Cristo non era laico-non ha inventato la laicità dello stato

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Messaggioda Berto » lun dic 24, 2018 7:47 am

???

La laicità? Andiamo a lezione dai cristiani
Corrado Ocone Filosofo, liberale 11 luglio 2017
(pubblicato su “Il dubbio”, giovedì 6 luglio 2017)

http://blog.rubbettinoeditore.it/corrad ... -cristiani

La modernità, politica e filosofica, si svolge lungo due diversi e persino opposti binari che, con tutti i limiti delle definizioni, potremmo definire, rispettivamente, illuministico e romantico.
Lo stesso liberalismo è stato prima concepito (ed è un “prima” logico e storico) come razionalismo e persino giacobinismo, e poi come scetticismo e storicismo.
Che il liberalismo dei diritti e della lotta astratta alla “superstizione” e all’ “infame”, della Ragione trionfante per dirla con Benedetto Croce, abbia avuto un’importanza e svolto un ruolo storico decisivo, è fuor di dubbio. Che fosse ancora una teologia politica e un liberalismo incompiuto, e avesse pertanto necessità di compiersi o affinarsi, lo è altrettanto.
Ciò è avvenuto, ma la mentalità illuministica ha continuato a sopravvivere e a celebrare fasti, con il suo senso antistorico, il suo progressismo astratto e il suo individualismo disincarnato.
Elementi che, a volte in modo persino inconsapevole, ci ritroviamo in noi stessi: in tanti nostri automatismi e schematismi di pensiero, tic mentali, modi di concepire l’etica e la politica. Chi di noi non tende a pensare, ad esempio, che le religioni monoteiste, in quanto credono in una Verità unica, siano la contraddizione logica del liberalismo?
Che il Medioevo cristiano e cattolico sia stato pertanto un periodo di barbarie e superstizione? Che questo schema illuministico non regga né in punto di teoria, né di fatto, lo avevano già messo in evidenza i grandi pensatori liberali e conservatori dell’Otto e Novecento. Oggi è ormai, si può dire, un dato acquisito della storiografia. Si è infatti sempre più capito che il cristianesimo è una religione monoteistica molto particolare e che ad esso, e quasi solamente ad esso, è dovuta l’evoluzione in senso liberale delle nostre società.
L’idea di persona (l’individuo liberale), l’universalismo o l’uguaglianza morale di tutti gli uomini (“non esistono né ebrei né gentili”) in quanto tutti figli di Dio e pertanto fratelli; un’uguaglianza fondata sulla comune umana e dignità ma che ammette, e anzi promuove ed esalta, la diversità e specificità di ognuno al di là di ogni astratto egualitarismo (essendo ognuno in rapporto diretto con Dio attraverso la propria coscienza); la separazione fra potere spirituale e potere politico (“dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e quindi l’idea di laicità e quella, connessa, dei limiti del Potere rispetto alla libertà dell’individuo; l’idea della imperfezione e fallibilità dell’essere umano, un nominalismo anticostruttivista che vede la giustizia nei casi particolari, da esercitare nei rapporti interpersonali e non mercé la grande progettualità (sempre destinata a fallire e a generare effetti non intenzionali) di uno Stato che si fa promotore di essa a largo raggio; queste sono solo alcune delle idee che il cristianesimo ha immesso o travasato nella modernità. E persino le istituzioni cattoliche, come ci ha mostrato un illustre studioso liberale inglese quali Larry Siedentop, hanno anticipato i modi di organizzazione e democratizzazione del potere che si ritroveranno poi nei momenti migliori dello Stato liberale moderno.
Tutte queste idee, ormai patrimonio comune della storiografia liberale, si ritrovano ora nei saggi che compongono l’ultimo libro di Dario Antiseri: L’invenzione cristiana della laicità, Rubbettino, pagine 128, euro 12.
È soprattutto nella seconda delle tre parti che compongono il volume -”Perché il destino dell’Europa è legato al messaggio cristiano- che Antiseri ci offre, fra l’altro, una essenziale e interessante rassegna di profili di “grandi maestri del liberalismo cattolico”. In linguaggio semplice, non parco di citazioni dirette, egli ci introduce alle idee di liberali cattolici o cattolici liberali come Antonio Rossini, Alessandro Manzoni, lord Acton, Luigi Sturzo, Wilhelm Roepke (ma molto presenti in queste pagine sono anche politici cattolico-liberali “colti” come Luigi Einaudi e Alcide de Gasperi). Ciò che egli, attraverso questi autori, va a delineare è, da una parte, una sorta di antropologia liberale, cioè un’idea di uomo quanto più possibile corrispondente alla sua realtà effettuale di essere finito, “ignorante” e fallibile; dall’alta, una dottrina dello Stato liberale, perfettamente compatibile, anzi richiamata come proprio riferimento, dalla teoria politica del cattolicesimo.
Dal primo punto di vista, i riferimenti di Antiseri sono Karl Popper e Friedrich Von Hayek, le cui teorie sono discusse nel secondo capitolo. L’idea che “il fallibilismo epistemologico -vale a dire la consapevolezza che le nostre idee sono e restano smentibili- è un fondamentale presupposto della società aperta”. Solo infatti una società che non ha un’idea sostantiva di Verità e di Bene da promuovere (come può essere ad esempio una società teocratica), ma crede che la verità e il bene siano sempre delle situazioni di fatto, particolari, storiche, e che comunque vadano ricercate insieme attraverso tentativi e errori, perché le conoscenze umane sono socialmente disperse e hanno bisogno di mettersi “in prova”; solo una società siffatta può dirsi veramente democratica e liberale.
Una lezione che andrebbe bene appresa soprattutto oggi, nel tempo del dominio del conformismo “politicamente corretto”, ove il legislatore vorrebbe dirci ogni momento come vivere e viver bene, penetrando nell’intimo delle nostre coscienze, casomai “per il nostro bene”. E così dimenticando che il benessere, come la felicità, vive nella tensione individuale e non nel possedimento. “Se cerco la felicita, non sono più felice”: diceva John Stuart Mill. E in effetti, come già ci avevano insegnato Immanuel Kant e Wilhelm von Humboldt, paternalismo e pedagogismo (soprattutto di Stato) sono i forti nemici del liberalismo. E, per restare nell’ottica del discorso di Antiseri, del cristianesimo. Il quale con il costante richiamo alla coscienza, al rapporto diretto del singolo con Dio, alle intenzioni, vuole veramente liberarci dalle dande di chi vuol guidarci nella vita. Ovviamente, solo un essere finito, precario, imperfetto, può fare da pendant a questa concezione fallibilistica della conoscenza e della vita. Per quanto concerne invece il secondo punto, quello relativo allo Stato liberale, Antiseri, con appropriata formula, si augura “uno Stato forte ma non affaccendato”. Intende perciò sfatare, proprio all’inizio del suo volume, il mito per cui i liberali siano per l’estinzione dello Stato: un’idea che era di Marx ma non certo dei padri della dottrina. Lo Stato liberale è “minimo”, ma forte: poche leggi generali, limitate a pochi settori, ma una forte volontà di farle rispettare. Antiseri riporta in esergo del suo volume, e fa propria, la definizione che ne ha dato un altro dei suoi liberali di riferimento: “Secondo la concezione liberale, la funzione dell’apparato statale consiste unicamente –scrive Ludwig von Mises- nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà privata contro chiunque attenti a essa con la violenza”. Con una formula efficace, Antiseri afferma che “la concezione liberale della società è né “assenza di Stato”, né uno “sregolato laissez faire-laissez passer”, né darwinismo sociale”. In particolare, il liberale è molto attento ai problemi della povertà (che è altra cosa dalla diseguaglianza o dal mito della “giustizia sociale”). Egli crede molto nella solidarietà, che però, per essere “giusta” e effettiva, deve avvenire quanto più possibile ex post e non ex ante rispetto al libero svolgersi delle dinamiche di mercato. Qui un ruolo importante può giocare la solidarietà privata, e in particolare l’azione caritativa dei gruppi cattolici. In generale, per Antiseri, il principio a cui cercar di tener fede è quello della sussidiarietà: i problemi sociali li risolve la società stessa, attraverso i suoi gruppi e associazioni; solo dove la società non arriva, interviene poi lo Stato. In particolare, per Antiseri, come in genere per i liberali, il problema dell’istruzione è importantissimo.
Lo Stato, in questo caso, deve limitarsi a stabilire regole molto generali, favorendo poi l’emersione di una quantità di scuole, private e non, che, in competizione fra di loro, possano garantire l’educazione migliore e una sana competizione fra idee e metodi educativi. “La realtà –osserva Antiseri- è che, è bene insistervi, il monopolio statale dell’istruzione è la vera, acuta, pervasiva malattia della scuola italiana. Il monopolio statale nella gestione dell’istruzione è negazione di libertà; è in contrasto con la giustizia sociale; devasta l’efficienza della scuola. E favorisce l’irresponsabilità di studenti, talvolta anche quella di alcuni insegnanti e, oggi, pure quella di non pochi genitori”. Antiseri fa, quindi, propria l’idea del “buona scuola”, elaborata da Milton Friedman prima e von Hayek poi. “Con il ‘buono-scuola” i fondi statali sotto forma di ‘buoni’ nono negoziabili (vouchers) andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere la scuola presso cui spendere il loro ‘buono’. Ed è così che, pressata nel vedere diminuire l’iscrizione alla propria scuola o vedere allievi già iscritti scappare da essa, ogni scuola sarà spinta a migliorarsi, e sotto tutti gli aspetti. In poche parole: quella del “buono-scuola” è una misura in grado di coniugare libertà di scelta, giustizia sociale ed efficienza del sistema formativo”. Il buono-scuola è pertanto, contrariamente a quanto si potrebbe essere portati a pensare (ma d’altronde la dottrina liberale è controintuitiva) “una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti”. In questa giusta battaglia a favore del pluralismo scolastico e contro il monopolio statale dell’istruzione, Antiseri arruola, per così dire, anche don Lorenzo Milani. È la parte meno convincente del libro, a mio avviso: l’autore dimentica infatti che don Milani, con la sua idea non ortodossa di cultura e con il suo sessantottismo pedagogico, è uno dei (tanti) padri spirituali, diciamo così, del declino della nostra scuola. Un che di pedagogismo paternalistico ho poi letto anche nelle pagine dedicate alla televisione, in particolare alla poco liberale idea che Popper espresse, nell’ultima fase della sua vita, di istituire una sorta di autorità che vagliasse preventivamente la qualità etica e pedagogica dei programmi televisivi. Sono però questi i pochi punti di dissenso che sono in me maturati dalla lettura di questo libro, le cui idee condivido e che giudico molto istruttivo per chiunque considerare le questioni trattate al di fuori della vulgata più accreditata.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Cristo non era laico-non ha inventato la laicità dello stato

Messaggioda Berto » dom gen 06, 2019 11:19 am

???

UN TRADIMENTO "INAUDITO"
Andrea Cometti
28 Dicembre 2018

http://www.accademianuovaitalia.it/inde ... l-apostata

Ecco perché non ci arrenderemo mai. Nel giro di alcuni anni siamo stati derubati di tutto: come Italiani della nostra civiltà della nostra tradizione, come cattolici della nostra chiesa della nostra dottrina e della nostra fede di Francesco Lamendola

Ecco perché non ci arrenderemo mai

di

Francesco Lamendola

http://www.accademianuovaitalia.it/imag ... DE-178.gif

Nel giro di alcuni anni, all’incirca una generazione, siamo stati derubati di tutto: come europei, della nostra civiltà, della nostra tradizione, delle nostre stesse radici; come cristiani e cattolici, della nostra chiesa, della nostra dottrina e della nostra fede. E a perpetrare il furto sono state le massime autorità: coloro che avrebbero dovuto custodire, con somma cura e diligenza, anche a rischio della vita, il deposito che era stato affidato loro: la sovranità e la cittadinanza europea, la sacralità e l’inalterabilità della fede cristiana. A macchiarsi di questo inaudito tradimento, quale mai si era visto in passato, neppure nelle epoche più oscure, sono stati i capi di Stato e di governo, da una pare, i papi, i cardinali, i vescovi e una parte del clero, dall’altra. Ci è stata tolta la nostra ricchezza, ci è stata sottratta la nostra fierezza, siamo stati umiliati, derisi, sbeffeggiati; ora siamo anche minacciati, rispettivamente della prigione e della scomunica, se non ci decideremo a sottomerci. Ci si chiede di essere docili; di accettare il cambiamento; di fare buon viso a cattivo gioco, per noi e per i nostri figli. Ebbene, noi il capo non lo piegheremo mai: se lo scordino. Potranno imprigionarci, scomunicarci e perfino ucciderci, ma non ci arrenderemo. Mai. E per una buonissima ragione, che chiude qualsiasi spazio a possibili transazioni: che ciò a cui ci si chiede di rinunciare, ciò che ci si chiede di tradire, non è nostro. Non è di nostra proprietà, non rientra nei nostri beni, quindi non abbiamo alcun diritto su di esso. Ci è stato affidato, ma è di qualcun altro. La nostra civiltà è il frutto della fatica, del lavoro, del coraggio e della perseveranza di generazioni e generazioni di nostri antenati: non è nella nostra facoltà venderla o barattarla in cambio di qualcos’altro, lo si chiami in qualsiasi modo: multiculturalità, sincretismo, relativismo, nichilismo o come si preferisce. Quanto alla fede cattolica, la cosa è ancora più chiara, tanto che la capirebbe anche un bambino: la fede ci è stata insegnata da Gesù Cristo, la chiesa è stata fondata da Lui: dunque la fede è sua, la chiesa è sua, non nostra. Se fosse nostra, potremmo anche cedere: dopotutto, nessuno nasce eroe e nessuno è obbligato a fare l’ultimo giapponese. Ma se la chiesa appartiene a Gesù, è chiaro che noi non possiamo cederla: quand’anche lo volessimo, sarebbe impossibile. Dicano pure quel che vogliono; che ci minaccino, che ci lusinghino, che escogitino ogni possibile arte per ingannarci, per indurci a tradire: nulla di quanto possano fare avrà successo. Se la chiesa non è dei cattolici, ma di Dio, i cattolici non la possono vendere o abbandonare. E se anche legioni di cattivi teologi e di falsi pastori ci esortassero, ci supplicassero, ci ricattassero, non otterrebbero nulla: non acconsentiremo mai e poi mai, se lo levino dalla testa; non possiamo disporre di ciò che non è nostro, ma di un Altro; Uno che l’ha pagato a prezzo del suo sangue.


Nel giro di alcuni anni siamo stati derubati di tutto: come Italiani della nostra civiltà, della nostra tradizione come cattolici della nostra chiesa, della nostra dottrina e della nostra fede.

Se si trattasse di qualcosa che è di nostra proprietà, potremmo anche cedere. Immaginiamo di aver creato una società per azioni e che, dopo un po’ di anni, ci accorgessimo che il nostro socio ci sta ingannando, ci sta truffando, ci sta nascondendo una quota dei profitti: potremmo intentargli causa; oppure, valutato il pro e il contro, potremmo anche lasciar perdere. Dipende da tante cose: dal nostro temperamento; dalle prospettive di ottenere ragione; dalla nostra età, dal nostro stato di salute, dal valore che attribuiamo al denaro; dal fatto di avere dei figli o degli eredi ai quali lasciare i nostri beni, o di non aver nessuno. In ogni caso, sarebbe una scelta nostra, e nessuno avrebbe il diritto di criticarci. Oppure immaginiamo di aver militato, per tutta la vita, in un certo partito politico; e di vedere che i suoi dirigenti, a un certo punto, stanno tradendo i nostri ideali, stanno imboccando una strada completamente diversa da quella che quegli ideali imporrebbero. Potremmo protestare, potremmo strappare la nostra tessera, oppure potremmo chiuderci in un silenzio sdegnoso, o amareggiato; potremmo anche pensare che loro, forse, di politica ne capiscono più di noi, che devono adattarsi ai tempi, ai cambiamenti sociali; e che essere duri e puri, in fin dei conti, potrebbe anche essere un errore, perché fare politica è l’arte di calare gli ideali nella realtà concreta. Sia una società per azioni che un partito politico, tuttavia, sono cose interamente umane: e, per quanto chi le ha create possa essere stato animato anche da motivazioni ideali, nessuno può tirare in ballo una verità di ordine superiore, ma solo il gioco degli interessi e il desiderio di creare qualcosa, di dare una risposta a una determinata situazione. In fondo, è come in un matrimonio, o in una famiglia: sarebbe bello che i coniugi fossero sempre leali l’uno con l’altro, che i figli amassero e rispettassero i genitori, ma sappiamo che ciò può non avvenire, e che proprio nel matrimonio e nella famiglia si annidano, a volte, le più amare delusioni.


Se qualcuno nutrisse per caso dei dubbi sull’esistenza del diavolo e dell’inferno, non ha che da osservare quel che fa e che dice, e tutto quel che non fa e non dice, il signore argentino che indegnamente siede sulla cattedra di San Pietro; la luce malvagia che brilla nei suoi occhi quando offende, scandalizza, disorienta e addolora milioni di fedeli.

Umanamente parlando, anche il matrimonio più felice e la famiglia più armoniosa vivono appesi a un filo, sospesi perennemente sull’abisso: a volte basta poco, pochissimo, perché quella felicità e quell’armonia se ne vadano in mille pezzi, quasi senza causa apparente. Ma il fatto di essere cittadini italiani non è come entrare in una società per azioni, non è come aderire a un partito politico; non è neppure come contrarre un matrimonio o avere dei figli: è molto di più, perché italiani si nasce, è un dato originario, inscritto nella nostra essenza e nel nostro destino, un qualcosa che non si può scegliere, perché non dipende da noi. Si può tradire un socio in affari; si possono tradire i militanti di un partito; si può tradire un coniuge: ma ciascuna di tali azioni è pur sempre un atto volontario che restituisce libertà, e sia pure una libertà negativa, a chi, volontariamente, aveva contratto un sodalizio in certa misura artificiale. Ogni sodalizio è una creazione artificiale, compreso il matrimonio, anche se l’amore, si spera, stenderà una nota gentile e disinteressata su quello che è, formalmente, nient’altro che un contratto. Ma chi è italiano, perché nasce italiano, non compie una scelta, è: è quello che è e non potrebbe essere diversamente. Perciò chi lo tradisce nel suo essere italiano, che sia il suo sindaco o il presidente della Repubblica; chi lo inganna, chi lo disprezza, chi lo umilia, svendendo non solo la sua sicurezza, ma perfino il suo orgoglio di appartenenza, svuotando di significato la cittadinanza italiana e spalancando le porte a chiunque voglia entrare in Italia, chiedendo diritti e non osservando alcun dovere; oppure sottomettendosi a dei poteri extranazionali che ordinano di tagliare le spese sociali e accollano a ciascun cittadino gli interessi spropositati su un debito pubblico che quegli stessi poteri esterni hanno creato, o enormemente ingigantito: costui compie un tradimento senza uguali, un qualcosa di talmente mostruoso che a stento si arriva a concepire. Ancora più mostruoso, ancora più inconcepibile è il tradimento di chi, sacerdoti, vescovi, cardinali e papa, invece di custodire intatta la fede dei credenti, invece di difendere e proclamare la dottrina, si adoperano ogni giorno, con diabolica perseveranza e con astuzia infernale, per sgretolare la fede, per stravolgere la dottrina, e quindi per tradire centinaia di milioni di credenti.


Nuovo papa dei protestanti? Non s’illudano: noi non ce andremo mai, sono loro che devono uscire. Che siano coerenti e che fondino la loro chiesa protestante. A noi basta Gesù, Figlio di Dio: ci basta la fede dei nostri padri, delle nostre nonne. I Rahner e i Kasper li lasciamo ad altri...

Ecco; se qualcuno nutrisse per caso dei dubbi sull’esistenza del diavolo e dell’inferno, non ha che da osservare quel che fa e che dice, e tutto quel che non fa e non dice, il signore argentino che indegnamente siede sulla cattedra di San Pietro; la luce malvagia che brilla nei suoi occhi quando offende, scandalizza, disorienta e addolora milioni di fedeli, e si compiace della servile idolatria che le folle - sempre più assottigliate, in verità; ma questo i mass-media non lo dicono – gli tributano, in forme quasi superstiziose; e paragonare tutto ciò, e l’opera, altrettanto sciagurata, dei suoi servitori e di molti vescovi e sacerdoti, con quel che dicevano e facevano i papi del passato, fino allo sciagurato Concilio Vaticano II; perché, inutile girarci attorno, è quello lo spartiacque, e non altro. Ora stiamo assistendo a un’impressionante accelerazione della strategia autodistruttiva da parte del clero apostatico; ma l’apostasia è partita da lì: non dal post-concilio, da una deformazione dei suoi documenti, da una serie di abusi e di forzature delle sue affermazioni. Quando mai un papa, parlando ai fedeli nel corso di un’omelia della santa Messa, ha chiamato cani selvaggi quelli che lo criticano? Eppure il signore argentino lo ha fatto, poco dopo l’affare Viganò: invece di rispondere a quel dossier – lui non risponde mai, lo si era già visto coi dubia dei quattro cardinali – ha chiamato cani selvaggi quelli che lo criticano, e pur se non li ha citati esplicitamente, tutti quanti hanno capito a chi si riferiva. Come ha osservato Marcello Veneziani, che non è sospettabile di simpatie integraliste e tradizionaliste, questo signore, fin da quando è stato eletto – ma bisogna vedere, appunto, come è stato eletto: ad opera di una congiura massonica che i suoi autori non si sono neanche dati la pena di nascondere più di tanto – si è posto l’obiettivo di spaccare la chiesa, di cacciare i cattolici che non ci stanno e di farli sentire in colpa, costringendoli ad andarsene. È lui, e non loro, ad aver lanciato l’attacco: è lui a portare la responsabilità di questo fatto senza precedenti nella storia: di un papa che vuol creare uno scisma, che vuole rompere del tutto con la tradizione, che vuole instaurare, forse, una nuova religione, nella quale il cattolicesimo sarà solo, annacquato e geneticamente modificato, una delle componenti. Per questo sceglie di parlare ai non cattolici; per questo va in visita nei Paesi non cattolici; per questo non parla di Gesù Cristo, se appena ne può fare a meno; per questo non difende la dottrina, ma l’attacca; e per questo rifiuta perfino d’impartire una benedizione ai fedeli, o di rivolgesi a loro con un linguaggio religioso. Per questo corteggia i protestanti, i giudei, gli islamici; per questo parla sempre e solo di politica; per questo gode ad apparire come l’icona mondiale delle sinistre, siano queste di stampo liberale o di stampo radicale. Per questo ostenta stima verso la Bonino e amicizia verso Scalfari; per questo esalta don Milani, ma tace padre Pio; per questo magnifica i ribelli e ignora i veri Santi, i mistici, le anime spirituali; per questo fa stampare francobolli in onore di Lutero e minimizza i cinquecento anni delle apparizioni di Fatima: ha fastidio del culto mariano, ha fastidio della pietà cattolica, ha fastidio della vera devozione. E per questo permette all’eretico Enzo Bianchi di asserire che Gesù Cristo era solo un profeta; per questo consente alla Comunità di Sant’Egidio di trasformare chiese e basiliche in sale mensa per i poveri; per questo ha finto di non vedere l’eutanasia perpetrata sul piccolo Alfie Evans, e ha lasciato che i vescovi inglesi ringraziassero quell’ospedale per ciò che aveva fatto; per questo ha fatto commissariare i francescani dell’Immacolata, spingendoli a uscire a centinaia dalle loro case; per questo si rifiuta di fare pulizia nell’orribile congrega di pervertiti che spadroneggia nelle sacre stanze e che profana la santità di molte curie vescovili. Ormai bisogna essere ciechi per non vedere chi è e che cosa vuole fare costui: è passato il tempo della prudenza, dell’esitazione: è arrivato il momento di alzarsi in piedi e dire no, gridare basta allo scempio diabolico che costui vuole fare a danno dei fedeli.


Hanno usurpato la Sposa di Cristo ! Non possiamo consentire a questo signore argentino, ignorante, narcisista, squilibrato, cinico e insolente, di distruggere un’opera che è stata realizzata a così caro prezzo.

La chiesa non è sua, e neppure nostra. È stata voluta da Gesù Cristo, è stata difesa con il sangue da decine di generazioni di fedeli; i martiri della fede si contano a milioni nel corso della storia. Non possiamo consentire a questo signore argentino, ignorante, narcisista, squilibrato, cinico e insolente, di distruggere un’opera che è stata realizzata a così caro prezzo; non possiamo permettere a una generazione di preti da nulla, infarciti di politica di basso profilo, gonfi di pregiudizi ideologici, senza nulla di spirituale, senza nulla di cristiano, di usurpare le loro parrocchie, perfino di chiude le chiese, a loro piacimento, nel giorno di Natale, per protestare, come dicono, contro il decreto sicurezza voluto dal ministro Salvini. Questi signori vanno cacciati a pedate nel sedere. Le chiese non sono loro, la santa Messa non è loro. Se si permettono di abolirla, offendono i fedeli e li privano del loro nutrimento spirituale: il Sangue e la Carne di Gesù Cristo. La cosa, dal loro punto di vista, si spiega e non è poi tanto grave: per loro la Messa è ben altro; non è il rinnovarsi del Sacrificio di Cristo, ma un pulpito dal quale distribuire sermoni di carattere politico e sociale. Questi infingardi sfrontati hanno usurpato la Sposa di Cristo, la manomettono, la insozzano: gente che, se lavorasse nel privato, verrebbe licenziata in tronco in meno di ventiquattro ore, perché si comporta come se avesse il diritto di fare o dire qualsiasi cosa, anche la più contraria allo spirito del lavoro che sono chiamati a svolgere. Guadagnano male il loro salario, così come abusano di tutti i beni materiali che la pietà dei fedeli ha accumulato nel corso dei secoli. Le chiese, i seminari, le curie episcopali, gli uffici diocesani, gli oratori, le parrocchie, le missioni, il denaro per mandare avanti tutto ciò, non è loro: è stato loro affidato, affinché lo adoperino per i fini della religione cattolica. Per aiutare i poveri, gli orfani, le vedove; ma anche per diffondere la verità di Cristo, per convertire il mondo: non per inchinarsi davanti al mondo, né per approvare l’immoralità del mondo. Che ci fa la signora Bonino nelle chiese cattoliche? Che ci fanno i sacerdoti gay, gli animatori parrocchiali gay, che si proclamano tali in pubblico? Che ci fanno le mense dentro le chiese, nei luoghi di preghiera? Non ci sono altri locali per allestire il pranzo di Natale? Bisogna proprio farlo dentro le basiliche? Sì: essi vogliono farlo proprio lì al preciso scopo di desacralizzare le chiese, di desacralizzare la religione, di ridurre Gesù, come dice l’eretico Enzo Bianchi, e come vorrebbe l’indegno signore argentino, al ruolo di un semplice profeta. Ebbene, non s’illudano: noi non ce andremo mai, sono loro che devono uscire. Che siano coerenti e che fondino la loro chiesa protestante. A noi basta Gesù, Figlio di Dio: ci basta la fede dei nostri padri, delle nostre nonne. I Rahner e i Kasper li lasciamo ad altri...




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Alberto Pento
Tutto ciò è una conseguenza della presunzione, dell'esaltazione e del fanatismo idolatra e utopistico delle religioni, in questo caso del cristianismo con le sue sette.
Il dialogo interreligioso tra le sette cristiane è una necessità per i cristiani, poiché Cristo è uno solo;
lo è anche tra le altre e tutte le religioni della terra onde evitare i conflitti e le guerre religiose che hanno insanguinato e che ancora insanguinano il Mondo.
A mio modestissimo parere di aidolo, il solo modo per risolvere la cosa del dialogo interreligioso e della pace religiosa è di andare oltre le religioni, i loro idoli o interpretazioni del divino e la loro idolatria, ritrovando la spiritualità naturale e universale areligiosa.
Il primo passo per tutti è quello di rinunciare alla presunzione idolatra e fanatica dell'assolutismo, imperialismo, universalismo, proselitismo, missionarismo proprio di ogni religione e di denunciare e criticare gli eccessi e le pratiche disumane di ogni religione che questo comporta.


Nicoletta Di Giovanni
Disaccordo totale

Alberto Pento
Io per essere un buon uomo non ho bisogno né di essere cristiano, né ebreo, né indù, né tanto meno un nazi-maomettano.
Anche la mia spiritualità connaturata al mio essere vivente e umano non ha bisogno di alcuna religione e di alcun idolo.


Nicoletta Di Giovanni
Alberto Pento sì, sei caduto dal pero alla maggiore età! Fossi nato altrove, non saresti Pento. Roba da "neutralisti" surreali ...

Alberto Pento
Meno di qualche secolo fa mi avrebbero imprigionato e ucciso anche i cristiani e i cattolici come ancora fanno i dementi nazi maomettani nei loro paesi e in giro per il Mondo.

Nicoletta Di Giovanni
Alberto Pento ancora stiamo a queste cose ? Ma non è chiaro dell'immutabilità del Corano? Non è chiaro di una cristianità con il germe della libertà? Rimango basita!

Alberto Pento
Mi dispiace ma Cristo era un ebreo teocratico che auspicava e predicava il Regno di Dio (del suo Dio o idolo ebraico) nei cieli e in terra.
Per me nel cristianismo non vi è alcun germe della libertà;
in occidente l'umanità ha conquistato più libertà nonostante il cristianismo e lottando contro le teocrazie imperanti o i regimi semiteocratici.

L'istituto sacramentale dei mediatori sacerdotali è un antico istituto castuale e illiberale, ed è su questo istituto preistorico (e sciamanico su cui si fondavano anche le antiche monarchie di diritto divino) che si fonda in particolare la Chiesa Cattolica e Romana.

Elena Vigliano
Non mi risulrano terroristi cristiani, ha le idee molto confuse...

Nicoletta Di Giovanni
CON QUESTO CHIUDO! ... Chi di noi non tende a pensare, ad esempio, che le religioni monoteiste, in quanto credono in una Verità unica, siano la contraddizione logica del liberalismo? Che il Medioevo cristiano e cattolico sia stato pertanto un periodo di barbarie e superstizione? Che questo schema illuministico non regga né in punto di teoria, né di fatto, lo avevano già messo in evidenza i grandi pensatori liberali e conservatori dell’Otto e Novecento. Oggi è ormai, si può dire, un dato acquisito della storiografia. Si è infatti sempre più capito che il cristianesimo è una religione monoteistica molto PARTICOLARE E CHE AD ESSO , e quasi solamente ad esso, È DOVUTA L'EVOLUZIONE in senso liberale delle nostre società. L’idea di persona (l’individuo liberale), l’universalismo o l’uguaglianza morale di tutti gli uomini (“non esistono né ebrei né gentili”) in quanto tutti figli di Dio e pertanto fratelli; un’uguaglianza fondata sulla comune umana e dignità ma che ammette, e anzi promuove ed esalta, la diversità e specificità di ognuno al di là di ogni astratto egualitarismo (essendo ognuno in rapporto diretto con Dio attraverso la propria coscienza); la separazione fra potere spirituale e potere politico (“dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e quindi l’idea di laicità e quella, connessa, dei limiti del Potere rispetto alla libertà dell’individuo; l’idea della imperfezione e fallibilità dell’essere umano, un nominalismo anticostruttivista che vede la giustizia nei casi particolari, da esercitare nei rapporti interpersonali e non mercé la grande progettualità (sempre destinata a fallire e a generare effetti non intenzionali) di uno Stato che si fa promotore di essa a largo raggio; queste sono solo alcune delle idee che il cristianesimo ha immesso o travasato nella modernità. E persino le istituzioni cattoliche, come ci ha mostrato un illustre studioso liberale inglese quali Larry Siedentop, hanno anticipato i modi di organizzazione e democratizzazione del potere che si ritroveranno poi nei momenti migliori dello Stato liberale moderno. C.OCONE

Alberto Pento
Cristo l'ebreo non era laico e non ha inventato la laicità dello stato
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Cristo non era laico-non ha inventato la laicità dello stato

Messaggioda Berto » dom gen 06, 2019 12:40 pm

Marsilio di Padova e il laicismo democratico dello stato

Marsilio da Padova (Padova, 1275 – Monaco di Baviera, 1342) è stato un filosofo e scrittore italiano.

https://it.wikipedia.org/wiki/Marsilio_da_Padova

In Marsilio lo Stato è concepito come prodotto umano, al di fuori da premesse teologiche quali il peccato o simili. È fortemente affermato il principio della legge quale prodotto della comunità dei cittadini, legge dotata di imperatività e coattività oltre che ispirata ad un ideale di giustizia. Questo ideale di giustizia deriva dal consorzio civile, l'unico soggetto che può stabilire ciò che è giusto e ciò che non lo è. Per Marsilio l'uomo deve essere inteso come libero e consapevole.

Nel Defensor Pacis appare diffuso un costituzionalismo affermato fortemente nei confronti sia dello Stato che della Chiesa. È tra i primi studiosi a distinguere e separare il diritto dalla morale, attribuendo il primo alla vita civile e il secondo alla coscienza. Marsilio è sempre un uomo del suo tempo, saldamente ancorato nella sua epoca, il Medioevo, ma con intuizioni che ne fanno un uomo nuovo, anticipatore per certi versi del Rinascimento. La definizione del nuovo concetto di Stato, autonomo, indipendente da qualsiasi altra istituzione umana o, a maggior ragione, ecclesiastica è il grande merito di Marsilio.

Anche nella Chiesa viene affermata una forma di costituzionalismo contro il dilagante strapotere dei vescovi e dei papi. È ancora l'universitas fidelium a prendere, attraverso il Concilio, ogni decisione riguardante qualsiasi materia di ordine spirituale. Il nostro autore non teme di scagliarsi contro la Chiesa, a negare il primato di Pietro e di Roma, affermare la necessità del ritorno del clero a quella povertà evangelica tanto cara ad alcune sette riformiste di cui lui certamente conobbe e comprese il pensiero. Lotta contro la Chiesa ma solo per conservarne o rivalutarne il più vero, autentico e originario contenuto e significato. Quasi riformista e conservatore nello stesso tempo, riformista là dove è contro la corruzione dilagante nella Chiesa di quel periodo, conservatore là dove accetta la necessità di un ordine costituito, della religione, della morale, intese nel senso più puro.

La modernità di Marsilio consiste anche nel metodo della sua trattazione e della terminologia che usa, sempre stringata ed esaustiva, aliena da qualsiasi di quelle forme di retorica che era caratteristica degli autori medievali.



Il Defensor pacis ("difensore della pace"), scritto nel 1324 è l'opera più conosciuta del filosofo Marsilio da Padova in cui, fra l'altro, tratta dell'origine delle leggi.
https://it.wikipedia.org/wiki/Defensor_pacis

In quest'opera ci viene fatto afferrare il senso e l'importanza della legge la quale deve dare precise regole a qualsiasi comunità affinché queste possano avere una convivenza pacifica. Grande importanza viene data al governo, il quale è l'organo più importante dello Stato il cui compito è di far rispettare le leggi ad ogni costo anche con la forza se necessario.

Concetto importante per il bene dei cittadini era che il governo doveva essere eletto dal popolo, senza intromissioni del potere religioso (il quale, per sua esperienza personale, era ritenuto da Marsilio da Padova dannoso), dato che la Chiesa corrotta dell'epoca voleva, sempre secondo Marsilio, solo accrescere il proprio potere senza pensare al bene delle comunità. Marsilio da Padova nel Defensor Pacis fu uno dei primi uomini a gettare le basi scritte del concetto di democrazia (dopo i filosofi greci) anche se è da puntualizzare che la democrazia che si presenta nei nostri giorni non è quella intesa dallo scrittore, perché secondo lui al governo doveva esserci un solo uomo o un ristretto gruppo di uomini (per trovare più facilmente un accordo ed avere più velocità di esecuzione dei provvedimenti).
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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