graziani. Per riuscirci era disposto a tutto, anche all’uso di bombe all’iprite, nonostante l’Italia avesse firmato nel 1925 la convenzione di Ginevra sulla messa al bando delle armi chimiche in battaglia. Pensava che il modo migliore per affrontare la resistenza fosse isolarla. Poi diede il via alle deportazioni di massa dei libici rinchiudendoli nei campi di concentramento.

Per descrivere uno di questi campi prenderò in prestito alcuni paragrafi scritti da un sopravvissuto al campo di concentramento di El Aghelia, Ibrahim al Arabi al Ghamari:

La terra era desolata. Circondati da sabbia e acquitrini, priva di popolazione. C’era un piccolo forte per le ispezioni, circondato da torri, a loro volta circondate da filo spinato per poter contenere il maggior numero possibile di detenuti. C’era un cancello presidiato da agenti di polizia. Fuori a farmi la guardia c’erano contingenti di mercenari somali ed eritrei. Avevano costruito loro le torri con gli uffici del forte per il personale, era compito loro registrare i detenuti e ispezionarli, ogni mattina.
Ogni mattina tutti i detenuti dovevano presentarsi negli uffici del personale per registrare la loro presenza. Se qualcuno non si presentava, voleva dire che era morto. Malati e disabili invece dovevano essere portati sulle spalle senza discussione.
Ogni mattina dopo l’appello sceglievano i più giovani e quelli in grado di lavorare e li dividevano in quattro squadre: una era addetta alla pulizia degli uffici, delle latrine e delle stalle, e chi ne faceva parte doveva trasportare sulla schiena i rifiuti fuori dal campo. Un’altra squadra doveva pulire il campo e svolgere altri lavori. I membri di una terza squadra dovevano trasportare sulla schiena le merci dal porto ai negozi, destinati a rifornire soltanto i militari. A una quarta squadra spettava il compito di trasportare fino ai negozi la legna da ardere. Io appartenevo a quest’ultima squadra.
Agli anziani spettava il compito di trasportare i cadaveri e seppellirli. Ogni giorno c’erano almeno centocinquanta morti. Venivano seppelliti in fosse poco profonde. Non avevano la forza di scavare buche profonde, perciò i cadaveri erano vulnerabili agli attacchi delle iene, dei lupi, delle volpi e dei cani. I corpi andavano in putrefazione e questo ha contaminato tutto il sito, costringendo i responsabili a trasferirlo a un chilometro di distanza.
Tra i detenuti era pericolosamente diffusa la carestia, e molti hanno iniziato a morire di fame. Dopo la morte di un gran numero di detenuti per la fame, la maggior parte dei quali anziani e bambini, le guardie hanno iniziato a distribuire grano importato dalla Tunisia. A ogni persona spettavano due chili di grano ogni due settimane. I detenuti lo cuocevano sul fuoco per migliorarne il sapore e bevevano l’acqua per riempirsi le pance. Molti avevano ulcere in bocca e gengive sanguinanti.
La diffusione di terribili malattie tra i detenuti ha eliminato quasi tutti gli altri. I pazienti venivano ricoverati in tende situate in una angolo lontano del campo, accanto al filo spinato. Se una persona mostrava i sintomi della malattia, la sua famiglia era obbligata a trasferirlo immediatamente in una di queste tende e lasciarlo lì a morire. Nessuno poteva stargli accanto, era proibito. Ogni mattina un parente andava a trovarlo. Se lo trovava morto doveva informare l’ufficio per la registrazione dei detenuti. Questa era l’unica cura consentita. Se una persona ammalata moriva a casa prima di essere stata trasferita nella tenda per i pazienti, venivano inflitte dalle 300 alle 500 frustate ai familiari, che venivano inoltre privati della razione settimanale di grano.
Abbiamo patito molto in queste condizioni disumane: fame, sete e umiliazione erano parte della nostra quotidianità. Non importava se davanti avevano un giovane o un anziano, un uomo o una donna, erano indifferenti a tutto. Le donne venivano frustate sulle gambe e gli uomini sul petto e sulla schiena, dopo averli legati a un palo conficcato per terra.

In occasione di una conferenza stampa durante la sua visita a Roma, Gheddafi ha detto “il mio amico Berlusconi, un amico che oggi tutti i libici conoscono, dopo che con le sue tante utilissime visite in Libia ha aperto la via a questo trattato”. Beh, tutti i libici conoscono Berlusconi solo per la squadra del Milan, e lo ricorderanno per sempre, dopo la sua visita in Libia per firmare il trattato, come il leader italiano che ha baciato la mano di Gheddafi. L’unico e solo canale televisivo nella Libia dell’epoca ha continuato a mandare in onda quel bacio all’infinito. Nel caso non lo aveste visto, ecco a voi un link.

Gheddafi voleva solo questo, apparire. Dal suo punto di vista, voleva dimostrare al mondo e ai suoi cittadini che era ancora “l’uomo di ferro”, come lo definiva Berlusconi. Ha sempre dichiarato di voler rendere di nuovo grande la Libia, addirittura ha rinominato il paese “Grande Jamahiriya araba”. Questa grandezza si manifestava soprattutto nell’ostilità contro le altre nazioni, nei discorsi di odio, nell’eliminazione di ogni opposizione e nell’acquisto di miliardi di dollari di armi con le ingenti riserve petrolifere della Libia.

L’accordo ha inoltre offerto a Gheddafi l’opportunità di ricompensare il suo amico per “’importante contributo dell’Italia al fine del superamento del periodo dell’embargo nei confronti della Grande Jamahiriya”, come sottolineato nell’introduzione all’accordo. Berlusconi non è solo un politico e uomo d’affari, è anche un uomo di spettacolo, come lo stesso Gheddafi, e ha così sintetizzato il vero scopo dell’accordo: “Grazie al trattato siglato oggi, l’Italia potrà vedere ridotto il numero dei clandestini che giungono sulle nostre coste e disporre anche di maggiori quantità di gas e di petrolio libico, che è della migliore qualità”. In poche parole, finché farete scorrere il vostro petrolio e terrete i migranti nella vostra parte di Mediterraneo saremo amici e potremo far finta che nel vostro paese non succeda niente di male.

I nuovi campi
È paradossale che, oltre a ignorare i campi di concentramento e premiare i collaboratori che ci lavoravano, l’accordo abbia gettato le basi per una nuova epoca di campi di concentramento finanziati dall’Italia con l’aiuto di collaborazionisti libici che vengono pagati generosamente. L’unica differenza oggi è che eritrei e somali sono dentro quei campi e non fuori a fare la guardia.

Nel 2011, durante i suoi ultimi mesi al potere, Gheddafi ha spalancato la strada alle barche: chiunque avesse un’imbarcazione veniva pagato per riempirla di migranti e mandarli in mare. Quando il diavolo che conoscevano è andato via, la Libia si è divisa tra molti nuovi diavoli sconosciuti. Il nuovo accordo firmato con Al Sarraj ha revocato e cancellato molti articoli contenuti nella precedente versione. L’ultimo aggiornamento dell’accordo è andato ancora più dritto al punto: ridurre i migranti e tenerli in Libia in cambio di denaro. Stavolta però niente baciamano.

Però c’era un tranello: i nuovi diavoli non sono stati in grado di offrire quello che aveva offerto Gheddafi, ossia il silenzio più assoluto. Per quarant’anni di dittatura Gheddafi ha avuto il totale controllo dei mezzi d’informazione e ha represso tutte le voci, mentre i nuovi signori della guerra non possono controllare del tutto ciò che succede nel mondo. E non si può dire certo che non ci provino.

Tuttavia la parte di questo accordo che preferisco è questa: “A partire dal corrente anno, il giorno del 30 agosto viene considerato, in Italia e nella Grande Jamahiriya, Giornata dell’amicizia italo-libica”. Questa data segna e rappresenta esattamente il contrario, è un promemoria di questo accordo vergognoso e disonorevole. Niente al mondo mi farebbe più piacere oggi di un vero giorno per festeggiare l’amicizia tra Italia e Libia, per avviare una vera cooperazione, uno scambio culturale e un dialogo sincero, distante da loschi accordi disumani.

Libici e italiani non sono responsabili delle azioni dei peggiori tra i loro concittadini. Credo che le persone siano responsabili solo delle loro azioni, di ciò che hanno fatto e anche di ciò che non hanno fatto. Chi approva in silenzio è colpevole tanto quanto chi commette un crimine. Dopo aver letto un libro o guardato un film sulla seconda guerra mondiale e sui crimini orribili commessi da nazisti e fascisti, chiunque a un certo punto si sarà chiesto cosa avrebbe fatto se fosse stato lì, se fosse vissuto in quel periodo. Adesso abbiamo la possibilità di conoscere la risposta. Viviamo in tempi interessanti, oggi sta succedendo di nuovo. Cambiano i nomi e le giustificazioni, ma oggi di nuovo ci sono persone gettate nei campi di concentramento finanziati dai soldi dei contribuenti italiani (adesso mi sembro proprio mio padre).

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
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Re: Colonizzazzione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » sab mar 17, 2018 11:29 pm

???
http://www.storiacontemporanea.eu/imper ... nizzazione

Decolonizzazione

Il mondo disegnato dall’età dell’imperialismo presentava evidenti squilibri. Prima ancora che di natura economica o geopolitica di semplice contabilità:

1 cittadino britannico comandava su 100 indiani
1 cittadino italiano comandava su 29 etiopici
1 cittadino belga comandava su 170 congolesi

Solo per fare qualche esempio.
Ma questo è solo un aspetto esteriore della situazione. L’aspetto veramente decisivo, su cui ruota qualunque analisi seria del fenomeno, è la sconvolgente trasformazione a cui sono stati sottoposti i popoli soggetti a dominio. In altre parole il fenomeno del colonialismo ha segnato l’apogeo della “cultura unica”, della presunzione di imporre una propria visione del mondo agli altri. Il paradosso a cui si è andati incontro – una tendenza che in tempi di decolonizzazione si è anche accentuata - è che il mondo extraeuropeo si è adattato all’idea di civiltà sottosviluppata che l’europeo gli attribuiva. L’ignoranza e l’incapacità di concepire il mondo al di fuori di alcuni particolari valori hanno reso possibile un’incredibile sistema di relazioni (economiche, culturali) tra i paesi tale da giungere, con una progressione spaventosa, ai dati di povertà attuali. Che sono i più alti nella storia, a fronte di una ricchezza complessiva decine se non centinaia di volte superiore a quella di 30 o 50 anni fa.

Cronologia della decolonizzazione
La decolonizzazione è il fenomeno che porta alla nascita di stati indipendenti dove prima c’erano possedimenti coloniali.

NOTA BENE : prima della colonizzazione NON C’ERANO stati sovrani. I casi di entità statali precedenti al dominio straniero sono eccezioni. I territori e le popolazioni erano organizzati secondo altri schemi socio-politici: c’erano autorità religiose (i califfati nell’area medio-orientale) oppure autorità locali oppure regni basati sulla semplice fedeltà, senza confini e struttura statale. Un mondo estremamente vario e multiforme quasi indefinito: un insieme posti ognuno dei quali potrebbe dirsi come il “luogo delle differenze”.

Il 1946 festeggia il primo paese libero dal dominio: sono le Filippine. Il 1947 è l’anno dell’India. Il nuovo governo laburista di Clemente Attlee concede l’agognata indipendenza – è il trionfo della strategia della nonviolenza e della resistenza passiva di Ghandi – ma la rivalità interreligiosa tra mussulmani e indù, incentivata dagli stessi inglesi nel tentativo di spaccare il fronte anticolonialista, porta alla secessione del nord-est: nasce il Pakistan.

1949 tocca all’Indonesia;
1951 Libia (era sottoposta all’amministrazione britannica);
1957-62 viene disegnata la mappa geopolitica dell’Africa. Nascono Senegal, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo, Repubblica Centroafricana, Camerun, Ciad, Gabon…
1962 L’Algeria, dopo una durissima guerra civile, proclama l’indipendenza.
1970 si completa la liberazione coloniale nel continente nero: Angola, Monzambico, Guinea-Bissau, Isole di Capoverde. Anche il Portogallo entra nel club dei paesi ex-colonialisti.


Domanda cruciale: diventano veramente indipendenti?

Economicamente NO
Culturalmente NO
Politicamente SI



LOTTA DI LIBERAZIONE

La lotta di liberazione ha una lunga storia e una curiosa evoluzione. I primi successi militari dei paesi extraeuropei giungono a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nel 1896 Adua è il teatro della disfatta dell’esercito italiano, sopraffatto dalle truppe di Menelik re d’Etiopia. Nel 1905 è il turno della Russia ad essere sconfitta da un esercito non europeo: il Giappone della modernizzazione lampo voluta da Meji.

Il modello più affascinante della storia della decolonizzazione è quello proposto e realizzato Ghandi. Per rivendicare l’indipendenza del continente indiano Ghandi introduce due elementi nuovi:

1. La forma partito.
2. La filosofia della non violenza e della resistenza passiva.

Nel 1920 riorganizza il Partito del Congresso con lo scopo di promuovere un’azione politica coinvolgendo le masse popolari. Accanto alla libertà dal dominio inglese il partito proponeva una piattaforma democratica per il progresso di tutto il popolo.

Rivoluzionario fu la pratica con cui portò avanti l’azione politica: non attentati terroristici e guerriglia, bensì resistenza passiva e propaganda attraverso la filosofia della non violenza. Sul terreno militare i britannici erano imbattibili: per vincere bisognava cambiare il campo di gioco!


DOPOGUERRA

La seconda guerra mondiale cambiò la gerarchia geopolitica. Usa e Urss grandi potenze antagoniste, l’Europa destinata ad un inevitabile ridimensionamento. In questo quadro la smobilitazione delle colonie si rivelò un punto fondamentale per la politica internazionale del dopoguerra. Non solo. Dal punto di vista economico i paesi liberi dal dominio europeo potevano essere preziosi alleati per l’ideologia liberista o per quella comunista. Spesso la decisione delle leadership indipendentiste se appartenere a un campo o all’altro era puramente strumentale; la grande tragedia della decolonizzazione sta quasi tutta in questa ingerenza.

Infatti la lotta di liberazione era condotta contro i paesi occidentali MA con la mentalità, i valori, la logica politica degli occidentali stessi. Le élite che guidavano i movimenti indipendentisti – che fossero o meno socialistizzanti – erano istruiti nei college inglesi o americani o francesi: pensavano alla libertà del popolo ma secondo aspettative tipiche degli europei: uno stato nazionale, una religione unica, una transizione economica che mirasse all’industrializzazione e alla rapida crescita economica.

La libertà politica muterà in breve in dipendenza economica, in sottomissione ideologica e culturale, in spoliazione delle ricchezze naturali e delle ricchezze culturali. Vediamo in che modo si è realizzato questa rapina.


Economia

Premesso che i paesi in area comunista (Vietnam, Corea del Nord, Laos e molti altri) non avevano possibilità di sviluppo per molteplici ragioni, concentriamo la nostra attenzione sui modelli adottati e imposti per la parte “libera” delle aree ex-colonie.

I paesi affrancati dal dominio coloniale furono invitati a seguire il modello Rostow, cioè creare le condizioni perché si ripetesse il miracolo dell’Inghilterra a fine ‘700 e giungere così ad una società industrializzata (punto 1) regolata dal libero mercato (punto 2) guidata da una borghesia dinamica e influente (punto 3).

La cosa non funzionò.

I motivi sono in parte intuitivi – troppe le differenze! – in parte che richiedono un po’ di approfondimento.

Frank Fanon nel suo “I dannati della terra” del 1959 ci parla di un mondo abituato da decenni o secoli alla dominazione: uomini e donne assuefati nel modo di pensare alla sudditanza. Anche fisicamente il mondo coloniale è particolare: da una parte i quartieri ricchi e lussuosi (una ricchezza spesso maggiore e sicuramente più sfacciata di quella della madrepatria) dall’altra città malfamate, sovraffollate, strade sporche, con grande povertà. “I rapporti tra coloni e colonizzati sono rapporti di massa”.

Dal punto di vista storico dobbiamo evidenziare l’importanza del processo 1945-1970 (o anche e meglio 1896-2008) sul momento (anno di indipendenza).

Le differenze di ricchezza nord-sud sono mutate profondamente nel corso del processo di colonizzazione e decolonizzazione:

P. Bairoch ha tracciato un percorso su base 1 per dare l’idea del progresso nelle diverse aree del pianeta:

EUROPA RESTO DEL MONDO (Cina e India)
1850 1 1
1900 35 2
1950 135 5
1990 412 9




È lo sviluppo del sottosviluppo, non crescita autonoma. È anche la ragione dei flussi migratori verso le zone di sviluppo. N.B. I processi di globalizzazione (vedi sezione) allargano drammaticamente la forbice.



da completare...

Visto dall’altra parte

Consapevoli dell’impossibilità di fornire una visione realistica del pensiero e dell’esperienza dal punto di vista dei colonizzati, questa sezione è un piccolo contributo contro quella deprecabile pratica di trattare qualunque problema assumendo tutte le parti: degli sfruttati, degli sfruttatori, dei generosi e dei cinici. Così avviene sui giornali, sulle Tv, nelle Ong, nei siti internet, nelle manifestazioni antirazziste….spesso la voce dei veri protagonisti resta sullo sfondo, ai margini: sono gli europei o i loro discendenti, che massicciamente inondano i mezzi di informazione con una storia del dominio coloniale basata su luoghi comuni e amnesie, nonché con spiegazioni socio-economiche del sottosviluppo al limite dell’incomprensibilità. Ecco perché si conclude con un intervento di Doudou Diene e una storia recentissima, ma identica a mille altre dell'Africa, di guerra e di ipocrisia.


Le quattro “emme” del colonialismo

Gli africani parlano della colonizzazione citando le "quattro emme" :
La prima M è riservata ai monaci. Sono stati loro, in qualità di missionari, i primi ad arrivare.
Dopo sono arrivati i militari. Le nuove leggi, del commercio, del lavoro e delle tasse, dovevano pur essere imposte con la forza. Nell’Ottocento la chiamavano civilizzazione; nel dopoguerra Sviluppo. Oggi modernizzazione oppure libertà (!), almeno secondo George W. Bush.
Con l’ordine ristabilito, poterono arrivare i mercanti. Il libero commercio imposto a tutto il mondo, questa è la sostanza della globalizzazione.
L’ultima emme è riservata ai memorialisti. Una volta destrutturata la società indigena, intellettuali, professori, economisti, politici, storici si sono gettati in un’opera pazzesca e devastante: riscrivere la memoria storica, la cultura e l’identità dei popoli dominati. Naturalmente per fare questo andava distrutta l’identità esistente.

(Intervento di Doudou Diene, funzionario Onu, a San Rossore nel luglio 2008)


Le guerre d’Africa

(A proposito della guerra della Repubblica Democratica del Congo – l’ennesima guerra d’Africa - e dei suoi governi corrotti)

"… Al di sopra di tutti questi falchi ci sono le multinazionali, principalmente anglosassoni, che nell’ombra tirano le fila del gioco. Sono loro i veri mandanti di tutte queste guerre grazie alla loro influenza economica sulla politica estera dei loro governi. La prova evidente è rappresentata dalla crisi finanziaria internazionale che ha scosso seriamente il mondo occidentale disarticolando il sistema bancario. Consapevoli della fragilità dei loro regimi, i governi occidentali si sono uniti per sostenere le banche - una cosa mai vista in un regime capitalistico - invece di sanzionarle per il loro fallimento. La crisi permette di capire le cause nascoste della guerra in Africa orientale, in particolare nel Kivu, così come è successo in Afghanistan con il gas del mar Caspio e in Iraq con il petrolio. La Rdc possiede petrolio, diamanti, gas, oro, legname, niobio, coltan e altri prodotti preziosi. Le multinazionali non arretrano di fronte a nulla, e hanno uomini influenti all'interno dei governi occidentali e delle istituzioni internazionali per servire le loro cause e i loro interessi, per orientare le grandi decisioni nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La debolezza delle missioni di pace dell’Onu in Angola, in Ruanda, in Bosnia Erzegovina, in Somalia e adesso nella Repubblica Democratica del Congo non è casuale. Si tratta di fallimenti voluti e programmati, che favoriscono queste politiche di controllo dei governi e delle loro ricchezze e la creazione di stati deboli e incapaci di imporsi.

L’unico modo per riportare la pace, la sicurezza e lo sviluppo nella regione dei grandi laghi è impegnarsi a combattere i veri beneficiari di questa guerra.

Le Pontentiel, Repubblica democratica del Congo (da Internazionale del 7/11/2008).



???
Le responsabilità europee sull’Africa – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”
14 marzo 2014

http://www.gheddopiero.it/index.php/le- ... e-missione

Di tanto in tanto, vengo «provocato» nel corso di incontri o dibattiti, a parlare di un tema spinoso quale la colonizzazione dei Paesi poveri. Talvolta si rivolgono a me per un parere studenti o amici. Massimo Ciacchini di Livorno, ad esempio, mi scrive: «Caro padre, lei ha viaggiato molto in Africa e la studia da tanti anni. Le chiedo un favore. Mio figlio deve fare una tesina sulla colonizzazione e decolonizzazione del continente africano. Gli dia qualche idea su cui lavorare». Conosco abbastanza l’Africa, credo di averne visitato una trentina di Paesi e alcuni più volte, ma non ho scritto nulla di specifico sull’argomento colonizzazione e decolonizzazione, anche se in diversi miei libri ho toccato il tema. Nel corso degli anni, ho maturato alcune idee generali, che provo qui ad esporre.

1) La colonizzazione è stata un fenomeno storico ambivalente. Da un lato possiamo considerarlo molto positivo: ha aperto i popoli a quello che è il mondo moderno con i diritti dell’uomo e della donna, il progresso tecnico-scientifico, la democrazia, la scuola e la medicina moderne, ecc. Il cosiddetto «mondo moderno» è nato in Europa da radici cristiane e poi è stato diffuso dagli europei, spesso con metodi disumani come lo schiavismo in Africa. Dall’altro lato la colonizzazione è stato un fenomeno negativo perché i colonizzatori non hanno formato una classe media capace di sostenere il proprio Paese; inoltre, hanno portato il mondo moderno, ma non l’esempio di Cristo e il Vangelo; o meglio, i missionari hanno testimoniato il Vangelo e la carità cristiana, ma in misura minima rispetto al fenomeno complessivo della colonizzazione in Africa.

2) Anche la decolonizzazione dell’Africa dopo la seconda guerra mondiale, quando l’Occidente era stremato e i popoli ormai coscienti del diritto all’indipendenza (almeno le poche élites istruite), è stato un fenomeno con luci e ombre. Positivo da un lato, perché ha ridato ai popoli africani la loro libertà; ma negativo dall’altro perché l’ha fatto senza preoccuparsi troppo di cosa sarebbe successo dopo! Non pochi Paesi dell’Africa nera all’indomani dell’indipendenza sono precipitati in dittature personali o di etnia, in regimi comunisti che hanno peggiorato i danni della colonizzazione, creando Paesi che da molti anni vivono nel caos o nella guerriglia (la Somalia è un esempio, ma purtroppo non è il solo!).

3) Oggi dovremmo riparare i danni della colonizzazione troppo egoista e della decolonizzazione troppo rapida e senza quasi preparazione dei popoli all’indipendenza. Esempio classico il Congo belga (oggi Repubblica democratica del Congo), esteso sette volte l’Italia e con 15 milioni di abitanti nel 1960. Il 1° luglio di quell’anno giunge all’indipendenza con soli 14 laureati, alcuni dei quali purtroppo educati a Mosca all’odio verso l’Occidente. Sale al potere uno di questi, Patrice Lumumba, che una settimana dopo l’indipendenza espelle tutti gli stranieri e specialmente i belgi che tenevano in piedi l’economia, i trasporti, gli aerei, le banche, i commerci internazionali, la medicina e gli ospedali, le scuole superiori, la polizia e l’esercito, ecc. In un mese il Congo è precipitato nel caos! Non si parla mai dei danni gravissimi che un’ideologia disumana come il comunismo, sostenuto dalle sinistre europee, ha prodotto in Africa.

In Europa oggi, quando si tratta di aiutare i Paesi poveri parliamo sempre e solo di soldi: debito estero, prezzi materie prime, giustizia internazionale, piani di sviluppo, ecc. Ma il sottosviluppo non viene dalla mancanza di soldi, bensì dalla mancanza di educazione del popolo, da culture e mentalità e religioni non ancora evolutesi (ad esempio l’islam), di strutture sociali non adeguate ecc. Lo sviluppo viene anzitutto dall’educazione, dalla libertà di pensiero e di religione. Quindi non basta mandare molti soldi (anche se bisogna continuare a farlo). Non può bastare. Il vero problema è di aiutare i governi ad educare i loro popoli, anche inviando personale scolastico, medico, tecnico che si adatti a vivere a livello di popolo e ad educarlo. È quello che fanno i missionari e i volontari laici, che donano la vita o qualche anno della loro esistenza. Ma questi sono ignorati dai mass media! D’altra parte, come si fa a mandare volontari, missionari, operatori sociali, se non abbiamo più una vita cristiana in Italia e diminuiscono le famiglie cristiane?
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Berto
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Re: Colonizzazzione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 12:30 am

Agli africani non dobbiamo nulla, poiché hanno sterminato e cacciato quasi tutti i bianchi dal loro continente.
Da decenni gli africani hanno cacciato quasi tutti gli invasori-colonizzatori bianchi europei e cristiani arrivati a partire dal secolo 18°;
li hanno in parte sterminati e in parte cacciati senza alcun risarcimento; i pochi rimasti come in Sudafrica vivono una specie di apartheid e gli africani di quel paese sanno che senza di loro starebbero molto peggio.



Ma gli africani non hanno mai cacciato gli arabi islamici poiché costoro hanno sterminato tutti coloro che potevano ribellarsi e li altri sono stati costretti a convertirsi.


Decolonizzazione
https://it.wikipedia.org/wiki/Decolonizzazione
http://www.voyagesphotosmanu.com/decolo ... frica.html


https://it.wikipedia.org/wiki/Africa_addio




I bianchi discriminati in Sudafrica

https://it.wikipedia.org/wiki/Razzismo_contro_i_bianchi


Il Sudafrica dopo Mandela: dove la minoranza bianca è discriminata e sotto la soglia della povertà
Giulia Bonaudi - Ven, 04/12/2015
http://www.ilgiornale.it/news/mondo/i-b ... 01485.html

Dalla fine delle politiche discriminatorie verso i neri in Sudafrica si è verificato una sorta di apartheid all'inverso: oggi ad essere discriminati sono bianchi, molti dei quali infatti sono senza lavoro e senza casa.

Se da un lato i neri hanno subito un processo di empowerment, termine che sta ad indicare la forza e il potere conquistati; dall'altro lato, quasi come se fosse il rovescio della stessa medaglia, i bianchi hanno visto diminuire la loro influenza nella società sudafricana.

Ann le Roux è una donna sudafricana bianca di sessant'anni. Nel 1994, quando Nelson Mandela divenne il primo presidente nero del Sudafrica, viveva in una casa a Melville, un quartiere della città di Johannesburg, con la sua famiglia. Dopo la morte del marito, Ann fu costretta a vendere la sua casa di Melville. A causa delle politiche governative mirate a promuovere l'assunzione dei neri alla fine dell'apartheid. Ad aggravare la situazione della donna è arrivato il licenziamento, avvenuto in seguito a una pausa che si era presa per via del lutto familiare. Sedici anni dopo, Ann è costretta a vivere tra una roulotte e una tenda che divide con altre sette persone, tra cui sua figlia e i suoi quattro nipoti, nel campo abusivo di Coronation Park, a Krugersdorp.

A quanto pare, quindi, vi sono minoranze etniche che hanno la precendeza nella lottta alla discriminazione raziale. E la minoranza bianca sudafricana non sembra rientrare tra queste. Sono i nuovi poveri del Sudafrica, migliaia di bianchi che un tempo appartenevano alla classe media, e che oggi come Ann si trovano costretti a chiedere l’elemosina o a vendere gadget improbabili, annidati nei parcheggi dei supermarket ad aiutare per una manovra, sperando nella generosità di qualcuno. Trovare lavoro poi è diventato impossibile: tanto più che moltissime compagnie hanno smesso da tempo di assumere impiegati bianchi. In molti moduli di accettazione online, una volta arrivati alla richiesta della razza, il processo si interrompe per chi barra la casella ‘white’. Nessuna assunzione per loro.

Si stima che i sudafricani bianchi che oggi vivono nei campi abusivi sono circa 450mila. "Al momento, il nostro colore non è il colore giusto in Sudafrica", ha detto Ann La Roux. Dunque, a conti fatti, sembrerebbe che il Sudafrica è ancora più ineguale di quello del 1994.




Non c’è futuro per bianchi in Sud Africa
sabato 6 settembre 2008

http://www.agoravox.it/Non-c-e-futuro-p ... n-Sud.html

I criminali hanno già preso il potere in Sud Africa e non c’è più un futuro
per gli Africani Bianchi, nativi di questo Paese, oramai.

Questo è uno dei tanti messaggi fatto conoscere da Andries Ludik, Avvocato Sud Africano, molto conosciuto, la cui famiglia è stata attaccata in casa, da criminali,terrorizzata , sua moglie Margot, stuprata in fronte al loro giovane figlio la settimana scorsa.

L’Avvocato racconta: giusto guidando lungo i quarieri periferici, vedo come adesso è il Sud Africa, dappertutto, alti muri e reti elettrificate. Mi sono mosso da Morelatapark (zona vicino Pretoria), per andare in un complesso residenziate sicuro, a nord est di Pretoria, e scopriamo una persona dentro la nostra casa, armata, tutti i soldi spesi per proteggere le nostre vite, di mia moglie e dei miei figli, non è servito, perchè siamo stati attaccati lo stesso.

Essere attaccati e sottoposti ad una serie interminabile di violenze, torturati, e terrrorizzati, da criminali, entrati nelle nostre case, e rimasti impuniti, è semplicemene disgustoso.

Le persone di pelle chiara, i bianchi, sono forzati ad andarsene dal Sud Africa, perchè il regime del Governo, l’ANC, usa una barriere razzista per allontanare dal mercato del lavoro, i bianchi, preferendo solo coloro di
pelle scura, e tagliando fuori, coloro che sono semplicemente, bianchi.

La legge sull’Eonomia Africana in Sud Africa, (BEE Law) era stata designata per proteggee la maggioranza della popolazione contro le minoranze. Simili leggi sono usate da altri stati, ma in maniera inversa, per dare alle minoranze, voce e diritti, non come qui che a questi ultimi vengono tolti, visto che i, bianchi sono le minoranze.

La legge sulle minoranze (BEE), assicura che i bianchi non possano mai trovare alcuna sorta di impiego. Basicalmente, questa legge proibisce ai bianchi di lavorare in qualsiasi posto, se vuoi un lavoro devi
essere nero. Questo è ridicolo e vergognoso.

Non c’è futuro in Sud Africa per i Bianchi, questa è la realtà, si vive in una nazione, dove il governo non può dare alcuna forma di sicurezza e sopratutto possibilità di gestirsi la vita.



De Klerk: “Oggi il Sudafrica discrimina i bianchi”
L’ex leader che mise fine all’apartheid: neri favoriti in tutto
Lorenzo Simoncelli

http://www.lastampa.it/2014/04/30/ester ... emium.html

Il Sudafrica di oggi è ancora più ineguale di quello del 1994». A vent’anni dalle prime elezioni democratiche del Paese, questo il bilancio di F.W. De Klerk, l’uomo che, insieme a Nelson Mandela, ha messo la parola fine al regime dell’apartheid. L’ex presidente sudafricano, oggi 78enne, dagli uffici della Fondazione a lui intitolata, racconta com’è cambiata la «Nazione Arcobaleno». Cominciando dalle critiche al partito al governo, l’Anc (Africa National Congress), accusato di mettere in atto «aggressive politiche di discriminazione razziale». Un attacco che pesa come un macigno, in un Paese, che ha visto la sua storia martoriata dai conflitti etnici.

In che modo il governo sta discriminando la popolazione sudafricana?

«La decisione di favorire i neri nelle istituzioni pubbliche, così come nell’economia, ci sta portando ad una situazione in cui si viene scelti per il colore della pelle e non per le reali competenze dei singoli. Siamo vicini al punto in cui non ci potremmo più definire una democrazia non razzista. La strumentalizzazione delle cariche pubbliche per promuovere obiettivi di partito e gli attacchi retorici stanno indubbiamente portando ad un deterioramento delle relazioni tra le varie minoranze».

Qual è il bilancio a 20 anni dalle prime elezioni democratiche del Paese?

«L’economia è tre volte quella del ’94, sono state costruite case per il 25% della popolazione, e garantiti servizi base come elettricità e sanità per milioni di sudafricani. Tuttavia siamo una società ancora più ineguale del 1994. Innanzitutto per il fallimento della scuola che non fornisce un’educazione di livello all’85% dei nostri bambini. A questo si aggiunge l’inaccettabile tasso di disoccupazione. Solo il 43% dei sudafricani tra 15 e 64 anni ha un lavoro. Inoltre le tanto acclamate politiche d’uguaglianza hanno sì permesso al 20% della popolazione nera di entrare a far parte della classe media, ma per il 50% degli estremamente poveri è stato fatto poco o niente».

Conoscendo così bene Mandela crede che sarebbe soddisfatto di come il suo partito, l’Anc, sta governando il Paese?

«Sono sicuro sarebbe profondamente dispiaciuto dalla rampante corruzione all’interno dell’Anc e dall’apparente assenza di punizioni da parte del partito stesso nei confronti dei responsabili. Credo sarebbe infastidito anche dal crescente tono razzista dell’African National Congress e dall’effetto negativo che questo atteggiamento aggressivo sta avendo sulla riconciliazione nazionale. Fino al 2007 il partito ha governato abbastanza bene. Da quel momento in poi, a seguito di una svolta radicale, i risultati, ad eccezione della lotta contro l’Aids, sono venuti meno, soprattutto in campo economico e nelle politiche lavorative».

Il 7 maggio ci saranno le elezioni. Il presidente Jacob Zuma è stato più volte fischiato durante la sua campagna elettorale. Crede che il Paese sia pronto ad un cambio di leadership dopo 20 anni di governo dell’Anc?

«Credo che l’Anc perderà molti voti, ma i tempi non sono maturi per un cambio di leadership. Tuttavia non sarei sorpreso se, a breve, le divisioni e le incomprensioni tra le varie anime del partito portassero ad una scissione interna. Sarebbe un positivo passo avanti e aprirebbe le strade ad una coalizione centrista».

Recentemente Zuma è stato accusato di essersi appropriato indebitamente di denaro pubblico (18 milioni di euro circa, ndr) con la scusa di dover incrementare la sicurezza nella sua casa di campagna. Lei si sarebbe dimesso?

«Faccio ancora parte di quella classe politica secondo cui, se sei colpevole di un grosso scandalo, bisognerebbe dimettersi. Non mi sorprenderebbe se dopo le elezioni, Zuma, si accontentasse di una funzione cerimoniale e lasciasse il timone del Paese al suo vice, esattamente come fece Mandela per la gran parte del mandato».

Lei è stato l’ultimo Presidente bianco del Sudafrica, crede che un giorno il Paese tornerà ad averne uno?

«Attendo il giorno che il colore del Presidente del Paese non sarà più un elemento determinante. Se gli Stati Uniti sono riusciti a sviluppare una maturità politica che li ha portati ad eleggere un presidente nero, non vedo perché un giorno un sudafricano bianco non possa essere eletto di nuovo Presidente».



Con il termine assalti alle fattorie s'intendono una serie di ruberie svolte, a danno di proprietari di fattorie, in Sudafrica.

https://it.wikipedia.org/wiki/Assalti_a ... _Sudafrica

Il fenomeno, ancorché diffuso, viene anche strumentalizzato da ambienti di estrema destra (e siti neonazisti come Stormfront) che parlano di fenomeno che manifesta un genocidio boero[3]. A smentire tale visione sono i diversi studi che mostrano come il movente politico/razzista sia solo rinvenibile in un numero limitato di casi (circa il 2% dei casi) e che solo il 60% degli attacchi alle fattorie è rivolto contro bianchi.
L'11 novembre 2011 i parlamentari europei Philip Claeys (di Interesse Fiammingo), Andreas Mölzer (del Partito della Libertà Austriaco), Fiorello Provera (della Lega Nord) hanno presentato una dichiarazione scritta sugli omicidi di agricoltori in Sud Africa.



In Sudafrica uccidere un bianco non è reato
Più di tremila assassinati in quindici anni nei modi più atroci, quasi tutti senza un colpevole. La strage dei boeri viaggia al ritmo di due delitti alla settimana con la compiacenza del governo. Che ha un obiettivo preciso: l’esproprio delle loro terre
Gian Micalessin - Lun, 29/03/2010
http://www.ilgiornale.it/news/sudafrica ... reato.html

Se andate in Sudafrica per i mondiali di calcio fate un salto a Petersburg, nelle province settentrionali. Da quelle parti troverete una collinetta disseminata di croci bianche.

Contatele. Sono più di tremila. Una per ciascun agricoltore bianco ucciso dal 1994, da quando la «rivoluzione colorata» incominciò a cambiare il volto del Paese. Una rivoluzione che, 16 anni dopo, sembra pronta ad approfittare della «distrazione» del mondiale per metter le mani sulle fattorie dei boeri.

Se dunque l’apartheid era ignobile, il silenzio che circonda il clima di violenza e soprusi sofferto dagli agricoltori boeri non sembra migliore. Chiedetelo al 69enne Nigel Ralf. Lo scorso fine settimana Nigel, come ogni giorno da 50 anni, sta mungendo le vacche della sua fattoria di Doornkop nel mezzo del KwaZulu-Natal. Quando quei quattro ragazzotti neri gli si piantano davanti e gli chiedono del latte, Nigel manco alza la testa. «Non vendo al dettaglio» risponde. Un attimo dopo è a terra con un proiettile nel collo e uno nel braccio. Poi i quattro gli sono addosso, lo fanno rialzare, lo colpiscono con il calcio della pistola, lo spingono fuori dalle stalle. Stordito e confuso Nigel si ricorda di sua moglie. Mezz’ora prima l’ha lasciata dentro la fattoria con i tre nipotini. «Lynette, Lynette chiudi la porta, barricati dentro». Lei lo sente, ma non intuisce. S’affaccia, cerca di capire meglio. La risposta sono tre proiettili al petto. La poveretta s’accascia, cade sul letto, agonizza tra le braccia insanguinate di Nigel mentre i bambini urlano terrorizzati e i tre tagliagole fuggono portandosi dietro una vecchia pistola, un telefono e un paio di binocoli. Bazzecole, banalità quotidiane.

Sui giornali non fanno neanche notizia, ma sulla collinetta di Petersburg solo l’altr’anno sono state piantate altre 120 croci bianche. I plaasmoorde - gli assassini di fattoria come li chiamano i boeri - colpiscono ormai al ritmo di un paio di casi a settimana, ma per le autorità, per i capi dell’Anc e per i seguaci del presidente Jacob Zuma la campagna di violenza contro gli ultimi 40mila agricoltori bianchi non è certo un problema. Per capirlo basta seguire le ultime apparizioni pubbliche di Julius Malema, il 29enne leader dell’ala giovanile dell’African National Congress. Per questo «giovane leone» pupillo del presidente il modo migliore per riscaldare le folle accalcate intorno alle sue mercedes blindate è intonare «Dubula Ibhunu», la vecchia canzone dell’Anc il cui titolo significa emblematicamente «Spara al Boero». Un inno rispolverato ed eseguito con spavalda e incurante allegria negli stessi giorni in cui Lynette agonizzava tra le braccia del marito, mentre un altro farmer 46enne veniva freddato dalla salva di proiettili sparati contro la sua fattoria di Potchefstroom e una serie di fendenti massacrava un allevatore 61enne sorpreso nel sonno dagli assalitori penetrati in una tenuta di Limpopo.
Ovviamente chiunque osi collegare il fiume di sangue versato nelle fattorie e la canzonetta cantata a squarciagola da Julius e dalle sue allegre combriccole viene immediatamente tacciato di calunnia e diffamazione. «Quella canzone come molte altre intonate nei giorni della lotta fa parte della nostra storia e della nostra eredità e non può certo esser vietata» precisa con orgoglio un comunicato dell’African National Congress sottolineando lo struggente carattere «sentimentale» delle storiche note.

Peccato che quel rigurgito d’antichi sentimenti nei confronti degli agricoltori bianchi coincida, a livello politico, con il progetto di nazionalizzazione delle fattorie avanzato, negli ultimi tempi, dal dipartimento di sviluppo rurale. La proposta del dipartimento che intende dichiarare assetto d’interesse nazionale tutte le tenute coltivabili di ampie dimensioni potrebbe portare all’esproprio di tutte le terre possedute tradizionalmente dai boeri. E così mentre i tifosi si godranno i mondiali di calcio l’odiato color bianco scomparirà definitivamente dalle campagne del Paese «colorato».



ZIMBABWE, STRAGE DI BIANCHI PER UNA DISPUTA SUI PASCOLI
di PIETRO VERONESE
28 novembre 1987

http://ricerca.repubblica.it/repubblica ... sputa.html

È stato un massacro infame, senza precedenti per lo Zimbabwe, ex Rhodesia britannica, il paese africano di più recente indipendenza (1980). Sedici bianchi inermi sorpresi alle prime ombre della sera, legati con le mani dietro le spalle, trucidati uno per uno a colpi di machete come bestie da macello. Poi metà dei cadaveri sono stati bruciati. Solo quattro delle vittime erano uomini adulti, sette erano donne. Cinque erano ragazzini o bambini, uno nato da appena sei settimane, un altro di un anno e mezzo. Tutti hanno dovuto affrontare la stessa sorte bestiale. Lo spettacolo che si è presentato alle prime persone accorse nelle due fattorie confinanti dove è avvenuta la strage è stato agghiacciante. Solo in due sono riusciti a nascondersi e a sopravvivere: il piccolo Matthew Marais, di sei anni, i cui genitori e il cui fratellino Ethan di quattro anni non si sono invece salvati, e la giovane Laura Russel. La notizia della strage s' è diffusa in tutto il paese come un' onda d' urto, provocando uno choc collettivo nell' opinione pubblica e soprattutto nella numerosa comunità bianca dello Zimbabwe, quasi tutta residente in fattorie più o meno isolate, che torna a temere per la propria sicurezza. Il governo del primo ministro Robert Mugabe tenta di apparire padrone della situazione. Il ministro dell' Interno Enos Nkala ha ricostruito l' accaduto in una conferenza stampa, aggiungendo che speciali reparti delle forze di sicurezza stanno dando la caccia agli assassini. Ma lo sgomento e la preoccupazione restano. Stando alla ricostruzione del ministro Nkala, tutto ha avuto origine da una banale disputa per il diritto di pascolo sulle terre delle due fattorie rivendicato da alcuni squatters, allevatori di bestiame che la siccità aveva spinto a lasciare le proprie capanne e ad installarsi lì. Ma dietro il massacro sta la ferita aperta della recente storia dello Zimbabwe. La guerriglia nazionalista nera che attraverso gli anni Settanta combatté il regime bianco rhodesiano fino all' indipendenza non riuscì mai a superare la divisione etnica che caratterizza questo paese. A nord gli Shona; a sud, nella regione del Matabeleland, gli Ndebele. Giunti infine al potere nel 1980, i due movimenti nazionalisti che ricalcavano questa divisione entrarono presto in conflitto. Fu soprattutto grazie alla superiorità politica del loro leader, Robert Mugabe, che gli Shona ebbero la meglio. Da allora il Matabeleland ha sempre covato una rivolta larvata ed è rimasta la regione insicura del paese. Mentre i guerriglieri Shona sono stati inquadrati nel nuovo esercito regolare, gran parte degli Ndebele hanno, per varie ragioni, rifiutato tale possibilità. Molti di questi ex guerriglieri Ndebele hanno ripreso la via delle montagne trasformandosi in ribelli e sempre più, col passare dei mesi e degli anni, in puri e semplici banditi. Così il Matabeleland è stato testimone di attacchi, rapine, omicidi ai danni di farmers bianchi o di turisti (un bilancio di oltre 50 morti), ed anche di feroci spedizioni dell' esercito governativo, nel tentativo di pacificare la regione. La situazione è stata vieppiù aggravata negli ultimi tempi dalla siccità che infierisce nel sud dello Zimbabwe. Adams e Olive Tree, le due fattorie dov' è avvenuto il massacro, sorgono a una trentina di chilometri da Bulawayo, il capoluogo del Matabeleland, al centro di quattromila ettari di ottima terra. Sono molto diverse dalle centinaia di altre fattorie che punteggiano il paese e che, lasciate in proprietà ai bianchi dal regime di Mugabe, hanno finora garantito allo Zimbabwe indipendente l' autosufficienza alimentare. Adams e Olive Tree, infatti, erano abitate da una comunità religiosa protestante. Una ventina di persone tutte appartenenti alla Chiesa pentecostale della riconciliazione; non missionari nel senso tradizionale del termine, piuttosto agricoltori che vivevano in comunità. Gente innocente, che parlava della pace, come li ha descritti ieri il ministro Nkala. C' erano due americani, uno scozzese e tutti gli altri tra cui alcune giovani coppie con figli erano cittadini dello Zimbabwe. In conformità ai principi cristiani che ne regolavano la vita, i confini delle due fattorie non avevano né siepi né steccati. La siccità aveva portato gli squatters e il loro bestiame ischeletrito, ma la convivenza si era presto dimostrata impossibile. Ne erano nate dispute e liti. L' argomento era quello che tutti i bianchi dello Zimbabwe conoscono a memoria: Questa terra è nostra, voi bianchi ci avete tolto la terra migliore. La settimana scorsa il governatore della regione, Mark Dube, era venuto a parlamentare con gli abusivi, invitandoli ad andarsene e minacciando di farli trasferire con la forza. Uno dei capi degli squatters, Charles Masuku, si era alzato e aveva detto: Questi bianchi non mangeranno il loro prossimo pranzo. Adesso le autorità ipotizzano che Masuku se ne sia andato a trovare un certo Morgan, alias Gayigusu, noto capo di una banda di banditi-ribelli che da tempo si nasconde sui vicini monti Matopo e periodicamente scende a valle a fare razzie. Come siano andate realmente le cose non si sa; ma Gayigusu è ufficialmente accusato della strage ed è alla sua banda che le speciali forze antiguerriglia stanno dando la caccia, mentre Masuku viene interrogato in prigione. I massacratori hanno lasciato un messaggio scritto in rozzo inglese: via i bianchi dallo Zimbabwe, abbasso Margaret Thatcher, abbasso Mugabe. Hanno lasciato, soprattutto, una lunga scia di paura.


Sudafrica: "Via tutti i bianchi in 5 anni". Massacrati. A quando anche da noi?
5 maggio 2017
Mauruizio Blondet
http://www.maurizioblondet.it/sudafrica ... rati-anche

Jacob Zuma, il corrotto presidente del Sud Africa, lo scorso marzo ha espresso il proposito di confiscare le terre dei coltivatori bianchi per redistribuirle ai neri. “Voglio un accertamento dell’uso ed occupazione pre-coloniale delle terre” per decidere quali terreni saranno presi, ha detto: quasi che esistesse un catasto pubblico “pre-coloniale” – mentre i coltivatori bianchi, quasi tutti olandesi (gli inglesi abitano nelle città) si stabilirono nel Seicento a dissodare un paesaggio primordiale di savane incolte, scarsamente popolate; gli Zulu e Xhosa arrivarono dopo, durante il sorgere del cosiddetto Impero Zulu nel 18mo secolo.

Ma il presidente Zuma, dell’ANC (il partito di Mandela), è in difficoltà per il crescere di un partito rivale, Economic Freedom Fighters, che ha come punto centrale del programma la confisca delle terre bianche; indebolito da accuse di corruzione, ha pensato bene di cavalcare questo tema, popolare fra i neri. “Dobbiamo accettare la realtà che quelli che sono in parlamento – ha detto – dove sono fatte le leggi, in particolare i partiti neri, devono unirsi perché ci occorre una maggioranza di due terzi per cambiare la costituzione”, nel rendere legali le confische.

I leader dei partiti di sinistra stanno minacciando di “sgozzare tutti i bianchi, di eliminarli tutti entro cinque anni”, ha raccontato Simon Roche, un sudafricano che ha costituito un gruppo di autodifesa. I rurali, quasi tutti afrikaneers (boeri) si aspettano l’imminente scoppio di una guerra razziale

Da anni, nel silenzio complice dei media e dei politici occidentali, i coloni boeri sono oggetti di rapine, saccheggi assassini commessi da bande di neri. Almeno 3 mila bianchi, uomini, donne e bambini, sono stati massacrati nelle loro fattorie nell’ultimo decennio; la statistica è per difetto, perché lo ANC al poter ha vietato la pubblicazione di statistiche su questi omicidi – “dissuadono gli investimenti esteri” – e la polizia comunque tende a non riportare i fatti.

Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch) è un vero e proprio genocidio per odio razziale: lo dicono le modalità delle stragi, spaventose. Donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati per ore; famiglie intere aperte coi machete, le loro interiora asse come festoni alle porte; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte.

Nel 2017 sono stati sterminati in questi orrendi modi settanta coltivatori, in 345 assalti alle fattorie (sempre più sofisticati, di stile militare) nel silenzio generale; del secondo massacro del 2017, avvenuto a febbraio, si sa perché la coppia era inglese e quindi ne hanno parlato i media britannici, anche la BBC. Sue Howart, 64 anni, e il marito Robert Lynn, 66, stavano dormendo nella loro fattoria a 150 chilometri da Pretoria quando, alle 3 di notte, sono stati sorpresi da tre assalitori; i quali hanno torturato il marito con un cannello ossidrico, lo hanno accoltellato selvaggiamente, per fargli confessare dove teneva il denaro (non ne aveva in casa); alla donna hanno bruciato la faccia col cannello. Poi hanno caricato i due, feriti, sul loro camioncino e li hanno portati nella savana. Il marito l’hanno abbandonato con un sacco nero legato alla testa, perché morisse soffocato; alla moglie hanno sparato alla testa (l’autopsia scoprirà che le avevano ficcato un sacco di plastica nella gola). La donna, portata all’ospedale, è morta dopo due giorni di agonia. Il marito, miracolosamente sopravvissuto, ha potuto raccontare com’è andata.

Molto meno descritto il primo fatto del 2017: una coltivatrice di 64 anni, Nicci Simpson, è stata trovata nella sua fattoria del Vaal, a due ore da Johannesburg, in un lago di sangue. I suoi violentatori ed assassini l’avevano torturata per ore con un trapano. Spesso i coloni sono disarmati: il regime ANC ha obbligato tutti a registrare le armi che avevano in casa, e vieta da anni ai bianchi di tenerle legalmente.

La complicità del regime e della sua polizia non sono nemmeno dissimulati: il presidente Zuma (suo nome tribale: Gedleyihlekisa, detto Msholozi) ha celebrato l’anniversario della nascita dell’ANC intonando l’inno “Dubula iBhunu”, ossia “Spara ai Boeri” violando la costituzione sudafricana, ovviamente anti-apartheid, che proibisce ogni “appello all’odio basato sulla razza e costituisca un incitamento alla violenza”.

E’ per questo che, dopo l’annuncio presidenziale di confisca delle terre, molti sudafricani si sono riuniti in un gruppo di autodifesa – Suidalender – che ha approntato un piano: “Raccogliere la nostra gente” dalle fattorie (tutte ovviamente isolate e sparse) e concentrarla in una zona sicura ; non prendere le armi, ma ritrarci dal pericolo”; ha detto Simon Roche, uno dei capi, intervistato da Infowars. E’ un progetto immane: riunire sotto attacco un 20 per cento dei 4,8 milioni di bianchi sudafricani. “Speriamo di salvare 800 mila persone; il nostro protocollo di evacuazione è basato su individui che si collegano con i vicini per radunarsi in luoghi sicuri provvisori…”.

Giova sperare. Sarà da veder se questo esodo disperato, quando avverrà, susciterà l’interesse dei media progressisti. Magari della confisca delle terre e della loro distribuzione ai neri avremo qualche eco, per i rincari e la carestia che questo sicuramente provocherà (è accaduto lo stesso in Angola): il 95% dei generi alimentari in Sudafrica è prodotto dal 3% dei coltivatori, che sono ovviamente i bianchi; è per questo che i neri vogliono le loro fattorie-modello, che ridurranno alla sterilità.

E’ opinione del vostro modesto cronista, che ha conosciuto la realtà sudafricana (e la “cultura” dell’ANC) in diversi servizi sul campo, che con la nostra accoglienza senza limiti ai “migranti” africani, ci stiamo procurando da noi stessi un simile problema. Li vedo sempre più numerosi, agli angoli di certe strade di Milano, tutti giovani, atletici, palestrati, a fare nulla. Non gli ci vorrà molto a capire che possono entrare nel bilocale della pensionata vecchia, sola e indifesa, e sgozzarla e torturarla impunemente per portarle via la pensione. Mi direte che sono razzista? I razzisti sono loro. Li conosco. Conosco la loro crudeltà, la loro invidia, la loro assoluta mancanza di freni inibitori.

Del resto li conosce bene anche la Boldrini, che in Africa c’è stata. Ha annunciato che i migranti sono l’avanguardia del nostro futuro stile di vita. Non certo nel senso sudafricano, io spero.

Per le anime belle che leggono questo sito infestandolo con luoghi comuni:

Ho dimenticato di aggiungere come i negri sudafricani (povere vittime dell’uomo bianco) massacrano alla grande, molto volentieri, gli immigrati negri che vengono a a cercare lavoro dalla Nigeria, dal Malawi, dalla Somali. Gli omicidi sono quotidiani. Spesso con la «collana di fuoco », uno pneumatico incendiato e attorcigliato al collo della vittima.

Chissà perché Bergoglio, Boldrini e Soros, Medecins sans Frontières etceteranon fanno mai la lezione a questi eroi.

Forse perché “è la loro cultura”. Loro hanno diritto alla “loro cultura”. Noi no.
Un immigrato non gradito a Johannesburg.
UN somalo di 25 anni massacrato per rubargli il telefonino.

http://pulse.ng/books/southafrica-xenop ... 95006.html
Il re zulu Goodwill-Zwelithini, lieto incitatore dello sterminio degli immigrati (2015).



Fascisti e antifascisti, nazisti, comunisti, maomettisti e zingari, la loro disumanità e inciviltà
viewtopic.php?f=205&t=2731
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 3975893749


Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 68x483.jpg
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... lema-2.jpg



Mandela, i bianki e i mori
viewtopic.php?f=175&t=218


In queste condizioni di violazione dei diritti umani dei bianchi sudafricani, alla minaccia di esproprio e di sterminio, i bianchi avrebbero tutto il diritto alla legittima difesa, potrebbero armarsi e reagire.
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