Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » dom ago 13, 2017 3:11 pm

Emigrazione italiana
Girate su Rai Storia. Genova ed emigrazione italiana verso NY ! Identica all'immigrazione di oggi: a bordo senza biglietto, viaggi estivi, ritornati in 10 milioni etc Insomma, L"America di allora è come l'Italia di oggi e gli italiani sono come tutti i popoli del mondo. Chi viene e chi va! Senza speranza.

https://www.facebook.com/nicoletta.digi ... 0810354703

Alberto Pento
Le grandi emigrazioni ottocentesche sono avvenute tutte con la regolarità documentale e con preventivi contratti di lavoro e nessuno nei paesi di arrivo ti manteneva. Allo stesso modo, sono avvenute nel novecento gran parte delle emigrazioni delle genti italiche verso i vari paesi del mondo, in piena regolarità e rispetto delle norme sull'immigrazione. Poi vi saranno state delle minoranze di furbi e di irregolari nelle aree italiche a forte presenza mafiosa verso l'America che comunque l'America in buona parte arginava o conteneva con la quarantena, i respingimenti e le espulsioni.


OTTOBRE 1912: relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti.
12 settembre 2009
di Antonio Sparzani

https://www.nazioneindiana.com/2009/09/ ... tati-uniti

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…
Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. ???
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.


Alberto Pento
Tutto il mondo è paese, ma ogni paese è diverso dall'altro, come gli uomini e i fili d'erba.
Ricordiamoci che un secolo fa, gli USA erano un paese con molte risorse e pochi abitanti e che aveva bisogno di nuova gente per popolarlo e per lo sviluppo economico.
Oggi l'Italia anche se demograficamente in calo è comunque un paese densamente abitato, pieno di debiti, di disoccupati, di poveri, di ladri e di parassiti e che non ha certo bisogno di importare altri poveri, altri disoccupati, altri ladri ed altri parassiti.

Certamente gli americani avevano ragione a raffigurarsi gli italiani come mafiosi, poiché la maggior parte degli italiani che emigravano negli USA erano italiani del sud e perlopiù mafiosi.
Gli italiani del nord migravano verso altre destinazioni, America del Sud e Australia, quelli che migravano negli USA erano pochi, irrilevanti rispetto a quelli del Sud che ovviamente essendo la maggioranza rappresentavano l'italianità agli occhi degli americani.


http://www.altreitalie.it/La_Finestra_D ... vecento.kl



Giuseppe Errante Parrino ha scritto:
Signori,quando si deve emettere un giudizio di deve sapere e conoscere tutte le verita'? Siamo abituati a sentire le TV di stato cxhe ci propinano cio' che vogliono,quando sappiamo benissimo che i bastardi della terra sono Americani e Ebrei,vogliono dominare il mondo : questo non succedera' mai.

Ricordo a questo imbecille che tra gli "americani, come statunitensi" vi sono anche decine di milioni di "italici" emigrati dall'Italia, in 150 anni:
https://it.wikipedia.org/wiki/Italoamericani

Ricordo poi a questo imbecille, che Cristo era ebreo, vissuto da ebreo e morto da ebreo ucciso dai romani invasori; ricordo che i X Comandamenti sono ebrei e che il grande comandamento cristiano dell' "ama il prossimo tuo come te stesso e non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" è ebraico.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » dom ago 13, 2017 3:13 pm

Marcinelle, Mattarella: "Ricordare italiani morti in Belgio e pensare a migranti che cercano opportunità". Salvini: "Vergogna"
di F. Q. | 8 agosto 2017

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08 ... ta/3782551

Il disastro di Marcinelle come monito da seguire sul fronte della sicurezza sul lavoro. Ma anche su quello dell’accoglienza dei migranti arrivati nel nostro Paese. Nel giorno del 61° anniversario dell’incendio alla miniera di carbone di Bois du Cazier il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricorda l’incidente in cui morirono 136 italiani emigrati in Belgio e rilancia il tema dell’integrazione che proprio in queste ore sta spaccando il governo di Paolo Gentiloni.

“L’8 agosto di 61 anni fa a Marcinelle, dove persero la vita, tra gli altri, 136 nostri connazionali, si consumò una sciagura che ha lasciato un ricordo indelebile nella memoria europea”, ha detto il capo dello Stato, definendo Bois du Cazier, “luogo simbolo del lavoro italiano nel mondo. Mentre onoriamo la loro memoria, siamo esortati a mantenere vivo il senso di riconoscenza per i sacrifici affrontati da tutti i lavoratori italiani, emigrati alla ricerca di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie. Le loro fatiche sono state feconde. Esse hanno contribuito a edificare un continente capace di lasciarsi alle spalle le devastazioni della seconda guerra mondiale e di offrire alle generazioni più giovani un futuro di pace, di crescita economica, di maggiore equità sociale”.

Un anniversario, quello della tragedia belga, che per Mattarella deve servire da esempio. “Il dramma di Marcinelle -sottolinea il presidente della Repubblica – ci invita a riflettere anche sul tema irrisolto della sicurezza nei luoghi di lavoro, ancor oggi di grande attualità: rimane un impegno prioritario delle autorità italiane ed europee”. Ma non solo. Perché per il capo dello Stato i morti di Bois du Cazier devono servire da monito anche sul fronte dell’accoglienza. “Generazioni di italiani – ha detto Mattarella – hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza. È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea“.

Parole che danno lo spunto a Matteo Salvini per un nuovo attacco al Presidente della Repubblica: “Mattarella paragona gli italiani emigrati (e morti) nel mondo ai clandestini mantenuti in Italia per fare casino? Si vergogni! Mattarella non parla a nome mio. #STOPINVASIONE“, scrive su Facebook il leader della Lega. “È vergognoso che il presidente Mattarella, nel ricordare la strage di Marcinelle, paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi, con cellulari, connessione internet, per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico”, dice Paolo Grimoldi, deputato del Carroccio e segretario della Lega Lombarda. “Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle – attacca il leghista – il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni”.


Marcinelle, Salvini all'attacco di Mattarella: «Infanga gli italiani»
8 agosto 2017
https://www.diariodelweb.it/italia/arti ... 808_437160

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha commemorato la strage di Marcinelle e ha paragonato i lavoratori italiani emigrati agli immigrati di oggi, ma la Lega Nord non ha gradito le sue parole
Matteo Salvini risponde a Sergio Mattarella dopo il suo discorso sulla strage di Marcinelle.

ROMA - La sciagura di 61 anni fa a Marcinelle, dove persero la vita 136 lavoratori italiani, sia motivo per riflettere sui migranti di oggi che «cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell'Unione Europea». E' il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rivolto in un messaggio per l'anniversario della tragedia di Marcinelle. L'8 agosto di 61 anni fa persero la vita, tra gli altri, 136 nostri connazionali e si consumò una sciagura che ha lasciato un ricordo indelebile nella memoria europea. Ma al segretario del Carroccio, Matteo Salvini, non è piaciuto affatto il discorso del Capo dello Stato e si è affrettato a prenderne le distanze scagliandosi contro le parole di Mattarella.

Il discorso di Mattarella
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato la strage di Marcinelle nella quale persero la vita 136 lavoratori italiani. «Siamo esortati a mantenere vivo il senso di riconoscenza per i sacrifici affrontati da tutti i lavoratori italiani, emigrati alla ricerca di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie – ha detto il capo dello Stato strizzando l'occhio ai migranti di oggi -. Le loro fatiche sono state feconde». Ma il riferimento malcelato all'immigrazione odierna non è sfuggito al leader della Lega Nord che non ha preso bene il monito di Mattarella.

La risposta di Salvini
«Generazioni di italiani – ha ricordato ancora il presidente della Repubblica - hanno vissuto la gravosa esperienza dell'emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d'origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza». La storia dei nostri connazionali dovrebbe essere «motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell'Unione Europea», ha concluso il capo dello Stato. Salvini, però, ha subito postato un messaggio sul suo profilo Facebook e ha risposto per le rime.

Lavoratori italiani come clandestini ribelli?
«Mattarella paragona gli italiani emigrati (e morti) nel mondo ai clandestini mantenuti in Italia per fare casino? Si vergogni! Mattarella non parla a nome mio», ha scritto il segretario del Carroccio. «E' vergognoso» che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, «agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi, con cellulari, connessione internet, per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano», ha sottolineato anche Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda, facendo eco alle parole del suo leader. «Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni», ha concluso l'esponente della Lega.



Marcinelle, figlio di un emigrato: "Offeso dalle parole di Boldrini"
Marta Proietti - Mar, 08/08/2017

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 29362.html

Aldo Carcaci, deputato belga, spiega perché i migranti di 61 anni fa non sono paragonabili a quelli di oggi

"Anniversario tragedia Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi", queste le parole che Laura Boldrini, preceduta da Mattarella e Alfano, ha utilizzato per ricordare la morte di 136 italiani in una miniera belga.

Nel giorno in cui si ricorda la tragedia di Marcinelle, l'incendio di una miniera di carbone in Belgio in cui nel 1956 persero la vita 262 minatori, di cui più di cento nostri connazionali, il paragone tra gli immigrati di ieri e quelli di oggi fatto dal ministro degli Esteri, Angelino Alfano, dal presidente della Repubblica, Sergio Matterella , e dal presidente della Camera, Laura Boldrini, ha fatto infuriare la Lega Nord e non solo. Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore.

"Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle - ha detto - Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c'èrano degli accordi tra i due Paesi. C'era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre - continua Carcaci - noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo".



Abuso di Marcinelle - Marcello Veneziani
Marcello Veneziani
09 agosto 2017

http://www.marcelloveneziani.com/artico ... marcinelle


Lasciate stare l’indecente demagogia nel ricordo della tragedia di Marcinelle, dove morirono nel 1956 duecentosessantadue lavoratori in miniera, di cui la metà italiani, quasi tutti meridionali.

Lasciate stare, gufi, sinistreria e autorità, inclusi voi presidenti Mattarella e Boldrini, il paragone tra quei lavoratori morti sul lavoro e gli immigrati clandestini che arrivano a fiumi sulle nostre sponde.

Il paragone è totalmente infondato: quei minatori andarono in Belgio richiesti al nostro governo dalle autorità di Bruxelles e furono il frutto di un accordo di dieci anni prima tra i due paesi. Carbone per l’Italia a prezzi agevolati in cambio di 50mila lavoratori per le miniere del Belgio.

Uno scambio pattuito tra due paesi europei che necessitavano l’uno di energia e l’altro di braccia-lavoro.

Non clandestini ma richiesti, non disoccupati ma lavoratori dal primo giorno in cui arrivarono, non in fuga dal proprio paese ma costretti a lasciarlo per aiutare casa, non manovalanza disperata per la criminalità o business per Ong e centri di accoglienza, ma gente che partiva sapendo di finire in miniera, non per strada.

E di sbarcare su richiesta dello Stato-ospite, in un paese che era pur sempre figlio della stessa civiltà, della stessa religione, dello stesso universo di valori.

Entrambe sono tragedie, ma di tutt’altro tipo.

È una vergogna star lì appollaiati come sciacalli a cercare ogni occasione per rilanciare l’ideologia dell’accoglienza, con relativo traffico di imbarchi, sbarchi e con la prospettiva di lucrare qualcosa politicamente ed elettoralmente per aver detto e fatto “una cosa di sinistra”.

Persino a teatro, da noi, rifanno l’Eneide e attualizzano Enea come un immigrato ed esule per ragioni politiche: con la trascurabile differenza che Enea secondo il mito è un principe, proviene da una civiltà distrutta e viene a fondare una civiltà, Roma; mentre i poveri migranti sui gommoni si affidano agli scafisti e vengono qui per aggrapparsi a una civiltà, sfuggendo dalla barbarie e dalla miseria.

In tema d’immigrazione, la sinistra in Italia cerca di coprire tutte le posizioni e si presenta come un armadio quattrostagioni per tutti i gusti e i climi: cavalca un giorno l’accoglienza, un giorno i respingimenti, un altro dice che vuole aiutarli a casa loro, un altro ancora li carica sulle nostre spalle.

E adotta, da Crozza a Calabresi de la Repubblica, lo stesso ragionamento capzioso. Isola un episodio, una storia o un singolo sbarco per toccare l’emotività di ciascuno, per suggestionare con un’immagine anziché far ragionare.

Per poi dire: vedete che cento migranti in una città o centomila in una nazione sono una percentuale irrisoria. Ma certo che è irrisoria quella fetta, se si paragona un dato parziale e provvisorio a un dato generale e permanente, certo che non fa impressione se si isola il fotogramma; se invece vedi il film per intero, in tutte le sequenze e in prospettiva, se ti affacci davvero nella realtà, per le strade, per le piazze, nei mezzi pubblici, allora ti accorgi che si tratta di un fiume e non di una pozzanghera.

Prima che giungesse il freno alle Ong stavano sbarcando a decine di migliaia a settimana, i nostri centri d’accoglienza sono pieni. Il flusso non è una fallace “percezione” indotta dagli impresari della paura più di quanto sia una fallace percezione indotta dagli impresari del traffico di vite umane, l’impressione opposta, che sia una piccola, inerme minoranza di casi umani che possiamo agevolmente contenere nel nostro Grande Paese.

E ora si attaccano pure a quella tragedia di 61anni fa, al dolore di una storia, per cercare tramite una tragedia di dar corso a un’altra. Siete voi ad abusare del mercato delle emozioni, a speculare sui ricordi e sui lutti.

La tragedia di Marcinelle riemerse dopo anni di oblio grazie a Mirko Tremaglia che guidava i comitati per gli italiani all’estero. Fu una tragedia che strinse tutto il nostro popolo attorno a loro; ricordo da bambino un altro funerale di ragazzi che erano andati a lavorare dal mio paese nel nord Europa ed erano morti sul lavoro.

Giorni fa in piazza Maggiore a Bologna ho visto uno splendido documentario di Vittorio de Seta nei primi anni cinquanta sui lavoratori nelle miniere sarde e siciliane. Sembra preistoria, ma quei lavoratori umili, ignoranti, invecchiati precocemente, ti sembrano giganti rispetto a noi per i sacrifici immani che facevano per portare il pane a casa e mantenere le loro numerose famiglie, accontentandosi di poco.

E l’altra sera ho visto un film dedicato ai minatori in Cile, The 33, una storia vera, a lieto fine, di trentatrè minatori che furono salvati dopo un lungo calvario nelle viscere della terra che durò due mesi.

Storie di umanità, di pietà, di dedizione. Di quelle che rendono drammatico e non retorico l’articolo uno della costituzione, la repubblica fondata sul lavoro.

Non sporcate quelle storie e quelle memorie con le vostre prediche ideologiche, i vostri miserabili calcoli politici, le vostre insopportabili tirate finto-moralistiche.

MV, Il Tempo 9 agosto 2017
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » dom ago 13, 2017 3:14 pm

???Falsità???

Quando a scappare dalla miseria eravamo noi italiani
A cura di Maria Corbi
2017/08/13

http://www.lastampa.it/2017/08/13/cultu ... agina.html

Cara Maria, le scrive una donna che è stata bambina molti anni fa. Anni in cui vedere partire i propri genitori verso luoghi lontani era una necessità che imponeva la vita. Nessuno fiatava, nessuno aveva il coraggio di dire che il proprio dolore pretendeva la dignità che gli era propria. E si soccombeva, per concedere agli altri la possibilità di provare a uscire dalla miseria. Siamo diventati adulti aspettando un ritorno, aspettando anche solo una telefonata. E si scrivevano lettere per tamponare l’emorragia di dolore che nasceva spontanea. Non so come ho fatto, davvero non lo so. Però mi rendo conto che ho avuto un’alleata eccezionale: mia nonna. Lei sapeva trasformare le mie lacrime in cristalli di speranza, e mi invogliava a lottare. E quando la fiducia vacillava, lei mi invitata a tenere duro, diventando un soldato al quale non potevi chiedere di medicarti le ferite, piuttosto ti chiedeva di resistere. Con lei sono cresciuta e ho imparato a ingoiare il fiele inevitabile di certe serate colme di solitudine. Dopo tanto tempo i miei sono ritornati a casa, ma erano già stanchi, e anche molto provati, seppure profondamente orgogliosi della strada che avevo intrapreso, e per loro, ma anche per me, sono diventata medico, specializzandomi in ginecologia. Ora, guardo in televisione le scene raccapriccianti dei numerosi sbarchi, che mi riportano per forza di cose a quel mio tempo tanto difficile, dove anche un «Ti voglio bene» inaspettato faceva la differenza, e prego per i tanti disperati che vengono in Italia per cercare un rifugio. Spero che nella nostra società non si realizzi mai la malaugurata ipotesi di fare la differenza tra immigrati che meritano una chance, e altri a cui invece questo diritto verrà negato, chissà per quali motivi illogici. Bisognerebbe voltarsi indietro almeno una volta al giorno e ricordarsi che ognuno di noi prima o poi avrà bisogno di aiuto. Solo così saremo capaci di restare in contatto con il resto dei nostri simili.

Con stima

Lucia Di Florio, o semplicemente “Picciridda”. Protagonista nella vita e nel romanzo di Catena Fiorello (Picciridda, Giunti editore, 2017

Questa è una lettera speciale, scritta da una donna speciale, una scrittrice che trae il suo inchiostro dal cuore. Catena Fiorello. Tiene la mano della protagonista del suo romanzo, Picciridda (Giunti editore) e ci apre la sua storia e la sua anima. I suoi ricordi di bambina, quando vide i genitori emigrare e qualcosa morire dentro di lei. Una mancanza che scavava ogni giorno la ferita, lenita solo dall’affetto di sua nonna. E raccontandoci di lei, di Picciridda, Catena costruisce un ponte verso i giorni nostri, tempi di una nuova migrazione, quella che vediamo ogni giorno sulle nostre coste, nelle facce stanche, affamate, disperate di tanti che cercano di scappare dalla miseria e dalla guerra.

Probabilmente sarà anche vero che non si possono paragonare le due esperienze, quella dei nostri bisnonni verso le coste del Nord America, dell’Argentina, della Germania. E quella di oggi. Sarà vero per molti motivi, politici, economici, religiosi, geografici. Ma non per il solo motivo che dovrebbe contare: l’umanità. Non è questo il luogo per parlare di politiche possibili e sostenibili riguardo agli sbarchi e all’accoglienza in Europa. Ma lo è per ricordare che tutto questo, le difficoltà, le paure comprensibili, non ci sollevano dal dovere di comprendere, aiutare, facilitare, sostenere queste anime in pena e in fuga.

«Guardiamoci indietro», ci dice Picciridda. E ha ragione perché se non riusciamo a trovare nel presente le ragioni per affrontare il problema con umanità, allora andiamo a cercare nel passato le storie e le sofferenze dei tanti italiani che hanno in qualche modo vissuto lo stesso strappo. Grazie Catena Fiorello. Grazie Picciridda.
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » dom ago 13, 2017 4:18 pm

-
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » dom ago 13, 2017 4:18 pm

Ecco quando le migrazioni non sono invasioni e portano il bene e non il male
viewtopic.php?f=194&t=2603
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » dom ago 13, 2017 4:19 pm

Diritti Umani Universali che non esistono
viewtopic.php?f=25&t=2584


Migrare e non migrare, accogliere e non accogliere, diritti e doveri
viewtopic.php?f=194&t=2498
Non esiste alcun diritto umano naturale e politico universale a migrare e ad essere accolto ovunque, indipendentemente dalla volontà degli altri ad accogliere nella loro casa, nel loro paese, città, nazione, stato, terra.


Accoglienza o ospitalità imposta o forzata è un crimine contro l'umanità
viewtopic.php?f=196&t=2420
Se accogliete indiscriminatamente islamici e africani come vorrebbero le caste irresponsabili e parassitarie, criminali e demenziali, vi farete irreparabilmente del male con le vostre mani e lo farete alle vostre famiglie, ai vostri figli, alla vostra gente.


Non portarti la morte in casa, non hai colpe né responsabilità
viewtopic.php?f=194&t=2624
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » dom ago 13, 2017 4:20 pm

Parassiti, falsi, manipolatori dei diritti umani, ladri di vita
viewtopic.php?f=205&t=2668


Parassiti, bugiardi, manipolatori dei diritti umani e ladri di vita ma che si propongono come presuntuosi e arroganti salvatori degli uomini e dell'umanità, solo che laddove questi operano spesso e volentieri la gente muore.
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » lun ago 28, 2017 8:52 pm

Libertarismo, diritto di muoversi e immigrazione islamica
di Guglielmo Piombini

http://libertycorner.eu/index.php/2017/ ... e-islamica


Gli spazi di convivenza, infatti, sono dei fragili prodotti culturali edificati da culture specifiche che si esprimono in consuetudini, modi di fare, regole di comportamento, forme di correttezza e di cortesia. L’arrivo in massa di persone ostili a questi ecosistemi sociali può portare rapidamente alla loro dissoluzione. Le comunità locali hanno dunque tutto il diritto di proteggere i propri habitat impedendo l’invasione da parte quei gruppi di persone incompatibili sul piano culturale. Occorre comprendere che ciò che caratterizza una società libera non è una determinata costituzione o legislazione, ma una cultura, condivisa intimamente dalla grande maggioranza degli abitanti, che rispetta l’individuo, la sua libertà e la sua proprietà

Un mondo senza frontiere

Nell’epoca liberale che ha preceduto la prima guerra mondiale si poteva viaggiare liberamente in tutto il mondo senza bisogno di documenti o formalità burocratiche. Ognuno andava dove voleva e vi rimaneva finché voleva. Non c’erano permessi né concessioni né lasciapassare. «Mi diverte sempre lo stupore dei giovani quando racconto loro di essere stato prima del 1914 a girare l’India o l’America senza possedere un passaporto o neppure averlo mai visto – scrive Stefan Zweig – Si ignoravano i visti, i permits e tutte le seccature; gli stessi confini che oggi, per la patologica diffidenza di tutti contro tutti, si sono trasformati in reticolati da doganieri, poliziotti e gendarmi, non significavano altro che linee simboliche, che si potevano superare con la stessa spensieratezza come il meridiano di Greenwich» [1]. Così lo scrittore austriaco ricorda un suo viaggio negli Stati Uniti: «Nessuno m’interrogò sulla mia nazionalità, la mia religione, la mia provenienza e dire che io – circostanza inconcepibile in questi tempi di impronte digitali, di visti e di permessi di polizia – ero partito senza passaporto. Là c’era il lavoro ad aspettare gli uomini e questo solo era essenziale. In un minuto, senza l’intrusione dello Stato, senza le formalità e le Trade Unions, in quei tempi ormai leggendari di libertà, il contratto era concluso» [2].

Anche in Inghilterra la situazione non era diversa: «Fino all’agosto del 1914 – scrive lo storico A.J.P. Taylor – non fossero esistiti uffici postali e poliziotti, un inglese giudizioso e osservante delle leggi avrebbe potuto trascorrere la vita senza quasi accorgersi dell’esistenza dello Stato. Poteva abitare dove e come gli pareva. Non aveva numero ufficiale né carta d’identità. Poteva viaggiare all’estero o lasciare il suo paese per sempre senza aver bisogno di passaporto o di autorizzazione di qualsiasi genere; poteva convertire il suo denaro in qualsiasi tipo di moneta senza restrizioni né limiti. Poteva acquistare merci da tutti i paesi del mondo alle stesse condizioni che in patria. Quanto a questo, uno straniero poteva passare tutta la vita in Inghilterra senza autorizzazione e senza neanche informarne la polizia» [3].

Queste descrizioni sul vecchio mondo liberale senza frontiere, dogane, passaporti e visti sono davvero suggestive, ma forse non offrono un quadro completo della situazione. I governi dell’epoca non assillavano i viaggiatori con controlli doganali, burocrazia, reticolati, passaporti e frontiere anche perché a quei tempi non esisteva il welfare state, e quindi gli immigrati non costituivano mai un costo per gli Stati che li accoglievano. A differenza di oggi il problema dell’immigrazione parassitaria, attirata dai benefici dello “stato sociale”, nemmeno si poneva. La mancanza di assistenzialismo pubblico incentivava gli immigrati a dedicarsi a occupazioni produttive e a integrarsi il prima possibile nella società che li ospitava.

Vi era inoltre un controllo sociale sui nuovi arrivati molto più stretto di oggi. Non esistevano tutte quelle regole “anti-discriminazione”, partorite dall’ideologia multiculturalista e politicamente corretta, che attualmente impediscono agli autoctoni di criticare le abitudini e la mentalità degli immigrati. Nel corso del XIX secolo gli emigranti non avevano particolari difficoltà burocratiche a entrare negli Stati Uniti, ma una volta dentro si accorgevano di non poter fare tutto quello che volevano. Il nuovo arrivato in un quartiere cittadino o in un villaggio del West veniva messo sotto osservazione dalla comunità. I tutori della legge e gli sceriffi allontanavano i piantagrane e i disturbatori. I mormoni, malvisti anche a causa di alcune loro usanze come la poligamia, vennero scacciati a più riprese da molti luoghi, tanto da essere costretti a fondare la loro comunità in un luogo desertico, a Salt Lake City nello Utah.

Leonardo Facco ha rilevato questi due aspetti contrastanti della libertà di movimento scrivendo: «Pensare di bloccare le frontiere è folle e innaturale, dato che da quando esiste l’uomo i popoli si sono spostati lungo il globo terracqueo … Ciò detto, nulla osta al fatto che nessuno può permettersi di venire a vivere a casa mia, facendosi mantenere … non esiste un diritto d’invasione, ma esiste – viceversa – il diritto di starsene in pace in quelle vie e piazze che, per ragioni storiche, noi abitiamo da sempre» [4]. Negli Stati Uniti e negli altri paesi liberali dell’800 l’adesione al principio della libera circolazione degli individui non si tramutava in “invasione” perché, anche senza controlli alle frontiere, il libero mercato e le sanzioni sociali stroncavano sul nascere l’opportunismo parassitario, la pretesa di conservare una mentalità disfunzionale e improduttiva, la mancanza di rispetto per la cultura della nazione ospite.

Non è facile, dunque, trapiantare le tesi favorevoli a un’immigrazione senza limiti nelle nostre attuali società ampiamente statalizzate. I libertari, ha osservato Carlo Lottieri, hanno ragione a sostenere che ogni problema connesso all’immigrazione sarebbe meno grave se lo Stato tassasse e spendesse meno, ma poi sono in ovvia difficoltà quando con i loro criteri di giustizia e le loro considerazioni di teoria economica si confrontano con questo mondo largamente socialista, collettivizzato, burocratizzato. Nell’attuale situazione non esiste un algoritmo in grado di dirci se le frontiere statali vanno tenute aperte, e in che misura [5].


L’immigrazione italiana nel West

L’attuale arrivo di popolazioni asiatiche e africane in Europa ha quindi un carattere molto diverso dalla grande emigrazione degli europei in America. Confrontando queste due esperienze storiche si ha l’impressione che meno i governi si ingeriscono nelle vite degli immigrati conferendogli “diritti”, facilitazioni o sussidi, più i nuovi arrivati si integrano e hanno successo. Nella stragrande maggioranza dei casi gli emigrati europei accoglievano con entusiasmo la filosofia individualista e antistatalista che trovavano in America. Il loro successo più straordinario fu la colonizzazione delle vastissime regioni di Frontiera dell’Ovest, nelle quali si realizzò un grandioso esperimento americano di anarco-capitalismo [6].

Quasi tutti gli immigrati nel West provenienti dall’Italia, scrive il professor Andrew F. Rolle in un approfondito studio sull’argomento, divennero persone fiduciose in se stesse e determinate che si sarebbero saldamente stabilite sul suolo americano. Invece di fare la parte delle patetiche e lamentose “vittime della società” o della “discriminazione” come i miserabili scrocconi del welfare state che arrivano oggi in Europa, divennero artefici del proprio destino. Gli immigrati italiani, scrive Rolle, si ambientarono rapidamente, si misero a gara con gli americani nella veloce corsa alla ricchezza e al successo, e riuscirono a salire fin dove i loro talenti potevano portarli. Nel West avevano la sensazione di rinascere, si liberavano della vecchia pelle e se ne facevano crescere una nuova. Un immigrato italiano lasciò scritto che, venendo nel West, egli era “rinato” e che sentiva di dover “assorbire il più possibile dei modi e della lingua, della mentalità e dei temperamenti degli americani, perché questo era “l’inizio di una nuova vita”, ed era necessario “far crescere dentro di sé volenti o nolenti, una nuova mente e un nuovo cuore”[7].

Ciò è perfettamente comprensibile, perché «le possibilità che l’uomo aveva di migliorare il proprio stato furono assai maggiori nel West che nell’affollato Est. Chi si spingeva verso la frontiera occidentale poteva mettere a frutto le proprie capacità individuali molto più e molto meglio di chi rimaneva indietro. Poteva progredire e avere successo» [8]. In altre parole, un nullatenente appena sbarcato nel paese aveva molte più possibilità di fare fortuna nelle aree “selvagge” prive di Stato dell’Ovest che nelle più “civilizzate” e statalizzate regioni dell’Est. Infatti in larghissima maggioranza gli immigrati nel West fecero fortuna. Gli italiani, che a casa propria avrebbero patito la fame e l’oppressione sotto il regime più fiscalista e militarista d’Europa, approfittarono in pieno, con grande spirito d’intraprendenza, delle immense opportunità offerte dalla Frontiera americana, e senza ricevere nemmeno un dollaro di sussidi pubblici, costruirono la propria autostima e la propria felicità in quelle terre lontane. Solo dalla prospera comunità mercantile italiana di North Beach a San Francisco venne fuori una mezza dozzina di milionari nati in Italia [9].

La storia della colonizzazione dell’America dimostra tutto il contrario di quello che sostengono oggi le gerarchie politiche ed ecclesiastiche dell’Europa, favorevoli all’accoglienza e al mantenimento indiscriminato degli immigrati a spese dei contribuenti. Abbiamo due modelli contrapposti di “integrazione” degli immigrati nelle società ospiti. Da un lato il sistema individualista dell’America dei pionieri, dove lo Stato è assente e tutto viene lasciato alla responsabilità dell’individuo; dall’altro il sistema assistenzialista e multiculturalista dell’Europa di oggi. Gli esiti, manco a dirlo, sono stati opposti. Mentre la filosofia borghese e libertaria del “self-help”, del fare da sé, trasformava gli immigrati in persone entusiaste e produttive, capaci di edificare dal nulla, nelle terre selvagge, la più grande e ricca nazione della storia, l’ideologia socialista e multiculturalista trasforma gli immigrati in astiosi e risentiti odiatori della società che li mantiene.

In America chi non si adeguava agli standard morali e produttivi della nazione ospitante veniva inevitabilmente punito. Chi non lavorava non mangiava, mentre i fuorilegge finivano tutti, chi prima e chi dopo, appesi ad un albero con la corda al collo. Nell’Europa di oggi, invece, le etnie che usufruiscono in maniera massiccia di sussidi e servizi pubblici possono permettersi di praticare atteggiamenti improduttivi, sprezzanti, pretenziosi, minacciosi, violenti e intimidatori nei confronti della popolazione autoctona, senza subire alcuna conseguenza negativa.


Padroni a casa propria

Il principio liberale della libera circolazione degli individui è corretto dal punto di vista “macro” delle politiche statali, ma va precisato e integrato secondo un punto di vista “micro” che tenga conto dell’esistenza delle comunità locali e della proprietà privata. In una pura società libertaria, infatti, tutta la terra abitabile sarebbe in proprietà di individui, condomini, comunità. Non ci sarebbe una completa libertà di movimento, perché l’immigrazione sarebbe regolata privatamente dai titolari di questi spazi, i quali detterebbero le condizioni di entrata. Ogni proprietario o gruppo di proprietari che formano una comunità avrebbero il diritto di accogliere ma anche quello di escludere, ovvero di non essere costretti ad una coabitazione forzata e ad un’integrazione non voluta.

Prima dell’affermazione dello Stato moderno, infatti, le “proprietà comuni” non erano a disposizione di tutti ma erano solitamente riservate agli abitanti di una certa località o di un certo villaggio, che avevano diritto di pascolo, legnatico, caccia, raccolta, secondo gli usi o le consuetudini locali. Solo nelle aree inospitali, disabitate e fuori dalla civiltà (foreste, montagne inaccessibili, zone sperdute) vigeva la completa libertà di accesso e circolazione. Attraverso la statalizzazione della terra comune, i governi hanno di fatto espropriato, a vantaggio del ceto politico-burocratico, quel potere di controllo degli spazi di vita che prima spettava ai proprietari e alle comunità. L’effetto è stato quello di rendere “invadibili” dall’esterno quei territori un tempo presidiati dalla società civile. Questi spazi collettivizzati si sono trasformati di fatto in commons, cioè in proprietà di tutti e di nessuno dove chiunque può entrare e fare quello che vuole, come in una discarica.

Le attuali aree pubbliche espropriate dalla casta governante appartengono ancora, da un punto di vista morale, ai residenti e ai tax-payers che hanno finanziato la loro costruzione, gestione e manutenzione. Su tutti i beni pubblici (strade, piazze, case popolari, servizi pubblici e così via) i residenti e i contribuenti hanno quindi un diritto “quasi-proprietario” che prevale sulle pretese degli ultimi arrivati. Questo, del resto, è buon senso comune. Si provi a interpellare quei saggi montanari svizzeri le cui famiglie vivono da secoli nelle vallate alpine, e gli si dica che le strade dei loro paesi e i pascoli che usano da tempo immemorabile non gli appartengono perché sono “pubblici” e “di tutti”, e che i “rifugiati” somali o afghani appena arrivati hanno uguale diritto di occuparli e di utilizzarli a proprio piacimento. Un’affermazione del genere risulterà a loro provocatoria e incomprensibile.

Riguardo l’immigrazione, nelle nostre attuali società semi-statalizzate la soluzione migliore per avvicinarsi il più possibile ai probabili esiti di un ordine naturale di mercato è quella di favorire la massima decentralizzazione delle decisioni. L’immigrazione andrebbe quindi regolata al livello più locale possibile, perché una decisione presa centralmente non riuscirebbe mai a soddisfare in maniera adeguata le diverse preferenze di apertura o di chiusura presenti tra la popolazione. In ogni società vi sono infatti degli individui che desiderano più immigrazione (ad esempio, datori di lavoro, venditori di case, solidaristi) e altre categorie che invece non ne desiderano affatto; vi sono aree, come quelle residenziali o quelle già affollate, dove gli immigrati non sono graditi, e altre aree disabitate, commerciali o industriali nelle quali si cerca al contrario di attirare gente da fuori.


La cultura conta

Anche il grande pensatore libertario Murray N. Rothbard nel suo importante saggio Nazioni per consenso: decomporre lo Stato nazionale, era giunto alla conclusione che, a causa dell’intensificazione dei problemi immigratori legati alla presenza del Welfare State (che grava pesantemente sugli autoctoni) e dell’invasione culturale (dato che l’immigrazione indiscriminata può portare alla cancellazione della cultura indigena, come sta avvenendo negli Stati meridionali degli USA, sempre più ispanizzati), il regime delle frontiere aperte che esiste de facto negli Stati Uniti si riduce ad un’apertura coercitiva operata dallo Stato centrale, che non riflette genuinamente i desideri degli abitanti [10].

Gli spazi di convivenza, infatti, sono dei fragili prodotti culturali edificati da culture specifiche che si esprimono in consuetudini, modi di fare, regole di comportamento, forme di correttezza e di cortesia. L’arrivo in massa di persone ostili a questi ecosistemi sociali può portare rapidamente alla loro dissoluzione. Le comunità locali hanno dunque tutto il diritto di proteggere i propri habitat impedendo l’invasione da parte quei gruppi di persone incompatibili sul piano culturale. Occorre comprendere che ciò che caratterizza una società libera non è una determinata costituzione o legislazione, ma una cultura, condivisa intimamente dalla grande maggioranza degli abitanti, che rispetta l’individuo, la sua libertà e la sua proprietà.

Una società libera può esistere solo quando le persone sono convinte, nella profondità del loro animo, che la libertà individuale è il bene supremo, che la proprietà privata è sacra e inviolabile, che ognuno è responsabile delle proprie azioni e del proprio destino, che vivere alle spalle degli altri o mantenuti dalla società è disonorevole. In ultima analisi, le leggi o le costituzioni scritte di un paese contano poco o nulla. Ciò che contano sono i principi e i valori vissuti dalle persone nella loro vita quotidiana, trasmessi come esempi alle nuove generazioni, rinforzati dalla pratica costante, protetti dallo stigma sociale per i trasgressori. Non sono dunque sufficienti, per risolvere i problemi legati all’invasione di popolazioni aliene, delle riforme economiche e politiche strutturali che trascurino gli aspetti culturali. Se anche venisse abolito completamente il welfare-state, l’afflusso incontenibile di persone provenienti da paesi con culture illiberali determinerebbe ben presto il ripristino di nuove forme di parassitismo e di socialismo.
L’islamizzazione dell’Europa

Non tutte le culture, infatti, sono uguali. Non tutte le culture accettano quei principi liberali che, sebbene soffocati dalla secolare avanzata dello statalismo, in Occidente ancora sopravvivono a livello sociale. Ma che fine faranno questi valori se le nostre società sono popolate sempre più da persone portatrici di una cultura, come quella islamica, che ritiene giusta l’abolizione della libertà d’espressione in materia religiosa, l’inferiorità giuridica delle donne e degli “infedeli”, la pena di morte per apostati, blasfemi o adultere, e che avversa profondamente tutte le manifestazioni artistiche della creatività umana come la musica, la scultura o la pittura?

Il sottosviluppo e la situazione fallimentare di gran parte dei paesi islamici sono dovuti a questa cultura, non alla malasorte. Inevitabilmente l’enorme afflusso di musulmani nel vecchio continente renderà le società occidentali sempre più simili al Pakistan, al Bangladesh, all’Afghanistan o all’Egitto, come già sta accadendo in molti quartieri storici delle città europee. Il fatto che gli immigrati dai paesi islamici desiderino possedere i benefici economici dell’America, dell’Inghilterra, della Germania, della Svizzera o dell’Austria non significa affatto che apprezzino o comprendano le condizioni che hanno reso possibili questo benessere, e che si impegneranno a conservarle. Ma la ricchezza materiale dell’Occidente non è piovuta dal cielo: è un qualcosa che la società europea ha saputo costruire nei secoli, dandosi una struttura sociale fondata su un insieme di valori-guida basati sul rispetto dell’individuo.

I musulmani non sembrano collegare la superiorità economica e tecnologica dei paesi occidentali, che evidentemente li attira, con gli aspetti culturali più libertari delle nostre società. Anzi, dichiarano apertamente il loro disprezzo per la cultura occidentale e di non avere nessuna intenzione di integrarsi o di adeguarsi. Vogliono la ricchezza materiale ma odiano ciò che l’ha resa possibile. Non si fanno domande sulle ragioni per cui hanno deciso di emigrare, sul perché preferiscano vivere in Occidente rispetto ai loro paesi. Non capiscono né vogliono capire. È chiaro tuttavia che l’atteggiamento psicologico di chi penetra, spesso illegalmente, nel territorio di un altro paese per beneficiare della ricchezza dei suoi abitanti, manifestando nello stesso tempo odio e disprezzo nei loro confronti, non è quello dell’immigrato ma dell’invasore.

Svizzera: un club esclusivo

Hans-Hermann Hoppe ha affermato che il sistema decentralizzato di gestione dell’immigrazione della Svizzera è quello più vicino al modello libertario, perché riesce maggiormente a selezionare l’immigrazione secondo le preferenze della popolazione [11]. Da questo punto di vista, la Svizzera è una sorta di club privato esclusivo che accetta solo persone gradite. Pur avendo la più elevata proporzione di stranieri, quasi il 25 per cento, accetta praticamente solo persone qualificate o con un retaggio culturale simile al proprio. Oltre l’80 per cento degli stranieri residenti in Svizzera provengono infatti dai paesi europei. I cittadini tedeschi, italiani, portoghesi e francesi da soli costituiscono quasi la metà di tutti gli stranieri in Svizzera [12].

Il processo di naturalizzazione è molto complicato, perché non basta nascere nel territorio elvetico per diventare cittadino svizzero. La cittadinanza svizzera può essere ottenuta da un residente che abbia vissuto in Svizzera per almeno 12 anni, ma deve parlare fluentemente almeno una delle lingue nazionali, a seconda del comune di residenza, e dimostrare di essere perfettamente integrato con la vita in Svizzera, avere familiarità con le abitudini, i costumi e le tradizioni svizzere e non costituire pericolo per la sicurezza interna o esterna del paese. Gli svizzeri sono consapevoli che il loro modello politico costituisce un gioiello unico al mondo, e che la sua sopravvivenza è strettamente legata alla conservazione della cultura politica e sociale dei suoi cittadini.

Questo modello scomparirebbe rapidamente dalla faccia della terra se i cantoni della Confederazione concessero la cittadinanza, e quindi la partecipazione politica, a masse di persone estranee alla cultura elvetica. Per questa ragione di recente le autorità di Basilea hanno respinto tre richieste di cittadinanza da parte di persone di religione musulmana, perché il loro comportamento dimostrava la loro estraneità alla cultura svizzera: a due ragazzine musulmane di 12 e 14 anni è stata rifiutata la cittadinanza perché si erano rifiutate di nuotare in una piscina dove vi erano anche dei maschi; in un altro caso la cittadinanza è stata negata a due fratelli che a scuola si sono rifiutati di stringere la mano alla propria maestra, un’usanza molto diffusa nelle scuole svizzere; in un terzo caso, avvenuto nell’aprile 2016, la cittadinanza è stata negata a una famiglia kosovara, giudicata non integrata sulla base delle testimonianze dei compaesani perché giravano malvestiti per le strade del paese senza salutare e fare amicizia con nessuno, chiari segni di mancata integrazione nella cultura locale [13].

Per concludere possiamo ritenere che in una società libertaria l’immigrazione sgradita, di persone inassimilabili, pericolose o con tendenze parassitarie, non esisterebbe. I proprietari e le comunità locali infatti effettuerebbero una rigida selezione agli ingressi, come avviene nelle gated communities, le città private americane gestite su base condominiale in cui vivono decine di milioni di statunitensi. Il sistema svizzero di gestione dell’immigrazione e della cittadinanza è quello che attualmente si avvicina di più al modello libertario “a inviti” proposto da Hoppe. Questa conclusione giustifica, da un punto di vista libertario, regole restrittive di accettazione degli immigrati provenienti da paesi con una cultura storicamente ostile e inassimilabile a quella dei paesi d’arrivo.

Saggio di Guglielmo Piombini, pubblicato in origine, a puntate, sul sito del Miglioverde


Note

[1] Stefan Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano, 1994 (1942), p. 349 (sintesi del libro su Trame d’oro).

[2] Stefan Zweig, Il mondo di ieri, p. 164.

[3] A.J.P. Taylor, Storia dell’Inghilterra contemporanea, Laterza, Bari-Roma, 1975, p. 1.

[4] Leonardo Facco, “Immigrazione: non esiste alcun “diritto di invasione”! ma …”, Il Miglioverde, 2013.

[5] Carlo Lottieri, “Open Borders. Le idee libertarie sull’immigrazione alla prova della sfida politica, giuridica e culturale dell’Europa”, Il Foglio, 5 settembre 2015.

[6] Anderson, Terry L., and P.J. Hill, “An American Experiment in Anarcho-Capitalism: The Not So Wild, Wild West”, Journal of Libertarian Studies, 3, No.1 (1979), p. 9-29 (trad. italiana di Tomaso Invernizzi: “Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West”, Mises Italia, parte 1, parte 2); Guglielmo Piombini, “Far West: l’epoca libertaria della storia americana”, in Guglielmo Piombini, La proprietà è sacra, Il Fenicottero, Bologna, 2001, p. 131-170.

[7] Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi. Gli italiani che nell’Ottocento fecero fortuna nel West americano, Rizzoli, Milano, 2003 (1968), p. 35.

[8] Ray Allen Billington, prefazione a Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi, p. 7.

[9] Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi, p. IX.

[10] Murray N. Rothbard, “Nazioni per consenso”, in Ernest Renan – Murray N. Rothbard, Nazione cos’è, Leonardo Facco editore, Treviglio, 1996, p. 50.

[11] Hans-Hermann Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito, Liberilibri, Macerata, 2005 (2001), p. 216 (sintesi del libro su Trame d’oro).

[12] http://www.swissinfo.ch/ita/societa/in- ... -/41942192

[13] Chris Menahan, Swiss Do the Unthinable: Deny Muslims Citizenship, Information Liberation, 1 luglio 2016.





https://it.wikipedia.org/wiki/Passaporto

Il concetto moderno di un passaporto multi-viaggio e multi-destinazione emesso solo dalla nazione a cui appartiene il portatore risale solo alla metà del XX secolo. In precedenza potevano generalmente essere emessi da qualunque nazione per qualunque persona, ma solo per un periodo di tempo molto limitato e, generalmente per un singolo viaggio. In questa maniera i primi passaporti erano più simili ai moderni visti d'ingresso che agli attuali passaporti, la cui funzione primaria è di provare l'identità e la nazionalità del portatore.

Il termine passaporto ha probabilmente avuto origine non dai porti di mare, ma dai documenti medievali richiesti per attraversare le porte delle mura cittadine. Nell'Europa medievale questi documenti potevano essere emessi per qualunque viaggiatore dalle autorità locali e generalmente contenevano una lista di città e paesi attraverso i quali il portatore poteva passare. Questo sistema è proseguito, per esempio, in Francia fino agli anni 1860. In questi periodi spesso i passaporti non erano richiesti per i porti di mare, che erano considerati punti di commercio liberi, ma erano richiesti per viaggiare da essi fino alle città dell'interno. Spesso, ma non sempre, contenevano una descrizione fisica del portatore, le fotografie furono aggiunte solo nei primi decenni del XX secolo.





https://www.onds.it/allegati/documenti/ ... azione.pdf
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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » sab set 30, 2017 5:32 am

Come stravolgono e manipolano la storia e la realtà, offendendo le persone, questo Riccardi è un mentitore


Quando i profughi erano i friulani: «Poco avvezzi al lavoro»
Francesco Riccardi giovedì 28 settembre 2017

https://www.avvenire.it/attualita/pagin ... -rilassati

Dopo la disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1917, centinaia di migliaia di donne, bambini e anziani scapparono dalle zone di guerra invase dall’esercito austro-ungarico. Furono poi "ricollocati" in diverse regioni d’Italia, non senza difficoltà e dovendo spesso scontare l’ostilità dei fratelli italiani di altre zone.

Dopo la disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1917, centinaia di migliaia di donne, bambini e anziani scapparono dalle zone di guerra invase dall’esercito austro-ungarico. Furono poi "ricollocati" in diverse regioni d’Italia, non senza difficoltà e dovendo spesso scontare l’ostilità dei fratelli italiani di altre zone.

È solo una piccola vicenda di paese. Emblematica, però, di come la storia si ripeta seguendo spesso schemi analoghi, mettendo a nudo le medesime paure e diffidenze degli uomini, per aprire poi inaspettati orizzonti di bene.

LA GRANDE FUGA La Storia con la maiuscola è quella che, giusto cento anni fa, nell’ottobre del 1917, registra la disfatta di Caporetto e la conseguente penetrazione in territorio italiano delle truppe austro-ungariche e tedesche, provocando la fuga di una massa consistente di civili dalle province di Udine, Treviso, Venezia. Almeno 300mila persone, ma c’è chi arriva a stimarne il doppio; in ogni caso un esercito di donne, bambini e anziani che scappano dalle devastazioni della guerra, dalla fame e dalla paura delle violenze degli occupanti. Sì perché, prima delle 'marocchinate' nel secondo conflitto mondiale, sono stati austriaci e tedeschi a macchiarsi di stupri di massa nei confronti di donne italiane. Tanto che a Portogruaro, su sollecitazione dell’allora monsignore Celso Costantini, venne aperto un orfanotrofio per raccogliere le centinaia di figli nati dalle violenze e rifiutati dalle famiglie. La fuga dei profughi italiani in quell’autunno è difficile sia per le condizioni delle strade di allora, sia per l’ostilità che incontrano: alcuni, cercando di evitare i ponti e le vie principali, muoiono annegati nei fiumi in piena. Si accampano dove possono, finché il governo del Regno d’Italia non decide di farsene carico, promuovendo un piano di ricollocamento in varie regioni. Non senza difficoltà, sia perché questi profughi sono il simbolo della sconfitta, sia soprattutto per la diffidenza delle popolazioni che dovrebbero ospitarli, tanto che alcuni arrivi vengono organizzati di notte per evitare proteste.

L’ARRIVO IN PAESE E qui comincia la storia, quella con la minuscola, che però si fa emblematica. Siamo a Bresso, cittadina ai confini di Milano, un secolo fa solo qualche villa di conti, alcune piccole imprese e una serie di cascine. Appena duemila anime strette intorno alla chiesa dedicata ai Santi Nazaro e Celso. Ed è proprio l’attuale prevosto, don Angelo Zorloni, ad aver ritrovato nel Chronicon della parrocchia le annotazioni dell’arrivo in Paese, alla fine del 1917, di « 158 profughi provenienti dalle zone di Cividale e dalle terre oltre il Natisone ». Il parroco di quel tempo, don Enrico Invernizzi, per descriverli usa poche parole assai significative: « Eccettuati coloro che provenivano dai paeselli montani di lingua slava, gli altri avevano tutti sentito l’influsso dei paesi invasi dall’elemento militare. Poca religiosità, costumi rilassati. (…) La popolazione di Bresso si industriò sempre di assistere questi poveri profughi, i quali, invero, non erano tanto abituati al lavoro ». Una serie di giudizi, o forse dovremmo dire pregiudizi, di quelli che ancora oggi marchiano i profughi: poca voglia di lavorare, costumi e religiosità diversi dai nostri e 'rilassati'. Sarà che per i lombardi il lavoro è religione e la religione un lavoro da fare, ma certo leggere la descrizione dei friulani come gente di poca fede e non avvezza a darsi da fare lascia perplessi. Forse tra le righe si può leggere qui la eco di una velata polemica per quelle poche lire che il Regno d’Italia assegnava ai profughi per la loro sopravvivenza e che li teneva lontani dal ricercare un lavoro purchessia. Anche se, invece, in altre zone d’Italia in quello stesso periodo si lamenta la 'concorrenza sleale' che i profughi veneti e friulani facevano alle mondine e agli altri braccianti a giornata, 'rubando loro il lavoro'.

Quasi le stesse parole scagliate oggi come pietre contro gli immigrati che 'portano via il posto ai giovani' e ai richiedenti asilo 'mantenuti con le nostre tasse'. Nelle sue annotazioni, l’allora parroco don Invernizzi – che con il coadiutore don Giuseppe Pozzi si prodigò molto per l’accoglienza di questi sventurati, pari addirittura al 7% della popolazione – in realtà registra anche quanto di buono, oltre ai bressesi, fanno pure i profughi. « Vi fu però qualche famiglia buona come i Comugnero da Cividale – scrive – , i cui due figli erano iscritti e partecipavano alla presidenza del Circolo Giovanile Cattolico della Parrocchia del duomo di quella città ». E proprio quei « profughi Comugnero richiamano la costituzione in parrocchia nostra della G.C.I. (Gioventù Cattolica Italiana) di cui il fratello minore, Carlo Dino, durante la sua permanenza tra noi, fu segretario prima e poi presidente zelante e attivo ». Fondato da un gruppo di nove giovani nel 1916, appena un anno prima dell’arrivo dei 'foresti' friulani, quel circolo della Gioventù Cattolica di cui un profugo fu segretario e presidente attivo, infatti, fu uno dei principali soggetti promotori, assieme all’impegno di tante famiglie locali, della nascita nel 1932 dell’oratorio San Giuseppe, ancora il più grande della città. Di quella Bresso che poi, negli anni ’60 del Novecento è passata da 5mila fin quasi a 30mila abitanti per l’immigrazione dal Mezzogiorno, e ancora dal Veneto, arricchendosi, oltre che di persone, energie e sensibilità, anche di altre due chiese, altrettanti oratori (e associazioni, società sportive, volontariato ecc.). Chiese e case parrocchiali, nelle quali da 20 anni vengono ospitati alcuni richiedenti asilo, e ancora oratori nei quali oggi giocano e pregano assieme bambini di 30 nazionalità diverse (e di differenti abilità e persino di altre fedi).

LA LEZIONE DELLA STORIA La storia si ripete, dunque, con gli stessi pregiudizi e le medesime paure nei confronti di chi viene 'da fuori', siano italiani d’altrove o stranieri in fondo cambia poco. Se però si riesce a spingere lo sguardo oltre l’orizzonte di un presente diffidente, si può scorgere come l’accoglienza, l’apertura all’integrazione, la disponibilità reciproca a contaminarsi siano sempre foriere di crescita e progresso comune. Don Angelo allarga le braccia e lo spiega così: «Dice la lettera agli Ebrei: 'Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli'. Anche a Bresso è successo. E può accadere ancora».





Alberto Pento

??? Poca religiosità, costumi rilassati. (…) Poco avvezzi al lavoro ??? MA NESSUN CRIMINE e si ricordi che di lavoro non ce n'era nemmeno per quelli del posto, che questi friulani erano stati costretti ad andarsene dalle loro case e dai loro paesi per colpa dello stato italiano che aveva aggredito l'Austria (aggressione voluta principalmente anche dai lombardi e dai piemontesi) e che la loro ospitalità era in parte finanziata dallo stato italiano.


La realtà è ben altra: in giro per il mondo, a partire dall'ottocento, i migranti veneto-friulani (come pure i lombardi) erano ben visti e ben accetti ovunque (per la loro rispettosità e buona volontà al lavoro), a differenza di quelli propriamente italiani o meridionali e degli invasori odierni.


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Re: Emigrasion veneta ente l'800 e 900

Messaggioda Berto » lun dic 11, 2017 9:36 pm

Ecco quando le migrazioni non sono invasioni e portano il bene e non il male
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Pensa prima alla tua gente e al tuo paese, invece che agli africani e all'Africa
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All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla, ma proprio nulla, niente di niente, tanto meno agli asiatici e ai nazisti maomettani d'Asia e d'Africa

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Berto
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