Co łi omani more: caretà çełeste, sepełimento e cremasion

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Messaggioda Berto » ven mar 06, 2015 4:05 pm

Rogo funeraro venetego (epotexi)
https://www.youtube.com/watch?v=B0YPa_0 ... e=youtu.be

Roghi funerari Gange
https://www.youtube.com/watch?v=KKxaTfxqUx0
https://www.youtube.com/watch?v=rK7MrKMwWyQ

Cremasion de l cadavare de n'omo ansian en riva al fiume Bagmati a Kathmandu, Nepal
https://www.youtube.com/watch?v=5Yu_MPAyNvM
https://www.youtube.com/watch?v=dxAGX-ze23Y


Cremazione - Universo del Corpo (1999)
http://www.treccani.it/enciclopedia/cre ... l-Corpo%29
di Franco Cardini

Il termine cremazione, che deriva dal latino cremare, "ardere, bruciare, ridurre in cenere mediante il fuoco", e il suo sinonimo incinerazione indicano l'usanza funeraria di ardere un cadavere. Questo tipo di trattamento del corpo del defunto fu conosciuto fin dalla preistoria e fu ampiamente praticato da greci e romani (venetici, villannoviani, ceki, iraniani, ...).

Attualmente è il rito funebre dominante presso numerose popolazioni dei diversi continenti e in modo particolare in India. Nel mondo occidentale, per motivi di carattere igienico, la cremazione è compiuta con particolari accorgimenti tecnici in appositi forni a riverbero, che sono realizzati cioè in modo che i residui del combustibile non si mescolino ai resti del corpo. Le ceneri vengono raccolte in un'urna e sono conservate in un colombaio predisposto nel cimitero o anche in colombai privati. In Italia la cremazione è ancora considerata una pratica straordinaria, per la quale occorrono un certificato di morte che escluda il sospetto di reato e un documento dimostrante la volontà del defunto di essere cremato. Dopo un lungo periodo di opposizione, la Chiesa cattolica, con un'istruzione del Sant'Offizio del 1963 successivamente recepita nel Codice di diritto canonico del 1983, ammette oggi la cremazione come compatibile con la fede cristiana.

Il rito della cremazione è, insieme all'inumazione, una delle due forme fondamentali di trattamento del cadavere rilevate nel corso della storia a livello degli usi funebri (v. funerale). Alla cremazione si può avvicinare, in un certo senso, un modo di trattare il corpo vivente di un condannato per alcuni generi di delitto, considerati particolarmente gravi nel mondo romano e in quello europeo occidentale medievale e protomoderno: il rogo. Tale punizione dei criminali era riservata in Roma ai colpevoli di lesa maestà, vale a dire a quanti si erano macchiati del delitto di profanazione della sacra persona del sovrano. Successivamente la cristianità medievale se ne servì - applicando il principio di analogia, con riguardo al carattere regale della divinità - per punire gli eretici. La pena di morte mediante arsione era di solito accompagnata dalla dispersione delle ceneri, affinché del reo si perdesse la memoria e venisse a mancare qualunque traccia del suo passato essere (damnatio memoriae), anche per impedire a eventuali seguaci o ammiratori di rendere omaggio ai resti del condannato.

Tale pratica getta in un certo senso una luce chiarificatrice sugli stessi meccanismi antropologici che presiedono alla cremazione dei cadaveri: vale a dire, da una parte, sul sentimento del cadavere come un'entità in sé malvagia e pericolosa, dall'altra parte sulla funzione purificatrice e al tempo stesso distruttrice del fuoco.

Naturalmente, questa linea interpretativa non è la sola sostenibile a spiegare i riti di cremazione, che, sostanzialmente simili fra loro nelle forme, si rivelano a un attento esame molto differenti quanto a funzioni e a contesti. In effetti, non vi sono prove paleoetnologiche e archeologiche sicure che possano indurci a ritenere la cremazione di uso più antico rispetto all'inumazione, o viceversa; né prove che ci consentano di dichiarare l'incinerazione tipica di popoli o gruppi etnici specifici e l'inumazione propria di altri. Anche i tentativi volti ad accostare sistematicamente la cremazione ai popoli nomadi (collegati alla struttura eroico-solare delle loro culture mitico-religiose) e l'inumazione ai popoli sedentari (collegati alla struttura ctonia delle culture mitico-religiose, connessa con il ciclo vegetale e tellurico della morte e della rinascita) si sono rivelati svianti: se, infatti, a livello fenomenologico essi hanno potuto condurre a qualche risultato, il loro assunto globale non appare convincente.

Ancor meno sicure le proposte di collegare l'inumazione alle genti semite e camite e la cremazione a quelle indoeuropee. In tale ambito, infatti, le eccezioni sono tanto complesse da inficiare l'ipotesi stessa di una qualche regola; inoltre, le distinzioni fra indoeuropeicità e semiticità, pur valide a livello linguistico, sono state indebitamente estese a quello biologico-genetico; infine, tanto la cremazione quanto l'inumazione hanno comunque un forte statuto storico-culturale, che dipende, tra l'altro, da fattori ambientali e da precise scelte concettuali. Per es., il tradizionale rifiuto della cremazione da parte degli aderenti alle religioni di ceppo abramitico, a struttura storica anziché mitica, e trascendente anziché immanente, sono ben radicate in una parte del messaggio della Rivelazione divina che riguarda il principio della resurrezione dei morti.

In area ellenica la cremazione appare con l'avanzata di genti indoeuropee (tradizionalmente indicate come achei), avviata attorno al 1850 a.C. circa, a obliterare precedenti riti di inumatori 'pelasgici', laddove l'inumazione ricompare solamente due-tre secoli più tardi con la prima età micenea. La cremazione è il rito che trionfa nell'Iliade (1200 a.C. circa). Ciò costituisce una prova in più - peraltro verificabile anche in area megaloellenica, italica, etrusco-romana - che la scelta fra cremazione e inumazione, sovente in apparente alternanza, non si spiega al di fuori della storia, riletta dall'interno, delle singole culture crematrici e inumatrici.

Naturalmente, la cremazione presenta fasi, momenti e procedimenti diversi: insieme con il defunto possono essere bruciati anche oggetti, suppellettili, doni votivi di vario genere e, come nel rito induistico del sati, anche esseri umani, come la consorte del morto o, in differenti aree, schiavi o animali che gli furono cari.
Nei due casi storici delle pire funebri di Alessandro Magno nel 323 a.C. (il cui rogo funebre comprende e coinvolge l'intera metropoli di Babilonia) e di Giulio Cesare nel 44 a.C., la dimensione del rogo acquista il carattere dell'olocausto e sembra alludere a una conflagrazione cosmica, che accompagna la morte e l'apoteosi dell'eroe.
Il rogo funebre eroico - da quello di Ettore alla fine dell'Iliade a quello di Attila descritto da varie fonti - comprende sacrifici, che possono essere anche umani, giochi funebri e tutto un apparato divinizzatore che collega con ogni evidenza la sostanza aerea del cadavere ridotto in fumo e polveri (le quali possono poi venire raccolte e conservate oppure disperse al vento o nelle acque, secondo i differenti riti), il cielo, al cui centro sta il sole, e il fuoco come elemento sottile, ascendente purificatore e spiritualizzante. In questo senso, in ultima analisi, i riti di cremazione vanno considerati in rapporto costante con i culti uranico-solari e il ruolo che, al loro interno, è svolto dal fuoco, il quale può essere mezzo e tramite di divinizzazione, oppure (con riferimento concettuale alla pena del rogo per rei di delitti macchiati di blasfemia) di purificazione.
A quest'ultima visione si collega evidentemente l'immagine delle pene dell'aldilà come caratterizzate da un fuoco che, prima e piuttosto che punitore, è anzitutto purificatore (così lo intende Dante, sulla scorta, del resto, di una tradizione al suo tempo consolidata, quando immagina la 'siepe di fiamme' che separa il Purgatorio dal Paradiso terrestre).

Talvolta, tuttavia, la sacralità del fuoco è tale da impedire lo sviluppo di un rito basato sulla cremazione: in questo caso il valore sacrale dell'elemento fuoco entra in contatto con il carattere contaminante del cadavere; e l'impurità di quest'ultimo, che in certi contesti è appunto purificata dalle fiamme, in altri si giudica tale da profanare la somma purezza del fuoco stesso. Ciò accade nel caso del mazdaismo persiano, religione caratterizzata dal culto del fuoco. Questo viene inteso come principio divino presente in cielo come in terra, origine del seme umano e della vita, simbolo terrestre del Sole ed elemento fondamentale del sacrificio: esso va preservato puro, e pertanto il culto di Zarathustra vieta formalmente la cremazione dei cadaveri.

Nella storia dei popoli europei, il passaggio dal paganesimo al cristianesimo segnò, in area celtica e germanica, anche quello dalla cremazione all'inumazione, non senza resistenze. Il viaggiatore arabo Ibn Fadlan, nel 10° secolo, vide sulle rive del Volga il funerale di un capo variago, con l'uccisione della schiava che aveva scelto di seguire il suo signore, il rogo funebre dei corpi sulla nave in riva al fiume e la partecipazione di una vecchia che impersonava l'Angelo della Morte. E i variaghi - già cristianizzati, e nondimeno fedeli alla cerimonia della cremazione - apostrofavano così il musulmano: "Voi arabi siete folli! Gettate sotto terra chi avete amato e onorato, dove il suolo e gli animali lo consumano; noi al contrario lo bruciamo in fretta, ed egli ascende direttamente al Paradiso". Nell'Occidente postcristiano si assiste a un'ascesa della cremazione come costume funebre e negli ultimi anni anche varie Chiese cristiane si sono pronunciate nei confronti di tale uso in modo più flessibile di quanto in passato era accaduto, forse anche per considerazioni legate alle problematiche ambientaliste.

bibliografia

g. durand, Les structures anthropologiques de l'imaginaire, Paris, PUF, 1963 (trad. it. Bari, Dedalo, 1972).
m. éliade, Traité d'histoire des religions, Paris, Payot, 19642 (trad. it. Torino, Boringhieri, 1976).
j.g. frazer, The golden bough, London, Macmillan, 1890 (trad. it. ridotta Torino, Boringhieri, 1965).
d. ligou, La crémation, in Ph. Ariés et al., La mort aujourd'hui, Paris, Payot, 1977.
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Messaggioda Berto » ven mar 06, 2015 4:12 pm

TERRAMARE/ 2 – PER I MORTI CREMAZIONE, LIBAGIONI, SEPOLTURA

http://www.comune.modena.it/salastampa/ ... -sepoltura
01/12/2014

Nella comunità di 3.500 anni fa il rito di passaggio correlato alla morte passava per la pira. Da scavi e ricerche informazioni su demografia, organizzazione e differenziazioni sociali

Gli abitanti delle Terramare cremavano i defunti sulla pira e in alcuni casi frammentavano gli oggetti del corredo e ne facevano offerte votive accompagnando il rito con libagioni, forse con vino. Le donne partorivano in media sei figli, dei quali solo due o tre riuscivano a raggiungere l’età adulta. Sono solo alcune delle scoperte emerse dagli scavi alla necropoli di Casinalbo e dalle ricerche successive, che hanno permesso di ricostruire aspetti dell’organizzazione sociale e soprattutto della ritualità funeraria delle Terramare, presentati nella mostra “Le urne dei forti” allestita dal 14 dicembre a Palazzo dei Musei a Modena (largo Sant’Agostino).

Un rituale funerario è composto da una serie di azioni in successione, molte delle quali (lamentazioni, canti, cortei) non lasciano evidenze archeologiche. Di altre azioni, invece, possono rimanere tracce indirette (ad esempio i resti di un banchetto funebre), o dirette (come la forma delle tombe, i segnacoli che le indicavano, i resti umani nelle sepolture, il corredo funerario, la presenza di offerte in cibo o floreali). Le metodologie di scavo e le analisi di laboratorio oggi consentono di recuperare informazioni fino a poco tempo fa impensabili.

Negli scavi di Casinalbo è stato possibile individuare alcune tracce e raccogliere una serie di informazioni sul rituale adottato dalla comunità, che consisteva nella cremazione dei defunti. Le evidenze archeologiche identificate possono essere ricondotte ai quattro principali livelli del rituale di passaggio correlato alla morte: le celebrazioni precedenti la cerimonia funebre; la cerimonia funebre vera e propria; il distacco dal defunto attraverso l’inumazione o la cremazione; i rituali successivi alla deposizione. Si ritiene che a Casinalbo il defunto venisse esposto su una piattaforma lignea per essere sottoposto ai rituali che precedevano la cremazione. Successivamente veniva adagiato sulla pira, frequentemente con gli oggetti che ne definivano lo status sociale: spade e/o pugnali per i maschi adulti, spilloni e pendagli per le donne o gli adolescenti. Dopo il rogo le ossa combuste venivano raccolte, lavate, selezionate e infine collocate nell’urna, successivamente deposta in un pozzetto scavato nel terreno, ricoperta di terra e spesso segnalata da un cippo costituito da un grande ciottolo. Gli oggetti personali del defunto, soprattutto quelli dei maschi adulti, non venivano immessi nell’urna o nel pozzetto ma erano successivamente ridotti in minuti frammenti, per decretare con un atto simbolico la loro perdita di funzione, e quindi offerti alla divinità in un’area speciale della necropoli, probabilmente con l’accompagnamento di libagioni, forse a base di vino.

Grazie al microscavo condotto sui riempimenti delle urne, è stato osservato che le ossa non erano deposte caoticamente, ma quelle del cranio erano selezionate e deposte per ultime nel cinerario, quasi a voler ricostituire almeno parzialmente la forma anatomica del defunto.

Dalle minuziose analisi antropologiche si sono ricavati dati sulla composizione della società e sulle aspettative di vita. Molti morivano ancora neonati e non venivano deposti nella necropoli, un individuo su tre moriva durante l’infanzia o l’adolescenza, fra gli adulti pochissimi erano sessantenni. Tramite formule complesse mutuate dagli studi di demografia, è stato possibile ricostruire il modello di famiglia nucleare di questa comunità: mediamente una donna poteva avere circa 6 figli. Due dovevano decedere entro i 2-3 anni, uno o due entro i 20, e due o tre riuscivano a raggiungere l’età adulta.

I gruppi di sepolture erano posti all’interno di isolati delimitati da strade larghe circa due metri. che si incrociavano ortogonalmente e che isolavano nuclei di sepolture, in gran parte riferibili a gruppi parentelari, che dimostrano di essersi ampliati nel corso dei secoli. All’interno dei raggruppamenti le sepolture maschili e quelle femminili occupavano tendenzialmente posizioni diverse. Questa organizzazione interna della necropoli appare straordinariamente analoga a quella degli abitati terramaricoli, le cui abitazioni sono inserite all’interno di analoghi isolati, risultanti dall’incrocio di assi viari ortogonali. Probabilmente villaggi e necropoli erano organizzati secondo lo stesso modello. Gli isolati forse rispecchiavano l’esistenza di unità residenziali di più abitazioni pertinenti a nuclei parentelari estesi.

Sebbene la particolarità del rituale funerario abbia in gran parte mascherato le differenziazioni sociali, l’uniformità della necropoli è solo apparente. Molti indizi (ad esempio la disposizione dei frammenti derivanti dalla frammentazione rituale dei beni posti sulle pira, la presenza di tracce relativa a oggetti in bronzo sui resti ossei combusti, la presenza di offerte in cibo sul rogo funebre) ci fanno comprendere che nelle comunità terramaricole sussistessero differenziazioni in base al rango. All’apice della società si collocava un ceto guerriero a cui si affiancavano alcune donne di rango elevato.
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Messaggioda Berto » ven mar 06, 2015 4:13 pm

Canpi de urne

http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura_dei_campi_di_urne

La cultura dei campi di urne è una cultura della tarda età del bronzo (XIII - metà dell'VIII secolo a.C.), sviluppatasi nell'Europa centrale.
Questa cultura seguì la cultura dei tumuli (media età del bronzo) e precedette la cultura di Hallstatt (età del ferro).
Venne definita dallo studioso di preistoria Ernst Wagner, che individuò simili caratteristiche presenti in diverse culture regionali contemporanee, per altri versi piuttosto differenziate. La caratteristica principale, dalla quale la cultura prese il nome, venne individuata nell'introduzione del rito funerario della cremazione, al posto della precedente inumazione e dalla sepoltura dei resti cremati in urne. Probabilmente l'introduzione e la diffusione progressiva di nuove credenze religiose comportò un cambiamento degli usi funerari.

Nella "cultura dei tumuli" erano frequenti sepolture multiple ricoperte da tumuli, almeno per i ceti sociali più elevati, mentre nella "cultura dei campi di urne" prevalgono le sepolture in tombe singole, sebbene i tumuli non siano del tutto assenti.

Una tipica sepoltura della "cultura dei campi d'urne"

In generale i resti delle cremazioni erano sepolti in vaste necropoli, costituite da numerose tombe individuali a pozzetto: nel sito di Kehlheim sono più di 258 e nel sito di Zuchering più di 316. In alcuni casi sono necropoli di minori dimensioni (nel Baden-Württemberg il cimitero più grande contiene solo 30 tombe). Alcune tombe sono fosse circolari più ampie, con l'urna deposta in un cassone di pietra, oppure sono contenute in tumuli.

Nelle prime fasi del periodo dei campi di urne, vennero scavate tombe a fossa, a volte provviste di un pavimento in pietra, nelle quali venivano deposti i resti cremati del defunto. Solo più tardi divenne prevalente la sepoltura nelle urne. Alcuni studiosi hanno supposto che questo cambiamento sia stato l'effetto di un'importante modifica nelle credenze di queste popolazioni circa la vita dopo la morte.
Nel rito funebre il defunto era collocato su una pira funebre, coperto con i gioielli personali, che spesso mostrano tracce di fuoco, e a volte insieme ad offerte di cibo (nei corredi si sono rinvenute ossa bruciate di animali). I resti delle ossa del defunto, raccolti dopo la cremazione, sono generalmente di maggiori dimensioni che nel periodo romano e questo indica che veniva probabilmente utilizzata una minore quantità di legna per la cremazione.
Le ossa cremate e le ceneri venivano quindi deposte nella tomba: a volte la concentrazione delle ossa al momento del ritrovamento indica che erano state deposte in un contenitore di materiale organico poi dissoltosi, mentre altre volte sono semplicemente sparse nella tomba.
Quando le ossa erano collocate in un'urna, questa era spesso coperta da una profonda scodella o da una pietra. In un particolare tipo di sepoltura ("tombe a campana") l'intera urna era ricoperta da un recipiente ceramico più grande rovesciato. Dato che le tombe raramente interferiscono tra loro, dovevano essere segnate in superficie da pali di legno o pietre. Pietre tombali sono caratteristiche del gruppo di Unstrut.


http://www.socrem.vi.it/cenni_storici.pdf




La cultura degli Istri attraverso il tempo
http://histri.hr/Esposizione/La%20cultu ... il%20tempo

I fondamenti della cultura spirituale dell'età del ferro istriana sono le propaggini della cultura dei campi di urne.

Per datare l'inizio della comparsa delle tombe a incinerazione è stata determinante la modesta tomba n.ro 19 di Castelliere di Leme (Fig. 16), nella cui piccola urna dal caratteristico decoro c'era uno spillone di bronzo del tipo Fontanella Mantovana che nell'area del nord Italia, dove si incontra più spesso, si fa risalire al periodo compreso tra il XIII-XII e l'XI sec. a. C.
Sul substrato figurativo risalente alla media età del bronzo si sviluppò dal XII al X sec. a. C. in poi un nuovo modo di decorare la ceramica. I motivi noti in precedenza, come le bugnette, e adesso anche scanalature concentriche, trattini incisi e puntini impressi, compaiono su recipienti a forma di tazza con alta ansa, usati come urne funerarie. Ben presto fa la sua apparizione anche la caratteristica scanalatura leggermente obliqua su recipienti della stessa forma.
Le più diffuse forme di monili in quel periodo in Istria compaiono anche in un'area assai più vasta, che va dalla Polonia a nord fino ai territori meridionali della costa occidentale adriatica. Sono i tipici braccialetti a sezione C o V, quelli spiraliformi a sezione triangolare, bracciali a costolature orizzontali, torques multiple, minuscole perline ossee, pendagli spiraliformi a occhiali, bottoni decorativi di bronzo, le prime perle di pasta vitrea e simili (Fig. 17).
Di armi o attrezzi se ne conoscono pochi. Nelle tombe di Nesazio, Pola e Vermo sono state rinvenute delle spade corte a base triangolare in cui veniva incassata l'impugnatura. Alcune asce di bronzo ad alette sono state scoperte in un ripostiglio a Monte Maestà; in questo contesto un ritrovamento significativo è l'ascia di ferro con manette scoperta a Pećina presso Gradina a Promontore, che rappresenta il manufatto di ferro più antico dell'Istria. Può essere datato al passaggio dall'XI al X sec. a. C.
Forme completamente nuove di urne funerarie e nuovi metodi decorativi compaiono durante il IX e VIII sec. a C. Tra i decori geometrici continui, che sono prevalenti e che, secondo il gusto protogeometrico e geometrico greco, coprono la maggior parte dei corpi e delle imboccature delle urne a forma di boccale panciuto, si inseriscono sequenze di uccelli palustri stilizzati (Fig. 18). La decorazione viene eseguita a falsa cordicella a impresso, a incisione e con incrostazioni di colore bianco, ma anche con lamine zincate; oppure può essere dipinta. Le forme dei contenitori e i motivi ornamentali arrivano adesso in Istria come un'onda di ritorno della cultura dei campi di urne formatasi in seno alla cultura villanoviana della Penisola appenninica.

Accanto agli uccelli, su un vaso di Pizzughi appare una teoria di cervi, mentre una figura umana stilizzata risulta solamente su un frammento di Nesazio. La stessa, fitta sintassi decorativa viene applicata per incisione su vari oggetti di bronzo: i larghi bracciali di lamina sottile, i braccialetti nastriformi rastremati, i coltelli e le capocchie a placca degli spilloni. E i medesimi motivi geometrici, ma scolpiti nella pietra, appaiono sui monumenti nesaziani.

Il motivo degli uccelli palustri al seguito della Barca del Sole è realizzato con una serie di puntini a sbalzo su una situla di tipo Hajdùböszörmeny trovata a Pizzughi. Gli uccelli palustri rappresentano uno dei simboli della cultura dei campi di urne, sono il simbolo del sole, ma possono essere interpretati anche come una rappresentazione semplificata della dea Pothniae Theron – signora degli animali, accanto alla quale in genere i volatili suddetti figurano come suoi attributi.

Contemporaneamente alle urne a forma di boccale panciuto, compaiono quelle a forma di pentola panciuta con imboccatura rientrante e senza collo. Sono per lo più decorate a rilievo con spirali , meandri, onde e simili (Fig. 19).
Da rilevare un contenitore della stessa forma, trovato a Castellier presso Villanova del Quieto, la cui spalla è decorata da una sequenza di cavallini. Hanno la criniera a raggiera e sono raffigurati in un modo che è affine a quello degli scudi rotondi e delle borracce di bronzo etruschi.

Già a partire dal IX sec. a. C. si stabiliscono infatti intensi contatti con il mondo venetico dell'Italia nord-orientale (coltelli di bronzo, spilloni) e con il Piceno (spilloni, vasi di tipo kothon). Alla fine dell'VIII sec. a. C. si affacciano i vasi ceramici situliformi e quelli di tipo Timavo dell'area venetica.
Sono per la maggior parte importati, ma si riscontrano pure imitazioni locali.

Nel corso dell'VIII sec. a. C. appare la ceramica importata dall'area dell'Etruria meridionale come pure la più numerosa ceramica daunia dipinta di tipo geometrico medio o quella, sempre geometrica, japygia. Da allora e fino agli ultimi secoli della vecchia era si può seguire il perdurare di contatti ininterrotti dell'Istria con la Daunia, ma anche con le altre zone della costa occidentale adriatica (Fig. 20).

La presenza degli Istri sul mare nonché la posizione stessa della penisola istriana hanno contribuito al costituirsi di una sorta di corridoio di scambio tra il territorio italico e quello prealpino sud-orientale (l'odierna Dolenjska-Bassa Carniola) lungo il quale viaggiava la ceramica daunia, mentre in direzione opposta venivano spediti, con tutta probabilità, minerali ferrosi.
Simboli del potere, come il piccolo scettro trovato a Nesazio e i ventagli di bronzo di Nesazio, Pizzughi e Vermo (fine VIII sec.- VII sec. a. C.)(Fig. 21), testimoniano contatti con il mondo villanoviano e etrusco.

Nello stesso tempo in Istria i guerrieri usano un tipo di elmo conico, noto sia nell'area della Dolenjska-Bassa Carniola che nel Piceno e a Verrucchio.

In Istria, nelle necropoli di Pizzughi e di Vermo, gli elmi suddetti vengono trasformati in urne funerarie.

Gli oggetti stranieri importati erano merci di prestigio riservati alle élites, che se li procuravano con il commercio-scambio o ricevendoli in dono, ma anche con la pirateria, per la quale gli Istri sono citati, assieme ai Liburni, nelle fonti scritte.
Da quelle stesse fonti si apprende che essi costruivano barche cucite, dette serillae o seriliae, conosciute in parecchie regioni del Mediterraneo. Una di queste barche preistoriche cucite, scoperta nell'insenatura di Zambrattia nell'Umaghese, si sta studiando già da alcuni anni.

La presenza degli Istri sul mare è testimoniata inoltre dalla realistica rappresentazione di una battaglia navale, compresi la nave con i rematori e i guerrieri, su una situla trovata nella tomba esplorata nel 1981 a Nesazio (Fig. 14), dove appare accanto ad altre scene ricorrenti (raffigurazioni di battute di caccia, di aratura dei campi, di cortei solenni). È una scena forse eseguita su commissione dai maestri artigiani ambulanti che giravano per i vari centri gentilizi.

Dal VII sec. a. C. in poi diventa più arduo distinguere i manufatti tipicamente istrici. Nelle necropoli ci si imbatte in urne eseguite assai sbrigativamente e poco cotte, molto probabilmente di fattura locale, accanto a ceramiche di qualità prodotte dalle officine venetiche e da quelle di S. Lucia: si tratta di vasi situliformi conici e di altri più recenti a forma di calice (Fig. 22). Tra i monili una particolarità è rappresentata dagli spilloni con la capocchia formata da più globetti. Sono frequenti pure i monili confezionati con semplice filo di bronzo: braccialetti spiraliformi, collane, braccialetti e orecchini conclusi da occhielli e gancetti. Una coppia di orecchini del genere, rinvenuti a Castelvenere nel Buiese, esibiscono anche una perla di ambra. Gli sono coeve le collane e i braccialetti tubolari ottenuti arrotolando sottili lamine di bronzo (Fig. 23).
I diversi tipi di fibule di bronzo, che mutarono con l'andare del tempo e con le mode, corrispondono alle fogge che compaiono nelle aree c
ircostanti, e soprattutto in quelle prealpina sud-orientale, venetica e a S. Lucia (Fig. 24).
Dal VI sec. in poi si fanno più ricorrenti le realizzazioni figurate in forma di pendagli e fibule e nell'ornamentazione delle situle di bronzo, delle quali ultime in Istria sono stati trovati degli esemplari solo a Nesazio e solamente in due delle tombe più ricche.

Alla fine del VI sec. nell'Alto Adriatico penetrano i Greci, cosicché la loro raffinata ceramica a figure nere e poi a figure rosse fa la sua apparizione, accanto a quella daunia ormai usuale, anche in territorio istriano (Fig. 25).

Sempre alla fine del VI sec. e durante il V sec. a. C. nell'area dell'Alto Adriatico, e quindi anche in Istria, si avverte il pericolo celtico, motivo per cui viene a crearsi il cosiddetto orizzonte delle tombe dei guerrieri. Nella tomba nesaziana esplorata nel 1981 furono depositate lunghe lance di ferro, pili ed elmi Negova di tipo sloveno e di tipo Sanzeno, che appaiono un po' più tardi. Si arricchisce intanto il repertorio dei recipienti usati per banchetti e simposi.
Assieme alla ceramica dipinta daunia e greca, figurano vasi etruschi di bronzo (stamnoi, ciste con ornati incisi)(Fig. 26), e poi di produzione magnogreca e greca (situle campaniformi), che fanno parte degli sfarzosi servizi riservati al consumo del vino.

Nel corso del IV sec. a. C. compaiono le ultime situle decorate con un fregio figurativo (teorie di animali quadrupedi, di uccelli e di uomini).
Tra i monili spiccano orecchini d'argento conclusi a S, che sono un prodotto di influenza venetica. E dall'area venetica continua l'importazione di ceramiche, adesso contraddistinte dalla ceramica grigia, specie ciotole e mortai. Si diffondono nel contempo i monili prodotti dalle officine liburniche ed ellenistiche dell'area liburnica: fibule a placca (Fig. 27) e certosoidi d'argento, orecchini e braccialetti a ferro di cavallo, pendagli antropomorfi e simili. Prosegue pure l'importazione di svariate forme di ceramica a figure rosse dalle officine attiche, sud-italiche e nord-adriatiche. Per il vino, al posto dei precedenti crateri dauni globosi, entrano in uso nuovi crateri campaniformi in cui veniva mescolato ad acqua e spezie.

Durante l'epoca ellenistica si inizia il predominio della ceramica di tipo Gnathia proveniente dalle officine sud-italiche ma anche da quelle di Lissa: si tratta di crateri, skyphos, olpae e simili. Abbondanti i reperti di ceramica a rilievo, soprattutto crateri e bicchieri, che si produceva lungo la costa orientale adriatica.

In Istria i reperti celtici sono rarissimi. Finora consistono solamente nel braccialetto ondulato di bronzo trovato a Monte Ursino e in uno di vetro di Castelliere presso Villanova del Quieto. Comunque vi arriva indirettamente il gusto della cultura La Tène, testimoniato da un frammento di torque con nodo. Ne derivano pure le fibule degli schemi La Tène medio, di tipo Castua, e La Tène tardo, di tipo Pizzughi. In seguito, e fino al termine delle vecchia era, compaiono una serie di tipi di fibule che rappresentano già forme internazionali diffuse dai commerci aquileiesi.
Recentemente è stata scoperta la più recente tomba istrica a incinerazione, datata al III sec. a. C. e situata ai piedi del Castelvecchio di Lupogliano, presso Mariškići (Fig. 28). Era danneggiata, ma siamo tuttavia riusciti ad appurare che conteneva i resti di due defunti in urne di fattura assai approssimativa, mentre il corredo era rappresentato da un'olpe di tipo Gnathia. Vi sono stati rinvenuti pure parti di abbigliamento e perline di vetro danneggiate dal fuoco. Importante il reperimento di un bottone di tipo Vinica, in quanto raro in territorio istriano.
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Messaggioda Berto » ven mar 06, 2015 4:13 pm

Venetici


La tonba deNerka Trostiaia, bruxà o ençenerà e mesa ente n'urna de bronxo.

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 5yRkE/edit

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viewtopic.php?f=89&t=221


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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... acurta.jpg

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 0072_2.jpg

Secie bronxee de Este, Hallstatt, Vače, Çertoxa, Boxen, Kuffern, ...
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... Via28/edit
viewtopic.php?f=43&t=195

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Una “situla figurata” racconta la storia degli antichi Veneti

http://tribunatreviso.gelocal.it/cronac ... -1.9770231

Nuova importante scoperta nel sito archeologico di Posmon a Montebelluna.

La necropoli, da anni oggetto di campagne di scavo, ha riservato un’entusiasmante sorpresa gli archeologi: una situla in bronzo di 2500 anni fa.
...
Generalmente le situle (secie), che per la loro forma ricordano un secchio, erano usate come contenitore dove porre preziosi ed utensili che accompagnavano i defunti nel loro viaggio verso l’aldilà: un bene di pregio riservato esclusivamente ai potenti dell’epoca. Diversi sono gli esempi nei corredi funerari delle necropoli degli antichi Veneti ma mai era stato ritrovato un reperto di fattura così pregiata, appartenuto quindi ad una figura di rango sociale e politico di grande spicco.
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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... UAV_04.jpg

http://www.regione.veneto.it/web/cultur ... lId=150192

Arco cronologico interessato:
epoca protostorica "o veneto venetica" (Civiltà Veneti antichi - a partire almeno dal V sec. a.C.)
epoca romana "o veneto romana"

Descrizione:

Montebelluna è da tempo nota per le considerevoli testimonianze di età preromana, restituite dalle necropoli esplorate tra il 1959 ed il 1969 nelle località di Posmon e di S. Maria in Colle. ...

Alcuni dei lotti oggetto di indagini archeologici preventive (4-5, 9, 12) hanno restituito testimonianze relative ad un´ulteriore porzione di necropoli: sono state infatti individuate e recuperate piů di 300 sepolture distribuite lungo un arco di tempo che va all´incirca dal VI secolo a.C. fino alla piena età romana.
Il rituale funerario documentato nelle tombe preromane è quello comune a gran parte dell´ambiente veneto e prevede l´incinerazione del defunto e la deposizione dell´ossuario, insieme al resto del corredo di accompagnamento, all´interno di una cassetta lignea o in lastre di pietra.

Un importante elemento di novità è invece rappresentato dalle 'opere di monumentalizzazione´ che interessano la necropoli a partire dalla seconda fase: come nelle ben più note necropoli di Este e Padova, anche a Montebelluna è ora documentata un tipo di tomba che prevede la realizzazione di un tumulo di terra a base circolare, al centro del quale viene collocata la sepoltura probabilmente appartenente al capofamiglia o ad un personaggio di spicco, circondata da altre con corredi funerari di minore importanza e ricchezza.

Il completo recupero e restauro di tutti gli elementi compositivi dei corredi, nel corso dello scavo prelevati a blocco insieme al terreno di riempimento delle sepolture per essere sottoposti ad un piů accurato e delicato scavo in laboratorio, consentirà probabilmente di chiarire meglio i criteri che presiedono a questa apparente organizzazione gerarchica delle sepolture.

Le situle realizzate in lamina di bronzo che talvolta sostituiscono il piů comune ossuario fittile, i numerosi elementi di abbigliamento o di ornamento di pregevole fattura, le armi o altri oggetti di particolare valore simbolico rappresentano infatti chiare indicazioni di differenze di rango e di ruolo, oltre a suggerire la presenza di un artigianato altamente specializzato. Una maggiore varietà di tipologie mostrano le tombe di età romana, tutte ad incinerazione ma con il corredo deposto entro una cassetta litica, all´interno di un´anfora segata, oppure in una fossa con copertura in laterizi. Più rari, ma ugualmente documentati sono casi di sepolture in cui il defunto veniva cremato su una pira innalzata direttamente sopra la fossa di deposizione (bustum).

Anche in questa fase vengono talvolta utilizzati i tumuli come segnacolo esterno delle tombe, ma le manifestazioni di conservatorismo rituale non si fermano qui, investendo anche i corredi funerari. Un esempio illuminante è fornito da uno dei due corredi restaurati ed esposti nella recentissima mostra Restituzioni 2002, tenutasi nelle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza.
In quello della tomba 102 (vedi foto), infatti, una spada in ferro caratteristica dell´armamento del guerriero celta e verosimilmente appartenuta al nonno del defunto viene deposta nella tomba ripiegata assieme al suo fodero, secondo un rituale tipico del mondo celtico di cui evidentemente si conserva ancora memoria, pur in una comunità ormai completamente romanizzata. Le ultime novità prodotte dalle botteghe artigianali del mondo romano sono infatti ampiamente presenti nei corredi di I secolo a.C.-I secolo d.C., talvolta anche con oggetti di particolare pregio, come il raffinato balsamario con bande in oro e in vetro policromo anch'esso esposto alla mostra di Vicenza, un pezzo del tutto eccezionale forse giunto a Montebelluna dal Mediterraneo orientale per il tramite di Aquileia.
Ricchi corredi e pezzi di importazione ci documentano dunque la ininterrotta vitalità di questo centro, che tra la fine del I secolo a.C. e la metà del II d.C. sembra organizzarsi attorno ad un nucleo residenziale settentrionale, ai margini del quale potrebbe essere collocata proprio la necropoli di recente scoperta. ...
http://www.museomontebelluna.it/home.aspx
http://www.museomontebelluna.it/il-muse ... toria.aspx

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... UAV_03.jpg
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Co łi omani more: caretà çełeste, sepełimento e cremasion

Messaggioda Berto » ven mar 06, 2015 4:16 pm

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Co łi omani more: caretà çełeste, sepełimento e cremasion

Messaggioda Berto » mer apr 01, 2015 8:24 pm

Un sito in Bolivia dove bollivano e scarnificavano cavaderi
marzo 6, 2015

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... olivia.jpg

http://ilfattostorico.com/2015/03/06/un ... more-14886

Gli archeologi al lavoro vicino al lago Titicaca, in Bolivia, hanno scoperto le tracce di un antico complesso mortuario dove venivano trattati i corpi umani dopo la morte. In particolare li bollivano, li scarnificavano e li pulivano.

Le ossa potevano poi essere portate via dalle popolazioni nomadi che vivevano sulle Ande.

Quasi 2.000 anni fa, le carovane commerciali e gli allevatori di lama si spostavano lungo i passi pedemontani vicino alle rive meridionali del lago Titicaca, in Bolivia. Tra gli sporadici avamposti frequentati dai nomadi, vi era il centro religioso e politico di Khonkho Wankane. Un nuovo studio, pubblicato su Antiquity, rivela che le popolazioni itineranti che frequentavano l’insediamento tra il 200 a.C. e il 500 d.C. ci portavano i loro morti per processarli ritualmente in pezzi più trasportabili per seppellirli altrove.

L’articolo, scritto dal professore di archeologia Scott C. Smith (Franklin & Marshall College) e Maribel Pérez Arias (University of Pittsburgh), spiega l’insolita scoperta. Al centro dell’insediamento, gli archeologi hanno dissotterrato i resti di un struttura circolare, in pietra e adobe, insieme a 972 ossa umane di almeno 25 individui, sparsi sul pavimento.

A parte le ossa intatte di una mano e un piede, la maggioranza dei resti umani scoperti erano denti e piccole ossa, soprattutto di mani e piedi. Gli esami hanno determinato che la maggioranza degli individui erano adulti di oltre 25 anni di età. Un sottile strato di gesso bianco copriva i resti, e la maggior parte mostrava tracce di pittura rossa. Gli archeologi hanno anche trovato pentole di ceramica e quattro strumenti in ossa di lama, ricoperti anch’essi con lo stesso gesso bianco.

I test a fluorescenza X condotti su 27 blocchi di un materiale gessoso bianco, rinvenuto nel sito, hanno rivelato una composizione principale di ossido di calcio – calce viva – prodotta riscaldando la pietra calcarea a temperature estremamente alte. Quando esposta all’aria, la calce viva diventa un gesso bianco (carbonato di calcio) simile a quello trovato sulle ossa.

Basandosi sulla presenza di calce viva e l’assenza di qualsiasi ossa lunga e cranio intatto, gli archeologi pensano che il sito fosse un complesso mortuario che processava i resti umani. Come i produttori di cuoio rimuovono capelli e grasso dalle pelli in un processo noto come “calcinazione”, a Khonkho Wankane disarticolavano i cadaveri portati dai nomadi. Poi li bollivano in pezzi in grandi pentoloni pieni d’acqua e calce viva, una mistura caustica che avrebbe staccato qualunque tessuto muscolare e grasso dalle ossa. Gli strumenti in ossa di lama sarebbero serviti a mescolare il contenuto. La presenza di pigmento rosso suggerisce che il processo rituale includeva la pittura delle ossa dopo la pulizia.

Quattro monoliti di arenaria incisi trovati a Khonkho Wankane offrono ulteriori indizi sull’uso originale della struttura. Le incisioni su un pilastro raffigurano un individuo che sembra spostarsi sopra il retro del monolite coperto di carne e poi muoversi giù con le sue coste esposte e il corpo parzialmente scarnificato.

L’analisi degli isotopi di ossa e denti ha scoperto che alcune persone non provenivano dalla regione meridionale del lago Titicaca, ma da fuori. Secondo i ricercatori, “[questi] individui non vissero vicino alla regione durante la formazione dello smalto dentale”, suggerendo che i cadaveri vi fossero portati apposta per il rituale.

Ma perché un’antica civiltà che abitò le Ande costruì una tale struttura? Una ragione è che i morti fossero riveriti dai vivi e giocassero un ruolo importante nella società. Oppure, in una società altamente mobile, i membri della famiglia spesso morivano lontani da casa, e piuttosto che seppellirli nel luogo di morte i parenti li trasportavano verso cimiteri più adatti. In questo modo, il complesso serviva come una “stazione secondaria” che serviva a trasformare i pesanti cadaveri in ossa, più facilmente trasportabili e pronte per essere sepolte a casa.

“Le prove indicano”, scrivono Smith e Pérez, “che in un’epoca di accresciuti movimenti e circolazione, Khonkho Wankane assunse una certa rilevanza grazie anche al processamento rituale dei resti umani per la popolazione agropastorale”.
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Re: Co łi omani more: caretà çełeste, sepełimento e cremasio

Messaggioda Berto » mer apr 01, 2015 8:55 pm

I Neandertal seppellivano i loro morti
dicembre 19, 2013

http://ilfattostorico.com/2013/12/19/i- ... loro-morti

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... saints.jpg


Fu ritrovato più di un secolo fa in una grotta nel Sud-ovest della Francia, ma solo oggi, dopo un nuovo studio durato 13 anni, gli scienziati hanno avuto la conferma: l’uomo di Neandertal di La Chapelle-aux-Saints fu intenzionalmente seppellito.
La ricerca, diretta dal paleontologo William Rendu della New York University e pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, mostra che, intorno a 50 mila anni fa, i compagni del Neandertal morto scavarono una fossa e presero tutte le precauzioni per proteggere il suo corpo dagli animali saprofagi. La scoperta sembra confermare definitivamente una teoria a lungo oggetto di dibattito tra gli studiosi: che cioè i nostri “cugini” Neandertal fossero capaci di comportamenti complessi, come appunto seppellire i morti.

Negli ultimi anni il ritrovamento di una ventina di sepolture nell’Europa occidentale ha convinto la maggioranza degli studiosi ad abbracciare l’ipotesi. Ma le testimonianze provenienti dai siti più antichi venivano di solito trascurate “solo perché gli scavi erano stati effettuati molti anni fa”, spiega Francesco d’Errico, un archeologo dell’Università di Bordeaux non coinvolto nell’ultima ricerca. “Lo studio invece conferma che i pionieri della paleoantropologia fecero un ottimo lavoro, dati i mezzi con cui lavoravano”.

I due sacerdoti e lo scheletro

Il sito di La Chapelle-aux-Saints aveva sempre lasciato perplessi gli studiosi. Nel 1908 erano stati i due fratelli Bouyssonie, archeologi e preti cattolici, a ritrovare nella grotta uno scheletro di Neandertal vecchio di 50 mila anni. Subito i fratelli avevano ipotizzato che i resti fossero stati sepolti intenzionalmente. Ma la comunità scientifica non li prese mai completamente sul serio, sia perché mancavano informazioni precise sui loro metodi d’indagine, sia perché si temeva che la fede influenzasse – consciamente o no – le loro conclusioni scientifiche.

Tra il 1999 e il 2012 un’équipe di ricercatori francesi ha riesaminato il sito, concludendo che la depressione dove lo scheletro è stato trovato fu almeno in parte modificata in modo da creare una tomba. Inoltre, a differenza degli ossi di renna e di bisonte che pure erano presenti nella grotta, i resti del Neandertal erano quasi intatti e non mostravano danni dovuti all’esposizione alle intemperie o ai morsi di animali.

“Tutti questi elementi mostrano che i due gruppi di ossa hanno avuto una storia diversa. Gli ossi degli animali sono rimasti esposti all’aria a lungo, mentre i resti del Neandertal furono subito sepolti in modo da proteggerli da qualsiasi tipo di disturbo o di alterazione”, spiega Rendu. La sua équipe ha anche ritrovato frammenti di ossa appartenuti ad altri tre Neandertal (due bambini e un adulto) ma non è chiaro se anche loro siano stati sepolti.

Paul Pettitt, archeologo della Durham University, commenta che il nuovo studio “non solo dimostra che i Neandertal abbiano seppellito un morto a La-Chapelle-aux-Saint, ma fa nascere anche un’altra ipotesi: che cioè l’evoluzione della pratica della sepoltura sia cominciata con semplici modifiche di avvallamenti o buche naturali”.

La nascita della pietà

La scoperta francese sembra confermare un’ipotesi suffragata da diverse scoperte: i Neandertal sarebbero stati in grado di elaborare il pensiero simbolico e avrebbero sviluppato una ricca cultura. Ritrovamenti recenti – come quelli della grotta di Fumane, nel Veronese- proverebbero che i nostri antichi cugini usavano pigmenti per decorarsi il corpo, indossavano gioielli fatti di penne e conchiglie colorate e forse sapevano persino dipingere.

Ma le testimonianze fossili de La Chapelle-aux-Saints mostrano che i Neandertal erano evoluti anche in un’altro senso: si prendevano cura dei malati e degli anziani. Lo scheletro scoperto dai fratelli Bouyssonie, infatti, è quasi del tutto privo di denti e mostra danni alla schiena e alle anche che dovevano rendere difficile la deambulazione senza assistenza.

“Prima di seppellire il suo cadavere”, commenta Rendu, “gli altri membri del suo gruppo probabilmente avevano dovuto prendersi cura di lui anche da vivo”.

National Geographic - Università di New York
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Re: Co łi omani more: caretà çełeste, sepełimento e cremasio

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 1:40 pm

Anca i can łi sepełise i so morti:
http://www.today.it/strano-ma-web/cane- ... video.html
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Re: Co łi omani more: caretà çełeste, sepełimento e cremasio

Messaggioda Berto » sab dic 05, 2015 5:26 pm

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