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Messaggioda Berto » sab giu 03, 2017 8:11 am

La Norvegia ha condannato con forza, domenica, la decisione dell’Autorità Palestinese di intitolare un Centro per la donna a Burka (a nord-ovest di Nablus) in onore della terrorista di Fatah Dalal Mughrabi, protagonista del massacro del 1978 sull’autobus sulla strada costiera (38 morti, fra cui 12 bambini).

https://www.facebook.com/noicheamiamois ... 8637060862

“La glorificazione degli attentati terroristici è assolutamente inaccettabile – ha detto il ministro degli esteri norvegese Borge Brende – Deploriamo questa decisione nei termini più energici. La Norvegia non permetterà che venga associata a enti intitolati a nomi di terroristi. Non accetteremo che i finanziamenti norvegesi vengano usati per tali scopi”. Brende ha chiesto che il logo della Norvegia venga immediatamente rimosso dall’edificio e che “i finanziamenti che sono stati assegnati al Centro vengano rimborsati”. E ha aggiunto: “Non parteciperemo a nessun nuovo accordo con gli enti interessati finché non saranno disponibili procedure soddisfacenti per assicurare che nulla del genere possa accadere di nuovo”. Il nuovo centro femminile aveva ricevuto finanziamenti dalla Norvegia attraverso la Commissione elettorale palestinese e un’organizzazione chiamata “UN Women in Palestine” che promuove la partecipazione delle donne palestinesi alle elezioni. Gli organizzatori dell’inaugurazione non hanno consultato i norvegesi e i funzionari Onu, e non li hanno invitati alla cerimonia di apertura. Dopo Oslo, anche Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres, ha detto che “le Nazioni Unite si sono dissociate dal Centro una volta saputo il nome offensivo scelto, e prenderanno misure per garantire che tali incidenti non avvengano in futuro: l’Onu ha ripetutamente chiesto la fine dell’istigazione all’odio e alla violenza, che costituiscono uno degli ostacoli alla pace”. Ieri l’ufficio del Segretario Generale ha confermato che l’Onu ha ritirato il proprio sostegno al Centro intitolato alla terrorista Dalal Mughrabi.
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Messaggioda Berto » dom giu 04, 2017 7:49 am

??? Non è o era un mago, ma un criminale assassino ???

L’incredibile vita di Abu Ibrahim il «mago» delle valigie-bomba che ha terrorizzato il mondo
Guido Olimpio
31 maggio 2016

http://www.corriere.it/extra-per-voi/20 ... 04b3.shtml

WASHINGTON — Settimanale americano Newsweek, 9 gennaio 1989, pagina 9, titolo: «La bomba invisibile». Quella che può essere nascosta su un aereo passeggeri. Sembra oggi, invece è ieri. Quell’articolo si apre con il ricordo di un attentato avvenuto sette anni prima su un jumbo in servizio da Tokyo a Honolulu. Provoca una sola vittima, un sedicenne giapponese. Tutto sommato è andata bene, ma l’episodio svela un nuovo tipo di ordigno. Una bomba composta di pentrite e altre sostanze plasmate in un «foglio» che si può stendere sul doppio fondo di una valigia, all’interno di una borsa. Lo attiva un doppio sistema: il peso del passeggero e un detonatore barometrico unito a un timer. Così il jet esplode in volo, anche dopo un paio di scali e questo permette al terrorista di piazzare la trappola e di scappare. La mente criminale che l’ha ideata è Husayn al Umari, nome di guerra Abu Ibrahim. Quest’uomo, oggi ottantenne, forse è ancora in vita, accompagnato da una taglia da 5 milioni di dollari offerta dall’Fbi. Forse è in «pensione», o forse no. Un romanzo criminale vero che torna d’attualità per quanto sta accadendo tra Europa e Medio Oriente, con le minacce al trasporto civile. Una trama ricostruita sulla base di documentazione da me raccolta fin dagli anni ‘80 (sotto, Abu Ibrahim, il terrorista che ha inventato sofisticati ordigni per colpire gli aerei. È ancora ricercato).


Le origini

Lui è uno della vecchia scuola e non solo per l’età. Nato a Tripoli del Libano, entra nel Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Si lega ai più radicali, si muove agli ordini di Wadi Haddad, l’operativo che ha organizzato dirottamenti spettacolari. Alla sua morte la fazione si decompone in tanti pezzi, Abu Ibrahim crea — nel 1979 — il «15maggio», data luttuosa per i fedayn perché ricorda la creazione di Israele, il nemico numero uno. E infatti sono gli israeliani i primi bersagli. Con appena 70 uomini, ma il sostegno degli iracheni, il gruppuscolo colpisce spesso in Europa: nel solo ‘81 lascia il segno per due volte a Roma prendendo di mira l’El Al, episodi di una lista lunga. L’11 agosto dell’82 alza il livello provando a distruggere il 747 che sta coprendo la rotta dal Giappone alle Hawaii affidando la missione a uno degli uomini più fidati, Mohamed Rasheed. Militante, con un precedente per droga a Milano, sa come muoversi. E se pensate che quelli dell’Isis abbiano inventato tutto lasciate perdere (toccando l’icona blu, il link agli articoli di Guido Olimpio).


La bomba nascosta con moglie e figlio

Rasheed, per non dare sospetti, si imbarca insieme alla moglie, l’austriaca Christine Pinter, e al figlioletto di due anni. Celano la bomba preparata da Abu Ibrahim e scendono. La deflagrazione ferisce 15 persone e si porta via la vita di Toru Ozawa, ma il pilota riesce ad atterrare. Il 25 ci riprovano. Prendono di mira un aereo della Pan Am tra gli Usa e Rio de Janeiro. Il destino è amico. L’ordigno non esplode, così l’Fbi può recuperarlo e studiarlo. I tecnici della Scientifica sono allarmati e sorpresi, inizia a crescere la fama di un estremista che ribattezzano «Frankenstein»o il genio del male. Non hanno torto (qui sotto: aprile 1986: lo squarcio provocato da un ordigno sul volo Twa da Roma ad Atene. Quattro le vittime).


L’apparato

Il leader del«15 maggio» ha la sua base a Bagdad, quartiere al Mansour, poco distante da una delle sedi del Mukhabarat. Gli 007 di Saddam lo finanziano, gli forniscono passaporti puliti e armi. È uno strumento per la lotta segreta contro gli israeliani, i siriani o chiunque dia fastidio al despota. Abu Ibrahim è instancabile nello sfornare progetti: bombe nascoste nei tubi dei frigoriferi, all’interno di valige oppure scomponibili e realizzate con materiale che sfugge ai raggi X. Alcune saltano, altre sono sequestrate intatte. Un paio anche a Roma, nell’ottobre 1985, dove sono arrestati due corrieri arrivati dalla capitale irachena: hanno un dispositivo che agisce da sicura, si toglie una vite e sono pronte all’uso. Un rovescio imbarazzante, il regime deve taroccare le carte per alleggerire la pressione. Abu Ibrahim rinuncia alla sua sigla, confluisce nel commando del «colonnello» Hawari, personaggio autorevole usato da Yasser Arafat per missioni clandestine e il cui vero nome è Abdullah Labib. Altri complici preferiscono andare, con il loro bagaglio di conoscenze, con Abu Nidal e Ahmed Jibril. La prova della migrazione è marcata dal ricorso a ordigni che sono simili a quelli del mostro. È un’epoca tumultuosa, che riserva brutte sorprese, compreso il tradimento di un militante — Adnan Awad — che invece di far saltare un hotel a Ginevra si consegna prima agli svizzeri, quindi è gestito dagli americani. In cambio delle informazioni otterrà un vitalizio, un posto dove campare e una nuova identità, inizialmente quella di Mario Rosatti (nella foto in apertura: una parata dei Fedayn, reparto usato da Saddam Hussein per azioni anche terroristiche).


Nuovi colpi

Anticipando al Qaeda, Abu Ibrahim elabora (senza dare seguito) un piano per disintegrare tre jet in volo verso gli Stati Uniti. Un’offensiva eversiva che deve poggiare su attivisti infiltrati in Italia, paese che spesso ritorna nella sua storia a riprova dell’esistenza di contatti solidi. Due anni dopo, il 2 aprile dell’86, muoiono quattro passeggeri a bordo del TWA Roma-Atene. L’ordigno piazzato sotto il sedile 10F apre uno squarcio nella carlinga, le vittime sono risucchiate all’esterno. Tre corpi saranno trovati da un pastore nella regione di Argos, Grecia. Il quarto in mare. Gli investigatori sospettano di una libanese, May M., avanzano molte teorie sulla fazione responsabile ma finiscono sempre per tornare ad Abu Ibrahim. Le indagini non escludono l’uso di una bomba introdotta in pezzi e poi rimontata dalla donna. Si guarda anche a una precedente sosta del jet al Cairo. Paiono le news di questi giorni, quelle legate al caso del Metrojet sventrato nei cieli del Sinai a ottobre o l’Egypt Air MS804 precipitato per ragioni sconosciute nel Mediterraneo. Il filo della storia continua con il richiamo al terrorista e alle sue capacità. Ogni volta che accade qualcosa di sinistro su un velivolo passeggeri si pensa — esagerando — che ci sia la sua mano. Nonostante abbia perso i «fratelli» migliori. Rasheed è catturato nel 1988 in Grecia — vicenda dai mille intrighi —, rilasciato nel 1996, ripreso nel 1998 ed estradato in America e ancora oggi al centro di una lunga diatriba legale. Il luogotenente Abu Zyad scappa in Sudan, poi in Algeria, da qui l’ignoto. Il capo, invece, resta al coperto nel rifugio iracheno, pronto ad aiutare il protettore Saddam nel suo disegno regionale (sotto, gli Shebaab somali hanno cercato di distruggere un jet a Mogadiscio usando un ordigno nascosto in un computer. Era il 2 febbraio 2016).


Momento difficile

Dopo l’invasione del Kuwait — agosto 1990 — il presidente iracheno chiama a raccolta gli estremisti che ha foraggiato generosamente. Li tiene pronti per rispondere agli occidentali. C’è anche il colonnello Hawari che, però, è tolto di mezzo da un incidente stradale sulla via che da Amman porta a Bagdad. Tutto casuale? Lo hanno aiutato a morire? Il mistero resta. Quanto ad Abu Ibrahim i suoi spostamenti sono meno chiari: per gli israeliani e gli Usa fa parte della falange che potrebbe lanciare rappresaglie ad un cenno di Saddam. Solo che l’azione dell’intelligence è forte, diventa complicato muovere le pedine, le misure di sicurezza sono strette e sopratutto i servizi iracheni hanno grosse difficoltà ad agire all’estero. Il «mago» pare svanire con i sogni di gloria del generoso padrino. Riemerge a sorpresa quando nessuno se lo aspetta, nel 2004. Un reparto di soldati statunitensi recupera degli ordigni n un covo di ribelli sunniti a Mosul: vero o no che sia gli Usa affermano che c’è la «firma» di Abu Ibrahim, ipotizzano che abbia assunto il compito di consulente degli insorti. Seguono nuove segnalazioni. Tripoli del Libano, la sua città natale, la Siria, quindi lo Yemen, il paese dove agisce da tempo un altro «artificiere» temuto, un altro Ibrahim. Il suo cognome è al Asiri e «lavora» per al Qaeda. È l’inventore delle mutande bomba, dell’ordigno nell’ano, del nemico invisibile. Come quello evocato da Newsweek nel 1989. Oggi nessuno sa dove sia finito il terrorista. Può essere deceduto, sepolto in un pezzo di deserto, in una tomba sotto una lapide anonima. Oppure è lì fuori che guarda — con nostalgia — le nostre paure.
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Messaggioda Berto » lun giu 05, 2017 11:38 am

L’ira di Trump su Abu Mazen “Sei un bugiardo. Mi hai mentito”
I retroscena di Betlemme
29 maggio 2017
di Yossy Raav

http://www.italiaisraeletoday.it/lira-d ... i-betlemme

Chi era presente ha raccontato di un incontro molto teso, concitato. Toni molto alti, urla. Un Trump furioso che ha scaraventato tutta la sua rabbia nei confronti di Abu Mazen. Il bugiardo.

L’incontro in questione è quello di Betlemme quando il presidente Usa ha incontrato Abu Mazen ritagliando uno spazio nella sua visita di due giorni in Israele. I due tennero pure una conferenza stampa congiunta, tutta sorrisi e toni pacati, in cui il presidente elogiò l’impegno di Abu Mazen per rilanciare i negoziati con Israele per un accordo di Pace reale e duratro. Ma la verità di quello che è successo è decisamente un’altra, secondo quanto riferito da Canale 2.

“Tu mi hai ingannato a Washington – ha tuonato Trump – mi ha parlato di pace, mi hai detto che volevi fare di tutto per raggiungerla… ed invece gli israeliani mi hanno mostrato carte alla mano che tutto questo non era vero, mi hanno fatto vedere come viene supportato l’incitamento all’odio ed alla violenza. La pace non può mai radicare in un luogo in cui si professa l’odio e dove si finanzia e si sostiene economicamente il terrorismo “.

“Aveva sentito dire che i palestinesi insegnano ai loro figli la pace”, ha detto Netanyahu. “Sfortunatamente, non è vero: nominano nelle loro scuole maestri che insegnano l’odio e, intanto, le autorità centrali pagano i terroristi e le loro famiglie.” Trump ha nuovamente sottolineato l’impegno Usa. “Dobbiamo essere determinati tutti nel condannare questi atteggiamenti. La pace è una scelta che dobbiamo fare ogni giorno e gli Stati Uniti sono in prima linea per contribuire a rendere possibile quel sogno per i giovani ebrei, cristiani e musulmani”.



Dopo la visita di Trump

Crisi nel Golfo: Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Bahrein rompono le relazioni diplomatiche con il Qatar
Milano, 5 giugno 2017 - 05:22
Azione senza precedenti dei vicini contro l’Emirato, accusato di sostenere «i terroristi»
Via i diplomatici e interrotti i trasporti, scacco per il Paese organizzatore dei mondiali 22

http://www.corriere.it/esteri/17_giugno ... 067c.shtml

Crisi nel Golfo, senza molti precedenti: Bahrain, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il vicino Qatar. Le accuse sono quelle di sostenere organizzazioni terroristiche e di interferenze negli affari interni del confinante Bahrein. Una mossa molto forte che prevede l’interruzione immediata degli spostamenti via terra e via aerea (Etihad, la linea di Abu Dhabi, ha già annunciato che sospenderà i voli, mentre Qatar Airways è una delle compagnie più potenti del mondo) e il ritiro degli ambasciatori oltreché l’abbandono delle forze qatariote in Yemen, dove fanno parte della coalizione che combatte gli estremisti locali. Una mossa che probabilmente nasce dalle contestazioni rivolte ad Al Jazeera, l’emittente del Qatar, accusata «di incitare i terroristi e i destabilizzatori». Una mossa che potrebbe mettere parecchio in difficoltà l’emirato in una fase delicata della sua storia visto che dovrà organizzare i Mondiali di calcio del 2022.



Arabia Saudita, Emirati ed Egitto contro lo sceicco Al Thani
di VINCENZO NIGRO
25 maggio 2017

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05 ... -166368213

È riesplosa la battaglia politica e mediatica fra il Qatar e i suoi "fratelli" arabi della regione del Golfo. Da qualche giorno l'emiro Al Thani, il "ruler" di Doha, è finito sotto attacco dell'Arabia Saudita e degli Emirati per una sua dichiarazione che è stata postata sul sito dell'agenzia di notizie del Qatar, ma che la stessa agenzia ha classificato come un "fake", un falso piazzato da qualcuno che ha voluto mettere in difficoltà il paese.

Nel testo, comparso pochi giorni dopo il vertice in Arabia Saudita fra Trump e i leader arabi, lo sceicco definiva l'Iran "una potenza islamica" e confermava che le relazioni fra il Qatar e Israele sono "buone". Ancora: lo sceicco, nel fake pubblicato dall'agenzia ufficiale qatarina, definiva Hamas "il legittimo rappresentante del popolo palestinese", descriveva le buone relazioni che il Qatar ha sia con gli Usa che con l'Iran.

Gli hackers hanno poi bloccato anche l'account Twitter dell'agenzia, dopo aver inviato messaggi in cui il ministro degli Esteri del paese denunciava i "complotti" delle altre nazioni arabe contro il Qatar. In un tweet addirittura veniva scritto che "il Qatar ha ordinato il richiamo degli ambasciatori da Bahrain, Egitto, Kuwait, Arabia Saudita e Emirati Arabi dopo la scoperta del "complotto"".

Il governo qatarino è poi riuscito a cancellare i tweet falsi, e il direttore dell'ufficio comunicazione del governo ha spiegato che "il governo ha aperto un'inchiesta sulle falsità diffuse". Ma le informazioni false sono state rilanciate per ore dalle tv satellitari del Golfo, innanzitutto da quelle degli Emirati

Gli altri paesi arabi accusano da sempre il Qatar di essere vicino ai movimenti più estremisti, a patire dai Fratelli Musulmani. Arabia Saudita ed Emirati hanno bloccato Al Jazeera, la tv satellitare qatarina, e oggi sono stati seguiti da Egitto e Bahrain.

La disputa politica e "televisiva" con il Qatar è il primo frutto evidente della svolta che si è avuta sabato scorso a Riad dove Trump ha incontrato i leader dei paesi islamici sunniti guidati dall'Arabia Saudita. Di fatto il presidente americano ha rinsaldato un'alleanza con i paesi sunniti in nome dell'ostilità all'Iran che proprio in quelle ore conteggiava i voti delle elezioni che hanno confermato Hassan Rouhani alla presidenza della Repubblica. Il primo effetto del rilancio della nuova alleanza anti-iraniana è stato quindi quello di limitare la possibilità di dissenso all'interno della coalizione die paesi arabi guidati dall'Arabia Saudita.


Lo Stato del Qàtar (Arabo قطر, Qaṭar) è un emirato del Vicino Oriente. Situato in una piccola penisola della ben più grande penisola Arabica, confina a sud con l'Arabia Saudita ed è per il resto circondato dal golfo Persico.

https://it.wikipedia.org/wiki/Qatar
Il Qàtar è uno dei vari emirati sorti nel XX secolo nella penisola arabica. Dopo essere stato dominato per migliaia di anni dai persiani e, più recentemente, dal Bahrein, dagli Ottomani e dai britannici, diventò indipendente il 3 settembre 1971. Diversamente dalla maggior parte dei vicini emirati, il Qatar ha rifiutato di diventare parte dell'Arabia Saudita - malgrado il comune orientamento wahhabita della loro fede islamica - o degli Emirati Arabi Uniti.

Superfice 11.437 km² (162º) - Popolazione 2.350.000

PIL (nominale) 192 402 milioni di $ (2012) (53º)
PIL pro capite (nominale) 104 756 $ (2012) (2º)

La principale risorsa economica è rappresentata dal petrolio su cui si basa la ricchezza del paese. I primi giacimenti furono scoperti negli anni quaranta e la commercializzazione del greggio ebbe inizio dieci anni dopo. Nel 1974 il governo fondò la Qatar General Petroleum Corporation, ente deputato al controllo delle risorse petrolifere, precedentemente gestite da compagnie occidentali. Il Qàtar è membro dell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC).

Un'ulteriore risorsa è costituita inoltre dai giacimenti di gas naturale; infatti, a North West Dome si trovano i più grandi depositi del mondo di gas naturale non associato al petrolio. Nel 2012 il prodotto interno lordo nominale del paese è stato di 192.402 milioni di dollari USA, corrispondente a un PIL di 104.756 dollari USA pro capite, secondo al mondo dopo il Lussemburgo. A parità di potere d'acquisto il prodotto interno lordo è stato di 185.300 milioni di dollari USA, con un PIL procapite di 100.889 dollari che colloca i suoi abitanti al primo posto tra i più ricchi del mondo.

Il settore agricolo ha rilevanza solo a livello locale e impiega circa il 3% della forza lavoro. Sono allo studio progetti volti a migliorare i sistemi di irrigazione e ad aumentare la produzione agricola per garantire l'autosufficienza alimentare, raggiunta alla fine degli anni novanta solo per frutta e ortaggi. Il settore più importante resta comunque quello della pastorizia (si allevano perlopiù capre, pecore, dromedari e bovini). Di rilievo è inoltre la pesca che riesce a soddisfare completamente il fabbisogno interno, garantendo anche eccedenze per l'esportazione. Il governo utilizza le entrate valutarie ottenute dalle concessioni petrolifere per finanziare lo sviluppo industriale del paese. Oltre a effettuare la raffinazione del petrolio, le industrie manifatturiere più importanti producono cemento, fertilizzanti e acciaio.



I Fratelli Musulmani (in arabo: جماعة الإخوان المسلمين‎, Jamaʿat al-Iḫwān al-muslimīn, letteralmente Associazione dei Fratelli Musulmani; spesso solo الإخوان المسلمون, al-Iḫwān al-Muslimūn, Fratelli musulmani, o semplicemente الإخوان al-Iḫwān, i Fratelli) costituiscono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all'Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ a Isma'iliyya (Egitto), poco più d'un decennio dopo il collasso dell'Impero Ottomano.
https://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Musulmani
Sono diffusi soprattutto in Egitto (Partito Libertà e Giustizia) e a Gaza (Hamas).
Sono stati dichiarati fuorilegge, in quanto considerati un'organizzazione terroristica, da parte dei governi dei seguenti paesi: Bahrain, Egitto, Russia, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Godono invece di cospicui finanziamenti e protezione più o meno esplicita da parte dei governi di Turchia e Qatar.


Il movimento dei Fratelli musulmani apre la strada al Qatar
Silvia Cattori Egalité et Reconciliation 30 aprile 2013
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

https://qatarbook.wordpress.com/2013/05 ... a-al-qatar

Sulla scia delle rivolte arabe, il Qatar utilizza la sua grande ricchezza e il suo impero mediatico per diventare una superpotenza regionale. Quali sono i suoi legami storici con i Fratelli musulmani che determineranno il successo o il fallimento della strategia di Doha.

Siamo abituati a un Paese come l’Arabia Saudita, che cercava di svolgere un ruolo di primo piano nella vita politica della regione, ma nel caso di un Paese piccolo come il Qatar, con una popolazione nativa di appena 200.000 persone, ciò è notevole. Soprattutto grazie alla sua ricchezza petrolifera e gasifera, la piccola penisola nel Golfo è in grado di competere con le maggiori potenze della regione. Il Qatar è riuscito a sfruttare le sue fortune economiche, e costruito intorno ad al-Jazeera un impero mediatico, rafforzando la propria reputazione da superpotenza regionale. Negli anni che hanno preceduto la rivolta araba, il Qatar ha seguito una diplomazia pragmatica, costruendo forti relazioni con nemici giurati come Stati Uniti e Iran o Hamas e Israele. In un certo senso, Doha ha preceduto la Turchia nell’attuare con successo una politica estera di “zero problemi”. Oggi, però, il Qatar ha più coraggio, prende posizione negli sconvolgimenti che hanno scosso il mondo arabo e rilascia le redini di al-Jazeera quando attacca i suoi nemici. Il Qatar infatti si é messo nell’occhio del ciclone.
Dopo il suo supporto supporto ai rivoluzionari, Doha si sente a suo agio con i nuovi leader islamisti in Egitto e Tunisia. In Libia, il Qatar era in prima linea nel sostegno militare e finanziario alle forze ribelli sostenute dalla NATO fino alla caduta di Muammar Gheddafi. In Siria, l’emiro è disposto a rischiare tutto per abbattere il regime di Bashar al-Assad. Al centro della strategia del Qatar vi sono i suoi legami storici con i Fratelli musulmani, che sono diventati i principali beneficiari delle rivolte arabe. Scommettere sulla Fratellanza, tuttavia, è rischioso, in particolare nei confronti degli altri Stati del Golfo che considerano i Fratelli musulmani una minaccia più grande dell’Iran.

La Fratellanza nel Qatar
La presenza in Qatar dei Fratelli musulmani di un certo numero di Paesi arabi, risale al 1950, quando alcuni membri del movimento furono costretti all’esilio, in particolare dell’Egitto di Jamal Abdel Nasser. Nel 1999, il ramo del Qatar dei Fratelli Musulmani fu dissolto e il suo leader Sultan Jassim ha detto nel 2003 che il governo del Qatar stava adempiendo ai suoi obblighi religiosi correttamente. Analoghi tentativi di riconciliare la Confraternita con la famiglia regnante negli Emirati Arabi Uniti non hanno avuto successo. La filiale della Fratellanza negli Emirati Arabi Uniti, chiamata al-Islah, è stato autorizzata ad agire come ente di beneficenza, ma ha dovuto interrompere la sua attività politica.
Nel tempo, il rapporto tra il Qatar e gli esponenti della Fratellanza si è rafforzato, in particolare con lo sceicco Yusuf al-Qaradawi e una lunga lista di attivisti islamici e giornalisti che hanno invaso al-Jazeera, tra cui l’ex direttore generale Wadah Khanfar (dei Fratelli musulmani giordani) e l’attuale ministro degli Esteri tunisino Rafiq Abdul-Salam, che ha guidato il centro di ricerca della rete. Il Qatar non ha perso tempo nel sostenere i nuovi regimi dei Fratelli musulmani riempiendone le casse. A differenza degli altri Paesi del Golfo, che hanno ridotto i loro investimenti in Egitto dopo la caduta di Mubaraq, Doha si è impegna ad aumentare la sua quota fino a 18 miliardi di dollari, per i prossimi anni. Le sontuose spese del Qatar per gli islamisti sono anche riuscite ad attirare Hamas palestinese allontanandola da Iran e Siria. In un recente viaggio a Gaza, l’emiro del Qatar sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani ha annunciato investimenti e progetti per un quarto di miliardo di dollari.

Il malcontento del Golfo
La storia d’amore tra i Fratelli musulmani e il Qatar è una fonte di malcontento tra i vicini del Golfo, in particolare in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Non è la prima volta che Doha irrita gli altri regimi della regione, come una volta succedeva, soprattutto per motivi economici, con l’Iran. Ma le altre monarchie del Golfo sono sempre più caute verso l’ascesa al potere dei Fratelli nella regione. Alcuni vedono la Fratellanza come una minaccia più grande dell’Iran. Il recente arresto di decine di membri di al-Islah con l’accusa di aver complottato per rovesciare il regime degli Emirati Arabi Uniti, ne è un esempio. I media sauditi sono più aperti nelle loro critiche alla relazione speciale con i Fratelli del Qatar e gli Emirati Arabi Uniti lanciano una stazione televisiva contro di loro. Da parte sua, il Kuwait non ha che inviato una cifra simbolica di aiuti per l’economia in difficoltà dell’Egitto.
Questo ha reso il Qatar attento a non disturbare i suoi vicini del Golfo, evitando di accendere incendi che possano estendersi. Quando lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, per esempio, ha pubblicamente criticato l’EAU per aver espulso dei siriani in Egitto, nel maggio 2012, al-Thani stesso si recò ad Abu Dhabi, il giorno successivo, per limitare i danni. La politica del Qatar nel Golfo sembra essere un prolungamento del suo precedente approccio pragmatico, consistente in alleanze con nemici acerrimi, volendo bilanciare le sue relazioni con i suoi partner nel Golfo con il suo mecenatismo verso i Fratelli musulmani. Tuttavia, in altre parti del mondo arabo e in Siria, il Qatar conduce un nuovo e potenzialmente pericoloso gioco, mettendo tutto il suo peso da una sola parte.


Fradełansa muxlim - Fratellanza mussulmana
viewtopic.php?f=188&t=2027
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Messaggioda Berto » lun giu 05, 2017 11:48 am

Centinaia di terroristi di Hamas senza stipendio. E anche il Qatar si smarca
Sarah G. Frankl on Giu 5, 2017

http://www.rightsreporter.org/centinaia ... -si-smarca

La notizia è di quelle che fanno sobbalzare. Centinaia di terroristi di Hamas attualmente residenti a Gaza non riceveranno più lo stipendio dalla Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Per essere precisi si tratta di 277 terroristi di Hamas ex detenuti in Israele e rilasciati a seguito dello scambio con il soldato Gilad Shalit che fino ad oggi avevano continuato a ricevere il vitalizio che la ANP riserva ai terroristi imprigionati. L’autorità Palestinese ha reso noto che da questo mese non riceveranno più alcun vitalizio.

Non è chiaro se la decisione della ANP sia da ricollegare alle tensioni con Hamas oppure alle forti pressioni internazionali affinché si metta fine alla pratica di garantire uno stipendio/vitalizio ai terroristi palestinesi e alle loro famiglie.

A renderlo noto ieri è stato Abdelrahman Shadid, una sorta di “sindacalista” dei terroristi palestinesi il quale ha detto che 277 terroristi di Hamas questo mese non hanno ricevuto lo stipendio dalla ANP. «Quando sono andati in banca per ritirare lo stipendio hanno scoperto che il denaro non era stato accreditato» ha detto Abdelrahman Shadid. «Abbiamo chiesto chiarimenti ma per il momento nessuno ci ha risposto».
Altri problemi per Hamas. Il Qatar non li vuole più sul suo territorio

Ma Hamas ha problemi ben più seri da superare. Ieri il Qatar ha consegnato alla dirigenza di Hamas una lista di nomi “non graditi” che praticamente racchiudono tutta la leadership del gruppo terrorista palestinese. In sostanza il Qatar ha deciso di non ospitare più i terroristi di Hamas sul proprio territorio. Hamas nega decisamente che il Qatar abbia “espulso” i terroristi sostenendo che l’intera leadership del gruppo terrorista si trova attualmente a Gaza per una libera scelta e non perché il Qatar ha deciso di non ospitarli più. Tuttavia fonti arabe confermano che il Qatar avrebbe tolto il suo sostegno ai terroristi di Hamas e voci non confermate sostengono che la decisione sarebbe arrivata a seguito di una azione legale israeliana contro la leadership di Hamas che potrebbe mettere in difficoltà il paese del Golfo.
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Messaggioda Berto » gio giu 08, 2017 8:04 pm

La questione palestinese non interessa più gli arabi
08/06/2017

http://www.rightsreporter.org/la-questi ... -gli-arabi

Lo andiamo dicendo da un po’ di tempo, la questione palestinese non interessa più gli arabi e la recente vicenda del Qatar lo dimostra.

Era il 2014 quando l’Arabia Saudita chiese per la prima volta al Qatar di smetterla con i finanziamenti e il sostegno ad Hamas, ma allora il piccolo emirato se la cavò sostenendo che la questione palestinese era troppo importante per portare divisioni all’interno del mondo arabo. E allora questa linea prevalse.

Oggi però è diverso. La questione palestinese non unisce più il mondo arabo (a dire il vero era in crisi già da un po’ di tempo) un po’ perché gli arabi si sono stufati di ingrassare i conti correnti svizzeri dei dirigenti palestinesi, un po’ perché hanno capito che la questione palestinese non ha più ragione di esistere, ma soprattutto perché ormai tutti hanno capito che la sicurezza del Medio Oriente passa per accordi con Israele e non c’è questione palestinese che tenga.

È vero, ufficialmente i paesi arabi continuano a fare le stesse richieste di prima, ma la realtà dei fatti è ben diversa e quello che succederà ai cosiddetti palestinesi non interessa a nessuno del mondo arabo. Per usare un termine mutuato da Middle East Monitor, è una specie di “liberi tutti”.

La prima conseguenza di questa svolta araba la si vede in questi giorni proprio con la vicenda che riguarda il Qatar, cioè del più fervente sostenitore del terrorismo di matrice palestinese. Se fino a qualche anno fa il sostegno del Qatar al terrorismo palestinista era tollerato nel nome della questione palestinese, oggi quella questione non è nemmeno secondaria. Troppo importante stringere accordi di sicurezza con Israele per pensare a un popolo che non esiste che ha avuto 70 anni per trovare un suo collocamento nella storia e che non lo ha fatto preferendo continuare a vivere di aiuti e sovvenzioni. Gli arabi non ne possono più dei cosiddetti palestinesi. Non lo diranno mai in pubblico ma a parlare sono i fatti. Ora la domanda topica è una sola: quando lo capirà anche l’Europa?
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Messaggioda Berto » lun giu 12, 2017 8:27 am

“Bambini come scudo umano L’Onu deve cancellare l’Unrwa”
Italia Israele Today
di Nitsan Keidar
(Arutz Sheva)

http://www.italiaisraeletoday.it/bambin ... are-lunrwa

Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu ha aperto la riunione del Consiglio dei ministri affrontando il tema Unrwa ed i tunnel terroristici scoperti in una scuola a Gaza. “Negli ultimi giorni abbiamo scoperto un tunnel terroristico di Hamas sotto due scuole di Gaza”, ha detto Netanyahu. “Hamas sta usando gli scolari come uno scudo umano. Ho detto al direttore generale del Ministero degli Esteri di presentare una protesta ufficiale con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

“La scorsa settimana ho incontrato l’ambasciatore americano presso l’ONU Nikki Haley e l’ho ringraziata per le sue parole forti. Le ho detto che è giunto il momento per l’ONU di riesaminare l’esistenza dell’Unrwa. Dalla seconda guerra mondiale – ha proseguito il primo ministro israeliano- l’Alto Commissariato per i Rifugiati della Nazione Unita (UNHCR) ha affrontato e in buona parte risolto il problema di decine di milioni di rifugiati. I palestinesi, invece hanno un proprio comitato, l’UNRWA, che continuamente attacca gli israeliani e tende ad eternizzare il problema dei rifugiati palestinesi invece di risolverlo. Dobbiamo eliminare l’UNRWA e integrare i suoi diversi compiti in altre commissioni delle Nazioni Unite”.



Hamas nasconde un tunnel sotto una scuola, la scoperta dell’UNRWA
12 giugno 2017

http://www.progettodreyfus.com/hamas-tunnel-scuola

Hamas ha nascosto un tunnel sotto una scuola di Gaza. A scoprirlo è stata l’agenzia Onu per i rifugiati (UNRWA) che ha individuato la galleria, profonda tre metri, che passava sotto la scuola elementare maschile di Maghazi e la collegava a quella media. Galleria che dirigeva in due direzioni: verso il vicino campo rifugiati e verso la barriera di sicurezza fra Israele e Gaza.

Ferma la condanna dell’UNRWA che ha dichiarato inaccettabile mettere a rischio studenti e professori. L’Organizzazione mondiale delle nazioni uniti ha chiesto al gruppo terroristico Hamas di:
“Desistere da ogni attività di questo tipo, in quanto compromettono la capacità del personale dell’Onu di fornire assistenza ai rifugiati palestinesi in sicurezza”.
I tunnel che consentono il passaggio di armi e di terroristi è un’arma strategica di Hamas per attaccare Israele e i suoi cittadini. Nel 2014, infatti, l’organizzazione terroristica ha utilizzato tunnel per portare attacchi sul suolo israeliano servendosi anche di scuole, adibendole al nascondimento di armi, munizioni e postazioni per il lancio di razzi.
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Messaggioda Berto » gio giu 15, 2017 9:46 pm

Cosa farebbe Cristo secondo voi?

ANP e HAMAS si osteggiano sulla pelle della popolazione di Gaza

https://www.facebook.com/ProgettoDreyfu ... 69233154:0

L'Autorità Nazionale Palestinese - sostenuta dal blocco arabo sunnita Egitto-Wahabbiti-UAE - ha deciso di farla finita con Hamas, scheggia impazzita del'islamismo sunnita allineata e sostenuta dall'asse Iran-Siria lealista-Hezbollah.

Stanno cercando in ogni modo di far precipitare la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, al fine di spingere la popolazione civile esasperata da tre guerre con Israele (unilateralmente iniziate da Hamas con lanci di missili indiscrimianti sulle comunità e cittadine israeliane del centro-sud e con lo scavo di tunnel tattici che sbucavano direttamente oltre i confini di Israele) e da anni di sacrifici e privazioni a iniziare una guerra civile nella speranza che il regime di Hamas venga rapidamente rovesciato.

Un esempio di questa strategia?
Fino ad oggi l'ANP di Abu Mazen ha pagato tramite una parte delle tasse dei palestinesi del West Bank la compagnia israeliana che rifornisce (al di sotto del prezzo di mercato) di corrente la striscia: tuttavia mentre le strutture militari, la rete di tunnel, le residenze e gli uffici dei membri di Hamas hanno la corrente 24 ore su 24, il resto della popolazione si deve "accontentare" di sole 4 ore di elettricità ogni 24, con disagi e danni inenarrabili alle persone e all'economia.
Ebbene, signori e signori, Abu Mazen minaccia di smettere di pagare l'elettricità ai Gazawi: se questo realmente si verificasse, ci troveremmo difronte a due opzioni
1) Israele decide di continuare tramite la sua compagnia di fornire elettricità gratis alla striscia, per evitare che la crisi umanitaria già presente si aggravi e precipiti
2) l'elettricità si interrompe e la popolazione di Gaza resta al buio, mentre le strutture di Hamas metteno mano alle riserve di combustibile normalmente riservate agli ospedali e continuano ad operare, scoppia la più che probabile rivolta, la più che certa repressione, è un bagno di sangue e gli esiti sono imprevedibili.

Come avrete capito, a far le spese degli intrighi dei satrapi arabi sarebbero ancora una volta le fasce più deboli della popolazione civile palestinese e lo Stato di Israele, che di fronte alla fine del pagamento per l'elettricità da parte dell'ANP si troverebbe nella posizione scabrosa di decidere il da farsi: staccare, o non staccare, la corrente?
Se da una parte ci fa inevitabilmente orrore l'idea che si possa fornire gratis energia a un nemico mortale di Israele che la usa col solo scopo di provare a cancellare dalle carte geografiche lo Stato ebraico, incurante e anzi facendosi forza della sofferenza e dei sacrifici imposti ai civili palestinesi, dall'altra non possiamo che essere perplessi che possa uscire qualcosa di buono da una ennesima guerra civile inter-palestinese (che tra l'altro rischia di coinvolgere direttamente Israele nel caso Hamas decidesse di ricominciare a lanciare i suoi missili sulle città israeliane) : si rischia che dal vuoto di potere lasciato dall'implosione del regime terrorista di Hamas emerga una forza politico/militare ancora più mostruosa.
È il 15 di Giugno, si preannuncia una estate bollente.
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Messaggioda Berto » mer giu 28, 2017 3:54 pm

Gli errori storici si pagano
Lettera da Gerusalemme, di Angelo Pezzana

http://www.informazionecorretta.com/mai ... E.facebook

Una delle tecniche della propaganda arabo/palestinista che ha riscosso sempre attenzione, e quindi successo mediatico, è quella della cosiddetta “sostituzione”. Essendo l’islam arrivato terzo fra le religioni monoteiste, dopo ebraismo e cristianesimo, invece di occupare tranquillamente il proprio posto ed elaborare le regole religiose che Maometto avrebbe poi imposto ai futuri fedeli, ha ritenuto di affidarsi all’appropriazione delle fedi altrui, iniziando da quella più antica, l’ebraismo. Ma gli ebrei, pur rimanendo Israele il ‘piccolo satana’, non fanno proselitismo, a differenza del cristianesimo, che è così diventato il concorrente più temibile.

La storia è piena di esempi, e per approfondire l’argomento ci sono i libri. Qui citeremo gli episodi più recenti di questa appropriazione, che avviene senza che il derubato protesti. Il Papa, nella sua visita a Betlemme, si è trovato davanti a un Gesù nella culla avvolto in una keffia, e la sacra famiglia diventata anziché ebrea rigorosamente islamica. Il Papa non ha detto nulla, e non saremo certo noi a fare da suggeritori. Così come prendiamo atto della persecuzione dei cristiani nel mondo musulmano, senza alcuna presunzione di poter cambiare la politica del Vaticano. Certo, l’abbandono dei cristiani da parte di chi dovrebbe avere a cuore la loro protezione ci coinvolge, soprattutto quando la regione interessata è il Medio Oriente. Dove l’islam ha messo in atto contro Israele le medesime tecniche sostitutive. A partire da Abramo fino ai giorni nostri tutto è diventato storia islamica, la millenaria storia di Israele non è mai esistita e con essa il popolo ebraico. Erano musulmani a loro insaputa. Goebbels diceva che una menzogna ripetuta migliaia di volte diventa verità, aveva ragione, è stata questa la pratica nazista, non dissimile da quella islamica.

Ma veniamo ad oggi, anzi a ieri, dopo l’ennesima violenza palestinista sul Monte del Tempio, uno dei luoghi fondamentali della storia ebraica, con il Muro Occidentale che ricorda le due distruzioni del Tempio avvenute in anni diversi ma nello stesso mese e giorno, il 9 di Av. La cronaca è uguale a quella di sempre, gli ebrei non hanno il diritto di pregare nel luogo più sacro della loro religione, se si ostinano, interviene la violenza palestinista a dissuaderli, si comincia con gli insulti, gli spintoni, fino al lancio di pietre contro i soldati israeliani cui spetta il compito di mantenere l’ordine. Così è andata anche quest’anno – riportiamo la cronaca di Maurizio Molinari in altra pagina – feriti tra i soldati, nessun arresto di lanciatori di pietre ‘per non esacerbare gli animi’, in attesa delle prossime violenze che in quel luogo godono di libertà di azione grazie a una errata valutazione storica alla quale occorre trovare rimedio.

Nel momento della riunificazione della città dopo la guerra dei 6 giorni, essendoci due moschee in cima al Monte del Tempio, Moshè Dayan concesse al Wafk – l’ente religioso musulmano – le chiavi che gli hanno poi consentito di amministrare la spianata. Era un gesto di pacificazione, quello voluto da Dayan, ma allora non era ancora ben chiaro – e forse non lo è ancora adesso – che nel mondo islamico quello che noi chiamiamo cooperazione, condivisione, pace, in arabo ha una unica traduzione: debolezza, ovvero possiamo fare ciò che vogliamo. La vicenda del Monte del Tempio è un aspetto, identico però a molti altri che consentono di capire perché dopo decenni di trattative per arrivare a una soluzione pacifica che tenga conto degli interessi di entrambe le parti, non si sia ancora arrivati a un risultato.

Il no palestinista finora ha consentito la crescita dell’antisemitismo grazie a una delegittimazione di Israele che non ha precedenti. Un odio rinato contro gli ebrei che si manifesta impunemente perché giustificato dalla… politica di Israele verso i palestinesi. È sulla diffusione di questa grande menzogna che Israele deve darsi nuove tecniche di informazione. L’intelligenza per realizzarle c’è, manca però la volontà di metterle in pratica. E Israele è sempre al centro di ogni bufera quando a scatenarla sono altri.

Angelo Pezzana con la copertina del suo libro "Quest'anno a Gerusalemme" (Giuntina ed.): storie degli ebrei italiani in Israele
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Messaggioda Berto » dom lug 16, 2017 7:39 am

La scomoda verità del conflitto israelo-palestinese
Chi vuole la pace non finanzia l’assassinio indiscriminato della popolazione con cui vuole vivere in pace, e non insegna ai bambini a diventare martiri sacrificabili come “balilla”
Di Fred Maroun
Fred Maroun, autore di questo articolo, è un cittadino arabo-canadese
(Da: Times of Israel, 22.6.17)
14 luglio 2017

http://www.israele.net/la-scomoda-verit ... alestinese

In risposta alla richiesta degli Stati Uniti che l’Autorità Palestinese ponga fine ai vitalizi a favore delle famiglie dei terroristi, Issa Karaka, ministro dell’Autorità Palestinese per i detenuti, ha dichiarato: “La società palestinese è interamente costituita da famiglie di prigionieri e di shahidi [martiri] e sono tutti vittime a causa dell’occupazione israeliana. La richiesta di fermare i pagamenti alle famiglie dei detenuti non è un dettaglio, e qualcosa di molto grave con grandi conseguenze sociali. Nessuno nell’Autorità Palestinese potrebbe mai adottare una tale misura. Sarebbe molto difficile per l’Autorità Palestinese interrompere l’aiuto umanitario alle famiglie di prigionieri e martiri”.

Che il ministro palestinese se ne renda conto o meno, questa sua affermazione ci dice che il terrorismo palestinese è una monumentale industria senza la quale la società palestinese difficilmente potrebbe funzionare.

Il presidente americano Donald Trump, che in passato aveva detto “finché i palestinesi non abbandonano il terrorismo e non riconoscono Israele come stato ebraico non sarà mai raggiunto un accordo di pace”, ora afferma che “Abu Mazen vuole la pace”. Ma la realtà dei fatti non conforta questo ritrovato ottimismo. Chi vuole la pace non finanzia l’assassinio indiscriminato e a sangue freddo della popolazione con cui vuole vivere in pace. Chi vuole la pace non condanna l’uccisione di terroristi colti nell’atto di commettere attentati. Chi vuole la pace non adotta programmi scolastici che “insegnano ai bambini a diventare martiri sacrificabili, a rifiutare i negoziati e a sposare la causa della guerra continua” (così Marcus Sheff, direttore di IMPACT-se).

Per dirla in modo semplice, i palestinesi vengono pagati per essere terroristi. Vengono pagati per garantire che il conflitto non finisca mai. Nascono in un clima di odio, crescono con gli stipendi degli assassini del terrorismo e vengono pagati per continuare il ciclo all’infinito commettendo ulteriori atti di terrorismo.

Primo premio del concorso di disegno “Cos’è una combattente ai tuoi occhi”, organizzato dall’Olp con fondi Usa e Ue, alla 16enne Ru’a Amjad che ha disegnato una famiglia palestinese con mitra Kalashnikov e una mappa della Palestina che cancella Israele dalla carta geografica (da Al-Quds, 29.3.17)

I palestinesi non hanno inventato l’odio arabo verso gli ebrei. Ve n’è in abbondanza in altre parti del Medio Oriente. In Libano, semplicemente comunicare con un israeliano può portare in galera una persona. I feriti siriani che sono stati curati in un ospedale da campo israeliano istituito a questo scopo sul Golan non devono portare con sé nulla che abbia una scritta in ebraico, quando tornano in Siria, perché ciò potrebbe costargli la vita. In realtà, è l’odio arabo verso gli ebrei che ha creato il conflitto israelo-palestinese, spingendo gli arabi a respingere l’idea stessa di uno stato ebraico indipendente e a scatenare la guerra contro di esso. La violenza palestinese contro gli ebrei è sempre stata intrecciata con l’odio arabo verso gli ebrei, e oggi è lo strumento principale per mantenerlo vivo.

Finché i palestinesi saranno guidati da terroristi, cresciuti nell’odio e pagati per fare i terroristi, la probabilità che la pace scaturisca da negoziati con i palestinesi è pari a zero. Questa è la scomoda verità del conflitto israelo-palestinese. Nessun leader americano ha mai affermato che Osama Bin Laden, il fondatore e capo di Al-Qaeda, l’organizzazione che pianificò gli attacchi dell’11 settembre, volesse la pace con gli Stati Uniti d’America. Nessun leader europeo ha mai affermato che Abu Bakr al-Baghdadi, il ”califfo” dell’ISIS, un’organizzazione che ha rivendicato diverse stragi terroristiche in Europa, voglia la pace con l’Europa. Non lo dicono, perché sarebbe assurdo. E altrettanto assurdo è dire che coloro che mantengono il terrorismo palestinese contro Israele vogliono la pace con Israele. Eppure lo dicono. L’ex presidente americano Barack Obama lo ha detto per otto anni. I leader europei lo dicono spesso e volentieri. Adesso lo dice anche Trump.

La verità è difficile da accettare, per i politici, perché significa ammettere che una soluzione per i palestinesi deve essere trovata nonostante i palestinesi: cosa “politicamente scorretta”, persino per Trump. Eppure va detta. Nella ricerca di una soluzione pacifica non c’è ragione di coinvolgere Fatah, Hamas o altri che sostengono di rappresentare i palestinesi: hanno tutti malamente tradito la loro gente e continuano a farlo ogni giorno. L’unica speranza per la pace, in questo momento, sarebbe una soluzione imposta, per loro interessi, da potenze maggiori come l’Egitto e l’Arabia Saudita. I politici occidentali dovrebbero trovare il coraggio di dirlo, e poi mettere mano a soluzioni reali.


“Qualsiasi bersaglio israeliano, pur di morire e ottenere il vitalizio per la mia famiglia”
14 luglio 2017

http://www.israele.net/qualsiasi-bersag ... a-famiglia

Tre terroristi hanno aperto il fuoco, venerdì mattina, su un gruppo di poliziotti israeliani in servizio presso la Porta dei Leoni della Città Vecchia di Gerusalemme. Due agenti sono stati uccisi, un terzo ferito. Gli agenti della polizia di frontiera israeliana rimasti uccisi sono Ha’il Satawi, 30 anni, originario di Maghar, e Kamil Shanan, 22 anni, di Hurfeish, entrambi della comunità arabo-drusa d’Israele.

Gli aggressori, provenienti dalla città arabo-israeliana di Umm al-Fahm, nel nord del paese, e muniti di armi automatiche, granate e coltelli, sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con gli agenti israeliani mentre cercavano di rifugiarsi sul Monte del Tempio. Tre ore prima dell’attentato, due dei tre terroristi hanno pubblicato su Facebook la propria foto con la moschea al-Aqsa alle spalle e la scritta: “Il sorriso sarà più bello domani”. Secondo la ricostruzione della polizia, i terroristi sono usciti dalla spianata del Monte del Tempio, si sono diretti alla Porta dei Leoni dove hanno aperto il fuoco e hanno poi cercato di tornare indietro, probabilmente per rifugiarsi nelle moschee, ma sono stati raggiunti e intercettati dagli agenti sulla spianata.

“Un attacco di questo genere sul Monte del Tempio è un evento estremamente grave, con serie implicazioni in ambito diplomatico e internazionale”, ha dichiarato il commissario capo della polizia israeliana Roni Alsheich. In un video si vede uno dei terroristi a terra, apparentemente ferito e circondato da agenti, che improvvisamente balza in piedi e cerca di accoltellare uno poliziotto, ma viene colpito prima che possa causare altre vittime. Dopo l’attacco, il capo della polizia di Gerusalemme, Yoram Halevi, ha annullato le preghiere sul Monte del Tempio e ha ordinando la chiusura del complesso per tutta la giornata. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele continuerà a preservare lo status quo sul Monte del Tempio. Sami Abu Zouhri, portavoce di Hamas, ha dichiarato su Twitter che “l’operazione di Gerusalemme è una risposta alla dissacrazione da parte israeliana della moschea di al-Aqsa”.

La Jihad Islamica palestinese ha elogiato “l’eroico attacco”. Osama al-Qawasme, portavoce di Fatah, la fazione che fa capo ad Abu Mazen, ha condannato la reazione di Israele all’attacco definendola “un inaccettabile tentativo di sfruttare ciò che è successo per realizzare un piano israeliano preparato in anticipo”. Qawasme ha esortato “tutti i fratelli arabi a operare immediatamente in ogni direzione per contrastare il complotto israeliano”. Sulla sua pagina Facebook, Fatah ha scritto: “Chiediamo al nostro popolo di andare alla moschea di al-Aksa, pregare e rompere l’assedio israeliano che mira a cambiare i siti storici della città santa, giudaizzandoli”. Anche il Grand Mufti di Gerusalemme, Muhammed Hussein, ha esortato i fedeli musulmani a recarsi al Monte del Tempio nonostante la chiusura temporanea decretata dalla polizia per la durata delle indagini. I mass-media palestinesi definiscono “martiri” i tre terroristi morti nell’attentato. Un predicatore di al-Aqsa, citato da Israel Radio, ha esortato tutti i musulmani a venire a Gerusalemme per difendere la moschea dalla “aggressione israeliana”. Vedi foto e video su Times of Israel e su YnetNews

Israeliani e palestinesi hanno deciso di combattere insieme gli incidenti stradali in Cisgiordania. Il capo del Consiglio regionale di Samaria, Yossi Dagan, ha incontrato alcune influenti personalità palestinesi (che hanno chiesto di non rendere noti i loro nomi per timore di ritorsioni) e insieme hanno deciso di creare un’organizzazione civile per contrastare gli elevati tassi di mortalità stradale mediante una campagna di sensibilizzazione (il cui slogan è “ebrei e arabi vogliono tornare a casa sani e salvi”) condotta da volontari israeliani e palestinesi, e una battaglia contro l’uso di veicoli che non soddisfano i requisiti di sicurezza. “La prima causa di morte in Giudea e Samaria sono gli incidenti stradali”, ha sottolineato Dagan. Uno dei funzionari palestinesi che hanno partecipato all’incontro ha detto a YnetNews: “Questa non è una questione politica: ci sono ebrei e arabi che muoiono sulla strada. Qui, la statale 60 la chiamiamo la strada delle bare”.

La città di Hebron ha registrato un aumento dei tentativi di attentati all’arma bianca, soprattutto durante il Ramadan, ma polizia e Forze di Difesa israeliane sono riusciti a sventarli senza vittime fra gli israeliani e nemmeno fra i terroristi: almeno 25 palestinesi in possesso di coltelli sono stati arrestati negli ultimi mesi senza colpo ferire. La spiegazione l’ha data a YnetNews un alto ufficiale della divisione Giudea e Samaria e consiste nell’aver adottato nuovi posti di controllo dotati di una speciale stanzetta in cemento armato e con vetri a prova di proiettile dove funziona una macchina in grado di rilevare non solo oggetti di metallo o affilati, ma anche il punto esatto del corpo dove si trovano. Nel caso, il soldato che segue l’ispezione in sicurezza attraverso il vetro rinforzato può immediatamente bloccare la uscite della stanza e neutralizzare la minaccia senza dover ricorrere alle armi. Così l’incidente si risolve con militari e arrestati perfettamente indenni. Il sistema è anche collegato a un computer per individuare in modo più rapido ed efficiente i palestinesi che hanno permessi di ingresso speciali come insegnanti, commercianti, pazienti e personalità pubbliche. “Vogliamo moltiplicare questi punti di controllo – ha detto l’ufficiale – perché non ci piace che i soldati debbano pattugliare le strade con il colpo in canna in mezzo a bambini palestinesi ed ebrei”.
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Messaggioda Berto » mer lug 26, 2017 6:52 am

Oren Almog,il superstite di un attacco terroristico palestinese condivide la sua storia orribile al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

https://www.facebook.com/noicheamiamois ... 7344238324

"Fino all'età di 10 anni ho vissuto una vita normale ,fino al momento in cui tutto è cambiato. Mentre ero con la mia famiglia al ristorante, una terrorista palestinese si è fatta esplodere tra i commensali ,ed ha ucciso ventuno persone, tra cui la mia famiglia. L'Autorità Palestinese ha pagato più di 86.000 $ alle persone coinvolte nell'uccisione dei miei cari", ha detto Oren ,che circa 14 anni fa ha perso cinque membri della sua famiglia ,e la sua vista ,in un attacco terroristico al ristorante "Maksim" a Haifa..L'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite,Danny Danon,ha invitato Oren a parlare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e chiedere alla comunità internazionale di intervenire per fermare i pagamenti ai terroristi."Questi pagamenti hanno portato all'attacco terroristico al ristorante "Maksim" ,cosi' come all'attentato a Halamish la scorsa settimana .E' il momento di farla finita" .



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Mito e organizzazioni parassitarie e criminali che non promuovono affatto i diritti umani, le libertà, il rispetto e la fraternità tra gli uomini, le genti, i popoli, le etnie, le nazioni, gli stati.
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