Endoe ke riva l'xlam el desfa i paexi co la goera e el teror

Endoe ke riva l'xlam el desfa i paexi co la goera e el teror

Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:33 pm

Endoe ke riva l'xlam, sel deventa na forte megnoransa el desfa i paexi co ła separasion, ła seçesion etnego rełijoxa, ła goera çevil etnego rełijoxa.
viewtopic.php?f=188&t=1895


Nella storia dove è arrivato l'Islam è poi sempre avvenuta la guerra civile e religiosa.
https://www.facebook.com/permalink.php? ... 0147022373

Nella storia, ovunque sia arrivato l'Islam e si sia fatto forte minoranza o maggioranza è poi sempre avvenuta la guerra civile e religiosa per imporre la legge islamica o Sharia a cui ha sempre fatto seguito l'islamizzazione forzata violenta e lo sterminio degli altro credenti.


Jihad o goera "santa" xlamega on cremene contro l'omanedà
viewtopic.php?f=141&t=1381
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:34 pm

India e Ixlam
viewtopic.php?f=188&t=1990

???
THE STORY YOU HAVEN’T HEARD:
‘In 1971, Muslims murdered 2.4 million Hindus and raped 200,000 Hindu women’
http://conservativepost.com/the-story-y ... indu-women

https://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_indo-pakistane
Con Guerre Indo-Pakistane ci si riferisce ad una serie di conflitti combattuti dai due stati nati dopo la divisione della Colonia Inglese dell'India del 1947: Pakistan e India.
Non tutte le guerre sono state di grandi dimensioni, a volte si verificarono solo delle schermaglie e ad eccezione della guerra del 1971, tutte nacquero dalla disputa riguardante la regione del Kashmir, disputa che ancora oggi permane. La guerra del 1971, che condusse anche alla indipendenza del Bangladesh, per alcuni viene identificata con quest'ultima fase, sebbene ne sia solo una parte, ma questa è una delle chiavi di lettura politica degli eventi.
Con la fine della seconda guerra mondiale, le pressioni economiche e politiche nell'area indiana, spinsero la Gran Bretagna ad appoggiare la volontà di coloro che volevano l'indipendenza dei musulmani nelle zone dell'India britannica con la creazione di nuovi stati indipendenti. La spartizione, secondo i politici di punta come Mohammed Ali Jinnah, leader della Lega Musulmana Panindiana (All India Muslim League), e Jawaharlal Nehru, leader del Congresso Nazionale Indiano, e la nascita degli stati indipendenti di India e Pakistan, si sarebbe dovuta svolgere attraverso relazioni pacifiche.
Tuttavia, la spartizione dell'India britannica in India e Pakistan nel 1947, non divise le nazioni lungo determinate e nette linee religiose. Quasi il 50 per cento della popolazione musulmana dell'India britannica rimasta in India, e violente rivolte interne tra indù, sikh e musulmani causarono tra i 500.000 e il milione di morti.
Ma il maggiore scontro diplomatico si ebbe per la spartizione delle regioni del Kashmir e dell'Hyderabad, dove nonostante la maggioranza di popolazione musulmana, le mire in quelle zone erano di entrambe le parti, le quali si trovarono così in scontro.




Pakistan e Bangladesh

Bangladesh, la minaccia dell'islam radicale
Gerolamo Fazzini 14 ottobre 2015
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/ ... rata-.aspx

L’uccisione del cooperante italiano Cesare Tavella ha, almeno per un attimo, aperto un varco mediatico sul Bangladesh, terzo Paese musulmano al mondo dopo Indonesia e Pakistan. Un Paese storicamente islamizzato dai sufi, corrente mistica dell’islam, a lungo considerato 'moderato' (e probabilmente la definizione è ancora la meno imprecisa), ma che è stato protagonista, negli ultimi tempi, di mutamenti sociali e politici tanto significativi quanto convulsi.

La complessità della scena politica del Paese è emersa in tutta la sua evidenza proprio all’indomani dell’omicidio di Tavella e di un altro cooperante giapponese. A più due settimane di distanza, poche sono le certezze e molte ancora le incognite. Di sicuro c’è che chi ha premuto il grilletto non era un delinquente comune (la pistola aveva il silenziatore) e che alla rivendicazione dello Stato islamico non crede più nessuno. Per il resto, ci si chiede come mai Tavella, in Bangladesh solo da pochi mesi, abbia potuto diventare oggetto di un’ostilità tanto forte e ci si interroga se l’Ong al servizio della quale egli lavorava – l’olandese 'Icco Cooperation' – possa avere urtato la suscettibilità di qualcuno. Dal canto suo, il ministro dell’Interno, Asaduzzaman Khan Kamal, ha messo le mani avanti, sostenendo che il coinvolgimento di terroristi islamici è ancora da verificare per capire se la fede cristiana del cooperante italiano possa rivelarsi uno dei motivi della sua morte.

La vicenda Tavella ha ulteriormente contribuito ad alimentare il già acceso scontro tra le due principali forze politiche che da anni guidano, alternativamente, il Paese: l’Awami League (AL) di Sheik Hasina e il Bangladesh National Party (BNP) di Khaleda Zia. Moderata, laica e di ispirazione socialista, l’Awami League aveva come leader Mujibur Rahman, primo Presidente del Paese dopo l’indipendenza dal Pakistan (1971). Il Bnp, invece, è una formazione sorta nel 1975, dopo l’uccisione di Mujibur Rahman e un periodo di dittature militari, che hanno favorito l’entrata in scena dei partiti islamisti, specie il Jamaat-islam.

Da un anno e mezzo la già fragile democrazia del Bangladesh è stata ulteriormente minata.
Le elezioni del gennaio 2014, infatti, hanno visto l’affermazione di Hasina: una vittoria di Pirro, visto che – sotto le minacce degli islamisti – aveva partecipato al voto meno del 20% degli aventi diritto.
L’avversaria Khaleda Zia non si era presentata per protestare contro la decisione del governo di non procedere a un periodo 'di transizione', come da tradizione prima del voto. Risultato: agli inizi del 2015 il Bnp ha indetto una lunga serie di scioperi e il blocco totale dei trasporti. Due fatti che hanno causato pesantissimi danni economici e enormi disagi alla popolazione, e che, alla lunga, hanno intaccato il consenso dell’opposizione. Nel frattempo il governo è intervenuto pesantemente contro il partito estremista Jamaat-islam, incarcerandone i principali leader.

Tuttavia, ciò non ha impedito che – negli ultimi mesi – la violenza degli estremisti si dirigesse contro una serie di blogger 'laici', in qualche caso esplicitamente atei (una 'lista nera' comprende 84 nomi), causando la morte di quattro di loro, l’ultimo ai primi di agosto scorso.

Ebbene, in questi giorni sul Daily Star, uno dei principali quotidiani, si poteva leggere la notizia secondo cui 'il capo del BNP potrebbe avere un collegamento con l’uccisione di Tavella e andrebbe quindi indagato'; per tutta risposta il principale partito di opposizione ha denunciato l’incapacità dell’Awami League di mantenere l’ordine e la sicurezza nel Paese.

La verità è che l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno il Bangladesh è di una lotta intestina, di mero potere, del tutto nociva agli interessi della gente, a fronte di problemi sociali immensi. (Per capirlo basta soggiornarvi una decina di giorni, come sta accadendo a chi scrive, e sentire alcune voci della società civile e della Chiesa).

Il Bangladesh conta un popolazione di ben 160 milioni di abitanti in un territorio esteso quanto l’Italia centro-settentrionale, il che si traduce in una densità di popolazione record, con tutto quel che ne consegue in termini di impatto sulla vita quotidiana. Il Pil pro-capite è 958 dollari l’anno (quello italiano sfiora i 36mila), il tasso di analfabetismo supera il 40%. La capitale Dacca – 16 milioni di abitanti – è maglia nera nella classifica delle città più vivibili al mondo, stilata dall’Economist prendendo in considerazione 30 indicatori tra cui infrastrutture, servizi sanitari, stabilità economica e politica, istruzione e cultura e rispetto per l’ambiente.

Dal punto di vista religioso, il Bangladesh non figura tra i Paesi islamici più intransigenti. Le relazioni quotidiane tra musulmani e cristiani (lo posso affermare sulla base di numerose testimonianze di missionari) sono generalmente buone: accanto a taluni 'incidenti di percorso', mi sono stati raccontati episodi significativi, dal prete cattolico sorpreso da un imprevisto e accolto in moschea a dormire, alla giovane musulmana assoldata da una Ong legata a un istituto missionario cattolico che opera nel vicino Myanmar, fino al gruppo interreligioso di volontari (musulmani inclusi) che ho visto lavorare, a fianco di fratel Lucio Beninati del Pime, con e per i ragazzi di strada della capitale. Non è il caso, infatti, che il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione de popoli, visitando il Bangladesh a metà settembre, abbia detto che va apprezzata «la pacifica coesistenza di differenti religioni nel Paese». Per tutta risposta – ed è un notizia passata quasi inosservata – il primo ministro Sheikh Hasina ha invitato papa Francesco a compiere un viaggio in Bangladesh.

Il punto è che, pur in un contesto di islam tollerante, hanno preso piede, ormai da anni, frange estremiste molto agguerrite. Racconta padre Giulio Berutti, missionario del Pime e direttore delle Credit Unions (le banche per i poveri) della diocesi di Dinajpur: «Già negli anni Settanta il primo dittatore, marito di Khaleda Zia, oggi leader dell’opposizione, per consolidare il potere ha aperto la porta ai partiti islamici, modificando la Costituzione e inserendovi il richiamo ad Allah. Solo nel 1977 i Paesi islamici, alla luce di queste mosse del governo (specie dopo che l’islam è stato dichiarato religione di Stato), hanno riconosciuto l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. A partire da allora, dall’Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo sono stati riversati sul Paese soldi in gran quantità. Noi missionari ce ne siamo accorti perché abbiamo visto spuntare come funghi nei villaggi moschee in muratura che non potevano essere certo costruite con le modeste entrate dei villaggi. Quanto accade oggi non è che l’onda lunga di un fenomeno iniziato anni fa e cresciuto col tempo».

Questi fatti spiegano anche come mai il moderato Bangladesh sia finito, di recente, tra i Paesi per i quali avere una 'particolare attenzione', almeno secondo la Commissione degli Stati Uniti sulla Libertà religiosa nel mondo.

Come ne potrà uscire? Difficile dirlo. Certo pesa molto il delicato contesto internazionale (al di là della falsa rivendicazione dell’Is per l’omicidio Tavella, le sirene del Califfato rischiano di avere qui una forte audience nelle fasce più vulnerabili della popolazione), così come pesa la forte ingerenza dei Paesi arabi, che oltre a foraggiare le moschee, hanno favorito l’esplosione del numero di 'madrasse', le scuole coraniche, fortemente ideologizzate, all’interno delle quali viene allevata una generazione di studenti integralisti e potenzialmente violenti.

La risposta della Chiesa al rischio di deriva fondamentalista in atto è principalmente in chiave educativa. Da sempre lo sforzo dei missionari si è orientato sull’alfabetizzazione (bambine comprese) e sulla formazione umana, spirituale e professionale dei giovani. Ora la Chiesa cattolica ha compiuto un ulteriore passo, varando, nel dicembre 2014, la prima università cattolica del Paese. Una sfida coraggiosa, specie in tempi come questi.
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:34 pm

Kosovo

In Kosovo la Chiesa ortodossa è sotto assedio
Nel disinteresse del mondo, già più di cento chiese sono state assalite e distrutte. Altre le difendono i soldati della Nato. Il ruolo del Vaticano e la crescita dell´estremismo islamico
di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7002

ROMA - Nell´ultima settimana di novembre altre due chiese cristiane ortodosse sono state assalite e danneggiate in Kosovo, a Gornja Brnjica e a Susica. Nè l´una né l´altra erano protette dalla Kfor, la forza militare a comando Nato che mantiene il controllo della regione.
Da quando, nel 1999, la guerra è finita con la sconfitta dei serbi, sono più di un centinaio i luoghi sacri ortodossi che sono stati assaliti o distrutti in Kosovo, molti risalenti al XIII e al XIV secolo. In precedenza, quando a spadroneggiare nella stessa regione era l´esercito serbo di Slobodan Milosevic, si calcola che furono danneggiate o rase al suolo 212 delle 560 moschee musulmane dell´area.
Oggi in Kosovo i serbi ortodossi sono una minoranza assediata e minacciata. Dei circa 250 mila fuggiti in seguito all´intervento militare della Nato, ne sono tornati poche migliaia. Assieme ai 130 mila rimasti, vivono asserragliati in zone ristrette, sotto costante minaccia. Il potere è nelle mani dei kosovari albanesi di religione musulmana. Lo statuto futuro della regione è incerto. Formalmente, il Kosovo resta una provincia autonoma della repubblica di Serbia e Montenegro, ma la risoluzione 1244 dell´Onu che ne definisce lo status rinvia anche agli accordi di Rambouillet del 1999, i quali si richiamano al principio dell´autodeterminazione dei popoli per prospettare il definitivo assetto dell´area. E la schiacciante maggioranza albanese fa leva su questo per puntare all´indipendenza.
La distruzione delle chiese cristiane è parte di questo piano: così, almeno, teme la comunità ortodossa locale. "O la distruzione o la trasformazione in musei", specifica padre Sava Janjic, vicepriore del monastero di Decani.
Questo monastero è uno dei capolavori dell´arte medievale in Kosovo, culla storica dell´ortodossia serba. È abitato da 35 monaci, molti dei quali entrati negli ultimi dodici anni, in piena rinascita di vita monastica. Durante la guerra si prodigarono in difesa dei kosovari albanesi, minacciati di pulizia etnica dall´esercito di Slobodan Milosevic. Ma oggi sono essi sotto minaccia costante. Assicurano la difesa del monastero i soldati italiani della Kfor. I monaci non possono avventurarsi oltre il recinto, per far visita ai loro fedeli, senza essere accompagnati da una scorta armata. E analoga è la condizione di altri 25 monasteri e chiese sotto protezione Kfor. Tra i luoghi sacri più preziosi e più a rischio vi sono il patriarcato di Pec, il monastero di Gracanica, la cattedrale della Madonna di Ljevisa, a Prizren.
Artemjie, il vescovo di Raska e Prizren, la più alta autorità ortodossa del Kosovo, lamenta "il silenzio inspiegabile dell´Europa cristiana e democratica di fronte a crimini di tale gravità commessi contro un popolo cristiano ed europeo come quello serbo". E accusa il Vaticano d´essere stato "largamente implicato negli eventi" che hanno prodotto la situazione attuale.
Padre Sava specifica che contro la Chiesa serba è stata scatenata un´autentica campagna di delegittimazione: "Nelle scuole si insegna la tesi che la maggior parte dei luoghi sacri ortodossi del Kosovo non sono stati costruiti da noi ma dalla Chiesa cattolica romana, e che noi ce ne siamo impadroniti".
Nel Kosovo i cattolici sono circa 65 mila. "Siamo in eccellenti relazioni con i musulmani e il governo ci tratta bene", ha dichiarato all´agenzia norvegese per le libertà religiose "Forum 18" un portavoce dell´amministrazione apostolica di Prizren.
Ma dietro queste parole c´è una realtà più inquietante. In tutto il Kosovo sorgono nuove moschee e scuole coraniche finanziate dall´Arabia Saudita e va crescendo il peso delle correnti islamiste.
La conferma è nei pericoli in cui ora incorrono i musulmani che si convertono al cristianesimo.
In passato questi pericoli erano quasi inesistenti. L´islam tra le popolazioni albanesi è in genere poco radicato e si accompagna a un debole controllo sociale.
Ora invece hanno fatto la loro comparsa gruppi estremisti. E per i convertiti la vita si è fatta difficile. Lo scorso 11 maggio, a Gnjilane, uno di loro è stato brutalmente picchiato e minacciato di morte come "traditore".
A essere presi di mira sono soprattutto i convertiti alle Chiese evangeliche, le più attive nel far missione. Molti dei neobattezzati sono costretti a tener segreta la conversione ai loro stessi famigliari.
La Chiesa cattolica ha scelto il basso profilo, non fa proselitismo e quindi meno risente delle pressioni islamiste. Il leader musulmano moderato Ibrahim Rugova ha dichiarato di recente d´aver conosciuto più da vicino la fede cattolica e di stimarla molto.
__________
Il monastero ortodosso di Decani ha un sito web in lingua inglese ricchissimo di informazioni sulla situazione attuale del Kosovo:
> Visoki Decani Serbian Orthodox Monastery
Da fonte neutrale, le notizie più aggiornate sugli attacchi anticristiani in Kosovo sono in questi due rapporti dell´agenzia norvegese per le libertà religiose "Forum 18":
> Renewed attacks on Serbian Orthodox, by Branko Bjelajac, 1 December 2003
> Religious freedom survey in Kosovo, by Branko Bjelajac and Felix Corley, 9 September 2003
Mentre questo è il link a un reportage apparso sul numero di febbraio 2003 di "30 Giorni", il mensile diretto da Giulio Andreotti:
La questione Kosovo – Dalle origini all’era Milošević
Mauro Loi 3 novembre



La “questione Kosovo”.

http://www.rivistaeuropae.eu/focus/la-q ... -milosevic

Un argomento reso attuale dall’accordo Serbia-Kosovo del 19 aprile 2013 e, pochi anni prima, dalla lotta armata degli anni ’90, la guerra, l’intervento internazionale. Eventi che però sono solo il ri-emergere di una questione che ha storicamente, soprattutto in coincidenza di sconvolgimenti politici più ampi (la crisi dell’impero ottomano, le guerre mondiali ed il crollo della Jugoslavia), insanguinato il Kosovo.

Oggi il territorio kosovaro è abitato – dati del censimento 2011, boicottato però dai serbo-kosovari – per il 92% da popolazioni di etnia albanese, per il 5,3% da serbi e per il resto da bošnjaci, turchi, montenegrini, macedoni, gorani, rom, ashkali, egiziani ed ebrei. Un quadro demografico risultato di continue migrazioni (volontarie o, con terribile regolarità, forzose) e continue rivendicazioni, e che non si potrebbe riassumere con la semplice dicotomia albanesi-musulmani contro serbi-ortodossi. Una forma di semplificazione però necessaria per provare a descrivere le vicende della regione.

La “questione Kosovo”, dal punto di vista politico, nasce nel 1912-13, al termine delle guerre balcaniche, che provocano la definitiva spartizione degli ex-territori europei dell’Impero ottomano. La Serbia, indipendente già dal 1878 – ma di fatto libera dal giogo turco già dal 1815 – durante la guerra aveva occupato sia il Kosovo che il nord dell’Albania, territori ancora parte dell’impero. La sua espansione preoccupava però le potenze occidentali, soprattutto Italia e Austria, che non volevano uno stato serbo troppo grande e dotato di uno sbocco sull’Adriatico. Per questo motivo, e per riconoscere le rivendicazioni albanesi – il nazionalismo albanese nasce nel 1878, con la Lega di Prizren, città del Kosovo, ed aspira prima ad una maggiore autonomia all’interno dell’impero, poi all’indipendenza –, fu creata l’Albania indipendente. Per non scontentare troppo la Serbia, le fu concesso di mantenere il Kosovo, ancorché già all’epoca abitato in maggioranza da comunità albanesi. La situazione venne confermata dopo la 1^ guerra mondiale, a dispetto del principio dell’”autodeterminazione dei popoli” tanto caro a Wilson per ricompensare la Serbia dei sacrifici compiuti durante la guerra. La questione si ripeté anche dopo la 2^ guerra mondiale.

Le motivazioni politiche si sono sempre intrecciate poi a quelle di tipo storico. Il Kosovo infatti è chiamato dai serbi “La vecchia Serbia”, in quanto culla, nel XIII° e XIV° secolo, della civiltà serba dei Nemanjić (massimo splendore durante il regno di Stefan Dušan), che fecero di Prizren (in Kosovo) il centro della propria civiltà e di Peć (Pejë) il centro della chiesa ortodossa serba, attuando una politica di “ortodossizzazione” della zona – prima in parte cattolica – e creando monasteri in tutti i centri del Kosovo. Un “diritto storico” dei serbi ad abitare e governare il Kosovo contestato dalla storiografia albanese, che ritiene i Nemanjić conquistatori ed usurpatori di terre albanesi, anticamente abitate dai Dardani, popolo pre-romanico di stirpe illirica (come gli albanesi).

Anche le dinamiche demografiche del Kosovo sono molto dibattute. C’è però abbastanza accordo nel ritenere che all’epoca dell’invasione ottomana – 1389, battaglia di Kosovo Polje (Fushë Kosovë) in cui i turchi sconfissero i serbi, poi annettendo i territori nel 1455 dopo strenua resistenza opposta dagli albanesi di Kastrioti (1445) e di nuovo dai serbi (1448) – il Kosovo fosse abitato in maggioranza da slavi. L’aumento della popolazione di etnia albanese sarebbe avvenuto durante il dominio turco, in seguito a migrazioni dal nord dell’Albania ed alle migrazioni verso altre terre dei serbi.

Alla iniziale autonomia e tolleranza religiosa concessa ai cristiani in Kosovo infatti, gli ottomani fecero seguire, nel XVII° secolo, una politica orientata a convertire forzosamente la popolazione all’Islam, soprattutto durante e dopo la guerra tra ottomani e Lega Santa del 1683-1699, in cui i serbi si schierarono con gli asburgici (e i cattolici albanesi coi veneziani). Ed è proprio per fuggire alle rappresaglie e per non convertirsi, che molti serbi accettarono l’asilo offerto loro da Leopoldo I nei territori asburgici, dando il via alle grandi migrazioni serbe verso nord (soprattutto 1690 e 1739) ed all’insediamento nell’attuale Serbia, in Voivodina ed in Slavonia (nell’attuale Croazia).

Il sotto-popolamento – causato anche dalla peste – che ne derivò, fu compensato dall’arrivo di famiglie albanesi da sud (iniziato già agli inizi del XVII° secolo) che invece, inizialmente cattoliche, avevano accettato di abbracciare l’Islam per evitare il devşirme, la leva, per elevarsi socialmente, o perché costretti.

La conversione all’Islam consentì agli albanesi di avere una posizione privilegiata nella società turca, beneficiando degli stessi diritti dei turchi, tra cui quello di possedere la terra, negato ai cristiani. Da una parte questo rallentò la nascita di un nazionalismo albanese – anche la già citata “Lega di Prizren”, nata nel 1878, era inizialmente orientata solo ad ottenere maggiore autonomia e ad evitare che dalla spartizione dell’impero ottomano derivasse quella dei territori “albanesi” -, dall’altra provocò, con l’emergere dei nazionalismi, un inasprimento dei rapporti tra le due etnie. Fin dal 1877-78 nel Kosovo, ancora formalmente ottomano ma occupato provvisoriamente dai serbi, non mancarono episodi di violenza, rivolte e rappresaglie contro la popolazione civile albanese. Rappresaglie di cui invece furono oggetto i serbi quando gli ottomani, e quindi gli albanesi, ripresero il controllo della zona, dopo il Congresso di Berlino del 1878. Oppure durante il conflitto del ’14-’18, quando l’esercito serbo in fuga verso la costa dopo l’offensiva austro-tedesca, fu decimato dagli attacchi degli albanesi, nel Kosovo e in Albania.

Una situazione che si ripeté nel ’39 – ’45: molti albanesi del Kosovo collaborarono con le truppe dell’Asse – che sfruttarono ampiamente la retorica pro-albanese – partecipando alla persecuzione dei kosovari di etnia-serba. Questo scatenò numerose rappresaglie prima e dopo il ’45, malgrado a partire dal ’43 alcuni gruppi di kosovari-albanesi avessero partecipato alla lotta anti-nazista.

In generale, fino all’incirca il 1968, la popolazione albanese del Kosovo – da un censimento del 1921 il 64,1% del totale – fu percepita come un pericolo dai governi serbi/jugoslavi, che non mancarono di cercare di “slavizzare” la zona, proibendo l’uso e l’insegnamento della lingua e l’esibizione dei simboli della nazionalità albanese. Vennero avviati nel ’22 e nel ’33 anche due programmi per favorire la colonizzazione dei confini sud del Kosovo con serbi provenienti dal nord, in terre espropriate ad albanesi col pretesto dell’assenza di documenti con cui dimostrare il diritto di proprietà. Fu inoltre firmato un accordo (1938) per un programma di immigrazione, per alcuni deportazione, degli albanesi del Kosovo verso la Turchia (gli albanesi erano considerati “turchi”). Nella divisione amministrativa si ebbe poi cura nel dividere tra varie entità (banovinas) i territori abitati da albanesi.

Queste politiche portarono ad un nuovo aumento della percentuale di serbi in Kosovo, incremento che durò anche nei primissimi anni della Jugoslavia di Tito, in cui si continuò ad attuare politiche simili, negando l’esistenza di una “nazione albanese” e incoraggiando l’emigrazione albanese verso la Turchia e quella serba e montenegrina in Kosovo. L’atteggiamento cominciò a cambiare alla fine degli anni ’60, dopo l’intervento sovietico a Praga e il miglioramento dei rapporti con l’Albania, nell’ambito del “movimento dei non-allineati”, guidato proprio dalla Jugoslavia. Il Kosovo cominciò ad essere percepito come un ponte tra l’Albania e la Jugoslavia, da utilizzare per cementare i rapporti tra i due paesi. Ne derivò un miglioramento delle condizioni per i kosovari di etnia albanese che furono autorizzati all’insegnamento della propria lingua e storia (fu aperta anche una facoltà di Albanologia a Pristina).

Possibilità che diventarono un richiamo anche per famiglie albanesi che risiedevano in Macedonia o Serbia – dove invece non potevano usufruirne – e portarono ad una nuova “albanizzazione” del Kosovo, favorita anche dal tasso di natalità più alto rispetto a quello delle altre etnie (dal ’61 all”81 gli albanesi passarono dal 67% della popolazione a oltre l’80%). Il contraltare fu ancora una volta la “fuga” dei serbo-kosovari, talvolta costretti a studiare in scuole albanesi, che ripresero a spostarsi verso nord, Belgrado e Niš soprattutto.

Proprio la situazione dei serbo-kosovari, enfatizzata come una sorta di “oppressione”, fu uno degli elementi cardine nella retorica nazionalista e “revanscista” usata da Slobodan Milošević per raggiungere la leadership nel partito comunista jugoslavo e nella federazione. Una retorica che, vista la precaria condizione economica del Kosovo (basso reddito e disoccupazione giovanile cui le politiche di Tito non avevano trovato rimedio) e il precario equilibrio politico (ci furono rivolte già nel 1981, ad un anno dalla morte di Tito), avrà degli effetti devastanti sullo stesso Kosovo e sull’intera Jugoslavia.

Tanto che nel suo tragicamente famoso discorso del Vidovdan del 1989, si può far risalire la nuova definitiva esplosione della “questione Kosovo”. Ma anche l’inizio della fine per l’intera Jugoslavia. E l’inizio di un incubo alle porte dell’Europa.
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:34 pm

Libano

https://it.wikipedia.org/wiki/Libano
Mentre un tempo i cristiani costituivano la maggioranza, attualmente, secondo le stime del governo statunitense, i musulmani, dopo la migrazione dei palestinesi, dal 1948 in poi, sono all'incirca il 60% della popolazione libanese. Alcuni drusi focalizzano la loro identità in senso lato, dissociandosi dall'essere accomunati classicamente con i musulmani. Alcuni cristiani maroniti, in particolare quelli provenienti dal Monte Libano non si identificano come arabi, ma come semiti etnicamente discendenti dai fenici e dalla mescolanza di popoli che vivevano in Siria e in Libano prima dell'arrivo degli stessi arabi (principalmente popolazioni di lingua siriaca e bizantini). Successivamente i maroniti si sarebbero mescolati anche con i crociati. Numerosi storici hanno tuttavia contestato o criticato queste tesi. È da sottolineare che, secondo alcune opinioni attuali, è considerato arabo qualsiasi persona avente la lingua araba come lingua madre, a prescindere dai riferimenti genealogici. L'1% dei libanesi è di origine curda.
Sinagoga a Deir al-Qamar risalente al 600 d.C.
Esiste anche una comunità ebraica libanese composta attualmente da circa 100 individui; la maggior parte degli ebrei libanesi ha infatti scelto di lasciare il paese a causa della guerra civile. Dal gennaio 2009 è stato istituito il sito ufficiale della comunità ebraica libanese che va ad affiancare il blog di discussione nato nel 2006.
La lingua ufficiale è l'arabo standard moderno. L'arabo parlato correntemente dalla popolazione differisce dall'arabo standard utilizzato nella forma scritta e per alcuni costituisce addirittura una lingua "neo-araba" o persino una lingua semitica a sé stante.

Una guerra civile è stata combattuta nel paese tra il 1975 ed il 1990, che ha visto numerosi contendenti e frequenti capovolgimenti di alleanze. A fronteggiarsi furono da una parte le milizie composte da cristiani maroniti – delle quali la principale faceva riferimento al partito falangista di Pierre Gemayel – e dall'altra una coalizione di palestinesi alleati a libanesi musulmani sunniti, sciiti (Amal) e drusi.Nel 1976 la guerra stava volgendo a favore degli stessi cristiani maroniti, quando la Lega Araba, dopo l'accordo di Riyāḍ del 21 ottobre 1976, autorizzò l'intervento di una Forza Araba di Dissuasione (FAD) a maggioranza siriana, che riuscì a riportare con la forza una provvisoria e fragile pace nella nazione.
La "linea verde" che divideva Beirut tra la zona est (cristiana) e quella ovest (musulmana)

Il 14 marzo 1978 Israele lanciò l'Operazione Litani, occupando l'area a sud del paese, eccetto Tiro, con più di 25.000 soldati. Gli obiettivi fissati erano di spingere i gruppi militanti palestinesi, in particolare l'OLP, lontano dal confine con Israele. Fu creata allora la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) per rafforzare il mandato e riportare pace e sovranità al Libano.


http://www.misteriditalia.it/terrorismo ... Libano.pdf

http://www.oasiscenter.eu/it/articoli/l ... ondo-arabo

Il Libano un caso unico nel mondo arabo
Samir-Khalil Samir | domenica 4 ottobre 2009

La situazione del Libano è assai diversa da quella di tutto il resto del mondo arabo: è l'unico dei 22 paesi arabi (???) a non essere "musulmano", bensì una realtà "bi-religiosa". Caratteristica propria del Paese è, infatti, che tutto il sistema è costruito su due comunità, l'una musulmana e l'altra cristiana, ciascuna a sua volta composta da sotto-comunità.
Le due vivono in una condizione di parità che si manifesta, per esempio, nel Parlamento: in esso siedono 64 cristiani e 64 musulmani. O ancora nella divisione dei compiti e ruoli di potere. Il Presidente della Repubblica è cristiano del sotto-gruppo cattolico-maronita, il Primo Ministro è musulmano sunnita e il Presidente del Parlamento è musulmano sciita.
In genere in tutti gli uffici statali si cerca un equilibrio nel numero degli impiegati di alto livello cristiani e musulmani, anche se la cosa diventa sempre più difficile visto l'aumentare del numero dei musulmani (ormai il 60-65% della popolazione) e il diminuire dei cristiani (circa il 35-40 %).
Tutto ciò è molto rilevante perché significa che i musulmani libanesi - per quanto siano la maggioranza e lo stiano diventando in modo sempre più massiccio - ritengono importante per la loro vita mantenere l'equilibrio islamo-cristiano, anche contro una stretta logica delle proporzioni nella rappresentanza che sarebbe sfavorevole alla minoranza dei cristiani.
Non si può sapere fino a quando questa situazione durerà, ma per il momento l'esperienza libanese sotto questo profilo è positiva e lo resterà finché non prevarranno forme di confessionalismo.
D'altra parte non abbiamo in Oriente un sistema che possa dirsi perfetto. Non è possibile adottare e traslocare in Oriente sistemi validi per l'Occidente, tipo il sistema statale per cui i cittadini sono anonimi e tutti uguali o un sistema tipo quello francese o americano. Non avrebbe senso né fondamento, perché questi presuppongono un forte e quasi esclusivo riferimento allo Stato che viene prima di tutto, mentre in Libano il primo punto di riferimento è la propria appartenenza religiosa, in secondo luogo lo Stato.
Il fondamentalismo scatta invece là dove la religione diventa il primo, unico e ultimo riferimento.
Grazie a questo tipo di organizzazione, in Libano il problema della libertà religiosa in parte è risolto o "prevenuto".
Un esempio della storia recente aiuta a capire come. Tre o quattro anni fa, per caso, presso gli uffici del Ministero degli Interni si scoprì un documento, già pronto per essere firmato, che prevedeva l'inserimento del Libano in un progetto del Sisco (associazione islamica che corrisponde all'incirca all'Unesco) di promozione di programmi islamici nelle scuole. È stato subito bloccato. Tutti i giornali cristiani reagirono ribadendo il principio di libertà che ha sempre qualificato il Libano anche in campo religioso.
L'esempio spiega che anche quando qualcuno prova a modificare l'attuale situazione, vince il principio dell'equilibrio e della parità nella rappresentanza e nei trattamenti nei confronti delle diverse comunità religiose.
In Libano tu puoi suonare le campane della chiesa come vuoi, così come un altro può chiamare alla preghiera in moschea come vuole, libertà che non si conosce negli altri paesi dove tutto è controllato e misurato.
Un altro esempio viene dal mondo universitario: in Libano puoi studiare in un'università cristiana, cosa che non accade in nessuno dei 22 paesi arabi. Vige il principio della parità intesa in questo senso: se vuoi avviare un'università cattolica o ortodossa, lo puoi fare, ma deve aprire anche una musulmana (o viceversa). Quando i monaci Antonini manifestarono la richiesta di costruire un'università, il permesso gli fu accordato, ma dovettero aspettare che da parte musulmana ci fosse una simile richiesta. Così se ne costruirono due nuove.
Agli altri paesi musulmani un Libano siffatto può insegnare che la presenza cristiana è un "di più" per il mondo arabo-musulmano.
Anche se l'espressione può apparire semplicistica, la presenza dei cristiani, che sono per una certa predisposizione più aperti e vicini all'Occidente, essendo quest'ultimo di matrice cristiana, può aiutare il Paese a essere aperto tanto a comprendere l'Oriente quando l'Occidente.
L'esperienza del Libano può mostrare al Medio Oriente che la libertà religiosa - e, in senso più ampio, la dimensione religiosa -, che non coincide con il fanatismo, non costituiscono un freno per la società, ma uno stimolo continuo; non è un pericolo per la laicità, ma una ricchezza da condividere. Perché là dove ci sono opinioni e giudizi diversi che si confrontano, è più concreta e fondata la possibilità di una critica reciproca che fa crescere e tendere al meglio.
In Libano lo vediamo anche rispetto ai problemi legati ai valori fondamentali della vita, della bioetica, per esempio, e sui problemi etici in generale.
Il freno può essere invece rappresentato da un certo modo di vivere le tradizioni che limitano questa libertà. Per esempio nel campo dei matrimoni tra persone di fede diversa. La legge non li rende impossibili, ma le tradizioni consolidate li rendono difficili da gestire, soprattutto in vista dell'educazione dei figli, del loro eventuale battesimo, dei rapporti tra parenti vicini, ecc.
Sia in ambienti cattolici che sunniti o sciiti, le tradizioni e le consuetudini antiche in qualche modo azzoppano la libertà religiosa.
Alla luce di tutto questo il Libano resta una realtà da conoscere, un modello da considerare anche come esempio cui ispirarsi altrove soprattutto in Medio Oriente e da difendere da chi lo vuol snaturare.

Cristiani e musulmani: la sfida del dialogo
LIBANO Settembre - 2007Anna Pozzi
Faccia a faccia con due leader islamici
Uno è sunnita, l'altro sciita: entrambi sono particolarmente rappresentativi delle loro comunità. E sorprendentemente molto vicini su alcuni temi cruciali dell'incontro islamo-cristiano.
http://www.rivistamissioniconsolata.it/ ... hp?id=2493


L'eterna emergenza dei profughi palestinesi in Libano
Nicola Lofoco
19/04/2016

http://www.huffingtonpost.it/nicola-lof ... 94004.html

Nella grande emergenza profughi che ormai sta letteralmente esplodendo in tutta Europa ci si è ormai dimenticati che vi sono state nazioni che per tantissimo tempo hanno vissuto sulla propria pelle l'eterna emergenza di chi è stato costretto ad allontanarsi dalla propria casa e ad abbandonare la sua terra per sfuggire ad una morte certa. Uno dei casi più emblematici riguarda il Libano, che negli ultimi anni ha dovuto accogliere tantissimi siriani ed iracheni, ma che da tanto tempo ospita circa 400.000 palestinesi dislocati in 12 campi allestiti , nella maggior parte dei casi, in condizioni di bassa sicurezza per gli abitanti ed in precarie condizioni igienico-sanitarie.

Tra questi va ricordato il campo di Chatila, che nel 1982 insieme a quello ormai scomparso di Sabra fu orrendo teatro di morte e terrore per una strage che costò la vita ad oltre 3000 persone. Responsabili degli orrori di quell'eccidio furono i miliziani della Falange maronita libanese a cui si aggiunsero, successivamente, anche le accuse verso l'allora ministro della difesa israeliano Ariel Sharon, che fu accusato inizialmente anche da Israele stesso (con la commissione Kahan) sino ad arrivare nel 2001 alla richiesta da parte di un tribunale belga di poterlo processare. Sabra ormai non esiste più, mentre Chatila è diventato un quartiere periferico di Beirut dove si può entrare liberamente, al contrario degli altri villaggi dove è necessario avere un preciso permesso per poterci mettere piede. Uno dei campi che invece versava in buone condizioni, soprattutto edili, era quello di Nahr El Bared.

Nel 2006 la cellula salafita "Fatah Al Islam", vicina ad al-Qaeda, era riuscita ad introdursi nel campo per sfuggire alla caccia dell'esercito nazionale libanese. Una volta individuati nacque un violentissimo scontro armato che semidistrusse l'intero campo. Tra il 2003 ed il 2004 altre cellule qaediste avevano già tentato di infiltrarsi anche in tutti gli altri campi. Ma in quel momento i pericolosi tentativi dell'organizzazione terroristica capeggiata in quegli anni da Osama Bin Laden erano sfumati grazie alla politica del primo ministro Rafik Hariri, che aveva stretto un accordo con tutti i capi dei campi affinché tutti gli appartenenti ad Al Qaeda che cercavano da loro riparo, mimetizzandosi tra i profughi, fossero denunciati. Questa politica aveva fatto sì che per molti anni i campi restassero letteralmente "puliti" da ogni tipo di infiltrazione terroristica. Situazione che è totalmente cambiata dopo lo scoppio della guerra civile siriana, in cui l'Isis ha sostituito Al Qaeda nella minaccia globale. Controllare ora in maniera capillare i tanti profughi siriani che si sono riversai nei campi palestinesi è diventato molto difficile.

Tutto questo non ha fatto altro che rendere ancora più grave la situazione complessiva di tutti e 12 i campi. Il vero problema è che verso la questione palestinese vi sono stati oltre 60 anni di cecità totale da parte di tutti i governi che si sono succeduti in Libano. I palestinesi non hanno mai avuto accesso a molte professioni, a differenza di quello che era stato in Siria o in Giordania dove in molti avevano anche ottenuto la cittadinanza. In Libano questo è sempre stato proibito perché i profughi palestinesi sono circa 400.000, tutti musulmani sunniti.

Se venisse data loro la possibilità di votare sbilancerebbero il rapporto di equilibrio tra le varie religioni previsto dal sistema politico libanese con forti ricadute sulla composizione dei seggi elettorali. La loro drammatica situazione è quindi da sempre in balia della piena strumentalizzazione politica. Per questo sarebbe anche il caso di non dimenticare una tragedia che dura ormai da troppi anni, stimolando in tal senso il governo libanese. Risolvere l'eterna emergenza profughi in Libano e, più in generale, tornare a cercare meticolosamente una soluzione al conflitto israelo-palestinese (del quale ormai si parla pochissimo) potrebbe essere un efficace "olio santo" contro tutte le guerre che stanno letteralmente sbranando ancora oggi il Medio Oriente. Non dimentichiamolo mai.



In Libano, i cristiani sono sotto la minaccia islamista
di Shadi Khalloul
3 maggio 2016

http://it.gatestoneinstitute.org/7972/l ... -islamisti


Pezzo in lingua originale inglese: Lebanon, Christians, Under Islamist Threat
Traduzioni di Angelita La Spada

I gruppi jihadisti minacciano i cristiani libanesi e chiedono che essi si sottomettano all'Islam. I cristiani del Libano, che discendono dagli aramei siriaci, appena un secolo fa costituivano la maggioranza del paese.

Saad Hariri, un politico musulmano sunnita appoggiato dall'Arabia Saudita, ha invitato nel suo ufficio tutti i partiti libanesi per firmare un documento che conferma che il Libano è uno Stato arabo. Questo mira chiaramente a trasformare il Libano in un altro Stato arabo musulmano.

Il passo successivo sarà quello di chiedere che la Costituzione del Libano venga modificata in modo che il paese sia governato dalla legge islamica della Sharia, come molti altri paesi arabi e islamici, compresa l'Autorità palestinese (Ap). La Costituzione dell'Ap dichiara: "I principi della Sharia islamica sono la fonte principale della legislazione".

A causa dei recenti disordini in Libano le comunità locali cristiane temono per la loro esistenza di eredi e discendenti dei primi cristiani. I cristiani del Medio Oriente oggi si trovano a dover affrontare un genocidio di vaste proporzioni, simile al genocidio cristiano compiuto dopo la conquista islamica del Medio Oriente avvenuta nel VII secolo d.C.

I gruppi jihadisti minacciano i cristiani libanesi e chiedono che essi si sottomettano all'Islam. I cristiani del Libano, che discendono dagli aramei siriaci, appena un secolo fa costituivano la maggioranza del paese.

La conversione all'Islam dei cristiani è quanto preteso dall'Isis e da altri gruppi islamici che si nascondono nella regione montuosa al confine tra Siria e Libano.

Saad Hariri, un politico musulmano sunnita appoggiato dall'Arabia Saudita e figlio del premier assassinato Rafik Hariri, ha di recente invitato nel suo ufficio tutti i partiti libanesi per firmare un documento che conferma che il Libano è uno Stato arabo. E Stato arabo è sinonimo di leggi islamiche, come per tutti i membri della Lega araba. Perché è così importante per Hariri o per il mondo sunnita e islamico includere il Libano tra gli stati arabi e cancellare il suo nome attuale di Stato libanese?

E perché gli Stati arabi, tra cui l'Autorità palestinese, rifiutano di riconoscere Israele – dove gli ebrei costituiscono l'80 per cento della popolazione – come Stato ebraico, cercando però di far sì che il Libano – con il 35 per cento della popolazione cristiana – venga definito ufficialmente uno Stato arabo?

Circa un milione di maroniti siriaci hanno lasciato il Libano così come altri 700.000 cristiani appartenenti ad altre chiese. Inoltre, più di otto milioni di maroniti siriaci vivono nella diaspora. Questi otto milioni di cristiani sono fuggiti nel corso dei secoli a causa delle persecuzioni da parte dei musulmani, spesso conquistatori delle terre cristiane. Il Libano non è mai stato prettamente arabo o musulmano. Ma questo è il passo che vorrebbe farci compiere Saad Hariri, volto più mite dell'ideologia espansionista dell'Isis, camuffata da moderato e moderno fronte laico sunnita.

Saad Hariri, un politico musulmano sunnita appoggiato dall'Arabia Saudita, ha invitato di recente nel suo ufficio tutti i partiti libanesi per firmare un documento che conferma che il Libano è uno Stato arabo. Nella foto sopra: Saad Hariri (a destra) con il defunto sovrano saudita Abdullah (a sinistra), nel 2014.

La richiesta di Hariri rivela ciò che il mondo islamico sta progettando per il Libano, Israele, e alla fine per l'Europa e gli Stati Uniti. Le potenze mondiali hanno bisogno di proteggere i cristiani, gli ebrei e le altre minoranze in Medio Oriente. Il Libano e Israele devono continuare a essere la patria delle minoranze perseguitate: una patria cristiana in Libano e una ebraica in Israele – due paesi che sono collegati tra loro geograficamente, che si prestano reciproca assistenza economica e presto forse firmeranno un accordo di pace che potrebbe creare un ponte nell'ambito della cultura e dei diritti umani tra Occidente e Oriente.

Bashir Gemayel, il grande leader libanese cristiano-maronita che fu assassinato dopo essere stato eletto presidente nel 1982, aveva avvisato l'Occidente durante la guerra civile libanese che se le forze islamiche in lotta contro i cristiani avessero vinto avrebbero continuato a combattere contro il mondo occidentale, come di fatto stanno facendo attualmente.

Questo accordo per uno Stato libanese arabo come richiesto dalla leadership saudita è finalizzato a trasformare il Libano in un altro Stato arabo musulmano. Il suo scopo è quello di negare i diritti della popolazione autoctona, esattamente come è accaduto ai cristiani copti d'Egitto e a quelli aramei siriaci. In Libano, la popolazione originaria del paese è costituita dai cristiani aramei-fenici – soprattutto i maroniti – che ancora preservano il siriaco (la lingua parlata da Gesù) come loro lingua sacra. Il 95 per cento dei villaggi libanesi sono ancora chiamati con i loro nomi siro-aramei. L'Islam e la lingua araba sono arrivati tardi in Libano dalla Penisola arabica, dopo il VII secolo.

Hariri potrebbe anche avere l'appoggio di Hezbollah, il partito musulmano sciita: sunniti e sciiti sono entrambi islamici. Il passo successivo sarà quello di chiedere che la Costituzione del Libano sia modificata in modo tale che il Paese dei Cedri sia governato dalla legge della Sharia, come molti altri paesi islamici, compresa l'Autorità palestinese. L'art.4 della Costituzione del futuro Stato palestinese dichiara espressamente: "I principi della Sharia islamica sono la fonte principale della legislazione".

Applicare la legge islamica della Sharia significa avere la sovranità musulmana e il controllo sulla comunità cristiana aramea.

Se questa ideologia islamica, attuata da così tanti paesi, non è razzismo, allora che cosa è il razzismo?

Perché il mondo libero, comprese le chiese e i leader occidentali laici, tace e demonizza solo Israele ebraico per proteggersi dalla stessa minaccia e ideologia?

"Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi." I cristiani del Libano e di tutto il Medio Oriente possono salvarsi solo se interiorizzano questa frase dei libri sacri.

Shadi Khalloul è il fondatore del Movimento aramaico israeliano. Prima della laurea conseguita presso l'University of Nevada, a Las Vegas, è stato luogotenente paracadutista nelle IDF. È anche un imprenditore, leader della sua comunità e candidato alle elezioni politiche israeliane.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:34 pm

Cecenia?

https://it.wikipedia.org/wiki/Ceceni

I ceceni (in lingua cecena: Noxçi, singolare Noxçuo) costituiscono il più grande gruppo etnico nativo delle regioni a nord del Caucaso. Chiamano loro stessi con il nome di "Nokci", sulle cui origini etimologiche vi sono diverse teorie: il nome potrebbe derivare dall'antico villaggio di Nakhsh o dal nome biblico di Noè (Nokha in ceceno).
Il termine russo per l'etnia Nokci - "Checeni" - è anch'esso oggetto di dibattito, ma la teoria prevalente è quella secondo la quale esso abbia origine dal nome dell'antico villaggio di Chechana, che in lingua russa si scrive Chechen-aul. Il villaggio in questione è situato sulla riva del fiume Argun, vicino Grozny.

Nonostante molti ceceni abitino in Cecenia (popolazione 1,3 milioni, inclusi i non-ceceni), più di un milione di ceceni vivono in altre aree del Caucaso, dell'Asia centrale, e in alcune parti della Russia. Circa 100.000 vivono in Europa. Il rapporto tra maschi e femmine è circa di 1:1; un terzo della popolazione vive in aree urbane, mentre i rimanenti due terzi in zone rurali.

Prima dell'adozione dell'Islam, i ceceni praticavano una mistura di tradizioni religiose e credenze locali. Essi prendevano parte a numerosi rituali, molti dei quali inerenti alla pastorizia e all'agricoltura. Tra essi si possono citare i riti per la pioggia, una celebrazione che aveva luogo il primo giorno dell'aratura, ed il Giorno di "Sela il Tuonante" oppure il Giorno della Dea Tusholi.

La società cecena è strutturata attorno a 130 Teip o clan. I "teip" si basano più sulla terra che sul sangue e si relazionano tra loro in maniera piuttosto conflittuale, soprattutto in tempo di pace. Durante i periodi di guerra, invece, tendono ad unirsi. I teip sono ulteriormente suddivisi in "gar" (rami), ed i gar in "nekye" (famiglie patriarcali). Il codice sociale ceceno può essere riassunto nel termine "nokchalla", il quale, nonostante non abbia una diretta traduzione in italiano, implica un comportamento cavalleresco morale ed etico, generosità e la volontà della salvaguardia dell'onore delle donne.


Religione

La Cecenia è per la maggior parte musulmana, poiché i suoi abitanti furono convertiti all'Islam sotto la dominazione dell'Impero ottomano nel XV secolo. Ogni clan è guidato da un mistico spirituale. Alcuni di essi aderiscono al ramo mistico Sufi dell'Islam sunnita chiamato Muridismo. Circa la metà dei ceceni appartiene alle fratellanze Sufi dette anche tariqa. Le due tariqa che si diffusero maggiormente nel Caucaso del Nord furono la Naqshbandiya e la Qadiriya. La Naqshbandiya è particolarmente forte nel Daghestan ed in Cecenia orientale, mentre la Qadiriya ha la maggior parte dei suoi fedeli nel resto della Cecenia ed in Inguscezia.

Quasi tutti i ceceni appartengono comunque alla scuola di pensiero islamica Shafii.

Il Salafismo venne introdotto nella regione negli anni cinquanta. Alcuni dei ribelli coinvolti nella guerra cecena (particolarmente quelli che seguono Shamil Basayev) sono Salafiti.


https://it.wikipedia.org/wiki/Salafismo
...
I primi segnali evidenti e ufficiali del mutamento ideologico e strategico del salafismo, da movimento "riformista" e tollerante a movimento "fondamentalista" e marcatamente ostile alla modernità, si possono forse riscontrare in Tunisia, verso gli anni trenta del XX secolo.
Come conseguenza di questo percorso storico, a partire dalla seconda metà del XX secolo, il salafismo verrà frequentemente associato alle espressioni più radicali del fondamentalismo islamico (che la stampa seguita a chiamare sommariamente "islamismo"). A partire dagli anni settanta del XX secolo, vi si richiamano infatti esplicitamente numerosi gruppi estremisti, come il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, sorto negli anni novanta in Algeria, ed altre milizie jihadiste vicine ad al-Qāʿida.





La Cecenia di Ramzan Kadyrov, fra islam e Vladimir Putin. Intervista al professor Renato Risaliti
Marco Petrelli
Lunedì, 07 Dicembre 2015
http://www.eastonline.eu/it/opinioni/op ... o-risaliti

“Noi diciamo a tutto il Mondo, che siamo fanteria da battaglia del presidente Putin. E, se giungerà l'ordine, lo dimostreremo nei fatti” afferma, con tono solenne, il presidente della Repubblica Cecena Ramzan Achmadovič Kadyrov. E' il dicembre del 2014: nello stadio di Grozny, di fronte a migliaia di truppe paramilitari, il leader ceceno esprime la fedeltà sua e del suo popolo a Mosca. Il video si conclude con “viva il nostro leader nazionale Vladimir Putin. Allahu Akbar”.

Con le immagini delle due guerre cecene (1994 e 1999) ancora ben impresse nella mente, le parole spese da Kadyrov possono suscitarci una certa perplessità. Dopo la grande deportazione dei ceceni nel 1944 ad opera di Stalin e dopo i combattimenti fra le truppe di Mosca e gli indipendentisti per tutti gli anni 90 del XX Secolo, cosa spinge ora la piccola repubblica a schierarsi così apertamente con Putin?
A questa e ad altre domande risponde Renato Risaliti, professore emerito dell'Università degli Studi di Firenze e docente di Storia dell'Europa orientale che, all'area caucasica, ha dedicato una vita di studi.

Professore, come dobbiamo interpretare quel “Allahu Akbar” di Kadyrov nel video?

“Ramzan Kadyrov è figlio del Gran Muftì Akhmad Abdulkhamidovič Kadyrov, carismatico leader religioso ceceno e presidente della repubblica caucasica dall'ottobre del 2003 fino alla sua morte, in seguito ad un attentato, nel maggio 2004. A livello politico e nei rapporti con Mosca, Ramzan segue la linea dettata dal padre che, all'inizio della seconda guerra cecena, si allontanò dagli indipendentisti, avvicinandosi ai russi”.

Eppure i media ci hanno spesso parlato di miliziani islamici ceceni nelle file dell'Isis o di elementi coinvolti in attentati anti russi...

“La fermo. I paesi a nord del Caucaso (Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karacaj-Circassia, Ossezia settentrionale, Territorio di Stravopol' – in parte islamizzato-, Cecenia, nda) sono tutti islamizzati. Ma è un particolare tipo di Islam. La penetrazione in quelle terre, iniziata nel IX – X Secolo (d.C., nda), non fu facile poiché incontrò la forte resistenza della cultura bizantina e di quella del paganesimo. Nel corso del XIX Secolo, poi, si assiste ad una seconda fase di diffusione della religione musulmana con Imam Shamil, capo della resistenza anti russa durante la Guerra del Caucaso (1834-1859), che costituì un Imamato nei territori dell'attuale Daghestan. La sconfitta militare del 1859 e la morte, nel 1871, di Shamil durante un pellegrinaggio alla Mecca (prigioniero, aveva chiesto ed ottenuto dalle autorità russe di recarsi in pellegrinaggio), mettono fine al sogno, religioso e politico, del leader musulmano. Per quanto riguarda la Cecenia, va ricordato che durante l'Unione Sovietica l'aristocrazia islamica si era “convertita”, aveva cioé accettato l'ateismo di Stato dell'Urss. Una decisione politica, che le permise di mantenere il potere. Lei mi chiede se ceceni combattono nell'Is e compiono attentati contro la Russia? Bene, sappia che nel gennaio 2015, un gruppo jihadista ha tentato di infiltrarsi a Grozny, occupando alcuni settori della città. Un'incursione durata poche ore, perché le forze di sicurezza hanno spazzato via immediatamente i ribelli”.

Il fatto che Kadyrov sia un sunnita, come pone lui e la sua Repubblica nell'ambito dell'alleanza di Putin con gli sciiti di Iran, Siria e con gli Hezbollah libanesi?

“La fermo ancora, perché questo è un altro errore nel quale, spesso, commette la stampa. La questione sciita-sunnita ha un valore puramente dottrinale. Mi spiego. Il mondo islamico non conosce una forma di stato evoluta come quella occidentale. Fatta eccezione, infatti, per i paesi governati dal partito Baath, l'universo musulmano si regge sulle fratellanze, veri centri di potere nei quali l'autorità del capo della fratellanza è assoluta. E' lui che detta le leggi, è lui che divide la ricchezza fra i membri. Ribellarsi a quell'autorià costituisce un caso di insubordinazione punibile con la morte. Anche i Kadyrov appartengono ad una fratellanza, molto potente in Cecenia...”


Pertanto, in politica estera, Grozny seguirebbe la linea dettata da Mosca?
“Esattamente”.


Russia e Turchia: quale ruolo potrebbe avere la Cecenia nella crisi diplomatica fra i due paesi?

“Non si tratta solo di una crisi fra due paesi, ma della frizione tra progetti politici diversi. Erdogan insegue il sogno del “panturchismo”, cioé l'unità di quel mondo turanico (turanici sono i popoli turcofoni, fra i quali anche i curdi, nda) che comprende Turchia, Azerbaijan, Kazakhstan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan. Una prospettiva che, chiaramente, si scontra con l'ottica di Vladimir Putin. La Russia, infatti, oltre ad essere presente in Siria (paese confinante con la Turchia, nda) con le basi militari di Tartus e di Latakia, è alleata dei curdi che, oggi, rappresentano il 35% della popolazione turca. Mosca, dunque, cerca così di contenere la politica turca nel Medio Oriente: recentemente Putin si è espresso a favore della creazione di un Grande Kurdistan, stato che, inevitabilmente, finirebbe per limitare la sfera d'influenza di Ankara. In questa direzione di contenimento va anche la scelta del Kazakistan e del Kirghizistan di aderire all Unione economica euroasiatica (UEE), insieme ad Armenia, Russia e Bielorussia. Quanto alla Cecenia, il suo ruolo potrebbe essere quello di tutelare gli interessi moscoviti fra le sponde caspiche e quelle del Mar Nero”.



https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_cecena

https://it.wikipedia.org/wiki/Prima_guerra_cecena
La prima guerra cecena, conosciuta anche come guerra di Cecenia, venne combattuta tra Russia e Cecenia dal 1994 al 1996 e finì con la dichiarazione d'indipendenza della Cecenia dalla Russia e la nascita della Repubblica Cecena d'Ičkeria.

Dopo la campagna iniziale del 1994-1995, culminata con la devastante battaglia di Groznyj, le forze federali russe cercarono di controllare le varie aree montuose della Cecenia ma vennero respinti dalla guerriglia cecena e dai raid condotti in pianura, nonostante la preponderante maggioranza di uomini russi, la superiorità negli armamenti e il supporto aereo di cui fruivano. La diffusa demoralizzazione delle forze federali e la quasi universale opposizione dell'opinione pubblica russa riguardo al conflitto, portarono il governo di Boris Eltsin a dichiarare il cessate il fuoco nel 1996 e a siglare un trattato di pace l'anno seguente.


https://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_cecena
La Seconda guerra cecena, meglio nota nella sua fase a noi più recente nel tempo come Guerra nel Caucaso Settentrionale è una campagna lanciata dal 26 agosto 1999 in territorio ceceno dall'esercito della Federazione russa, per riconquistare il controllo dei territori conquistati dai separatisti ceceni.
Il conflitto ha avuto inizio con una invasione in territorio russo, in particolare nella repubblica del Caucaso settentrionale del Daghestan, da parte dei gruppi delle Brigate Internazionali Islamiche (miliziani non inquadrati nell'esercito nazionale ceceno), e come rappresaglia da parte russa degli attentati terroristici avvenuti nelle città russe di Bujnaksk, Mosca e Volgodonsk, dei quali il governo russo accusò i ribelli ceceni.
I risultati di questo conflitto ribaltarono completamente l'esito della Prima guerra cecena, nella quale la maggioranza del territorio ceceno divenne parte dell'autoproclamatasi Repubblica cecena di Ichkeria. Nonostante il conflitto sia considerato a livello internazionale come una lotta intestina all'interno della Federazione russa, esso ha attirato numerose bande di guerriglieri appartenenti alla Jihad islamica, che combattono al fianco dei separatisti ceceni.
...
Dopo la fine della Prima guerra cecena il controllo politico e militare dei separatisti ceceni sulla Cecenia era ancora molto debole, soprattutto fuori della capitale in rovina, Groznyj. Il resto della regione, infatti, tornò nelle mani dei capiclan rissosi che per secoli avevano governato queste terre, in coerenza alla struttura tribale dei popoli nord - caucasici. A questi si aggiunsero (e in molti casi si sovrapposero) bande paramilitari di banditi o di estremisti islamici, che acuirono la situazione di estrema confusione ed anarchia. Sorsero così diversi signori della guerra, come Arbi Barayev e Salman Raduyev che si opposero apertamente con i loro gruppi armati all'autorità del governo centrale. Durante i tre anni di governo degli autonomisti ceceni le bande armate fecero del rapimento e della razzia la loro attività principale, guadagnando una cifra stimabile intorno ai 200 milioni di dollari, con una stima di circa 1.300 persone rapite tra il 1996 e il 1999. Per fronteggiare questa situazione le autorità di Groznyj dichiararono lo stato di emergenza e cercarono di eliminare i focolai più virulenti tramite le incursioni della Guardia Nazionale Cecena.
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:35 pm

Xanzibar
http://www.lindro.it/zanzibar-venti-di- ... terrorismo

L'accusa di Hamad al governo centrale. E i rischi si fanno grandi nella zona

Kampala – Nella famosa località turistica internazionale si stanno creando le condizioni per un pericoloso scontro politico tra il governo centrale di Dodoba (la capitale della Tanzania) e il governo semi autonomo di Zanzibar. Il conflitto latente è concentrato sulla domanda di secessione fatta da Seif Sharif Hamad, segretario del partito di Zanzibar Civic United Front e primo vice presidente dello Zanzibar. Richiesta resa pubblica una settimana fa. Hamad motiva la necessità di secessione dalla federazione accusando il governo centrale di destinare un misero 4,5% del budget nazionale per lo sviluppo dell’isola contrariamente agli accordi presi che prevedono il 11,5% a disposizione di Zanzibar. Questa sarebbe l’ultima della lunga serie di discriminazioni economiche, politiche e sociali che la popolazione dell’isola sarebbe vittima secondo Hamad. L’appello alla secessione contrasta gli sforzi in atto per aumentare i poteri di autonomia di Zanzibar inserendoli nella stesura della nuova Costituzione.

Dopo la rivoluzione che rovesciò la dinastia araba al potere con il beneplacito della Gran Bretagna, Zanzibar ottenne l’indipendenza nel 1963. Il 26 aprile 1964 si unì alla Tanganika (ex colonia prima tedesca poi inglese) per formare la Repubblica Unita della Tanzania. Entrambi i paesi hanno un proprio governo e parlamento che convergono nel governo centrale. Il Revolutionary Government of Zanzibar è il partito storico al potere in Zanzibar, mentre il Civic United Front sta prendendo forti consensi popolari giocando la carta indipedentistica. Zanzibar, abitata da una popolazione a maggioranza musulmana, è un’isola strategica in quanto vaso di comunicazione tra Africa, Medio Oriente e Asia. L’espansione del commercio arabato e dell’Islam in Africa Orientale partì proprio da Zanzibar. L’isola gode di uno statuto di semi autonomia molto simile alle nostre regioni a statuto speciale.

La dichiarazione fatta a distanza di tre mesi dalle elezioni amministrative e presidenziali previste per ottobre 2015, ha creato forti preoccupazioni all’interno del governo centrale. Secondo alcuni esperti politici militari della regione i dichiarati intenti di secessione posso portare la Tanzania in una direzione estremamente delicata e pericolosa con rischi di deriva terroristica. Una nostra fonte contattata per l’occasione conferma questi rischi. “Il sentimento indipendentistico fomentato da gruppi politici e religiosi, se non saggiamente gestito dal governo centrale si può tramutare in un movimento secessionista capace di passare dalle rivendicazioni politiche alla lotta armata” afferma l’esperto ugandese di contro terrorismo coperto da anonimato. “Un movimento indipedentistico dello Zanzibar non avrebbe alcuna possibilità di sconfiggere l’esercito regolare, quindi deve puntare sul terrorismo. La prima fase è già in atto. I partiti secessionisti stanno già trasformando la rivendicazione politica in una rivendicazione religiosa. Stanno diffondendo tra la popolazione che i diritti dei mussulmani vengono ignorati dal governo centrale a maggioranza cristiana”.

Islamizzare il problema rafforzerebbe le spinte secessionistiche ed attirerebbe fondi dalla Arabia Saudita soprattutto se viene promesso di instaurare una Repubblica Islamica. Il rischio che organizzazioni terroristiche quali Al-Qaeda e ISIL possano infiltrarsi nel processo secessionistico e prendere le redini della lotta armata è altissimo. Questi gruppi sono favoriti in quanto una efficace lotta di indipendenza deve essere perpetuata utilizzando atti terroristici. Nell’isola contro i turisti stranieri per attirare l’attenzione mondiale e in Tankanika contro la popolazione per creare un clima di terrore e costringere il governo centrale a concedere l’indipendenza. Dal 2010 si registra la presenza nell’isola di cellule terroristiche affiliata a Al-Qaeda. La più pericolosa è il movimento religioso Uamsho (il Risveglio) autore di diversi attentati contro turisti stranieri. Le attività terroristiche di Boko Haram nell’Africa Occidentale, di Al-Shabaab in Somalia e del ISIL in Libia trasformano il rischio di terrorismo collegato all’indipendenza dello Zanzibar in un incubo a livello continentale ed internazionale.

Secondo l’esperto ugandese di contro terrorismo il governo centrale deve agire immediatamente con un piano d’azione complesso e multisettoriale. Accellerare l’approvazione di maggior poteri di autonomia per l’isola, corrempere i leader secessionisti assicurando maggior poteri e benefici personali, assicurarsi l’appoggio degli Imam di Zanzibar al fine che non si trasformino in una gran cassa del terrorismo mussulmano, intercettare ed annientare al più presto le cellule terroristiche presenti a Zanzibar.

Al momento i propositi di secessioni rimangono confinati sul terreno politico ma a breve termine la Tanzania potrebbe essere sconvolta da una guerra civile con connotati religiosi e terroristici dove Al-Qaeda e ISIL potrebbero prendere facilmente il sopravvento e guidare la lotta armata. L’Unione Africana e la East African Community osservano attentamente gli sviluppi. In special modo il Kenya, vittima dal 2012 del terrorismo e con forti spinte secessioniste della comunità mussulmana lungo la costa: Malindi, Mombasa.
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:35 pm

Fiłipine

http://it.radiovaticana.va/news/2015/07 ... i_/1159437

Filippine. I vescovi: legge su Bangsamoro sia ispirata a pace e giustizia sociale
Una legge che sia ispirata ai principi della pace e della giustizia sociale: è quanto auspica la Conferenza episcopale filippina riguardo al dibattito sulla bozza normativa che farebbe del Bangsamoro, regione del Mindanao a maggioranza musulmana, una regione “a statuto speciale”. Attualmente al vaglio del Parlamento, la “Bangsamoro Basic Law” (Bbl) prevede, per la regione, un parlamento autonomo composto da cinquanta deputati, l’elezione di una sorta di primo ministro e l’instaurazione di una sharia mitigata. L’approvazione del Bbl è il punto cruciale delle trattative tra il governo ed il Fronte di liberazione islamico Moro che, fino alla pace siglata nel 2014, ha condotto una vera e propria guerra di indipendenza nel Paese.

La pace giusta e duratura, imperativo morale
In una dichiarazione ufficiale diffusa in questi giorni, la Chiesa filippina ribadisce di non essere né a favore né contro la proposta normativa, ma di voler solo presentare “i principi morali e sociali” che devono esservi alla base, nell’ottica di “una pace duratura, imperativo morale” per cristiani, musulmani e seguaci di altre religioni. “La fiducia reciproca”, dunque, deve essere il fondamento di tutto, in quanto “pre-requisito della giustizia, dell’armonia e della pace” e condizione primaria “del dialogo e del rispetto dell’altro”.

Cristianesimo ed Islam, religioni di pace. Non fomentare discriminazioni
Poi, i presuli di Manila ricordano che “cristianesimo ed islam sono religioni di pace”, entrambe discendenti da Abramo, e che “all’origine dell’aspirazione del Bangsamoro all’auto-determinazione c’è il principio della giustizia sociale, che implica anche la pace giusta e l’armonia interreligiosa”. In quest’ottica, la Conferenza episcopale filippina chiede che la Bbl non fomenti “le discriminazioni etniche, religiose, politiche ed economiche”, bensì “promuova la giustizia sociale”, affrontando “le ingiustizie sofferte dal Bangsamoro, dalle popolazione nativa e dalle varie minoranze religiose che vivono nella regione”.

Promuovere armonia tra religioni diverse. Tutelare diritti umani universali
L’obiettivo della normativa, scrivono i vescovi filippini, deve essere quello di “promuovere rapporti armonici tra persone di gruppi etnici e fedi differenti”, “tutelando efficacemente i diritti umani universali, in particolare i diritti degli indigeni già inseriti nella legge e i diritti delle minoranze cristiane che temono persecuzioni e un’ulteriore marginalizzazione”. La Chiesa di Manila si dice, inoltre, favorevole ad una legge che “realizzi l’auto-determinazione del Bangsamoro in un’area identificata che rimanga parte dell’integrità territoriale sotto la sovranità della Repubblica delle Filippine”, rispondendo così “concretamente alle istanze, alle speranze ed alle aspirazioni di tutti i vari gruppi del Bagnsamoro”, senza violare la Costituzione.

L’invocazione a Maria
Il messaggio episcopale si conclude con l’invocazione a Maria, “onorata in modo eminente sia nel Corano che nella Bibbia come Madre di Gesù”: a Lei vengono affidati “tutti gli sforzi per una pace giusta e duratura”. (I.P.)



Philippines: Muslims murder seven Christians in Christmas eve raids
ByPamela Geller on December 24, 2015

http://pamelageller.com/2015/12/philipp ... raids.html


Adherents of the world’s most violent and oppressive ideology once again shed blood, victimizing Christians on Christmas Eve. But the world is too busy hand-wringing over “Islamophobia.”

“Philippine Muslim guerrillas murder seven in Christmas eve raids,” AFP, December 24, 2015:

At least seven Christian farmers have been killed as Muslim guerrillas launched a series of attacks in the troubled southern Philippines, the military says.

The fighters of the Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (BIFF) seized the seven and then killed them in a series of raids on the island of Mindanao where Christian-Muslim conflicts have seethed for decades.

About 150 fighters of the BIFF launched assaults in different, mainly-Christian, towns before dawn, local military commander Colonel Ricky Bunayog said.

“They abducted farmers and then killed them. When we attempted to recover their bodies, they fired on us,” he said in the southern town of Tukuran, one of the the group’s targets.

He said that four of the guerrillas were reportedly also slain in the fighting about 775 kilometres south of Manila but villagers said their bodies were carried off by their comrades.

The attackers had since dispersed but the military was planning a “counter-action,” Mr Bunayog said, although he would not disclose details.

BIFF spokesman Abu Misry Mama confirmed they were behind the attacks, saying it was over a land dispute. He would not elaborate.

In Manila, military spokesman Colonel Restituto Padilla said the guerrillas may have launched the attack “to make a statement,” ahead of the Christian holiday of Christmas.

The Philippines is overwhelmingly Christian but has a Muslim minority that claims the south as their homeland.

The BIFF split from the main Muslim rebel group, the Moro Islamic Liberation Front (MILF), in 2008.

It has opposed a peace process between the Government and the MILF for the creation of a Muslim autonomous area in the south and has vowed to keep fighting for a separate Islamic State (IS).

Last year, the BIFF uploaded clips on YouTube showing one of its leaders pledging support for the IS organisation, the jihadist group that has seized a large swathe of territory in Iraq and Syria.



https://it.wikipedia.org/wiki/Filippine

Le Filippine sono uno dei tre Paesi dell'Asia a maggioranza cristiana (gli altri sono la Russia, la cui parte siberiana è a maggioranza ortodossa, e Timor Est). Il 92,5% della popolazione è di fede cristiana e di questi l'81% sono cattolici mentre i restanti appartengono a un gran numero di chiese minori tra le quali la evangelica (2,8%) e la Iglesia di Cristo (2,3%).
Circa il 5% della popolazione filippina è di religione musulmana. I suoi fedeli appartengono essenzialmente all'etnia Moro (si noti il nome dato loro dagli spagnoli, per analogia con gli arabi che conquistarono la Spagna, detti appunto moros, ossia "mori"), originaria dell'arcipelago di Sulu, dell'isola di Palawan e della zona occidentale di Mindanao. I processi di migrazione interna hanno fatto sì che quest'etnia sia oggi presente su tutto il territorio nazionale così che, ad esempio, vi è un buon numero di praticanti musulmani in ognuna delle maggiori città. L'Islam filippino è di rito sunnita ed ha vissuto attriti continui con le istituzioni e le autorità centrali, da sempre cristiane e cattoliche, con insistenti campagne di politiche separatiste che hanno portato alla formazione, nel 1989, della Regione Autonoma nel Mindanao Musulmano, formata da quelle province nelle quali la popolazione ha espresso con un voto referendario la volontà di riconoscersi in un'unità territoriale distinta geograficamente e per credo religioso.
Il resto della popolazione segue altre fedi, tra le quali l'animismo, praticato dalle popolazioni di origine tribale e presente nelle sue forme rituali anche in molta parte del culto cristiano e musulmano locale, o abbraccia altri credi come l'induismo, il buddhismo o il sikhismo, la presenza dei quali si spiega soprattutto per l'effetto dell'immigrazione di cittadini di altre nazionalità del Sud-est asiatico.



Miserere, storie di cristiani perseguitati. I quaranta innocenti di Mindanao, usati come scudi umani dai miliziani islamisti
gennaio 28, 2014 Franco Molon

http://www.tempi.it/miserere-storie-di- ... -islamisti

Negli scontri con l’esercito gli indipendentisti filippini del Moro usano gli ostaggi selezionandoli su base religiosa: musulmani rilasciati, cristiani sotto il fuoco mindanao-ostaggi-cristiani-scudi-umani-1Pubblichiamo la ventottesima puntata di “Miserere”, la serie realizzata da Franco Molon e dedicata ai cristiani perseguitati (per leggere le storie precedenti clicca qui).

I ribelli non riescono più a sostenere l’urto dell’esercito regolare e iniziano a ritirarsi verso i sobborghi della città. Le brigate si sfilacciano. Il sogno è finito. Limitare i danni e le perdite è l’unica strategia rimasta. Il plotone di Nimuel indietreggia lungo Santa Maria Road, verso le montagne. Il quartiere è fatto di villette e giardini e la strada larga non offre ripari contro l’offensiva dei governativi che risalgono la via protetti dietro un blindato. La ritirata sta per trasformarsi in rotta quando una squadra di paracadutisti blocca le vie di fuga alle spalle del gruppo di guerriglieri. Nimuel si trova costretto a improvvisare e porta i suoi dentro il cortile della scuola elementare del quartiere con l’intento di asserragliarsi e combattere fino alla morte.

I regolari prendono rapidamente posizione sul fronte e sui fianchi dell’edificio e la battaglia, fino a quel momento fluida e imprevedibile, diventa un assedio senza speranza. Tra i miliziani del Moro inizia una discussione su come disimpegnarsi dal combattimento. Al Kurthani, un saudita esaltato che sta con loro da un paio d’anni, sceglie la via del martirio e, senza aspettare la fine della discussione, esce allo scoperto sparando all’impazzata; cade fulminato in pochi secondi. Gli altri la pensano diversamente. Uno suggerisce di uscire dal retro, che pare ancora libero, e rifugiarsi nella chiesa che sta di fianco alla scuola; lì nascondere le armi e poi fingersi parrocchiani spaventati. La proposta piace e la sortita ha inizio.
2I miliziani irrompono sfondando la porta dalla sacrestia ma quando sbucano sull’altare trovano la navata già occupata da una quarantina di persone spaventate. La situazione è mutata e Nimuel cambia tattica un’altra volta; ordina ai suoi, armi in pugno, di raggruppare gli atterriti rifugiati contro una parete e di farli avanzare uno alla volta verso di lui. La processione comincia e a tutti egli pone la stessa domanda: “Cristiano o musulmano?”. Chi risponde “musulmano” viene fatto uscire dalla chiesa, chi risponde “cristiano” è costretto a sedersi sui banchi davanti alla linea di tiro delle mitragliette ribelli.
Quando tocca a Igme affrontare la domanda che sembra decidere tra la vita e la morte questi non ha la forza di rispondere e rimane in silenzio, con gli occhi chiusi, davanti a Nimuel che, armando il cane della sua pistola e puntandogliela alla fronte, grida spazientito: “Cristiano o musulmano?”. Stupito di scoprire del coraggio nel groviglio dei propri sentimenti Igme sceglie di andare a sedersi tra i banchi.
Ultimata la selezione, i guerriglieri si danno da fare per improvvisare delle bandiere bianche utilizzando le tovaglie della mensa, le candele più lunghe e l’asta della croce; quindi affidano a casaccio i drappi tra i cristiani rimasti e li spingono verso l’uscita. Prima di aprire il portone principale i miliziani si nascondono nel mezzo del gruppo e fanno uscire tutti allo scoperto.
mindanao-ostaggi-cristiani-scudi-umani-3I civili avanzano sul sagrato stringendosi l’un l’altro, alcuni gridando “non sparate”, altri piangendo istericamente. La donna cui è toccato in sorte di guidarli sventola con foga la bandiera bianca e lo stesso fanno quelli con le candele. Dalla pancia del gruppo Nimuel sibila l’ordine di continuare a camminare e di non fermarsi. I soldati dell’esercito non si mostrano e non reagiscono. Passo dopo passo il drappello raggiunge il centro della piazza.
Un ribelle alza troppo la testa e viene riconosciuto. Partono un paio di colpi che scatenano il panico tra gli ostaggi i quali provano a fuggire in tutte le direzioni. I miliziani però li strattonano e li trattengono a forza obbligandoli a ricompattarsi. Solo un bambino sfugge alle loro maglie e corre inebetito in direzione degli spari. Nimuel lo vede e, temendo possa rivelare l’inganno, punta contro di lui la sua pistola. Igme non può far altro che frapporsi tra il piccolo e l’arma, scegliendo la vita eterna.
9 settembre 2013 – I ribelli del Fronte del Moro, che combatto per l’indipendenza dell’isola di Mindanao e per la creazione di uno Stato islamico, attaccano la città di Zamboanga (Filippine). Durante gli scontri con l’esercito regolare sono numerosi i casi di utilizzo di civili come scudi umani. La selezione degli ostaggi avviene sempre su base religiosa: i musulmani vengono rilasciati, i cristiani mandati sotto il fuoco.
Un video che documenta come i guerriglieri del Moro (Mnlf) abbiano usato, durante la battaglia, gruppi di civili come scudi umani. Al secondo 29 si vede un guerrigliero armato, riconoscibile dalla fascia rossa in testa, allontanarsi dal gruppo di ostaggi quando l’esercito filippino inizia a sparare.


FILIPPINE, RIBELLI ISLAMICI CACCIANO DALLE LORO TERRE PIU' DI MILLE CRISTIANI
03/05/2008

http://www.toscanaoggi.it/Toscana/FILIP ... -CRISTIANI

Circa 1200 contadini cristiani sono stati costretti a fuggire dalle proprie terre per scampare all'aggressione del Fronte islamico di liberazione Moro. E' accaduto in un villaggio della provincia meridionale di Mindanao, nelle Filippine, dove la polizia locale conferma che da circa 40 anni i ribelli tentano di occupare i terreni ed ottenere l'indipendenza amministrativa e confessionale dal governo di Manila. Per evitare scontri a fuoco la stessa polizia decide di non intervenire. Stando a quanto riferito dall'agenzia Asianews, la situazione sarebbe precipitata la scorsa settimana, quando la Malaysia ha ritirato i suoi mediatori dalla provincia, roccaforte dei musulmani filippini. Un accordo di pace siglato dai ribelli e dal governo avrebbe dovuto creare una regione autonoma musulmana con la supervisione dei Paesi vicini, ma la rottura del dialogo tra le parti, nonostante gli appelli di pace dei leader religiosi cattolici ed islamici, avrebbe dato avvio alle violenze. L'instabilità nell'area e la paura di nuove violenze confessionali spinge molti cristiani a fuggire a sud, verso regioni più sicure. (Fonte: Radio Vaticana)
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:35 pm

Somałia

https://it.wikipedia.org/wiki/Somaliland

https://it.wikipedia.org/wiki/Unione_de ... _islamiche

https://it.wikipedia.org/wiki/Al-Shabaab

Somalia, integralisti islamici uccidono parlamentare e famosa cantante "È stata uccisa perchè era un deputato e tutti saranno eliminati fino a quando non si dimetteranno" ha dichiarato il portavoce del gruppo al-Shebaab. È il quarto deputato ucciso dall'inizio dell'anno.
http://www.rainews.it/dl/rainews/artico ... 6e499.html
24 luglio 2014
Saado Ali Warsame, deputata e famosa cantante somala è stata uccisa a Mogadiscio dai militanti del gruppo integralista islamico al-Shabaab. L'auto a bordo della quale si trovava è stata crivellata dai colpi da arma da fuoco, nell'attacco è stato ucciso anche l'autista. È il quarto deputato somalo ucciso dall'inizio dell'anno. Gli uomini di al-Shebaab hanno minacciato di sterminare tutti i parlamentari: "E' stata uccisa perchè era un deputato e tutti saranno eliminati fino a quando non si dimetteranno", ha spiegato il portavoce del gruppo legato ad al Qaeda, Abdulaziz Abu Musab, sottolineando che, "il fatto che fosse una cantante non ci interessa". La Warsame era una delle 30 donne nel Parlamento somalo ed era diventata popolare negli anni settanta quando cantava canzoni politiche e sociali contro la dittatura di Siad Barre. La cantante aveva anche vissuto per un periodo in esilio negli Stati Uniti

https://it.wikipedia.org/wiki/Somalia
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Messaggioda Berto » mer ott 07, 2015 8:47 pm

L’islam radicale nel sud-est asiatico si nasconde, ma c’è
Dalla sfida del Bangladesh al flop del modello indonesiano, passando per le vittime occidentali. Mappa ragionata
di Massimo Morello | 11 Ottobre 2015

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/10/1 ... e_c854.htm

Bangkok. “L’islam è una religione cattiva: uccidi e vai in paradiso”. Così dice un pha ajarn, un monaco buddista thai ritirato in meditazione nella foresta. E’ come se il buddismo, filosofia di compassione e tolleranza, fosse stato sopraffatto dai phi lok, i fantasmi che si nutrono di paura.

C’è uno spettro che si aggira per il sud-est asiatico: l’estremismo islamico. Potrebbe contagiare quasi la metà dei 625 milioni d’abitanti dell’Asean (l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico): quella musulmana. Ha già fatto migliaia di vittime. Le ultime due sono italiani: il cooperante Cesare Tavella, assassinato pochi giorni fa in Bangladesh e l’ex missionario Rolando Del Torchio, rapito il 7 ottobre nelle Filippine.

“L’idea prevalente, se non un cliché, è che l’islam del sud-est asiatico sia in modo uniforme, prevalente e storicamente moderato”, scrive Clive Kessler, professore d’Antropologia all’università di Sydney. “Sì, l’islam di questa regione è differente. E’ un islam di stampo culturale malese-indonesiano piuttosto che arabo mediorientale. E’ un islam di graduale, spesso quasi osmotico, assorbimento culturale. Tuttavia, a causa della diffusione contemporanea dell’islam, che oggi presenta l’arabizzazione come sua unica e vera forma, questo non è il quadro completo. Ci sono molti covi, terreni di coltura e nidi di un islam estremo in tutta la regione”.

E’ lo scenario delineato da Dennis Ignatius, ex diplomatico malesiano. Secondo Ignatius, nel sud-est asiatico si sta riproponendo la teoria del domino. Elaborata negli anni della Guerra fredda, Ignatius sosteneva che, qualora una nazione chiave fosse stata conquistata dai comunisti, le nazioni vicine sarebbero cadute anche loro come tessere di un domino. Oggi l’estremismo islamico ha preso il posto del comunismo. “Violenti gruppi jihadisti hanno attecchito nelle Filippine, in Indonesia, Malesia e Thailandia”. Secondo Ignatius, è dovuto a una progressiva “saudizzazione” del sud-est asiatico, ossia “l’esportazione dell’ideologia wahhabita, della cultura dell’intolleranza, dell’odio e della violenza che pervade gran parte del medio oriente”.

L’obiettivo finale, come ha rivelato nel luglio scorso il quotidiano malesiano New Straits Times, è la costituzione del Daulah islamiah Nusantara (l’arcipelago dello stato islamico), un Califfato che comprenda Malesia, Indonesia, Singapore, sud della Thailandia e sud delle Filippine. Secondo le fonti del giornale quattro gruppi estremisti islamici della regione hanno stipulato una patto basato sull’ideologia Salafi Jihadi, simile a quella di al Qaida e dello Stato islamico, e stanno svolgendo un’opera molto aggressiva di reclutamento. Lo scenario sembra confermato da un rapporto dell’Unodc, l’organizzazione delle Nazioni Uniti per la droga e il crimine. Nella conferenza dedicata alle “efficaci risposte alla situazione dei foreign terrorist nel sud-est asiatico”, che si è tenuta a Bangkok nel giugno scorso, Jeremy Douglas, rappresentante regionale dell’Unodc, ha rivelato che sono circa mille i foreign terrorist fighters provenienti dal sud-est asiatico. “E’ un trend in crescita”, ha dichiarato.

Una tendenza che può sfuggire a ogni controllo se si considera il numero di lavoratori del sud-est asiatico impiegati in medio oriente e delle centinaia di migliaia di thai-malesi che fanno la spola tra i due paesi. Tutte potenziali reclute di un Califfato che, come in medio oriente, sfrutta non solo l’appartenenza religiosa, ma ancor più si alimenta di tensioni etniche, nazionalismi, sperequazioni economiche e di una disastrosa eredità coloniale, che, in nome del commercio e del libero scambio, aveva imposto migrazioni tra società indigene chiuse. In un altro convegno sulla “libertà religiosa in sud-est asiatico” che si è tenuto a Bangkok ai primi d’ottobre, il relatore speciale Onu Heiner Bielefeldt ha rilevato un ulteriore elemento critico: la “politicizzazione della religione”. Ecco perché, come ha scritto Ravi Velloor, editorialista dello Straits Times di Singapore, “lo scenario asiatico comincia a sembrare quello di un bazar affollato prima di uno scontro tra bande”.


Bangladesh e Birmania

“Non credo sia solo la religione a dare una particolare connotazione al paese, ma di sicuro gioca il suo ruolo”, dice al Foglio un’italiana che lavora per una Ong in Bangladesh. Lì, lunedì 28 settembre, è stato assassinato il cooperante italiano Cesare Tavella. “In un’operazione speciale dei soldati del Califfato una pattuglia ha preso di mira lo spregevole crociato” è la rivendicazione in rete. Una settimana dopo è stata la volta del giapponese Kunio Hoshi. Poi, il pastore protestante aggredito con i coltelli da tre persone che “volevano parlare di religione”, scrive il NYT.

Il Bangladesh non fa parte del sud-est asiatico. Né geograficamente, né politicamente (non è membro dell’Asean). Ma è un buon punto di partenza per comprendere il fenomeno dell’estremismo islamico in quell’area.

Come testimonia la cooperante italiana, “il Bangladesh è uno dei paesi islamici in cui diversi gruppi religiosi vivono uno di fianco all’altro e la società civile è in continua evoluzione”. Ma è anche uno dei paesi più poveri al mondo, afflitto da cicliche calamità climatiche. Terreno ideale per gruppi come l’Ansarullah Bangla, collegato all’Isis, responsabile degli omicidi di blogger “atei”, che ha minacciato di colpirne altri all’estero. E così l’immagine del Bangladesh come paese “moderato” si è incrinata. Tanto più per le ambiguità del governo. Lo dimostra lo “scetticismo” del primo ministro Sheikh Hasina riguardo alla responsabilità dell’Isis negli omicidi dei cooperanti, che considera invece un complotto dell’opposizione.

Il Bangladesh, inoltre, è la “porta occidentale” del paese che oggi incarna la più stretta osservanza buddista: la Birmania. Proprio sul confine, nello stato birmano del Rakhine, si consuma la tragedia dei musulmani Rohingya. Sono circa 800 mila persone, etnicamente bengalesi, i cui antenati migrarono dal Bangladesh. In Birmania sono considerati immigrati illegali, vittime designate per ogni violenza. Molti Rohingya sono talmente disperati da cercare rifugio in Bangladesh. Dove sono confinati in campi privi d’ogni assistenza e dove la loro disperazione alimenta potenziali sacche di terrorismo: i simpatizzanti dell’Isis hanno invitato i Rohingya a combattere in Siria per sfuggire alle persecuzioni in Birmania.

Ben Rhodes, considerato il braccio destro di Barack Obama per gli Affari esteri, ha definito il trattamento dei Rohingya come “un abominio”. In Birmania, però, i Rohingya materializzano una paura sempre più diffusa: quella di un’invasione musulmana che si compie su due fronti. Esterno, dal Bangladesh, e interno, con l’allargamento della popolazione musulmana. Ha dichiarato Aung San Suu Kyi: “La paura non è solo dei musulmani, ma anche dei buddisti. C’è la sensazione che il potere musulmano, il potere musulmano globale, sia molto forte”.


Thailandia e Filippine

“Perché vuoi andare laggiù? Sono musulmani, gente cattiva”, dice l’autista di taxi di Hat Yai, la città che è la porta del profondo sud thailandese. Laggiù significa le tre province a maggioranza musulmana di Narathiwat, Pattani e Yala, teatro di una guerra tra governo e terroristi islamici che dal gennaio 2004 ha provocato quasi 7.000 morti e oltre 11.000 feriti tra buddisti e musulmani.

Gli stessi dubbi e timori sono espressi dai filippini quando si dichiara l’intenzione di spostarsi a Mindanao. La grande isola nel sud di questa nazione arcipelago, un tempo non lontano rifugio dei pirati, da oltre dieci anni è teatro d’attentati e rapimenti. L’ultimo si è compiuto il 7 ottobre. La vittima è l’italiano Rolando Del Torchio, ex missionario e cooperante che aveva aperto una pizzeria nel sud di Mindanao.

Le cattolicissime Filippine e l’ultrabuddista Thailandia hanno in comune un conflitto subnazionale che affonda le sue radici nella richiesta d’autonomia. “Il problema è lo stesso che si crea ovunque tra gli esseri umani ed è quello delle tre ‘R’: razza, religione, risorse”, dice al Foglio un docente dell’Islamic College di Yala. Problema che in entrambi i casi è aggravato dalla povertà, dalla corruzione dei funzionari pubblici e dall’intervento di gruppi paramilitari a sostegno delle forze governative.

Tra le due situazioni, tuttavia, c’è una profonda differenza. Nelle Filippine, dopo l’accordo di pace col governo stipulato dal Moro islamic Liberation Front, operano il Bangsamoro islamic Freedom Fighters e quello di Abu Sayyaf. L’obiettivo è stabilire uno stato islamico che dovrebbe far parte di un Califfato esteso su tutto il sud-est asiatico musulmano. Inoltre, come ha dichiarato un esperto d’intelligence filippino, “l’Isis sta reclutando numerosi seguaci” nei gruppi che operano a Mindanao.

In Thailandia, invece, le rivendicazioni sono soprattutto d’ordine autonomistico e rispetto dell’originaria cultura malay. Secondo un rapporto del dipartimento di stato americano, “non c’è diretta evidenza di collegamenti operativi tra i gruppi insorgenti etno-nazionalisti nel sud della Thailandia con l’Isis o altre reti terroristiche internazionali”. Giudizio ufficialmente condiviso dal governo di Bangkok. “L’idea che agenti di al Qaida siano presenti nell’area è priva di fondamento”, ha detto una fonte del Foglio. Ammettendo, però, che “molti musulmani locali hanno frequentato scuole islamiche in Indonesia, Pakistan, Arabia Saudita, nei paesi del medio oriente e sono tornati indottrinati”.

In realtà, come sembrano dimostrare le indagini sull’attentato al tempietto di Erawan a Bangkok, i collegamenti transnazionali sono più di carattere mafioso che religioso. Quantomeno indicano una sempre maggiore contaminazione tra organizzazioni criminali e terroriste. Accade anche nelle Filippine, dove l’obiettivo dei gruppi terroristici, più che lo stato islamico, sembra il riscatto.


Laos, Cambogia e Vietnam

I paesi del sud-est asiatico che divennero le tessere comuniste nella teoria del domino anni Settanta oggi sono estranee a un potenziale domino islamico. In Laos come in Vietnam, lo stesso Sangha, la comunità buddista, ha scarso impatto sociale e politico. Il partito continua a promulgare leggi che regolano la professione di fede. In Vietnam è passata una legge secondo cui “l’abuso” religioso è un crimine contro la sicurezza nazionale. E’ improbabile che le minoranze islamiche possano rappresentare un problema. Solo in Cambogia il governo del primo ministro Hun Sen tempo fa ha espresso il timore che la minoranza musulmana Cham (d’origine vietnamita) sia una minaccia per la sicurezza nazionale.


Malesia e Indonesia

“Può sembrare una città del Golfo Persico: è il prezzo da pagare alla finanza islamica”, ammette un funzionario di Putrajaya. La nuova capitale amministrativa malesiana, 25 chilometri a sud di Kuala Lumpur, è un centro ipertecnologico d’edifici che incorporano tutte le architetture islamiche, dal Turkmenistan al Marocco, in stile contemporaneo.

La Malesia cerca di contenere la diffusione dell’estremismo con compromessi e concessioni. Almeno con le lobby della maggioranza musulmana, che sostengono il primo ministro Najib Razak a condizione che le favorisca. Se n’è avuta dimostrazione recentemente, quando il principale partito d’opposizione, d’ispirazione nazionalista-malay, ha scelto di non unirsi alle manifestazioni dei partiti alleati delle minoranze cinesi e indiane che chiedevano le dimissioni di Najib, accusato di corruzione. Al contrario: quella protesta è stata definita una cospirazione anti-malese e solo il deciso intervento dell’ambasciatore cinese in Malesia ha evitato che si ripetessero gli scontri razziali che nel 1969 portarono al massacro di centinaia di cinesi.

Compromessi e concessioni, tuttavia, si sono rivelati un’arma a doppio taglio. Il ministro dell’Interno ha dichiarato che “la minaccia terroristica in Malesia ha raggiunto un nuovo livello, con crescenti connessioni tra i foreign fighters e militanti interni, che cercano di influenzare la politica nazionale e raccogliere fondi”. Si è addirittura scoperto che l’obiettivo di una cellula islamica erano proprio i palazzi di Putrajaya.

Alla fine il premier Najib ha cercato equilibrio in occidente. La Malesia è divenuta un membro della coalizione guidata dagli Stati Uniti per contrastare l’Isis (con Singapore è l’unico altro stato dell’Asean a farne parte) e nel gennaio prossimo ospiterà una conferenza per studiare “una risposta regionale al terrorismo”. Nel frattempo, Najib sembra aver perso il sostegno dei sultani malesi, che si considerano i guardiani della cultura e della religione.

“Era un anak kampung Menteng Dalam, un ragazzo del kampung di Menteng Dalam”, dice il vecchio Coenraad, sindaco di quel quartiere alla periferia di Jakarta. “La vita era difficile, ma questa era una comunità di brava gente, tollerante”. Coenrad parla di Barry Soetoro, com’era conosciuto, col cognome del patrigno indonesiano, Barak Obama. Obama visse a Jakarta dal ’68 al ’71. Allora l’Indonesia era governata da un dittatore, devastata da conflitti interni, al collasso economico. Oggi è presa ad esempio di democrazia, non solo per il mondo islamico ma per tutta l’Asia. Tanto più dal luglio 2014, quando è stato eletto presidente Joko “Jokowi” Widodo, il primo a non aver alcun legame con il generale Suharto, il dittatore al potere dal 1965 al 1998.

Il governo di Jokowi è promotore di una legge che promuove la tolleranza e la libertà religiosa, caso unico nel mondo islamico. La grande maggioranza dei 206 milioni di musulmani indonesiani (l’87 per cento della popolazione) non dovrebbe opporsi: hanno la reputazione di moderati al limite della laicità, tanto da convivere senza tensioni con 23 milioni di cristiani. Tra il 1990 e il 2004 questo clima di rilassata moderatezza fu sconvolto dagli attentati della Jemaah islamiyah, legata ad al Qaida, che culminarono nel 2002 a Bali con l’attentato che provocò 202 morti. Negli anni seguenti sembrò che la polizia e l’intelligence indonesiana avessero ripreso il controllo. Almeno sino al 2014, quando il comandante dell’antiterrorismo Saud Usman Nasution ha dichiarato che il numero delle reclute indonesiane dell’Isis era più che triplicato in pochi mesi. Con oltre 500 combattenti in Iraq e Siria, l’Indonesia dà all’Isis il maggior numero di uomini di tutto il sud-est asiatico. “Quando faranno ritorno alle loro case si ripeterà ciò che è accaduto al ritorno dei combattenti in Afghanistan e inizierà una nuova ondata di terrorismo”, ha avvisato un ex funzionario dell’intelligence. Ipotesi aggravata dalla presenza di circa 3.000 fiancheggiatori dell’Isis. In tale prospettiva diviene ancor più importante la prossima visita di Jokowi negli Usa, a fine ottobre. Chiederà il sostegno di Obama in materia di difesa e sicurezza interna. Sperando che il “ragazzo del kampung” lo ascolti.


Singapore e Brunei

In comune hanno le minime dimensioni, l’altissimo standard di vita, un forte controllo socio-politico e l’adesione al Trans-Pacific Partnership. Li distingue il modello. Singapore, la città-stato all’estrema punta della penisola malesiana, segue un modello confuciano. Il controllo è esercitato da un governo eletto democraticamente, benché il sistema sia stato definito di “democrazia illiberale” per i limiti a opposizione e informazione. Ma è anche un sistema dinamico, in evoluzione culturale e sociale. In questo scenario, popolato da cinesi (la maggioranza), malay, indiani e occidentali, il dialogo inter-religioso è di rigore. Proprio per questo Singapore teme le derive islamiche nell’area. Come ha dichiarato il primo ministro Lee Hsien Loong, la minaccia dell’Isis va presa “molto seriamente”. Non perché sia possibile un Califfato nel sud-est asiatico, ma perché lo è una base dell’Isis. Il governo ha predisposto un programma di “riabilitazione”, gestito dai leader islamici, per chi sia stato influenzati dal fondamentalismo. Tuttavia, ha dichiarato Lee: “Per quanto buono sia il nostro programma non c’è modo di identificare tutti quelli che siano stati portati sulla cattiva strada”. Per la legge di Singapore, quindi, qualsiasi forma di sostegno a movimenti estremisti, anche non violenta, è perseguita con la massima severità. E così, secondo un recente rapporto dell’intelligence, Singapore è entrata nel mirino possibile dell’Isis.

Il sultanato del Brunei, incuneato nella costa occidentale del Borneo sopra un mare di petrolio, non corre questo rischio. Dal primo maggio del 2014 è il primo stato asiatico ad adottare la sharia come codice penale. Prevede la lapidazione a morte per gli adulteri e l’amputazione per i ladri. “La legge fa parte della grande storia della nostra nazione” ha dichiarato il sultano Hassanal Bolkiah, al governo con poteri assoluti dal 1967. Il codice si applica solo ai musulmani (circa due terzi dei 420.000 abitanti), ma impone restrizioni alla libertà religiosa di tutti gli altri. Anche quella di esprimere opinioni religiose, o atee, di fronte ai musulmani. Quindi, lo scorso dicembre, è stato proibito il Natale. Nel senso che sono state proibite le decorazioni “esteriori” ed è stato vietato manifestare in pubblico ogni espressione che riguardi la festività: “Potrebbero offendere la aqidah (fede) della comunità musulmana”.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Endoe ke riva l'xlam el desfa i paexi co la goera e el teror

Messaggioda Berto » dom ott 18, 2015 8:12 am

Svezia, cristiani attaccati: case marchiate e insulti
Cristianofobia e terrorismo jihadista finiscono per diventare due facce della stessa medaglia: quella dell'intolleranza. A Goteborg le case dei cristiani assiri sono marchiate con la "N" di "Nazareno
Ivan Francese - Sab, 17/10/2015

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/sve ... 83905.html

Un episodio inquietante, che richiama alla memoria precedenti che nessuno vorrebbe rivivere.
A Goteborg, in Svezia, i negozi di alcuni cristiani assiri sono stati imbrattati con la famigerata "N" di Nazareno, con cui i tagliagole di Isis erano soliti contrassegnare le case dei cristiani nel sedicente Califfato, soprattutto nella zona di Ninive. Lo riporta il quotidiano svesese Dagens Nyheter.
Come testimonia anche Il Foglio, la cittadina svedese è considerata una fucina per il reclutamento jihadista. Almeno 150 persone sarebbero partite per combattere in Medio Oriente.
Un ristoratore cristiano assiro, Markus Samuelsson, ha trovato i muri del proprio locale imbrattati con frasi come "convertitevi o morirete" e "il Califfato è qui". La polizia svedese ha aperto un'inchiesta per individuare gli autori delle minacce. Quello che è certo è che si tratta di una vicenda che riporta ai massimi livelli l'attenzione per due fenomeni inquietanti e in parte complementari: la cristianofobia e il terrorismo di matrice jihadista.
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