Democrazia, cittadinanza, valori, doveri e diritti umani

Re: Democrazia, cittadinanza, valori, doveri e diritti umani

Messaggioda Berto » sab ott 19, 2019 7:41 pm

Canton Jura e Veneto identiche soluzioni?
18 ottobre 2019
Enzo Trentin

https://www.vicenzareport.it/2019/10/ca ... dNXUYaXgsU


Vicenza – Prima di tutto occorre fare un’importante precisazione. Il sistema politico elvetico non è una democrazia diretta “pura”, in cui ci sono diritti popolari di referendum e di iniziativa. Nella Svizzera moderna, ossia nello Stato federale nato nel 1848, alla democrazia rappresentativa è stata affiancata quella diretta, che nel corso degli anni si è vieppiù sviluppata.

Quattro decenni fa, migliaia di persone si radunarono nella Place de la Liberté di Delémont, capoluogo del Jura, per celebrare la nascita di questo nuovo Cantone, nel nord-ovest della Svizzera. «Cittadini», esclamò François Lachat, padre fondatore del Cantone, «Vittoria!». Dopo decenni di conflitti, negoziati, referendum, il Jura fu finalmente accettato come pari dagli altri 25 suoi “fratelli” e, il primo gennaio del 1979, si separò da Berna per diventare il più giovane Cantone della Confederazione svizzera.

Il conflitto era vecchio di secoli e la creazione del nuovo Cantone del Jura, illustra l’influenza della democrazia diretta sulla politica e lo Stato. La storia del movimento separatista nel Jura dimostra come nel litigio tra minoranze e maggioranze diverse politicamente e culturalmente non è necessario accedere alla violenza. C’è un modo democratico-diretto per affrontare tali problemi.

L’ultimo movimento di protesta del Jura prese vita a seguito della vicenda di Moeckli nel 1947. Georges Moeckli era un politico del Jura, la cui nomina a uno dei ministeri fu bloccata dal Parlamento bernese esclusivamente perché la sua lingua materna era francese.

Nel settembre 1957, il Rassemblement Jurassiano (RJ) lanciò un’iniziativa cantonale per accertare che cosa la gente del Jura pensasse dell’idea di creare un Cantone separato. La proposta chiedeva: «lei Vuole dare al Jura lo status di Cantone sovrano della Confederazione?» L’iniziativa consentì ai separatisti di spostare la loro campagna sulla scena politica e la forza dei mass-media nel relazionare e commentare fece il resto. I separatisti e la loro piattaforma politica non potevano essere ignorate. I numerosi rapporti dei Media trattarono con molta attenzione il Movimento e giovarono all’opinione pubblica che si fece un’opinione sulla RJ e la sua esistenza.

Già! – osserviamo noi – nulla a che vedere con il ridicolo referendum consultivo del 22 ottobre 2017 per l’autonomia del Veneto. Infatti sono passati ben due anni, e ammesso che l’autonomia venga ottenuta, non si sa ancora bene in cosa consisterà. Sicuramente non allenterà il gravame fiscale che ha fatto chiudere migliaia di aziende (i cosiddetti pagatori di tasse), suicidare centinaia di imprenditori, e emigrare centinaia di migliaia di giovani altamente istruiti e/o specializzati.

Infatti la questione Jura doveva essere riconosciuta “il movimento è forte e diffuso”, (la Neue Zürcher Zeitung, 15.7.1957). Quando l’iniziativa andò a referendum elettorale nel luglio 1959, esso fu approvato da una chiara maggioranza solo nelle tre aree francofone, e nei quartieri del Jura settentrionale, mentre i distretti del Jura meridionale a lingua tedesca rimasero fedeli a Berna. I titoli di giornale dichiararono la morte del separatismo: “il sogno di RJ è finito!” (Basler Nachrichten, 6.7.1959); “Separatismo condannato a morire” (Tagwacht, 6.7.1959).

I separatisti cambiarono allora le loro tattiche e i relativi argomenti. In futuro, si sarebbero impegnati a parlare dell’unità, non dell’intera regione del Jura, ma solo delle più bistrattate aree rinunciando all’idea che la geografia e una storia condivisa costituissero la base della loro identità, abbandonando anche le sottolineature di origine etnica e quelle sulla lingua francese.

In altri termini: i separatisti abbandonarono l’idea di “nazione” basata sulla lingua e sull’origine etnica e/o “Comunità naturale” che è in netto contrasto con l’idea della Svizzera nazione e comunità politica. La paura, espressa pubblicamente, era che il nazionalismo dei separatisti minasse l’idea della Svizzera quale nazione basata non su un’etnia o una lingua comune, ma sulla volontà degli svizzeri di unire nonostante le differenze (“Willensnation Schweiz“). I separatisti, d’altro canto, cercarono sostegno alla loro visione sia in patria che all’estero, alla ricerca-scoperta di una “Europa des patries“.

Le Mouvement Séparatiste Jurassiano (rinominato nel 1951: Rassemblement Jurassiano) rappresentava coloro che erano per la completa separazione da Berna. Quest’ultima pur respingendo le pretese, fece delle concessioni alle richieste di autonomia, incluso il riconoscimento costituzionale dell’identità separata del popolo del Jura, confermato nel referendum cantonale del 1950. In questa fase iniziale, il conflitto tra Berna e Jura fu percepito pubblicamente come un problema regionale, e i separatisti erano esclusi dai negoziati ufficiali essendo la separazione completamente inaccettabile a Berna. Ma, come detto più sopra, il 1° gennaio 1979, i jurassiani si separarono da Berna per diventare il più giovane Cantone della Confederazione svizzera.

I quattro decenni trascorsi non sono un tempo molto lungo, ma nel caso del Jura abbastanza per costruire un Cantone e un’amministrazione funzionanti, con tutto ciò che un simile lavoro comporta: un budget sostenibile, un sistema fiscale, funzionari, targhe per i veicoli, permessi, strade, relazioni estere.

Come fa una nuova regione a realizzare tutto questo?

Per rispondere a questa domanda intavoliamo una conversazione con Gedeone Nenzi, l’indipendentista veneto che diede vita ad una serie di pubbliche conferenze che, girando il territorio, si tenevano sotto l’egida di «Arengo Veneto». Una volta che gli obiettivi politici furono definiti – racconta Gedeone Nenzi – per dare vita al nuovo Cantone bisognava imprescindibilmente ottenere tre cose: funzionari, infrastrutture per permetter loro di lavorare e, soprattutto, i soldi.

Doveva essere creato anche il sistema di riscossione delle imposte (il Jura aveva uno dei più pesanti regimi fiscali in Svizzera, per generare gli introiti necessari allo sviluppo del nuovo Cantone). Reperire il denaro è stato invece un po’ più complicato. Significava infatti ritornare, con il cappello in mano, a Berna, per ottenere una somma che rischiò di non materializzarsi: un prestito iniziale di 40 milioni di franchi fu inizialmente rifiutato dalla cancelleria federale.

Ma anche con questi soldi, si legge nel libro di Fabien Dunand, “François Lachat Bâtisseur d’État” – che era Ministro delle finanze e Presidente del primo governo jurassiano – chiudeva il registro contabile ogni venerdì sera con l’inquietante presagio di un’imminente bancarotta. Questo lo portò a adottare misure drastiche per i primi sei mesi. «Decretai che l’olio di gomito avrebbe sostituito l’olio da riscaldamento», scherzò (in parte) Lachat. «Chiesi che la temperatura nelle sale non fosse superiore ai 18 gradi. Due giorni dopo gli impiegati vennero al lavoro con sciarpa e guanti.» Chissà se l’odierno sindacalismo veneto-italiota sarebbe disposto a tanto?

Già! E noi gli ricordiamo che ben cinque furono i movimenti di protesta del Jura che sono sorti tra il 1815 e la seconda guerra mondiale. Furono tutti di breve durata. Essi non furono in grado di mobilitare un sufficiente appoggio perché altri conflitti hanno avuto la precedenza. Nonostante ciò, ha fatto emerge una consapevolezza nella minoranza del Jura e un numero di associazioni si sono formate ed hanno favorito e trasmesso questa consapevolezza. Secondo i separatisti, il popolo del Jura stava vivendo la discriminazione per mezzo della loro dipendenza dal Cantone di Berna, pertanto la separazione era la soluzione. Dopo la II G.M. l’emarginazione economica della regione del Jura aveva aggiunto notevole credibilità a questa interpretazione.

«È vero!» conferma Gedeone Nenzi «ma per i veneti la situazione è completamente rovesciata, considerando il fiume di denaro proveniente da un sistema fiscale persecutorio che da decenni scorre da questo territorio ad altri, senza peraltro ottenere alcun concreto vantaggio per i beneficiati. Al contrario, ogni anno con il sistema svizzero della perequazione finanziaria viene organizzato un “grande calderone” nel quale i Cantoni più ricchi versano denaro che poi è distribuito a quelli più poveri in modo da equilibrare conti e qualità delle infrastrutture in tutto il Paese. I “potenti” Zugo e Zurigo finiscono sempre per contribuire di più, mentre in fondo alla lista, immancabilmente, si trova il Jura come maggior beneficiario. Tuttavia, i cittadini svizzeri sono in qualsiasi momento in grado di modificare la legislazione e la Costituzione, cosa nemmeno immaginata nel paese di Arlecchino & Pulcinella.

Secondo quanto si legge in un contributo dello storico Christoph Koller per il quotidiano Le Temps, il Jura non sta affatto soffrendo di una crisi economica “di mezza età”: nonostante le difficoltà presentatesi nel corso degli anni, il suo settore manifatturiero (soprattutto orologi e componenti di macchinari) è rimasto forte, impiegando oltre il 40% dei lavoratori, mentre il settore terziario si è gonfiato – passando dal 32% dei posti di lavoro nel 1975 al 56% nel 2016. La disoccupazione è bassa, con un tasso del 4,6% e migliaia di lavoratori frontalieri vengono qui ogni giorno dalla Francia e dalla Germania.

A titolo di paragone, a livello nazionale il 21% dei lavoratori è attivo nel settore secondario o manifatturiero, mentre il 78% lavora nel terziario; il tasso di disoccupazione è di circa il 2%. Anche il livello di debito è relativamente basso nel Cantone, dichiarando che “il Jura è ora un Cantone quasi come gli altri” – il cauto “quasi” non si riferisce tanto all’economia, quanto alla politica, con il caso particolare del Comune di Moutier, che ha votato nel 2017 per lasciare il Cantone Berna e unirsi al Jura. Ma la situazione si è complicata: il voto è stato annullato e i cittadini saranno chiamati un’altra volta alle urne.

Per capire questo modus operandi si può leggere l’opera di Daniel J. Elazar – uno dei maggiori studiosi contemporanei del federalismo – in «Idee e forme del federalismo», pubblicato da Einaudi, collana Edizioni di Comunità, a pag. 91, scrive: «La sovranità, nelle repubbliche federali, viene inevitabilmente attribuita al popolo, che delega i propri poteri ai diversi governi, o che si accorda per esercitare direttamente quei poteri come se esso stesso fosse il governo (come accade nei Cantoni svizzeri tradizionali). Il popolo sovrano può delegare e dividere i poteri come meglio crede, ma la sovranità rimane sua proprietà inalienabile. Ne consegue che nell’esame dei governi federali il problema della sovranità non compare; si presenta solo la questione del potere. Nessun governo (o per estensione nessuna carica) può ritenersi “sovrano” e quindi credere di avere poteri illimitati, residuali o ultimi. […] Quindi il principio federale rappresenta un’alternativa (e un radicale attacco) alla moderna idea di sovranità.»

Tuttavia, fatta questa utile citazione, c’è da osservare che esiste un indipendentismo veneto, oggi (in attesa di meglio) rimpannucciato da autonomismo, che chiederà il voto nel 2020 per essere eletto in Regione. E qui il primo aspetto che salta agli occhi è che a differenza del Jura dove grazie all’enorme entusiasmo civico: circa 4.000 candidature (in un cantone di 70.000 abitanti) furono presentate per i 450 impieghi disponibili. Orbene in un Veneto divenuto indipendente tutti i dipendenti pubblici italiani passeranno automaticamente al nuovo soggetto autodeterminato? Portando in dote la stessa mentalità burocratica? E con quali vantaggi?

Per il secondo aspetto, al Jura – quarant’anni fa – è stata necessaria un po’ di improvvisazione, almeno all’inizio. La nuova amministrazione si mise al lavoro in appartamenti e condomini, usando delle casse di legno come scrivanie. In un Veneto indipendente, le attuali sedi, arredi e strumenti della pubblica amministrazione italiana passeranno ipso facto a quest’ultimo? Lo stesso dicasi per le strutture demaniali? E per il personale della giustizia? E ancora, i giudici saranno gli stessi colleghi del contestato Luca Palamara e relativo “caso Palamara”? (“Quand’era al Csm prese 40mila euro da Amara per favorire una nomina”)

Questi giudici su quali Codici civile e penale esplicheranno la loro opera; sul vigente “Codice Rocco” ancorché parzialmente rivisitato dallo Stato italiano? Le forze dell’ordine continueranno ad essere gli attuali Carabinieri, Poliziotti e Guardie carcerarie, con le loro strutture e dotazioni? Manterremo ancora la Guardia di Finanza armata per il controllo fiscale delle attività economiche? L’ufficio imposte avrà gli stessi compiti attuali? Le tasse saranno determinate dalla “rappresentanza” di una classe politica predatoria, o similmente alla Svizzera, alla California, al Liechtenstein potranno essere determinate dai cittadini attraverso gli strumenti di democrazia diretta? Non bastasse, in Oregon, come in Svizzera, il popolo è chiamato spesso a votare. In passato ci sono stati parecchi scambi tra cittadini dei due Stati in materia di democrazia diretta.

Le riflessioni di Gedeone Nenzi assomigliano a quelle di molta parte di quell’indipendentismo veneto che sembra non aver ancora trovato i rappresentanti politici più idonei alle sue aspirazioni e necessità. In realtà, aggiunge, con l’opera appassionata e personalmente disinteressata di indipendentisti che reputo più competenti e sinceri, abbiamo tentato di dare risposte a questi quesiti. Ricordo bozze di Costituzione Veneta. Riunioni finalizzate ad un progetto politico-istituzionale ancora ai tempi del movimento Veneto Stato. Poi l’iniziativa di un Libro Bianco, e altre ancora che avevano come obiettivo disegnare l’assetto amministrativo di un futuro Veneto autodeterminatosi.

Adesso, dopo che troppi politicanti hanno “pasticciato” l’idea come faremo a portare avanti la pretesa indipendentista nei confronti dell’Italia centralista? Chi lo farà? I Veneti che si sentono italiani, e che lavorano pagati dall’amministrazione italiana? I politici veneti che si fanno eleggere nelle istituzioni italiane con la speranza di cambiarle da dentro? Una speranza da quasi quarant’anni ciclicamente delusa che era stata riposta in tante occasioni in diversi partiti, non ultimi la Lega (in tutte le sue salse) e il M5s?

Nessuno di questi soggetti politici ha mai voluto comprendere che democrazia diretta e democrazia rappresentativa non sono antagoniste, bensì complementari. Nel sistema politico svizzero, i diritti popolari non sono mai stati concepiti come sostituti del processo parlamentare, bensì come strumenti del popolo per controllare costantemente l’operato dei propri rappresentanti ed eventualmente bloccarne le decisioni (referendum) o obbligarli a decidere (iniziativa). Inoltre, tra le leggi contro le quali è impugnato il referendum, rari sono i casi in cui il voto popolare sconfessa il parlamento. Io ho imparato dalle esperienze che per raggiungere un obiettivo ci vuole un “Sogno” e ci vuole un “Metodo”.
Il Sogno ce l’abbiamo, è l’Indipendenza. Il metodo potrebbe essere quello del Jura.


Alberto Pento
Ottimo contributo di storia europea e buon esempio per tanti.
Trentin conclude con questa frase: "Il Sogno ce l’abbiamo, è l’Indipendenza. Il metodo potrebbe essere quello del Jura."
Io credo invece che nemmeno il sogno indipendentista sia uguale e comune, io per esempio non condivido alcun sogno marchesco:
https://www.miglioverde.eu/arengo-venet ... marcheschi
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ARENGO VENETO: NON SIAMO VENETISTI, SIAMO MARCHESCHI!
ENZO TRENTIN
https://www.miglioverde.eu/arengo-venet ... archeschi/
Su base spontaneistica, ha preso il via, alla fine di febbraio 2015, l’iniziativa denominata ARENGO VENETO; consistente in una conversazione permanente tra indipendentisti veneti, e a quanti in buona fede vorranno unirsi a loro. Essa si ripropone d’essere itinerante nel territorio al fine di coinvolgere i più disparati pubblici.
Si tratta ad un tempo di un’assemblea proponente alcune iniziative politico-istituzionali, e contemporaneamente atta a favorire iniziative socio-culturali.
L’aspirazione è quella di realizzare in un tempo ragionevolmente breve, la rinascita della millenaria Repubblica di Venezia, ovviamente con la rivisitazione e l’aggiornamento di quelle sue istituzioni che mostrano la grevità del tempo. Sinteticamente si ambisce a poter vivere in modo autodeterminato, consapevole e responsabile all’interno di una comunità, e con essa condividere i valori più alti della vita degli esseri umani.
L’arengo, concio o parlamentum, dei Comuni italiani fu lo spontaneo e specifico prodotto di quel generale e largo movimento, che nel secolo XI si manifestò in tutto l’Occidente, fra quelle classi sociali che sino allora erano state tenute in soggezione. Le adunanze erano presiedute dalle autorità prima riconosciute e ora costrette a venire a patti, o debellate, ma, rivoltesi a creare un ordinamento nuovo. In prima istanza si scelsero dei capi, e ad essi si affidò il potere esecutivo, avendo ritenuto per sé il potere costituente e deliberativo. Desideriamo vedere realizzati questi princìpi e valori come base per la convivenza pacifica.
Vanno dunque superate tutte le forme di dominio nelle quali le decisioni non si basano su un consenso dei cittadini, e nelle quali essi non hanno tutte le possibilità di accordarsi liberamente su quanto va perseguito o evitato. Insomma si tratta di ritornare a forme di federalismo già note alla Repubblica del Leone, e che nel diritto odierno potrebbe definirsi anche Foedus sinallagmatico (dal greco synallatto o anche proprio synallagma, anche detto nesso di reciprocità) che è un elemento costitutivo implicito del contratto a obbligazioni corrispettive, quello cioè nel quale ogni parte assume l’obbligazione di eseguire una prestazione (di dare o di fare) in favore delle altre parti esclusivamente in quanto tali parti a loro volta assumono l’obbligazione di eseguire una prestazione in suo favore. La corrispettività consiste dunque in un rapporto di condizionalità reciproca tra le prestazioni. L’elemento in oggetto rappresenta il punto di equilibrio raggiunto dalle parti in sede di formazione del negozio giuridico nella congiunta volontà di scambiarsi diritti e obbligazioni attraverso lo scambio di una prestazione con una controprestazione.
Tali valori nell’Italia contemporanea noi non li vediamo né realizzati, né perseguiti in modo serio. Viviamo una forma di democrazia che ci da’ sì la possibilità di scegliere coloro che ci governano, ma non ci permette di respingere decisioni prese nel nostro nome, né di prendere noi stessi delle decisioni politiche. Non abbiamo potuto scegliere questo sistema politico – l’attuale Costituzione non è mai stata approvata dal popolo sovrano, così come avviene normalmente nei paesi più diversi – e non possiamo modificarlo. Questa democrazia non ci vede veramente sovrani, malgrado il dettato dell’Articolo 1, Comma 2, della predetta Costituzione.
Nel corso degli anni abbiamo fatto l’esperienza della rappresentanza politica autoreferenziale, ed il quadro costituzionale non permette un cambiamento di questo stato di cose, poiché la partitocrazia – sempre più screditata – non mostra alcuna apertura autenticamente democratica. Noi non riscontriamo nello Stato italiano la dirittura morale che, invece, possiamo rivendicare quali discendenti della Repubblica Marciana, e non rassegandoci a ciò stiamo cercando come poter giungere ad un fondamentale rinnovamento democratico e ad una rifondazione istituzionale del nostro territorio, non disdegnando l’idea della formazione di una costituente popolare. Per tutto questo siamo e vogliamo essere riconosciuti solo e semplicemente come MARCHESCHI.


Indipendentisti, dov’è la classe dirigente? Un progetto istituzionale, l’Arengo Veneto punto di partenza
8 Gen 2017
ENZO TRENTIN

http://www.lindipendenzanuova.com/indip ... -partenza/

Nell’esuberante mondo indipendentista veneto c’è una componente che ha elaborato un progetto istituzionale per l’indipendenza.
È stato già pubblicato qui: http://www.miglioverde.eu/in-anteprima- ... el-veneto/ ed ha incontrato numerosi consensi. Nessuno dei proponenti ha voluto avanzare primogeniture proprio per evitare l’insorgere di polemiche, conflittualità, personalismi, anatemi e bocciature per le quali i veneti si sono conquistati un primato non invidiabile.

Tale componente ora s’è posta la domanda: «se ottenessimo già domani – in senso letterale – l’indipendenza, quale classe dirigente sarebbe chiamata a gestire la nuova forma di governo?» E qui facciamo un primo inciso: parlano di governo e non di Stato, perché essi li considerano due cose diverse.

Abbiamo allora raccolto le argomentazioni di questa parte di mondo indipendentista veneto che continua, anche in quest’occasione, a voler mantenere un profilo basso, discreto, ma costruttivo. E la loro riflessione è questa: tutti gli indipendentisti che propongono una soluzione sono da considerarsi con pari dignità, perché allo stato attuale nessuno ha la ricetta risolutiva e sicuramente vincente. È giusto pertanto che chi ha studiato e approfondito la questione, ricavandone una soluzione, prosegua per la sua strada. Se uno qualsiasi di costoro otterrà un risultato positivo, ogni veneto non potrà che esserne beneficato.

Questa componente indipendentista ha chiesto all’Arengo Veneto il patrocinio (ovvero il sostegno, che non è ancora la condivisione) per le proprie riunioni d’approfondimento, di discussione. ed implementazione del progetto che qui – per comodità del lettore – nuovamente pubblichiamo come allegato. Spetterà al patrocinante Arengo Veneto stabilire le date, i luoghi, e gli orari dei vari incontri, ai quali tutti sono invitati.

La componente indipendentista in questione tuttavia, esprime l’avviso che coloro che appartengono a governi o autogoverni di varia natura e indirizzo, coloro che sostengono il ripristino degli Stati preunitari, e qualsiasi altro soggetto che ha un proprio progetto indipendentista, si astengano dal partecipare ai lavori. È cosa buona e giusta che tutti costoro continuino a perseguire i propri progetti.
La predetta componente indipendentista sente anche la necessità di prendere subito le distanze dai partiti sedicenti indipendentisti che siedono in Regione Veneto, e da coloro che sostengono o simpatizzano per quelle leggi regionali e regolamenti che a vario titolo perseguono il riconoscimento del popolo veneto come minoranza nazionale, o inconcludenti referendum. Costoro sono considerati dei Quisling del XXI secolo. Ed è noto che il termine quisling divenne sinonimo di collaborazionismo in molte lingue europee, in particolare riferito a chi collabora con gli invasori. Il termine fu coniato dal quotidiano inglese The Times nel fondo del 15 aprile 1940 intitolato “Quisling ovunque”.

Si considera che la più grande operazione di Dizinformacja che questi Apparatčik stanno cercando di materializzare è quella relativa al referendum consultivo per l’autonomia. Essi lo propongono come primo passo verso l’indipendenza, e nel frattempo si ripromettono l’ottenimento di uno status simile a quello del Trentino-Alto Adige. Ma si tratta solo di spregevole propaganda.
Infatti per ottenere quanto hanno i sud tirolesi è necessaria una modifica della Costituzione. Se si ottenesse, sicuramente altre forze partitocratiche opererebbero per un referendum nazionale abrogativo. Ma la perniciosità di questa proposta referendaria è rappresentata dal fatto che l’opzione indipendentista verrà affossata per i prossimi decenni. Per l’appunto, se vincesse il referendum per l’autonomia i politicanti direbbero: «vedete, i veneti non vogliono l’indipendenza, ma l’autonomia.» Se viceversa il referendum fosse bocciato dall’elettorato, gli stessi politicanti direbbero: «i veneti non vogliono l’autonomia, figuriamoci l’indipendenza».
Beninteso non si tratta di persone particolarmente malvagie per cui bisognerebbe attivare l’ostracismo o altra misura. Per usare le parole di Max Weber: “c’è chi vive per la politica e chi vive di politica”. Alcuni di costoro, poi, sono persone portatrici di una cultura partitocratica perennemente conflittuale, per cui la gestione di un indipendente Stato Veneto governata da loro, non sarebbe che la riproposizione in chiave più angusta dei mali che affliggono l’Italia sin dal suo nascere. E intanto essi contribuiscono in maniera irreversibile a prolungare la lenta agonia italiana nella quale anche i veneti sono coinvolti.

Sostanzialmente tutte queste persone appartengono a quella mentalità politica che non ha ancora compreso come la scena mondiale stia rapidamente cambiando aspetto. Alla tradizionale contesa che potremmo semplicisticamente definire orizzontale: destra-sinistra, si sta velocemente sostituendo la contrapposizione alto-basso; laddove in alto si trovano le élite mondialiste e globaliste, mentre in basso stanno i vari popoli sempre più politicamente oppressi dall’uccisione della libertà economica con conseguente scadimento della qualità della vita.
Se in Europa crescono i paesi con muri che cercano di frenare un’invasione per un verso islamista, e per l’altro composta da migranti economici; dall’altro ci si trova di fronte alla Brexit che a breve si concretizzerà, perché l’UE non soddisfa più i popoli che vi aderiscono. Poi c’è la recentissima vittoria di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti; personaggio sfavorito e a tutt’oggi osteggiato dalla controparte democratica che ha espresso Hillary Clinton, la quale era invece favorita e godeva dell’appoggio di tutta la stampa mainstream, nonché dell’apparato di potere di Washington. Eleggendo Trump gli statunitensi hanno bocciato questi ultimi indicando la loro volontà di cambiamento.
È dunque indispensabile, per l’indipendentismo veneto, individuare i componenti di una nuova classe politica. Persone che – sempre per semplicità di linguaggio – entrino in quella filosofia innovativa che Richard Buckminster Fuller così descriveva: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta.»
I promotori, come il patrocinante Arengo Veneto, si dichiarano aperti a tutti coloro che, una volta approfondito, discusso, implementato e migliorato il progetto istituzionale per l’indipendenza qui pubblicato, abbiano anche voglia d’impegnarsi concretamente per esso. Di divenire cioè classe dirigente.
Tutto ciò premesso, chi desidera partecipare agli incontri che via via saranno comunicati è invitato a segnalare il suo desiderio utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica: arengo.veneto@gmail.com, sarà in tal modo oggetto di ogni comunicazione inerente.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Democrazia, cittadinanza, valori, doveri e diritti umani

Messaggioda Berto » mar nov 12, 2019 8:15 am

Veneti venezianisti marciani idolatri e teocratici, che disprezzano la democrazia e che non conoscono la storia e che la reinterpretano a loro gradimento e la ricostruiscono con fantasia.
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 183&t=2786


Venezia, la sua aristocrazia e la democrazia mancata
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 4509114294



Poi a Fogliata bisognerebbe ricordare:

Esempi di situazioni europee non assolutiste con condizioni ed elementi di democraticità:

1) l'esperienza comunale durata secoli ha caratterizzato tutta l'Europa e lì vi era democrazia e anche la repubblica, prima della nascita delle signorie cittadine e delle varie Repubbliche aristocratiche come quelle di Genova e di Venezia;

2) si pensi alla Lega Anseatica iniziata nel 1159;

3) si pensi alla Magna Carta inglese del 1215 e alla nascita della monarchia costituzionale inglese del 1688/1689 con l'istituzione della camera bassa dei deputati;

4) si pensi alla nascita della Svizzera con il patto federale del Grütli 1291;

5) si pensi agli USA con la loro Repubblica nata nel 1776 con la secessione dall'impero inglese;

6) si pensi all'università di Padova nata durante il periodo comunale e prosperata in quello signorile dei germani Carresi, poco meno di due secoli prima del dominio veneziano a riprova che non è certo stata Venezia a portare la cultura ai veneti;

7) anche Genova fu una repubblica aristocratica, una signoria plurifamigliare, che durò secoli.

8) si pensi al laico Marsilio da Padova e alla sua opera "Defensor pacis" del XIII° secolo, contenente elementi di democrazia
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 179&t=1641
si pensi a Pietro D'Abano del XIV° secolo, veneto pavano non veneziano, martire della libertà
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 179&t=2332

9) si pensi ai thing delle società germaniche,
https://it.wikipedia.org/wiki/Thing

che si evolvono in forme di assemblee a democrazia diretta come l'assemblea Alþingi (Alþingishúsið), istituita in Islanda nel 930 d.C.
https://it.wikipedia.org/wiki/Al%C3%BEi ... BAsi%C3%B0

Qualche secolo dopo, nasce il Landsgemeinde, l'assemblea a democrazia diretta e voto palese dei cantoni svizzeri.
https://it.wikipedia.org/wiki/Landsgemeinde


La prima rivoluzione inglese nei primi decenni del XVII secolo, vede come protagonisti contrapposti il Re Carlo I e il Parlamento inglese con i puritani guidati da Cromwell e termina nel 1649 con il taglio della testa di Carlo I il Re.
https://www.youtube.com/watch?v=9-Fxy6n ... Thy2-y55aw
Divisione dei poteri, diritti del Parlamento, diritto di voto, suffragio universale, diritti umani, diritti dei cittadini,

La guerra civile inglese (conosciuta anche come rivoluzione inglese o prima rivoluzione inglese) fu un conflitto civile combattuto in Gran Bretagna tra il 1642 e il 1651, nell'ambito delle cosiddette Guerre dei tre regni.
https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_inglese
Il Parlamento nel 1628 votò la Petition of Right con il quale chiese al re:

di non imporre tasse senza l'approvazione del parlamento;
di non imprigionare un uomo libero senza regolare processo;
di non sottoporre uomini liberi a tribunali speciali;
di non costringere uomini liberi ad alloggiare truppe nelle loro case.

Il re, contestando questi diritti, istituì tribunali monarchici negando a tutti gli uomini liberi di essere giudicati da altri loro pari, provocando così forti tensioni tra rappresentanti del popolo e monarchia. Inoltre, Carlo I stava riscuotendo tributi con la consapevolezza di non poterlo fare: vi era infatti, tra le altre, una tassa che le città marinare dovevano pagare in tempo di guerra (ship money).
Il re eluse la petizione dei diritti ed estese la tassa a tutti i suoi sudditi. Dal momento che tale pretesa avrebbe avuto senso solo se ci fosse stata una guerra, il re decise quindi di prendere parte al conflitto in atto in Scozia, suo paese di origine, con l'intento di conquistare e portare ordine in Irlanda; tuttavia per far ciò gli era necessario un esercito. La questione irlandese divenne un problema tale da creare le basi per la rivoluzione inglese.
Nel 1629 Carlo sciolse il Parlamento e diede vita a un governo personale. In questo modo il malcontento si spostò verso la figura del sovrano. Una delle concause che portarono il re allo scioglimento del parlamento fu la questione religiosa: continuando ad appoggiare la chiesa anglicana, Carlo si dimostrò ostile alle tendenze riformate di molti dei suoi sudditi inglesi e scozzesi; un numero sempre maggiore di questi ultimi, ormai, auspicava lo smantellamento della chiesa anglicana. Nel 1628 sorse un movimento puritano che chiedeva una chiesa molto simile a quella scozzese, cosa che il re non poté concedere: ciò avrebbe richiesto nomine elettive, e la corona non poteva allora rinunciare ai vescovi e ai parroci, attraverso i quali esercitava il proprio potere. Davanti alla richiesta di un nuovo ordine sociale, oltre che economico, il parlamento fu nuovamente sciolto e il re cominciò una politica decisamente assolutistica.
Per non apparire in contraddizione con le sue posizioni in materia religiosa, Carlo volle allora imporre il sistema di culto inglese anche alla Scozia calvinista; ma gli scozzesi respinsero questa pretesa: rifiutarono di abbandonare le proprie terre e prepararono un'armata, dichiarando guerra a Carlo. In quel periodo però l'esercito era di stanza in Irlanda, dove erano emersi conflitti di natura religiosa fra cattolici e calvinisti che provocavano non pochi problemi alla Corona inglese. Infatti nel 1641 era scoppiata in Irlanda una rivolta: proprietari, uomini liberi, contadini cattolici insorsero contro la nascente classe di coloni protestanti inglesi. Carlo, dunque, fu costretto a cedere e, ritornando sui suoi passi, tollerò la chiesa presbiteriana in Scozia.
Il re dovette riconvocare il parlamento, tra i cui membri vi era anche John Pym, una delle figure più importanti di questo periodo. Quest'ultimo, prontamente, approfittò della situazione per incitare il popolo a puntare i fucili contro il re, di origine scozzese. L'esercito reale, tornato dall'Irlanda, passa di fatto sotto il comando di John Pym (che divenne "l'altro re"). Il parlamento, con la Grande Rimostranza, approva 200 articoli della Magna Charta; ogni articolo era diretto contro la famiglia Stuart, soprattutto contro il re.
L'opposizione al re si faceva sempre più forte non solo nella società civile, ma anche nella rappresentanza parlamentare; tuttavia le forze parlamentari erano discordi: i 200 articoli vengono approvati con una maggioranza di soli 11 voti. John Pym deve rinunciare a proclamare la sua vittoria, e i 200 articoli, piuttosto che edificare un nuovo ordine, provocano la guerra civile.

Repubblica di Cromwel
https://it.wikipedia.org/wiki/Oliver_Cromwell
Oliver Cromwell (Huntingdon, 25 aprile 1599 – Londra, 3 settembre 1658) è stata una condottiero e politico inglese.
Dopo essere stato alla testa delle forze che abbatterono temporaneamente la monarchia inglese, instaurando la repubblica del Commonwealth of England, governò Inghilterra, Scozia e Irlanda con il titolo di Lord Protettore, dal 16 dicembre 1653 fino alla morte. Dopo la sepoltura la sua salma fu riesumata e sottoposta al rituale dell'esecuzione postuma.


La Repubblica delle Sette Province Unite (Republiek der Zeven Verenigde Nederlanden /repyˈbli:k dər ˈzeˑɪ̯vən fər'ʔeˑɪ̯nɪɣdə ˈneˑɪ̯dərˌlɑndən/ in olandese; letteralmente «Repubblica dei Sette Paesi Bassi Uniti») fu la Repubblica esistente fra il 1581 e il 1795 nei territori che oggi costituiscono i Paesi Bassi.
https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblic ... ince_Unite
Nell'epoca in cui questo Stato esisteva, in italiano era chiamato Repubblica delle Province Unite o semplicemente Province Unite. Altrove è indicata anche come Repubblica Olandese.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Democrazia, cittadinanza, valori, doveri e diritti umani

Messaggioda Berto » dom dic 29, 2019 11:20 am

La prima rivoluzione inglese nei primi decenni del XVII secolo, vede come protagonisti contrapposti il Re Carlo I e il Parlamento inglese con i puritani guidati da Cromwell e termina nel 1649 con il taglio della testa di Carlo I il Re.
https://www.youtube.com/watch?v=9-Fxy6n ... Thy2-y55aw
Divisione dei poteri, diritti del Parlamento, diritto di voto, suffragio universale, diritti umani, diritti dei cittadini,

La guerra civile inglese (conosciuta anche come rivoluzione inglese o prima rivoluzione inglese) fu un conflitto civile combattuto in Gran Bretagna tra il 1642 e il 1651, nell'ambito delle cosiddette Guerre dei tre regni.
https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_inglese
Il Parlamento nel 1628 votò la Petition of Right con il quale chiese al re:

di non imporre tasse senza l'approvazione del parlamento;
di non imprigionare un uomo libero senza regolare processo;
di non sottoporre uomini liberi a tribunali speciali;
di non costringere uomini liberi ad alloggiare truppe nelle loro case.

Il re, contestando questi diritti, istituì tribunali monarchici negando a tutti gli uomini liberi di essere giudicati da altri loro pari, provocando così forti tensioni tra rappresentanti del popolo e monarchia. Inoltre, Carlo I stava riscuotendo tributi con la consapevolezza di non poterlo fare: vi era infatti, tra le altre, una tassa che le città marinare dovevano pagare in tempo di guerra (ship money).
Il re eluse la petizione dei diritti ed estese la tassa a tutti i suoi sudditi. Dal momento che tale pretesa avrebbe avuto senso solo se ci fosse stata una guerra, il re decise quindi di prendere parte al conflitto in atto in Scozia, suo paese di origine, con l'intento di conquistare e portare ordine in Irlanda; tuttavia per far ciò gli era necessario un esercito. La questione irlandese divenne un problema tale da creare le basi per la rivoluzione inglese.
Nel 1629 Carlo sciolse il Parlamento e diede vita a un governo personale. In questo modo il malcontento si spostò verso la figura del sovrano. Una delle concause che portarono il re allo scioglimento del parlamento fu la questione religiosa: continuando ad appoggiare la chiesa anglicana, Carlo si dimostrò ostile alle tendenze riformate di molti dei suoi sudditi inglesi e scozzesi; un numero sempre maggiore di questi ultimi, ormai, auspicava lo smantellamento della chiesa anglicana. Nel 1628 sorse un movimento puritano che chiedeva una chiesa molto simile a quella scozzese, cosa che il re non poté concedere: ciò avrebbe richiesto nomine elettive, e la corona non poteva allora rinunciare ai vescovi e ai parroci, attraverso i quali esercitava il proprio potere. Davanti alla richiesta di un nuovo ordine sociale, oltre che economico, il parlamento fu nuovamente sciolto e il re cominciò una politica decisamente assolutistica.
Per non apparire in contraddizione con le sue posizioni in materia religiosa, Carlo volle allora imporre il sistema di culto inglese anche alla Scozia calvinista; ma gli scozzesi respinsero questa pretesa: rifiutarono di abbandonare le proprie terre e prepararono un'armata, dichiarando guerra a Carlo. In quel periodo però l'esercito era di stanza in Irlanda, dove erano emersi conflitti di natura religiosa fra cattolici e calvinisti che provocavano non pochi problemi alla Corona inglese. Infatti nel 1641 era scoppiata in Irlanda una rivolta: proprietari, uomini liberi, contadini cattolici insorsero contro la nascente classe di coloni protestanti inglesi. Carlo, dunque, fu costretto a cedere e, ritornando sui suoi passi, tollerò la chiesa presbiteriana in Scozia.
Il re dovette riconvocare il parlamento, tra i cui membri vi era anche John Pym, una delle figure più importanti di questo periodo. Quest'ultimo, prontamente, approfittò della situazione per incitare il popolo a puntare i fucili contro il re, di origine scozzese. L'esercito reale, tornato dall'Irlanda, passa di fatto sotto il comando di John Pym (che divenne "l'altro re"). Il parlamento, con la Grande Rimostranza, approva 200 articoli della Magna Charta; ogni articolo era diretto contro la famiglia Stuart, soprattutto contro il re.
L'opposizione al re si faceva sempre più forte non solo nella società civile, ma anche nella rappresentanza parlamentare; tuttavia le forze parlamentari erano discordi: i 200 articoli vengono approvati con una maggioranza di soli 11 voti. John Pym deve rinunciare a proclamare la sua vittoria, e i 200 articoli, piuttosto che edificare un nuovo ordine, provocano la guerra civile.

Repubblica di Cromwel
https://it.wikipedia.org/wiki/Oliver_Cromwell
Oliver Cromwell (Huntingdon, 25 aprile 1599 – Londra, 3 settembre 1658) è stata una condottiero e politico inglese.
Dopo essere stato alla testa delle forze che abbatterono temporaneamente la monarchia inglese, instaurando la repubblica del Commonwealth of England, governò Inghilterra, Scozia e Irlanda con il titolo di Lord Protettore, dal 16 dicembre 1653 fino alla morte. Dopo la sepoltura la sua salma fu riesumata e sottoposta al rituale dell'esecuzione postuma.
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Re: Democrazia, cittadinanza, valori, doveri e diritti umani

Messaggioda Berto » sab gen 18, 2020 4:24 pm

La Repubblica delle Sette Province Unite (Republiek der Zeven Verenigde Nederlanden /repyˈbli:k dər ˈzeˑɪ̯vən fər'ʔeˑɪ̯nɪɣdə ˈneˑɪ̯dərˌlɑndən/ in olandese; letteralmente «Repubblica dei Sette Paesi Bassi Uniti») fu la Repubblica esistente fra il 1581 e il 1795 nei territori che oggi costituiscono i Paesi Bassi.
https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblic ... ince_Unite
Nell'epoca in cui questo Stato esisteva, in italiano era chiamato Repubblica delle Province Unite o semplicemente Province Unite. Altrove è indicata anche come Repubblica Olandese.
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Re: Democrazia, cittadinanza, valori, doveri e diritti umani

Messaggioda Berto » lun feb 17, 2020 10:59 pm

???

Repubblica Veneta: il segreto della longevità
16 Febbraio 2020
Daniele Quaglia

https://www.life.it/1/repubblica-veneta ... longevita/

Secondo Alvise Zorzi, nella sua opera Una Città, una Repubblica, un Impero, Venezia 697-1797 le ragioni della longevità della Repubblica Serenissima sono da identificare:

nello spiccato sentimento comune di proprietà della cosa pubblica, ogni cittadino, nobile o plebeo sentiva allo stesso modo “cosa sua” la cosa pubblica, la nostra Repubblica, il nostro Stato, le nostre Istituzioni quello che oggi definiremo “uno spiccato nazionalismo”;
nell’imparzialità della giustizia che trattava a pari modo nobili e plebei;
nel considerare l’adempimento delle funzioni pubbliche niente di meno che lo svolgimento di un dovere che andava adempiuto nel migliore dei modi;
nel menzionare, in lapidi esposte nelle pubbliche piazze a eterna memoria, i cattivi amministratori o coloro che non avessero svolto al meglio il loro incarico pubblico;
nel legiferare a favore delle classi meno abbienti;
nel dare ascolto e assecondare le esigenze di operai e contadini.

Per Gasparo Contarini, politico, diplomatico e infine cardinale, nella suo opera De Magistratibus et Republica Venetorum (1544) la longevità della Repubblica Serenissima è dovuta alla forma del suo governo che racchiude in sè le tre forme teorizzate da Aristotele, a realizzazione di un sistema ideale perfetto: la democrazia, rappresentata dal Maggior Consiglio; l’oligarchia, rappresentata da Senato e Consiglio dei Dieci e la monarchia rappresentata dal Doge.

Le due ipotesi conducono comunque ad una sola considerazione: la Repubblica Veneta, dopo oltre duecento anni dalla sua caduta costituisce non solo per l’Italia, me per una miriade di altri Stati, un esempio inarrivabile di buon governo e di democrazia.


Alberto Pento
Peccato che si trattasse della Repubblica Veneta veneziana più che della Repubblica Veneta di tutti i veneti e che nella democrazia del Maggior Consiglio veneziano vi fossero solo i veneziani e questo fu il grande limite della Repubblica Serenissima per cui finì ingloriosamente travolta dalla Storia.
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