Papa Bendito XVI a Ratixbona

Papa Bendito XVI a Ratixbona

Messaggioda Berto » dom ott 04, 2015 10:18 am

Papa Bendito XVI a Ratixbona
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L’onore della ragione da rendere al Ratzinger illuminista di Ratisbona
di Maurizio Crippa | 08 Gennaio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/2015/01 ... e_c275.htm

Si poteva leggere ieri mattina sulla prima pagina del Corriere della Sera la seguente frase: “I lumi dell’illuminismo sono spenti, ma per loro non si sono mai accesi”. Non era servito il dono della profezia per scriverla, il tema era il libro di Michel Houellebecq. Ma mentre leggevamo, succedeva quel che succedeva nel cuore dell’Europa. E dopo aver letto e aver saputo, un pensiero più decisivo di quel che potrebbe apparire, viene. Il pensiero che sarebbe il momento, proprio ora, e il caso, di rendere l’onore delle armi, le armi del pensiero, al professor Joseph Ratzinger per quanto disse il 12 settembre 2006 in una lectio magistralis intitolata alla fede e alla ragione, tenuta all’Università di Regensburg. Quella lectio è passata al tritatutto della cattiva storia come il “discorso di Ratisbona”, ridotta cioè a quel passaggio famoso, sull’islam e la spada, e alle sue conseguenze. Comprese quelle (variamente giudicate) del successivo tentativo da parte della chiesa di rappattumare lo scontro di civiltà che si profilava. Oggi, il giorno dopo Charlie Hebdo, il giorno dopo l’Europa colpita come mai prima nella sua sacrale libertà di pensiero e di dissacrazione, appare più chiaro che l’affermazione decisiva di quel passaggio di Benedetto XVI era un’argomentazione contro la conversione mediante la violenza: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.

Ma il motivo per cui l’occidente che allora derise e attaccò oggi dovrebbe rendere l’onore della verità e della ragione a Ratzinger è un altro. Quella lectio fu innanzitutto un grande elogio dell’illuminismo. Proprio di quello che oramai in Francia va allo sfasciacarrozze, o direttamente all’obitorio. Descrisse Ratzinger “l’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione”. Parlò della natura “del pensiero greco fuso ormai con la fede”, fondamento antico dell’occidente. Il rapporto tra fede e ragione, il nesso tra religione e civiltà. E la necessità di “allargare l’illuminismo”, di non ridurlo cioè a quella cupa caricatura destinata al suicidio (della rivoluzione) o alla gola tagliata e al kalashikov del jihadismo che è oggi. “Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle”. A Ratisbona la questione che Ratzinger colse fu il giudizio sul mondo contemporaneo. Ratzinger che altrove scrive testualmente che il cristianesimo “in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale… ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini, senza distinzione, creature di Dio, immagine di Dio, proclamando in termini di principio la stessa dignità. In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana”. E che “è stato merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua voce”.

Lo scenario profetizzato da Houellebecq, Houellebecq che campeggia in vignetta sull’ultima copertina, datata al giorno della strage, di Charlie Hebdo, è quello della sottomissione, una sottomissione per svuotamento dell’ideologia dell’occidente al peggio di una religione irrazionalista. Houellebecq che dipinge l’occidente in rovina, che distrugge se stesso attraverso la cultura materialista e individualista, nipotina sciancata dell’antico libertinismo. “La corrente di idee nata con il protestantesimo, che ha culminato nel secolo dei Lumi e prodotto la Rivoluzione, sta morendo”. La sua analisi è venata di paradosso, epperò è simile alla percezione di tanti intellettuali europei, francesi segnatamente, che oggi prima che abbandonarsi alla disperazione potrebbero sforzarsi di rileggere Ratisbona. Per Houellebecq, per loro, l’ateismo è perdente perché “troppo triste”. Quando Ratzinger parlava della nostra civiltà nei termini di una rinuncia al buonumore per il rinnegamento della buona ragione, lo sfottevano.
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Re: Papa Bendito XVI a Ratixbona

Messaggioda Berto » dom ott 04, 2015 10:19 am

Lectio magistralis di Papa Benedetto XVI su "Fede, ragione e università"

https://it.wikipedia.org/wiki/Lectio_ma ... t%C3%A0%22

La lectio magistralis "Fede, ragione e università - Ricordi e riflessioni", tenuta il 12 settembre 2006 dal papa Benedetto XVI presso l'università di Ratisbona durante il suo viaggio in Baviera, rappresenta un intervento del pontefice sul tema dei rapporti tra fede e ragione, di importante rilievo sul piano culturale e teologico cattolico.

Il discorso papale ha causato violente reazioni nel mondo islamico, soprattutto a causa di una citazione dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, tratta da un suo scritto sulla guerra santa, redatto probabilmente tra il 1394 e il 1402: oltre a numerose proteste di piazza sono stati infatti assaltati e incendiati diversi luoghi di culto cristiani.

Contro ogni violenza ed ogni "guerra santa": la spada e la ragione

Il papa esordisce affermando che è "necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione".

Prende come spunto il dialogo tra Manuele II Paleologo e un persiano colto, come curato dal prof. Khoury. Nel dialogo si afferma che Maometto ha introdotto solo "cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede", ma, secondo Manuele II, ciò è irragionevole e "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio".

Khoury commenta che invece per l'Islam "Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza". Cita anche un islamista francese, il quale rileva che Ibn Ḥazm "si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla Sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria". ???

Con parole proprie e con l'ausilio di citazioni, così il papa si è pronunciato nettamente contro ogni forma di imposizione violenta di un credo religioso: "La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. Dio non si compiace del sangue. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia".

Il discorso papale non può non avere una portata di carattere più generale e non dovrebbe riferirsi in modo specifico all'Islam, dal momento che lungo e intenso è stato nella Chiesa il dibattito fra chi - Tertulliano, Origene e Lattanzio ad esempio - rifiutava il ricorso alle armi qualificandosi seguace di Gesù Cristo, e chi preferì invece elaborare il concetto di "guerra giusta" ( bellum pium ) e "legittima", quando ci si fosse trovati di fronte alla necessità di fermare una violenza non provocata, portata in modo diretto contro altri uomini: corrente ideologica quest'ultima affermatasi poi di fatto nel successivo Cristianesimo, che rimprovererà (tra le altre cose) a Catari e Lollardi il loro pacifismo senza eccezioni.

Origine della controversia

La citazione di Manuele II Paleologo, ripresa nel discorso pronunciato dal papa e da cui sono scaturite le polemiche, è la seguente:
« Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. (...) egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte". »
(Benedetto XVI)

La frase contestata, citata nell'occasione da Benedetto XVI, è dunque la seguente:
« Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava »
(Manuele II Paleologo)

Ad ogni modo, prima e dopo la frase succitata, nella lezione il Papa precisa il motivo della citazione, senza alcun intento provocatorio.


Reazioni

Le reazioni sono risultate disomogenee, sia nel mondo islamico sia in quello cristiano. Nel primo caso si è passati dall'indignazione delle maggiori cariche civili e religiose degli stati a prevalenza musulmana con aspre proteste di piazza annesse (a volte anche decisamente offensive), fino ad arrivare a minacce di morte nei confronti di Benedetto XVI da parte di gruppi estremisti quali ad esempio al-Qāʿida, ʿIrāq al-Jihādiyya (Iraq jihadista) o Jaysh al-Mujāhidīn (Esercito dei Mujāhidīn). Nel mondo islamico si sono verificati inoltre diversi assalti e incendi a chiese e luoghi di culto cattolici.

Anche l'omicidio della suora italiana Leonella Sgorbati, operante a Mogadiscio da molti anni, probabilmente legato alla lezione di Ratisbona, ha contribuito a far esprimere "vivo rammarico" a Benedetto XVI, durante l'Angelus domenicale, in merito alla situazione globale che si era creata.
« Il mio era un invito al dialogo franco e sincero. [...] Spero che questo valga a placare gli animi »
(Benedetto XVI, 17 settembre 2006)

Tale espressione di rammarico è stata accettata da molti paesi, mentre permangono ancora posizioni di maggior intransigenza, da parte di paesi che si attendono vere e proprie scuse formali[senza fonte].

Tra coloro che hanno accettato immediatamente l'invito al dialogo del Papa vi è Il presidente dell'Iran, Mahmud Ahmadinejad, che il 19 settembre 2006, esprimendo "rispetto per il Papa" e, suggerendo che le parole del Papa siano state "modificate", ha dichiarato, riguardo al modo nel quale i media hanno riferito del discorso del Pontefice:
« Non c'è dubbio che ci sia chi ha diffuso informazioni scorrette »
(Mahmud Ahmadinejad)

Ahmadinejad ha però colto l'occasione di sottolineare come, malgrado i valori cristiani contengano un ripudio della violenza, «tutte le guerre del XX secolo sono state provocate da nazioni europee e dagli Stati Uniti» (Ma nò en nome e par conto de Cristo e de Dio). La posizione del Presidente iraniano ha di fatto smentito una dichiarazione di tutt'altro tenore rilasciata il giorno prima da Ali Khamenei, supremo leader iraniano, che aveva accusato il Papa di esser parte di una «crociata condotta dagli USA e dai sionisti».

Nei paesi di tradizione cristiana si sono levate voci in aperta difesa del Pontefice, anche da parte di istituzioni laiche preoccupate di difenderne il diritto alla manifestazione del pensiero. Così la Commissione europea, per bocca del portavoce Johannes Laitenberger, difendendo «la libertà d'espressione del Papa», ha giudicato «sbagliato» estrapolare la citazione oggetto di controversia dal discorso pronunciato da papa Ratzinger a Ratisbona e giudicarla separatamente dal contesto: ...

(EN)
« Reactions which are disproportionate, which are tantamount to rejecting freedom of speech, are unacceptable ... Freedom of speech is a cornerstone of the EU's order as is the freedom of all religions and beliefs ... In the commission's view, any reaction must be based on what was actually said and not on quotes being taken out of context and even less on quotes being deliberately taken out of context. »
(IT)
« Le reazioni sproporzionate, che corrispondono al rifiuto della libertà di espressione, sono inaccettabili ... La libertà d'espressione è una pietra angolare dell'ordine Europeo, così come lo è la libertà di tutte le religioni e di tutti i credo ... Dal punto di vista della Commissione, qualsiasi reazione deve essere basata su ciò che è stato realmente detto, e non su brani presi fuori contesto ed ancor meno su citazioni deliberatamente estratte dal loro contesto. »
(Johannes Laitenberger, portavoce della Commissione Europea)

Un'altra testimonianza di solidarietà verso il Pontefice è pervenuta dall'autore de I versi satanici, lo scrittore indiano Salman Rushdie, in un'intervista rilasciata a "Specchio" (settimanale de La Stampa):
« Sono rimasto scioccato da un editoriale del New York Times, che chiedeva al Papa di scusarsi perché durante il discorso di Ratisbona aveva citato un personaggio del XV secolo, con cui tra l’altro non era d'accordo. Perché pretendere le scuse, per un testo bizantino? Non ricordo l’ultima volta che è accaduto un fatto simile, nella storia. La Chiesa ci ha messo 400 anni per scusarsi con Galileo, ma il mondo ha preteso che si scusasse con l’islam in 8 minuti »
(Salman Rushdie)

Non sono mancate però critiche formali al discorso di Ratzinger, anche da parte di esponenti religiosi, fra i quali padre Tom Michel, responsabile del dialogo con l’Islam per la Compagnia di Gesù e per la Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia (Fabc) e consultore del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso:
« A Ratisbona, Benedetto XVI ha esposto il suo punto di vista personale. In Vaticano alcuni sono d’accordo con lui, ma ce ne sono anche molti che non concordano affatto. [...] Penso che utilizzando un autore mal informato e carico di pregiudizi come Manuele II Paleologo il Papa abbia seminato mancanza di rispetto nei confronti dei musulmani. Noi cristiani dobbiamo ai musulmani delle scuse »
(padre Tom Michel)

Inoltre, sempre padre Michael, ha espresso il timore che la fiducia reciproca costruita da Giovanni Paolo II con il mondo islamico, fosse regredita:
« La rabbia che è esplosa sarebbe stata evitata se i consiglieri e gli assistenti del Papa avessero fatto bene il loro lavoro. Spero che le parole del Pontefice non diano alimento ad altra violenza. Spero che i musulmani accettino le sue scuse e perdonino. Ma ci vorrà molto tempo per ricostruire la fiducia che c’era stata con Giovanni Paolo II »
(padre Tom Michel)

???
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Re: Papa Bendito XVI a Ratixbona

Messaggioda Berto » dom ott 04, 2015 10:19 am

Papa Ratzinger l'aveva previsto ma fu crocifisso come islamofobo
Nel discorso di Ratisbona nel 2006 Benedetto XVI denunciò il lato violento della religione musulmana. New York Times e Repubblica lo accusarono: così spezzas il dialogo
Renato Farina - Gio, 15/01/2015
http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 82979.html



I l 12 settembre del 2006, Benedetto XVI tenne una lezione all'università tedesca di Regensburg. Il tema era sul diritto delle singole coscienze di aderire o non aderire liberamente a una fede. Il Papa osservò che Maometto, dopo avere in gioventù ammesso la facoltà di scelta, una volta raggiunto il potere, impugnò la spada per convertire il prossimo.

Non si fermò lì, Ratzinger. Perfettamente cosciente del peso delle sue parole, spiegò dove stava l'errore, e propose un «dialogo sincero» per estirpare questa radice di violenza, presente anche in una certa visione del Dio cristiano e nell'ideologia atea, usando la ragione e vedendola come riflesso dell'Onnipotente. Questa seconda parte del discorso fu trascurata. E scandalo fu. Boom!

Alt, però. Attenzione. Benedetto XVI, prima di essere raffigurato come un fantoccio e incendiato dai musulmani indiani e da quelli palestinesi, fu impiccato in Occidente. Cominciò il New York Times a gettare in pasto il mite tedesco alle folle feroci delle moschee. Seguì, dopo aver fiutato l'aria, Repubblica . In contemporanea con gli anatemi degli ulema e degli imam oltre che dei muftì, arrivò quello di Eugenio Scalfari. Ci fu l'assassinio di una suora gentile e votata al servizio degli orfani in Somalia. Chiese e canoniche furono assaltate in Oriente e in Africa.

I signori del pensiero e della matita, gli uomini della satira e delle alte riflessioni, affibbiarono la responsabilità di questi linciaggi e tumulti al Papa. Non si sognarono neanche per un istante di ammettere che proprio le reazioni criminali al libero pensiero del Pontefice confermavano quanto avesse ragione il Vescovo di Roma a denunciare un legame piuttosto nefasto tra la fede islamica e la spada. Si disse: Ratzinger se l'è cercata. Non solo, il pensiero tradotto in italiano corrente era questo: Ratzinger causa con questi suoi discorsi un sacco di guai a noi occidentali di sinistra che vogliamo vivere in pace con quest'islam così moderato e gentile.

Pochissimi in Europa e in America difesero il diritto del Papa a esprimersi liberamente. In Italia furono Il Giornale , Libero e Il Foglio . La sua libertà di pensiero in Europa fu calpestata. Persino in campo cattolico, il responsabile per il dialogo con l'islam della Compagnia di Gesù, padre Tom Michel, censurò il Papa: «Penso che il Papa abbia seminato mancanza di rispetto nei confronti dei musulmani. Noi cristiani dobbiamo ai musulmani delle scuse». La suora era già stata uccisa, il fantoccio del Papa bruciato, le fatwa di condanna a morte verso Ratzinger pronunciate. Ma questi insistono. Colpa del Papa. Ritiri, si scusi.

Intervenne in difesa di Benedetto chi non te lo aspetti. Salman Rushdie, intervistato dallo Specchio , si scandalizzò non per le frasi del Papa, ma per le repliche del famoso quotidiano liberal. «Sono rimasto scioccato da un editoriale del New York Times , che chiedeva al Papa di scusarsi perché durante il discorso di Ratisbona aveva citato un personaggio del XV secolo, con cui tra l'altro non era d'accordo. Perché pretendere le scuse, per un testo bizantino? Non ricordo l'ultima volta che è accaduto un fatto simile, nella storia. La Chiesa ci ha messo 400 anni per scusarsi con Galileo, ma il mondo ha preteso che si scusasse con l'islam in 8 minuti».

Dinanzi a questo coro osceno contro il Papa, con un monito senza precedenti, fu il portavoce della Commissione europea Johannes Laitenberger a frenare l'assalto di satira e intellighenzia tutta contro la libertà di parola che dovrebbe essere riconosciuta persino al Vescovo di Roma: «Le reazioni sproporzionate, che corrispondono al rifiuto della libertà di espressione, sono inaccettabili... La libertà d'espressione è una pietra angolare dell'ordine europeo... ». Il fatto è che chi praticò quel «rifiuto della libertà di espressione», e scartò la «pietra angolare» dell'Europa, sono quelli che oggi scrivono: a Parigi è nata l'Europa. E dicendo Europa pensano a se stessi, a quel microcosmo di sinistra che santifica e demonizza con decisioni da salotto ciò che è bene e ciò che è male. Lo stesso che oggi proclama Je suis Charlie , e che allora incoraggiò il rogo di Papa Charlie Ratzinger. La medesima sinistra chic e choc che non ha nessuna voglia di ammettere di aver sbagliato almeno un po'.

In realtà in quel 2006, incolpando il Pontefice romano delle reazioni degli islamici, si regalò un alibi a qualsiasi futuro gesto criminale di reazione. Adesso è cambiato il vento. Ezio Mauro, direttore di Repubblica , si fa le foto in Boulevard Voltaire con il primo ministro socialista Manuel Valls, che gli parla addirittura in italiano, parbleu . Si mescola con i promotori della manifestazione di Parigi, e scrive Je suis Charlie , e ci crede senz'altro. Ma nel 2006 avrebbe meritato una maglietta onoraria con scritto: Je suis le Muftì .

Oggi piacerebbe sentire, da tutti coloro che intimarono a Benedetto XVI di tacere e di chiedere scusa, una paroletta di resipiscenza. Macché. Piccola panoramica della vigliaccheria salva-vita. Il New York Times fulminò come «tragiche e pericolose» le parole del Papa. «C'è già abbastanza odio religioso nel mondo. Benedetto XVI ha insultato i musulmani». Repubblica usò l'editoriale di prima pagina per sistemarci sopra come su un rogo Benedetto. Marco Politi, oggi firma di punta de Il Fatto (che oggi diffonde Charlie Hebdo , ottimo marketing), lo accusò di aver fatto precipitare «la Santa Sede in una vera e propria Waterloo». Sostenne Politi: è stato «molto più di un incidente di comunicazione». L'«infelice citazione di Maometto» che ha suscitato l'«amara indignazione dei musulmani moderati europei ha portato violentemente alla luce lo strappo compiuto da Ratzinger».

Come si vede: la reazione violenta è stata provocata da uno strappo violento. Chi la fa l'aspetti. Se l'è cercata. Il Papa tedesco ha dunque una responsabilità gravissima: «ha tragicamente spezzato» il dialogo con l'islam, «ha cancellato il riferimento ai rapporti fraterni con il monoteismo islamico». (A questo proposito Politi sostiene che il Papa ha ammesso di aver avuto torto, e infatti «si è scusato». Bugia. Non ha mai chiesto scusa. Ha espresso «rammarico» per non essere stato compreso. La vulgata dice che non fu ben consigliato, che si trattò di un errore da professor Ratzinger, scapestrato e temerario. So invece per certo che Benedetto XVI rispose no a chi gli chiese di espungere dal discorso le severe parole di Manuele II Paleologo su Maometto che ha portato al mondo «cose cattive e disumane» come la guerra santa. Riteneva falso un dialogo con l'islam che saltasse la questione dirimente della libertà).

Eugenio Scalfari interviene e, con sicurezza infallibile, dice: «Anche il Papa è fallibile. Ha sbagliato dal punto di vista della sua Chiesa. Ha fatto un involontario passo avanti sulla via dello scontro religioso».

Insomma: dicendo che l'islam si deve emendare dalla violenza, è colpevole della violenza che subisce. Perfetto. Scalfari va oltre e arriva alla scomunica: «Ha incrinato l'oggettività della trascendenza. Il Papa romano arriva alla soglia della miscredenza». Qui però lo lasciamo ai dialoghi con il successore Papa Bergoglio che lo capisce, io no.

La libertà d'espressione, il diritto a parlare senza dover pagare un prezzo di minacce, senza dover sopportare il ricatto di essere qualificati come provocatori. Che belle cose. Je suis Charlie , come no?




Ratisbona, 8 anni fa lo scontro con l'Islam: e se oggi scoprissimo che Ratzinger aveva ragione?
Piero Schiavazzi, L'Huffington Post
Pubblicato: 12/09/2014
http://www.huffingtonpost.it/2014/09/12 ... 11360.html

Sebbene le cronache lo abbiano catalogato e archiviato come il classico incidente di percorso, frutto di una svista e di una gaffe da manuale, i manuali di storia potrebbero invece riabilitare Ratisbona e attribuirle un ruolo di snodo epocale e data cruciale, tra i gesti e discorsi celebri che hanno scandito il cammino dell’Occidente. Al punto che un giorno forse, insieme all’11, ricorderemo anche il 12 settembre. In un contesto analogo e non meno drammatico.

Sono trascorsi otto anni dal quel martedì pomeriggio del 2006, quando Joseph Ratzinger, dimenticandosi di essere Papa e tornando professore davanti al suo pubblico, nell’agone casalingo di Regensburg, alzando appena lo sguardo dal testo con vezzo accademico, scatenò la tempesta perfetta, sollevando le piazze islamiche nel raggio di dodicimila chilometri dal Marocco all’Indonesia.

Lo fece immedesimandosi nella figura - e nei tormenti - dell’imperatore e intellettuale Manuele II Paleologo, fiero difensore di Costantinopoli e di una civiltà in declino, in arretramento terminale di fronte alle armate turche. Insomma un grande sconfitto della storia, che oggi con il senno di poi, dopo la resa delle dimissioni e l’esito del pontificato di Benedetto XVI, rivela una somiglianza biografica e di destino con la parabola del Papa emerito. E allunga la sua ombra geopolitica sull’imminente trasferta di Francesco a Istanbul: su invito dell’erede dei sultani, Tayyip Erdoğan, nella nazione che Atatürk rifondò - e reinventò - abolendo il Califfato, il 29 ottobre 1923, come la Santa Sede ha tenuto recentemente a rimarcare.

Ratisbona, in tale scenario, costituisce il supremo tentativo di definire l’Europa per contrapposizione: quale antidoto alla jihad e alle derive fondamentaliste, muovendo dalla concezione di un Dio che pone un limite a se stesso e alla propria onnipotenza, identificandosi con la ragione creatrice, rinunciando all’opzione dell’arbitrio e offrendosi quale modello originario - e originante - di quella che in seguito avremmo chiamato monarchia costituzionale. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio": quella che all’Islam sarebbe apparsa una limitazione inammissibile dell’assolutezza divina, per l’Occidente rappresenta il principio sorgivo e il DNA da cui scaturiscono tutte le sue conquiste: illuminismo e laicità, diritti e democrazia. Che oggi come ai tempi dell’imperatore è chiamato a difendere.

A otto anni da Regensburg e a seicento dall’assedio di Costantinopoli, le argomentazioni del sovrano bizantino trovano singolare corrispondenza, di toni e intenti, nel sofferto editoriale - manifesto, “L’Occidente da difendere”, in cui una settimana fa Ezio Mauro ha focalizzato il tema irrisolto dell’identità dell’Europa, nel frangente del conflitto e della chiamata alle armi, “perché la democrazia ha diritto di difendersi, ma ha il dovere di farlo rimanendo se stessa”, scrive. A dimostrazione del fatto che, nonostante l’avvento di un Papa che promuove la cultura dell’incontro, i codici e la cornice del dibattito restano quelli dello scontro fra culture, perfino nella riflessione di un laico e liberal quale il direttore di Repubblica, in veste di Manuele Paleologo dei giorni nostri e nell’orizzonte ideale fissato da Benedetto a Ratisbona.

Un orizzonte che neppure Francesco potrà eludere, da qui a breve, quando a Strasburgo il 25 novembre ritroverà il dilemma identitario, che Ratzinger portò alle conseguenze estreme nell’aula di Regensburg, giungendo alla conclusione che, se non c’è Europa senza cristianesimo, vale anche la reciproca, per cui non può esserci cristianesimo senza Europa, cioè senza l’illuminismo, senza la congiunzione indissolubile di fede e ragione, di Atene e Gerusalemme. “A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto”, domandò il Papa tedesco. “La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso?”

L’interrogativo riecheggia in versione profana e politica, conservando però una religiosa tensione, tra le righe di Ezio Mauro: “Ma noi siamo in grado di difendere questi nostri principi e di credere alla loro universalità almeno potenziale, oppure siamo disponibili ad ammettere che per realpolitik diritti e libertà devono essere proclamati universali in questa parte del mondo, ma possono essere banditi come relativi altrove?”

“Altrove” sta in primis per Oriente e per Califfato, al cospetto di un mondo islamico che, nonostante i pronunciamenti e lo schieramento compatto di rais e muftì, non ha sciolto fino in fondo, nella coscienza delle masse e nei retro-pensieri dei capi, l’ambiguità del legame tra fede e coercizione, a suo tempo additato da Benedetto nel suo vibrante J’accuse, suscitando le devastanti reazioni a tutti note.
Ne è apparso consapevole, in controtendenza con gli entusiasmi del primo anno di pontificato, un cardinale notoriamente filoarabo come Jean - Louis Tauran, Presidente del Consiglio per il Dialogo Interreligioso, già influente ministro degli esteri di Wojtyla e oggi ascoltato “consigliere per la sicurezza nazionale” di Bergoglio.

Con una dichiarazione irrituale in pieno agosto, il suo dicastero ha posto un aut-aut all’Islam e chiesto ai suoi leader “una presa di posizione chiara e coraggiosa”, mettendo in forse il prosieguo stesso dei rapporti con il Vaticano, così come si sono sviluppati nelle ultime tre decadi, a seguito dello storico meeting di Assisi del 1986: “Altrimenti quale credibilità avranno le religioni, i loro seguaci e i loro leader? Quale credibilità potrebbe avere ancora il dialogo interreligioso così pazientemente perseguito negli ultimi anni?”

Con un paragone irriverente ma suadente, diremmo che come la Ferrari di Montezemolo, la Chiesa di Francesco primeggia nel gradimento ma sente di perdere terreno sui circuiti che contano, dalle terre di Abramo alla terra di Gesù, con la falsa partenza del summit di pace nei giardini vaticani, alla vigilia della guerra di Gaza, e l’impossibilità di fermare i tagliagole dello Stato Islamico, senza l’ombrello aereo di Obama, dopo il miraggio della santa alleanza con Putin, materializzatosi sulla via di Damasco e subito svanito nelle nebbie del Don. Sia chiaro: per effetto della cura Bergoglio e delle sue sorprendenti performance, il brand aziendale del cattolicesimo brilla come non mai. Eppure al di là dei “risultati economici” e del fatturato spirituale, con il rientro e riavvicinamento all’ovile di milioni di fedeli, permane un problema di “gestione sportiva”, osserverebbe impietoso Sergio Marchionne.

Cambiando sport ma continuando con le metafore azzardate, si avverte un difetto d’interdizione, di contrasto a metà campo, che misura i limiti della “cultura dell’incontro”, modulo prediletto dal Pontefice argentino, incentrato sulla proposizione del gioco, sulle aperture in avanti e sul fraseggio, privilegiando i fantasisti ma lasciando scoperte le difese. Davanti a un nemico che di converso non rispetta e conosce nessuna regola.

La scienza politica in questo caso, meglio della teologia, che a riguardo depista e inganna, può aiutarci a indagare la portata e la novità fenomeno. A dispetto delle nostalgie genealogiche, dell’integralismo dottrinario e del ritorno al passato, costantemente ostentati, lo scanner del Califfato si mostra infatti geneticamente inedito e futuristico nell’impostazione. Il suo riferimento non sono i regimi teocratici, statici e arcaici, ma i recenti totalitarismi del Novecento, di cui rappresenta “tecnicamente” l’evoluzione e trasposizione su piattaforma religiosa, dopo il cedimento teorico-pratico e il fallimento emotivo dei loro fondamenti atei.

Il profilo non risulta pertanto monolitico, bensì fluido, tendente a destabilizzare, a travolgere ogni resistenza e a istituzionalizzare l’arbitrio, visualizzandolo, coltello alla mano, e assecondando l’aspirazione intrinseca del potere, che è quella di sottrarsi alla rete di consuetudini e norme in cui lo stato storicamente lo imbriglia. E’ questo il paradosso più significativo di una entità come l’IS che, mentre si dichiara “stato”, ne configura de facto il superamento e la negazione.

La religione, nel ruolo assegnato all’ideologia sotto nazismo e stalinismo, diventa dunque il carburante, nonché l’alibi, che consente al despota di assolutizzare desideri e deliri: dai lager ai gulag, dai killing fields di Pol Pot ai bordelli del deserto di al - Baghdadi, con la promessa di schiudere le porte del paradiso e l’obiettivo di spalancare le botole dell’inferno.

??? Varcando la soglia del parlamento di Strasburgo il 25 novembre, con il bagaglio della sua enorme popolarità, Bergoglio porterà dentro di sé l’eco del discorso più impopolare ma profetico: in cui Ratzinger, come nessun altro, colse e illustrò il nesso tra la concezione del Dio “costituzionale”, che sceglie di autolimitarsi, e il concepimento dell’Europa, che nasce con un vagito di libertà. In un continente che non esisterebbe senza cristianesimo. E in una cristianità che senza Europa non sarebbe quella che abbiamo conosciuto. ???
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Re: Papa Bendito XVI a Ratixbona

Messaggioda Berto » dom ott 04, 2015 10:49 am

Carta ogneversal dei diriti rełijoxi e spirituałi
viewtopic.php?f=24&t=1788


El tenpio o ła caxa de ła lebartà e de ła no credensa, de ła raxon e del spirto ogniversal, dedegà a Ipasia, a Bruno Jordan, Jrołamo Savonaroła, Arnaldo da Brèsa, a Oriana Fallaci, a łi apostati e a tuti łi raxianti/ereteghi (tra cu Cristo, no dexmenteghemose ke anca Cristo el jera n'eretego, n'ebreo raxiante):

viewtopic.php?f=24&t=1383

http://it.wikipedia.org/wiki/Ipazia http://it.wikipedia.org/wiki/Oriana_Fallaci
ImmagineImmagine Immagine


Cognaria scuminsiar a tràr su na caxa o cexà (o tenpio/tenplo dei pagani, de sensa dei, de la lebartà) de li enfedeli, de li no credenti, da i laici e de li atei, endoe ke drento se fa profesion piovega de no credensa:
MI NO CREDO!

Endoe ke se mete en descusion tute le credense e li dogmi.
Se la fede non se descute no se ga da descutere gnanca la fede entel no ver credense o edeoloje relijoxe e se coalkedon credente el tra fora da mato cogna tratarlo come ke se convien e kel se mereta.
Ti te ghè la lebartà de credar e mi coeala de no credar e de dirlo forte e ciàro al mondo:
MI NO A CREDO ENTE COELO CA TE CREDI TI!
Se volemo ver on diman e lebararse da li orori a ghemo da defendar el sagro dirito dei no credenti, de li enfedeli e de la vida contro la morte, l'oror e el teror.



Enfedeł, miscredente, eidołatra, kafir
viewtopic.php?f=181&t=1361

Dirghe a coalkedon enfedełe e miscredente xe xbajà:

en vanti
parké no xe vero da kè ogni omo el ga ła so fede e ła so credensa
dapò
parké ki ke nol crede e nol ga fede ente coeło ca credemo naltri e kel ga ła so credensa, no łe on enfedełe e on miscredente, ma ono ke nol crede a ła nostra fede ma ente coeła sua;

prasiò dirghe enfedełe o miscredente a calkedon łe dir el falso e na ofexa.

Gnaon creistian o musulman el pol dirghe a łi altri enfedel o miscredente parké lè dir na bàła e contar bàłe lè viołar ła comanda de Dio de no testemognar el falbo.

Anca łi atei łi ga ła so fede e ła so credensa!

A n’omo kel tradise so mojer se pol dirghe enfedel ma cogna verlo ciapà sol fato se no se pol ris-ciàr de ciapàrse on pugnàso so ła xbesoła come coeło del Papa.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... i-Eroi.jpg
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Re: Papa Bendito XVI a Ratixbona

Messaggioda Berto » dom ott 04, 2015 11:07 am

Intervista a Tom Michel sul mondo mussulmano

http://www.giovaniemissione.it/mondo/14 ... esuita.htm
http://www.giovaniemissione.it/homepage.htm

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ichell.jpg

Tom Michel è un sacerdote gesuita statunitense, già diocesano, che ha iniziato la sua vita sacerdotale lavorando in Indonesia (il più grande paese mussulmano), praticano il dialogo con l’Islam e insegnando in varie università mussulmane, fino a diventare l’assistente per il dialogo interreligioso prima per il Vaticano poi per la Compagnia di Gesù.

Dopo aver descritto questa sua attività per il dialogo, (al quale i mussulmani sono sinceramente interessati e per il quale ci vuole molta pazienza per costruire la fiducia reciproca passando dalla contestazione, alla curiosità, alla collaborazione) p. Michel ha risposto alle domande dei presenti.

D. Come è composto il mondo mussulmano?

R. Per il 90% i mussulmani sono sunniti: Secondo la dottrina sunnita, alla morte di Maometto egli non ha designato nessun successore e la comunità dei fedeli ha scelto Abu Bakr, poi Umar. Per loro le basi della fede sono esclusivamente il Corano e la raccolta dei detti di Maometto. Per il 10% Sciiti, (compongono la grande maggioranza dell’Iran, poi 50% dell’Iraq e del Libano): Maometto avrebbe designato come suo successore Alì, marito della figlia di Maometto Fatima, e ad Alì sono succeduti 12 Imam, dotati di infallibilità.

D. E’ vero che la lettura del Corano è fatta con metodo esclusivamente “testuale” essendo la parola diretta di Dio, che interviene nella storia e nella vita di tutti i fedeli?

R. E’ vero. Per i Mussulmani, Dio ha rivelato il suo volere parola per parola e ha preso contatto con gli uomini attraverso i profeti (Adamo, Noe, Abramo, Mosè, Gesù, Maometto) Il messaggio del Corano è completo, perfetto e finale: il messaggio di Dio è nel libro (“inlibrato”) e le parole del Libro sono le vere parole di Dio. Nelle università c’è un timido tentativo di applicazione del metodo interpretativo “contestuale” per capire le ragioni del messaggio nel contesto in cui è pronunciato, ma per la grande maggioranza questo non è possibile. Questo è ben diverso dalla religione cattolica, dove sono applicati in modo profondo i metodi interpretativi e tutto il discorso biblico guarda a Cristo (che è la Parola di Dio).

D. Come vengono percepiti i cristiani o più in generale gli occidentali nell’Islam?
???
R. Nei tempi premoderni i cristiani erano considerati con rispetto, mentre scarso era il nostro rispetto per loro. Poi nei tempi del colonialismo è nata e cresciuta una grande rabbia nei confronti dei paesi coloniali. Anche oggi i mussulmani pensano che i tempi coloniali non siano finiti, sia perché continua il dominio dei paesi ricchi occidentali, in particolare degli Usa, che in molti casi hanno addirittura imposto o comunque sostenuto i governi di quei paesi, sia perché la creazione degli stati nazionali (come Iraq, Kuwait e altri) è stata artificiosamente decisa dai paesi coloniali. Quindi la rabbia è diretta anche verso i governi fantoccio degli occidentali.
???
Diverso è il caso della Turchia che non è mai stata colonia e si considera occidentale.

E’ anche interessante notare che la gran parte dei terroristi sono Arabi e non asiatici (saudita è Bin Laden e, dei 18 terroristi identificati per l’assalto alle torri e al Pentagono, 12 sono certamente sauditi).

Qual è il rapporto tra politica e religione nell’Islam?

Dopo il 1945 alla fine del colonialismo alcuni paesi hanno fatto accordi politici con i paesi ex coloniali (Arabia Saudita, Emirati, Marocco, Giordania e altri paesi dove sono state insediate monarchie o governi filo occidentali) altri hanno creato degli stati socialisti (Algeria, Siria, Yemen….) altri degli stati nazionali laici, (come la Turchia, Tunisia e l’Indonesia), in altri come Pakistan si è creata uno stato sulla base della religione. Ma questi ultimi non hanno dato grande prova per il nazionalismo, la corruzione e la crudeltà. Quindi in quegli anni ben poca era l’influenza religiosa sulla politica.

Poi la Palestina ha dato al mondo e all’Islam l’immagine del popolo povero che soffre, per l’ingiusto comportamento di Israele e degli USA. Poi nella guerra dei 6 giorni in cui Israele colpì l’Egitto durante il Ramadan quando gli aerei stavano a terra, i socialisti e i militari hanno perso la faccia e il concetto del pan-nazionalismo arabo è caduto. Infine tutti i mussulmani hanno potuto vedere alla televisione il bombardamento di Bagdad da parte degli americani e questo ha dato il colpo di grazia alla loro immagine. Da questi fatti nasce il terrorismo. Dalla rabbia e dalla frustrazione e dall’impossibilità di realizzare il proprio obiettivo legalmente nasce il terrorismo; l’obiettivo più semplice del terrorismo sono i civili. L’alternativa religiosa si è fatta strada, come lotta nuova e forte contro l’oppressore: la religione offre identità al gruppo, ma i contenuti dell’insegnamento divengono secondari rispetto alla rabbia per i torti subiti. A partire dall’IRAN si è creato il modello di Stato Islamico. Esso è certamente attraente per le minoranze povere e in paesi che soffrono di una grande crisi di legittimità perché quasi nessun governo è eletto democraticamente. Oggi gli intellettuali non sono più filo socialisti ma islamisti, anche per fronteggiare il capitalismo neo liberale che è buono solo per una elite. Comunque nel mondo i partiti islamici sono ancora in minoranza (20% contro 80%).

D. Qual’è il rapporto dell’Islam con le donne?

R. Nell’Islam originale le donne avevano molti diritti, che via via sono stati tolti dagli uomini e poi dimenticati dalle donne stesse per la crescente ignoranza in cui sono state lasciate. Oggi le donne che studiano sono invece in crescita e in generale molte di loro pensano che tornando all’Islam originale potranno riavere i loro diritti. In origine le donne dovevano esprimere il loro consenso per il matrimonio, lo sposo doveva dare una somma di denaro alla sposa (non alla famiglia) per la sua autonomia, poi queste cose sono state dimenticate o rese simboliche.

D. C’è il rischio che il fronte anti-occidentale si compatti e l’Islam ne assuma la leadership?

R. Questo dipende molto dal comportamento degli USA nelle vicende attuali. Se gli USA sferreranno un grande attacco, uccidendo molti innocenti, continuando quello iniziato a Baghdad e poi proseguito con le sanzioni all’Iraq, il terrorismo crescerà e il fronte anti-occidentale si compatterà come rappresentante dei poveri del mondo, mentre gli occidentali ricchi rappresentano l’oppressione.

D. Forse una reazione ragionevole all’attacco alle torri, più giusto del bombardamento, potrebbe consistere nell’effettuare azioni volte a togliere al consenso (attuale e potenziale) di cui sembrano godere i terroristi presso i popoli degli stati musulmani. Quali potrebbero essere queste azioni?

R. Le azioni più efficaci potrebbero essere 1. il riconoscimento dello Stato palestinesi e la risoluzione del conflitto medio orientale; 2. l’abrogazione delle sanzioni all’IRAQ; 3. il controllo dello sviluppo economico dell’occidente nei paesi musulmani, in modo da renderlo più rispettoso della cultura dell’Islam (si va diffondendo un consumismo individualista, che va contro i principi comunitari dell’Islam, si vuole sviluppare il consumo degli alcolici, che è contro le norme religiose, ecc.).

D. Puoi chiarirci alcuni termini che si leggono sui giornali in questi giorni: Jihad, Ulema, Imam, Gran Muftì, fatwa?.

R. JIHAD: il concetto coranico è spirituale e significa la lotta per conformare la propria condotta alla volontà di Dio. Poiché il concetto contiene anche l’idea di opporsi all’ingiustizia e all’oppressione, anche con la violenza, se non è possibile altrimenti, questa accezione del termine Jihad viene usata dai capi politici per i propri obiettivi o interessi.

Gli ULEMA o (ulamà) sono gli studiosi del corano e gli IMAM sono coloro che presiedono la preghiera. In effetti non dovrebbe esserci gerarchia fra loro, ma i governi moderni cercano di controllare questi personaggi e farne una sorta di funzionari, riservandosi il diritto a nominare gli imam e gli studiosi per i posti più importanti come le grandi moschee e le grandi università. Se il popolo non si fida di questi “funzionari” cerca persone assai più radicali e così si arriva sino a Bin Laden. Così i Gran Muftì, che sono i personaggi più autorevoli nell’offrire FATWA. La fatwa è un opinione legale fornita da una persona autorevole su un problema sottoposto da uno o più cittadini. Se il giudizio non viene accolto, ci si può rivolgere a un altro personaggio più autorevole.

D. Se la legge coranica è così precisa e dettagliata e da interpretare letteralmente, esiste per i musulmani il concetto di “coscienza individuale”?

R. Il buon musulmano deve cercare di fare la volontà di Dio in ogni situazione. Molte circostanze non sono previste dal Corano o dalle parole di Maometto e qui c’è spazio per la coscienza individuale. Generalmente si chiede un opinione legale (fatwa) ma se non convince si cerca di fare ciò che appare più convincente e non quello che si vuole. Col crescere del movimento modernista si diffonde maggiormente l’idea di fare ciò di cui si è personalmente convinti.. I modernisti sono più radicali, ma anche più aperti. I tradizionalisti sono più pacifici.

D. Potrà migliorare l’integrazione dei musulmani in Italia?

R. Non è facile, perché gli immigrati in Italia provengono dagli strati più bassi della popolazione e fanno i lavori più umili, spesso senza avere documenti regolari e senza conoscere la lingua. Anche per la seconda generazione non si può essere molto ottimisti: in altri paesi di più antica immigrazione come Olanda, Belgio, Danimarca e Germania, l’integrazione spesso non è migliorata.

D. Come si potrebbe avviare un dialogo con i musulmani della propria città?

R. Perché il dialogo sia autentico occorre stabilire vincoli di amicizia e di rispetto. Un primo passo potrebbe essere rappresentato dalla richiesta di visitare la Moschea di Roma da parte di un gruppo e poi chiedere suggerimenti per conoscersi meglio.

(si ringrazia il Cipax di Roma che il 3 ottobre ‘01 ha organizzato un incontro sui temi della pace e della guerra e in particolare dell’identità islamica con Thomas Michel S. J. L’intervista è una sintesi di questo incontro).
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